ArcelorMittal Italia: "Crisi grave, cassa integrazione per 1400 persone"

ArcelorMittal Italia: "Crisi grave, cassa integrazione per 1400 persone"

Proprio una settimana fa Matthieu Jehl, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, incontrando a Taranto i giornalisti abituati a fare poche domande, annunciò che dopo aver ridotto la produzione di 3 milioni di tonnellate negli impianti di Spagna e Polonia, prevedeva altri tagli inFrancia e Germania. guardandosi bene dall’annunciare quelli arrivati oggi.

ROMA – La crisi dell’acciaio colpisce duramente ArcelorMittal Italia, la società che ha rilevato le attività del siderurgico ex Ilva Taranto, ha annunciato che farà ricorso agli ammortizzatori sociali della cassa integrazione per 1395 persone (il 17% della forza lavoro) su un organico di 8.200 addetti, per i reparti colata continua 5, treno nastri e laminatoio a freddo. La filiale italiana del gruppo franco-indiano Arcelor Mittal sostiene che la propria decisione  è conseguenziale  alla grave crisi di mercato, scrivendo in una nota che  “si trova oggi nella necessità di ricorrere temporaneamente alla Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (Cigo). Il provvedimento interesserà lo stabilimento di Taranto per un numero massimo al giorno di circa 1.400 dipendenti per 13 settimane. L’azienda ha già contattato le Organizzazioni sindacali e le rappresentanze sindacali unitarie di Taranto per informarle di questa operazione“. Si è così tornati ai circa 4 mila esuberi previsti nella situazione pre-accordo con ArcelorMittal, cioè ai tempi in cui l’acciaieria era guidata dai commissari straordinari nominati dal Governo.

il comunicato stampa “improvviso” di Arcelor Mittal Italia

Ulteriori dettagli saranno resi noti in un incontro fissato per domani, in quanto nonostante lo scenario sia “molto critico, ArcelorMittal Italia conferma il proprio impegno su tutti gli interventi previsti per rispettare il piano industriale e ambientale, al termine dei quali, con un investimento da più di 2,4 miliardi di euro, Taranto diventerà il polo siderurgico integrato più avanzato e sostenibile d’Europa“.

Proprio una settimana fa  Matthieu Jehl, amministratore delegato di ArcelorMittal Italia,  incontrando a Taranto i giornalisti abituati a fare poche domande, annunciò che dopo aver ridotto la produzione di 3 milioni di tonnellate negli impianti di Spagna e Polonia, prevedeva altri tagli inFrancia e Germania. guardandosi bene dall’annunciare quelli comunicati oggi.

In quell’occasione venne spiegato che per lo stabilimento di Taranto ex-Ilva, che dallo scorso novembre 2018 è nella gestione operativa di ArcelorMittal Italia , non ci sarebbero stati tagli produttivi, in quanto lo stabilimento marcia già ad un passo ridotto, ma venne reso noto anche che il passaggio alla produzione di 6 milioni di tonnellate annue sarebbe stato rinviato al prossimo anno 2020, mentre quest’anno si sarebbe assestato sui 5 milioni. Una frenata causata, secondo quanto ha sostenuto l’ad Jehl, dal rallentamento dell’industria dell’auto, i costi aumentati dell’energia e delle materie prime e le barriere dei dazi all’ingresso negli Usa.  Tutte problematiche che però non vengono alla luce nei giorni scorsi, e che quindi lasciano aprire seri subbi sulla inattendibilità ed insufficiente chiarezza e correttezza comunicativa del gruppo ArcelorMittal .

L’accordo raggiunto nel settembre 2018 al Mise con i sindacati prevedeva che gli assunti nello stabilimento di Taranto “ereditati” dall’ Ilva in amministrazione straordinaria, fossero  8.200 su un totale gruppo di 10.700. L’azienda ha rispettato i numeri ma, secondo le contestazioni dei sindacati, in realtà qualcosa non quadrerebbe nella selezione del personale, in quanto secondo i rappresentanti sindacali sarebbero stati discriminati ( e non assunti) dei  lavoratori che per anzianità aziendale, professionalità acquisita, mansioni ricoperti ed anche carichi di famiglia, erano in possesso invece per i sindacati, di tutti i titoli per venire assunti. Ma invece sono rimasti a carico dell’  Ilva in amministrazione straordinaria e quindi collocati in cassa integrazione a zero ore., e quindi a carico del contribuente !

La contestazione ad ArcelorMittal Italia è stata intrapresa di recente da tutte le sigle metalmeccaniche. Sempre nel novembre 2018 in un incontro al Mise, ArcelorMittal diede delle spiegazioni sostenendo che, rispetto alle 10.700 posizioni identificate, il processo di selezione del personale per l’87%  aveva indotto alla conferma dell’intera forza lavoro dell’unità produttiva operano, nel millantato rispetto dell’accordo sindacale, in assenza di una modifica della posizione di lavoro.

Successivamente vi sono state anche delle integrazioni nell’organico del siderurgico di Taranto, ma il sindacato di base Usb non ha però ritenuto valide e credibili le tesi di ArcelorMittal ed ha presentato ricorso al giudice del lavoro, che ha condannato mesi fa l’azienda per comportamento antisindacale,  obbligando l’azienda a pubblicare le graduatorie. Ma anche dopo questa pubblicazione, l’Usb ha reiterato le sue contestazioni all’azienda. Ora l’incontro di oggi sarà necessario ad una verifica della situazione attuale, ed in concomitanza con l’incontro, Usb effettuerà un presidio di protesta all’esterno della Direzione dello stabilimento di Taranto.

Le reazioni delle organizzazioni sindacali confederate

Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil in una nota ha espresso preoccupazione per ricorso a Cig, preannunciando che chiederà una verifica sull’ attuazione dell’ accordo stipulato al Mise. “Apprendiamo la decisione di Arcelor-Mittal di utilizzare per 13 settimane la cassa integrazione ordinaria che coinvolgerà 1.400 lavoratori dello stabilimento di Taranto, in ragione di difficoltà di mercato che avevano già portato il gruppo a ridurre il volume di produzione programmata da 6 a 5 milioni di tonnellate” aggiungendo “La notizia anticipa l’incontro già fissato per domani a Taranto, in cui verrà formalizzata la procedura di cassa e rappresenta un elemento di ulteriore preoccupazione in una fase di assestamento critico degli obiettivi del piano industriale. Nell’incontro in programma per lunedì 10 giugno chiederemo una verifica sull’attuazione dell’accordo sottoscritto in merito alle strategie industriali e produttive e agli investimenti relativi al processo di risanamento ambientale”.

“E’ del tutto evidente che la prospettiva della cassa integrazione ordinaria  per quanto legata per definizione ad un evoluzione di ciclo congiunturale, non ci rassicura e diventa un ulteriore elemento di incertezza. Sono mesi che la Fiom chiede un incontro al Mise per una verifica degli impegni sottoscritti, che diventa ancora più urgente alla luce delle decisioni comunicate oggi

La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, a margine dell’incontro con Confindustria ha così commentato l’annuncio di cassa integrazione per 1.400 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto:”Arcelor-Mittal deve rispettare l’accordo firmato. C’è troppa disinvoltura nel Paese nel fare accordi e non rispettarli. Serve da una parte un’azione più forte di politica industriale, visto che manca una visione,  e dall’altra più responsabilità da parte delle imprese” aggiungendo  “Da parte del governo manca vigilanza e manca strategia e questo è un elemento negativo che ha un risvolto sull’occupazione e sullo sviluppo assolutamente drammatico“.

Per il segretario generale Uil Carmelo Barbagallo occorre un decreto legge che preveda dei risarcimenti danni nei confronti di chi non rispetta accordi “Arcelor agisce sulla scia del comportamento delle multinazionali che fanno shopping e poi non rispettano gli accordi. Bisogna imbrigliare questo atteggiamento, perché è negativo per il Paese, e lo deve fare il governo” ed aggiunge  “Il Governo deve fare leggi e norme. Facciano un decreto legge per far pagare i danni a chi ha usufruito delle agevolazioni  e poi fa quello che gli pare. Su Mittal abbiamo fatto da poco un accordo e non si capisce cosa è sopravvenuto, dobbiamo verificare Rocco Palombella segretario generale della Uilm, il sindacato con più iscritti nello stabilimento ex -ILVA di Taranto rincara la dose: “la comunicazione a pochi giorni dall’incontro fissato per lunedì prossimo è grave, inopportuna e sbagliata“.

L’annuncio di 13 settimane di cassa integrazione per 1400 lavoratori ex Ilva a Taranto è stata una vera doccia fredda anche per i lavoratori dello stabilimento  di Genova “visto che solo pochi giorni fa il gruppo aveva spiegato che la riduzione della produzione in Europa non avrebbe interessato l’Italia” commenta Bruno Manganaro segretario genovese della Fiom . “E’ un brutto segnale e un messaggio pericoloso soprattutto per quanti vogliono che l’Ilva chiuda” . Anche se il provvedimento al momento riguarda solo Taranto, la preoccupazione si estende anche allo stabilimento di Genova Cornigliano: “Siamo preoccupati visto che da Taranto parte la produzione dell’acciaio che lavoriamo a Genova e visto che comunque a Genova finora non sono ancora stati garantiti nemmeno i mille lavoratori previsti dall’accordo” dice Manganaro. Oltre al merito, cioè la scelta dello strumento della cassa integrazione ordinaria a pochi mesi dall’affitto degli impianti ex-Ilva , per il segretario della Fiom genovese vi è anche un problema di metodo: “Per lunedì 10 giugno è stato fissato un incontro a Roma per fare il punto sui primi cinque mesi dal passaggio dell’Ilva ad Arcelor: avrebbero potuto tranquillamente spiegare il problema in quella sede e vedere se insieme riuscivamo ad individuare un’alternativa. Un brutto segnale quindi anche da questo punto di vista“.

L’agenzia internazionale di rating Moody’s ha analizzato di recente le difficoltà produttive in Europa del colosso dell’acciaio, che hanno indotto il gruppo ad annunciare una riduzione della produzione in alcuni dei suoi principali stabilimenti siderurgici,  Secondo l’agenzia di rating, tagliare la produzione è “negativo dal punto di vista del credito in quanto mette in evidenza il rapido deterioramento del contesto operativo nell’industria siderurgica europea, che sta affrontando un rallentamento della domanda dai principali mercati dell’acciaio (soprattutto automotive) dalla fine del 2018“. Moody’s ha rimarcato come la debolezza della domanda possa avere “un impatto negativo sulle consegne europee di Arcelor e sugli utili del 2019” pur mantenendo il giudizio sul merito di credito al livello Baa3, così come l’outlook stabile.

Non si può immaginare che un colosso del genere come Arcelor Mittal non sia capace di prevedere una fase negativa del mercato.  Il top management deve capire che non può lavarsi la coscienza con qualche “mancetta pubblicitaria” al Comune di Taranto o alla stampa locale, sempre pronta con il cappello in mano per qualche centinaia di euro. Qualcuno spieghi loro che dei bambini di Taranto quest’anno non sono andati nelle loro scuole, perché ritenute pericolose, in quanto troppo adiacenti alla fabbrica dove lavoravano i loro genitori.

Adesso quelle scuole molto probabilmente verranno chiuse per sempre. E i genitori di quei bambini, probabilmente resteranno a casa senza lavoro. E tutto ciò permetteteci di dirlo risulta ancor peggio di prima. Cosa verrà a dire il Governo del cambiamento il prossimo 24 maggio a Taranto ?

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