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7 Marzo 2026 19:42

“Per fatto personale”

Il racconto di Umberto Brindani va oltre il risentimento personale e illumina dinamiche tipiche dell’editoria italiana: fragilità contrattuali dei direttori, pesi dei rapporti di potere, uso strategico della memoria professionale
di Umberto Brindani*

Triturato dai Falsissimo di Corona, Alfonso Signorini si è dimesso da direttore editoriale di Chi, dopo aver mollato anche il GF. Nel suo lungo e mieloso editoriale d’addio sull’ultimo numero di Chi, a un certo punto scrive: “Ringrazio i tre direttori, che sono stati un faro per la mia crescita professionale: Silvana Giacobini, Carlo Rossella, Pietro Calabrese. Tralasciamo quella virgola tra “direttori” e “che” (l’accuratezza nella scrittura non è mai stata un suo punto di forza), ma forse manca qualcosa? O qualcuno? Vediamo.

Silvana Giacobini è stata un grande direttore di Chi, prima di fondare Diva e Donna. Quando, nel 2005, presi il suo posto alla guida del settimanale mondadoriano, si comportò con estremo garbo e signorilità, presentandomi alla redazione e agevolando, di fatto, la transizione da un pilota all’altro. Con Carlo Rossella ho lavorato a lungo e fui anche per qualche anno suo condirettore a Panorama: grande esperto di Esteri, scrittura fluida, spiritosissimo, uomo di relazioni e, in definitiva, un geniaccio. Con Pietro Calabrese, che purtroppo è scomparso diversi anni fa, non ho mai lavorato, ma ricordo la sua gentilezza e la sua disponibilità nel darmi una mano quando arrivò in Mondadori al posto di Rossella: io dirigevo Chi e ogni tanto ci scambiavamo opinioni e suggerimenti.

il giornalista Carlo Rossella

Quindi? Ah, ecco chi manca, nei ringraziamenti di Signorini: il sottoscritto. Aridaje: se ne era già dimenticato nella recente celebrazione dei 30 anni del settimanale. Si vede che proprio non gli entra in testa. O forse ha cancellato dalla memoria l’anno e mezzo che abbiamo passato insieme, io alla direzione e lui alla vicedirezione di Chi. Si chiama “damnatio memoriae” e, in un certo senso, anche alla luce degli ultimi avvenimenti, quella dimenticanza dovrei considerarla quasi una medaglia.

Alfonso Signorini e Silvana Giacobini

Ma siccome sono innamorato della verità dei fatti, ecco come sono andate le cose. Un piccolo “insider” su come funziona il mondo editoriale. Sotto la Giacobini, a un certo punto Signorini si ritrovò a spasso, per motivi a me sconosciuti. Rossella e io lo recuperammo a Panorama, come collaboratore esterno a singhiozzo. Ci serviva la sua già allora enorme rete di contatti con il mondo del gossip. Ricordo un agosto, con il direttore in ferie e il newsmagazine affidato a me, in cui mi mancava una storia di copertina leggera, “da spiaggia”. Lo chiamai in redazione e lui si presentò con una risma di fogli A4 su cui erano scritti migliaia di nomi e numeri di telefono. “Posso telefonare a questo, o a quella, che ne dici di quest’altra?”.

Alla fine ripiegammo, mi pare, su Manuela Arcuri, o similia, e venne fuori una cover, di certo non memorabile. Poi Alfonso, sempre da freelance, approdò in tv, alla corte di Piero Chiambretti, come “lookologo”, ed ebbe un buon successo. Al punto che, sempre Rossella e io, dedicammo ai due una copertina, stavolta un po’ più memorabile, soprattutto per il titolo che mi inventai: “I rimbambini”.

Piero Chiambretti ed Alfonso Signorini

All’inizio del 2004 io passai a dirigere Gente. Signorini continuò a collaborare, non assunto, a Panorama, immagino anche quando Rossella cedette il passo a Calabrese. Insomma, con nessuno dei tre direttori “ringraziati” ebbe un vero, formale rapporto di lavoro: una se ne liberò, gli altri due lo sfruttarono come contributor esterno.

A metà 2005, la Giacobini si dimise e il manager Mondadori Nini Briglia mi contattò per prendere il suo posto. Incontrai anche Marina Berlusconi, che mi chiese di fare un giornale “in cui ci sia anche qualcosa da leggere, oltre alle foto”. Accettai, ma avevo un problema: non sapevo assolutamente nulla di gossip, che era il core business del giornale. Così, mi venne l’idea. Dissi a Briglia: “E se mi prendessi Signorini? È a spasso, accetterà di sicuro”. Lui rispose: “Ci abbiamo già pensato, anzi gli abbiamo già parlato: vorrebbe venire come condirettore”. Malefico Briglia. Ci rimasi un po’ male: ma come, mi avevano già preparato la sorpresa? Ribattei: “Nini, condirettore è troppo, lo prendo come vice e vediamo come va, poi semmai più avanti lo promuoviamo. Non preoccuparti, glielo spiego io”.

Di lì a poco, lo incontrai a casa sua. Non fu difficile convincerlo, masticò un po’ amaro ma accettò senza riserve. Gli dissi anche che, a causa del suo nuovo ruolo super partes, avrebbe dovuto sfilarsi dal cast di personaggi che erano seguiti da Lele Mora (figurava la sua foto e il suo nome sul sito della LM Management) e lo fece. Una stretta di mano suggellò un patto di collaborazione grazie al quale mandammo avanti Chi, insieme, per un anno e mezzo: io facevo il giornale, lui imparava e intanto teneva i contatti e realizzava interviste. Per dire, quando mi arrivava una paparazzata “sensibile”, toccava a lui telefonare ai malcapitati per verificare o avvertire dell’imminente pubblicazione, visto che io di quel dorato mondo non conoscevo nessuno. I risultati di vendita furono eccezionali: non solo Chi non risentì dell’addio della celebre fondatrice, ma addirittura aumentò le copie vendute con record mai più toccati in seguito.

L’ex agente di spettacolo Lele Mora

Poi, a fine 2006, si liberò improvvisamente la direzione di Tv Sorrisi e Canzoni, e i dirigenti Mondadori, il presidente Marina in testa, mi pregarono in ginocchio di prendere la guida della gallina dalle uova d’oro (Sorrisi vendeva 1,1 milioni di copie e produceva utili a milionate), garantendomi anche un sostanzioso aumento di stipendio. Non potevo sottrarmi, ma dissi chiaramente che ero preoccupato per Chi, che ovviamente era destinato a Signorini, il quale non aveva ancora maturato la dimestichezza necessaria con la gestione del lavoro redazionale, cioè l’artigianalità richiesta per la realizzazione di un giornale. Feci in modo di creargli una sorta di cintura di sicurezza, soprattutto lasciandogli la bravissima photo editor Paola Bergna. In quel periodo, Alfonso pubblicò un libro di ritratti (“Il Signorini. Chi c’è c’è, chi non c’è s’incazza”) nel quale un lungo e generoso capitolo era dedicato a me.

Dopo un paio d’anni, con il giornale che reggeva benissimo (1.070.000 copie diffuse), mi licenziarono, di botto. Il giorno prima avevo incontrato in bagno Signorini, che era direttore di Chi. Lavandoci le mani, mi sussurrò: “Stai attento, stanno succedendo delle cose…”. Quali? «Non posso dirtelo». Lo scoprii di lì a 24 ore: io cacciato, lui nominato anche direttore di Sorrisi (che nei tre mesi successivi, giusto per gradire, perse 300 mila copie).

Da allora, diciamo che il rapporto tra noi si incrinò leggermente… Io ricominciai a lavorare a testa bassa, prima a Oggi e, da tre anni, di nuovo a Gente. Lui spiccò il volo verso una luminosa carriera di megadirettore, conduttore televisivo, regista teatrale, scrittore e, soprattutto, potente tra i potenti d’Italia. Fino alla recente, rovinosa caduta.

Questa è la storia. Morale della favola: mi spiace sinceramente di non essere stato citato tra i direttori ringraziati, ma forse dovrei esserne orgoglioso.

*Direttore del settimanale GENTE

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