Povero Conte, povera Italia

Povero Conte, povera Italia

Stanno venendo al pettine tutti i problemi di una maggioranza tenuta insieme solamente da una sete di poltrone, in disaccordo su tutto e quindi incapace anche di formare coalizioni europee che possono essere utili ai propri scopi sovranisti.

di Gianni Pittella*

Palazzo Chigi

Ieri è stata la giornata più difficile di Conte da quando è a Palazzo Chigi. Al centro di una tempesta perfetta, mentre a Bruxelles era impegnato a convincere gli altri leader europei della “bellezza” della manovra italiana, continuando a ricevere solo critiche dai colleghi e dalle istituzioni europee, in Italia i suoi colleghi vicepremier litigavano e annichilivano la credibilità di tutto il governo italiano.

Stanno venendo al pettine tutti i problemi di una maggioranza tenuta insieme solamente da una sete di poltrone, in disaccordo su tutto e quindi incapace anche di formare coalizioni europee che possono essere utili ai propri scopi sovranisti.

Ieri tutti, ma proprio tutti hanno criticato la manovra di Conte. Non solo la Commissione, ma anche gli Stati membri hanno espresso la loro forte preoccupazione per quanto ha proposto il governo italiano. Critiche dalla Finlandia, critiche dall’Austria, critiche pure dal premier olandese Rutte, che per sicurezza ha organizzato anche un bilaterale con Conte per esprimere la sua preoccupazione sui conti italiani.

Gli “amici” di Visegrad? Muti. Non una parola di sostegno dalla Polonia, non una dall’Ungheria. Isolamento totale per l’Italia.

Poi in serata è arrivato il carico tanto atteso da parte della Commissione: una lettera recapitata da Moscovici al ministro Tria che chiedeva come mai l’Italia avesse presentato una proposta di manovra finanziaria in contrasto non solo con le regole europee, ma anche con le regole che lo stesso governo Conte aveva approvato al Consiglio Europeo di fine giugno. Il colmo.

Eppure, non è in corso un accanimento contro l’Italia. Quello che sta succedendo è logica conseguenza di un governo che non è riuscito a proporre misure per la crescita e incapace di fare alleanze in Europa in grado di garantire flessibilità.

Io condivido con la maggioranza gialloverde che il problema dell’Italia non sia tanto il debito quanto la scarsa crescita; che non ci possiamo impiccare sui decimali e sugli algoritmi. Conte avrebbe però dovuto fare quello che hanno fatto i governi Renzi e Gentiloni: negoziare con l’Europa flessibilità per fare una manovra a debito per fare le infrastrutture, l’alta velocità da Salerno alla Sicilia, il cablaggio del Mezzogiorno, una politica per le piccole medie imprese per la sostenibilità ambientale.

Questa è politica per la crescita, ma di questo non c’è nulla nel documento economico e finanziario, dove si parla di condoni fiscali, di abbassare le tasse ai ricchi e di una riforma delle pensioni il cui peso cadrà totalmente sulle spalle dei giovani.

Intanto è finito un altro Consiglio Europeo in cui è stato deciso poco o niente. Ancora nessun passo avanti sulla Brexit, troppo poco sulla riforma dell’eurozona. Dalle conclusioni del Consiglio è addirittura sparito qualsiasi riferimento ai ricollocamenti dei richiedenti asilo e alla riforma di Dublino. Non è rimasto nemmeno più un generico accenno alla solidarietà tra i Paesi membri sul tema dell’immigrazione.

Conte torna a casa per sedare gli animi dei litiganti, ma in valigia si porterà tanta amarezza e nessuna buona notizia per l’Italia e gli italiani.

*Senatore della Repubblica (Pd)

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