Gaia Tortora: ""Travaglio non lo scuso. Anche se legale resta scandaloso che un innocente stia in carcere, anche se solo per una notte"

ROMA – La polemica è stata causata dal ministro guardasigilli  Alfonso Bonafede che in un programma televisivo manifestando la sua manifesta limitata conoscenza del settore giustizia ha sostenuto che in Italia gli innocenti non finiscono in carcere (precisando successivamente, “gli assolti“). Nello studio televisivo ci ha pensa la giornalista Annalisa Cuzzocrea (La Repubblica) a smentire prontamente il ministro del Movimeno 5 Stelle: “Beh, dal 1992 al 2018 sono state ben 27mila le persone risarcite dallo Stato per essere state messe in prigione da innocenti. Quindi, ministro, gli innocenti in carcere ci finiscono eccome…”.

Subito dopo è arrivato Marco Travaglio con la sua nota spocchia arrogante e la pretesa di dare lezioni ai giornalisti, sostenendo che Bonafede ha ragione, che “non è scandaloso” se qualcuno va dentro anche se innocente, perché lo prevede la legge.

A seguito di tutto ciò la giornalista de La7, Gaia Tortora, figlia di Enzo, ha accantonato la pazienza ed ha mandato a quel paese via Twitter il direttore del Fatto Quotidiano, ed intervistata dal quotidiano Libero è tornata sullo scontro dialettico: “Travaglio non lo scuso. Anche se legale resta scandaloso che un innocente sia in carcere, anche solo per una notte”.

“Travaglio usa per sostenere le sue tesi gli stessi argomenti dell’ex pm Davigo – ha detto Gaia Tortora-. Sono il suo cavallo di battaglia, e poi vuol far credere di essere l’unico giornalista in Italia che conosce il diritto; invece non è così, io la giustizia italiana la bazzico dai tempi delle medie, per vicende personali non piacevoli, Ma quello che è ancora più scandaloso rispetto a quel che scrive è che Travaglio per difendere le sue idee insulti i colleghi”.

Per  Gaia Tortora quindi la questione non è affatto definitiva. Al giornalista che le chiede perché ha deciso di rompere il silenzio con Travaglio, risponde: “L’ho fatto altre volte. Quest’ultima non so, sono cose che ti vengono da dentro. Certo quel “non è scandaloso” mi ha indignato”.

Per Gaia Tortora i giornalisti hanno le loro responsabilità, alimentando lo scontro sulla giustizia  tra garantisti e manettari,  tornando sulla vicenda di suo padre ha detto: ” “Io so che mio padre è morto di malagiustizia, ma anche di pessimo giornalismo. In questo senso è morto invano, perché la sua vicenda ha insegnato poco ai colleghi e ancor meno a parte della magistratura”.

Nella sua intervista la figlia di Enzo Tortora ricorda quel che suo padre  le raccontava sul carcere, ” ti marchia e agli occhi dell’opinione pubblica, o almeno di una parte di essa, resti comunque un individuo sospetto. La cosa lo faceva impazzire”, aggiunge Gaia. Che ha esternato il suo pensiero sul tema “caldo” che sta mettendo a rischio l’alleanza di maggioranza del governo: la prescrizione.

“Il dibattito non può fermarsi solo sulla prescrizione (argomento sul quale Gaia Tortora è favorevole). E’ il vizio della politica italiana, concentrarsi su un particolare, scatenare un impazzimento generale e non risolvere mai nulla”.

La sparata di Bonafede è stata particolarmente indigesta per Gaia Tortona, dopo che suo padre fu condannato a dieci anni di carcere per associazione camorristica e traffico di droga. Il conduttore televisivo venne ingiustamente accusato da soggetti criminali e sulla base di tali accuse infondate fu ingiustamente incarcerato. Dopo sette mesi di reclusione, arrivò a condanna a 10 anni e solo dopo un anno Tortora fu scarcerato perché riconosciuto innocente. Per questa brutta storia, il suo nome è legato a doppio filo alla malagiustizia tricolore. Enzo Tortora morì un anno dopo la sua definitiva assoluzione.




Marco Travaglio: l’ Ometto Furioso

di Gian Domenico Caiazza

Per lui, le Camere Penali sono “penose”; motivo cioè di sofferenza, di pena, di cruccio. Lo credo bene.  Gli stiamo togliendo il giocattolo dalle mani, perciò strepita, frigna e pesta i piedi.

L’ometto dirige un giornale ogni giorno di più per pochi intimi (e tutti gravemente segnati da ossessione paranoide per manette, arresti, verbali di Polizia Giudiziaria, veline dei Servizi, roba così), il cui titolo suona, se confrontato alla sua persona, come un ossimoro.

Il nostro, si sa, con i fatti ha un rapporto idiosincratico; per lui sono un optional, ma in genere è meglio prescinderne.  Si sgola da mesi nel dire che la prescrizione è il privilegio di pochi potenti che se la procurano strapagando avvocati che ne sanno una più del diavolo.

Non gli importa che le prescrizioni riguardino 120mila processi l’anno, di cui 80mila prima della famigerata sentenza di primo grado, quando gli avvocati non toccano palla.  Lui deve dire questa cazzata a prescindere, il microfono nei vari talk glielo offrono mansueti, nessun contraddittore, e lui si gonfia come un pavone, rosso che sembra scoppiare di libidine tanto ne gode.  Dei fatti, chissenefrega.

Non so quali problemi lo abbiano accompagnato nel corso della sua crescita, periodo delicatissimo per ciascuno di noi, ma mi viene da pensare che da bambino fosse l’unico della sua scuola ad avere in camera il poster del Commissario Basettoni (“dacci oggi il tuo arresto quotidiano”, sarà stata la preghierina serale). Immagino schiumasse rabbia apprendendo ogni settimana in edicola che la Banda Bassotti era ritornata a piede libero.

Se mai avrà letto “I Miserabili”, state certi che il suo cuore avrà palpitato per l’implacabile Ispettore Javert, giustamente a caccia di Jean Valejan, ladro recidivo specifico infraquinquennale, plurievaso, per di più liberato da un’amnistia: insomma un insopportabile pendaglio da forca beneficiato dal più peloso garantismo.  Al cinema, guardando “Fuga da Alcatraz”, sarà uscito dalla sala e avrà telefonato ai Carabinieri.

Senonché accade che non più solo gli “avvocatoni”, ma Procuratori Generali e Presidenti di Corte di Appello da tutta Italia bocciano questa truffaldina riforma Bonafede: “irrazionale, illogica, incostituzionale” sono le parole che gli sibilano nelle orecchie da tutta Italia, e allora il nostro eroe sbrocca.

Una giornataccia da incubo: vuoi vedere che me la fanno fuori davvero, questa leggina che mi è costata tanta fatica?  E giù allora insulti contro le “Camere Penose” che intervenivano e manifestavano in tutta Italia.  Giusto un accenno al Procuratore Generale di Milano, perché ha osato dirlo dallo scranno di Borrelli e addirittura in presenza di Piercamillo, e c’è un limite a tutto.

Per il resto, meglio picchiare sugli avvocati e tacere al lettore quelle brutte e fastidiose notizie. Nel Paese che è riuscito a mandare al governo terrapiattisti e manettari guidati da un comico in disarmo, l’ometto è diventato il leader indiscusso del giustizialismo italiano.  È ovvio che ci fai la bocca.

Sproloquia, scrive di diritto pur ignorandone le fondamenta, assolve i buoni e condanna i cattivi, spiega ed interpreta sentenze, norme, disegni di legge, tratta una informazione di garanzia alla stregua di una sentenza di condanna, e si fa assistere da avvocati che chiedono il suo proscioglimento per prescrizione rigorosamente a sua insaputa.

Ora, dovete capirlo: i terrapiattisti vanno dissolvendosi come neve al sole ancor prima di quanto si potesse ragionevolmente immaginare, non ci sono più le mezze stagioni, ed ora stanno per silurargli pure la radiosa riforma della prescrizione.  Uno così, se gli togli il giocattolo, non sai più come tenerlo.

Ed ecco allora che, dando fondo al meglio del suo bagaglio (anzi: Bagaglino) culturale, ti storpia il nome, rabbioso.  Le “Camere Penose”.  Penose per te, amico mio; e non hai ancora visto nulla!




Protesta avvocati ad anno giudiziario contro la riforma della prescrizione. A Milano 120 penalisti escono dall'aula per protesta contro Davigo

ROMA – Gli avvocati dell’ Unione delle Camere Penali in Italia hanno protestato oggi contro la riforma della prescrizione. Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un “ergastolo processuale per cittadini imputati a vita”. “Abbiamo indicato tre articoli della Costituzione: il 24 che è per il diritto di difesa, il 27 che è la presunzione di non colpevolezza è il 111 che è il giusto processo”, ha detto l’avvocato Giovanni Briola del direttivo della Camera penale di Milano.
Quando Marina Tavassi presidente della Corte d’Appello di Milano nel ringraziare i principali ospiti presenti all’inaugurazione ha nominato Piercamillo Davigo dicendo “siamo lieti di accogliere e che per tanti anni abbiamo avuto protagonista nella sede giudiziaria di Milano“, ma proprio  quando ha preso la parola Davigo, gli avvocati della Camera Penale di Milano in segno di protesta hanno lasciato l’aula. Alle urla “vergogna” di uno dei presenti Davigo è stato costretto a interrompere il suo intervento

La sospensione del corso della prescrizionenon servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà ‘senza limiti e presenta rischi di incostuzionalità’“. E’ stato uno dei passaggi della relazione del procuratore generale di Milano Roberto Alfonso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. “La norma introdotta consente al processo di giungere all’accertamento del fatto e all’eventuale condanna dell’imputato, è ciò anche a tutela della persona offesa, ma non si può sottacere che essa viola l’articolo 111 della Costituzione, con il quale confligge, quanto agli effetti, incidendo sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo

“A nostro modesto avviso la norma presenta rischi di incostituzionalità – ha aggiunto il Procuratore Generale nella sua relazione alla presenza del ministro della giustizia Alfonso Bonafedeessa invero appare irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali“. A Milano la prescrizione nella fase delle indagini preliminari “incide per il 3,79 per cento“. E negli uffici giudiziari di Milano, ha ricordato Alfonso, ci sono “spaventosi vuoti di organico e la mancanza di risorse che contribuiscono a determinare tempi lunghi del processo“.
Nel discorso del procuratore generale Alfonso si legge che per l’imputato “già solo affrontare il processo penale costituisce una ‘pena anche per il disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica esso provoca“. E, quindi “l’inefficienza dell’amministrazione non può ricadere sul cittadino, benché imputato“. Da “oltre un decennio“, ha proseguito il procuratore  Alfonso, “denunciamo gli spaventosi vuoti di organico e la mancanza di risorse che contribuiscono a determinare i tempi del lungo processo, ma certamente la soluzione ai ritardi, alla mancanza di risorse, al difetto di organizzazione, alla inefficienza dei servizi, dunque al mancato rispetto dell’articolo 111 Costituzione da parte dei Governanti, non può individuarsi nella sospensione del corso della prescrizione, a danno dell’imputato”. Per questo “il legislatore con urgenza e con sapienza deve adottare una soluzione che contemperi le due esigenze: la tutela della persona offesa e la garanzia per l’imputato di un processo di ragionevole durata“.
 “Io rispetto le divergenze dei penalisti, sono fisiologiche”, ha risposto nel suo intervento a Milano  il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, aggiungendo di essere “pronto al confronto con tutti gli attori: condivido che dobbiamo intervenire sui tempi del processo, non ho mai detto che per me la prescrizione è un modo per ridurre questi tempi, non sono manettaro”.

Gli avvocati napoletani hanno sfilato in manette per protestare contro la riforma della prescrizione. La provocazione ha di fatto aperto la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario in programma al Maschio Angioino. Le toghe contestano la legge che, evidenziano, rischia di trasformarsi in un “ergastolo processuale per cittadini imputati a vita“. Quando la dottoressa Concetta Lo Curto rappresentante del ministero della Giustizia , gli avvocati si sono alzati in piedi esponendo silenziosamente cartelli di protesta con scritto “rispettate la Costituzione“.

“L’Avvocatura, baluardo della democrazia e garante dei diritti, è oggi qui in questa sede, per denunziare i gravissimi attentati ai princìpi e ai valori fondamentali su cui si fonda lo Stato di diritti”, ha detto prendendo la parola il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Napoli Antonio Tafuri. che ha parlato di “odiosa compressione dei diritti della difesa e del ruolo dell’avvocato sta purtroppo caratterizzando la politica giudiziaria anche nel nostro Paese”. Quindi per ben diciassette volte ha espresso il suo “io accuso”contro il potere esecutivo, dalle scelte sui tempi del processo penale alle politiche su processo civile, tributario e sulle carceri, fino all’”abuso delle intercettazioni”. Sulla prescrizione Tafuri ha ribadito: “Io accuso il potere esecutivo che ha abolito la prescrizione, spacciando questa misura come intervento acceleratorio e sapendo perfettamente, invece, che il processo senza prescrizione è un processo che non si concluderà mai”.

Il procuratore generale Luigi Riello ha introdotto il suo intervento definendo l’anno appena trascorso come “il più difficile e lacerante per la magistratura perché è esplosa una questione morale anche al nostro Interno. Deve essere chiaro che le erbacce vanno decisamente sradicate, ma è necessario non consentire che sulla nave dei salvatori della Patria e della Giustizia salgano soggetti interessati non a spezzare ignobili collusioni ma a presentare il conto ai magistrati seri”.
Gli avvocati penalisti di Catania durante il discorso del rappresentante del ministero della Giustizia alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario , si sono alzati in piedi ed hanno esibito con le mani alzate i testi del Codice Penale.
 
I penalisti di Siracusa hanno lasciato il Palazzo di Giustizia per contestare la carenza dell’organico dei magistrati e del personale amministrativo nel Tribunale del capoluogo , sottolineando anche il disagio dell’intera classe forense nei confronti della recente riforma sulla prescrizione.
 
Protesta anche a Messina dove gli avvocati hanno scelto di assistere alla cerimonia senza indossare la toga, come hanno spiegato in una nota “in segno di protesta e di dissenso nei confronti di chi “non ascolta la voce dell’avvocatura sulla riforma che ha inciso sul decorso del termine di prescrizione del reato”. “Oggi – prosegue la nota – il codice affida ai tempi del processo alla responsabilità della magistratura, prima inquirente e poi giudicante, ma solo un confronto reale e costruttivo con l’avvocatura avrebbe potuto consentire al Ministro di comprendere le ragioni reali della violazione delle norme sul giusto processo“.
 
All’inaugurazione dell’anno giudiziario del distretto di Lecce, i penalisti di Lecce hanno disertato la cerimonia. L’ assenza è stato deliberata dalla Camera penale di Lecce “Francesco Salvi” nel corso dell’assemblea degli iscritti tenutasi ieri. Una protesta contro il governo, ma nel mirino c’è anche il Csm.  La scelta di non prendere parte alla cerimonia presso il Palazzo di giustizia di Lecce, si è basata su queste motivazioni: il “no” alla riforma della prescrizione (già alla base di numerosi scioperi e astensioni) e il poco spazio riservato all’intervento dei penalisti. Le toghe salentine con la loro astensione hanno manifestato la propria solidarietà ai colleghi della Camera penale di Milano per il “caso Davigo” .
Nel motivare l’assenza delle toghe della Camera penale leccese in occasione del taglio del nastro del nuovo anno giudiziario, la giunta  esceutiva ha contestato “lo spazio limitatissimo riservato all’Avvocatura” ribadendo “la contrarietà alla legge Bonafede sullo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio e la necessità di assumere forme di protesta proporzionate alla gravità del provvedimento legislativo”.
L’ avvocato Egidio Albanese presidente della Camera Penale di di Taranto ha preferito invece fare “passerella”a Lecce  in silenzio, nello stile consueto della città delle “chiacchiere e distintivo“, da sempre appiattita sullo strapotere della magistratura locale.
I penalisti tarantini evidentemente preferiscono occuparsi di autobus ed autisti (vedi AMAT, CTP….) e portare a casa 3mila euro al mese ! Guai a contestare la magistratura e tutelare i clienti…



Il silenzio degli innocenti

di Gian Domenico Caiazza*

È il destino più infame, quello degli innocenti. Si chiamano così perché sono stati, un tempo e per lungo tempo, presunti colpevoli. La storia dell’innocente è dunque una storia di dolore, e assai raramente di completo riscatto. Quando la tua vita viene marchiata dal sospetto, dunque dall’accusa di aver commesso un reato, lo è per sempre. Se poi quel sospetto è stato valutato così grave e fondato da portarti in carcere, non c’è salvezza. Sarai per sempre guardato in un modo diverso e, quel che più conta, ti sentirai sempre guardato in modo diverso.

Da presunto colpevole, l’innocente ha vissuto sulla propria pelle i morsi feroci della riprovazione sociale. I vicini di casa ti evitano, il lavoro o è perso o è gravemente pregiudicato, gli amici si dileguano, i figli a scuola dovranno vergognarsi di te. E chissà poi come ti guardano, i figli, cosa pensano davvero. Ecco cosa è, nella realtà, un “innocente”, perfino se non sia passato dalla galera. Ed ecco perché l’innocente preferisce, di norma, il silenzio sul suo passato di presunto colpevole. O sei Enzo Tortora, e trovi la forza di parlare e di lottare per tutti gli altri, o preferisci, piuttosto che far rivivere l’incubo anche solo raccontandolo, tacere e camminare rasente i muri.

Lei sa, Signor Ministro Bonafede, che non è mio costume speculare su incidenti altrui, e ridere scompostamente di chi inciampa. Ho anche letto la sua precisazione, che questa volta francamente fatico a comprendere. Ci mancherebbe pure che l’assolto debba poi andare in galera!

Ma qui mi preme che Lei comprenda seriamente cosa possano aver significato le sue parole –“gli innocenti non vanno in carcere”- per le decine, anzi le centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto quell’incubo. E lasci perdere le condanne per ingiusta detenzione. Davvero pensa che sia quella la contabilità reale di chi ha ingiustamente patito il carcere? Lei è drammaticamente fuori strada, Signor Ministro. Si tratta di una piccolissima parte di quelli che hanno vissuto ingiustamente da colpevoli.

Ma lei ama occuparsi di vittime. Come tutti i populisti giustizialisti, Le è più comodo, facile ed utile, senza preoccuparsi se il presunto carnefice possa essere a sua volta la prima e la più tragica delle vittime.

Questo d’altronde è esattamente il discrimine tra l’idea liberale e quella populista della giustizia penale. Per i primi, diversamente dai secondi, il prezzo più alto che una società possa pagare non è un colpevole impunito, ma un innocente in galera. In verità, andiamo ben oltre il pensiero liberale. Si tratta di una idea fondativa della civiltà umana, dall’ “in dubio pro reo” del 530 dopo Cristo al contemporaneo “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il sistema processuale, signor Ministro, è ab origine concepito per prevenire questa tragedia, l’innocente in galera, l’unica davvero intollerabile. Altro che “certezza della pena”.

La facilità con la quale Lei ha potuto dire ed anche ripetere quelle parole non è dunque un incidente, ma la esatta spia del punto di vista politico che Lei esprime. E’ un problema di priorità, di cosa si abbia innanzitutto in testa quando si parla di processo, di sanzione, di pena, di innocenti e di colpevoli. Ed è il punto di vista che ha portato Lei, coerentemente con il risultato elettorale, ad essere Ministro di Giustizia del nostro Paese, ed a firmare le leggi che ha firmato. Leggi per “spazzare via” la corruzione (a proposito, complimenti per i brillantissimi risultati, sotto gli occhi di tutti), e per introdurre la categoria dell’imputato a vita, con la nota abrogazione della prescrizione. Sono leggi che vengono concepite da chi vive letteralmente ossessionato dal colpevole impunito, mai dall’innocente massacrato.

Non credo dunque che Lei debba giustificarsi, signor Ministro: questa è, semplicemente, la cultura politica che Lei esprime, con il Suo movimento stellato, i suoi Davigo, i Suoi Travaglio, i Suoi Di Matteo, insomma tutta la nota compagnia di giro. Io anzi preferisco che Lei la esprima quotidianamente, con la massima, inequivocabile chiarezza.

Si tratta invece di capire cosa ne pensino i Suoi nuovi alleati di governo; quali misteriose e penose mediazioni si pretenderebbe di concludere con l’idea del diritto e della legge penale che Lei incarna e rappresenta -sia detto a Suo onore- senza equivoci, senza mai nascondersi. Quale indecorosa resa ad esse si stia facendo rovinosamente strada su principi che dovrebbero essere non negoziabili, salvo a volersi iscrivere definitivamente nell’empireo del populismo giustizialista.

Ma sia cauto, per il futuro, quando parla di innocenti. Li lasci perdere, almeno. Come ho cercato di spiegare, di norma gli innocenti condannano sé stessi al silenzio. Ma noi avvocati le loro storie le conosciamo, e non abbiamo nessuna intenzione di tacere.

*Presidente dell’ Unione Camere Penali Italiane



Elezioni a sorpresa per il Csm : eletto al primo posto D'Amato, secondo Di Matteo

Nino Di Matteo

ROMA Elezioni a sorpresa per i componenti togati del Csm . Hanno votato 6.799 i votanti su oltre 9mila magistrati aventi diritto. Il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo, noto per il processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, si è piazzato al secondo posto con 1.184, preceduto da Antonio D’Amato per vent’anni a Palmi affianco ad Agostino Cordova e poi sempre con lui alla procura di Napoli,  attuale procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1.460 voti piazzandosi al al primo posto.

La componente di Piercamillo Davigo, con cui Di Matteo è in stretta sintonia, è arrivata seconda rispetto alla destra di Magistratura indipendente.  Candidati 18 pubblici ministeri per sostituire i due magistrati dimissionari, coinvolti nel “caso Palamara” e dell’inchiesta di Perugia per corruzione.

Il terzo pm che ha ottenuto più voti è il napoletano Francesco De Falco, protagonista dell’indagine sulla paranza dei bambini con 950 voti. Seguono in classifica  il pm di Napoli Fabrizio Vanorio con 615 voti, Anna Canepa, della procura nazionale antimafia, con 584 voti , quindi  Tiziana Siciliano procuratore aggiunto di Milano .

Vince politicamente Magistratura indipendente con D’Amato che ha fatto tutta la campagna elettorale all’insegna della battuta “io non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri”, l’ex leader di Mi, divenuto deputato Pd in quota Renzi, che lo ha seguito in Italia Viva.

Sulla candidatura di Antonio D’Amato ( a lato nella foto) sono confluiti anche voti di Unicost, la corrente centrista precedentemente guidata da Luca Palamara, uscita “ammaccata” dall’inchiesta di Perugia. Mariano Sciacca, presidente di Unicost, precisa che “Il gruppo di Unità per la Costituzione non ha sostenuto elettoralmente il collega D’Amato, al quale auguriamo buon lavoro“.

In una nota, Unicost prende atto del risultato, ringraziando De Falco, “che lontano da circuiti massmediatici, indipendente da legami di ogni sorta, rappresenta appieno i valori nei quali ci riconosciamo di professionalità, autonomia e dedizione” e ribadisce “il silenzio  assordante e denso di rabbia e protesta di migliaia di magistrati che non sono andati a votare“.

Di Matteo contrariamente a quanto ci si aspettava però non sfonda . Ma la corrente di DavigoAutonomia e indipendenza, nata proprio da una scissione con Magistratura indipendente in chiave anti Ferri – è arrivata a poter essere rappresentata da 5 consiglieri togati su 16, con une notevole”peso” decisionale nelle dinamiche interne, anche in vista di importanti nomine, come quelle del procuratore generale della Cassazione e del capo della procura di Roma.

Nonché di quelle di Torino e della stessa Perugia. Buono il risultato complessivo di Area, il gruppo di sinistra, né ha presentato molti candidati, come Canepa e Vanorio, disperdendo i voti.

Il voto espresso domenica e lunedì scorso porta alla luce anche la sfida, tutta campana, tra D’Amato, De Falco, Milita e Vanorio. Nato a Torre del Greco, D’Amato muove i primi passi  come pm a Palmi, dove trova come procuratore Agostino Cordova. Quando il magistrato calabrese viene nominato a capo della Procura di Napoli, D’Amato lo segue poco dopo.

Sono gli anni di “Tangentopoli” e il pm entra a far parte del pool che si occupa di uno dei filoni più importanti della “Mani pulite” napoletana, quello sulle tangenti nel settore della sanità che coinvolge fra gli altri anche l’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini.

D’Amato da sempre esponente della corrente di Magistratura indipendente, appartiene però all’ala del gruppo che da tempo si è allontanata dal potentissimo Cosimo Ferri, che in questa elezione “suppletiva” sosteneva almeno inizialmente un altro candidato. D’Amato in questo anni,  ha avuto esperienze al mistero della Giustizia, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e come pm anticamorra, prima di essere nominato procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere.

Con il risultato ottenuto a sorpresa di queste elezioni, D’ Amato si aggiudica il “confronto” con l’altro procuratore aggiunto samaritano, Alessandro Milita, già pm del processo sulle presunte collusioni con il clan dei Casalesi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, che si era candidato come indipendente.

Un altro pm napoletano, Francesco De Falco ha sfiorato l’elezione , venendo superato di poco da Di Matteo. De Falco vicino a Unicost, componente per la quale in passato era stato  anche componente del consiglio giudiziario, venendo ritenuto da tempo uno dei magistrati in prima linea sul fronte dell’anticamorra.

Assieme al pm Henry John Woodcock, si è occupato delle indagini e dei processi sulla “paranza dei bambini”, il gruppo di giovanissimi boss che terrorizzava il centro di Napoli. occupandosi anche delle inchieste sulle ramificazioni del clan dei quartieri Rione Traiano e Pianura, oggi leader nel mercato dello spaccio di stupefacenti.

Non è riuscito a farsi eleggere un altro pm di punta dell’anticamorra, Fabrizio Vanorio, già pm a Palermo, dove è stato anche presidente della giunta Anm, che indaga sul clan dei Casalesi e, con il pm Woodcock, ha sostenuto l’accusa nel processo sulla compravendita di senatori concluso con la prescrizione del reato per l’ex premier Silvio Berlusconi. Esponente di spicco di Md, ha pagato probabilmente la presenza contemporanea di più candidati nella sua corrente.




Tutto quello che Davigo direbbe se al posto delle toghe ci fossero i politici

di Ermes Antonucci*

Mentre la bufera sulle nomine al Consiglio Superiore della Magistratura si estende, chiamando in causa ora anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio (membro di diritto del Csm e titolare dell’esercizio del potere disciplinare), c’è un dato, piuttosto passato inosservato, che continua a sorprendere: il silenzio tombale sulla vicenda da parte dell’ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, oggi componente del Csm.

Proprio lui che da oltre venticinque anni ci ha abituati a continui interventi pubblici su giornali e tv dal taglio moraleggiante, per denunciare il diffuso malaffare nella classe dirigente ogni qualvolta vi fosse uno scandalo di corruzione e per celebrare la superiorità etica della magistratura, ora tace di fronte a una delle più gravi crisi giudiziarie ed etiche mai vissute dall’organo di autogoverno della magistratura.

Eppure, se si ricordano le bordate lanciate dall’ex pm in passato sulla corruzione della classe dirigente, si capisce che oggi di cose da dire il “vero” Davigo ne avrebbe eccome. E a spiegare il suo silenzio non basta il fatto che in questo momento egli faccia parte della commissione disciplinare del Csm chiamata a valutare il comportamento dei consiglieri coinvolti nello scandalo, visto che nell’esternare le sue opinioni l’ex pm si è sempre giustificato sostenendo di parlare in termini generali e mai di casi specifici.

Piercamillo Davigo

Così, se al posto delle toghe lo scandalo riguardasse esponenti politici, probabilmente Davigo sarebbe in televisione a dirci che “non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” e che quindi dovremmo considerare gli indagati come già colpevoli. Ci farebbe forse notare che “a 25 anni da Mani Pulite è drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale”, e che non occorre necessariamente un rinvio a giudizio o una sentenza per cacciare un funzionario pubblico, perché “molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica, ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti” (Corriere della Sera, 13 febbraio 2017).

E ancora, con toni perentori Davigo ci direbbe che “la classe dirigente di questo paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi” (lectio magistralis all’Università di Pisa, 22 aprile 2016) e che, in definitiva, oggi la situazione in Italia “è peggio di Tangentopoli”, perché “i politici (o in questo caso i funzionari pubblici in senso lato, ndr) non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi, rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto” (Corriere della Sera, 22 aprile 2016).

Se qualcuno gli facesse notare il fatto che nessun magistrato è stato arrestato e che per le stesse accuse probabilmente un politico già sarebbe in carcere, l’ex pm di Mani pulite risponderebbe che oggi “in Italia in galera ci vanno in pochi e ci stanno poco” (La Stampa, 23 febbraio 2019) e che “esiste una subcultura diffusa secondo cui a violare le leggi sono i furbi e a rispettarle i fessi” (La Repubblica, 11 maggio 2018).

Di fronte alle difese degli odierni indagati, poi, Davigo ci farebbe una lezioncina per dirci che “l’unica parte buona del processo è il pubblico ministero, per definizione legislativa, le parti private fanno i propri interessi” (La Stampa, 23 febbraio 2019), oppure che “le parti nel processo non sono uguali, perché il pm è costretto a dire la verità e il difensore dell’imputato il falso” (DiMartedì, 20 febbraio 2019).

E, infine, se anche i magistrati oggi indagati dovessero essere rinviati a giudizio, subire un processo ed essere assolti, Davigo ci spiegherebbe che “in buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca” (La Stampa, 23 febbraio 2019).

Tutte cose che il “vero” Davigo direbbe e che ora, invece, non dice.

*tratto dal quotidiano IL FOGLIO




Mattarella indice elezioni suppletive al Csm per sostituire i dimissionari

Antonio Lepre

ROMA – Oggi si è dimesso un altro consigliere del Csm, Antonio Lepre e si aggrava sempre di più il caos all’interno del Consiglio superiore della magistratura dopo l’inchiesta interna e della Procura di Perugia sugli incontri intercorsi fra alcuni membri ed esponenti del Pd per concordare le nomine del vertice del Capo della Procura di Roma, di Perugia  e di altri capoluoghi.

E’ cresciuto anche in maniera esponenziale ed imbarazzante a livello istituzionale il disagio della magistratura sullo scontro per i contatti avuti dai consiglieri del Csm  con Luca Lotti ex ministro Pd . Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio , nell’atto di incolpazione a carico di cinque togati del Csm, riferendosi a Lotti – indagato a Roma per il caso Consip – così ha scritto:  “Si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Nelle intercettazioni si sente l’ex ministro del Pd, braccio destro di Matteo Renzi, parlando sul  vicepresidente del Csm David Ermini dire: “Però qualche messaggio gli va dato forte“. Un affermazione grave e pesante pronunciata durante la famosa riunione del 9 maggio scorso in cui Lotti trattava ed organizzava con Luca Palamara, Cosimo Ferri ed alcuni consiglieri del Csm sulla strategia da adottare per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma.

Uno scandalo istituzionale-politico che imbarazza non poco il Partito democratico. E’ stato soprattutto l’ex procuratore nazionale antimafia e nuovo europarlamentare Franco Roberti a far sentire la sua voce nei giorni scorsi :”Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd“, Adesso emergono nuovi dettagli dalle intercettazioni. Il segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, interviene con una nota per dire: “Il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati”.

Il neo-segretario del Pd assicura tutti: “Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista e di civiltà giuridica secondo il quale prevale la presunzione di innocenza fino alle sentenze definitive. L’oggetto delle indagini non sono le frequentazioni ma il loro merito. Attendiamo per questo che si faccia piena luce. Agli esponenti politici del Pd protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato“. Ed aggiunge: “Ma il Pd non ha mai dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari“.

Lotti così replica alla nota di Zingaretti : “Senza fare nessuna polemica con Nicola, sono un po’ sorpreso che lo stesso segretario abbia sentito poi la necessità di dire che il “suo” Pd non si occupa di nomine di magistrati: perchè anche io faccio parte del “suo” Pd e – come ho personalmente detto a lui e spiegato oggi in una nota – non ho il potere di fare nomine, che come noto spettano al Csm“.

David Ermini

Ma a smentire e rendere sempre più debole e complicata la posizione di Lotti sono le sue parole pronunciate dall’ex ministro durante la riunione del 9 maggio. Parole scolpite come macigni contenute nell’atto di incolpazione con cui il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha dato avvio all’azione disciplinare nei confronti di cinque consiglieri del Csm. Uno di questi consiglieri, Corrado Cartoni, diceva a Palamara: “Ho problemi con Ermini, ci ho litigato”. Il vicepresidente del David Ermini dalle intercettazioni di Perugia viene raffigurato come un ostacolo alle “strategie” del triumvirato Lotti, Ferri e Palamara.

Nell’atto di incolpazione scritto da Fuzio, si legge: c’era una vera “strategia di danneggiamento” di uno dei candidati alla carica di procuratore di Roma, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, che venne prefigurata nella riunione del 9 maggio scorso , organizzata dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e Cosimo Ferri, con Luca Lotti e cinque consiglieri “togati” del Csm, tutto ciò  mentre si manovrava per “l’enfatizzazione” del profilo professionale di Marcello Viola,  procuratore generale di Firenze , il candidato fortemente voluto dai “politici” e che guarda caso è risultato il più votato dalla Commissione per gli incarichi direttivi nella seduta dello scorso 23 maggio sorso.

E’ stato tutto ciò che ha indotto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha indetto per il 6 e 7 ottobre prossimo l’elezione suppletiva per la sostituzione dei membri dimissionari del Csm. Mattarella ha deciso di indire le supplettive a ottobre in quanto la richiesta di scioglimento anticipato del Csm contrasterebbe con la necessità di cambiare le procedure elettorali da più parti richieste. Nella motivazione del Capo dello Stato si legge che le elezioni serviranno a “voltare pagina, restituendo alla magistratura prestigio e fiducia” incrinati per le vicende delle ultime settimane.

Le elezioni suppletive serviranno quindi a sostituire i membri togati del Csm dimissionari, Antonio Lepre e Luigi Spina , rappresentanti eletti dai pm, e quindi non sostituibili con i primi dei non eletti. Infatti i posti riservati al Csm per i pubblici ministeri sono quattro, e alle elezioni dell’anno scorso per il rinnovo dell’intero Consiglio superiore si erano presentati giusto quattro candidati: di qui l’esigenza delle suppletive per la sostituzione dei dimissionari.

Discorso ben diverso invece per i giudici:  le candidature per questa quota erano più numerose dei seggi disponibili. Adesso quindi esiste un bacino di “non eletti”dal quale attingere: al posto di Gianluigi Morlini, da oggi rientrato a fare il giudice a Reggio Emilia, subentrerà Giuseppe Marradi cui proprio ieri il Csm ha decretato il ritorno nel ruolo della magistratura (era distaccato al ministero della Giustizia). A seguito di tutto ciò  cambiano anche i rapporti di “forza” e peso nelle correnti all’interno del Csm. Unicost con l’uscita di Morlini perde un consigliere a vantaggio di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo a cui fa riferimento Marra .

AGGIORNAMENTO

Corrado Cartoni

Corrado Cartoni  membro togato del Csm  di Magistratura Indipendente, uno dei magistrati coinvolti nelle riunioni con Luca Palamara e Luca Lotti per pilotare la nomina del prossimo procuratore di Roma ha presentato le dimissioni:   . “Non ho mai parlato di nomine” dice specificando che  le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”  scrive l’ormai ex consigliere del Csm nella lettera indirizzata al vice presidente del Csm David Ermini, in cui ha comunicato il proprio passo indietro, .

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm – scrive Cartoninon per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”. Cartoni ringrazia “le centinaia di colleghi che, silenziosi, in questi giorni tremendi mi hanno manifestato la loro stima ed il loro affetto”  augurando “buon lavoro” ai colleghi consiglieri ed a chi subentrerà al suo posto.

Al posto di Cartoni si insedierà Ilaria Pepe, seconda dei non eletti alle votazioni dell’anno scorso per il rinnovo del Csm. La nuova consigliera appartiene alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che ha tra i fondatori e come leader Piercamillo Davigo. . In questo modo la corrente  raddoppierà la sua rappresentanza al Csm. Attualmente oltre allo stesso Davigo c’è solo un altro consigliere di Autonomia e Indipendenza, Sebastiano Ardita.




I politici e le manovre di Palamara. Tra i nemici Ermini il numero due del Csm

ROMA – Anche il vicepresidente del Csm David Ermini era finito nel loro mirino della “cupola con la toga” che non volevano ostacoli nella scelta dei nuovi procuratori. Incredibilmente era stato proprio l’accordo  tra le correnti di Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri ed Unicost, di Luca Palamara, a determinare l’elezione del parlamentare ex-responsabile per la giustizia del Pd al vertice dell’organo di autogoverno delle toghe, come vicepresidente al fianco del Capo dello Stato  Sergio Mattarella.

Luca Lotti

I “registi” dell’accordo toghe-politici si aspettavano che Ermini si rivelasse disponibile alle loro richieste, e quando si sono accorti  che il vicepresidente del Csm non si faceva “pilotare”in quel momento sono cominciate le critiche nei suoi confronti. E come l’inchiesta sta rilevando grazie alle intercettazioni in possesso del Gico della Guardia di Finanza, il dissenso non arrivava soltanto da Ferri e Palamara, ma persino anche dei consiglieri che si incontravano di notte nell’ hotel dove alloggia il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri per accordarsi sulle nomine. In primis il suo concittadino e compagno di partito Luca Lotti, fiorentino come Ermini, che era tra i più determinati a  sostenere che il prossimo magistrato  alla guida della Procura di Roma  dovesse garantire “la discontinuità” dalla precedente gestione di Giuseppe Pignatone .

Lotti vuole alla guida della procura di Roma Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze, che conosce e del quale cui evidentemente si fida e non fa mistero della sua ostilità per l’altro candidato, anch’egli a Firenze, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo, ritenuto inaffidabile, se non addirittura “ostile”, per aver travolto con le sue indagini la famiglia Renzi. Nella seconda settimana di maggio, l’ 8 maggio all’indomani dell’uscita di Pignatone , Lotti vuole dunque che si proceda con Viola. E soprattutto pretende che la nomina venga fatta in fretta, infischiandosene degli inviti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a procedere alle audizioni dei tre candidati alla sua successione (Lo Voi, Creazzo e Viola) affinchè la discussione in seno al Consiglio sia meditata e trasparente.

 

Queste conversazioni captate grazie al “trojan” inserito nel cellulare di Palamara ha portato alla luce tutti i retroscena sulle nomine che le toghe incredibilmente condividevano con i politici del Pd. Una trattativa che ha visto coinvolto anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, recentemente candidatosi  e “trombato”, cioè non eletto nelle liste di Forza Italia in Campania, in virtù dei suoi rapporti personali con Ferri e con lo stesso Palamara, nonostante questi sia tifoso sfegatato della Roma !

Ieri Luca Lotti ha diramato una nota a dir poco minacciosa annunciando che “alla fine di questa storia chiederò a tutti, nessuno escluso, di rispondere delle accuse infondate e infamanti contro di me” aggiungendo: “Pare che incontrarmi o cenare con me sia diventato il peggiore dei reati: se così fosse in molti dovrebbero dimettersi, magistrati e non“. Ma nella sua nota, il braccio destro di Matteo Renzi non fa alcun cenno alla coincidenza che lui si occupasse della designazione del capo della Procura da cui è stato imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Consip. Tutto ciò nonostante le intercettazioni effettuate per conto dei magistrati di Perugia provano che Lotti discuteva con Palamara non a cena ma durante i colloqui notturni, dettando le condizioni e criticando anche il ruolo di Ermini dopo aver evidenziato che il vicepresidente del Csm , avvocato ed ex responsabile giustizia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi ,  avrebbe dovuto rispondere proprio a lui delle scelte compiute.

David Ermini

Ma le critiche ad Ermini arrivano anche da alcuni magistrati-consiglieri del Csm che insieme Palamara si sarebbero lamentati del comportamento di Ermini che non partecipava alle votazioni in Consiglio e in questo modo non agevolava le loro strategie, o meglio le loro “lotti…zzazioni”

In alcune occasioni al tavolo delle trattative partecipava anche Claudio Lotito, che vanta una frequentazione di anni con Ferri e Palamara . Le conversazioni intercettate hanno portato alla luce  un interesse personale del proprietario della Lazio Calcio che nonostante i suoi guai giudiziari avuti in passato, si preoccupava soprattutto per delle inchieste che coinvolgono alcune persone a lui vicine, come ad esempio il consigliere di Stato Sergio Santoro indagato per “corruzione”  nell’inchiesta sulle tangenti per aggiustare le sentenze amministrative dal Consiglio di Stato, che ha travolto Fabrizio Centofanti e gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Colafiore . Da segnalare che la stessa Procura di Roma, ha chiesto nei giorni scorsi, l’archiviazione della posizione di Santoro.

Santoro è uno degli amici più cari di Lotito , con il quale condivide non solo la passione per il calcio, le vacanze a Cortina d’ Ampezzo, siede negli organi della giustizia federale calcistica, dove lo ha imposto proprio Lotito. Guarda caso a fine maggio, accade che Santoro in qualità di presidente del collegio della Corte di appello della FIGC, debba decidere del ricorso del Palermo Calcio che, il 13 maggio, si è visto retrocedere dalla serie B in C a seguito di una pronuncia del tribunale federale per illecito amministrativo. Una pronuncia che di fatto salva dalla retrocessione in C della squadra di calcio della Salernitana, che il caso vuole, ha come proprietario proprio Claudio Lotito. Santoro lo scorso 29 maggio, si asterrà non in quanto amico di Lotito,  ma perché ancora indagato a Roma,  e la Corte Federale ribalterà la sentenza. Più di qualche coincidenza evidenzia che l’attrazione di Lotito per le toghe non è soltanto una cortesia di biglietti omaggio.

Il Presidente della Lazio quando si discuteva negli incontri notturni sui nuovi vertici della Procura della Capitale,  voleva dire la sua indicando i nomi di chi riteneva debbano essere il capo e gli “aggiunti”. E guarda caso l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ora indagato per corruzione a Perugia era uno dei magistrati candidatisi alla nomina a procuratore aggiunto di Roma .

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervistato dai colleghi del quotidiano La Repubblica , la “butta in caciara”, come si dice a Roma. E come Luca Lotti, passa alle minacce: “Querelo tutti” sottraendosi a qualsiasi domanda. Già dal mese di aprile, Lotito andava dicendo in giro di avere un misterioso “candidato” per la Procura di Roma, ma nessuno sa di chi si tratti. Più di qualcuno ipotizza sia il magistrato che proprio in quello stesso mese, comincia  a Roma,  la sua campagna elettorale. Si tratta del  procuratore di Velletri Francesco Prete, che si è candidato alla successione di Pignatone al Csm , il quale spiega in qualche cena come sia venuto il momento di “archiviare” la stagione di Pignatone con la discontinuità dal suo operato.

La linea dell’Anm “Via i coinvolti, non sono degni”. Ma loro resistono

Parte in salita e con il freno a mano il riscatto del Consiglio Superiore della Magistratura nel tentativo di “riaffermare la propria autorevolezza” . Mentre il vicepresidente David Ermini è impegnato a redistribuire gli incarichi nelle commissioni dopo l’uscita di scena dell’indagato Luigi Spina e l’autosospensione di altri quattro componenti coinvolti negli incontri con i due parlamentari  del Pd, ferri e Lotti, non si può non segnalare la resistenza degli asutosospesi a rassegnare le dimissioni dal Csm, atto che consentirebbe all’organo di autogoverno di alleggerirsi da un peso che di giorno in giorno diventa sempre più difficile da sopportare.

Dimissioni che vengono richieste ufficialmente anche dall’Associazione Nazionale Magistrati che rappresenta le toghe italiane che sono coloro che eleggano i componenti togati del Csm , e riunisce tutte le correnti. Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente, e Gianluigi Morlini, di Unicost- Unità per la Costituzione, però non hanno  al momento  alcuna intenzione di lasciare l’organo di autogoverno. E tantomeno vi sono norme e regolamenti per estrometterli d’ufficio. I magistrati che si sono auto-sospesi dal Csm momentaneamente si sono fatti da parte, a seguito dell’ invito dell’invito ricevuto dal vertice del Csm, ma non hanno mai speso  di rivendicare la propria correttezza di comportamenti,  e così facendo attivato un vero e proprio braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili.

Luca Palamara

La decisione di ieri dell’Anm è stato votata all’unanimità: le riunioni in cui si discutevano le prossime nomine dei procuratori di Roma e Perugia,  a cui partecipavano il parlamentare del Pd Cosimo Ferri , magistrato in aspettativa,  e dell’ex ministro renziano Luca Lottirappresentano con evidenza un’inammissibile interferenza nel corretto funzionamento dell’autogoverno». I componenti del Csm che vi hanno partecipato «non appaiono degni dell’incarico istituzionale“. Parole pesanti e durissime, che hanno attivato  la denuncia di tutti al Collegio dei probiviri , compresi Luca Palamara, che  è stato presidente dell’Anm, oltre che ex componente del Csm ed oggi fa il pm a Roma, e Cosimo Ferri,  per eventuali violazioni del codice etico.

Luca Lotti al telefono…..

Al giudizio dell’Anm si ribellano i tre consiglieri di Magistratura indipendente, la corrente moderata di cui Ferri rimane il “leader”. “La richiesta di dimissioni è priva di fondamento” dicono spiegando che loro erano a cena con Ferri e altri colleghi di Unicost, e che solo “all’improvviso si è palesato Lotti“. A loro dire senza alcun preavviso. Ma sui contenuti delle conversazioni intercettate tacciono , solo Cartoni replica: “Il modo di procedere dell’Anm è sommario e basato solo sulla stampa, che confonde fatti diversi“. Come sempre quando qualcosa non funziona in Italia per i magistrati ed i politici la colpa è sempre della stampa…

Anche Gianluigi Morlini, del gruppo centrista Unicost, sostiene che l’arrivo di Lotti non era previsto, ed afferma ” io mi sono allontanato con una scusa, ben prima che l’incontro terminasse, certo di non aver fatto nulla contro i miei doveri di consigliere” ed aggiunge che da presidente della Commissione Incarichi Direttivi  del Csm aveva respinto l’accelerazione del voto sul procuratore di Roma e s’era schierato per le audizioni dei candidati chieste espressamente dal vicepresidente anche per conto del Quirinale. Audizioni poi mai effettuate in quanto bocciate col voto determinante di altri.

Pasquale Grasso

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso fa parte di Magistratura indipendente, che era stato molto prudente nei giorni scorsi  e per questo motivo s’è attirato le critiche degli altri gruppi, ieri si è “allineato” votando il documento unitario, pur ribandendo che sarà necessario accertare la veridicità di quanto emerso finora, “se non vogliamo trasformarci in una bestia cieca in cerca di violenza purificatrice e autoassolutoria“. I magistrati del suo gruppo, consiglieri del Csm coinvolti, raccontano di essere stati strumentalizzati da Ferri che aveva convocato Lotti a loro insaputa, non hanno gradito il cambio di rotta di Grasso. Si annunciano a questo punto, delle rese dei conti all’interno delle varie correnti. Le eventuali dimissioni infatti comporterebbero nuovi equilibri nel Csm: ai tre giudici (due di Magistratura indipendente e uno di Unicost) ne subentrerebbero due di Autonomia e Indipendenza (la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo) e uno di Area (la corrente più di sinistra ), mentre per i due pubblici ministeri bisognerà rivotare. Di fatto la corrente di Magistratura indipendente, uscita vincitrice dalle elezioni di un anno fa, verrebbe fortemente ridimensionata. Con molti mal di pancia…




CSM. Iniziativa di Ermini con il sostegno del Quirinale: nuove norme e rigore

ROMA – Sarà un pomeriggio “caldo” quello di martedì quando al Consiglio Superiore della Magistratura si terrà un “plenum” straordinario convocato del vicepresidente David Ermini, d’intesa con il presidente Sergio Mattarella, con l’obiettivo di superare la fase sicuramente più difficile per il Csm.

Ermini e Mattarella

Il vice presidente Ermini, membro “laico” indicato dal PD di cui è stato responsabile giustizia con la segreteria Renzi, a seguito dall’incontro avuto con il Capo dello Stato, ha riunito di sabato, cioè ieri  il comitato di presidenza, lui stesso e i vertici della Cassazione, che appartengono per una coincidenza anche  loro alle stesse due correnti coinvolte nello scandalo, il primo presidente Giovanni Mammone di Magistratura Indipendente, ed il procuratore generale della Cassazione  Riccardo Fuzio di Unicost.

All’ordine del giorno del plenum straordinario le dimissioni del consigliere Luigi Spina, indagato dalla Procura di Perugia per “rivelazione del segreto d’ufficio“, avendo confidato al pm Luca Palamara anch’egli indagato dalla Procura umbra nell’inchiesta per corruzione a suo carico. Il vicepresidente Ermini, al pari del presidente Mattarella, in cuor suo spera che i componenti dell’organo di autogoverno dei magistrati assumano una posizione “nettissima e forte” sullo scandalo del “mercato delle toghe”, a prescindere dalla propria appartenenza alle varie correnti interne della magistratura.

Ma non si discuterà solo di questo.Infatti martedì pomeriggio verrà discussa al Csm anche l’imbarazzante posizione di altri due componenti del Consiglio Corrado Cartoni, capogruppo della corrente di destra, ed Antonio Lepre, componente della commissione incarichi direttivi, i quali avrebbero incontrato come Spina, il parlamentare Cosimo Ferri (Pd)  e l’ex ministro Luca Lotti, con i quali avrebbero discusso  tra le varie cose, la nomina del nuovo capo della Procura di Roma.

Cartoni e Lepre al momento non sono indagati, ma il  Consiglio Superiore della Magistratura  vuole verificare se le loro conversazioni possano prefigurare qualche violazione. Per questo motivo il  Csm ha già inviato alla procura di Perugia richiesta di acquisizione degli atti ostensibili. Tutto dipenderà dal tenore dei dialoghi e dagli argomenti trattati.

Nel plenum straordinario di martedì verrà discusso anche un altro problema di primaria importanza. Secondo il vicepresidente del Csm è arrivato il momento di adottare nuove regole sulle procedure di nomina dei magistrati, in modo di farle diventare più trasparenti onde evitare altre zone oscure, irregolarità e distorsioni. Sopratutto illegalità. Da Palazzo dei Marescialli, dove le bocche sono pressochè cucite, qualcosa trapela, come ad esempio l’introduzione della procedura di procedere alle nomine esclusivamente e soltanto dopo “istruttorie ampie e più trasparenti possibili”.

A partire dal seguire l’ordine cronologico: ad esempio allorquando si rende disponibile un posto in qualche Procura, questo va immediatamente coperto con una nomina tempestiva e senza i soliti rinvii per trovare accordi “politici” in seno alla Commissione ed in consiglio. Indicazione questa, ad onor del vero, che era già stata data il 23 maggio, allorquando il vicepresidente del CSM Ermini aveva presenziato alla riunione della V commissione, che è quella che indica i nuovi vertici degli uffici giudiziari, che proprio in quell’occasione aveva votato a maggioranza in favore del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, indicato quale nuovo Procuratore capo di Roma.

In quella votazione il procuratore generale Viola era stato sostenuto dai rappresentanti di  Magistratura Indipendente, di Autonomia e Indipendenza la corrente di Piercamillo Davigo, e secondo voci ufficiose (ma attendibili) avrebbe ottenuto il sostegno anche di Unicost in cambio della indicazione a procuratore aggiunto a Roma proprio di Luca Palamara. Dalla corsa sarebbe stato escluso Francesco Lo Voi attuale  capo della procura di Palermo, anche lui della “corrente” di  Magistratura Indipendente, ma ritenuto troppo “vicino all’ex procuratore Pignatone“, e del procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, candidato “ufficiale” di Unicost.

Martedì prossimo il plenum dovrà recepire e formalizzare ufficialmente le dimissioni di Spina. Per la cui sostituzione sarà necessaria una nuova elezione, che non dovrà influire sui tempi per la nomina del nuovo procuratore capo di Roma, che peraltro è stata già rinviata proprio a causa dell’inchiesta, e che comunque non dovrebbe arrivare prima di settembre , in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura può tranquillamente funzionare anche con un membro in meno. Identica situazione per la posizione degli altri due componenti del Csm che avrebbero incontrato Lotti e Ferri: qualora venissero accertate violazioni che comportassero la loro sospensione, il plenum potrebbe comunque procedere. Infatti  per legittimare la votazione il plenum deve essere composto dal minimo previsto  di 10 magistrati sugli attuali 16 eletti o nominati dal Parlamento.




Csm. Marcello Viola favorito per la Procura di Roma. In commissione 4 voti per l’ex procuratore di Trapani

ROMA – Rimane confermata una corsa a tre per la nomina a procuratore di Roma. Solo che adesso esiste  un favorito,  Marcello Viola, attualmente procuratore generale a Firenze.

Marcello Viola

La Commissione per gli incarichi direttivi del Csm porterà al voto del Plenum tre candidati per ricoprire l’importante nomina lasciata “vacante” da Giuseppe Pignatone, andato in pensione lo scorso 9 maggio: il candidato che ha ricevuto più voti a favore (ben 4 ) è  Marcello Viola seguito  dal procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo, e del capo dell’ufficio inquirente di Palermo, Francesco Lo Voi, che hanno ricevuto entrambi un voto ciascuno.

I magistrati candidati Lo Voi e Viola appartengono entrambi a Magistratura Indipendente, la corrente moderata dei magistrati, mentre Creazzo è di Unicost-Unità per la Costituzione, il gruppo di centro delle toghe. La decisione finale spetterà al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, dopo che anche il ministro della Giustizia avrà espresso il suo parere  sui candidati proposti .

Giuseppe Pignatone

Erano 13 i candidati in lizza per il dopo-Pignatone . Il voto della Commissione per gli incarichi direttivi non è riuscito a convergere su un unico candidato, restringendo  a tre nomi la rosa .
A favore del procuratore generale di Firenze Marcello Viola hanno votato, Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (“laico” espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti  (“laico” espresso dal M5S).  In favore del procuratore di Firenze Creazzo ha votato il membro “togato” di Unicost Gianluigi Morlini, presidente della quinta commissione, e per il procuratore di Palermo Lo Voi il togato di Area Mario Suriano.

La proposta avanzata preliminarmente da Suriano di effettuare audizioni dei candidati,  appoggiata anche da Gigliotti e Morlini, è stata respinta  con i voti contrari di Basile, Davigo e Lepre.

Marcello Viola, prima che procuratore generale di Firenze, è stato procuratore di Trapani, con grande esperienza nella lotta alla mafia e componente dell’ufficio Gip Palermo negli anni più difficili della repressione del fenomeno criminale mafioso. Viola oggi è procuratore generale di Firenze ed è esperto di modelli organizzativi volti a collaborare con le altre istituzioni al fine di ottenere ausilio di personale amministrativo per gli uffici giudicanti. Molto attento anche alla repressione non solo dei grandi fenomeni criminali ma anche della piaga dell’abusivismo edilizio.

Giuseppe Creazzo, attuale procuratore della Repubblica di Firenze, è stato a capo anche di una procura di frontiera come Palmi, dove si è specializzato nella lotta alla ‘ndrangheta, e per 3 anni è stato vice capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia. La completezza della sua figura professionale è supportata dall’aver maturato anche una significativa esperienza nelle funzioni giudicanti (in primo e secondo grado), quale giudice del Tribunale di Reggio Calabria e Consigliere presso la corte d’Appello della stessa città, dove ha svolto anche le funzioni di sostituto procuratore della Repubblica.

Francesco Lo Voi, attuale procuratore della Repubblica di Palermo, è stato componente elettivo del Csm dal 2002 al 2006, membro nazionale di Eurojust all’Aja, sostituto procuratore generale presso la corte di appello di Palermo e sostituto procuratore generale presso la corte di Cassazione. In passato  ha rivestito il ruolo di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Il voto per il nuovo procuratore della Repubblica di Roma potrebbe esserci già nelle prossime settimane. La votazione definitiva è attesa per  metà giugno dal Plenum del Csm, che dovrà deliberare chi andrà a prendere il posto dell’ex procuratore Giuseppe Pignatone.




Le grandi manovre ed intrighi al CSM per la guida della Procura di Roma

ROMA – E previsto per la fine della prossima settimana il primo voto della 5a Commissione, quella che si occupa degli incarichi direttivi, ma la nomina del Consiglio Superiore della Magistratura per il nuovo procuratore di Roma potrebbe rimanere stand-by a lungo prima di approdare al plenum di Palazzo dei Marescialli . Ed anche lì potrebbero esserci imboscate e sorprese. I lavori sono cominciati, ma risulta tutt’ altro che facile l’indicazione della commissione per la poltrona di capo della Procura della Capitale, lasciata dopo sette anni, a disposizione dallo scorso 9 maggio a seguito del pensionamento di Giuseppe Pignatone dopo essere entrato in magistratura nel 1974.

l’ex-procuratore capo di Roma,Giuseppe Pignatone

Ai giornalisti che Pignatone fa ha voluto salutare e ringraziare soprattutto per  la pazienza dimostrata alle luce delle mie tante non risposte alle vostre domande“, ha detto che adesso tornera’ nella “sua” Palermo per ragioni familiari e di cuore: “Ho trascorso undici anni lontano da questa citta e cioe’ i quattro vissuti a Reggio Calabria come capo della procura e i sette nella Capitale alla guida dell’ufficio giudiziario piu’ importante d’Italia, esperienza cominciata il 19 marzo del 2012“.  Che cosa faro’ adesso? ” E chi lo sa? Di sicuro avro’ tanto tempo a disposizione per leggere ma non si escludono sorprese“. Pignatone continuera’ per il momento  ad andare in giro a presentare il libro “Modelli Criminali” sull’evoluzione negli anni della mafia siciliana e calabrese, con un’analisi sulla criminalita’ romana, che ha scritto a quattro mani con il “fedelissimo” aggiunto Michele Prestipino, .

“Una cosa ve la posso dire – ha aggiunto Pignatone –  lavorerete per molto tempo ancora su cio’ che abbiamo fatto in questi anni“,  riferimento molto chiaro al maxiprocesso su ‘Mafia Capitale‘ che ad ottobre approda in Cassazione,  una vicenda processuale che dal dicembre 2014 non ha mai smesso di tenere banco dal punto mediatico, mentre sono  o saranno presto al vaglio del Gup inchieste delicate come quelle sul nuovo Stadio della Roma, sul caso Consip e sui falsi e sui depistaggi legati al pestaggio subito da Stefano Cucchi in una caserma dei Carabinieri  mentre e’ attualmente  in corso il processo bis in assise sulla morte del ragazzo.

il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura

Le candidature alla guida della procura romana sono in tutto tredici, anche se sin dal primo momento, la rosa ristretta è composta da tre nomi: Francesco Lo Voi attuale procuratore capo di Palermo,   Giuseppe Creazzo procuratore capo di Firenze,  e Marcello Viola procuratore generale di Firenze . Al momento è previsto uno sprint finale tra Lo Voi e Viola, entrambi magistrati esponenti della corrente di Magistratura indipendente. Il problema per assurdo è proprio questo: uno dei due candidati “forti” sicuramente verrà votato dalle altre correnti, mentre l’indicazione da parte dei rappresentanti Magistratura Indipendente potrebbe dividersi. Secondo qualcuno Franco Lo Voi, sarebbe azzoppato a seguito della sua partecipazione alla cena con Matteo Salvini organizzata qualche mese fa dalla giornalista  Annalisa Chirico, anche se occorre ricordare e considerare che l’attuale procuratore capo di Palermo è legato da una profonda amicizia e stima con Pignatone.

Piercamillo Davigo

La  5a Commissione presieduta dal “togato”  Gianluigi Morlini membro togato ha sinora “evaso” 55 nomine. I componenti della commissione, alla loro prima consiliatura, devono affrontare scelte così importanti e non sarà agevole raggiungere l’ accordo tra i quattro togati che la compongono, che sono rappresentativi di tutte le correnti della magistratura,  tra i quali compare anche Piercamillo Davigo, che da presidente dell’ Anm ha ripetutamente denunciato le logiche da “lottizzazione” del Csm, ed i membri laici Emanuele Basile (Lega) e Fulvio Gigliotti (M5S) nominati dal Parlamento in rappresentanza dell’ attuale alleanza gialloverde di governo, .

Si tratta infatti di nomine che si “incrociano”, partendo dal presupposto che i candidati concorrono per diversi uffici direttivi, e che a Roma ci sono da assegnare anche due posti da procuratore aggiunto ai quali aspirano  Antonello Ardituro e Luca Palamara due ex consiglieri del CSM. La tempistica sulle decisioni dipenderà dal numero di proposte votate dalla Commissione Direttitivi, quindi i profili dei candidati verranno analizzati e confrontati e sulle proposte verrà richiesto come previsto per Legge il concerto al Ministro della Giustizia. E dopodichè si andrà al voto definitivo del plenum che in passato ha riservato non poche sorprese.

La corsa è a tre, con l’ imprevista candidatura da parte di Magistratura indipendente , di Viola sfidante di Lo Voi che inizialmente sembrava a tutti poter essere il naturale successore di Pignatone. Fra le altre undici candidature compaiono  Creazzo (Unicost) , il pg di Salerno Leonida Primicerio, il quale è in corsa anche per la guida procura ordinaria della sua città, l’ attuale procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco, e quello di Velletri, Francesco Prete. Fra le domande pervenute a palazzo dei Marescialli ci sono anche quelle di Alessandro Mancini  attuale procuratore capo di Ravenna, , di quello di Siena, Salvatore Vitello, e di Claudio Di Ruzza attuale capo della procura dei minori di Campobasso. Anche il pg di Lecce Antonio Maruccia, il  vicepresidente della Corte penale internazionale  Cuno Tarfusser, e  Giuseppe Corasaniti  attuale capo dipartimento Affari di Giustizia hanno presentato la loro candidatura . Un solo procuratore aggiunto in corsa, Michele Prestipino, braccio destro di Pignatone prima a Palermo poi a Reggio Calabria, prima di arrivare a Roma, dove è responsabile della Dda ed attuale reggente della procura della Capitale, in attesa della nuova decisione del CSM.

La Commissione Direttivi valuterà successivamente le ventitré domande per le due poltrone semi-direttive disponibili per procuratore aggiunto della Procura di Roma . Quattordici dei candidati sono già in servizio come sostituti procuratori (cioè pubblici ministeri) nella Capitale : Erminio Amelio, Maurizio Arcuri, Ilaria Calò, Giancarlo Cirielli,  Antonio Clemente,  Sergio Colaiocco, Gianfederica Dito, Nicola Maiorano, Antonella Nespola, Luca Palamara, Stefano Pesci, Vittorio Pilla, Alberto Pioletti, Pietro Pollidori.




il magistrato Davigo querela il quotidiano "Il Dubbio"

ROMA – Questa mattina è stata depositata all’ ufficio primi atti della Procura della repubblica di Milano una querela-denuncia per diffamazione aggravata a mezzo stampa, presentata dal magistrato di Cassazione  Piercamillo Davigo, attuale consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura difeso dall’ avv. Francesco Borasi del Foro di Milano,  nei confronti dei giornalisti Piero Sansonetti e Giovanni M. Jacobazzi, rispettivamente direttore e cronista del quotidiano IL DUBBIO.

Gli articoli incriminati, secondo Davigo, sono quelli pubblicati dal DUBBIO in data 9 febbraio 2019 dal titolo “Davigo giudicherà Woodcock. Ma non è incompatibile ?” (titolo all’articolo nelle pagine interne: “Davigo giudicherà Woodcock, ma lo ha già assolto” e dal sottotitolo “L’ ex pm del pool Mani Pulite è nella commissione disciplinare che dovrà valutare la responsabilità dei colleghi ma in un’intervista al Fatto si era già schierato con lui”, e di un altro articolo del  12 febbraio 2019 dal titolo “Caso Davigo-Woodcock. La scivolata di Travaglio, ed in particolare la frasi:  “può un magistrato che con tanta veemenza (ma anche con meno veemenza) ha difeso un accusato essere poi chiamato a giudicarlo ? In qualunque altro luogo della giurisdizione sarebbe tenuto a ritirarsi, a dichiarare la propria incompatibilità, se non lo facesse sarebbe sanzionato” e ” non è un peccato avere delle idee, no: lo è invece, di solito – e secondo i canoni universali del diritto – fare i giudici avendo già espresso una sentenza di condanna o di assoluzione“.

il magistrato di Cassazione Piercamillo Davigo, componente togato del CSM

Secondo Davigo, quanto scritto da Jacobazzi sul DUBBIO , e cioè che  il magistrato avrebbe “difeso con veemenza” ed addirittura “già assolto” il dottor Woodcock, cosicchè “gravi ragioni di convenienza” imporrebbero di astenermi dal giudizio disciplinare, scrive il magistrato nella sua querela “è semplicemente falso“.

Giovanni Maria Jacobazzi prima di darsi al giornalismo era un ex carabiniere diventato comandante della Polizia Municipale di Parma , ove balzò agli onori delle cronache per il suo coinvolgimento nell’indagine “Green Money 2“, in cui venne arrestato. La Guardia di Finanza nel corso di una conferenza stampa, dopo l’arresto di undici persone tra cui il Jacobazzi (a lato nella foto) all’epoca capo dei vigili, parlò di “un giro di soldi pubblici per mezzo milione di euro“.

Il Tribunale di Parma ha condannato Jacobazzi nel novembre 2017,  a 3 anni e 6 mesi per “corruzione” per una manciata”di euro ottenuta dall’investigatore privato Lupacchini per fornire alcune informazioni riservate, e per “truffa” per alcuni buoni pasto, oltre alla sanzione di 40mila euro di provvigionale immediatamente esecutiva.

Jacobazzi, che oggi fa il giornalista per “Il Dubbio”, secondo la Procura di Parma avrebbe dimostrato una certa facilità a un “uso spregiudicato della cosa pubblica”. Egli venne anche intercettato mentre faceva pressioni su un agente che aveva multato un imprenditore per un dehors al di fuori di un suo locale perchè togliesse la sanzione.




Caso Consip, rinviata al 4 marzo la decisione del Csm sui pm Woodcock e Carrano

ROMA – Si è svolta oggi dinnanzi alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura una nuova udienza del processo  nei confronti del pm Henry John Woodcock, insieme alla pm Celeste Carrano , entrambi in servizio presso la Procura della repubblica di Napoli, che avevano avviato l’inchiesta sul “caso Consip poi trasmessa nel dicembre 2016 per competenza alla Procura di Roma .

Presidente del collegio giudicante il prov. avv. Fulvio Gigliotti (consigliere laico indicato al CSM dal M5S), componenti i consigliere togati dr. Piercamillo Davigo, Marco Mancinetti, Corrado Cartoni e Giuseppe Cascini.

il collegio disciplinare del CSM

Il magistrato dr. Mario Fresa sostituto della Procura generale della Corte di Cassazione ha richiesto la sanzione della censura per Woodcock e l’ammonimento per Carrano. Secondo la procura generale i due magistrati avrebbero violato i diritti di difesa dell’ex consigliere della Presidenza del Consiglio dei Ministri,  Filippo Vannoni ascoltandolo nella veste di testimone nell’ambito del caso Consip, quando in realtà erano già in possesso degli elementi necessari per iscriverlo nel registro degli indagati , così come in quegli stessi giorni avvenne con il generale dell’ Arma  Emanuele Saltalamacchia, comandante regionale dei Carabinieri  della Toscana, e con Luca Lotti all’epoca dei fatti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio,  i quali erano stati coinvolti per la fuga di notizie sull’inchiesta dalle dichiarazioni dell’ ex amministratore di Consip, Luigi Marroni.

La mancata iscrizione, ha detto Fresa nella sua requisitoria dello scorso 7 febbraio , “configura pienamente l’illecito contestato” di “grave e inescusabile negligenza è grave scorrettezza “; è stata “una scelta non conforme al protocollo, non argomentata e contraddittoria”. I due pm, ha continuato il sostituto della Procura generale si dovevano rendere conto che Vannoni non poteva essere sentito come persona informata dei fatti”. E’ stato “scelto il soggetto più debole per farlo parlare” e secondo il pg si è trattato “di una strategia investigativa: si è ascoltato Vannoni per vestire meglio la notizia di reato” da trasmettere ai pm di Roma, titolari di un altro filone dell’inchiesta. “L’iscrizione nel registro degli indagati quando ci sono i presupposti di legge è un atto dovuto “, ha sottolineato Fresa.

L’ex consigliere del Presidente del Consiglio ha dichiarato di essere stato sottoposto a un incessante serie di domande pressanti, con le quali quale il pm Woodcock lo avrebbe più volte invitato a confessare, indicandogli dalla finestra del proprio ufficio della Procura napoletana, l’adiacente  carcere di Poggioreale.

I pm Woodcock e Carrano  hanno sempre negato le contestazioni, sostenendo di aver sempre agito nel rispetto della legge,  e questa tesi sarà riconfermata nell’udienza che si svolgerà questa mattina alle 11 davanti alla sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli dai loro difensori, l’ex componente del Csm Antonio Patrono e l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena. Secondo la  ricostruzione del sostituto della Procura generale Fresa, vanno addebitate soltanto al pm Woodcock le modalità con le quali Filippo Vannoni venne ascoltato negli uffici della Procura napoletana, la sera del 20 dicembre 2016.

Il dottor Woodcock nel corso di una dichiarazione spontanea, ha risposto alle accuse a suo carico ribadendo di aver sempre agito con “lealtà e correttezza” e di aver svolto quell’interrogatorio nel totale rispetto tutti i diritti del testimone Vannoni. Al pm napoletano inoltre vengono contestate inoltre le sue affermazioni sul caso Consip nel colloquio avuto con la giornalista Liana Milella , riportate sul quotidiano La Repubblica il 13 aprile del 2017. Il pm napoletano ha spiegato che le sue affermazioni non dovevano essere pubblicate e che era stata “tradita”  in quella occasione la fiducia riposta nella giornalista.

Il dr. Mario Fresa sostituto della Procura generale della Cassazione nella sua requisitoria, ha dato atto del percorso professionale del pm Woodcock assolutamente  “privo di incidenti”  e della circostanza che il magistrato continua a godere dell’ “ immutata stima” da parte del procuratore della repubblica di Napoli Giovanni Melillo, capo del suo ufficio.

Questa mattina ha preso la parola per primo l’ ex componente del Csm Antonio Patrono,  difensore del pubblico ministero Celeste Carrano , in servizio presso la Procura della repubblica di Napoli. Il difensore ha ricostruito le origini del procedimento mettendo in evidenza gli “attori” del caso giudiziari sulla Consip, ricordando che erano ben 5 le persone coinvolte nella vicenda, sostenendo la correttezza e legittimità dell’operato della pm Carrano, non accettando critiche sulle tecniche di interrogatorio, che sono ben altra cosa dalle procedure previste dal Codice. Patrono ha concluso ricordando che le accuse a carico dai magistrati napoletani provengono da una persona che si manifesta essere un “bugiardo seriale conclamato“, chiedendo  l’assoluzione della sua assistita da tutte le incolpazioni a suo carico con la formula più ampia possibile, perchè “non ha fatto nulla di illecito“.

Dopo una breve camera di consiglio della Sezione Disciplinare ha preso la parola l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, difensore del pm Woodcock,  che ha previsto e tenuto  in due parti (oltre due ore) la sua arringa difensiva a tutela dell’operato del magistrato napoletano.

Nella sua arringa difensiva, Marcello Maddalena ha innanzitutto evidenziato alla Sezione disciplinare del Csm la correttezza del pm Woodcock nel suo operato, ricostruendo con una minuziosa relazione letta in aula tutta la vicenda, ha sostenuto che “Vannoni è stato costretto ad accusare i pm napoletani per difendere l’operato di Lotti“.

“Ogni vostra decisione è destinata a interferire su un processo in corso” ha aggiunto  Maddalena, difensore del pm napoletano Henry John Woodcock. La ragione è che lo stesso procedimento disciplinare riguarda appunto i due magistrati “che stavano indagando sull’entourage del primo ministro in carica”  all’epoca dei fatti, cioè Matteo Renzi e che la loro inchiesta penale , trasmessa intanto alla procura di Roma, vede tra gli altri indagati l’ex ministro Luca Lotti e i generali dei carabinieri Tullio Del Sette (in quel momento comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri)  ed Emanuele Saltalamacchia, a capo del comando regionale della Toscana,  “è ancora in corso e non è stato definita nemmeno a livello di indagini preliminari”.

La lunga udienza conclusasi nel tardo pomeriggio è stata aggiornata e rinviata al prossimo 4 marzo per la decisione finale

 




Csm, caso Emiliano. La procura generale chiede “ammonimento” per il Governatore della Regione Puglia

di Antonello de fennaro – Dopo una sospensione durata circa  sei mesi il procedimento disciplinare della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura, è ripreso ieri a seguito della sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate, confermando le competenze del Csm sui comportamenti “politici” del magistrato barese Michele Emiliano  in aspettativa e fuori ruolo da oltre un decennio per gli incarichi istituzionali-politici ricoperti nel tempo. Emiliano è stato assistito nella propria difesa dal magistrato Armando Spataro ex procuratore capo di Torino, in pensione dallo scorso 1 gennaio e dalla professoressa Isabella Loiodice per gli aspetti del diritto costituzionale

CSM Emiliano

Michele Emiliano notoriamente attratto dalle telecamere e taccuini della stampa, in questa occasione ha negato il proprio consenso alle riprese televisive di Telenorba e persino all’emissione radiofonica di Radio Radicale, (che in precedenza in altre udienze aveva autorizzato)  invece a parer nostro sarebbero state necessarie ed opportune per una questione di trasparenza e rispetto nei confronti di coloro i quali dovranno votare per le primarie nel Pd pugliese per l’indicazione del nuovo candidato alla Presidenza della Regione Puglia le cui elezioni si svolgeranno nel giugno 2020.

Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Carmelo Sgroi ha svolto una breve sintetica requisitoria riepilogativa dell’impianto accusatorio nei confronti di Michele Emiliano, poichè l’attuale collegio giudicante del Csm (il terzo dall’ avvio dal procedimento avvenuto nell’ottobre 2014) è cambiato a seguito del rinnovo delle cariche del Consiglio Superiore della magistratura , ed ha riproposto nuovamente la richiesta di condanna con l’”ammonimento“, la sanzione più lieve prevista dal regolamento, nei confronti del governatore della Puglia Michele Emiliano, accusato di aver violato il divieto per i magistrati di iscriversi a partiti politici e di partecipare in maniera sistematica e continuativa alle loro attività.

Molto correttamente il vicepresidente del Csm David Ermini, al contrario del suo predecessore Giovanni Legnini, si è astenuto a presiedere il collegio giudicate della sezione disciplinare nel procedimento nei confronti di Emiliano, essendo stato in un recente passato  responsabile giustizia del Partito Democratico,  durante la segreteria di Matteo Renzi . Il collegio giudicante, è stato quindi presieduto dal consigliere Fulvio Gigliotti (laico, professore di diritto privato indicato dal M5S) , e dai consiglieri Michele Cerabona (laico, avvocato indicato da Forza Italia) , Corrado Cartoni (magistrato, Magistratura Indipendente), Giuseppe Cascini (magistrato, Area) ,Piercamillo Davigo, (magistrato, Autonomia e Indipendenza), Marco Mancinetti (magistrato, Unicost).

Nella sua arringa difensiva Armando Spataro, ha premesso che “Emiliano ha sempre proposto istanza al CSM per esercitare quei mandali politici elettivi, e non  è incolpato di aver fatto l’ amministratore pubblico”, e sostenuto che è “impossibile svolgere il mandato di amministratore nelle istituzioni senza partecipazione attiva nella vita di un partito” aggiungendo che il suo ruolo istituzionale “è al servizio della collettività, funzione “alta” del ruolo politico come amministratore pubblico“, ricordando che vi è “una lunga lista di colleghi magistrati che hanno ricoperto ruoli politici come lui“. I difensori di Emiliano hanno quindi concluso chiedendo “l’assoluzione di Emiliano per insussistenza dell’ addebito disciplinare, estinzione del procedimento disciplinare, di dichiarare il fatto di “scarsa rilevanza“, richiedendo una nuova trasmissione degli alla Corte Costituzionale, a seguito anche delle eccezioni poste ed argomentate dalla Prof.ssa Avv. Isabella  Loiodice.

Il procedimento è stato aggiornato al 14 febbraio , per consentire al sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione di poter esaminare nuovi atti presentati dalla difesa di Emiliano, ed effettuare la sua replica, e quindi arrivare il collegio ad una decisione.

 

 




Sorpresa, Marco Travaglio ha chiesto la prescrizione !

di Piero Sansonetti

Ieri, nel suo editoriale sul “Fatto”, Marco Travaglio ha ripetuto che c’è una lobby di avvocati che si batte contro la riforma della prescrizione, perché gli avvocati, di solito, usano la prescrizione come tecnica difensiva.

Travaglio scrive con molto disprezzo la parola lobby: la considera un sinonimo di gang, o banda, o cricca. Gli avvocati – dice – cercano di fare assolvere i propri clienti colpevoli, specie quelli legati a Berlusconi o Renzi  ( che di conseguenza sono colpevoli quasi automaticamente…), non smontando le accuse, perché non potrebbero, ma tirandola per le lunghe e puntando a fare scattare la prescrizione. Dunque pensavo io – Travaglio considera una cosa pessima ricorrere alla prescrizione. E più pessima che pessima, considera l’ abitudine di tirare per le lunghe i processi. Lui e Davigo ci hanno spiegato tante volte che ci sono degli avvocati che ricorrono in Appello e in Cassazione, sapendo benissimo che non potranno ottenere la cancellazione della condanna, ma con la speranza di ottenere in questo modo – date le “lungaggini” della giustizia – la prescrizione e dunque la non condanna. Beh, mi sbagliavo. Ieri mi è capitata per le mani una vecchia sentenza della Corte di Cassazione che fa un lisciabbusso a Travaglio e ai suoi avvocati per aver presentato un ricorso manifestamente infondato contro una sentenza d’appello per diffamazione.

Perché Travaglio allora presentò quel ricorso? L’obiettivo era evidente: quello di ottenere la prescrizione. La sentenza della Cassazione alla quale mi riferisco è stata emessa dalla quinta sezione penale ed è la numero 14701 del 2014. Presidente Gennaro Marasca, relatore Paolo Micheli. La sentenza si legge nelle primissime righe riguarda il ricorso “proposto nell’interesse di Travaglio Marco, nato a Torino il 13 ottobre del 1964 e di Daniela Hamaui eccetera eccetera…”. La Hamaui era stata condannata per omesso controllo sull’articolo di Travaglio, visto che all’epoca era direttrice dell’Espresso, giornale sul quale scriveva Travaglio ( i direttori, per legge, rispondono di qualunque cosa venga scritta sul giornale del quale sono responsabili).Poche righe dopo questa intestazione, si legge questa frase: “Uditi per gli imputati ricorrenti gli avvocati Enrico Grosso e Mario Geraci, i quali hanno concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata ( in subordine senza rinvio, per intervenuta prescrizione)”.

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE CHE SALVA TRAVAGLIO GRAZIE ALLA PRESCRIZIONE

Cassazione_Travaglio PRESCRIZIONE

 

Naturalmente quando ho letto quelle due paroline (“intervenuta prescrizione”) ho fatto un salto sulla sedia. Marco Travaglio chiede di essere assolto per intervenuta prescrizione? Lui che considera la prescrizione il male di mali e la bandiera sporca dei garantisti? Che devo dirvi? E’ così. Travaglio ha chiesto la prescrizione.Ci sono ancora un paio di aspetti di questa sentenza che sono interessanti. Il primo riguarda il merito della condanna. Il secondo il merito della sentenza. Il merito della condanna è presto detto. Pare che Travaglio avesse scritto un articolo corredato dal solito titolo sobrio e ammiccante, che diceva così: “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”.

Nell’articolo, Travaglio, se ho capito bene, raccontava di un incontro avvenuto nello studio dell’avvocato Taormina nel marzo del 2001 fra lo stesso Taormina, il suo assistito Marcello Dell’Utri e il colonnello dei carabinieri Michele Riccio; l’incontro – si diceva nell’articolo – sarebbe avvenuto per concordare una testimonianza, e sempre nell’articolo si diceva che nello studio di Taormina, secondo la testimonianza del colonnello, c’era anche Cesare Previti. Però Travagliosostengono le varie corti che lo hanno condannato – non diceva che il colonnello aveva dichiarato che sì Previti era in quello studio, ma non si incontrò con Riccio e Dell’Utri e la sua presenza non aveva niente a che fare con quell’incontro, nel quale invece si parlava della accuse a Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa. Dunque il nome di Previti era stato messo lì a sproposito – hanno stabilito le Corti, e omettendo un particolare decisivo delle dichiarazioni del colonnello Riccio.Il merito della sentenza della Cassazione è ancora più interessante. La Cassazione considera il ricorso del tutto infondato. E dunque – questo lo aggiungiamo noi – pretestuoso.

E per questa ragione rifiuta la prescrizione. Perché – dice la Cassazione – siccome il ricorso è inammissibile è come se non ci fosse stato. E dunque la sentenza di appello vale come sentenza ultima, e la sentenza d’appello fu emessa prima che scattasse la prescrizione. Dunque Travaglio non ne ha diritto.Sembra proprio che la Corte di Cassazione avesse letto, quando decise così, gli articoli che Travaglio avrebbe successivamente scritto. E cioè le sue severe requisitorie contro gli avvocati che ricorrono in Appello o in Cassazione solo per allungare i tempi.

La Cassazione dice che in questa occasione fu Travaglio a ricorrere solo per allungare i tempi.Cosa c’è da aggiungere? Niente di speciale. Solo constatare il perfetto funzionamento della solita legge del pendolo. Secondo la quale uno è garantista quando l’accusato è lui o qualche suo amico, e non è garantista se l’accusato è un suo nemico.Travaglio se la prende con le lobby degli avvocati. Fa male. Le lobby degli avvocati, se vogliamo usare questo termine ( lobby), hanno come interesse comune la difesa dello Stato di Diritto ( le lobby sono organizzazioni che tendono a difendere un interesse comune: i petrolieri il prezzo del petrolio, i commercianti il non aumento dell’Iva, i tabaccai la riduzione delle tasse sulle sigarette, gli ecologisti la riduzione delle automobili che inquinano eccetera eccetera).

La difesa dello Stato di Diritto è una battaglia che riguarda lo svolgimento del mestiere di avvocati, gli interessi dei propri clienti, ma anche la saldezza del sistema democratico. Poi esistono altre lobby con interessi opposti. Per esempio la lobby che si raggruppa attorno al “Fatto”, ma anche al movimento di riferimento ( cioè i 5 Stelle) e ad alcuni settori della magistratura, la quale si oppone al pieno sviluppo dello Stato di Diritto e ne chiede limitazioni che ritiene necessarie per aumentare le condanne nei processi, visto che questa lobby considera il numero alto delle condanne una garanzia di “pulizia” della società.Io personalmente non riesco a mettere sullo stesso piano le due lobby. Penso che non sia la stessa cosa difendere lo Stato di Diritto o osteggiarlo. Riconosco però la piena legittimità di tutte le battaglie ideali e il diritto di tutti ad avere e difendere le proprie idee. Anche le più reazionarie. Anche il diritto di Davigo. Anche quello di Travaglio, che è l’esponente più in vista ed è il più abile di quella lobby.

Mi lascia solo un po’ perplesso questo contrasto tra condanna della prescrizione e suo uso. Sarebbe un po’ come se scoprissimo che Salvini ha un gommone col quale, di nascosto, porta in Italia stranieri clandestini…

*direttore del quotidiano IL DUBBIO




A Palazzo dei Marescialli arriva il nuovo consiglio del Csm

ROMA – A seguito dell’elezione dei 16 membri togati da parte dei magistrati, due magistrati di legittimità, cioè di Cassazione, dieci con funzioni giudicanti e quattro con funzioni requirenti, cioè pubblici ministeri,  dopo la decisione del Parlamento che in seduta comune ha completato la composizione del Consiglio superiore della magistratura, attraverso la votazione ed elezione degli otto membri laici, alla fine di settembre si avrà quindi un nuovo plenum e sopratutto un nuovo vice presidente.

I componenti “laici” del Consiglio Superiore della Magistratura eletti sono l’ Avv. Emanuele Basile, il Prof. Avv. Alberto Maria Benedetti, l’ Avv. Stefano Cavanna, l’ Avv. Michele Cerabona , il Prof. Avv. Filippo Donati, l’ On. Avv. David Ermini, il Prof. Avv. Fulvio Gigliotti  ed il Prof. Avv. Alessio Lanzi.  

Tre dei componenti elettì del  nuovo del Csm sono in quota M5S  (Benedetti, Donati, Gigliotti). Due in quota alla Lega (Basile e Cavanna). Gli altre tre sono stati nominati a seguito delle indicazioni dei partiti dell’ opposizione.: Michele Cerabona e Alessio Lanzi, entrambi avvocati espressione di Forza Italia, e l’ ex responsabile giustizia del Pd Davide Ermini.

Una rappresentanza decisamente di centrodestra, che dovrebbe consentire l’elezione di un vicepresidente in linea alla maggioranza indicata dal governo. Quindi è facile prevedere che il nuovo vicepresidente cioè il numero due del presidente Mattarella, che prenderà il posto al Csm dell’ uscente Giovanni Legnini (Pd) dopo il 25 settembre, data di scadenza consiglio uscente, sarà un leghista o grillino. le voci sempre più ricorrenti indicano Guido Alpa, professore di diritto civile e “mentore” del premier Giuseppe Conte.

La composizione “togata” del Csm è composta da sedici magistrati che, per quattro anni  sospenderanno le rispettive attività nei vari tribunali e lavoreranno a palazzo dei Marescialli , dove dovranno vigilare ed amministrare la carriera dei colleghi. Eletti  magistrati con funzioni di legittimità: Piercamillo Davigo con 2522 voti e Loredana Miccichè con 1761  voti

I due più votati sono stati Marco Mancinetti di UNICOST, giudice al Tribunale di Roma, con 733 voti, e Paola Maria Braggion, di MAGISTRATURA INDIPENDENTE, giudice a Milano, con 720 voti.

Ecco chi sono i neo eletti:  Sono 5 i componenti di UNICOST che non varia il suo “peso” numerico (Gianluigi Morlini, giudice del Tribunale di Reggio Emilia, 651 voti; Michele Ciambellini, giudice Napoli, 598 preferenze;  Concetta Angela Roberta Grillo, presidente di sezione al tribunale di Caltagirone, che ha avuto 522 voti; Luigi Spina, pm a Castrovillari.) ed altrettanti quelli di  MAGISTRATURA INDIPENDENTE che conquista 5 posti, due in più rispetto all’ultima legislatura,  (Corrado Cartoni, giudice a Roma, che ha ottenuto 614 voti ; Paolo Criscuoligiudice a Palermo, 540 voti; Antonio Lepre, pm a Paola con 1997 voti ).  4 eletti per AREA che vede quasi dimezzata la sua quota di eletti al Csm (Giuseppe Cascini pm del processo Mafia Capitale ed ex segretario dell’Anm con 1928 voti, Alessandra Dal Moro, giudice a Milano, con 589 voti; Mario Suriano giudice a Napoli, 567 voti; Giovanni Zaccaro, giudice a Bari, che ha avuto 671 voti),  2 soli membri per  AUTONOMIA E INDIPENDENZA, la corrente di Piercamillo Davigo, che  guadagna uno passando quindi a due,  (fra cui lo stesso Piercamillo  Davigo) e  Sebastiano Arditta attuale procuratore aggiunto a Catania, con 1291 voti.

Il nuovo consiglio si insedierà il prossimo 25 settembre. E sono già in molti i dirigenti e funzionari a preoccuparsi dei nuovi equilibri, rischiando di dover lasciare i propri incarichi, a partire dall’addetto stampa del Csm , notoriamente persona di fiducia del vice presidente uscente Legnini e “simpatizzante” della sinistra.

 

 

 

 




Anche il Csm svolta a destra: Davigo stravince alle elezioni

Piercamillo Davigo

ROMA  -Svolta a destra al Consiglio superiore della magistratura,  organo di autogoverno delle toghe . Mentre lo spoglio non è ancora finito, il ribaltone elettorale non appare meno sorprendente e travolgente di quello politico del 4 marzo. Alla Corte di Cassazione, dove si conquistano i due seggi più prestigiosi e autorevoli, sono state sconfitte le correnti di Unicost (centro) e Magistratura democratica e Movimento per la giustizia (sinistra). Dilagante il successo in termini di preferenza per Piercamillo Davigo, ex pm del “pool Mani Pulite“.

Inizialmente partito come “outsider” a capo di Autonomia e Indipendenza  corrente che ha fondato in polemica con la degerazione delle altre, si è classificato primo degli eletti ottenendo 2522 voti . Il secondo seggio della Cassazione è andato con 1761 preferenze a Loredana Micciché di Magistratura Indipendente, corrente tradizionalmente più conservatrice. Restano esclusi i candidati Carmelo Celentano (Unicost ) con 1714 voti  e Rita Sanlorenzo di Magistratura democratica , fermatasi a 1528 preferenze.

A questa elezione farà seguito domani lo spoglio che riguarda i 10 posti da giudice, quindi a seguire lo spoglio che riguarda i pubblici ministeri4 i consiglieri da eleggere. I magistrati hanno votato sabato e domenica scorsa per rinnovare la componente “togata” del Csm, mentre giovedì prossimo 19  luglio si svolgerà la prima seduta del Parlamento per eleggere gli 8 componenti laici. Una elezione che proprio alla luce del voto del 4 marzo potrebbe causare una rivoluzione nella composizione del Consiglio: 3 degli eletti saranno in quota M5S (tra cui il vicepresidente), 2 alla Lega (che in cambio otterrebbe un proprio giudice-rappresentante alla Corte Costituzionale), due al Pd e soltanto uno per Forza Italia.

Le due correnti vincitrici sono quelle più aperte al dialogo con la maggioranza gialloverde che guida il Governo in carica. Quando nella fase più drammatica della crisi conseguente alle elezioni politiche, le due correnti si erano rifiutate di sottoscrivere un documento di solidarietà nei confronti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo che Luigi Di Maio aveva annunciato di voler chiedere al Parlamento la sua messa in stato di accusa.
Nella mattinata di ieri  prima dell’ufficialità dell’elezione di Davigo e Miccichè, anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si era espresso  con parole chiare sulla elezione dei consiglieri del Csm. : “Nella scorsa legislatura persone degnissime hanno fatto un salto dal governo in carica direttamente al Csm, non si era mai visto. E anche su questo ci sarà ora discontinuità. Il riferimento fatto dal Guardasigilli è all’attuale vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, il quale era sottosegretario nel governo Renzi allorquando venne eletto membro “laico” di Palazzo dei marescialli.
Il Guardasigilli Bonafede ha tenuto a precisare che  “Il mio non è stato un attacco personale a Legnini, – ha detto il ministro – che ha lavorato benissimo e ho già avuto modo di esprimergli il mio apprezzamento, mi sono limitato a sottolineare la prassi avviata dal governo precedente di portare all’interno del Csm . Sono stati fortunati perché Legniniè una persona seria ma si tratta di una prassi spregiudicata per chi vuole tutelare il confine tra i diversi poteri dello Stato”. Davanti ai senatori, il ministro Bonafede aveva anche parlato di “sottosegretari del governo nella scorsa legislatura per caso intercettati mentre mandavano messaggi ai magistrati su cosa votare al Csm”, assicurando anche rispetto a casi del genere “discontinuità” .

Il successo elettorale  di Davigo infatti, ha fatto saltare il banco dei giochi tra le altre cordate “sindacali” che concorrono per entrare nel parlamento delle toghe. Ognuno ha qualche motivo di astio nei confronti di Autonomia e Indipendenza, il  gruppo di Davigo,  considerato di destra e vicino al M5S , che  ha diviso da un lato i conservatori di Magistratura Indipendente, la componente guidata da Cosimo Ferri, già sottosegretario alla giustizia , molto abile nel trasformismo politico  passando da Berlusconi a Enrico Letta, per poi approdare al governo Renzi, che è stato molto criticato dall’ex magistrato del pool di Mani Pulite.

Autonomia e Indipendenza  ha sottratto anche voti ai moderati di Unicost ed infine ha impedito alla “sinistra” di Area di arrivare ai due seggi riservati alla Cassazione considerati prestigiosissimi,  che aveva sempre raggiunto. Chiaramente non manca anche una certa invidia per l’esposizione mediatica di Davigo molto richiesto e presente nei talk televisivi. Ma anche lo “scherzetto” fatto ai colleghi quando era presidente dell’Anm , quando appena si dimise, si collocò all’opposizione.

I giochi che “contano” si faranno solo dopo l’elezione dei membri laici delI giochi veri però arriveranno solo con l’elezione dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura attualmente guidato dal vicepresidente Giovanni Legnini, che decadrà il prossimo 25 settembre. Infatti entro la fine di luglio in Parlamento maggioranza e opposizione dovranno indicare gli 8 membri da nominare ed al momento sembra che l’assegnazione della vicepresidenza andrà a un esponente del Movimento Cinque Stelle, e  la Lega dovrebbe ottenere in cambio il semaforo verde per  un giudice costituzionale indicato nella figura del professor Luca Antonini, considerato il “padre” del federalismo fiscale.

Una sorpresa potrebbe arrivare da Forza Italia che dovrebbe indicare a Palazzo dei Marescialli un senatore, lasciando libero un posto per il rientro al Senato di Silvio Berlusconi. Un puzzle quasi diabolico in cui  dopo la riabilitazione del Tribunale di Milano, ed incredibilmente grazie al Csm,  Berlusconi potrebbe rientrare in carica .

Adesso quindi il Csm, rischia di diventare un ring di boxe per magistrati,  su cui Davigo, nonostante il proprio prestigio personale, grazie ai trascorsi di magistrato del pool milanese di “Mani Pulite” ed il paradosso di essersi candidato in gioventù nel Msi di Giorgio Almirante in Lomellina,  è stato a lungo definito “una toga rossa”, potrebbe rischiare incredibilmente di trovarsi in minoranza. In un Csm che dovrà più che altro pilotare “il traffico” dei magistrati, considerando che in questi 4 anni sono state fatte 1000 nomine sulle 1.200 a disposizione.  E quindi c’è ancora tempo.

 

 




Striscia la Notizia aveva ragione: l’appalto da 6 milioni di euro dell’ ASL Taranto alla Cooperativa Domus era illegittimo

ROMA – Ci sono volute le gole profonde, i “veggenti” di Striscia la Notizia, i servizi divertenti e ficcanti dell’inviato Pinuccio, le nostre contestazioni alla Presidenza della Regione Puglia, con il governatore Michele Emiliano che detiene anche la delega alla sanità, sempre più silente ed assordante… per scoperchiare l’ennesimo conflitto d’interesse che regnava indisturbato ancora una volta nella gestione delle gare d’appalto all’interno dell’ ASL Taranto.

Il  servizio andato in onda la scorsa settimana (vedi il video sopra) in cui l’inviato di Striscia la Notizia aveva rivelato in anticipo la ditta che avrebbe vinto un appalto per conto dell’ASL di Taranto.

 

Al direttore dell’ ASL Taranto Stefano Rossi, peraltro in predicato di essere sostituito,  non è restato altro che confermare la fuga di notizie relativa all’aggiudicazione preannunciata da Striscia la Notizia in favore della Cooperativa DOMUS ed aggiunge: “Grazie a Striscia la notizia abbiamo approfondito e siamo già intervenuti, anche segnalando il caso all’Autorità Giudiziaria” aggiungendo con forte imbarazzo che  “con ogni probabilità quella gara verrà annullata“. Una gara da 6 milioni di euro !

Resta da chiedersi con quali presupposti vengono gestite queste gare, ed infatti il CORRIERE DEL GIORNO e proprio per questo motivo ha cercato ancora una volta di andare sino in fondo, identificare e rivelare i nomi dei tre componenti della commissione aggiudicatrice: Presidente era la dr.ssa Giuseppina Ronzino (direttore del Distretto socio sanitario n.6 , ASL Taranto) e componenti il dr. Oliviero Capparella, (direttore del Distretto socio sanitario n.1 , ASL Taranto ) ed il dr. Vito Giovannetti, (direttore Struttura Complessa Socio-Sanitaria, ASL Taranto) il quale all’improvviso due anni fa è diventato anche giornalista pubblicista  grazie ad un’improvvisa iscrizione all’ Ordine dei Giornalisti di Puglia, titolo grazie al quale ha legittimato la sua posizione di responsabile dell’ufficio stampa che per anni ha esercitato illegittimamente e quindi illegalmente.

Oliviero Capparella

Secondo le dichiarazioni di Rossi a “Striscia la Notizia”, uno dei tre componenti e cioè Oliviero Capparella avrebbe agito in conflitto d’interesse, avendo avuto in un recente passato dei rapporti di lavoro con la Cooperativa DOMUS. Da nostre autorevoli fonti interne ai vertici dirigenziali delll’ ASL Taranto abbiamo appreso in tarda serata, dopo la messa in onda del servizio di Striscia la Notizia, che il direttore generale Stefano Rossi ha trasmesso il fascicolo alla Commissione Disciplinare, la quale per quanto accaduto potrebbe persino licenziare il dirigente Capparella. Inoltre ci è stato riferito  il direttore generale Rossi, che ma egli stesso anticipato in televisione,  si appresta in queste ore a presentare denuncia penale alla Procura della Repubblica per cercare di salvarsi sopratutto dalle proprie responsabilità indirette che sono sotto gli occhi di tutti.

Come poteva il direttore Rossi non conoscere i rapporti non solo di Capparella ma anche della Ronzino con la Cooperativa DOMUS , nominandoli in commissione ? Infatti la Ronzino ( a lato nella foto) era già stata presente in un’altra commissione composta da enti pubblici (Comune di Pulsano, Grottaglie)  in occasione della quale la prosecuzione del servizio di integrazione (mensa) scolastica ed extra scolastica anche per l’anno 2017/2018 era stato affidato in via diretta alla “società Coop.va Domus fino alla data del 31.12.2017 con impegno della spesa necessaria, pari a complessive € 181.475,00 (di cui € 138.119,00 quale quota di compartecipazione degli utenti al servizio d’ambito ed € per 43.356,00 quale quota vincolata per attuazione del Piano Sociale di Zona

E pensare che nel maggio 2016 proprio l’ ASL Taranto aveva organizzato un  “Seminario Formativo su Trasparenza e Anticorruzione nella Pubblica Amministrazione”, svoltosi  presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi Bari, sede di Taranto, che aveva come ospite d’eccezione, il Presidente dell’ ANM l’ Associazione Nazionale Magistrati (all’ epoca dei fatti – n.d.r. )  Dott. Piercamillo Davigo che fece il quadro della corruzione in Italia illustrando possibili rimedi.

Per Piercamillo DavigoLa prima caratteristica comune della corruzione è la serialità. Chi compie il reato di corruzione lo farà di nuovo, diventando seriale. Chi decide di fare spregio delle regole imbocca spesso una strada senza ritorno.”  “Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana rispetto a quelle europee – aggiunse Davigo –  è la mancanza di senso di appartenenza il dipendente pubblico, in italia, non è orgoglioso di essere un dipendente pubblico. Bisogna ricostruire un processo di appartenenza. Se uno occupa un posto perchè ha vinto un concorso, sarà orgoglioso di se stesso e questo è uno dei migliori metodi contro la corruzione”.

Altro aspetto su cui intervenire, sottolineava Davigo, “è il contesto, perchè non bisogna tenere conto solo del corrotto e del corruttore, ovvero di chi fa o riceve corruzione attiva, ma anche di quella passiva, cioè di tutti quelli che ricevono benefici e vantaggi da quest’azione. E a questa platea bisogna poi aggiungere un nocciolo di intermediari che a volte sono persone già espulse dalla pubblica amministrazione“. Davigo concluse così: “Non è pensabile fare la concorrenza alle mazzette con lo stipendio, dobbiamo tenere la gente che lavora nella pubblica amministrazione libera dal bisogno”. Ma forse quel giorno Rossi ed il “fido” Giovannetti erano troppi occupati a “scodinzolare” … intorno a Davigo !

Un’imbarazzante coincidenza quella raccontata da Pinuccio il quale si è visto dare sulla sua pagina Facebook dell’ “idiota” ed “infameda una tale  Monica Campolucci di Castellaneta , che guarda caso risulta essere un’attivista del PD di Castellaneta, la quale lavora per l’ ASL Taranto,  ed è considerata anche lei guarda caso…molto “vicina” a Michele Mazzarano, al punto da dedicargli in un recente passato un ampio servizio fotografico sulla sua pagina Facebook , insieme a Massimo D’ Alema

Massimo D’Alema, Ludovico Vico e Michele Mazzarano

 

 




Una giustizia “giusta” o utile alla “casta” delle toghe ?

di Antonello de Gennaro

L’adunanza generale del Consiglio di Stato ha dato parere favorevole alla destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo decisione adottata dall’organo di autogoverno della magistratura amministrativa ha pochi precedenti nella storia giudiziaria italiana. La decisione presa dall’Assemblea plenaria del Consiglio di Stato non sarà immediatamente operativa. Bisognerà infatti attendere il passaggio al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa che avrà il compito di redigere il decreto di destituzione, sul quale dovrà apporre la propria firma anche il Presidente della Repubblica. Dopodichè Bellomo che  è indagato per aver ricattato allieve della scuola “Diritto e Scienza”, da lui diretta, che venivano preparate al concorso di accesso alla magistratura, dovrà lasciare la magistratura.

Francesco Bellomo

Secondo la denuncia del padre di una delle allieve che ha fatto venire alla luce il caso, Bellomo da direttore della scuola privata di formazione “Diritto e Scienza”, avrebbe imposto alle borsiste minigonne, tacchi a spillo e trucco marcato, oltre alla risoluzione del contratto se si fossero sposate. Sulle vicende che hanno portato il Consiglio di Stato alla decisione di oggi, sono diverse le procure hanno aperto indagini nelle quali si ipotizzano reati che vanno dall’estorsione, alle minacce.

Bellomo ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali con alcune allieve, sostenendo che fossero consenzienti. E, dal canto suo, nega alcune accuse e difende il suo corso: “Il mio è un metodo scientifico di intendere la funzione della ragione nelle cose umane. Tutti i geni, Einstein, si sono dovuti difendere dagli attacchi di chi non ne conosceva le idee. Non avrei voluto divulgare le mie, ma sono venute fuori. Allora perché non dite che funzionano? Le mie allieve (e i miei allievi) hanno superato il concorso più di quelle di qualunque altro corso. E poi il dress code non è quello che scrivete“.

pm Davide Nalin

Anche  il pm di Rovigo Davide Nalin, assistente di Bellomo, è  finito sotto indagine, ed è stato sospeso cautelarmente dal Consiglio Superiore della Magistratura  a seguito delle denunce. Nalin ha sostenuto nei giorni scorsi in televisione ( RAITRE ) ancora una volta le proprie tesi respingendo ogni accusa: ha ammesso di essere amico di Bellomo, ma ha detto anche di non saper nulla delle sue fidanzate, e di aver fatto soltanto una volta da paciere con una terza persona.  Se ci sarà un processo, in ogni caso, Nalin “pronto a difendersi e a dimostrare di non aver responsabilità di nessun tipo”.

Un padre: “Ci ha chiesto la conciliazione  “Mia figlia sta cercando di tornare a una vita normale“, dice intanto il padre della ragazza piacentina che ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati. L’uomo riferisce che la ragazza – laureata alla Cattolica di Piacenza – ora sta meglio ma “questa odissea le ha distrutto la vita. Ha ripreso a mangiare e a studiare, ma è ancora in cura dagli psicologi”. Ripete che la figlia “è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio“. Bellomo avrebbe cercato, dopo aver appreso della denuncia, di arrivare a una conciliazione con la ragazza. I Carabinieri “sono venuti più volte, chiedevano a mia figlia di firmare un atto di conciliazione. Sono venuti a maggio, e poi a ottobre, ma lei era in ospedale”, conclude il padre. ​

Delle vicende certamente poco edificanti sul mondo della magistratura, come quella che ha  portato all’arresto (in carcere) del giudice Roberto Bufo,  56 anni,  residente a Carrara e in servizio al tribunale di Pisa , e in precedenza era pubblico ministero a Massa, dove era già stato indagato  e venne difeso dinnanzi nel 2002 dinnanzi al Csm da Piercamillo Davigo l’ex-presidente dell ‘ ANM- Associazione nazionale magistrati.

In quella circostanza la pratica a carico di Buffo venne tenuta molto molto nascosta, riguardando perizie che dalla Procura erano state affidate ad amici e pagate un prezzo esagerato, Come finì dinnanzi al plenum del Csm ? Diciotto voti favorevoli al trasferimento d’ufficio, 8 per l’archiviazione del caso, 5 astenuti. Passò a maggioranza, nella seduta plenaria del Csm, il trasferimento coatto del pubblico ministero Bufo da Massa, che così salvo onore, stipendio e toga.

Erano due sostanzialmente gli episodi nel mirino di chi accusava il magistrato Bufo di “disinvoltura professionale“, “procedura giuridicamente inesistente” e “liquidazioni consistenti” sempre al medesimo consulente. Incredibilmente Bufo non fu oggetto di alcun procedimento o accusa in sede penale ma soltanto disciplinare. legittimo chiedersi: ma se questi fatti fossero accaduti per opera di un cancelliere giudiziario, si sarebbe salvato da un processo penale dinnanzi a tali gravi accuse. Ne dubitiamo fortemente…

Abbiamo fatto qualche ricerca ed abbiamo scoperto cosa accadde al Csm.  Il primo caso trattato fu una inchiesta del pm Bufo sui presunti assenteisti in Tribunale, finita con un buco nell’acqua, il secondo relativo al sequestro di una villa dei contrabbandieri. Il relatore per la proposta di archiviazione al Csm ( prof. Ronco n.d.r. in apertura dei lavori, dichiarò che il magistrato Bufo aveva legittimamente sequestrato la villa nel corso dell’inchiesta sul contrabbando. Ma avvenne qualcosa di poco chiaro custodia della villa.

La valutazione – disse il prof.  Ronco di prudenza o imprudenza concerne le modalità della custodia. In realtà la custodia fu intesa dal dottor Bufo in modo dinamico per evitare che il bene perdesse il suo valore (tremiliardi di vecchie lire ndr). Il piano terra dell’immobile e le pertinenze furono affittate a un sottufficiale della Guardia di Finanza, un maresciallo dello stesso corpo che aveva espletatole indagini in quel procedimento”.

La locazione al finanziere venne fissata per un importo assai modesto (250mila lire al mese). “Poi vi sarebbe stata una spesa eccessiva sul giardinaggio (1 milione e 200mila lire al mese) e poi al custode vennero liquidate per un anno di custodia 24 milioni di lire, cioè due milioni al mese”.Queste spese di custodia vennero comunque liquidate, spiega Ronco, dal procuratore della Repubblica. Decisioni sulle quali il Csm si guardo bene dall’aprire un procedimento anche a suo carico.

Consulenze nel mirinoIl terzo capo di incolpazione – continuava  il professor Ronco  – concerne in realtà un’altra consulenza affidata al rag. Lupetti, cioè allo stesso rag. Lupetti che era stato nominato in quell’altro momento custode di quella villa“. La consulenza era relativa alla  “verifica e il controllo di una serie di natanti sequestrati in un procedimento transnazionale che aveva il campo di realizzazione dei reati in Grecia“. che venne affidata ancora una volta al rag. Lupetti invece di affidarla alla Guardia di Finanza senza aggravio per l’erario. Ma in questo caso “la lamentela della Guardia di Finanza può avere un rilievo  – commentava Ronco – ma non tale da comportare una abnormità dell’atto compiuto“.  Insomma si sostenne dinnanzi al Csm la libertà di scelta del magistrato (tanto paga il contribuente !)

Raddoppio del compenso . Per quanto riguarda il profilo della liquidazione che sarebbe stata superiore a quella richiesta dal consulente esterno andava detto, sempre secondo secondo il prof. Ronco, che anche qui si trattava di una liquidazione disposta poi in concreto dal procuratore della Repubblica di un compenso che tra la somma minima di 6.740mila e un massimo di 12milioni e 570mila… prendeva come base la media e la raddoppiava sulla base della normativa che consente il raddoppio quando l’incarico sia particolarmente complesso (ma qui altri membri intellettualmente “corretti” del Csm intervennero per contestare che in realtà la complessità millantata altro non era che andare ad annotare delle targhe di motoscafi in Grecia.

Proposta di trasferimento.  Il professor Viazzi, relatore per la proposta di trasferimento d’ufficio disse : “Ci troviamo difronte a un caso non particolarmente drammatico per l’oggettività dei fatti, ma significativo e sufficiente a fondare un trasferimento coatto proprio perché i fatti, per il luoghi soprattutto dove si sono verificati, quindi un piccolo ufficio, per la risonanza che hanno avuto proprio dentro e fuori dall’ufficio, sono tali da ritenersi compromesso quel prestigio che è richiesto per l’esercizio delle funzioni giudiziarie, perché si è trattato di comportamenti disinvolti, un po’ pasticciati, leggeri e per certi aspetti sconcertanti, posti in essere appunto in una piccola sede qual è Massa, quindi con effetti ancor più deflagranti proprio perché si è trattato di comportamenti finiti immancabilmente in pasto all’opinione pubblica, non solo locale perché sono anche vicende rimbalzate per le voci, le critiche, lo sconcerto derivatene all’interno anche dei corpi di polizia, soprattutto la Guardia di Finanza, rimbalzati fino a Genova, alla Procura generale che è intervenuta con decisioni“.

«Quella gestione naif» . Riguardo al caso dei presunti assenteisti “… non è più oggetto di contestazione la mancata informativa al dirigente per il semplice motivo che è venuto fuori dallo stesso dirigente nel frattempo andato in pensione che la prassi del tutto singolare di quell’ufficio era nel senso che non si doveva mai informare il dirigente delle iniziative che adottavano i sostituti… le condotte disinvolte del dottor Bufo si collocavano coerentemente ecco in un contesto alquanto naif della gestione di quest’ufficio – spiegava il consigliere Viazzi  – che era il peggio diretto di tutto il distretto”.

Fascicoli nell’armadio “Cito – continuava il prof. Viazzile frasi del procuratore generale Marvulli in audizione quando diceio appena preso possesso delle funzioni di procuratore generale ho avuto sentore… perché Massa è stato sempre un ufficio giudiziario che ha dato dei problemi, c’era già stata un’ispezione ministeriale che aveva ad esempio accertato la presenza di numerosi fascicoli, processi penali, che erano custoditi in un armadio che risalivano a moltissimi anni addietro e che si sono conclusi tutti con declaratoria di prescrizione, quindi il mio primo impegno è stato quello di andare a verificare in loco questa situazione, situazione che ho trovato con molto disagio negli uffici della procura, dove il procuratore capo era in procinto di abbandonare l’ufficio per raggiunti limiti di età e per quello che mi è stato riferito da avvocati e funzionari di cancelleria questo giovane magistrato dottor Bufo non si comportava con metodi ortodossi nella gestione di alcuni procedimenti”.

Un affitto irrisorio.  L’affitto – spiegava il relatore Viazzi che proponeva il trasferimento – che doveva pagare il finanziere per abitare nella mega-villa, con tanto di campi da tennis e da calcio e di piscina, era “simbolico” cioè non doveva pagare neanche le utenze che sfruttava. Infatti il pm Bufo non aveva fatto staccare le utenze che così finivano a carico dell’erario. “Beh – diceva Viazzi c’è la norma generale che consente di raddoppiare i compensi ma… quando mai si è liquidato da parte nostra più del massimo ad uno che non celo chiede… e questo è stato fatto“. “Qui non stiamo discutendo – continuava Viazzidi illazioni, sospetti, accuse enfatizzate o sfornite di prova, parliamo di fatti, questi fatti sono in rapporto causale con la ritenuta compromissione del prestigio dell’ordine giudiziario, la restaurazione di questa credibilità, autorevolezza, imparzialità dell’amministrazione della giustizia può andarsi a nostro avviso solo attraverso lo strumento dell’articolo 2, per cui insistiamo con la proposta di trasferimento d’ufficio“.

Manette “facili” . “Questo dottor Bufo – disse a suo tempoo  il consigliere del Csm dott.  Pastore autore un intervento durissimo – ha arrestato persone del suo ufficio e anche di un discreto livello per fatti di cui sono stati riconosciuti innocenti ed è gente che sta ancora lì. Ha dato a un privato una villa da 20 milioni per 250mila lire al mese. Lo Stato che egli rappresenta ha pagato luce, gas, telefono ed acqua e in più gli ha pagato il giardinaggio per un milione al mese, è un fatto questo grosso come una casa. Quest’uomo ha dato a un privato cittadino 60 milioni di lire in cambio di 750mila (l’affitto ndr), più bollette gratis e la custodia a due milioni al mese all’amico Lupetti. C’è un custode pagato due milioni al mese ed è affar suo custodire non inventare poi un sotto custode, un inquilino.Come volete che il futuro contestato dal pubblico ministero, domani il ladro d’auto, quello che ha rubato un’autoradio, il portalettere che ha aperto una busta e ha rubato un assegno da 50 euro, come potete pensare che questo porti rispetto ad un magistrato così? In sede disciplinare si vedrà cosa avverrà, ma in questa sede dobbiamo metterlo per lo meno, lui e la giurisdizione, al riparo dello scandalo“.

il magistrato Piercamillo Davigo

“Feste e festini nella villa” Il clima del plenum del Csm si surriscaldà abbondonando il fair play. Se ne lamentava poi la difesa cioè il magistrato dr. Piercamillo Davigo, contestando contenuti buttati lì e non documentati. Il consigliere Viazzi non ce la fece più e sbottò :”Il procuratore generale Marvulli per far cessare la locazione ha dovuto fare un blitz. Ci ha raccontato:Sono andato a Massa e ho voluto prima sentire perché questo sottufficiale si era separato dalla moglie, perché mi era stato detto che questa villa veniva utilizzata anche per fare feste e festini e allora gli ho detto: “Guardi lei deve uscire da questa villa” e lui mi ha consegnato in giornata in mia presenza le chiavi“».

Dopo vari interventi, si andò al voto e passò la proposta Viazzi. Sui veleni, sulle pesanti accuse, ogni parte restò del suo avviso.Non si arrivò di fatto ad alcun  giudizio definitivo nel merito. L’unica decisione presa fu un semplice un trasferimento poi “congelato”. Dopo tre mesi e mezzo la decisione del Csm è lettera morta, nulla si seppe del procedimento disciplinare. Una giustizia che a molti apparve sospesa in un limbo imbarazzante.

Giovanni Canzio

Come non dare ragione alla politica quando sostiene che dopo la riforma della giustizia, occorrerebbe riformare anche il Csm e la sua composizione. Le critiche proferite recentemente dinnanzi al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura (di cui era membro d’autorità) dell’alto magistrato dr. Giovanni Canzio 1° presidente della Suprema Corte di Cassazione , in pensione dal 1 gennaio scorso, riecheggiano ancora nei corridoi di Palazzo dei Marescialli quando ricordo ai togati che “è molto critica la legittimazione del magistrato nella società moderna“.

Sarà sempre cosi “protettivo “ e cerchiobottista il Csm nei confronti delle toghe che finiscono in manette e qualche volta, come il caso dell’ex pm tarantino Matteo Di Giorgio in carcere per scontare 9 anni di detenzione, nominando (dopo averlo salvato in Commissione Disciplinare) Procuratore Capo in Basilicata un magistrato che i giudici hanno accusato di falsa testimonianza ?

Ai posteri e lettori l’ardua sentenza

 




Davigo: “Emiliano? Magistrati non dovrebbero fare politica, non sono capaci”

Emiliano ha un procedimento disciplinare in corso e io non posso dire se si deve dimettere. Tuttavia, . Lo ha detto Piercamillo Davigo presidente dell’ANM l’ Associazione Nazionale Magistrati, ospite della giornalista e conduttrice Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. parlando del caso di Michele Emiliano, il magistrato presidente della Regione Puglia, iscritto al Pd, che non contento di dover rispondere della propria attività politica sinora svolta,  si è candidato alla guida della segreteria nazionale del Partito Democratico.

 

Quando abbiamo chiesto (più volte ) ad Emiliano se provava imbarazzo ad essere sotto processo disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, su richiesta del Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione, il governatore pugliese è sempre scappato alle nostre domande. Sarà forse perchè non ha argomenti difensivi ? Troppo facile fare politica e “parlare da magistrato…” con una tessera di partito in tasca !

Anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini  ha voluto replicare alle critiche sulla stampa sulla tempistica del processo disciplinare al governatore pugliese Emiliano magistrato fuori ruolo e candidato alla segreteria Pd,  al quale la procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, contesta la partecipazione “sistematica e continuativa” al Pd. Legnini ha sottolineato che “La sezione disciplinare ha operato con tempestività, con rispetto dei propri tempi e delle procedure“. precisando che il procedimento su Michele Emiliano “è stato trattato come tutti gli altri. Il Csm si occupa di molte cose ma non del congresso del Pd“.

Nel frattempo è arrivata la caricatura su Emiliano, dopo quella di Razzi,  realizzata dall’ impareggiabile comico genovese Maurizio Crozza nel suo nuovo programma “Fratelli di Crozza” che si preannuncia un vero tormentone  (vedi QUI il trailer )

Il procuratore di Torino Armando Spataro, difensore “last minute” di Michele Emiliano nel procedimento dinanzi alla Sezione Disciplinare del Csm con una dichiarazione “prende le distanze da affermazioni che continuano a circolare secondo cui la tempistica dell’azione sarebbe stata dettata da ragione estranee ai tempi procedurali ordinari“, aggiungendo  “Giudichiamo insostenibile questo tipo di affermazioni  ed ogni interpretazione dietrologica dei fatti, ben conoscendo la correttezza e competenza di tutti i protagonisti della procedura disciplinare, a partire dall’organo giudicante del Csm, che ha peraltro accolto una nostra richiesta di rinvio, dinanzi al quale sosterremo, con convinzione e nel rispetto di tutti, le ragioni tecnico – giuridiche che ci portano a ritenere l’insussistenza dell’addebito