Amore e paura, il racconto di Francesca sul 23 maggio

Amore e paura, il racconto di Francesca sul 23 maggio

Un monologo dello scrittore trapanese dedicato alla moglie di Giovanni Falcone che immagina i pensieri della Morvillo lungo l’autostrada

di Giacomo Pilati

E prima eravamo a Roma sull’aereo. E lui mi ha dato la mano, sull’aereo. Poi me l’ha lasciata la mano, sull’aereo. E prima lui si è preso un caffè. E mi ha baciato. Sulla guancia prima mi ha baciato. E prima mi ha chiamato al telefono. E io subito sono scesa E prima lui mi aspettava dentro la macchina. E prima….

Ci siamo sposati a maggio. Di notte. In bianco e nero. Che pareva uno di quei polizieschi francesi degli anni ’70 che a Giovanni piacciono tanto. Le macchine blindate, i carabinieri, i giubbotti antiproiettile, gli M12, il fumo del sigaro denso come un banco di nebbia con tutto quel buio. E lui che mi guardava col sorriso fra le ciglia, la curva delle labbra appena sollevata, la mascella un poco di sbieco, la fronte rigata dalle carezze dei solchi.

E prima eravamo a Punta Raisi. E la Croma ci aspettava con lo sportello aperto. E Giovanni ha voluto guidare a tutti i costi. E io mi sono seduta accanto a lui. E Giuseppe dietro. Per farcela sembrare una passeggiata normale. E tutto quello che c’era attorno a noi facevamo finta che non c’era.

È vero ci siamo sposati di nascosto. Ma solo per non fare rumore. Che già bastavano le chiacchiere dei colleghi a fare scruscio. Il presidente a Giovanni glielo disse a bassa voce che questa storia fra noi due non poteva durare perché davamo scandalo. Voleva farlo trasferire. E con la calma che certe volte lui ostentava apposta, gli ha risposto che era giusto che facesse il suo dovere. E non se ne parlò più.

E prima lui voleva andare a Favignana. La pasta col tonno. I calamari arrosto. La bottiglia di inzolia. Ci pensava da una settimana. E invece dentro la camera della morte tonni non ce n’erano.

Dice che siamo riservati. No, siamo normali, due persone normali. Sono altre le cose che non sono normali: le sirene, le scorte, la camionetta dei carabinieri sotto casa, i mitra spianati. Non è normale che non possiamo farci una pizza, un viaggio per i fatti nostri, una passeggiata sotto le stelle. Come fanno tutti quelli che si vogliono bene. L’unica cosa speciale è l’amore nostro. Speciale sì. L’amore nostro è speciale. Noi due siamo felici. Sì, così ci sentiamo. Nonostante tutto. Felici, e non ci manca niente. Nonostante tutto. Ci convinciamo che non ci manca niente. Per essere felici. Che pare un gioco di parole, ma giuro che è così. Nonostante tutto.

E prima lui diceva che aveva voglia di un bel sarago da “Peppino” al Politeama, perché questa storia che era saltata la mattanza gli era rimasta qua.

Io e Giovanni veramente soli mai siamo stati. La mafia ci ha condannato in questo modo: ci ha tolto l’intimità. Che certe volte ci ridiamo sopra. La scorta non lo molla nemmeno un momento, mentre gli altri che devono proteggerlo si girano apposta dall’altra parte. Fanno finta di non vederlo. E pure quando sulla spiaggetta della casa al mare ci hanno fatto trovare 58 cartucce, volevano dirci che non ci avrebbero mai lasciati soli.

E prima ho annusato la primavera. Il caldo tiepido che mi rivestiva il volto. Si appiccicava alla pelle. E mi faceva sentire bene.

Ho cominciato a fare questo mestiere come giudice dei minori. Li sentivo tutti figli miei. Pure quando dovevo giudicarli. La compassione non è mai un difetto. Nemmeno per un giudice. Avvertivo la tenerezza incosciente di destini precipitati sulla terra da un cielo sbagliato disteso su una illusoria promessa di felicità. Genitori incrociati male e figli che nessuno ha veramente voluto fino in fondo.

E prima c’era la strada dritta, una casa lontana, le margherite gialle. Le ginestre. L’asfalto lucidato dal sole. Gli alberi. Di nuovo le margherite. Un trattore. Due cavalli. Un filo di fumo. I parasole abbassati. La radio accesa.

Lui cerca di farmelo capire in tutti i modi che non ha paura di morire. Ma io lo so che non è vero. Le rughe sulla faccia, le borse sotto gli occhi, le pieghe sulla fronte. E le vedo ogni giorno sempre più profonde. Che mi svelano quiete il suo cuore. La delusione degli amici, il tradimento dei falsi amici, l’ansia per il suo lavoro a Roma, la mafia che lui ha capito fino al midollo e per questo lo teme. Mi raccontano il suo amore, il timore di farmi male con la paura annegata in quegli occhi antichi che mi spolpano l’anima.

E prima un’automobile scura ci ha superato. E io mi sono voltata a guardare. E prima lui si è accorto che nel mazzo delle chiavi della macchina c’erano pure quelle di casa e per sganciarle ha rallentato improvvisamente. E io ero mezza addormentata e mi ha preso un colpo.

Ora che è a Roma mi sento ancora più vicina a lui. Lo spazio si è incaricato di accorciare il tempo. E c’è riuscito. E io sono sempre con lui, pure se sto qui a Palermo. Ad aspettare che arrivi il venerdì sera. E questa cosa secondo me è quella che assomiglia di più all’amore.

Apro un poco il finestrino. Sento l’odore dell’aria. Che a dirla così sembra una cosa inutile perché tutti lo sentono l’odore dell’aria. E invece ce l’ho proprio addosso come uno di quei profumi che si appiccicano alla pelle e sono insolenti e garbati allo stesso tempo. Le ginestre sono così. Invadenti, selvagge, profumano di giorni bagnati e di sole caldo, di terra e di baci. Che sanno di primavera, ma anche di giorni pigri, quelli che mi piacerebbe vivere domani. Insieme a lui.

Sarebbe bello stare di più insieme. Ce lo diciamo spesso. Ma poi ci facciamo bastare il tempo. Due giorni. Sono pochi. Poi lunedì mattina torna di nuovo a Roma. E io aspetto il profumo delle ginestre.

E prima il botto. Sì il botto. Arriva dal catrame. Si alza il cielo. Cade di nuovo giù. La terra trema. Si spacca il giorno. Un fischio. Le orecchie. Non sento. L’orizzonte si impenna. Mi sposto. Non lo so da quale parte. Le ginestre. Mi colpiscono. Sono proiettili questi fiori. Una macchia sgargiante. Polvere, dolore, tuono. Volo. Il sangue. Una botta. La macchina non c’è più. Lui non c’è più. Non c’è più niente. L’incubo mio e suo. Ora. Qualcuno mi solleva. Non sono sue le braccia. Mi addormento. Ci sono luci sopra di me. Non riesco a vederle ma so che ci sono. La mia testa si piega dentro al corpo per vedere le cose che mi sono rimaste. Non mi appartiene più nulla di quello che sono. Solo pensieri. Lo giuro. Nessun dolore. Lui si è salvato vero? Giovanni dov’è?

*tratto dall’edizione speciale Rep:

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