Arresto cautelare per il procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo

Arresto cautelare per il procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo

L’attuale vicenda “pugliese” scatenata dalla Procura di Potenza, a parer nostro puzza più come un “regolamento di conti” fra le varie correnti della Magistratura, che come un vero scandalo giudiziario. Ed ancora una volta dietro le quinte del Consiglio Superiore della Magistratura vengono fuori lottizzazioni.

di ANTONELLO de GENNARO

Dalle 8:30 di questa mattina il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo si trova agli arresti domiciliari, ordinanza emessa dal Gip dr. Antonello Amodeo del Tribunale di Potenza su richiesta della Procura di Potenza che ha avviato un’indagine su Capristo, sulla quale emergono più di qualche dubbio e perplessità.

L’inchiesta su Capristo ha origine da un fascicolo di indagine della Procura di Trani, aperto quando il Procuratore si era trasferito a Taranto. Secondo l’accusa Capristo avrebbe cercato di esercitare pressioni su un magistrato di Trani Silvia Curione, per condizionare l’esito di indagini su episodi di sua diretta competenza.

 Sempre secondo la Procura di Potenza, che ha iniziato le indagini un anno fa avrebbe fatto pressioni sulla pm Trani, “abusando della qualità di procuratore della Repubblica di Taranto, superiore gerarchico del marito della pm Curione, ossia di Lanfranco Marazia che a Taranto prestava servizio come pm”. La procura lucana sostiene un’ipotesi giudicaria secondo la quale Capristo avrebbe rappresento alla Curione che avrebbe potuto “esercitare a fini ritorsivi le sue prerogative”, persino ostacolando la carriera del marito, “visto che aveva già dimostrato nel 2017 di essere capace di farlo”. Ma incredibilmente nell’ordinanza non emerge alcun riscontro probatorio di tale ipotesi accusatoria.

Nel comunicato del Procuratore di Potenza Francesco Curcio si fa riferimento a delle presunte pressioni di Capristoper indurre un giovane sostituto della Repubblica in servizio nel Tribunale di Trani a perseguire in sede penale, senza che ne ricorressero i presupposti di fatto e di diritto, la persona che loro stessi avevano infondatamente denunciato per usura in loro danno, in modo da ottenere indebitamente i vantaggi economici ed i benefici conseguenti allo status di soggetti usurati”. Il giovane magistrato, cioè la dr.ssa Silvia Curione secondo la Procura di Potenza, non solo si sarebbe opposto fermamente, ma denunciò tutto. Per la denuncia – ha stabilito unilateralmente l’inchiesta della procura lucana – non vi erano presupposti né di fatto né di diritto.

il magistrato Francesco Curcio

Oltre al magistrato Capristo sono finiti agli arresti domiciliari anche l’ ispettore di Polizia di Stato Michele Scivittaro, originario di Bitonto distaccato presso la Questura di Taranto come autista e scorta di Capristo sin dai tempi in cui ricopriva la carica Procuratore capo della repubblica presso il Tribunale a Trani, ed i fratelli Cosimo, Gaetano e Giuseppe Mancazzo, imprenditori della provincia di Bari, imparentati con un alto ufficiale della Guardia di Finanza distaccato al comando generale, il Colonnello Antonio (Antonello) Mancazzo.

Secondo la Procura di Potenza, Capristo e Scivittaro sono “gravemente indiziati di truffa ai danni dello Stato e falso” in quanto secondo gli inquirenti l’ispettore risultava presente in ufficio e percepiva gli straordinari, ma in realtà stava a casa ed avrebbe svolto «incombenze» per conto del Procuratore.

Al magistrato Silvia Curione della Procura di Trani secondo le accuse a carico del procuratore capo di Taranto, sarebbe stato chiesto (ma non da lui direttamente n.d.r.) di indagare una persona per usura, facendole temere ritorsioni sul marito Lanfranco Marazia, anch’egli magistrato in servizio alla Procura di Taranto, dunque alle dipendenze di Capristo.

L’ ordinanza cautelare del Tribunale di Potenza

Ordinanza-Capristo

l’ attuale procuratore capo della procura di Trani Antonino Di Maio

Le accuse contro Di Maio Procuratore capo di Trani

Stamani sono state eseguite perquisizioni anche carico di altre persone e anche l’attuale capo della procura di Trani Antonino Di Maio , che è indagato per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale. La procura di Potenza sospetta che Di Maio non verificò il coinvolgimento del procuratore di Taranto dopo aver ricevuto dalla giovane pm una relazione di servizio della giovane pm in ordine alle pressioni ricevute dall’ispettore Scivittaro «per conto di Capristo».

Incredibilmente per la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura sulla nomina di Di Maio a Procuratore della Repubblica di Trani, il Consiglio di Stato ha nuovamente sconfessato e ritenuto nulla la deliberazione con la quale, il 13 febbraio 2019, il plenum del Csm aveva ribadito la nomina di Di Maio, originario di Catania, al vertice della Procura tranese, quale successore di Carlo Maria Capristo.

Di Maio aveva ottenuto la maggioranza dei voti, prevalendo sul collega concorrente Renato Nitti, pubblico ministero a Bari, che si era già rivolto ai giudici amministrativi del TAR impugnando la prima decisione del Csm risalente all’aprile 2017, che però a gennaio 2018 rigettò il suo ricorso.

In secondo grado, il 3 ottobre 2018, il Consiglio di Stato aveva accolto parzialmente il ricorso del pm barese avverso la sentenza del Tar, ritenendo che il provvedimento di nomina da parte del Csm fosse affetto da un vizio di legittimità. In poche parole il giudici di Palazzo Spada avevano ritenuto che Di Maio non avesse titoli sufficienti per diventare procuratore.

I dubbi e “buchi” sull’inchiesta di Potenza

Ci sono alcuni particolari di questa inchiesta che destano più di qualche perplessità, a partire dalla discutibile competenza della Procura di Potenza sulla vicenda giudiziaria in questione.

Infatti secondo delle nostre qualificate fonti già ai vertici della Suprema Corte, gli eventuali fatti imputati a Capristo e Di Maio si sarebbero verificati presso la Procura di Trani (“locus commissi delicti“) sul cui operato è competente la Procura di Lecce e non certo quella di Potenza che sarebbe stata invece competente in caso di eventuali reati d’ufficio accaduti a Taranto, che allo stato dei fatti non risultano.

Peraltro l’attuale procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, originario di Polla è di fatto un “facente funzione”, e non ha di fatto realmente tale qualifica, in quanto la sua nomina alla guida della procura lucana, effettuata dal CSM grazie all’ennesima gestione “politicizzata“, che si era manifestata nell’indicazione raggiunta all’ unanimità dalla 5a Commissione del CSM (Incarichi Direttivi) è stata revocata dalla sentenza emessa dal Consiglio di Stato lo scorso gennaio- .

Nel marzo 2019 il collegio, presieduto dal giudice Carmine Volpe, accolse il ricorso presentato da Laura Triassi, pubblico ministero di Potenza. Nel suo ricorso, la Triassi si era opposta alle valutazioni compiute tra la fine del 2017 e inizio 2018 dal Consiglio Superiore della Magistratura, che decise di assegnare l’incarico a Curcio.

Ma c’è di più. Infatti il Consiglio di Stato oltre a quella di Curcio , ha confermato anche l’annullamento delle nomine di Raffaello Falcone (come Procuratore aggiunto a Napoli) e Annamaria Lucchetta (Procuratore capo di Nola), confermando quindi la sentenza del Tar del Lazio. Tutti e tre magistrati erano stati nominati insieme a Curcio, nella stessa seduta, dal Csm.

Procura-Potenza

Il protagonismo delle inchieste di Curcio, smentite dalle decisioni dei Tribunali

Il magistrato Francesco Curcio non è nuovo ad indagini dal clamore mediatico, come quelle sulla “P4” a Napoli, che all’esito del giudizio si sono dissolte come neve sotto al sole. Come l’archiviazione per Mauro Moretti, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, indagato per favoreggiamento. O come la decisione della II sezione penale della Corte d’Appello di Napoli che ha assolto l’ex parlamentare del Pdl Alfonso Papa dalle accuse contestategli proprio Curcio nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Napoli ‘P4’ sulla presunta associazione a delinquere che avrebbe operato nell’ambito della pubblica amministrazione italiana e della giustizia.

Papa, ex magistrato è stato il primo parlamentare per il quale la Camera ha autorizzato la custodia in carcere è stato condannato in primo grado dalla I sezione penale del Tribunale di Napoli a 4 anni e 6 mesi di reclusione. Con la sentenza Papa venne assolto da tutti i reati contestati (Legge Anselmi, corruzione, concussione, ricettazione, rivelazione di segreto e favoreggiamento). Papa, durante le otto ore di interrogatorio di garanzia per il suo ingiusto arresta difendendosi dall’ accusa di aver rivelato il segreto delle indagini, fece il nome di tre magistrati, fra i quali proprio quello del pm Francesco Curcio, titolare (con il collega Henry John Woodcock) proprio delle indagini sulla “P4” ,

Papa durante il faccia a faccia con il gip e i pm raccontò che, «in un incontro del dicembre 2010 con Italo Bocchino», il vicepresidente di Fli lo avrebbe invitato a stare in guardia dal momento che era finito sotto inchiesta. Bocchino gli avrebbe inoltre raccomandato di non sottovalutare la vicenda (già nota attraverso i giornali) perché aveva saputo dal pm Francesco Curcio, «che si trattava di una cosa sera». Alla domanda, “come lo sai“, Bocchino avrebbe risposto, aggiunge Papa, «che Curcio era amico suo».

Circostanza che il pm Curcio negò, pur non entrando ovviamente nel merito della vicenda processuale, avendo spiegato anche al suo procuratore capo che aveva visto «per la prima volta Bocchino nel febbraio del 2011» quando lo ascoltò come teste. Papa citò l’ episodio di un pranzo in campagna in casa di un giornalista, al quale entrambi erano presenti e racconta: «Mi avvicinai al procuratore», dicendogli che era a conoscenza dell’ inchiesta che lo riguardava e assicurandogli che si trattava di cose false. Lepore si sarebbe limitato a fare una risata.

Lo stesso procuratore (oggi ex) di Napolo, Lepore dichiarò a Repubblica. «Certo, ci fu quel pranzo. C’ erano anche altri magistrati. Ricordo bene Papa, sapevo che lo avrei trovato lì e mi consultai con i miei pm, decidemmo che era meglio che ci andassi per non insospettirlo. Ed è vero che non dissi una parola».

La replica del procuratore Capristo

«Respingo ogni accusa”: con queste parole, attraverso il suo legale, Avv . Angela Pignatari del Foro di Potenza , il Procuratore della Repubblica di Taranto, Carlo Maria Capristo, ha contestato l’ordinanza agli arresti domiciliari a suo carico. Capristo «nega recisamente – ha aggiunto l’ avv . Pignatari  – ogni addebito e rivendica la legalità, la dignità e il rispetto della funzione da sempre esercitati nel suo ruolo professionale e nella sua vita privata».

L’attuale vicenda “pugliese” scatenata dalla Procura di Potenza, a parer nostro puzza più come un “regolamento di conti” fra le varie correnti della Magistratura, che come un vero scandalo giudiziario. Ed ancora una volta dietro le quinte del Consiglio Superiore della Magistratura vengono fuori lottizzazioni.

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