Il Csm nomina Elisabetta Garzo a Napoli e Giuseppe Borrelli a Salerno

ROMA – Per la prima volta sarà una donna, Elisabetta Garzo il magistrato designato  alla presidenza del  Tribunale di Napoli, dopo la sua nomina avvenuta all’unanimità  nel plenum del Consiglio superiore della magistratura, che nella stessa seduta ha designato Giuseppe Borrelli a capo della Procura di Salerno. “Soddisfazione  per la prima donna alla guida del tribunale di Napoli” è stata espressa da Mario Suriano presidente della Commissione Direttivi del Csm .

Elisabetta Garzo era già stata Presidente di sezione ai Tribunali di Santa Maria Capua Vetere e di Vallo della Lucania, e dal 2014 era al vertice del Tribunale di Napoli Nord (Aversa). “È riuscita, grazie alle sue doti ed alla sua capacità organizzativa a rendere il tribunale di Napoli Nord , che era in grave sofferenza per le carenze logistiche e di personale, in un Ufficio efficiente e strutturato”, ha commentato il relatore Michele Cerabona, membro laico del Csm (indicato da Forza Italia) .

Giuseppe Borrelli  è il nuovo capo della procura di Salerno, dopo aver ricoperto per anni l’incarico di procuratore aggiunto di Napoli, designato dal plenum del Csm che lo ha nominato con 19 voti a favore e cinque astensioni. La Commissione per gli incarichi direttivi aveva già proposto  nel luglio 2019 la sua nomina, successivamente congelata la decisione a seguito della pubblicazione di alcune conversazioni intercettate tra il pm romano Luca Palamara e il magistrato Cesare Sirignano della Direzione Nazionale Antimafia , nella quale i due colleghi parlavano di Borrelli e della sua candidatura all’incarico di procuratore di Perugia.

Intercettazioni dalle quali secondo la la delibera approvata oggi dal Csm non è emerso “nessun rilievo ostativo” per la nomina di Borrelli al vertice della Procura di Salerno . Dall’audizione di Borrelli da parte del Csm “non sono emersi elementi sulla base dei quali poter fondatamente ipotizzare eventuali forme di coinvolgimento, diretto o indiretto, del dott. Borrelli nelle note vicende riconducibili ad alcuni ex componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, né, più in generale, è emerso che il dott. Borrelli si sia attivato per caldeggiare, in qualsiasi forma, la sua candidatura nelle procedure di conferimento degli incarichi direttivi per i quali aveva fatto domanda“.

Con tutto il rispetto ed il garantismo dovuto nei confronti del magistrato Borrelli, sarebbe stato folle, attivarsi per caldeggiare la propria candidatura a procuratore capo, dopo essere stato coinvolto nelle intercettazioni telefoniche sulle nomine del Csm, che ancora una volta dimostra che a Palazzo dei Marescialli non sembra essere cambiato nulla in materia di nomine. Come dimostrano i cinque astenuti.




Fondazione Open: ecco le intercettazioni dello scandalo Csm

ROMA – La retromarcia di Matteo Renzi, il giorno dopo l’attacco frontale contro i magistrati della Procura di Firenze, ha origine dalle pagine dell’inchiesta della Procura di Perugia sul pubblico ministero Luca Palamara, all’epoca dei fatti membro del Consiglio Superiore della Magistratura, spiato da un virus informatico mentre manovrava uomini e voti attorno alla nomina del prossimo procuratore di Roma

 

I resoconti stenografici dell’indagine per corruzione (ancora in corso) sull’ex presidente dell’ Anm evidenziavano sin dallo scorso  maggio un clima di insofferenza di due deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri entrambi di stretta vicinanza “renziana” nei confronti del capo della Procura di Firenze, Giuseppe Creazzo cioè lo stesso che è stato accusato dall’ ex premier di “protagonismo“, a seguito dell’ esplosione dell’ inchiesta sulla Fondazione Open, controllata da Matteo Renzi.

Renzi mercoledì scorso aveva attaccato a testa bassaUn tempo i magistrati della Procura di Firenze erano famosi perché davano la caccia al mostro di Scandicci, oggi l’ attenzione è più sul senatore di Scandicci…” salvo poi 24 ore dopo correggere il tiro “Credo nella giustizia e nei magistrati di Firenze” annunciando un bel po’ di querele.

Di fatto restano però catturati dal virus Trojan utilizzato per intercettare, i giudizi e i tentativi di destabilizzare il lavoro del capo dei pm della Procura di Firenze durante le sedute “carbonare” tra il magistrato Palamara, l’ ex manovratore del Csm, ed i due parlamentari del Partito Democratico. “Gli va messa paura” diceva Palamara in una riunione notturna tra l’ 8 e il 9 maggio scorsi, qualche giorno prima che le notizie del procedimento nei suoi confronti iniziassero a riempire le pagine dei giornali cartacei ed online.

Il pubblico ministero romano Luca Palamara che è stato trasferito in via precauzionale al Tribunale dell’ Aquila, si riferiva con tutta probabilità  all’ esposto che un pm fiorentino aveva presentato, circa  un anno prima prima, a Genova contro i suoi superiori, Creazzo ed il procuratore aggiunto Luca Turco che coordina i diversi filoni d’ indagine sulla vicenda fiorentina. L’  attenzione di Palamara e dei congiurati con la toga ha origine nella speranza che quella contestazione potesse contribuire ad valutazione negativa del procuratore Creazzo, in vista delle grandi manovre per eleggere il nuovo procuratore capo della Procura di Roma, a cui era candidato.

 

il pm Luca Palamara ed il magistrato-deputato Cosimo Ferri (ex Pd, ora Italia Viva)

La realtà è che Creazzo non è mai stato indagato a Genova sede competente per procedimenti penali che riguardano magistrati del distretto giudiziario di Firenze, a differenza di un pm fiorentino accusato di aver giustificato un diniego a una richiesta di intercettazioni adducendo motivazioni troppo personali e di tre finanzieri. Tutto questo emerge dai verbali che conferma l’interesse dei “renziani” ad ogni tipo di notizia in arrivo dal capoluogo ligure. Ma non sono stati molto fortunati in quanto non soltanto non vi sono state fughe di notizie, ed il procuratore capo della Procura di Genova Francesco Cozzi ha  letteralmente “blindato” il fascicolo inviando poche e generiche informazioni persino al Consiglio Superiore della Magistratura che aveva chiesto informazioni sull’ esposto.

Luca Lotti da sempre braccio destro di Renzi a causa di un’evidente difficoltà a potersi muovere senza lasciare tracce, così si confidava con Palamara:”…Però, roba di Firenze, Luca… davvero…per me è importante capì che succede… perché… se è seria… ovviamente io (inc.) cioè non si parla di Roma… si parla che se è serio va via da… Firenze… se non è serio, non va via da Firenze, a me guarda… nessuno cerca (inc) nulla… però bisogna fa’ almeno la guerra…“.

Luca Lotti

Dalle intercettazioni sul Csm emergeva chiaramente l’ intenzione dei renziani non solo di cavalcare politicamente l’ esposto con l’appoggio di giornali e giornalisti “amici” ma anche di impedire che Creazzo potesse candidarsi a guidare la Procura di Roma dove si trova sotto processo per l’ affare Consip, guarda le coincidenze…proprio Luca Lotti.  I “congiurati” del Csm avrebbero preferito “piazzare” al posto del procuratore Giuseppe Pignatone, andato in pensione,  Marcello Viola attuale procuratore generale di Firenze,  che era a sua volta assolutamente ignaro delle macchinazioni “architettate” dai suoi sostenitori.

“L’ ha detto Creazzo mai…“, si lasciava andare ad uno sfogo Luca Lotti in un’ altra intercettazione ambientale. A chi si riferiva l’ex-braccio destro di Matteo Renzi  aggiungendo ed alludendo al relatore che avrebbe firmato la motivazione a favore di Viola: “Occhio a come (la) scrive… eh…quindi si vede che qualcuno gli ha detto che se scrive in un certo modo, Lo Voi fa appello” parlando del procuratore capo di Palermo ed altro candidato alla carica di procuratore a Roma .

Era questo il vero obiettivo dei “renziani” : dichiarare battaglia alle toghe , quattro mesi prima che esplodessero i casi della Fondazione Open e dell’ acquisto della lussuosa villa, grazie ad un prestito di un amico-finanziatore . Ma il procuratore Creazzo non è un  magistrato qualsiasi. Infatti essendo arrivato alla guida della Procura di Firenze nel 2014, cioè allorquando a Palazzo Chigi il premier era proprio Matteo Renzi, si è dimostrato immediatamente assai attento alle molteplici attività della famiglia Renzi. e stata la sua procura suo ufficio, ad aver chiesto ed ottenuto il 18 febbraio scorso l’ arresto di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori di Matteo, e ad aver messo sott’ inchiesta anche il cognato, Andrea Conticini e i fratelli nel fascicolo sui milioni di beneficenza raccolti dall’ Unicef da destinare ai bambini dell’ Africa ed invece dirottati su conti correnti personali.

Sempre a Firenze è aperta l’ inchiesta sulla fondazione Open ed il procedimento penale numero 13966/2017 che raccoglie due segnalazioni dell’ Unità Antiriciclaggio della Banca d’ Italia in relazione al prestito di 700.000 euro ricevuto dalla famiglia Maestrelli  e restituito da Renzi ha per l’ acquisto della sua villa da 1,4 milioni di euro , ubicata a pochi passi da piazzale Michelangelo nel capoluogo toscano.

La villa che Renzi ha comprato vanta una metratura complessiva di 276 metri quadri, divisi in 11,5 vani. Senza contare poi il parco da 1.580 metri quadri che completano il salotto open space, la cucina grande, tre camere con bagno, studio e una terrazza. Come scriveva il quotidiano La Nazione, “a vendere l’abitazione  è Giusto Puccini, docente di diritto pubblico all’Università di Firenze, (padre dell’attrice Vittoria) e sua sorella Oretta“. .

Quando la notizia dell’acquisto della villa divenne pubblicaRenzi preferì mantenere un certo riserbo e fece diramare una nota: “Matteo Renzi e la sua famiglia stanno da tempo cercando un’abitazione a Firenze. Al momento non ha concluso l’acquisto di un’abitazione a Firenze” . Dopo aver firmato un preliminare da 400mila euro (versato con 4 assegni da 100mila euro ciascuno), Renzi dovrebbe essere riuscito a coprire i 900mila euro con un mutuo.

La polemica scoppiò perché Renzi alcuni mesi fa si era presentato negli studi di Matrix, su Canale 5, mostrando il suo estratto conto con 15.000 euro o poco più. Questo paragone fece infuriare l’ex premier: “Oggi posso avere ulteriori entrate, tutte pubbliche, tutte trasparenti. Queste entrate mi permettono persino di prendere un mutuo“, disse scatenando ulteriori polemiche. Ma ora dovrà chiarire più di qualcosa a quei magistrati che non gli garbano molto.

 




"Toghe Sporche" a Trani. Fra i cento testimoni anche il premier Conte e l'ex ministro Lotti

Michele Nardi

ROMA – Per provare a difendersi dalle accuse che potrebbero costargli vent’anni di carcere, l’ex gip di Trani Michele Nardi successivamente pm a Roma, attraverso il suo difensore ha richiesto al Tribunale di Lecce di poter ascoltare 104 testimoni tra cui compaiono numerosi nomi eccellenti a partire dal premier Giuseppe Conte ma anche oltre numerosi magistrati, Luca Lotti, Luca Palamara e Cosimo Ferri,  i protagonisti dello scandalo sulle nomine del Csm,  per finire con i parenti dei suoi principali accusatori.

Spetterà quindi al Tribunale di Lecce stabilire nel processo a carico delle toghe sporche degli uffici giudiziari di Trani che riprende domani davanti alla Seconda sezione,  chi dovrà rispondere nei prossimi mesi alle domande del difensore del magistrato sospeso dalle sue funzioni, che da gennaio è rinchiuso in carcere a Matera e che finora non ha mai voluto parlare o collaborare con gli inquirenti.

Ma anche l’accusa della Procura di Lecce, rappresentata dai pm Roberta Licci, Giovanni Gallone e Alessandro Prontera,  vuole ascoltare le testimonianze degli ex vertici della Procura di Trani. Per questo ha deciso di citare come testi il procuratore capo a Taranto Carlo Capristo ed il procuratore aggiunto a Bari Francesco Giannella, a suo tempo procuratore capo ed aggiunto a Trani. L’accusa intende chiedere al procuratore Capristo  chiarimenti in merito ai rapporti tra Nardi ed un altro degli imputati l’avvocato Giacomo Ragno (che ha optato per il rito abbreviato), mentre vuole sapere da Giannella  dei controlli fatti nel periodo di reggenza della Procura di Trani sui fascicoli dell’ex pm Antonio Savasta che dopo aver collaborato, anche lui, ha scelto il giudizio abbreviato.
Dopodichè saranno degli imprenditori a salire sul banco dei testimoni . I magistrati dell’accusa  ascolteranno due dei fratelli Ferri, Filippo e Francesco gli ex re dei grandi magazzini , ed il re degli outlet Francesco Casillo i quali dopo che lo scandalo è esploso, hanno confessato di aver pagato mazzette per evitare l’arresto, fatti però ormai troppo risalenti nel tempo e quindi prescritti.

Michele Nardi è ritenuto dall’accusa di essere al centro del giro di “mazzette” e corrutele,  emerso a seguito delle accuse a verbale rese dall’imprenditore coratino Flavio D’Introno, che ha detto di aver pagato 2 milioni di euro (oltre a gioielli,  la ristrutturazione degli immobili dell’ex gip e viaggi) per cercare inutilmente di sfuggire una condanna per usura, per la quale sta sconta una pena in carcere a Trani.

L’obiettivo di Nardi è smontare queste accuse. E quindi  l’ex gip vorrebbe chiedere riscontro a Ferri, Lotti e Palamara, sulle cene che ci sarebbero state a Roma con l’imprenditore coratino. Al gran maestro del Gran Oriente, Nicola Tucci, ed Antonio Binni, della Gran Loggia d’Italia, vorrebbe chiedere di confermare la sua estraneità agli ambienti massonici, così come vorrebbe chiedere a Conte se risultino suoi rapporti con i servizi segreti. Infatti  D’Introno ha raccontato di essere stato minacciato da Nardi che, gli avrebbe prospettato per convincerlo a pagare, gli interventi della massoneria, dei servizi segreti e di Gladio , motivo per cui la difesa di Nardi ha chiesto di ascoltare anche l’ex generale Paolo Inzerillo.

Ma l’ex gip del Tribunale di Trani vorrebbe portare sul banco dei testimoni anche suoi molti ex colleghi. Non soltanto Capristo e Giannella, ma persino l’attuale procuratore di Trani, Antonino Di Maio, e tutti i sostituti che negli ultimi anni prestato servizio presso la Procura di Trani . Nell’elenco dei testi di Nardi, compaiono  anche l’ex capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller, il procuratore generale di Bari, Annamaria Tosto, il presidente della Corte d’appello di Bari Franco Cassano, il presidente del Tribunale di Trani  Antonio De Luce. Ma anche l’ex rettore del’Università di Bari, Antonio Uricchio, ritenuto “amico di vecchia data del dottor Nardi”, l’ex sindaco di Bisceglie, Francesco Spina e l’attuale Angelantonio Angarano, decine di avvocati del foro di Trani, due psichiatri, due medici ed i famigliari di D’Introno , il padre Vincenzo, il fratello Domenico, la sorella Lorenza Lara e quelli dell’ex pm Savasta  a partire dalla la sorella Emilia.

Nardi vuole imbastire una sorta di contro-processo per cercare di dimostrare la falsità dei racconti fatti da D’Introno durante le oltre 100 ore di incidente probatorio, confutandoli. Oggi il collegio del Tribunale di Lecce dovrà sciogliere anche la riserva sulle costituzioni di parte civile: fra i quali compaiono due giudici, Loredana Colella e Ornella Gozzo, componenti del collegio della Corte di Appello che si è occupato di D’Introno e per il quale secondo l’accusa, millantando,   l’ex gip Nardi chiese un Rolex e due diamanti. A processo ci sono anche l’ex ispettore Vincenzo Di Chiaro (anch’egli in carcere a Matera), l’avvocato barese Simona Cuomo, il falso testimone Gianluigi Patruno e Savino Zagaria, l’ex cognato di Savasta.




Elezioni a sorpresa per il Csm : eletto al primo posto D'Amato, secondo Di Matteo

Nino Di Matteo

ROMA Elezioni a sorpresa per i componenti togati del Csm . Hanno votato 6.799 i votanti su oltre 9mila magistrati aventi diritto. Il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo, noto per il processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, si è piazzato al secondo posto con 1.184, preceduto da Antonio D’Amato per vent’anni a Palmi affianco ad Agostino Cordova e poi sempre con lui alla procura di Napoli,  attuale procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1.460 voti piazzandosi al al primo posto.

La componente di Piercamillo Davigo, con cui Di Matteo è in stretta sintonia, è arrivata seconda rispetto alla destra di Magistratura indipendente.  Candidati 18 pubblici ministeri per sostituire i due magistrati dimissionari, coinvolti nel “caso Palamara” e dell’inchiesta di Perugia per corruzione.

Il terzo pm che ha ottenuto più voti è il napoletano Francesco De Falco, protagonista dell’indagine sulla paranza dei bambini con 950 voti. Seguono in classifica  il pm di Napoli Fabrizio Vanorio con 615 voti, Anna Canepa, della procura nazionale antimafia, con 584 voti , quindi  Tiziana Siciliano procuratore aggiunto di Milano .

Vince politicamente Magistratura indipendente con D’Amato che ha fatto tutta la campagna elettorale all’insegna della battuta “io non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri”, l’ex leader di Mi, divenuto deputato Pd in quota Renzi, che lo ha seguito in Italia Viva.

Sulla candidatura di Antonio D’Amato ( a lato nella foto) sono confluiti anche voti di Unicost, la corrente centrista precedentemente guidata da Luca Palamara, uscita “ammaccata” dall’inchiesta di Perugia. Mariano Sciacca, presidente di Unicost, precisa che “Il gruppo di Unità per la Costituzione non ha sostenuto elettoralmente il collega D’Amato, al quale auguriamo buon lavoro“.

In una nota, Unicost prende atto del risultato, ringraziando De Falco, “che lontano da circuiti massmediatici, indipendente da legami di ogni sorta, rappresenta appieno i valori nei quali ci riconosciamo di professionalità, autonomia e dedizione” e ribadisce “il silenzio  assordante e denso di rabbia e protesta di migliaia di magistrati che non sono andati a votare“.

Di Matteo contrariamente a quanto ci si aspettava però non sfonda . Ma la corrente di DavigoAutonomia e indipendenza, nata proprio da una scissione con Magistratura indipendente in chiave anti Ferri – è arrivata a poter essere rappresentata da 5 consiglieri togati su 16, con une notevole”peso” decisionale nelle dinamiche interne, anche in vista di importanti nomine, come quelle del procuratore generale della Cassazione e del capo della procura di Roma.

Nonché di quelle di Torino e della stessa Perugia. Buono il risultato complessivo di Area, il gruppo di sinistra, né ha presentato molti candidati, come Canepa e Vanorio, disperdendo i voti.

Il voto espresso domenica e lunedì scorso porta alla luce anche la sfida, tutta campana, tra D’Amato, De Falco, Milita e Vanorio. Nato a Torre del Greco, D’Amato muove i primi passi  come pm a Palmi, dove trova come procuratore Agostino Cordova. Quando il magistrato calabrese viene nominato a capo della Procura di Napoli, D’Amato lo segue poco dopo.

Sono gli anni di “Tangentopoli” e il pm entra a far parte del pool che si occupa di uno dei filoni più importanti della “Mani pulite” napoletana, quello sulle tangenti nel settore della sanità che coinvolge fra gli altri anche l’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini.

D’Amato da sempre esponente della corrente di Magistratura indipendente, appartiene però all’ala del gruppo che da tempo si è allontanata dal potentissimo Cosimo Ferri, che in questa elezione “suppletiva” sosteneva almeno inizialmente un altro candidato. D’Amato in questo anni,  ha avuto esperienze al mistero della Giustizia, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e come pm anticamorra, prima di essere nominato procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere.

Con il risultato ottenuto a sorpresa di queste elezioni, D’ Amato si aggiudica il “confronto” con l’altro procuratore aggiunto samaritano, Alessandro Milita, già pm del processo sulle presunte collusioni con il clan dei Casalesi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, che si era candidato come indipendente.

Un altro pm napoletano, Francesco De Falco ha sfiorato l’elezione , venendo superato di poco da Di Matteo. De Falco vicino a Unicost, componente per la quale in passato era stato  anche componente del consiglio giudiziario, venendo ritenuto da tempo uno dei magistrati in prima linea sul fronte dell’anticamorra.

Assieme al pm Henry John Woodcock, si è occupato delle indagini e dei processi sulla “paranza dei bambini”, il gruppo di giovanissimi boss che terrorizzava il centro di Napoli. occupandosi anche delle inchieste sulle ramificazioni del clan dei quartieri Rione Traiano e Pianura, oggi leader nel mercato dello spaccio di stupefacenti.

Non è riuscito a farsi eleggere un altro pm di punta dell’anticamorra, Fabrizio Vanorio, già pm a Palermo, dove è stato anche presidente della giunta Anm, che indaga sul clan dei Casalesi e, con il pm Woodcock, ha sostenuto l’accusa nel processo sulla compravendita di senatori concluso con la prescrizione del reato per l’ex premier Silvio Berlusconi. Esponente di spicco di Md, ha pagato probabilmente la presenza contemporanea di più candidati nella sua corrente.




Scandalo Csm, Luca Lotti conferma: il complotto c’è stato

Luca Lotti

ROMALuca Lotti, ha le idee chiare. sulla responsabilità individuale dei politici, qualche giorno fa in una lettera pubblica al Foglio: “Di ogni azione il politico risponde non solo a se stesso, ma a un’intera comunità di persone che rappresenta e che gli danno fiducia, lo sostengono, lo incoraggiano”   spiegando i motivi per cui  ha deciso di restare nel Pd  invece di seguire l’amico e mentore Matteo Renzi.

Adesso, è difficile prevedere come gli elettori giudicheranno la sua scelta politica. Né tantomeno come Lotti posizionerà la sua “Base Riformista“, la corrente interna al Pd composta da oltre cinquanta parlamentari della quale è leader insieme a Lorenzo Guerini. E’ molto probabile che molti simpatizzanti fra i quali il segretario Nicola Zingaretti  gli chiederanno spiegazione di alcune sue azioni extrapolitiche,  dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lotti in un interrogatorio reso in gran silenzio davanti ai pm di Milano qualche mese fa .

L’ex sottosegretario del Governo Renzi è stato travolto lo scorso giugno  dal ciclone che ha destabilizzato il Consiglio superiore della magistratura, quando è stato  intercettato dai finanzieri delegati dalla procura di Perugia mentre chiacchierava con il magistrato Luca Palamara e l’allora deputato-magistrato del Pd Cosimo Ferri,  di nomine di importanti uffici giudiziari .  Lotti s’è dovuto addirittura autosospendere dal partito. “Almeno fino a quando la vicenda non sarà chiarita”.

Il settimanale L’Espresso ha però scoperto che anche i magistrati milanesi hanno cominciato ad indagare seriamente, e che Lotti è stato interrogato da loro  all’inizio dell’estate in gran segreto . I pubblici ministeri Laura Pedio e Paolo Storari della procura di Milano lo hanno convocato per ascoltarlo in merito ad alcune frasi che i colleghi di Perugia avevano considerato rilevanti, e che avevano inviato per i dovuti accertamenti alla procura guidata da Francesco Greco .

Al setaccio della procura milanese sono finiti in particolare quei passaggi in cui Lotti, Ferri e Palamara discutono di alcune “carte dell’Eni” da usare per un dossier contro Paolo Ielo procuratore aggiunto della Procura di Roma,  il magistrato che ha chiesto a fine 2018 il rinvio a giudizio di Lotti per favoreggiamento in merito alla fuga di notizie sul “Caso Consip“, e che aveva dato il via all’inchiesta contro il magistrato Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, trasmessa poi a Perugia per dovuta competenza.

I due magistrati milanesi Pedio e Storari, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale,  hanno contestato in particolare a Lotti che era stato convocato non come indagato ma in qualità di testimone e quindi l’ex ministro aveva l’obbligo di dire tutta la verità, rischiando contrariamente un’imputazione di falsa testimonianza, su un dialogo chiave cioè quello in cui il politico del Pd e Palamara discutono di un esposto che il magistrato capitolino Stefano Fava aveva spedito al Csm, Una denuncia strumentale durissima nella quale Fava che attualmente è indagato a Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione di segreto d’ufficio”  criticava duramente sia l’ ex capo della procura romana Giuseppe Pignatone,  andato in pensione, ma anche l’aggiunto Paolo Ielo, accusandolo di avere un conflitto d’interessi in merito ad alcune inchieste penali per via di alcune consulenze professionali ottenute dal fratello Domenico, avvocato,  che ha lavorato anche con l’Eni.

Come rivelato a giugno dal settimanale L’ Espresso, le intercettazioni erano state spedite a Milano perché Lotti, in una affermazione, aveva coinvolto  l’amministratore delegato dell’ ENI Claudio Descalzi, già imputato a Milano per una presunta corruzione internazionale. L’ex ministro dello Sport, il 21 maggio 2019, mentre parla di Ielo e dell’esposto di Fava con Palamara e Ferri, rivela agli amici che lui ha già le carte sul fratello Domenico Ielo,  aggiungendo che i documenti gli sarebbero stati consegnati proprio da Descalzi in persona.

Davanti ai pm milanesi che gli domandavano il significato delle frasi registrate, Lotti non ha potuto negare le parole cristallizzate dal trojan inoculato dal Gico della Guardia di Finanza nel cellulare di Palamara. L’ex ministro del Pd, secondo quanto risulta all’Espresso, ha dichiarato di aver ricevuto l’indicazione di cercare attraverso l’Eni carte potenzialmente compromettenti su Domenico Ielo, da usare poi contro il fratello Paolo. dallo stesso Palamara, allora “leader” della corrente Unicost , e da Ferri magistrato – deputato eletto anch’egli nelle liste del Pd e da sempre “leader” della corrente di  Magistratura Indipendente.

Lotti in pratica ha confermato ai magistrati che la preparazione di un dossier contro il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo,  fu avviata realmente. Mentre ha tirato in ballo come presunti mandanti del complotto Palamara e Ferri, ha “scagionato” l’Eni e il suo amministratore delegato De Scalzi. L’ex-braccio destro di Renzi ha infatti ammesso a verbale di aver cercato i contratti del fratello di Ielo (risulta abbia contattato Claudio Granata, un dirigente di primo piano estraneo all’inchiesta, ritenuto  “vicinissimo” a Descalzi,  ) ma ha aggiunto che dai piani alti dell’ ENI non gli sarebbe mai arrivato nulla.

 L’ex ministro renziano ha spiegato di aver parlato di Descalzi  che venne nominato amministratore delegato dell’Eni nel 2014 dal governo Renzi, nelle conversazioni intercettate a maggio, in cui sosteneva di avere già in tasca “la carta dell’Eni“solo per mostrarsi influente agli occhi dei suoi sodali. In poche parole, avrebbe compiuto un millantato credito. L’estraneità del top manager del colosso petrolifero al “dossieraggio” su Paolo Ielo ha avuto comunque riscontri indiretti dai controlli della Guardia di Finanza, che ha effettuato i dovuti accertamenti sull’entità effettiva degli incarichi professionali ottenuti dal fratello Domenico Ielo con l’Eni, riscontrando che  le parcelle sono più basse rispetto a quelle riferite da Lotti nell’intercettazione. È quindi ipotizzabile che il gruppetto i veri contratti non li abbia mai avuti in mano.

I congiurati del Csm sembrano avere un vero assillo verso Paolo Ielo . Si parla del magistrato non solo nell’incontro del 21 maggio, ma anche in altre riunioni . Infatti nell’informativa del Gico della Guardia di Finanza viene dedicato un intero paragrafo dei dialoghi sul pm intercettati  : “L’attività di ascolto del colloqui fra presenti della notte del 9 maggio 2019 permetteva di rilevare l’esistenza di un esposto presente alla I Commissione del Csm di interesse da parte dei soggetti presenti“, spiegano gli uomini della Fiamme Gialle.

Per la precisione è della notte in cui Lotti, Ferri, Palamara ed i cinque membri togati del Csm, successivamente dimessisi a seguito della pubblicazione sui giornali delle trascrizioni delle intercettazioni,  discutevano in una saletta riservata dell’anonimo hotel romano “Champagne” adiacente a Palazzo dei Marescailli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, delle nomine, accordi e cordate per “piazzare” magistrati di fiducia e sopratutto controllabili ai vertici delle procure italiane.

 I “carbonari con la toga” quel 9 maggio pianificavano anche  su come azzoppare il procuratore aggiunto Paolo Ielo del pool anticorruzione della Procura romana, con l’intento dichiarato da favorire una “discontinuità” nella procura della Capitale dove Palamara e compagni speravano potesse “piazzare” Marcello Viola, il procuratore generale di Firenze che per i “carbonari” è l’uomo giusto, da preferire  più degli altri candidati Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi per cambiare la politica di rigore ed indipendenza applicata per anni da Pignatone ed i suoi “fedelissimi”.

Dopo l’esplosione dello scandalo il Csm ha revocato la decisione precedentemente assunta della Commissione che aveva votato la terna, ed adesso per la successione di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma, sono tornati in gioco tutti e tredici i candidati iniziali, compreso l’attuale procuratore aggiunto Michele Prestipino.

da sx, Cosimo Ferri, Luca Lotti e Luca Palamara

Lotti quella sera parlando del dossier anti Ielo interviene più volte e  chiede agli altri “carbonari”  “che cosa deve arrivare al presidente della situazione a Roma“, millantando che le informazioni che screditano il pm grazie a lui possano arrivare direttamente alle orecchie del Capo dello Stato. A notte fonda, l’ex- renziano spiega di nuovo a Palamara: “Luca, la roba che c’è in prima ( cioè la 1a Commissione del Csm, dove il pm Fava ha depositato il suo esposto contro Ielo – ndr)… su Roma… è pesante… sia il Quirinale, sia David (Ermini, il vicepresidente del Csm ndr) lo vogliono affossare… a noi la decisione Luca. Che si fa? Si spinge? Una volta che si è fatto anche gli aggiunti“. E poco dopo, sempre rivolgendosi all’amico Palamara : “Poi il fratello di Ielo… c’ha na consulenza all’Eni“. Ed aggiunge: “Che si fa? Si fa uscire poi? Dopo che s’è fatto gli aggiunti…“. Palamara è d’accordo , spiegando che sarà il magistrato Stefano Fava, con il suo esposto depositato ed agli atti della Prima Commissione (la “disciplinare” n.d.r.) , a fare scoppiare lo scandalo. Ma Lotti teme che il pm possa alla fine fare un passo indietro: “E fai uscire anche un po’ i fratelli… voglio vedé, voglio sentirlo Fava che dice… i fratelli, le cose… non sarà così pazzo“.

Le azioni del gruppetto dei “carbonari” sembrano lontane da qualsiasi regola istituzionale e deontologica, lasciando da parte la rilevanza penale  delle loro azioni che è da comprovare  . Sia   perché Lotti e Palamara potrebbero avere più di un motivo per vendicarsi dell’operato di Ielo, ed anche perché  il magistrato Ferri ,  attualmente  in aspettativa passato alla politica come deputato del Pd, continua ad occuparsi ancora di nomine e poltrone delle procure italiane. Come hanno scritto i pm di Perugia in merito alla denuncia di Fava, il dossier contro Ielo è di fatto meramente strumentale: risulta infatti  inconfutabile  che Ielo quando la Procura di Roma aprì l’inchiesta sull’ ENI, che ha poi portato all’arresto degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore,  dichiarò immediatamente ed in anticipo rispetto ai fatti il potenziale conflitto d’interessi legato agli incarichi professionali del fratello, e con grande tatto e deontologia professionale decise di astenersi dall’occuparsi dell’ indagine sull’Eni.

Analoga decisione adottata per l’inchiesta aperta dalla procura di Roma su Condotte, l’ azienda di costruzioni finita sotto commissariamento,  che si avvale di alcune consulenze dell’ avvocato fratello del magistrato Paolo Ielo  che quell’occasione scrisse una lettera al procuratore capo  Pignatone con la quale spiegava i motivi che lo inducevano a non potersi occupare dei fascicoli.

Luca Lotti esce dalla Procura di Roma

E’ molto probabile che adesso i verbali dell’interrogatorio di Lotti vengano trasferiti a Perugia, dove  i magistrati qualche giorno fa hanno chiesto una proroga dell’indagine che, partita per una presunta corruzione di Palamara e di Centofanti, ha finito per devastare tutta la magistratura italiana.

La questione Lotti potrebbe creare delle ripercussioni anche sulla politica: è notizia di qualche giorno fa  che il capocorrente Lotti, ha annunciato di lavorare costantemente all’organizzazione ed espansione “su tutto il territorio nazionale”  della corrente Base Riformista interna al Pd, abbia anche ammesso ai magistrati milanesi nel corso del suo interrogatorio-testimonianza di aver provato a ottenere documenti per danneggiare un  magistrato (cioè Ielo)  che aveva richiesto il suo rinvio a giudizio. “Su indicazione”, ha aggiunto, “di Palamara e Ferri, quest’ultimo fuoriuscito dal Pd e passato qualche giorno fa con  “Italia Viva” il movimento fondato da Matteo Renzi .

Un’ammissione che sicuramente verrà fatta “pesare” da più di uno dei vertici del Pd . Il tesoriere Luigi Zanda a giugno fu durissimo con Lotti, mentre il segretario nazionale Nicola Zingaretti lo ringraziò  “per essersi autosospeso dal partito, un gesto non scontato che considero di grande responsabilità“, ma eticamente inaccettabile per i nuovi “soci” di governo del Movimento 5 Stelle. che presto dovranno occuparsi della riforma della giustizia insieme al Pd ed i renziani . E tutta questa vicenda difficilmente non avrà peso sugli equilibri del governo giallorosso.




CSM. Il presidente Mattarella scrive ad Ermini. Il togato Criscuoli si dimette da consigliere

ROMA – Il Vice Presidente del Csm David Ermini ha ricevuto ieri sera la lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la quale sono state trasmesse le dimissioni del consigliere Paolo Criscuoli da componente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Criscuoli, togato di Magistratura Indipendente, era tornato pochi giorni fa, il 9 settembre, al lavoro a Palazzo dei Marescialli. Si era autosospeso dall’incarico il 4 giugno scorso, dopo essere stato tirato in ballo nell’inchiesta della Procura di Perugia sul tentativo di condizionamento delle nomine dei vertici di alcuni degli uffici giudiziari più importanti d’Italia, in cui tra gli altri, è indagato per corruzione l’ex consigliere del Csm, Luca Palamara.

Criscuoli era l’unico dei 5 togati coinvolti nello scandalo emerso dall’inchiesta di Perugia che non si era ancora dimesso dal Consiglio.

Paolo Criscuoli

Con profondo rammarico comunico che ho rassegnato direttamente nelle mani del presidente della Repubblica le mie dimissioni quale componente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiedendo contestualmente il collocamento in ruolo” scrive il togato Paolo Criscuoli, che ieri sera ha comunicato le sue dimissioni dal Consiglio Superiore della Magistratura, in una lettera aperta inviata agli iscritti dell’Anm, scrivendo “Ho la piena coscienza di non aver mai tradito il mio mandato. Compio questo gesto esclusivamente per il profondo rispetto che nutro nei confronti dell’istituzione e del suo Presidente, pur consapevole che avevo pieno diritto e anzi sentivo il dovere di continuare a ricoprire la carica consiliare“.

Il Capo dello Stato ha ravvisato nella lettera di dimissioni presentata da Criscuoli senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni, come si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Csm.

Criscuoli  è il quinto consigliere a lasciare Palazzo dei marescialli dopo lo “scandalo” delle nomine. Al momento sono 16 le candidature presentate per le elezioni suppletive di ottobre, quando il Consiglio superiore dei magistrati sarà chiamato a eleggere due nuovi membri togati, dopo le dimissioni per lo scandalo nel Csm scoppiato a giugno con le intercettazioni che riguardavano Luca Palamara.

I magistrati che subentreranno saranno scelti tra il 6 e il 7 ottobre. Bocciato il metodo del sorteggio, proposto anche dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, perché ritenuto incostituzionale dall’Associazione Nazionale Magistrati.




"Toghe pulite" il procuratore generale della Cassazione Fuzio anticipa le sue dimissioni

ROMA – Il  Pg della Corte di Cassazione Riccardo Fuzio indagato a Perugia per rivelazione del segreto d’ufficio,  dopo le polemiche successive alla pubblicazione dell’intercettazione di un suo colloquio con il pm romano Luca Palamara, anch’ egli indagato a Perugia ma per “corruzione”, ha deciso di anticipare la sua uscita dalla magistratura. Doveva restare sino al 20 novembre e invece lascerà tra una settimana, il 21 luglio. Una decisione presa con “rammarico“, dopo aver verificato che “non sussistono le condizioni interne per garantire la piena funzionalità della Procura generale  della Cassazione“.

Riccardo Fuzio

Il 4 luglio scorso Fuzio aveva comunicato al Capo dello Stato la sua decisione di andare in collocamento a riposo anticipato. Un passo indietro, apprezzato da Sergio Mattarella. Il Comitato di presidenza del Csm, di cui Fuzio è componente di diritto, gli aveva chiesto però di restare il tempo necessario alla nomina del suo successore. La nuova decisione è stata comunicata due giorni fa al Csm, al Ministero della Giustizia e ai colleghi della Procura generale.

Le ragioni per cui tutto questo non è più possibile sono illustrate in un comunicato diffuso dall’avvocato Grazia Volo, che assiste Fuzio nel procedimento che, come detto, gli è stato intanto aperto a Perugia.

Il Procuratore generale Fuzio aveva aderito all’invito di garantire la continuità delle attribuzioni assegnate all’ufficio della Procura Generale fino alla data del 20 novembre 2019, ma nella giornata dell’11 luglio 2019, avendo constatato che, nonostante la vicinanza della gran parte dei magistrati dell’Ufficio, non sussistono le condizioni interne per garantire la piena funzionalità dell’Ufficio della Procura Generale nel rispetto dei criteri organizzativi, ha modificato la precedente decorrenza e, con rammarico, ha chiesto di essere collocato a riposo anticipatamente dal 21 luglio 2019” si legge nel comunicato.

L’uscita anticipata di Fuzio dal vertice della Procura Generale della Cassazione non dovrebbe bloccare l’attività del Comitato di presidenza del Csm, di cui il Pg è uno dei componenti di diritto: l’organo di vertice di Palazzo dei Marescialli infatti può operare anche con soli due componenti. Da lunedì si verificherà l’ operatività possibile  per anticipare i tempi del concorso per la successione del Pg, bandito qualche giorno fa ma “tarato” sulla sua uscita a novembre. Le candidature si sono aperte il 12 luglio e si chiudono il 9 agosto. Dopodichè i capi degli uffici avranno 30 giorni per esprimersi sui candidati e altri 30 giorni a disposizione dei Consigli giudiziari per fornire i loro pareri. L’unico margine per accelerare è di utilizzare, con un limitato aggiornamento, i pareri più recenti già espressi sui magistrati che concorrono.

Tra i possibili aspiranti candidati alla sostituzione di Fuzio  il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi  e quello di Napoli Luigi Riello, che vennero entrambi sconfitti la scorsa volta nel confronto con Fuzio, e quello di Venezia Antonello Mura.




Csm: le intercettazioni che hanno inguaiato il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio

Riccardo Fuzio

ROMA Riccardo Fuzio è stato, è ormai il caso di parlare al passato, uno dei più importanti magistrati italiani. Procuratore generale della Cassazione, e conseguentemente membro di diritto del Consiglio superiore della magistratura, è intervenuto duramente nello scandalo che ha travolto gli equilibri interni dell’organismo di autogoverno delle nostre toghe.

Incredibilmente  qualche giorno fa Fuzio, essendo a capo della sezione disciplinare della Corte di Cassazione, ha chiesto la sospensione facoltativa dalle funzioni, e quindi anche dallo stipendio,  di Luca Palamara il magistrato di Roma indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, regista e protagonista dei dopocena “carbonari” con alcuni colleghi del Csm, di cui è stato consigliere nella passata consiliatura,  ed i due esponenti politici del Pd  Luca Lotti e Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa) in passato militante nel centrodestra.

Riunioni e cene notturne organizzate in uno squallido “alberghetto“, ubicato proprio al portone accanto al Csm  per discutere e pilotare sia le nomine dei vertici delle procure italiane, a partire da quella di Roma, e per gestire i “dossieraggi” organizzati contro i magistrati che avevano causato dei guai giudiziari a Palamara. È proprio Fuzio colui che nell’atto di incolpazione nei confronti di cinque membri togati (cioè giudici e magistrati) del Csm, che ha attaccato il renziano Luca Lotti, quest’ultimo a processo per il caso Consip dinnanzi al Tribunale di Roma, sostenendo che “si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Il ciclone che si è abbattuto sulla (mala)giustizia italiana, è però pieno di paradossi. E così adesso lo stesso magistrato “accusatore” d’ufficio,  è finito anche lui coinvolto nello scandalo . Le cronache giornalistiche avevano già dato notizia due settimane fa di un incontro avvenuto il 27 maggio tra lo stesso Fuzio e Palamara,  e di un’intercettazione tra Luigi Spina, ex membro del Csm, e  Palamara e  in cui il primo riferiva al secondo che il procuratore generale della Cazzazione Riccardo Fuzio, in un sms mandato dall’estero, gli aveva detto di riferire a Palamara “di non fare niente…quando torno lo chiamo“.

Il “furbetto” Fuzio non ha fatto una piega, ed è rimasto comodamente seduto sulla sua poltrona. Ma ecco le trascrizioni integrali di un altro incontro a quattr’occhi tra Riccardo Fuzio e Luca Palamara. in occasione del quale il procuratore generale della Cassazione sembra rivelare (violando la Legge !)  all’amico pm Palamara delle notizie riservate sull’inchiesta di Perugia nei suoi confronti, e parlare dell’esposto “pre-confezionato” di Stefano Fava (un pm della procura di Roma, buon amico di Palamara e adesso anch’egli indagato per favoreggiamento) contro i colleghi Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, rispettivamente (ex) procuratore capo e procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma.

Riccardo Fuzio e Luca Palamara

Ma non solo. Fuzio e Palamara si confrontano anche sul “valzer” delle nomine dei procuratori capo della Capitale e di Perugia. Nelle strategie  di Palamara il procuratore generale della Cassazione conta molto quale membro di diritto del Csm, : il suo voto o astensione , come ipotizza di fare all’amico il magistrato indagato,  può essere decisivo negli equilibri e meccanismi elettorali nel plenum del Csm . I due addirittura scendono nei dettagli delle preferenze che i candidati più forti (Creazzo, Lo Voi e Viola) potrebbero ricevere nel plenum e pianificano le proprie strategie più efficaci per mettere d’accordo le varie correnti del “parlamentino” della giustizia Italia. “Il problema è lavorare sui numeri. Questo è il problema” sintetizza Fuzio a Palamara.

Partiamo dal principio , cioè del 21 maggio scorso. Sono le ore 22 . I militari del Gico della Guardia di Finanza, tramite il trojan introdotto nel cellulare di Palamara, ascoltano e registrano  la conversazione intercorsa  tra Luca Palamara e “Riccardo”, che gli investigatori identificano come Riccardo Fuzio che parla con l’indagato dell’esposto di Fava appena arrivato al Csm a carico di Paolo Ielo e Giuseppe Pignatone, parlando senza alcuna preoccupazione dei guai giudiziari del magistrato Palamara, e dei presunti conflitti d’interesse del fratello di Pignatone con l’avvocato siciliano Piero Amara.

PALAMARA:E cioè mi devi fare capire, ora fammi capire tutto…Perché io…se c’ho da preoccuparmi…ma tu l’hai letto? Le carte che dicono?”
RICCARDO (FUZIO): “Per questa cosa che ho detto…è una cosa che invece era nota a tutti perché non solo…ma era…a patto che la nota è indirizzata a quattro persone della procura e quindi tra questi sta Cascini (Giuseppe, membro togato del Csm ndr) e lui sa bene di questa cosa qua…però se ne tiravano fuori…“no, ma io non sapevo”…
PALAMARA:Ma chi cazzo ohhh
FUZIO: “Però io a lui (probabilmente Cascini, o altro membro del Csm ndr) l’ho rassicurato, gli ho detto guarda…e lui mi ha rassicurato…quando dicono, ma l’informativa…è chiaro che l’informativa è partita, poi bloccata… “non si può”…
PALAMARASu Pignatone gli ho detto pure: “Ma che sta a dì oh…ma che cazzo sta a dì?”…ma lui…ma che il fratello di Pignatone prende i soldi da lui (Amara, ndr) questo non lo sconvolge fammi capì? Si preoccupa solo di me lui…ma che cacchio di ragionamento è?”
FUZIO:  “Ma il fratello di Pignatone pigliava i soldi da Amara?”
PALAMARA:Eh
FUZIO: “Cioè, ma lui gli atti…”
PALAMARA: Eh ho capito ma bisogna spiegargli la situazione se no così che facciamo? Oggi è venuto Bianconi (giornalista del Corriere della Sera n.d.r.) a dirmi che sono arrivate le carte da Perugia…chi glielo ha detto oh? E lui non può fa così…cioè, quando gli servono i voti..

Il procuratore generale Fuzio ascolta attentamente l’amico indagato per corruzione. Sostiene di aver spiegato a qualche collega del Csm che la storia di Palamara è diversa da come la raccontano i pm perugini, “…“perché non conoscete la realtà…” e cita Fuzio”Guarda i passaggi sono questi e quindi tu mi devi dire come un anno non esce nulla…la mossa della tempistica come pensate di gestire? Voi ritenete che questa tempistica sia contro Luca?” Evidentemente non sappiamo come vogliono gestire questa cosa…se vuole essere un condizionamento…poi non potevo dire chiaramente Viola non Viola“.

Luca Palamara e Fabrizio Centofanti

Le preoccupazioni di Palamara

Luca Palamara è molto preoccupato dell’informativa dei pm di Perugia. Come è noto, al centro delle accuse di corruzione a Palamara ci sono i suoi rapporti con il lobbista-faccendiere  Fabrizio Centofanti che gli avrebbe fatto favori di vario tipo, in cambio di viaggi e altre utilità, e così facendo secondo i pm umbri avrebbe venduto all’imprenditore la sua funzione di magistrato.

PALAMARA: Perché almeno l’unico modo per controbattere l’informativa è poter darle l”archiviazione, se no che cazzo faccio giusto? Però rimane l’informativa che mi smerda...nessuno gli dice questa cosa qui, questo è gravissimo…qualcuno glielo deve dire, cioè o gli dici chiaro, sennò veramente io perdo la faccia…mi paga il viaggio, l’informativa non l’ho mai letta, non si sa di che importo si parla…qual è l’importo di cui si parla? Si può sapere?
FUZIO: “mahhh”
PALAMARA:Cioè io non so nemmeno quanto è l’importo di cui parliamo
FUZIO: “Si…ci stanno le cose con Adele (cioè Adele Attisani l’amica del cuore di Palamara alla quale, secondo le accuse, Centofanti compra un anello, ed offre soggiorni in hotels di lusso  ndr)
PALAMARA: Cioè…almeno tu…ma le cose con Adele…
FUZIO: “E il viaggio a Dubai…”»
PALAMARA: “Viaggio a Dubai…Quant’è? Ma quanto cazzo è se io…allora…”
PALAMARA:  E di Adele…cioè in teoria…va bè me lo carico pure io…quanto..quant’è, a quanto ammonta?
FUZIO: “Eh…sarà duemila euro”.

L’anello da 2mila euro per Adele Attisani

Duemila euro è la cifra esatta contestata dai pm umbri per il presunto acquisto da parte di Centofanti di un anello per Adele Attisani. I due magistrati parlano anche delle relazioni pericolose intercorse tra lo stesso Luca Palamara, gli imprenditori Pietro Amara e Giuseppe Calafiore ed il pm corrotto Giancarlo Longo arrestato appena 48h fa a seguito della sua condanna definitiva, il quale a verbale ha affermato che Palamara   avrebbe ricevuto dagli avvocati  Amara e Calafiore la somma 40 mila euro per favorire la sua nomina a procuratore capo di Gela.

PALAMARA: Io che cazzo ne so Riccà…ma io non ho assolutamente…che c’entro io…
FUZIO: “..era Longo o…”
PALAMARA: A sì certo…e ma io…l’abbiamo condannato…cioè, ma io non ho..
FUZIO: “E Longo l’avete condannato?”
PALAMARA: “Certo…non ha mai fatto…certo gli ho detto, che faccio? Le faccio. Non le ho mai fatte perché la mia linea è stata quella di fare il processo a Scavoli, di fare il processo alla Righini, li ho fatti tutti…quindi non mi sono mai accanito…cioè non è che sono andato…cioè tu dici che non dovevo proprio vedè le carte lì…
FUZIO: “No no no”
PALAMARA:Eh..ero consigliere…
FUZIO: “Da quelle carte…che Longo le spulciava…”
PALAMARA:  “Il collegamento Centofanti-Longo, sì, ma io…cioè…era un rapporto…io dovevo giudicare Longo non...(incomprensibile, ndr) se avessi favorito Longo!
FUZIO: “Sì, ti arrestavano”
PALAMARA:  “Allora mi arrestavano“.

Il mercato delle vacche (cioè delle nomine)

Il procuratore generale della Cassazione Fuzio e Luca Palamara poi passano a parlare delle nomine. Dalle trascrizioni, sembra di essere a un suk, un mercato delle vacche. Con Fuzio che dà più di un consiglio, e con la coppia che si mette a fare i conti sulle possibili decisioni del plenum del Csm in merito alle votazioni finali. Ipotizzando scenari diversi e alleanze tra Unicost, la corrente di centro di cui Palamara è leader indiscusso, Magistratura indipendente, la corrente più spostata a destra, ed Area, la corrente di sinistra.

FUZIO: “…Cascini a un certo punto…non vuole…non vuole Lo Voi
PALAMARA: “Ma è chiaro…sa che ci sto io sopra...”
FUZIO: “Perché neanche loro…allora dice…a questo punto sono iniziati di teatri, ma alla catanese…io gli ho spiegato…dico guarda…il problema è questo, che loro mettono subito…calano le braghe su Creazzo…però, se tiene, è chiaro che…si può anche non sfidare…”
PALAMARA:UnicostArea o Uni…cioè tu dici…
FUZIO: “no: Unicost – MI” (MI sta per Magistratura Indipendente – n.d.r.)
PALAMARA:E come fai? Se non…
FUZIO: “Portano…portano Creazzo, dopo vogliono Viola
PALAMARA:E Area?
FUZIO: “A quel punto Area si toglie…può anche votare…ti dirò di più…”
PALAMARA:Lo Voi?
FUZIO: “No…può votare Creazzo, ma a questo punto se loro sono d’accordo con i movimenti (intende verosimilmente la corrente Movimento per la Giustizia, ndr)…questa cosa, cioè il ritardo può anche…questo, che anche se votano Creazzo pure quattro noi, cinque e quattro nove…MI, Area e…e i tre grillini votano Viola, si va in plenum e a quel punto non esce…”
PALAMARA: Appunto”
FUZIO: “Oppure devono entrare…devono rimanere in tre per fare il ballottaggio”
PALAMARA: Ma noi dobbiamo…c’abbiamo il consenso, è l’unica cosa, come al solito a quel punto, per salvare il gruppo, cade su di te…ma pure, puoi tenere su Creazzo? In plenum? Come fai? Ce la potresti fare, diglielo a Crini, ma succede un macello se perde con l’astensione tua e vince Viola, è peggio ancora…perché se io dico, non hai capito..se io dico…noi facciamo Viola a Roma tramite l’astensione di Riccardo…va bene, è il gioco delle parti, loro lo sanno e stiamo a posto e tu, io…potresti fare
FUZIO: “Cinque e quattro nove”
PALAMARA: Vanno 5 di Unicost…quattro i Area…e sono nove, Cerabona dieci…bisogna vedè che cosa fa Ermini…Si astiene giusto?
FUZIO:Ermini si dovrebbe astenere”
PALAMARA: Ermini si dovrebbe astenere, almeno quello…visto che mo’ è scandalizzato da me, dalla cosa e tutto quanto che fa? Allora se tu ti astieni non può mai vincere Creazzo

I due continuano a fare i loro calcoli e proiezioni elettorali. Il procuratore generale della Cassazione Fuzio dice che “Giglioti è quello che mi ha fatto tradire la Grillo, e che “il problema è lavorare sui numeri, questo è il problema“. Palamara è ottimista, e chiude dicendo che “da stasera, cambia tutto“.

In effetti è cambiato tutto, ma per tutti compreso loro due




Indagato il Pg Fuzio: rivelò i dettagli dell'inchiesta di Perugia sul "Caso Palamara"

Riccardo Fuzio

ROMA – Non sono trascorse neanche ventiquattro ore dall’annuncio del pensionamento anticipato a novembre, che il procuratore generale della della Suprema Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, è finito sul registro degli indagati della Procura di Perugia per rivelazione del segreto istruttorio, dopo una pioggia di denunce da parte di pm di diverse città d’Italia. Il fascicolo è stato affidato agli stessi magistrati che conducono l’inchiesta per corruzione a carico del pm romano Luca Palamara.

Il procuratore generale Fuzio, in una conversazione intercettata con Palamara e captata dal trojan installato sul cellulare del magistrato di Roma, gli avrebbe rivelato dettagli dell’indagine umbra nei suoi confronti , contenuti in un’informativa inviata pochi giorni prima al Csm, e quindi sfociata nell’apertura di un procedimento disciplinare. L’incontro intercettato tra Palamara e Fuzio è dello scorso 21 maggio. I due magistrati sono amici da tempo e il pm quella sera aveva aspettato Fuzio addirittura sotto casa sua, per chiedere al pg della Cassazione dettagli sulla comunicazione giunta arrivata al Csm, della quale Fuzio i quale componente di diritto del Consiglio, è titolare dell’azione disciplinare.

LA RIVELAZIONE

Il primo a informare Palamara dei documenti arrivati al Consiglio Superiore della Magistratura, il 16 maggio, fu  Luigi Spina allora consigliere del CSM, che per questa rivelazione è stato indagato – sempre a Perugia – per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento, e si è dimesso dall’incarico dopo l’esplosione dello scandalo. Nonostante i dialoghi intercettati dalla Guardia di Finanza siano disturbati, si riesce a sentire Fuzio confermare all’amico Palamara quanto già sapeva.

Ma si ascoltano anche altri particolari imbarazzanti: i viaggi a Dubai e l’ammontare di un episodio di corruzione contestato a Palamara, cioè circa duemila euro per il pagamento di un anello per la sua “amica” del cuore. . Il riferimento sono alle utilità che, secondo l’accusa, l’imprenditore Fabrizio Centofanti avrebbe messo a disposizione al magistrato in cambio di favori: un anello da duemila euro per Adele Attisani l’ “amica” del cuore  del pm Palamara , cene e viaggi lussuosi. Anche se  Fuzio si fosse limitato a ribadire all’amico Palamara delle circostanze che erano già di sua conoscenza, avrebbe comunque rischiato l’iscrizione sul registro degli indagati: la rivelazione da parte di una seconda fonte, infatti, sarebbe comunque valsa come conferma delle notizie coperte da segreto.

A Perugia, il procedimento è stato aperto dopo che alcuni magistrati di diverse Procure (Bologna, Rimini, Padova, Torino), avevano presentato una formale denuncia contro Fuzio. Il documento è stato depositato a Perugia e non nella Capitale, “essendo pacifico che l’eventuale reato sia stato commesso a Roma nell’esercizio delle funzioni giudiziarie“, come riportato nel documento.

 

LE INTERCETTAZIONI

La notte del 16 maggio Spina rivela a Palamara l’avvio della pratica. Il pubblico ministero si arrabbia, chiede informazioni su quanto stia accadendo al Csm: “Che c… ha fatto Riccardo?“, dice Palamara. Il collega Spina lo informa che “Riccardo è all’estero, mi sono messaggiato“. “E che ha detto?”, replica Palamara . E Spina: “Ha detto: digli di non fare niente e quando torno lo chiamo, questo mi ha scritto”.

la Attisani a cena con Palamara

Il 21 maggio, Palamara attende Fuzio sotto la sua abitazione. Parlano dell’inchiesta. “L’informativa non l’ho mai letta, non si sa di che importo si parla, qual è l’importo di cui si parla?“, chiede il pm indagato. E Fuzio gli risponde: “Sì, ci stanno le cose con Adele (Adele Attisani l’amica di Palamara a cui Centofanti avrebbe comprato e pagato un anello n.d.r. ) ed il viaggio a Dubai“. E Palamara: “Viaggio a Dubai, Quant’è?“. Fuzio: “Sarà duemila euro“. Poi, i due magistrati parlano anche delle nomine ai vertici della Procure. Adesso per Fuzio potrebbe scattare anche il procedimento disciplinare, che dovrebbe essere promosso dal Ministro di Giustizia. Oggi si riunirà il Comitato direttivo centrale dell’Anm, che discuterà sul deferimento del procuratore generale della cassazione ai probiviri.

Era stata proprio l’Associazione Nazionale dei Magistrati, insieme alla corrente Unicost – alla quale aderiscono sia Fuzio che Palamara – a chiedere le dimissioni immediate del procuratore generale . E lo scandalo sulle toghe sporche sembra non finire mai, allargandosi di giorno in giorno. Evidentemente il richiamo del Capo dello Stato Mattarella non è bastato…




Continua la "guerra" fra Procure. La Procura di Messina indaga il procuratore capo di Taranto

ROMA – La Procura della Repubblica di Messina ha iscritto il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo nel registro degli indagati, per ipotesi di abuso d’ufficio . I fatti si riferiscono al periodo in cui il magistrato barese era alla guida  della Procura di Trani e riguardano la vicenda di un esposto anonimo su un presunto complotto contro l’Eni e il suo amministratore delegato Claudio Descalzi pervenuto alle Procure di Trani e Siracusa.

L’esposto inviato da una mano anonima sarebbe stato finalizzato in realtà a depistare un’altra inchiesta, nel frattempo aperta a Milano, su tangenti pagate dall’Eni in Nigeria e Algeria.L’anonimo venne mandato alla Procura di Siracusa e a quella di Trani.

La Procura della Repubblica di Siracusa

Nella procura di Siracusa l’allora pm Giancarlo Longo, avrebbe messo in piedi un’indagine priva di qualunque fondamento, su un falso piano di destabilizzazione del gruppo petrolifero statale e del suo amministratore delegato Descalzi . Alcuni giorni prima di chiedere il patteggiamento l’ex Pubblico Ministero Giancarlo Longo aveva chiesto di essere interrogato dai Pubblici Ministeri di Messina in quanto voleva svelare atti corruttivi commessi da alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Longo, che poi ha subito una condanna a cinque anni di reclusione, svelò che i suoi amici-complici in svariati illeciti, gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara, (entrambi successivamente arrestati) avrebbero versato al magistrato Luca Palamara (membro del Csm all’epoca dei fatti)  la somma 40 mila euro per “sponsorizzare”ed assicurarela nomina di Longo al vertice della Procura della Repubblica di Gela.

l’ex-pm Giancarlo Longo alla ricerca di “cimici” nel suo ufficio

Le manovre per portare Longo alla guida della Procura di Gela

L’ex magistrato Longo, non ancora 50enne,  da sostituto procuratore della Procura di Siracusa, avrebbe così avuto la possibilità di far un gran balzo di carriera arrivando a diventare il capo della Procura di Gela. Questa promozione non arrivava casualmente ma era la meta cui ambiva l’avvocato Amara, nell’ambito dei suoi propositi di scalare i rapporti con le gerarchie dell’Eni ed ottenere parcelle di centinaia di migliaia di euro per ogni sua consulenza difensiva in favore dei dirigenti dello stabilimento petrolifero di Gela che finivano sotto inchiesta per inquinamento ambientale o per altri reati.

Se fosse andata in porto l’operazione di far nominare procuratore capo di Gela l’ex pubblico ministero Giancarlo Longo , gli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore avrebbero avuto la strada libera da ostacoli negli uffici della Procura della Repubblica di Gela in quanto, avendo sul libro paga l’ex pubblico ministero Longo e avendo pagato la sua promozione a procuratore capo, gli avrebbero impedito o lo avrebbero costretto ad affossare tutte le inchieste contro i funzionari di Eni in servizio presso l’impianto petrolchimico di Gela.

Gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara

La promozione di Longo a capo della Procura di Gela sfumò e il magistrato napoletano, dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’ “operazione Sistema Siracusa”, su richiesta dei Pubblici Ministeri di Messina, che oltre a lui fecero rinchiudere in carcere anche gli avvocati Amara e Calafiore, nel momento in cui si vide costretto a scegliere tra il giudizio ordinario e il rito abbreviato, optò per il patteggiamento. L’ex pm Giancarlo Longo chiese di patteggiare quattro anni di reclusione, ma si vide sbattere la porta in faccia dai pm Carchietto, Fradà e Rende i quali gli dissero in poche parole: prendere o lasciare, daremo il consenso soltanto per una pena di cinque anni di reclusione, con la cessione del tuo Tfr alle parti offese e la lettera di dimissioni dal corpo della Magistratura. E così avvenne.

Con l’incubo di dover ritornare in carcere, Giancarlo Longo tentò anche la carta della disperazione: chiese di essere interrogato per rivelare fatti illeciti di cui era a conoscenza. Quando venne  sentito dai pubblici ministeri di Messina, l’ex magistrato accusò di corruzione tre magistrati in servizio al Csm e ha svelato che a rivelargli che nel suo ufficio della Procura di Siracusa fossero stati installati videocamere e “cimici” è stato il suo collega pubblico ministero Maurizio Musco. I verbali contenenti le dichiarazioni di Longo, per il coinvolgimento di tre componenti del Csm, sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Perugia e adesso sono di pubblico dominio con l’apertura un fascicolo che vede indagati per corruzione il pm della procura di Roma, Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale Magistrati ed ex componente del Csm.  Per le accuse a Palamara ed ad altri due suoi colleghi verbalizzate dagli avvocati Amara e Calafiore nei mesi scorsi sono stati arrestati giudici in servizio al Consiglio di Stato, al Cga di Palermo, alla Corte dei Conti di Roma.

il magistrato Luca Palamara

Nel decreto di perquisizione domiciliare e dell’ufficio di Palamara , si legge che avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela. Nell’inchiesta è coinvolto l’imprenditore romano Fabrizio Centofanti, sotto processo a Messina nell’ambito dell’operazione denominata “Sistema Siracusa” per avere anticipato le spese della vacanza natalizia a Dubai all’ex pubblico ministero Longo e alla sua famiglia, nonchè quelle che avrebbero dovuto sostenere gli avvocati Amara e Calafiore. Anche i due avvocati di Siracusa, dal mese di aprile dello scorso anno divenuti “collaboratori di giustizia”, e sono indagati dai magistrati del capoluogo umbro per corruzione. Per favoreggiamento e rivelazione di atti coperti dal segreto sono invece indagati anche altri due magistrati di Roma: Luigi Spina e Stefano Rocco Fava.

l’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone

Dagli atti emerge che parti offese sono l’ex procuratore capo di Roma Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, nonchè il magistrato di Catania, Marco Bisogni, che, secondo il diabolico piano degli avvocati Amara e Calafiore, avrebbe dovuto essere sottoposto a dei procedimenti disciplinari aperti contro di lui dal Csm in quanto aveva “osato” mettere sotto inchiesta l’avvocato Amara e sua moglie, Sebastiana Bona, per emissione di fatture false e altri reati fiscali. Lo scontro tra Amara e Bisogni avvenne quando quest’ultimo era pubblico ministero alla Procura della Repubblica di Siracusa. Amara, assistito dall’avvocato Calafiore, cercò di far pagare un alto prezzo al magistrato Bisogni citandolo a giudizio, innanzi al Tribunale Civile di Messina, ove gli chiese di risarcirgli un danno economico ammontante a otto milioni di euro.

La richiesta fu dichiarata ammissibile dal Collegio giudicante ma, per fortuna del pm Marco Bisogni, successivamente, un altro Collegio, difformemente composto rispetto a quello che aveva dichiarato ammissibile la richiesta dell’avvocato Amara, rigettò la richiesta e fece tirare un grosso respiro di sollievo al Pubblico Ministero Bisogni, che oggi lavora alla Procura di Catania. In relazione alle accuse mosse al magistrato Palamara (che si recò a Siracusa e guidava la commissione disciplinare che avrebbe dovuto decidere la sorte del procuratore capo Francesco Paolo Giordano), dal 2011 l’imprenditore Centofanti gli avrebbe elargito “utilità e vantaggi economici”. A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua amica Adele Attisani.

Centofanti avrebbe pagato  ancheun gioiello del valore di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’Attisani per il suo compleanno. All’ “amica” di Palamara sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’hotel Jebel di Taormina. Ci sono poi le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana. L’ex presidente dell’Anm è stato interrogato recentemente per più di 4 ore negli uffici di una caserma della Guardia di Finanza, respingendo con fermezza le accuse. “Sulla mia persona – ha detto ai magistrati di Perugia – si stanno abbattendo i veleni della Procura di Roma, ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per punto tutti i fatti che mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, né regali, né anelli e non ho fatto favori a nessuno”.

Perche Capristo viene indagato

L’ex procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo, ora alla guida della Procura di Taranto, che è bene ricordare nell’ambito del sistema corruttivo scoperchiato negli uffici giudiziari di Trani non è mai stato coinvolto o sfiorato,  è stato sentito le scorse settimane dai pm messinesi, che hanno indagato e processato Longo scoprendo il piano, i quali gli contestano l’anomala trasmissione dell’esposto al collega Longo anziché alla procura di Milano, naturale sede dell’inchiesta sul falso complotto.

Di lui ha parlato in un verbale l’avvocato Piero Amara, il regista del “sistema Siracusa“, che ha raccontato di aver inviato a Trani, quando Capristo era a capo di quella procura, uno degli esposti anonimi che sarebbero dovuti servire ad inscenare il falso complotto ai danni dell’Eni, per sviare le “vere” indagini di Milano sul colosso petrolifero.

Sono stato già interrogato dai colleghi di Messina alcune settimane fa alla presenza del mio difensore e ho rappresentato loro la correttezza del mio operato“, ha dichiarato Capristo in proposito. “Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio. Quando giunsero gli anonimi a Trani – spiega Capristofurono assegnati a due sostituti che si occuparono dei doverosi accertamenti sulla loro fondatezza. Successivamente – prosegue – venne formalizzata una articolata richiesta del fascicolo dal PM di Siracusa. La richiesta fu analizzata dai due sostituti che con apposita relazione mi rappresentarono che gli atti potevano essere trasmessi. Vistai la relazione e disposi la trasmissione del fascicolo al Procuratore di Siracusa. Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio“.

Sentito in tarda serata dal CORRIERE DEL GIORNO il Procuratore Capristo ha smentito di aver avuto qualsiasi contatto o rapporto con gli artefici del “sistema Siracusa” e manifestato la propria serenità “certo di aver sempre rispettato e fatto rispettare il corso della giustizia“, escludendo ogni coinvolgimento e responsabilità personale. “Per me parleranno i fatti ed documenti” ha concluso Capristo.

Le “bufale-congetture” del “Fango Quotidiano”

Ieri mattina il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo inquietante firmato un giornalista tarantino, come sempre disinformato, che racconta la presenza dell’ Avv. Amara agli incontri fra i commissari straordinari dell’ ILVA e la Procura di Taranto, senza sapere di cosa parla e scrive, ignorando che Amara era presente al seguito dei commissari Laghi, Gnudi e Carruba, partecipando soltanto a pochi incontri, con interventi inconsistenti, al punto tale che in una riunione gli venne tolta la parola proprio da chi l’aveva portato con se, ed a parlare come legale per l’ ILVA fu esclusivamente l’ Avv. Loreto. Successivamente Amara non partecipò più ad ad alcun tavolo, scomparendo come una meteora. Fonti della Procura di Taranto confermano che l’avvocato Amara ha partecipato solo a sporadici incontri in Procura e sempre alla presenza di più magistrati accanto al Procuratore capo Capristo.

il procuratore Capo di Milano Francesco Greco

Il Fatto Quotidiano come sempre non la racconta tutta, in quanto il patteggiamento ex 231 fu sollecitato dalla Procura di Milano che procedeva parimenti per patteggiamento contro i Riva per dei reati fallimentari. Il procuratore di Milano Francesco Greco ed altri due sostituti della Procura di Milano si recarono a Taranto il 24 ottobre 2016 per uno scambio di informazioni fra le due Procure.

Durante l’incontro fra le due procure si discusse anche sulla probabile istanza di patteggiamento che l’Ilva in amministrazione straordinaria avrebbe potuto presentare a breve ai giudici. Nell’istanza già presentata al Gup Vilma Gilli,  l’ILVA in AS aveva proposto ai magistrati il pagamento di una sanzione pecuniaria di oltre 3 milioni di euro a fronte della non applicazione dell’interdizione dell’attività e la confisca della somma di circa 10 milioni di euro di profitto. La proposta non fu presa allora in considerazione perché la Procura di Taranto aveva negato il consenso.

Fu soltanto grazie a questa cooperazione fra le procure di Milano e Taranto che si riuscì ad ottenere il “tesoretto” dei Riva depositato ed occultato in una banca dell’ Isola di Jersey, nel canale della Manica inglese. Soldi ancora oggi nella disponibilità dei commissari dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, recentemente sostituiti dal Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.

Quindi la “chiave di lettura diversa” in realtà è frutto solo delle fantasie ideologiche e strumentali, di qualcuno ben noto per le sue posizioni sinistrorse,  che da sempre sostiene la chiusura dell’ ILVA. Trattasi del solito “fango quotidiano“.

 




"Toghe sporche": il procuratore generale della Cassazione Fuzio chiede la sospensione di Palamara da funzioni e stipendio

ROMA – Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha richiesto al Consiglio Superiore della Magistratura la sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio del pubblico ministero Luca Palamara, l’ex presidente della Associazione Nazionale Magistrati  indagato a Perugia.

Il provvedimento è stato richiesto il 12 giugno scorso alla vigilia del vertice sulla Giustizia tenutosi a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte mentre nel frattempo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha accelerato la riforma delle intercettazioni organizzando per venerdì prossimo una riunione del tavolo “tecnico” allargato a giornalisti e avvocati.  Non sarà facile riuscire a trovare posizioni di compromesso tra queste due categorie, come sul piano politico sarà ancora più difficile una comunione di intenti tra il M5S e la Lega, che sull’argomento hanno posizioni diametralmente opposte. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti si è detto favorevole a “correggere il procedimento elettorale per gli eleggibili” nel Csm.

Il provvedimento richiesto  è di natura cautelare cioè destinato a intervenire prima che si celebri il processo disciplinare. La sezione disciplinare del Csm si pronuncerà a porte chiuse sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Forse più trasparenza sarebbe stata opportuna…

Ecco l’intervento sulla giustizia del Ministro Guardasigilli Bonafede ieri sera a “Porta a Porta” (RAIUNO) , intervistato da Bruno Vespa :

 

La richiesta di avviare un procedimento disciplinare non può considerarsi un atto di semplice routine anche perché oltre alla gravità delle accuse contestate al Pm Palamara si intravede un potenziale coinvolgimento dello stesso procuratore generale Fuzio il quale, in parte indirettamente, avrebbe fatto arrivare un messaggio (divenuto di pubblico dominio due giorni fa) al collega messo sotto intercettazione dalla Procura di Perugia, e come risulta dagli atti inviati da Perugia al consiglio di presidenza del Csm, incontrandolo successivamente il 27 maggio scorso . Il procuratore generale Fuzio peraltro è componente dell’ufficio di presidenza del Csm e, quindi, per lui si prevede quanto meno un obbligo di astensione.

Si tratta di un vero e proprio clima da resa dei conti ,  la cui pericolosità ma sopratutto gravità verrà sicuramente evidenziata venerdì prossimo al plenum straordinario del Csm a cui presenzierà il Presidente, cioè il capo dello Stato,  per l’insediamento dei nuovi togati , in attesa delle elezioni suppletive tra i pm previste in autunno.

il premier Giuseppe Conte

La linea del Governo  che verrà illustrata stasera del premier Giuseppe Conte al vertice convocato con i ministri Giulia Bongiorno ed Alfonso Bonafede (peraltro entrambi avvocati) e con l’annunciata partecipazione dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio,  è quella di coinvolgere il Parlamento e, dunque, quanto più possibile anche l’opposizione. È necessario,  ha detto il premier Conte a Napoli “recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni: serve una coesione sociale e fiducia nelle istituzioni, dunque serve intervenire per dare un segnale di grande attenzione“. sostenendo l’urgenza di procedere ad una revisione del “meccanismo di elezione dei componenti del Csm in modo da recidere la possibilità di contaminazione tra politica e magistratura“.

Il premier ha voluto anche però sottolineare di non averapprezzato lo spirito corporativo con cui con cui hanno reagito alcuni magistrati…“, una posizione questa condivisa anche  dal Guardasigilli Alfonso Bonafede: “I nostri magistrati, tra i migliori al mondo, sono gli eredi di Falcone e di Borsellino e non permetterò a nessuno di macchiare la giustizia in maniera indelebile”. Bonafede ha parlato di “muro invalicabile” tra la politica e la magistratura sostenendo che “Non è possibile che un magistrato che va fare politica possa tornare a fare il magistrato“.

Stavolta una mano decisiva potrebbe arrivare anche dall’Anm (l’ Associazione Nazionale dei Magistrati) il cui neo presidente Luca Poniz, ha parlato in un’intervista rilasciata al Sole 24Ore di “questione morale e carrierismo esasperato che affligge i magistrati“.




La guerra dei "congiurati notturni" del Csm: tutti contro tutti !

Palazzo Chigi

ROMA –  Le nuove intercettazioni sul caso Csm  portano nuovi scossoni nella magistratura italiana. Nel vertice di mercoledì prossimo a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno si parlerà di riforma della giustizia.

La “cupola”  che voleva riscrivere la geografia del potere giudiziaria si arricchisce di nuovi protagonisti. Nelle carte dell’inchiesta condotta dalla Procura di Perugia compare un nuovo magistrato di un certo “peso” . Si tratta di  Antonello Racanelli, procuratore aggiunto di Roma e segretario di Magistratura Indipendente, la corrente “conservatrice” che alle ultime elezioni ha portato nel Consiglio Superiore della Magistratura il maggior numero di eletti (cinque).

Dalla relazione del Gico della Guardia di Finanza alla Procura di Perugia emerge da una conversazione intercettata il 16 maggio scorso dal software spia “Trojan” installato nell’Iphone di ce Luca Palamara in cui si  parla dell’esposto firmato dal “sodale” Stefano Rocco Fava anche con il procuratore aggiunto di Roma Antonello Racanelli, altro “sponsor” di Viola come capo dell’ufficio e segretario di Magistratura indipendente,  che si sarebbe detto d’accordo con l’operazione suggerendo di far convocare al più presto il collega al Csm per confermare le sue accuse contro Pignatone e Ielo, questi ultimi vittime di una fuoco incrociato.

Racanelli dà infatti la sua benedizione all’operazione coordinata da Palamara in combutta con l’ex sottosegretario e ministro del Pd Luca Lotti di concerto con il deputato Pd e magistrato in aspettativa Cosimo Ferri,  che doveva portare alla Procura di Roma il Pg di Firenze Marcello Viola e, contestualmente, fulminare, azzoppandolo disciplinarmente, Paolo Ielo, titolare dell’inchiesta Consip e uomo di fiducia del Procuratore uscente Giuseppe Pignatone.

Infatti, Antonello Racanelli, già procuratore aggiunto a Roma, (a lato nella foto)  è il  segretario della stessa corrente di cui è stato segretario da magistrato Cosimo Ferri, ed a a sua volta anche lui si muove. Nell’ultima settimana del maggio scorso, qualche giorno prima che il terremoto giudiziario deflagri rilascia un’intervista a Giacomo Amadori del quotidianola Verità, cioè lo stesso giornale che insieme ad “il Fatto Quotidiano” avevano pubblicato e diffuso la notizia “bomba” dell’esposto di Fava contro Ielo. Un’intervista così titolata: “Magistratura Indipendente contro le gazzette dei Pm. Repubblica sulla Procura di Roma è inqualificabile“. In realtà i fatti dicono che ad essere inqualificabile sembra essere il vertice della sua corrente, ed anche qualche giornalista “schierato” ed allineato.

Anche il nome di Racanelli in realtà figura nelle relazioni della Guardia di Finanza sull’inchiesta di Perugia.  Secondo quanto riportano alcuni giornali bene informati, risulta che Luca Palamara, ex presidente Anm ed ex consigliere del Csm indagato a Perugia per “corruzione” ed altri reati, avrebbe parlato anche con lui dell’esposto strumentale firmato dal “sodale”  Fava , in quanto “supporter” per la nomina di Marcello Viola a procuratore capo di Roma.

Nei giorni scorsi Racanelli in una intervista al quotidiano  Il Giornale aveva illustrato la posizione di Magistratura Indipendente rispetto ai suoi rappresentanti in consiglio, Corrado Cartoni, Antonio Criscuoli e Paolo Lepre, che si erano autosospesi (procedura che di fatto non esiste )  “Ai nostri tre consiglieri abbiamo rivolto un invito, saranno poi loro a decidere liberamente come comportarsi. Questo invito è stato deciso dall’organo più autorevole possibile, un’assemblea di corrente con centocinquanta magistrati presenti, e quindi è del tutto impensabile che adesso si torni indietro” . In realtà Cartoni e Lepre hanno preferito lasciare il Csm.

“Dietro alla richiesta di dimissioni dei nostri consiglieri c’è anche un calcolo preciso – aggiungeva Racanelliper le regole interne al Csm, al loro posto entrerebbero i primi colleghi non eletti. Che però sono di altre correnti, e questo cambierebbe in profondità gli equilibri interni al Consiglio superiore, mortificando il voto dei magistrati italiani che appena un anno fa hanno scelto di voltare pagina. Per la prima volta il gruppo di potere che era stato egemone all’interno della magistratura, a partire da Area e Magistratura democratica, è stato messo da parte. È il gruppo che per anni ha trasformato l’Anm in un soggetto politico, che ha preteso di dettare la linea al Parlamento sulle politiche dell’immigrazione – sosteneva Racanelli – i magistrati italiani con il loro voto a nostro favore hanno detto che non ne vogliono più sapere. Utilizzare l’inchiesta di Perugia, che deve andare in fondo serenamente, per ribaltare la volontà dei magistrati italiani sarebbe un vulnus alla democrazia”. A queste posizioni tutte le altre correnti avevano protestato chiedendo che i consiglieri coinvolti, anche se non indagati, per motivi di opportunità avrebbero dovuto lasciare.

Racanelli questa mattina a sua volta si è dimesso dalla carica di segretario di Magistratura Indipendente, la corrente di destra delle toghe che nei giorni scorsi , non sappiamo con quale coraggio…. aveva chiesto ai suoi rappresentanti del consiglio del Csm (presenti nelle carte dell’inchiesta) di ritornare al lavoro. Con un messaggio inviato ai colleghi nelle mailing list Racanelli ricorda che “da tempo avevo manifestato la volontà di lasciare tale incarico (in occasione della scadenza del mandato avvenuta nelle scorse settimane) ed in occasione dell’assemblea generale del 5 giugno avevo già messo a disposizione il mio incarico. Motivazioni e valutazioni saranno esposte nella sede naturale, cioè nell’assemblea generale che si terrà nei giorni 5 e 6 luglio. Allo stato, dico solo che non parteciperò al ‘festival della grande ipocrisia‘ di molti esponenti di rilievo della magistratura associata”.  Un’ipocrisia che anch’egli dimostra di conoscere molto bene.

Nel frattempo il vicepresidente del Csm, David Ermini, smentisce un proprio presunto coinvolgimento nelle trame oggetto dell’ inchiesta dei magistrati di Perugia: “Smentisco in modo fermo di aver partecipato ad incontri con Palamara, Ferri e Lotti riguardanti le nomine di alcuni procuratori. L’incontro di cui si parla risale al 2018, nel periodo della mia elezione. E i toni e le espressioni che costoro usano nei miei confronti sono la prova che mi consideravano un ostacolo ai loro piani. Il mio unico punto di riferimento è sempre stato il presidente della Repubblica“. Persino il suo  predecessore a Palazzo dei Marescialli Giovanni Legnini (Pd), interviene per riconfermare, come già fatto dal Quirinale che: “Il presidente Mattarella non è mai intervenuto sulle nomine di magistrati ed ha sempre garantito l’autonomia del Csm“. Affermazioni queste che smontano le tesi difensive del senatore Luca Lotti (Pd).

Luca Palamara, il pm indagato per corruzione cerca di difendersi invece dall’accusa, che sembra emergere da una delle sue frasi, cioè quella della strategia pianificata per insabbiare il caso Consip e salvare l’ex ministro Luca Lotti , suo “alleato-complice” dalle ultime intercettazioni : “Al momento della conversazione, il caso Consip era già stato definito con richiesta di rinvio a giudizio. Nulla quindi avrei potuto fare. Il mio discorso era ipotetico e riferito al passato“. Lotti non sapendo come difendersi utilizza la stessa teoria “difesa” del suo collega Cosimo Ferri : “Nessuno si chiede se sia lecito pubblicare queste intercettazioni” e sostiene che “In ogni caso, come si capisce bene leggendo, niente è vero circa il mio interessamento su Consip“. Invece dalla lettura di evince eccome il suo interessamento !

Il procuratore di Genova, Francesco Cozzi si appresta ad acquisire gli atti dell’inchiesta di Perugia per quello che riguarda il tentativo di screditare il suo collega Giuseppe Creazzo, attuale procuratore capo  di Firenze, in quanto la competenza sulla procura fiorentina è nel capoluogo ligure. Creazzo non è indagato e la denuncia, spiega Cozzi, è precedente ai lavori della commissione del Csm sulle nomine. Il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli, candidatosi per il ruolo di procuratore capo a Perugia, ha presentato un esposto alla Procura di Perugia  per tutelarsi dalle voci di un suo coinvolgimento.

Ieri si sono riuniti i magistrati aderenti ad Unicost.Il coinvolgimento di nostri iscritti impone pubbliche scuse a tutti magistrati italiani ” si legge nel documento approvato per acclamazione che si conclude con “Un grato riconoscimento al presidente Mattarella, custode della nostra autonomia“.

L’accordo per la “lottizzazione” delle Procure incredibilmente non includeva soltanto i magistrati da nominare, ma persino le date in cui il Consiglio superiore della magistratura avrebbe dovuto decidere. Per i posti di procuratore capo a  Roma, Perugia, Torino, Brescia, ritenuti i più importanti, volevano chiudere i giochi entro l’estate. E guarda caso è il giudice-deputato del Pd (prima in Forza Italia) Cosimo Ferri, a dettare la linea nell’ormai famosa riunione notturna del 9 maggio : “Se va lo schema Viola (che era il loro candidato come procuratore nella capitale, ndr ) noi poi dobbiamo avere il nome per Perugia, e poi dobbiamo vedere quando inizia la storia degli aggiunti…“, vale a dire i vice-procuratori, sempre a Roma. e guarda caso per uno di quei posti  il candidato da sostenere era proprio Luca Palamara.

Le intercettazioni dei colloqui effettuate dal Gico della Guardia di Finanza, confermano negli accordi sui vertici degli uffici giudiziari,  il ruolo di “dominus” di Cosimo Ferri (nonostante le sue patetiche smentite) e dell’ex ministro renziano Luca Lotti . Gli sfoghi del pm Palamara svelano anche delle vere guerre in corso facendo emergere veleni interni alla magistratura non solo sulle poltrone da assegnare, ma quello che è ancor più grave, sulle inchieste in corso. A partire dalle indagini sull’ amico di Palamara, il lobbysta Fabrizio Centofanti, al caso Consip, fino alla vicenda giudiziaria che ha colpito l’ex sottosegretario leghista Armando Siri.

Luca Lotti immaginava che la scelta del procuratore di Roma entrasse in un unico pacchetto con gli aggiunti, e chiede: “Ma perché, non possono essere più insieme, secondo voi?“. Gianluigi Molini (ormai ex) presidente della commissione Incarichi direttivi del Csm, gli risponde “no”, e Cosimo Ferri ribadisce: “Semmai si fa prima il procuratore“. Morlini e Palamara spiegano che per nominare gli aggiunti “politicamente bisogna sedimentare, creare le condizioni”. Ma Lotti ha fretta, molta fretta….: “Però entro l’estate li chiudete?“, Palamara confida entro la “fine di maggio, una volta che fai il procuratore“.

È il 16 maggio quando il consigliere del Csm Luigi Spina( a lato nella foto)  indagato e dimessosi dal Csm  confida a Luca Palamara i dettagli dell’inchiesta a suo carico, che sono contenuti nell’informativa trasmessa alla 1ma commissione, della quale è componente. Ed insieme concertano la strategia per gestire le possibili conseguenze dell’indagine. “Il problema è capire, come rimango in magistratura? – dice PalamaraCome un vincente o come un perdente? Se perdo la battaglia dell’Aggiunto sono un perdente“,  ma spiega che ha pronto un “piano B“, cioè quello di fare la domanda per entrare nel collegio del Garante della privacy, e dice: “la domanda la faccio, almeno posso dire: C’ho ripensato”.

Spina  invece dice a Palamara di  pazientare, perché “avrai la tua rivincita, si vedrà che chi ti sta fottendo, forse sarà lui a doversi difendere a Perugia. Noi a Fava lo chiamiamo“. Il riferimento è molto chiaro, stanno parlando del pm “amico-alleato” di Roma Stefano Rocco Fava, autore di un esposto su Ielo e Pignatone presentato al Csm. Palamara è agguerrito: «Io vado a finire nel calderone della prima ( commissione, ndr)  – io, Pignatone e Ielo mi sta bene“. Poi  Spina spiega la sua strategia per tentare di assicurare a Palamara l’incarico da aggiunto per il quale ha fatto domanda: ritardare le nomine. Palamara dice: “Gli aggiunti prima di luglio non li fai fare“. e Spina lo rassicura: “«Non li faccio fare manco per idea“. Il pm Palamara ha un obiettivo: “Voglio vedere se ho l’archiviazione o se c’è la proroga. Nella prima settimana di giugno lo saprò”. e chiede all’amico di intercedere con Ermini: “Gli devi dire: Puoi stare tranquillo sulla vicenda di Luca“.

Il mercato delle “toghe”

Sono ancora le intercettazioni a tratteggiare i contorni dello scandalo del “mercato delle toghe” che ha travolto il Csm e che ha svelato gli accordi sottobanco tra magistratura e politica per gestire gli incarichi ai vertici degli uffici giudiziari più importanti d’Italia, primi tra tutti quelli di Roma e Perugia. Persino le tattiche per cercare di posticipare un procedimento disciplinare a carico di un collega.

Cartoni: “Palamara lo facciamo a giugno, dai“, e ride.

Un altro consigliere: “Poi è tutto a scendere, fatto quello è tutto a scendere…“.

Ferri: “Ma faresti solo Roma o anche Perugia?“.

Spina: “Solo Torino è la cosa…”.

Morlini: “Io vorrei fare Roma e magari ci metto Brescia”.

Spina: “Penso pure Salerno dovrebbe essere abbastanza semplice…“.

Dalle intercettazioni emerge anche altro. Palamara, i due deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti ed i consiglieri del Csm, nella riunione notturna dell’8 maggio, parlano anche di un collega che ha un procedimento pendente in I commissione, quella di cui fa parte Spina. Dicono che di lui ha parlato anche Mattarella. Spina dice che sta tenendo ferma la pratica: “Io la sto a fermà, ma non è che la posso fermà sempre”.

il magistrato Luca Palamara ed il deputato Cosimo Ferri (Pd, ex Forza Italia)

La spartizione

L’accordo per le Procure prevedeva anche le date in cui il Csm doveva decidere. La partita più importante è quella della Procura di Roma, nella quale Spina garantisce che i membri”laici” grillini si schiereranno dalla loro parte: “Gigliotti a Catanzaro ha ricevuto l’indicazione di votare Viola, punto”. Gigliotti è uno dei tre indicati dal Movimento Cinque stelle, che adesso chiede alla stampa di pubblicare tutto…Strano che il M5S non chieda pubblicamente a Gigliotti di dimettersi però.

Lotti a sua volta insiste su ciò che potrebbe far sapere millantando le sue inesistenti entrature al Quirinale: “Allora vi ripongo la domanda: cosa deve arrivare al presidente della situazione di Roma, perché la discon…“. Probabilmente stava per dire “discontinuità” con l’ex procuratore Pignatone,, ma viene interrotto da Spina : “Poco, perché formalmente noi ancora poco sappiamo, perché c’è quel c… di Cd che sta in cassaforte…”.

Il riferimento è molto chiaro. Si parla dei documenti che il pm di Roma Stefano Rocco Fava ha allegato al suo esposto contro Pignatone e il procuratore aggiunto Paolo Ielo trasmesso al Csm . Secondo la “cupola” dei congiurati la denuncia contro i vertici dell’ufficio romano può essere la chiave di volta per vincere la partita delle “nomine”, e sopratutto deve diventare lo strumento da utilizzare per screditare la vecchia gestione ed insediare un procuratore del “cambiamento”, per l’appunto, Marcello Viola,  considerato più distante e indipendente dall’ex procuratore Pignatone rispetto agli due candidati, Francesco Lo Voi e Giuseppe Creazzo che invece sono allineati alla direzione organizzativa predisposta dall’ex procuratore capo della Capitale che ha fruttato importanti risultati

La reazione di Palamara contro i colleghi

Lo scorso 16 maggio Palamara viene a conoscenza grazie all’amico Spina  consigliere del Csm che a Palazzo dei Marescialli è arrivata la comunicazione dell’indagine per corruzione a suo carico, avviata a Perugia dopo le segnalazioni giunte da Roma sui suoi rapporti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti arrestato nel 201. Luca Palamara a quel punto perde il controllo e lancia pesantissime accuse contro i colleghi che l’hanno messo sotto inchiesta. Parlando del procuratore di Perugia Luigi De Ficchy, (andato in pensione il 1° giugno  ndr) , dice: “Il migliore amico di Centofanti“. Ed in un’altra conversazione: “La cosa che mi inquieta di più è De Ficchy, che poi improvvisamente da amico diventa nemico… È telecomandato… Gli faccio una causa per danni, una causa civile“.

Palamara sostiene che quando Centofanti era stato arrestato, nel 2018, De Ficchy cercava di mettere una buona parola per l’imprenditore: “Veniva per parlarmi di Centofanti e del perché lo avevano arrestato, e perché è una brava persona, voleva carte da Tivoli che lo riguardavano“. Aggiunge che quando aveva scoperto dell’informativa mandata a Perugia  a sua volta aveva chiesto notizie all’ex procuratore umbro: “Lui mi fa: Di che parli? Da quel momento inizia a negarsi“.

Il pm calabro-romano parla di De Ficchy  anche con Luca Lotti. e racconta di avere organizzato un incontro tra Pignatone e l’ex capo della procura umbra, quando i due non sarebbero stati  in buoni rapporti. E che ora quella “pace” raggiunta potrebbe esserglisi rivoltata contro, con Pignatone che ha inviato le carte a Perugia e De Ficchy. che ha aperto l’inchiesta: “Secondo te il primo incontro riservato Pignatone-De Ficchy dove l’ho fatto? Me l’ha chiesto Pignatone quando ho fatto De Ficchy. Mo mi so rotto“.

Palamara parla anche di quando era nel Consiglio e delle strategie usate per controllare le assegnazioni delle poltrone in alcune procure strategiche, come quella di Napoli: “A Napoli abbiamo dato una marea di inc….”. E racconta di un magistrato rimasto escluso da un giro di accordi: “Dovevamo inculà Cananzi, ha iniziato a dare le botte contro il muro, a urlà come un pazzo”.

Il bersaglio numero uno è sempre lui Pignatone, nonostante sia andato in pensione, che viene accusato da Palamara di essere il “regista occulto” di un’operazione ai suoi danni, sostenendo che da tempo lo “ricattava” — testuali parole — alludendo a ciò che poteva uscire sul suo conto a Perugia. “È una cosa fatta a tavolino… Lo so da Pignatone a dicembre 2017 a casa sua… mi chiama e mi dice: “che sei stato fuori una notte con una persona?”, a dicembre 2017…“, racconta a Spina. E continua: “Centofanti ha pagato tutte le vacanze alla Balducci (ex consigliera “laica” del Csm insieme a Palamara, ndr) … la Balducci non compare… perché Pignatone andava a mangiare dalla Balducci“.

il sen. Luca Lotti e Luca Palamara

Palamara si sfoga anche con Lotti: “Il rapporto con lui… lui si è seduto a tavola con te… lui ha voluto parlà con Matteo (forse Renzi, ndr)… lui ha voluto fa’ quelle cose… lui crea l’affidamento… mi lascia col cerino in mano… io mi brucio, loro si divertono…“. E manifesta il sospetto di inchieste condotte con impostazioni diverse: “La vicenda Siri… fidate… Siri veniva arrestato in condizioni normali! De Vito (il grillino presidente del Consiglio Comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa, che vogliono fare con Salvini, fidati… io non mi sbaglio“.

Sempre Palamara confida al collega Stefano Rocco Fava, un altro “nemico” di Pignatone e del suo vice Paolo Ielo : “Io pago l’operazione Viola, pago l’operazione Ermini“, cioè l’elezione del vice-presidente del Csm condotta sull’alleanza raggiunta fra Magistratura Indipendente e Unicost “benedetta” e sponsorizzato da Luca Lotti e Cosimo Ferri.  Il pm calabrese-romano riferendosi alla denuncia presentata da Fava al Csm aggiunge: “C’è tutto un giro… però loro… adesso con la cosa tua succede un macello”.

Luca Palamara e Claudio Lotito

Oggi a Roma si è riunito il comitato direttivo centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati, il sindacato delle toghe, per il rinnovo della giunta a seguito delle dimissioni del numero uno, il presidente Pasquale Grasso.   In apertura del direttivo centrale dell’Anm, Grasso aveva detto: “Rivendico con forza la correttezza e la coerenza della linea di azione, politica, giuridica e morale, che, come presidente dell’Anm, componente di questo Comitato direttivo centrale e come magistrato, ho proposto e seguito”.

Pasquale Grasso, dimissionario dall’ ANM

Agli atti compare anche un’intercettazione di Palamara con il patron della Lazio, Claudio Lotito, in cui il pm si assicura che il consigliere Spina e i suoi figli abbiano posti “vip” – e sopratutto gratis – per la finalissima di Coppa Italia, tra Lazio e Atalanta. Il giorno prima del match Palamara si rivolge a Lotito e gli chiede i biglietti omaggio per il collega. “Questi sono tribuna autorità centrale – da istruzioni Lotito alla sua segretaria – i migliori posti“. Mezz’ora dopo, Palamara allarmato richiama Lotito: “Claudio! Ma a Luigi (cioè Spina, ndr) non l’ha chiamato nessuno“. Il presidente della Lazio si rivolge alla sua collaboratrice e la rimprovera: “Te l’ho detto Spina è il primo, ti ho detto Spina è il primo in assoluto“.

Dopo che le correnti delle toghe di Area, Unicost e Autonomia e Indipendenza erano intervenute a chiedere un passo indietro del presidente, Grasso ha risposto: “Vi ho ascoltato, ovviamente rassegno le mie dimissioni. Vi comprendo e vi rispetto. Vi rispetto e vi ringrazio. Vi rispetto molto più di quanto abbiate dimostrato di rispettare me. Potrei osservare che le vostre considerazioni hanno deliberatamente trascurato la prospettiva cronologica degli avvenimenti. Potrei dolermi di convenienti fraintendimenti della mia condotta“, aggiungendo  “vi ho ascoltato e compreso. Ovviamente rassegno le mie dimissioni. Lo faccio serenamente, dicendo no a me stesso. Nel ricordo di un grande intellettuale del passato, che ricordava che i moralisti dicono no agli altri, l’uomo morale dice no a se stesso“.

Il nuovo presidente dell’Anm è Luca Poniz, pm a Milano, un esponente di Area, la componente più a sinistra del sindacato delle toghe . Poniz era già vicepresidente dell’Anm. Torna a far parte della Giunta dell’Anm il gruppo di Autonomia&Indipendenza, che vede tra i suoi leader il togato del Csm, Piercamillo Davigo. L’incarico di vicesegretario va infatti all’esponente della sua corrente, Cesare Bonamartini, giudice a Brescia.

da sinistra Luca Poniz nuovo presidente dell’Anm. sulla destra il segretario, Giuliano Caputo

“C’è una gigantesca questione morale da affrontare, io mi sento totalmente estraneo rispetto a questa drammatica contingenza e convinto che la maggioranza dei magistrati lo siano” dice  Luca Poniz, il nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati pubblico ministero a Milano, storica “toga” di Magistratura democratica ed iscritto ad Area.: “Per me quello di oggi è un grande onore, ma anche un grande onere. Non bisogna spegnere i fari su questa vicenda, ma andare fino in fondo“. Sono queste le sue prime parole di un discorso fatto a braccio.

 

 

 

 

 

 




Csm & Mattarella: per il Quirinale "Lotti ha detto il falso"

Luca Palamara

ROMA –  Il  magistrato Luca Palamara così esponeva il 9 maggio scorso in piena notte la sua strategia  all’amico Luca Lotti, senatore del Pd ed ex ministro renziano,  per archiviare le indagini sul caso Consip : Se io vado a fare l’aggiunto gli dico al mio procuratore Viola che si consulta con me… si chiude, fine, basta“.   Una conversazione , intercettata grazie a un captatore (trojan) autoinstallato dal Gico della Guardia di Finanza  nel cellulare del magistrato, che ha consentito  di svelare la strategia di Luca & Luca (Palamara & Lotti) per vendicarsi nei confronti di coloro che con le inchieste giudiziarie avevano ostacolato le rispettive carriere.

Ma nella riunione notturna del 9 maggio scorso non si discusse esclusivamente del successore di Giuseppe Pignatone come capo della procura di Roma ma anche di David Ermini, attuale vicepresidente del Csm. Tutto ciò emerge quanto emerge dall’atto di apertura dei vari procedimenti disciplinari del procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio  in cui vengono riportati alcuni stralci della conversazione (intercettata) che si tenne quella sera tra i vari protagonisti della vicenda. Corrado (riconosciuto nel magistrato  Corrado Cartoni, componente della Sezione Disciplinare del Csm ) dice : “ho problemi anche al disciplinare, ho problemi con Ermini“. Palamara: “eh appunto, fammi capì questo“. Lotti interviene : “eh ragazzi, queste vanno affrontate…queste cose”. Cartoni: “io ci ho litigato con Ermini…Luca“. Ferri: “si è svegliato Corrado (ride – nota GdF)”.

il magistrato Luca Palamara e l’onorevole Cosimo Ferri (Pd)

Ostacolare il procuratore Giuseppe Creazzo

Organizzatori dell’incontro in cui si decide di “toglierlo dai coglioni” ( Creazzo ndr.) sono Ferri e Palamara. “Emerge una strategia di danneggiamento del dottor Creazzo anche correlata alla aspirazione del predetto magistrato di ricoprire l’incarico direttivo” a Roma.

Palamara: “Se lo mandi a Reggio (Creazzo, ndr), liberi Firenze (dove il magistrato è procuratore generale, ndr)”.
Lotti: “Se quello di Reggio (cioè il procuratore, ndr) va a Torino è evidente che quel posto è libero e quando lui (Creazzo, ndr) capisce che non c’è più posto per Roma fa domanda”.

A questo punto  nell’atto del pg Fuzio  si legge che i presenti scherzano su Ermini. Palamara: “e allora?“. Corrado: “digli qualcosa, si deve sveglià”. Ferri: «lo mette sempre in minoranza…raccontagli». Lotti: “Corrà… te che non c’eri all’inizio ma Ermini non è che (omissis)”. Cartoni: “va bene se stamo per capì”. Lotti: «però qualche messaggio gli va dato forte». Cartoni: “digli qualcosa… io ho un ottimo rapporto però ti fa proprio innervosire, ti fa uscire dai gangheri che delle cose… (omissis)”. Cartoni: “sentito che è successo oggi?”. Ferri: “sì diglielo dai“. A questo punto Lotti  dopo una frase coperta da omissis, dice: “questo non va bene però”, e Palamara aggiunge : “non va bene no” ed ancora il senatore renziano del Pd (che rischia di essere processato per l’inchiesta Consip, ndr): dice “mica me l’avevate detto questo“.

Secondo il procuratore generale Fuzio la “cricca” Palamara & company, voleva sfruttare un procedimento per infangare Creazzo. Il particolare emerge da una intercettazione di Palamara, il quale parla di un soggetto che “ha raccolto tutte queste cose in un dossier tutte le cose che non andavano su questa inchiesta e su Creazzo“.

Le pressioni sulla segretaria del Csm per sostenere Viola  

Nel medesimo incontro tutti i partecipanti discutono animatamente su come appoggiare la candidatura di Marcello Viola. Il pg nel suo documento spiega che si stavano accordando “affinché il profilo professionale del candidato sostenuto dai consiglieri presenti alla riunione fosse, ai fine della nomina stessa, il migliore“.

Uomo (con accento settentrionale) riferendosi alla segretaria incaricata di fare il profilo: “Ma Viola chi lo fa?”», .
Palamara: “Corrado (Cartoni, ndr) chiamala“.
Cartoni: “Ci devo parlare con la (nome omissato)”.
Palamara: “Lei poveraccia ha paura su questo…ma tu su Viola se glielo autorizzi glielo dico io…cioè le dico di venire a parlare con te“.
Uomo (con accento settentrionale): “Diglielo direttamente tu, dille che faccia un bel profilo”.
Palamara: “Il rapporto devi averlo tu, non devo comparire“.

La strategia: orientare il Csm

La strategia era molto chiara, si voleva orientare le nomine del Consiglio superiore della magistratura e così poter “pilotare” le inchieste che li riguardavano. Queste intercettazioni agli atti delle informative redatte dalla Guardia di Finanza e consegnate ai magistrati inquirenti della Procura di Perugia, raccontano le trame tessute col deputato Pd Cosimo Ferri, i consiglieri del Csm e altri magistrati. Raccontano gli incontri, le cene, i contatti che avrebbero attivato con il Quirinale per mettere uomini di fiducia nei posti chiave.

Per pianificare il voto sulla nomina del nuovo procuratore di Roma si ribadiva, durante la riunione convocata il 9 maggio in un albergo romano,  l’ importanza di “sostenere” la candidatura di Marcello Viola alla guida della Procura della Capitale, ed evitare quella di Francesco Lo Voi, considerato troppo allineato con il modus operandi del Procuratore Capo Giuseppe Pignatone.

Lotti così racconta i dettagli della sua (millantata) visita al Quirinale.

Lotti: “Quello che vi devo dire io Mattarella… Io ci sono andato e ho detto “presidente la situazione è questa” e gli ho rappresentato quello che voi mi avete detto più o meno cioè Lo Voi…“.

(omissis)

Lotti: “Altra cosa che non vi ho detto, lui (l’ormai ex procuratore Pignatone,-  ndr) al Quirinale non ci andrà…“.

Palamara: “Appunto, ma è sicuro questo”.

Lotti: “Questo al 101%“.

Palamara: “Quindi è una caz… quello che mettono in giro?”.

Ferri: “Non lo prende?…”.

Palamara: “Erbani c’era ieri sera…”.

Lotti: “Lui non andava al posto di Erbani , lui andava al posto di Lupo…“.

Stefano Erbani è il consigliere giuridico del presidente Sergio Mattarella, che a sua volta che aveva preso il posto di Ernesto Lupo dopo il suo pensionamento . 48 ore prima quando erano uscite le prime indiscrezioni sulle parole di Lotti, il Quirinale  aveva immediatamente diramato una nota e smentito qualsiasi tipo di incontro con il braccio destro di Matteo Renzi. Una prese di posizione molto chiara e  riconfermata ieri: “Si tratta di millanterie“.

 

Il Quirinale ed Ermini

Nelle trascrizioni delle intercettazioni la “cricca Palamara-Lotti-Ferri” torna a parlare del Quirinale e sul comportamento di David Ermini, che era stato eletto proprio dall’accordo trasversale Pd-Magistratura Indipendente-Unicost messo in piedi da Ferri, Lotti e Palamara, alla vicepresidenza del Csm. La cricca si ne lamentano di Ermini perché  secondo loro si muove con troppa autonomia, e lo paragonano al predecessore Giovanni Legnini.

Palamara: “Oggi che va a dire vota tizio, vota caio, serve ora che rifà le commissioni… che lui non può dar retta a nessuno”.

Lotti: “No ma guarda… sulle commissioni non mi preoccupa per niente, ti dico la verità, sul resto è molto peggio… Mi scoccia la sudditanza nei confronti di… Ma è tutto lì. In più Erbani è furbo e ci gioca… perché a me è stato detto mandami David direttamente lì, perché lui non ci va lì, lui si ferma alla porta prima, ma ti pare normale che io possa scrivergli un messaggio, vado su e quell’altro si ferma alla porta, oh non può funzionare così…“.

Ferri: “Perché lo riceverebbe chiaramente”.

Lotti: “Certo che lo riceverebbe“.

Palamara: “Perché Legnini… andava sempre, stava sempre da Mattarella poi…”.

Lotti: “Poi mi so rotto i c… ho detto “ascolta Giovanni se deve venire qui e tutte le volte mi deve dire come fare, vaff…” e hanno rotto, è questo il motivo… quell’altro non ci va mai però“.

Ferri: “Hanno rotto poi Mattarella e Legnini“.

Dal colloquio di Lotti con Palamara  registrato dopo l’incontro in albergo con Ferri e i consiglieri del Csm. si capisce inequivocabilmente che è proprio l’inchiesta Consip in cui  il senatore Lotti è imputato uno dei principali moventi della voluta ricercata “discontinuità” con la gestione Pignatone della  Procura di Roma  Rimasti soli, l’ex ministro renziano si sfoga con l’amico magistrato: “Io non è che ce l’ho… non è ce l’ho a morte perché… è su di me… (…) È stato uno scambio sulla nostra pelle, Luca“.

il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Le frasi sul Presidente della Repubblica

Lotti continua a raccontare sull’incontro millantato con Mattarella:”Io ci sono andato e ho detto “presidente la situazione è questa” e gli ho rappresentato quello che voi mi avete detto più o meno

Palamara: “Sulla nostra pelle, io sono certo”.

Lotti: “La mia soprattutto… cioè la nostra intesa come…“.

Palamara: “Luca, me devi capì che ce so entrato in mezzo pure io… Perché quello che m’hanno combinato lì a Perugia ancora nemmeno se sa, non è chiaro…”.

Poco prima  avevano parlato della denuncia del pm Stefano Rocco Fava sulle presunte incompatibilità del procuratore aggiunto Paolo Ielo nell’inchiesta sull’avvocato dell’Eni Piero Amara, e Lotti si sfoga: “La storia vera è che Ielo ha detto a Pignatone… tu lasciami stare su questa roba, io ti mando avanti Consip”.

Palamara:”Bravo”.

Lotti: “E ti pare poco?… E poi il fratello di Ielo c’ha na consulenza all’Eni..“.

Palamara: “Tu giustamente dici, a te t’hanno ammazzato sulla vicenda Consip… a me sai benissimo quello che ho sofferto con questa cosa… Nel mio m’hanno ammazzato… terribile… non so come ho fatto a rimane’ in piedi”.

Il risentimento ela reazione del magistrato ha origine dall’invio degli atti dalla Procura di Roma a quella di Perugia sui suoi rapporti con l’imprenditore da cui è nata l’accusa di corruzione nei suoi confronti. Di qui l’interesse comune, suo e di lotti, per l’esposto di Fava contro Ielo e Pignatone.

Palamara: “Quindi la fortuna ha voluto… che uscisse fuori Stefano (il pm Fava, ndr) nel momento giusto, ok… co’ tutto che noi siamo amici, e la sua pazzia… perché lui è un matto… però è un matto che ti dice… cioè tu puoi ave’ fatto na… ma questi stanno a fa’ peggio… allora a sto punto io li ammazzo…».

Lotti pero poco prima aveva esternato preoccupazione sull’esito dell’esposto di Fava dicendo “Sia il Quirinale sia David (Ermini, ndr) lo vogliono affossare“.

Palamara in relazione al processo a Lotti, dice: “Perché io non mi sono esposto su Consip quando dicevo “chiudiamo tutto, chiudiamo tutto”, ed illustra quello che lui farebbe: “Supponiamo che c’è Viola, e c’è Luca Palamara lì, che cosa dico: crediamo a Scafarto o non gli crediamo, basta… Se io vado a fare l’aggiunto questo gli dico al mio procuratore Viola che si consulta con me… gli vogliamo credere rompiamogli il c… non gli vogliamo credere si chiude, fine, basta… Troppe cose anomale“.

Il 16 maggio, dopo essere stato avvisato dal consigliere Luigi Spina della comunicazione al Csm sull’inchiesta per corruzione a suo carico, Palamara parla con il collega pm Stefano Rocco Fava, autore dell’esposto contro Ielo e Pignatone: “È scientifico… È preordinato per segarmi le gambe, no? Intanto però mo’ la prima cosa da fare è dargli la botta in faccia su Viola… Perché almeno Viola… lascia perdere che poi faccio l’aggiunto io… mi danneggia… ci consente di mettere le mani su tutto… e già quello mi basta a me…“.

Fava: “Quello è fondamentale… a me è tutto… tranquillo, diciamo”.

La strategia-accordo per la nomina di Viola era già stata pianificata nella riunione nell’albergo della settimana precedente con i deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri dove si erano analizzate tutti i possibili incastri.

Ferri: “L’altro giorno ho visto Ermini per caso che passeggiava, e mi ha detto che Cascini (consigliere al Csm della corrente di sinistra Area, ndr) è andato da lui a chiedergli di aiutare Petralia (attuale procuratore generale di Reggio Calabria, ndr) a Torino”.

Palamara: “E però… io non ho sentito che Ermini andava al… per aiutare Palamara…“.

Spina: “E perché non va da Cascini a dire aiuta Viola… Guarda che se non rompi i c… su Viola te votano Petralia… perché non gli dice questo?”.

Le lamentele sul conto di Ermini, proseguono  al punto tale che Ferri esclama: “Cioè il nostro alleato è Davigo… più Davigo che Ermini…”.

Un vero e proprio paradosso questo considerato che Davigo ha fatto la scissione dalla corrente. Insieme a Sebastiano Ardita, evocato perché dopo l’esposto di Fava vuole convocare il pubblico ministero romano e chiarire in fretta la questione. Luigi Spina invece vuole frenare per tenere il fascicolo aperto il più a lungo possibile: “C’è Sebastiano che vuole spingere… digli di stare calmo… già lo voleva convoca’… Calma… più sta quella pratica, meglio è…“.

L’esposto di fatto doveva essere utilizzato una spada di Damocle sulla carriera dell’attuale procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, indicato come aspirante prossimo procuratore capo di Milano.

Spina: “Ricordatevi che a Milano loro vogliono portare Ielo“.

Ferri: “Ma Ielo con la pratica che c’ha… cazzo vuole?».

Lo scambio

È stato uno scambio sulla nostra pelle (…) La storia vera è che Ielo ha detto a Pignatone… tu lasciami stare su questa roba, io ti mando avanti Consip.

Spina: “Appunto… ecco perché dico teniamo un attimo”.

I magistrati “autosospesi” non perdono la retribuzione

 L’ “autosospensione” del “togato” Criscuoli è soltanto un termine giornalistico, in quanto in realtà si tratta di “volontaria astensione dei consiglieri coinvolti dalle attività consiliari“. Una effettiva sospensione dalla carica o una decadenza definitiva sarebbero possibili solo in casi molto difficili (e in alcuni casi del tutto impossibili) da verificarsi.

Infatti nel caso in cui un magistrato sottoposto a procedimento penale per un reato non colposo può essere sottoposto a “sospensione facoltativa”, ma in questo caso è necessario un voto del Plenum del Csm a scrutinio segreto e con una maggioranza dei due terzi: molto difficile. La sospensione automatica in caso di procedimento disciplinare con sospensione dalle funzioni o dallo stipendio è di fatto un’ ipotesi impossibile, perché i membri del Csm non sono considerati in servizio attivo e quindi non possono essere sottoposti a procedimento disciplinare, come nel caso di decadenza per casi di condanna disciplinare a una sanzione più grave dell’ammonimento . Quarto caso, la decadenza in caso di condanna penale irrevocabile,  che, considerati i tempi della giustizia, arriva soltanto quando il membro del Csm ha già finito il suo mandato. Ultimo caso: la “sospensione” se il consigliere finisce in galera. Almeno in quel caso si può cacciarlo, ma provvisoriamente !

I membri del Consiglio superiore della magistratura inciampati nelle intercettazioni del “caso Lotti-Palamara“, scoperti mentre partecipavano alle cene con Luca Lotti in cui si spartivano le poltrone degli uffici giudiziari, che in questo momento si sono “autosospesi” dal Csm sono pagati senza lavorare. Non partecipano ai lavori delle commissioni, non si presentano al plenum, e se ne stanno comodamente  a casa propria. Con una certezza: a fine mese il lauto stipendio arriva lo stesso .

L’ “autosospensione”, economicamente parlando, ha una sola conseguenza: la perdita dei gettoni di presenza, che sono collegati alla partecipazione dei lavori e delle commissioni. Soldi a parte, la scelta degli autosospesi solleva un tema rilevante: la sostanziale inamovibilità dei membri del Csm. Se l’organismo di autogoverno dei giudici si è trasformato nel corso degli anni in un potere irresponsabile, sottratto a qualunque controllo, è anche per questo. E dovrà farci i conti anche il presidente Mattarella, i cui propositi di “tolleranza zero” indicata al vicepresidente Ermini, rischiano di andare a sbattere contro le garanzie di cui godono i membri del Consiglio.

Sul caso è intervenuto anche il vicepresidente del Csm David Ermini. “Smentisco in modo fermo di aver partecipato ad incontri con Palamara, Ferri e Lotti riguardanti le nomine di alcuni procuratori. Ribadisco che dal giorno della mia elezione il mio unico e costante punto di riferimento; sempre stato il Presidente della Repubblica“, dice Ermini. che accusa: “Del resto, i toni e le espressioni che costoro usano nei miei confronti nelle intercettazioni sono la prova che mi consideravano un ostacolo per il raggiungimento dei loro piani”. In pratica la  conferma che questi piani esistevano.

Per la prima volta ci troviamo d’accordo con il M5S. Sul Blog delle Stelle appare un articolo dal titolo “Pubblicate tutto“. in cui si legge: “In un Paese civile si pubblica tutto, perchè i cittadini hanno il sacrosanto diritto di sapere“.

Questo il testo integrale:

In questi giorni dagli articoli dei giornali stanno venendo fuori i colloqui notturni in cui alcuni magistrati e alcuni politici concordavano su come spartire le poltrone dei più importanti uffici giudiziari d’Italia. Consiglieri del Csm – ormai quasi tutti dimessi – e due parlamentari del Pd. A quanto pare, si tratta solo di una minima parte di quanto gli investigatori hanno potuto registrare grazie ai nuovi strumenti forniti dalla legge “Spazzacorrotti”.

E noi, come cittadini, vogliamo sapere tutto. Perché paghiamo i consiglieri del Csm affinché si occupino dei tanti problemi della giustizia. Paghiamo i politici per fare leggi e, se all’opposizione, affinché controllino la maggioranza. In un Paese civile si pubblica tutto, perché i cittadini hanno il sacrosanto diritto di sapere. E, come vuole la nostra Costituzione, hanno il diritto di essere correttamente informati.

Non ci interessa sapere delle faccende private delle persone, perché quello è un ambito che non c’entra col pubblico. Non ci interessa il taglia e cuci di frasi sparse per dimostrare le tesi di chi scrive. Non ci interessa sapere della singola frase estrapolata da un brogliaccio, senza che sia perfettamente contestualizzata. Ci interessa sapere ciò che ha rilevanza pubblica, ciò che è di interesse pubblico. E magistrati e politici che si incontrano di notte, in albergo, per monopolizzare il potere giudiziario, tramando alle spalle del Paese e degli organi preposti a ciò, è di interesse di tutti.

Secondo la giurisprudenza, ci sono tre condizioni a cui ci si deve attenere per una corretta informazione. L’utilità sociale dell’informazione; la verità dei fatti esposti (una verità oggettiva o anche solo putativa quando frutto di un serio e diligente lavoro d’inchiesta); la forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione.

Quindi cari cronisti, attenetevi a queste tre pilastri e pubblicate tutto!

 

(AdG) Per quanto ci riguarda non aspettavamo l’invito del M5S. Questo giornale che state leggendo, talvolta in maniera solitaria ha sempre pubblicato tutto di tutti. Compresa una certa magistratura corrotta e collusa agli interessi della politica, degli affari sporchi.




Mattarella indice elezioni suppletive al Csm per sostituire i dimissionari

Antonio Lepre

ROMA – Oggi si è dimesso un altro consigliere del Csm, Antonio Lepre e si aggrava sempre di più il caos all’interno del Consiglio superiore della magistratura dopo l’inchiesta interna e della Procura di Perugia sugli incontri intercorsi fra alcuni membri ed esponenti del Pd per concordare le nomine del vertice del Capo della Procura di Roma, di Perugia  e di altri capoluoghi.

E’ cresciuto anche in maniera esponenziale ed imbarazzante a livello istituzionale il disagio della magistratura sullo scontro per i contatti avuti dai consiglieri del Csm  con Luca Lotti ex ministro Pd . Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio , nell’atto di incolpazione a carico di cinque togati del Csm, riferendosi a Lotti – indagato a Roma per il caso Consip – così ha scritto:  “Si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Nelle intercettazioni si sente l’ex ministro del Pd, braccio destro di Matteo Renzi, parlando sul  vicepresidente del Csm David Ermini dire: “Però qualche messaggio gli va dato forte“. Un affermazione grave e pesante pronunciata durante la famosa riunione del 9 maggio scorso in cui Lotti trattava ed organizzava con Luca Palamara, Cosimo Ferri ed alcuni consiglieri del Csm sulla strategia da adottare per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma.

Uno scandalo istituzionale-politico che imbarazza non poco il Partito democratico. E’ stato soprattutto l’ex procuratore nazionale antimafia e nuovo europarlamentare Franco Roberti a far sentire la sua voce nei giorni scorsi :”Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd“, Adesso emergono nuovi dettagli dalle intercettazioni. Il segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, interviene con una nota per dire: “Il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati”.

Il neo-segretario del Pd assicura tutti: “Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista e di civiltà giuridica secondo il quale prevale la presunzione di innocenza fino alle sentenze definitive. L’oggetto delle indagini non sono le frequentazioni ma il loro merito. Attendiamo per questo che si faccia piena luce. Agli esponenti politici del Pd protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato“. Ed aggiunge: “Ma il Pd non ha mai dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari“.

Lotti così replica alla nota di Zingaretti : “Senza fare nessuna polemica con Nicola, sono un po’ sorpreso che lo stesso segretario abbia sentito poi la necessità di dire che il “suo” Pd non si occupa di nomine di magistrati: perchè anche io faccio parte del “suo” Pd e – come ho personalmente detto a lui e spiegato oggi in una nota – non ho il potere di fare nomine, che come noto spettano al Csm“.

David Ermini

Ma a smentire e rendere sempre più debole e complicata la posizione di Lotti sono le sue parole pronunciate dall’ex ministro durante la riunione del 9 maggio. Parole scolpite come macigni contenute nell’atto di incolpazione con cui il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha dato avvio all’azione disciplinare nei confronti di cinque consiglieri del Csm. Uno di questi consiglieri, Corrado Cartoni, diceva a Palamara: “Ho problemi con Ermini, ci ho litigato”. Il vicepresidente del David Ermini dalle intercettazioni di Perugia viene raffigurato come un ostacolo alle “strategie” del triumvirato Lotti, Ferri e Palamara.

Nell’atto di incolpazione scritto da Fuzio, si legge: c’era una vera “strategia di danneggiamento” di uno dei candidati alla carica di procuratore di Roma, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, che venne prefigurata nella riunione del 9 maggio scorso , organizzata dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e Cosimo Ferri, con Luca Lotti e cinque consiglieri “togati” del Csm, tutto ciò  mentre si manovrava per “l’enfatizzazione” del profilo professionale di Marcello Viola,  procuratore generale di Firenze , il candidato fortemente voluto dai “politici” e che guarda caso è risultato il più votato dalla Commissione per gli incarichi direttivi nella seduta dello scorso 23 maggio sorso.

E’ stato tutto ciò che ha indotto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha indetto per il 6 e 7 ottobre prossimo l’elezione suppletiva per la sostituzione dei membri dimissionari del Csm. Mattarella ha deciso di indire le supplettive a ottobre in quanto la richiesta di scioglimento anticipato del Csm contrasterebbe con la necessità di cambiare le procedure elettorali da più parti richieste. Nella motivazione del Capo dello Stato si legge che le elezioni serviranno a “voltare pagina, restituendo alla magistratura prestigio e fiducia” incrinati per le vicende delle ultime settimane.

Le elezioni suppletive serviranno quindi a sostituire i membri togati del Csm dimissionari, Antonio Lepre e Luigi Spina , rappresentanti eletti dai pm, e quindi non sostituibili con i primi dei non eletti. Infatti i posti riservati al Csm per i pubblici ministeri sono quattro, e alle elezioni dell’anno scorso per il rinnovo dell’intero Consiglio superiore si erano presentati giusto quattro candidati: di qui l’esigenza delle suppletive per la sostituzione dei dimissionari.

Discorso ben diverso invece per i giudici:  le candidature per questa quota erano più numerose dei seggi disponibili. Adesso quindi esiste un bacino di “non eletti”dal quale attingere: al posto di Gianluigi Morlini, da oggi rientrato a fare il giudice a Reggio Emilia, subentrerà Giuseppe Marradi cui proprio ieri il Csm ha decretato il ritorno nel ruolo della magistratura (era distaccato al ministero della Giustizia). A seguito di tutto ciò  cambiano anche i rapporti di “forza” e peso nelle correnti all’interno del Csm. Unicost con l’uscita di Morlini perde un consigliere a vantaggio di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo a cui fa riferimento Marra .

AGGIORNAMENTO

Corrado Cartoni

Corrado Cartoni  membro togato del Csm  di Magistratura Indipendente, uno dei magistrati coinvolti nelle riunioni con Luca Palamara e Luca Lotti per pilotare la nomina del prossimo procuratore di Roma ha presentato le dimissioni:   . “Non ho mai parlato di nomine” dice specificando che  le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”  scrive l’ormai ex consigliere del Csm nella lettera indirizzata al vice presidente del Csm David Ermini, in cui ha comunicato il proprio passo indietro, .

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm – scrive Cartoninon per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”. Cartoni ringrazia “le centinaia di colleghi che, silenziosi, in questi giorni tremendi mi hanno manifestato la loro stima ed il loro affetto”  augurando “buon lavoro” ai colleghi consiglieri ed a chi subentrerà al suo posto.

Al posto di Cartoni si insedierà Ilaria Pepe, seconda dei non eletti alle votazioni dell’anno scorso per il rinnovo del Csm. La nuova consigliera appartiene alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che ha tra i fondatori e come leader Piercamillo Davigo. . In questo modo la corrente  raddoppierà la sua rappresentanza al Csm. Attualmente oltre allo stesso Davigo c’è solo un altro consigliere di Autonomia e Indipendenza, Sebastiano Ardita.




Magistratura dipendente, al servizio dei politici

di Emiliano Fittipaldi

Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell’Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall’inchiesta su Luca Palamara – ex presidente dell’Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all’anno scorso – rischia di travolgere l’intera categoria. Come mai accaduto prima.

Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che “le mele marce” tra i 9000 togati in servizio «restano pochissime», ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell’attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è “devastante“. E che la questione morale (e la crisi etica e d’immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.

“Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull’immagine dell’intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale“, spiegano all’Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall’inizio ogni fase della faccenda. “Siamo preoccupati, inutile negarlo“, dicono al Colle.

COME AI TEMPI DELLA P2  

Difficile non esserlo. L’inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi correntizi e deviati che rischiano di minarne l’autorevolezza alle radici. “Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2“, ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascini.

Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile. Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l’occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l’organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri.

Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s’è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un’amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.

Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di “vendette” da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Ielo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall’uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato – almeno così pensa il gruppo dei sodali – a loro più affine. Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all’unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo.

Ma non è tutto. L’istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta “criminalità giudiziaria”, un fenomeno che – cronache alla mano – sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell’Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti. Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l’uomo forte di Unicost – altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni – è solo l’ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana.

Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi. Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. “Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale“, spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.

LA “PIGRIZIA MORALE” 

Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suoElogio dei giudici scritto da un avvocato” sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro (“in cinquant’anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano”, sosteneva) era “un lento esaurimento interno delle coscienze” e “una crescente pigrizia morale”. Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c’è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli “amici degli amici” e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno.

“Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge“, ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo showdown di questi ultimi mesi.

 AL MERCATO DELLE SENTENZE

La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato.

Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato. Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall’avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo di faccendieri implicati nell’affaire Palamara.

Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l’ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l’accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali. Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all’assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.

In un altro filone dell’indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani. Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l’archiviazione.

GIOCHI SPORCHI IN SICILIA 

Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell’avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo  (da Calafiore)  che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro. In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell’Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale.

Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi. Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo – secondo le accuse – era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli “a specchio”, che si “autoassegnava” – come scrive il gip nella richiesta d’arresto – “al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi”; esperto nel fabbricare fascicoli “minaccia”, utili cioè ad iscrivere persone “ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore“; e lavorare a fascicoli “fantasma”, come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall’economista Luigi Zingales, ex consigliere dell’Eni, ai danni dei vertici dell’Eni stessa. Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l’apertura di un fascicolo d’indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga sulle presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa.

Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l’esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani. Se ne occuparono l’allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all’inizio di quest’anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell’imprenditore Flavio D’Introno. Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D’Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.

Come quella su Palamara, anche l’inchiesta sul “Sistema Trani ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d’indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l’allora sottosegretario del Pd, l’imprenditore Luigi Dagostino – ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia – e lo stesso Savasta. Quest’ultimo, che aveva ricevuto un’informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all’inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.

IL GRAN BAZAR E LE SUE MERCI 

Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l’intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all’Espresso come l’aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto “dall’enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo“. Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale.

Gli esempi non si contano più. Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che – per ottenere sentenze favorevoli – gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata “mozzarella“) perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le “mozzarelle” andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane. “È un’indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini”, commenta Luca Masini, procuratore vicario.

Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l’amico dell’inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di “utilità”. Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l’uso gratuito di un appartamento, un’auto a prezzi stracciati.

 

Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente.

Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati – al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare – è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla. A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un’associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.

In realtà, l’ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe – più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica – un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all’apatia morale di troppi magistrati.

*editoriale tratto dal settimanale L’ ESPRESSO




Toghe contro toghe: i consiglieri autosospesi vogliono tornare al Csm. Una vera e propria crisi istituzionale della magistratura

ROMA – L’azione moralizzatrice  attuata nei giorni scorsi dal vicepresidente del Csm David Ermini, sostenuta dal Capo dello Stato, principale argomento dell’ incontro di ieri avuto con i consiglieri autosospesi  Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre e Luigi Morlini, sembra destinata a non essere accolta a seguito della presa di posizione  dei magistrati che hanno dimostrato di avere più sete di potere che senso dello Stato e rispetto per la legalità.

I consiglieri togati del Csm coinvolti nell’inchiesta di Perugia , che si erano autosospesi non si dimetteranno  e quindi torneranno a esercitare le loro funzioni ritenendo “infondata” la richiesta di dimissioni avanzata dall’ Associazione Nazionale Magistrati.

Ieri mattina il vice presidente del Csm, David Ermini durante l’incontro avuto con i quattro consiglieri autosospesi, aveva nuovamente rivolto loro un appello alla massima responsabilità istituzionale, invitando i quattro togati a prendere presto una decisione, perché l’autosospensione non è prevista da nessuna legge e quindi non poteva protrarsi oltremodo. Ermini non ha chiesto formalmente le loro dimissioni, non avendo mai proferito le parole: “mancano le condizioni“, in quanto a carico dei quattro magistrati togati del Csm al momento non c’è un’indagine penale, né un procedimento disciplinare, che a questo di certo arriverà . Un concetto sottinteso, sopratutto dopo la presa di posizione di tutte le altre correnti ed in particolare dell’ Associazione Nazionale Magistrati.

Magistrati contro magistrati

Soltanto Luigi Spina, che è indagato dalla Procura di Perugia si è dimesso. La decisione dei magistrati apre un nuovo capitolo della bufera giudiziaria che ha travolto le stanze ovattate del Csm, sopratutto a seguito della pubblicazione delle intercettazioni degli incontri notturni a cui hanno partecipato i cinque consiglieri “carbonari”  con i parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti,  riunioni durante le quali si analizzavano e contavano i voti che avrebbero consentito in sede di votazione nel plenum la nomina dell’attuale procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, a capo della Procura di Roma.

La presa di posizione di non dimettersi, e di rientrare nelle proprie funzioni al Csm, è avvenuta ieri sera. Determinante l’appoggio pieno della corrente, per i tre consiglieri espressione di Magistratura Indipendente al termine di una lunga riunione di tutti gli iscritti che , dopo aver ascoltato la loro ricostruzione dei fatti ha ribadisce la propria “fiducia“, mentre invece la corrente di Unicost, ha chiesto al proprio rappresentante Morlini le sue dimissioni. Secondo la versione dei cinque magistrati in questione, sarebbe stata del tutto casuale l’incontro con il politico (peraltro indagato)  Luca Lotti, sostenendo che avrebbero dovuto incontrare solo vedere solo Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, ( a lato nella foto) dimenticando che si tratta comunque di un parlamentare, esponente politico del Partito Democratico

Lotti

Nessuno di noi sapeva che Lotti sarebbe venuto, si è palesato all’improvviso” questa la risibile giustificazione che non trova però riscontro nelle intercettazioni captate dal trojan della Guardia di Finanza nel telefono del pm Luca Palamara, candidatosi alla nomina di procuratore aggiunto alla procura di Roma. Di fatto il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura è diviso e siamo in presenza di una profonda ed imbarazzante crisi istituzionale senza precedenti .

La corrente di Magistratura Indipendente nel documento approvatoall’esito di un’ampia e partecipata assemblea, afferma l’esigenza del rigoroso rispetto dei profili etico professionali nell’esercizio delle funzioni di magistrato e di consigliere nonché l’impegno ad evitare, in futuro, ogni contatto con qualunque esponente politico estraneo al Csm, ancorché magistrato” con un chiaro riferimento a Cosimo Ferri, il leader ombra della corrente e “ribadisce la centralità del Csm quale unico luogo di confronto istituzionale“.

Affermazioni con cui la corrente sembra prendere per la prima volta le distanze da Cosimo Ferri, il deputato del Pd che è sempre stato il punto di riferimento dei magistrati di Mi. Nel documento si legge anche : “all’esito della ricostruzione dei fatti fornita oggi dai consiglieri Lepre, Cartoni e Criscuoli rinnova loro la fiducia ed auspica pertanto la pronta ripresa delle loro attività consiliari. Il documento stigmatizza l’impropria campagna mediatica originata da un procedimento penale a carico di magistrati estranei a Magistratura Indipendente. Sottolinea la propria contrarietà a decisioni basate su giudizi sommari non suffragati dalla compiuta conoscenza degli atti“. Ed ancora una volta si cerca di dare la responsabilità ai giornalisti, che invece hanno consentito all’opinione pubblica di prendere conoscenza della mancanza di etica (e spesso di legalità) di alcuni magistrati.

La posizione di Pasquale Grasso, giudice civile e presidente dell’ ANM, esponente di Magistratura Indipendente  che ieri in assemblea si è astenuto, è risultata più che imbarazzante, in quanto proprio da presidente dell’Anm, nel corso del comitato direttivo centrale di mercoledì scorso dell’ Associazione Nazionale Magistrati , aveva chiesto le dimissioni dei tre consiglieri, posizione questa formalizzata nel documento finale votato dal parlamentino del sindacato delle toghe,  che  non è coerente ed allineata con quella espressa dalla sua “corrente”.

Per questo motivo Grasso ha lasciato Magistratura Indipendente con una letteraperchè ormai la casa natale mi sta stretta” ringraziando i colleghi “persone serie, per bene. ottimi magistrati”. In un’intervista ad un quotidiano della Capitale, Grasso ribadisce però che la sua ormai ex-corrente ha torto perchè “soggetti che hanno interloquito con un imputato (Lotti n.d.a.) per trattare il destino della Procura di Roma devono dimettersi“, concludendo “in questo incarico ci ho creduto ma non si può rimanere ad urlare nel deserto”. Una metafora che dice tutto sulla spaccatura interna alla magistratura, che vede il suo primato dell’indipendenza dalla politica, sbandierato da sempre come vessillo della legalità ormai lacerato definitivamente.

Sullo sfondo della crisi istituzionale del Csm incombe  lo spettro di una riforma del Consiglio che non convince le toghe né tanto meno alcuni costituzionalisti. Solo che i magistrati dimenticano di essere servitori dello Stato, e che le Leggi dello Stato le fanno ancora i parlamentari….




I politici e le manovre di Palamara. Tra i nemici Ermini il numero due del Csm

ROMA – Anche il vicepresidente del Csm David Ermini era finito nel loro mirino della “cupola con la toga” che non volevano ostacoli nella scelta dei nuovi procuratori. Incredibilmente era stato proprio l’accordo  tra le correnti di Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri ed Unicost, di Luca Palamara, a determinare l’elezione del parlamentare ex-responsabile per la giustizia del Pd al vertice dell’organo di autogoverno delle toghe, come vicepresidente al fianco del Capo dello Stato  Sergio Mattarella.

Luca Lotti

I “registi” dell’accordo toghe-politici si aspettavano che Ermini si rivelasse disponibile alle loro richieste, e quando si sono accorti  che il vicepresidente del Csm non si faceva “pilotare”in quel momento sono cominciate le critiche nei suoi confronti. E come l’inchiesta sta rilevando grazie alle intercettazioni in possesso del Gico della Guardia di Finanza, il dissenso non arrivava soltanto da Ferri e Palamara, ma persino anche dei consiglieri che si incontravano di notte nell’ hotel dove alloggia il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri per accordarsi sulle nomine. In primis il suo concittadino e compagno di partito Luca Lotti, fiorentino come Ermini, che era tra i più determinati a  sostenere che il prossimo magistrato  alla guida della Procura di Roma  dovesse garantire “la discontinuità” dalla precedente gestione di Giuseppe Pignatone .

Lotti vuole alla guida della procura di Roma Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze, che conosce e del quale cui evidentemente si fida e non fa mistero della sua ostilità per l’altro candidato, anch’egli a Firenze, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo, ritenuto inaffidabile, se non addirittura “ostile”, per aver travolto con le sue indagini la famiglia Renzi. Nella seconda settimana di maggio, l’ 8 maggio all’indomani dell’uscita di Pignatone , Lotti vuole dunque che si proceda con Viola. E soprattutto pretende che la nomina venga fatta in fretta, infischiandosene degli inviti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a procedere alle audizioni dei tre candidati alla sua successione (Lo Voi, Creazzo e Viola) affinchè la discussione in seno al Consiglio sia meditata e trasparente.

 

Queste conversazioni captate grazie al “trojan” inserito nel cellulare di Palamara ha portato alla luce tutti i retroscena sulle nomine che le toghe incredibilmente condividevano con i politici del Pd. Una trattativa che ha visto coinvolto anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, recentemente candidatosi  e “trombato”, cioè non eletto nelle liste di Forza Italia in Campania, in virtù dei suoi rapporti personali con Ferri e con lo stesso Palamara, nonostante questi sia tifoso sfegatato della Roma !

Ieri Luca Lotti ha diramato una nota a dir poco minacciosa annunciando che “alla fine di questa storia chiederò a tutti, nessuno escluso, di rispondere delle accuse infondate e infamanti contro di me” aggiungendo: “Pare che incontrarmi o cenare con me sia diventato il peggiore dei reati: se così fosse in molti dovrebbero dimettersi, magistrati e non“. Ma nella sua nota, il braccio destro di Matteo Renzi non fa alcun cenno alla coincidenza che lui si occupasse della designazione del capo della Procura da cui è stato imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Consip. Tutto ciò nonostante le intercettazioni effettuate per conto dei magistrati di Perugia provano che Lotti discuteva con Palamara non a cena ma durante i colloqui notturni, dettando le condizioni e criticando anche il ruolo di Ermini dopo aver evidenziato che il vicepresidente del Csm , avvocato ed ex responsabile giustizia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi ,  avrebbe dovuto rispondere proprio a lui delle scelte compiute.

David Ermini

Ma le critiche ad Ermini arrivano anche da alcuni magistrati-consiglieri del Csm che insieme Palamara si sarebbero lamentati del comportamento di Ermini che non partecipava alle votazioni in Consiglio e in questo modo non agevolava le loro strategie, o meglio le loro “lotti…zzazioni”

In alcune occasioni al tavolo delle trattative partecipava anche Claudio Lotito, che vanta una frequentazione di anni con Ferri e Palamara . Le conversazioni intercettate hanno portato alla luce  un interesse personale del proprietario della Lazio Calcio che nonostante i suoi guai giudiziari avuti in passato, si preoccupava soprattutto per delle inchieste che coinvolgono alcune persone a lui vicine, come ad esempio il consigliere di Stato Sergio Santoro indagato per “corruzione”  nell’inchiesta sulle tangenti per aggiustare le sentenze amministrative dal Consiglio di Stato, che ha travolto Fabrizio Centofanti e gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Colafiore . Da segnalare che la stessa Procura di Roma, ha chiesto nei giorni scorsi, l’archiviazione della posizione di Santoro.

Santoro è uno degli amici più cari di Lotito , con il quale condivide non solo la passione per il calcio, le vacanze a Cortina d’ Ampezzo, siede negli organi della giustizia federale calcistica, dove lo ha imposto proprio Lotito. Guarda caso a fine maggio, accade che Santoro in qualità di presidente del collegio della Corte di appello della FIGC, debba decidere del ricorso del Palermo Calcio che, il 13 maggio, si è visto retrocedere dalla serie B in C a seguito di una pronuncia del tribunale federale per illecito amministrativo. Una pronuncia che di fatto salva dalla retrocessione in C della squadra di calcio della Salernitana, che il caso vuole, ha come proprietario proprio Claudio Lotito. Santoro lo scorso 29 maggio, si asterrà non in quanto amico di Lotito,  ma perché ancora indagato a Roma,  e la Corte Federale ribalterà la sentenza. Più di qualche coincidenza evidenzia che l’attrazione di Lotito per le toghe non è soltanto una cortesia di biglietti omaggio.

Il Presidente della Lazio quando si discuteva negli incontri notturni sui nuovi vertici della Procura della Capitale,  voleva dire la sua indicando i nomi di chi riteneva debbano essere il capo e gli “aggiunti”. E guarda caso l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ora indagato per corruzione a Perugia era uno dei magistrati candidatisi alla nomina a procuratore aggiunto di Roma .

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervistato dai colleghi del quotidiano La Repubblica , la “butta in caciara”, come si dice a Roma. E come Luca Lotti, passa alle minacce: “Querelo tutti” sottraendosi a qualsiasi domanda. Già dal mese di aprile, Lotito andava dicendo in giro di avere un misterioso “candidato” per la Procura di Roma, ma nessuno sa di chi si tratti. Più di qualcuno ipotizza sia il magistrato che proprio in quello stesso mese, comincia  a Roma,  la sua campagna elettorale. Si tratta del  procuratore di Velletri Francesco Prete, che si è candidato alla successione di Pignatone al Csm , il quale spiega in qualche cena come sia venuto il momento di “archiviare” la stagione di Pignatone con la discontinuità dal suo operato.

La linea dell’Anm “Via i coinvolti, non sono degni”. Ma loro resistono

Parte in salita e con il freno a mano il riscatto del Consiglio Superiore della Magistratura nel tentativo di “riaffermare la propria autorevolezza” . Mentre il vicepresidente David Ermini è impegnato a redistribuire gli incarichi nelle commissioni dopo l’uscita di scena dell’indagato Luigi Spina e l’autosospensione di altri quattro componenti coinvolti negli incontri con i due parlamentari  del Pd, ferri e Lotti, non si può non segnalare la resistenza degli asutosospesi a rassegnare le dimissioni dal Csm, atto che consentirebbe all’organo di autogoverno di alleggerirsi da un peso che di giorno in giorno diventa sempre più difficile da sopportare.

Dimissioni che vengono richieste ufficialmente anche dall’Associazione Nazionale Magistrati che rappresenta le toghe italiane che sono coloro che eleggano i componenti togati del Csm , e riunisce tutte le correnti. Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente, e Gianluigi Morlini, di Unicost- Unità per la Costituzione, però non hanno  al momento  alcuna intenzione di lasciare l’organo di autogoverno. E tantomeno vi sono norme e regolamenti per estrometterli d’ufficio. I magistrati che si sono auto-sospesi dal Csm momentaneamente si sono fatti da parte, a seguito dell’ invito dell’invito ricevuto dal vertice del Csm, ma non hanno mai speso  di rivendicare la propria correttezza di comportamenti,  e così facendo attivato un vero e proprio braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili.

Luca Palamara

La decisione di ieri dell’Anm è stato votata all’unanimità: le riunioni in cui si discutevano le prossime nomine dei procuratori di Roma e Perugia,  a cui partecipavano il parlamentare del Pd Cosimo Ferri , magistrato in aspettativa,  e dell’ex ministro renziano Luca Lottirappresentano con evidenza un’inammissibile interferenza nel corretto funzionamento dell’autogoverno». I componenti del Csm che vi hanno partecipato «non appaiono degni dell’incarico istituzionale“. Parole pesanti e durissime, che hanno attivato  la denuncia di tutti al Collegio dei probiviri , compresi Luca Palamara, che  è stato presidente dell’Anm, oltre che ex componente del Csm ed oggi fa il pm a Roma, e Cosimo Ferri,  per eventuali violazioni del codice etico.

Luca Lotti al telefono…..

Al giudizio dell’Anm si ribellano i tre consiglieri di Magistratura indipendente, la corrente moderata di cui Ferri rimane il “leader”. “La richiesta di dimissioni è priva di fondamento” dicono spiegando che loro erano a cena con Ferri e altri colleghi di Unicost, e che solo “all’improvviso si è palesato Lotti“. A loro dire senza alcun preavviso. Ma sui contenuti delle conversazioni intercettate tacciono , solo Cartoni replica: “Il modo di procedere dell’Anm è sommario e basato solo sulla stampa, che confonde fatti diversi“. Come sempre quando qualcosa non funziona in Italia per i magistrati ed i politici la colpa è sempre della stampa…

Anche Gianluigi Morlini, del gruppo centrista Unicost, sostiene che l’arrivo di Lotti non era previsto, ed afferma ” io mi sono allontanato con una scusa, ben prima che l’incontro terminasse, certo di non aver fatto nulla contro i miei doveri di consigliere” ed aggiunge che da presidente della Commissione Incarichi Direttivi  del Csm aveva respinto l’accelerazione del voto sul procuratore di Roma e s’era schierato per le audizioni dei candidati chieste espressamente dal vicepresidente anche per conto del Quirinale. Audizioni poi mai effettuate in quanto bocciate col voto determinante di altri.

Pasquale Grasso

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso fa parte di Magistratura indipendente, che era stato molto prudente nei giorni scorsi  e per questo motivo s’è attirato le critiche degli altri gruppi, ieri si è “allineato” votando il documento unitario, pur ribandendo che sarà necessario accertare la veridicità di quanto emerso finora, “se non vogliamo trasformarci in una bestia cieca in cerca di violenza purificatrice e autoassolutoria“. I magistrati del suo gruppo, consiglieri del Csm coinvolti, raccontano di essere stati strumentalizzati da Ferri che aveva convocato Lotti a loro insaputa, non hanno gradito il cambio di rotta di Grasso. Si annunciano a questo punto, delle rese dei conti all’interno delle varie correnti. Le eventuali dimissioni infatti comporterebbero nuovi equilibri nel Csm: ai tre giudici (due di Magistratura indipendente e uno di Unicost) ne subentrerebbero due di Autonomia e Indipendenza (la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo) e uno di Area (la corrente più di sinistra ), mentre per i due pubblici ministeri bisognerà rivotare. Di fatto la corrente di Magistratura indipendente, uscita vincitrice dalle elezioni di un anno fa, verrebbe fortemente ridimensionata. Con molti mal di pancia…




Csm a pezzi, magistrati indagati da magistrati. Troppi giochi di potere per il controllo della giustizia

Luigi Spina

ROMA – La credibilità del  Consiglio superiore della magistratura è in crisi: quattro consiglieri togati , cioè eletti dagli stessi magistrati, sui sedici si sono autosospesi. Uno di loro Luigi Spina, indagato per “favoreggiamento” e “violazione di segreto” si è già dimesso qualche giorno. Il comitato di presidenza ha incontrato tutti i componenti del Consiglio. Momenti drammatici, mai vissuti nella storia dall’organo di autogoverno della magistratura, nel giorno in cui il plenum affronta il caso delle toghe sporche

Pochi minuti prima dell’apertura del plenum straordinario fissato per le 16:30 era arrivata l’auto-sospensione di altri due magistrati, Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che si aggiungono alla stessa decisione adottata da Antonio Lepre e Corrado Cartoni. Delle iniziative che però non paralizzeranno l’attività del Csm. Infatti secondo la legge istitutiva, il  Consiglio superiore della magistratura ha bisogno per funzionare  di 10 consiglieri magistrati e cinque laici. Allo stato siedono 13 magistrati (11 togati più il presidente e il pg della Cassazione), ma le uscite rappresentano un segnale “forte”. Numeri che nonostante le dimissioni ed auto-sospensioni  consentono al Csm di operare .

Cartoni e Lepre si sono auto-sospesi lunedì sera, così come richiesto dalla sezione Anm di Milano alla fine di una affollata riunione a cui hanno partecipato più di 300  magistrati del distretto della corte d’appello di Milano. Cartoni nei giorni scorsi ha sostenuto la correttezza del proprio operato, negando qualunque condizionamento. Un concetto questo, ribadito, insieme a Lepri, nella nota con la quale hanno comunicato la decisione di sospendersi: “Pur consapevoli e certi della correttezza del nostro operato, per senso istituzionale e per evitare attacchi strumentali al Csm – si legge – comunichiamo la autososospensione dalle funzioni consiliari in attesa che sia fatta chiarezza sulla vicenda”.  L’Anm milanese ha parlato nella sua nota di vicende di “inaudita gravità” che hanno fatto “emergere l’esistenza di una questione morale nella magistratura”.

“In questi giorni è in corso una campagna di stampa che confonde e sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo, come già emerso, con l’attuale attività svolta presso il Csm. Ciò ha offuscato e rischia di compromettere ulteriormente l’immagine e la percezione che dell’organo di governo autonomo della Magistratura hanno i cittadini prima ancora dei magistrati”, ha detto Criscuoli è componente della prima commissione (quella per le incompatibilità ) e della sesta, che si occupa di corruzione e contrasto alle organizzazioni mafiose e terroristiche, definendolo un “clima di caccia alle streghe.

Morlini è l’attuale presidente della Commissione Direttivi, esponente di Unicost, la corrente di centro delle toghe , in una lettera inviata al vicepresidente del Csm  ha scritto: “Pur se nessuno mi ha contestato nulla a livello penale o disciplinare, e pur se il mio nome nemmeno è uscito sulla stampa, so di avere, casualmente ed in modo da me non programmato, raggiunto alcuni magistrati ad un dopo cena in cui, ad un certo punto e senza che io lo sapessi o lo potessi prevedere, è intervenuto l’onorevole Lotti. Mi sono quindi poco dopo congedato, ben prima che la serata terminasse, certo di non avere detto o fatto nulla in contrasto con i miei doveri di consigliere”. Alla corrente di  Unicost appartengono i magistrati Luigi Spina accusato di “favoreggiamento e “violazione di segreto, e  Luca Palamara accusato di “corruzione”,  dalla Procura di Perugia.

Proprio nel giorno in cui era stato convocato  il plenum straordinario del  Consiglio superiore della magistraturaSpina si è presentato negli uffici della procura di Perugia da cui è indagato insieme al pm di Roma Stefano Rocco Fava, nell’inchiesta su Luca Palamara. Il magistrato Spina secondo i pm umbri avrebbe rivelato a Palamara di essere sotto inchiesta per corruzione, e dell’arrivo al Csm di un esposto di Fava contro Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, rispettivamente procuratore capo (in pensione da alcune settimane) e procuratore aggiunto della Procura di Roma.

L’ex consigliere del Csm Spina non ha brillato per trasparenza, decidendo (legittimamente) di avvalersi della facoltà di non rispondere. I suoi avvocati hanno così spiegato tale decisione “Abbiamo deciso, d’intesa con il dottor Spina, di procrastinare l’interrogatorio per raccogliere tutti gli elementi che consentiranno quanto prima di chiarire la sua posizione processuale” . Anche il pm Stefano Rocco Fava attualmente in servizio presso la Procura di Roma, indagato anche lui per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto di ufficio” è stato  ascoltato in Procura a Perugia in un interrogatorio durato ore  dai magistrati inquirenti.

Il pm Fava è l’ autore dell’esposto al Csm contro il procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, viene accusato di alcune affermazioni intercettate: “C’avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo (…)”  diceva al telefono Spina all’amico Palamara forse sarà lui a doversi difendere a Perugia, per altre cose perché noi a Fava lo chiamiamo”, e  Palamara rispondeva: “No adesso lo devi chiamare altrimenti mi metto a fare il matto”.

Lunedì sono arrivati gli atti della Procura di Perugia trasmessi al vicepresidente Ermini, ex deputato del Pd di cui era responsabile giustizia sotto la segreteria Renzi, il quale ha trascorso un paio d’ore a Palazzo dei Marescialli impegnato a leggere le carte ricevute dai magistrati umbri, prima di salire al Quirinale per incontrare il  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che è il presidente del Csm) a cui ha sottoposto il testo del proprio discorso pronunciato oggi in apertura del plenum.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

Un dramma, una vicenda assimibilabile “a quella della P2 ha detto il vicepresidente del Csm  David Ermini riferendosi all’inchiesta della procura di Perugia, proferendo parole sferzanti nell’ introdurre il plenum di Palazzo dei Marescialli, aggiungendo Gli eventi di questi giorni sono una ferita profonda e dolorosa alla magistratura e al Consiglio superiore. L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura. E ancora oggi svolge un ruolo prezioso. Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l’operato del Csm. Siamo di fronte a un passaggio delicato: o sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”.
Secondo Ermini, che ha concordato il suo intervento al plenum con il presidente della Repubblica, “il Csm e la magistratura hanno al loro interno gli anticorpi necessari per poter riaffermare la propria legittimazione agli occhi di quei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze. Il Csm  è e deve essere la nostra sola casacca. Altre non ne abbiamo” ha detto il vicepresidente del Csm aggiungendo “Questa consapevolezza implica innanzitutto che l’attività di ogni componente venga svolto tenendo conto dell’autorevole consiglio e dell’esempio animatore che provengono dal Capo dello Stato, il quale non ha mai fatto mancare la sua guida illuminata attraverso la continua interlocuzione con il vicepresidente”.

Il numero due di Palazzo dei Marescialli ha escluso ogni ipotesi di scioglimento del consiglio: “Può continuare a svolgere le funzioni affidategli purché la reazione a condotte indiscutibilmente non compatibili sia chiara, rapida e non suscettibile di fraintendimenti. E io credo che così sarà perché il Csm e la magistratura hanno al loro interno gli anticorpi necessari per poter riaffermare la propria legittimazione agli occhi di quei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze”.

Ermini ha parlato delle nomine del futuro: “Ogni determinazione venga assunta al riparo di interessi esterni ed al solo fine di assicurare l’efficienza e la conformità a Costituzione della attività giurisdizionale”. In poche parole stop all’  ingerenza delle correnti.  Mentre per quanto riguarda le poltrone di procuratore capo,  le cui manovre sotterranee sono emerse grazie all’inchiesta di Perugia sul magistrato Luca  Palamara – “le nomine dei capi degli uffici giudiziari siano effettuate attraverso la rigorosa osservanza del criterio cronologico, fuggendo la tentazione di raggrupparle in delibere contestuali che inducano il sospetto di essere state compiute nell’ambito di logiche spartitorie o non trasparenti”.

Non è mancato nell’intervento di Ermini un passaggio sulle correnti. “L’associazionismo giudiziario – ha detto Erminiè stato un potente fattore di cambiamento e democratizzazione della magistratura, favorendo una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. Ma consentitemi di dire che nulla di ciò che io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni dovrà in futuro macchiare l’operato del Consiglio Superiore“.

“È un errore  descrivere questa vicenda come una guerra tra correnti. Le correnti, come ha ben scritto la segreteria di Unicost nel suo documento della scorsa settimana, sono le vittime di una vicenda connotata da individualismo, smania di potere, intolleranza alle regole” ha aggiunto Cascini che deve aver dimenticato quante “lottizzazioni” sono state effettuate nelle nomine anche dalla sua stessa corrente di appartenenza ( Area n.d.r.) , che non può essere esente da censure morali e critiche,

Alle discussioni interne a Palazzo dei Marescialli si sono aggiunte le polemiche interne  nell’ Anm che si riunirà domani con all’ordine del giorno proprio il “caso Palamara“, mediante l’attivazione dei probiviri.  Ai vertici dell’Associazione dei magistrati vi sono  posizioni contrastanti con il vicepresidente Luca Poniz (della corrente Area), il quale ha preso le distanze da quanto affermato dal leader del sindacato delle toghe, Pasquale Grasso. Un un’intervista alla Stampa Grasso ha parlato della necessità di un “esame di coscienza” e di “trasparenza” ma ha anche definito come “fisiologici” i contatti con la politica: “Ritengo sia un problema di limiti, e di opportuna e doverosa autolimitazione delle condotte”.

Di parere assolutamente diverso ed opposto la posizione di Poniz: “L’intervista di Grasso vede molti di noi su posizioni radicalmente diverse perchè esclude che vi sia uno scandalo nei fatti accaduti”,  parlando di relazioni che al contrario “fanno scandalo“.

L’ex-procuratore capo di Torino, Armando Spataro

Fa discutere la proposta avanzata dall’ex magistrato Bruno Tinti, sulle colonne di Italia Oggi, di sorteggiare i componenti del Csm e dell’Anm per evitare che nelle nomine dei magistrati influiscano giochi di potere e di correnti. “Una proposta immonda e Bruno Tinti sa come la penso” commenta l’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro.

“L’idea non ha né capo né coda” secondo Giovan Domenico Lepore, ex procuratore capo della Repubblica di Napoli, che si dice in ogni caso favorevole “all’abolizione delle correnti all’interno della magistratura: spesso le nomine avvengono seguendo logiche di corrente invece che valutando il merito“. “Il sorteggio – afferma  Raffaele Guariniello, ex procuratore aggiunto di Torino – è una misura implacabile. Ma è pur sempre una retromarcia nella scelta dei migliori. Io sono per premiare chi merita, la competenza. Capisco la proposta di Tinti, ma allora vuol dire che siamo davvero messi male, Chi garantisce che i sorteggiati non faranno le stesse cose degli eletti? La sua proposta dimostra la crisi in cui è caduto il Csm. Quando sono entrato in magistratura le correnti erano un fatto positivo, erano un luogo di confronto. Ora sono centri di distribuzione degli incarichi. Dobbiamo trovare procedure che diano garanzia a tutela della trasparenza e del merito” dice Guariniello.




"Toghe sporche" . Altri due togati del Csm coinvolti nelle trattative segrete per controllare le procure

ROMA – All’interno dei faldoni dell’inchiesta della Procura di Perugia sul “mercato” delle nomine al Csm compaiono due altri nomi. Si tratta di due magistrati, consiglieri togati, della corrente Magistratura Indipendente: Corrado Cartoni, attualmente giudice presso il Tribunale di Roma, ed Antonio Lepre, pubblico ministero della Procura di Paola in Calabria. Cartoni è membro della terza commissione del Consiglio, mentre Lepre è membro della quinta commissione , cioè quella che valuta le candidature per gli incarichi direttivi e semidirettivi.

Secondo l’informativa del Gico della Guardia di Finanza  contenente il risultato investigativo pedinamenti e le intercettazioni telefoniche , vengono  documentati  delle riunioni “carbonare” a cui hanno partecipato il pm Luca Palamara, ex presidente della Anm ed ex consigliere del Csm, attualmente indagato per corruzione e “regista” delle grandi operazioni che volevano determinare la geografia negli uffici giudiziari chiave del Paese, e sopratutto i suoi interlocutori nel “Palazzo” : a partire  dal parlamentare del Pd, Cosimo Ferri, magistrato ex sottosegretario alla giustizia e “dominus” della corrente di Magistratura Indipendente della quale è stato segretario), e l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Matteo Renzi, successivamente ministro Luca Lotti. Incontri avvenuti nel mese di maggio appena terminato, in almeno tre occasioni.

Secondo quanto riferiscono fonti investigative qualificate, le intercettazioni dei finanzieri del Gico “fotografano” infatti i magistrati Cartoni, Lepre e Palamara, con i parlamentari Ferri e Lotti beccati a discutere del “dopo Pignatone“, cioè della nomina del suo successore alla guida della procura di Roma, che sembra essere diventata un’ossessione per Lotti, conseguenziale probabilmente al suo coinvolgimento nell’ “inchiesta Consip“, condotta dal pool dei reati contro la pubblica amministrazione guidata da Paolo Ielo che pochi mesi insieme al pm Mario Palazzi avevano chiesto per lui il rinvio a giudizio e negli incontri delle ultime settimane Lotti avrebbe sostenuto la necessità di un cambio di rotta, patrocinando la candidatura del procuratore aggiunto di Firenze Marcello Viola, invece di quello di Palermo Francesco lo Voi, considerato troppo vicino alla gestione Pignatone.

Un’inchiesta che Lotti ritiene una macchinazione in suo danno. Infatti non a caso l’ex ministro Pd braccio destro da sempre di Matteo Renzi è da tempo alla ricerca di di un editore che gli pubblichi un suo libro sulla vicenda “Consip”. Il tenore ed i modi di questa cricca della malagiustizia,  le loro parole intercettate non devono essere molto “istituzionali” al punto da costringere la Procura di Perugia, a trasmettere a Palazzo dei Marescialli gli atti relativi a questo passaggio dell’inchiesta perché il Consiglio valuti gli aspetti disciplinari del comportamento di Cartoni e Lepre, con riserva di eventuali future valutazioni penali .

Nei prossimi giorni, dopo l’autosospensione da consigliere comunicata ieri al Csm dall’indagato Luigi Spina  magistrato di Magistratura Indipendente, che viene indicato nelle indagini della Procura di Perugia come il “sodale” che assieme a Palamara tramava per la rovina di Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma ritenuto “uomo di Pignatone“, la corrente di Mi e il Consiglio Superiore della Magistratura  potrebbero perdere altri due consiglieri. Un’inchiesta che si è rivelata un vero e proprio ciclone inarrestabile.

Un “ciclone” giudiziario che ha origine della squallida vicenda professionale e non solo del pm Luca Palamara, sembra ormai non potersi più fermare,  coinvolgendo persino anche gli uffici della Direzione Nazionale Antimafia, dove è bene ricordare, l’ex procuratore capo Roberti è stato appena eletto parlamentare europee nelle liste del Pd. Sono arrivate arrivate alla D.N.A. le telefonate intercettate dell’ex Presidente dell’Anm Palamara, che cercava di coinvolgere Cesare Sirignano  magistrato antimafia di via Giulia per decidere il nome del futuro capo della Procura di Perugia (fino a ieri diretta da Luigi De Ficchy, da oggi in pensione), una sede “fondamentale” per i suoi destini personali ed in generale strategica nei rapporti di forza interni alla magistratura in quanto procura competente sui reati commessi dai magistrati di Roma. Il 7 maggio scorso Palamara incontra il magistrato Sirignano e gli dice che “Fava vuole andare a Perugia“, riferendosi all’esposto che il pm romano Stefano Rocco Fava ha deciso di presentare accusando Pignatone e Ielo di presunte scorrettezze nella gestione delle inchieste.

Paolo Ielo

La Guardia di Finanza delegata alle indagini ha comprovato una vera e propria attività di dossieraggio svolta contro il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e ha indicato il commercialista Andrea De Giorgio tra i più attivi nella raccolta delle informazioni , motivo per cui mercoledì scorso è stata effettuata una perquisizione nei suoi confronti. De Giorgio è un consulente della Procura di Roma, il quale gli scorsi 25 marzo e l’11 aprile contattava Palamarae lo informa di aver acquisito informazioni sul fratello di Ielo che potrebbero danneggiare quest’ultimo“. Palamara ne parla con Spina, il 16 maggio ed insieme concordano delle nuove mosse contro Ielo. Spina manifesta assoluta sicurezza sull’esito ed anticipa di quanto accadrà al Csm: “C’avrai la rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo e sarà lui a doversi difendere a Perugia, perché noi Fava lo chiamiamo“.

Il captatore trojan inserito da remoto dagli investigatori del Gico della Guardia di Finanza nello smartphone di Palamara ha consentito agli inquirenti umbri di poter ascoltare e registrare il frenetico impegno del magistrato romano e della sua corrente Unicost nel cercare di raggiungere compromessi ed accordi con le altre componenti della magistratura che, si scopre ora, hanno riguardato, nella passata consiliatura (cioè quella nella quale il pm Palamara è stato consigliere) e in quella presente il destino di quattro uffici giudiziari del Mezzogiorno aventi un “peso” politico per il tipo di procedimenti ed inchieste che gestiscono.

A partire dalla Procura di Gela dove – come raccontato ieri da “Repubblica” – gli “amici” di Palamara, gli avvocati Amara e Calafiore, hanno cercato di imporre ala guida  il pm Giancarlo Longo precedentemente in servizio presso la Procura di di Siracusa, il quale successivamente è stato arrestato per corruzione, ed ha lasciato la magistratura. O la Procura di Trani, dove Antonio Di Maio venne incredibilmente preferito a Renato Nitti, un capace ed eccellente magistrato della Direzione distrettuale Antimafia di Bari. Nonostante il Consiglio di Stato, aveva bloccato nell’ottobre del 2018, la nomina di Di Maio invitando il Csm a riconsiderare quella di Nitti, l’attuale composizione del plenum del  Consiglio Superiore della Magistratura, nel febbraio 2019, ha riconfermato la precedente nomina di Di Maio.

Pietro Argentino

Per finire alla Procura di Matera, dove nel luglio del 2017, il Csm aveva indicato e nominato  Pietro Argentino come Procuratore capo, nonostante lo stesso magistrato fosse stato indicato dal Tribunale di Potenza come testimone falso e reticente nel processo penale che aveva mandato in carte il pm Matteo Di Giorgio che sta scontando una condanna a 8 anni di carcere proprio a Matera.

Alfredo Robledo che da cinque anni non più in magistratura, dopo essere stato procuratore aggiunto presso la Procura di Milano, Robledo nel 2014 da aggiunto, aveva il coordinamento del pool di magistrati della procura milanese che si occupava dei reati nella pubblica amministrazione, ma gli venne contestato dei rapporti non ortodossi cn l’avvocato Domenico Aiello, ritirate le deleghe ed in seguito trasferito a Torino, a suo dire proprio per volontà di Palamara. “E’ lui che ha scritto il provvedimento cautelare con cui sono stato trasferito a Torino, ed è lui, ancora lui a a comporre la sentenza con cui quel trasloco diventa definitivo“. Sentenza contro la quale Robledo si è rivolto alla Corte Europea (CEDU) a Strasburgo presentando un ricorso, che è stato ritenuto ammissibile.

Palamara con una lettera inviata al presidente dell’Anm, Pasquale Grasso ha spiegato i motivi della sua decisione di dimettersi dall’ ANM: “Sono certo di chiarire i fatti che mi vengono contestati – scrive Palamara (a lato nella foto)  – il mio intendimento ora è quello recuperare la dignità e l’onore e di concentrarmi esclusivamente sulla difesa nel processo di fronte a tali infamanti accuse. Per tali ragioni mi assumo la responsabilità di auto sospendermi dal mio ruolo di associato con effetto immediato. Sono però sicuro –  conclude conclude il pm di Roma, che ha guidato l’Anm dal 2007 al 2012 –  che il tempo è galantuomo e riuscirà a ristabilire il reale accadimento dei fatti“.

E proprio l’Anm questa mattina ha chiesto gli atti dell’inchiesta alla Procura di Perugia. L’azione dei magistrati italiani, sottolinea l’Anm, “deve ispirarsi quotidianamente a principi di correttezza, trasparenza, impermeabilità ambientale, assoluta distanza e terzietà dagli interessi economici e personali. Ogni comportamento che si discosta da tali principi compromette e lede l’immagine dell’intera magistratura. Immagine che l’Anm intende tutelare: chiederemo alla Procura di Perugia gli atti ostensibili per poter avere una diretta conoscenza dei fatti e consentire una preliminare istruzione dei probiviri sulle condotte di tutti i colleghi, iscritti alla Anm, che risultassero in essi coinvolti“. È un atto che “riteniamo necessario per salvaguardare il lavoro, l’etica e l’impegno che ogni magistrato – conclude la nota dell’Anm – testimonia ogni giorno col suo lavoro“.

Intanto è stato convocato per mercoledì 5 giugno  il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm per prendere alcuni provvedimenti dopo un’analisi di quanto accaduto negli ultimi giorni. In una nota, i consiglieri del Csm Corrado Cartoni e Antonio Lepre, di Magistratura indipendente,che avrebbero partecipato a incontri con esponenti politici per discutere della nomina del Procuratore di Roma, si difendono: “Il nostro comportamento è sempre stato improntato alla massima correttezza. Non siamo mai stati condizionati da nessuno. Marcello Viola è il miglior candidato alla procura di Roma e solo ed esclusivamente per questo lo sosteniamo”.

La corrente della magistratura Unicost, Unità per la Costituzione, alla quale appartiene il pm  Palamara, ha reso noto che se al termine dell’inchiesta di Perugia dovesse aver luogo un processo, “si ritiene parte lesa, sicchè sin da oggi ci riserviamo, in caso di successivo processo, la costituzione di parte civile a tutela dell’immagine del gruppo, gravemente lesa“. Lo dichiara il presidente Mariano Sciacca, ex componente del CSM  “Più leggiamo gli articoli e ancor più ci convinciamo del danno, forse ancora non compiutamente calcolabile, che la vicenda all’attenzione della magistratura perugina porterà alla magistratura italiana“, aggiunge Unicost nella nota firmata oltre che dal presidente Sciacca dal segretario Enrico Infante. “Al di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni, Unità per la Costituzione, ma ancor prima ciascuno dei suoi associati, non possono accettare la perdita di credibilità davanti ai colleghi e ai cittadini”. E questa non è “ vuota retorica, ma sostanza”, affermano ancora i vertici della corrente di magistrati , assicurando che tutto il gruppo è pronto ad “assumere la propria responsabilità politica senza sconto alcuno“. E conclude: “Chiediamo ai colleghi Spina  e Palamara, iscritti a Unità di Costituzione – ai quali auguriamo di potere chiarire tutto tempestivamente –  di assumersi le rispettive responsabilità politiche, adottando le decisioni necessarie delle dimissioni dall’istituzione consiliare e dalla corrente“.

Poco dopo il Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura ha reso noto le dimissioni di Spina, di Unicost, da membro togato, ed annunciato un plenum straordinario convocato per martedì 4 giugno, alle ore 16.30.

Da noi contattato un importante magistrato, già componente del Csm , a Palazzo dei Marescialli,  ci ha dichiarato: “Stiamo attenti a colpevolizzare un’intera categoria, che ha il diritto di essere difesa dalle mele marce. Se questa inchiesta è venuta alla luce è proprio grazie alla indipendenza e determinazione di alcuni magistrati“. Anche se bisogna ricordare che a Perugia da oggi il procuratore capo è in pensione, ed è proprio per quella poltrona, cioè di capo della procura che indaga sulle vicende oggetto dell’inchiesta giudiziaria in corso,  che si è scatenata questa inchiesta sulle toghe sporche .

 

 




"Toghe sporche": "A Palamara 40mila euro per favorire una nomina"

ROMA – Il pm della procura di Roma Luca Palamara, avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore ,  allorquando rivestiva il ruolo di componente del Csm,   per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto. E’ quanto si legge nel decreto della perquisizione ordinata dalla Procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio.

Negli atti  giudiziari si legge che Palamaraquale componente del Csm riceveva da Calafiore e Amara la somma pari ad euro 40 mila per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero agevolare e favorire il medesimo Longo nell’ambito della procedura di nomina a procuratore di Gela alla quale aveva preso parte Longo, ciò in violazione dei criteri di nomina e selezione“. Longo venne arrestato nel febbraio del 2018 nell’ambito dell’inchiesta su corruzione in atti giudiziari dalla Procura di Messina .

Secondo quanto scrivono i pm della Procura di Perugia nel decreto di perquisizione a carico del sostituto procuratore Palamara l’imprenditore Fabrizio Centofanti (a lato nella foto) “era una sorta di anello di congiunzione tra Luca Palamara e il duo Calafiore-Amara“. Il lobbista di area PD, Centofanti, indagato per corruzione nel capoluogo umbro, “ha operato come rappresentante di tale centro di potere che ha svolto sistematicamente mediante atti corruttivi di esponenti dell’autorità giudiziaria“.

“Le utilità percepite nel corso degli anni da Palamara – è scritto nel decreto di perquisizione – dai suoi conoscenti e familiari ed erogate da Centofanti appaiono direttamente collegate alla sua funzione di consigliere dell’organo di autogoverno della magistratura. Il numero di donativi e il valore degli stessi non è spiegabile sulla base di un mero rapporto di amicizia. Occorre tener conto che l’autore di tali emolumenti è un soggetto in stretti rapporti illeciti con imputati rei confessi del delitto di corruzione“.

Molto gravi anche le intercettazioni contenute nel decreto di perquisizione.Siccome un angelo custode ce l’ho io…sei spuntato te, m’e’ spuntato Stefano che e’ il mio amico storico“. Cosi’ il pm di Roma Luca Palamara diceva il 16 maggio 2018 al consigliere del Csm Luigi Spina a proposito del collega Stefano Rocco Fava, autore di un esposto al Csm contro l’ex procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Sia Spina che  Fava sono iscritti nel registro degli indagati della procura di Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto“.

Il pm Fava avrebbe rivelato a Palamara dell’esposto da egli presentato contro Pignatone e Ielo per presunti comportamenti scorretti nella gestione del procedimento sul conto dell’avvocato Piero Amara. Secondo gli inquirenti umbri, “Fava nell’intendimento di Palamara sara’ suo strumento per screditare il procuratore aggiunto che ha disposto, all’epoca, la trasmissione degli atti a Perugia”.

il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e l’ex procuratore capo Pignatone

Sempre attenendosi rigorosamente a quanto emerge dal decreto di perquisizione, Centofanti avrebbe elargito  a Palamara  a partire dal 2011 “utilità e vantaggi economici“.  A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua compagna Adele Attisani. L’imprenditore Fabrizio Centofanti avrebbe pagato, tra l’altro, un gioiello di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’ Attisani per il suo compleanno. Alla donna sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’Hotel Jebel di Taormina.

uno degli appartamenti dell’ Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni

Poi vengono elencati i soggiorni, dei quali Palamara avrebbe usufruito presso il lussuoso Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni (novembre 2015, febbraio e marzo 2017), secondo gli accertamenti della polizia giudiziaria. Ed anche il soggiorno di Emanuela Palamara sorella del magistrato all’Hotel Campiglio Bellavista nel marzo del 2011 e nel dicembre dello stesso anno.

l’area welness dell’ Hotel Campiglio Bellavista

Le indagini hanno accertato che in quella struttura alberghiera hanno alloggiato dal 26 dicembre 2011 al 2 gennaio 2012  anche lo stesso Luca Palamara con il proprio nucleo familiare, vacanza ripetutasi tra il 2014 e il 2015. Acquisite dalla procura di Perugia anche le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana.