Alle origini della sconfitta di Virginia

Alle origini della sconfitta di Virginia

di Andrea Malaguti

Sono bastati meno di sei mesi a guida Cinque Stelle per rimettere Roma con le spalle al muro. Il nuovo che avanza non è poi tanto diverso dal vecchio e anzi, di fronte allo spettacolo grottesco di queste ore, è quasi impossibile non rimpiangere Ignazio Marino.


Virginia Raggi è palesemente inadeguata
al ruolo che ricopre e la scelta di Beppe Grillo di commissariarla, dopo avere meditato a lungo di darle il benservito, non fa altro che certificare il fallimento della cliccocrazia.

La rete non è all’altezza di distribuire certificati di qualità e tanto meno di competenza. Non bastano i «mi piace» su Facebook e una manciata di voti raccolti sul sito da amici e militanti dei meet up per scoprirsi in grado di guidare la città più tossica e complicata d’Italia. E bisogna aver un ego ipertrofico, o essere precipitati in un pericoloso delirio di onnipotenza, per immaginare il contrario.

I disastri della politica dei professionisti non si rimediano affidandosi a criteri di selezione della classe dirigente casuali e dilettanteschi. Una riflessione che leader potenziali come Di Maio, Fico o Di Battista, protagonisti non sempre volontari della perenne resa dei conti interna ai 5 Stelle, farebbero bene a non sottovalutare.

La semisconosciuta avvocatessa Raggi, molto amata dalla destra romana e detestata da metà dei suoi compagni di Movimento, dopo centottanta giorni di paralisi amministrativa, ha prima ingigantito in modo incomprensibile il ruolo del più che opaco Raffaele Marra nel suo cerchio magico, pensando poi di liquidarlo con una battuta. «È solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Capolavoro di ipocrisia anche nell’era della post verità. Roberta Lombardi, storica voce del grillismo romano, l’aveva avvisata. «Marra è un virus». La sindaca l’ha ignorata. Per superficialità o per colpa poco importa.

Che cosa aspettano allora Grillo e Casaleggio a scaricarla? La risposta è facile e potrebbe darla qualunque vecchio arnese della Prima Repubblica: fallire a Roma significa confessare al Paese di non essere pronti per Palazzo Chigi. Non esattamente un messaggio confortante da imbottigliare nell’oceano dell’incertezza nostrana. Ma se anche così fosse? Meglio essere una straordinaria opposizione o una devastante maggioranza?

Decidere di non decidere, restare a metà del guado, affidarsi al controllo a distanza di chi fallisce, significa sconfessare la storia di un Movimento che oggi sembra capace di esprimere soltanto una miriade di io litigiosi. Di Maio, Fico, Di Battista, il gruppo Taverna-Ruocco-Lombardi. Un arcipelago dello scontro selvaggio che ha inghiottito la democrazia orizzontale. L’utopia dei portavoce della volontà popolare, automi sensibili soltanto agli stimoli sacri del web è sepolta, assieme all’idea infantile di potere elevare la politica al rango di epopea in nome di un fantascientifico e superiore splendore morale.

Uno non vale più uno, ma ciascuno ha la pretesa di parlare per tutti. Il caos, insomma. Basterebbe ricordarsi di Goethe: le idee generali e la gran presunzione sono sempre sul punto di causare danni enormi. Si sono ridotti a questo i 5 Stelle?

La risposta è decisiva. Grillo sbaglia a fidarsi della cautela di Casaleggio e a non spingere il tasto reset sul computer, perché l’impronta che il Movimento proietterà sulla campagna elettorale sarà quella destinata a uscire dalla gestione del disastro romano. Il vaso è rotto. Impossibile nascondere i cocci sotto il tappeto. Meglio essere il partito della Raggi o quello che alla fine ne ha capito i limiti?

*commento tratto dal quotidiano La Stampa ©

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