La riforma demagogica del Csm

La riforma demagogica del Csm

Così vuole il populismo dominante nell’ottica di depotenziare le tanto vituperate correnti dell’Anm, ritenute origine dei gravi vizi che affliggono la magistratura.Queste sono soltanto alcune delle tremende conseguenze del caso Palamara-Lotti-Ferri e i principali contenuti di un disegno di legge che presenta finalità mortificanti e punitive nei confronti dei magistrati.

di Armando Spataro

Nel marzo del 2011, il ministro della Giustizia Alfano ed il premier Berlusconi presentarono alla stampa la “riforma epocale” della parte della Costituzione dedicata alla magistratura e, per spiegarne gli effetti previsti, utilizzarono un paio di vignette raffiguranti la bilancia simbolo della Giustizia rispettivamente prima e dopo la ‘cura’, cioè con piatti prima disallineati e poi perfettamente simmetrici. Quel progetto di riforma finì fortunatamente su un binario morto.
Oggi il ministro Bonafede non utilizza vignette, ma ha egualmente presentato come salvifico il disegno di legge sulla riforma del processo civile e penale, nonché dell’ordinamento giudiziario, del Csm e di altro ancora. Il testo contiene certamente alcune scelte condivisibili, ma anche previsioni che – se approvate – potrebbero non solo aggravare i problemi che si intendono risolvere, ma anche scardinare il nostro sistema giudiziario.
Difficile immaginarne di peggiori come, ad esempio, quelle in tema di riforma del Csm. Rispetto al quale, anziché valutare modifiche del sistema elettorale già oggetto di precedenti e autorevoli proposte, si prevede un complicato meccanismo per la scelta dei suoi componenti, che peraltro tornano ad essere 30 (20 togati e 10 laici) ossia sei in più di quelli attuali.
Infatti, aggirando quanto previsto dall’articolo 104 della Costituzione – secondo cui i togati sono eletti da tutti i magistrati ordinari – si prevede la costituzione nel territorio nazionale di venti collegi, in cui ciascun magistrato in possesso dei requisiti può candidarsi con il sostegno di dieci colleghi presentatori, mentre ogni elettore potrà esprimere una sola preferenza. Dopo lo scrutinio vengono dichiarati “eletti” i primi cinque candidati che abbiano ottenuto il maggiore numero di voti in ciascun collegio con almeno il cinque per cento di quelli validi espressi. Ma come fa il disegno di legge a definire ‘eletti’ 100 candidati se i togati membri del Csm sono venti? Semplice, anzi comico: tra questi cento se ne sorteggiano – appunto – venti, uno per collegio. Dunque il sorteggio vietato dalla Carta rientra dalla finestra.
Altra domanda: ma poiché i togati devono essere rappresentativi di tutte le categorie con “almeno” 2 addetti a funzioni di legittimità presso la Cassazione, 4 pubblici ministeri e 10 giudici di merito per un totale di 16 (più altri 4 secondo la sorte), cosa accade se la dea bendata e un po’ distratta, deposta la bilancia, pesca male e non tira fuori i numeri sufficienti per una delle quote di categoria? Semplice, anzi contraddittorio e difficile da spiegare: si ritorna ai voti e viene designato componente del Csm il magistrato appartenente alla categoria esclusa che abbia ricevuto la percentuale più alta di consensi nel collegio di appartenenza, il quale subentra a quello sorteggiato che ha ottenuto la più bassa percentuale di voti nel proprio collegio.
Insomma, si prevede un vero e proprio ‘icocervo’ (efficace definizione di Nello Rossi) attraverso la irragionevole successione dei metodi di “voto – sorteggio – voto percentualizzato“, dimenticando che la rappresentatività dell’intera magistratura che la Costituzione prevede per i componenti del Csm non può in alcun modo essere salvaguardata con l’artificio di definire “eletti” coloro che costituirebbero solo una platea da cui estrarre a sorte i membri del Csm, i quali potrebbero essere persino i meno votati.
Appare meritevole di riflessione anche la previsione secondo cui i componenti laici del Csm non potranno essere coloro che svolgano o nei 5 anni precedenti abbiano svolto ruoli politici o amministrativi di fonte elettiva: forse sarebbe stato sufficiente stabilire l’incompatibilità per chi sia o sia stato membro del Governo nazionale. Eccessivamente penalizzante è invece la prevista impossibilità, pur condivisa da molti magistrati, di chi abbia fatto parte del Csm di proporre domanda per un ufficio direttivo, ad esempio procuratore o presidente di tribunale, nei 4 anni successivi alla cessazione del suo mandato: essere stato componente del Csm, insomma, diventa disonorevole e produce una presunzione di contagio quadriennale.
Così vuole il populismo dominante nell’ottica di depotenziare le tanto vituperate correnti dell’Anm, ritenute origine dei gravi vizi che affliggono la magistratura. Queste sono soltanto alcune delle tremende conseguenze del caso Palamara-Lotti-Ferri e i principali contenuti di un disegno di legge che presenta finalità mortificanti e punitive nei confronti dei magistrati.

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