La Cassazione conferma la condanna: ora Denis Verdini rischia il carcere

di REDAZIONE CRONACHE

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna per Denis Verdini, fiorentino, ex senatore di Forza Italia, ed attuale “suocero” e consulente “ombra” di Matteo Salvini, per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino, ed adesso rischia di finire in carcere. La sentenza è arrivata davanti alla Cassazione dopo due rinvii dell’udienza a causa dell’emergenza coronavirus, l’udienza inizialmente prevista per lo scorso marzo, era prima slittata al 17 luglio e successivamente con un nuovo rinvio disposto per poter discutere, che ha portato alla sentenza odierna.

In appello l’ex parlamentare forzista era stato condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione. Dichiarata la prescrizione, come richiesto anche dalla Procura Generale, per i reati di truffa relativi ai contributi all’editoria degli anni 2010-11. 

Adesso per colpa dell’età si apriranno le porte del carcere per l’inventore di Ala, il gruppo parlamentare nato al Senato a suo tempo per sostenere il Governo Renzi. Infatti Verdini compirà 70 anni, limite d’età che gli consentirebbe di scontare la pena agli arresti domiciliari, solo l’8 maggio del 2021. Quindi l’ex senatore finirà in carcere almeno fino a maggio, in quanto la condanna a 6 anni e mezzo, lo escludono dalle norme per abbassare la pressione nelle carceri e combattere il contagio del coronavirus. Infatti solo i detenuti con un residuo di pena da scontare inferiore ai 18 mesi possono chiedere di scontare la pena ai domiciliari.

Secondo l’accusa Verdini attraverso numerose operazioni ritenute “anomale”, avrebbe provocato il dissesto dell’istituto di credito , con una gestione “ambiziosa quanto imprudente” e in particolare con una pioggia di finanziamenti nel settore edile (oltre il 52% del credito), prevalentemente nei confronti di società del Gruppo BTP facente capo agli imprenditori Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei entrami condannati in appello.

A dare il via all’indagine fu la relazione dei commissari di Bankitalia che avevano portato alla luce gravissime criticità denunciandole : il Credito Cooperativo Fiorentino venne commissariato nel 2010, e successivamente dichiarato insolvente, venendo assorbito da Chianti Banca. Sempre per il dissesto dell’ex Credito Cooperativo Fiorentino erano stati condannati in appello a 3 anni e 4 mesi Monica Manescalchi e Leonardo Rossi, mentre Pietro Italo Biagini ex direttore generale della banca insieme a numerosi membri del consiglio di amministrazione e revisori dei conti, avevano preferito patteggiare la pena.

L’inchiesta è stata portata avanti dal Ros dei Carabinieri coordinata dal procuratore Giuseppe Quattrocchi e dai pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini.

Per la truffa alla Presidenza del consiglio per i fondi per l’editoria ( che coinvolgeva il quotidiano IL GIORNALE di Firenze) erano stati condannati Massimo Parisi ex amministratore delegato della società editrice ed ex deputato di Ala ad 1 anno, l’ex presidente della Ste Girolamo Strozzi Majorca a 8 mesi e 15 giorni e il manager Pierluigi Picerno a 9 mesi e 15 giorni.




Mondo di Mezzo, la Corte d’Appello conferma: 6 anni ad Alemanno per corruzione

di REDAZIONE CRONACHE

Anche per la Corte d’appello l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno avrebbe ottenuto soldi e vantaggi per la sua carriera politica dall’associazione a delinquere gestita da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Pena confermata: sei anni.

La vicenda giudiziaria dell’ ex-sindaco di Roma, Gianni Alemanno prende avvio nei primi giorni di dicembre del 2014, quando gli uomini del Ros dei Carabinieri si presentano alla porta della sua abitazione per una perquisizione domiciliare.

È l’inchiesta “Mondo di mezzo” inizialmente denominata “Roma Capitale che fa tremare tutta Roma. Massimo Carminati detto “Il Nero” viene ritenuto a capo di un’associazione mafiosa (circostanza che sarà esclusa definitivamente dalla Corte di Cassazione) mentre Gianni Alemanno viene accusato di concorso esterno all’organizzazione criminale. La richiesta di archiviazione, da parte della stessa procura, per questa gravissima accusa, arriverà solo nel 2017.

Ma l’ex sindaco di Roma rimane indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, e la sua posizione viene stralciata rispetto dal filone principale dell’inchiesta. Secondo la Procura di Roma Alemanno avrebbe ricevuto tra il 2012 e il 2014, oltre 223 mila euro per compiere atti contrari ai doveri del suo ufficio.

Massimo Carminati e Salvatore Buzzi

Sulla base all’impianto accusatorio i soldi sarebbero arrivati con il benestare di Massimo Carminati dai conti bancari di Salvatore Buzzi, e sarebbero stati versati alla Fondazione Nuova Italia, presieduta dallo stesso ex sindaco. A proposito della fondazione, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, i giudici affermavano che “ha rappresentato per l’imputato un portamonete, necessario per finanziare la propria attività politica e un salvagente per assicurarsi un sostentamento economico personale una volta terminato il periodo della sua sindacatura“.

Le decisioni della Corte di Appello di Roma sono andate ben oltre la richiesta del procuratore generale Pietro Catalani, che aveva invece richiesto una riduzione di pena a 3 anni e 6 mesi, chiedendo di applicare il solo reato di “corruzione“.

L’impianto accusatorio della Procura di Roma, che contestava all’ex primo cittadino, oltre alla corruzione, anche il finanziamento illecito ai partiti, ha retto. “Sono sconcertato – ha commentato Gianni Alemanno perché questa sentenza smentisce una decisione della Cassazione, secondo cui i miei coimputati sono colpevoli di traffico di influenze. A questo punto io sono un corrotto senza corruttore, evidentemente mi sono corrotto da solo. Proclamo la mia innocenza come ho fatto sin dal primo giorno. Ricorrerò in Cassazione», ha aggiunto l’ex sindaco di Roma Capitale.

I giudici della Corte di Appello di Roma hanno confermato anche le disposizioni civili e la confisca di oltre 298 mila euro, somma ritenuta il frutto della corruzione. Ribadita la provvisionale di 50 mila euro in favore di Roma Capitale e altrettanti per Ama, l’azienda municipalizzata capitolina dei rifiuti. 




L’imbarazzante silenzio dei “giornaloni” sulla maxiretata contro la ‘ndrangheta. Arrestato ufficiale dei Carabinieri che anticipava le inchieste alla ‘ndrangheta

ROMA – Il “blitz” coordinato dal procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, avvenuto due notti fa e che ha portato all’arresto di oltre 300 persone tra boss, imprenditori e politici, è stato un grande lavoro di squadra fatto dai carabinieri del ROS centrale, di quello di Catanzaro, e del Comando provinciale di Vibo Valentia. Alla fase esecutiva dell’operazione hanno preso parte circa 3000 militari con tutte le specialità, dal Gis al Tuscania ai Cacciatori, tutte le sezioni Ros d’Italia e tutti i carabinieri della Calabria, ma è clamorosamente finito in secondo piano sulla stampa nazionale nazionale.
Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri aveva deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per non correre il rischio di fuga delle notizie che avrebbe messo a serio rischio la riuscita della retata. Una nuova conferma del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria deviata ai massimi livelli.
Per fortuna non tutta la stampa ha taciuto, anche se fra gli auto-censurati compaiono giornali del calibro di La Repubblica, Stampa, Secolo XIX, che hanno rilegato il ciclone giudiziario attuato dal ROS dei Carabinieri in semplici trafiletti o articoli in 15esima o 16esima pagina, anteponendo fatti di cronaca come ad esempio la sfida di Ratzinger alla chiesa tedesca o come una cena aziendale andata in crisi. La notizia di “censura” della notizia è diventata una vera “notizia”, considerato il peso degli eventi è da brivido.

L’inchiesta contro le cosche della ‘ndrangheta estesa in metà delle Regioni italiane ha trovato pochissimo spazio sui quotidiani. Infatti solo il Manifesto e Avvenire l’hanno pubblicata come seconda notizia. Incredibilmente il giornaletto il Riformista  finanziato dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo plurindagato-processato e “prescritto”, ricorda senza alcun imbarazzo e con fare “garantista”  che molti altri processi sono finiti con parecchia assoluzioni. Silenzio sull’inchiesta anche dai giornali “pro sicurezza”…come La Verità e Libero.

I più importanti giornali italiani hanno trascurato, e ridotto al minimo , la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.nascondendola persino dalla prima pagina

Tra gli arrestati, oltre al colonnello Naselli compaiono anche con accuse gravissime l’ ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli successivamente passato a Fratelli d’ Italia ( ed immediatamente espulso dalla Meloni)  , un altro ex parlamentare ed ex consigliere regionale, Nicola Adamo, di centrosinistra, accusato di concorso esterno in associazione mafioso. Ai domiciliari è invece finito Luigi Incarnato, a capo dei socialisti locali. consulente del governatore Mario Oliverio ed ex commissario liquidatore di Sorical, l’azienda che gestisce l’erogazione dell’acqua in Calabria.
Per il Gip Barbara Saccà Pittelli era la chiave di unasorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico-professionista-faccendiere, l’operatore di impresa e la cosca mafiosa” grazie al “ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali”. Dagli esami all’università della figlia del boss Luigi Mancuso alle soffiate nelle indagini, secondo gli investigatori, il politico era “perfettamente inserito” ed a disposizione delle cosche calabresi. Un “colletto bianco” perfetto per i boss del clan Mancuso di Limbadi: non a caso il suo nome compare 485 volte nell’ordinanza di custodia cautelare dei 330 arresti.

l’ avv. Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia

Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge su Pittelli: “Accreditato nei circuiti della massoneria più potente, è stato in grado di far relazionare la ‘ndrangheta con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università, con le istituzioni tutte, fungendo da passepartout del Mancuso, per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali”. Verso Luigi Mancuso e i suoi sodali, l’ex deputato e senatore garantiva “la sua generale disponibilità” per risolvere “i più svariati problemi” grazie ai “rapporti” con “importanti esponenti delle istituzioni e/o della pubblica amministrazione, in particolare delle Forze dell’Ordine”.

“Frangia di collegamento” tra società civile e logge coperte. Un esempio per tutti: Maria Teresa Mancuso figlia del boss “supremo” Luigi, studentessa di medicina all’Università di Messina, non riusciva a superare l’esame di istologia. Una telefonata al numero giusto e Pittelli – stando al suo racconto mentre è intercettato – prova a risolvere tutto presentandola al rettore dell’ateneo. “Questa ragazzina scoppia a piangere – ricorda – e mi faceva ‘troppo avvocato, troppo avvocato troppo’”.

Una sorta di double face, da una parte perfettamente inserito nei rapporti tra Mancuso e altri boss delle consorterie legate a Limbadi” e dall’altra, secondo i pm, posizionato “in quella particolare frangia di collegamento con la società civile, rappresentata dal limbo delle logge coperte in un “coacervo di relazioni tra i ‘grandi’ della ‘ndrangheta calabrese e i ‘grandi’ della massoneria, tutti ben inseriti nei contesti strategici”. In ogni sua veste, a prescindere, per i magistrati Pittelli era a disposizione dei Mancuso.

Non deve essere stato piacevole per i Carabinieri del ROS arrestare un loro collega in alta uniforme, il colonnello Giorgio Naselli (52 anni), che in passato è stato comandante del reparto operativo dell’ Arma dei Carabinieri proprio a  Catanzaro, il quale con il suo operato, secondo le indagini, avrebbe infangato la sua divisa.

il colonnello dei Carabinieri, Giorgio Naselli

Giorgione”, “Giorgino” o anche “Giorgiare‘” lo chiamava Giancarlo Pittelli. D’altronde gli undici anni passati in città a Catanzaro avevano consolidato l’amicizia fra i due. Al punto che quando aveva bisogno di informazioni su un’indagine o un procedimento giudiziario l’ex senatore di Forza Italia si rivolgeva a Giorgio Naselli, ex comandante del Reparto operativo nucleo investigativo dell’Arma di Catanzaro, oggi in forza come vice comandante al Gruppo sportivo Carabinieri a Roma, il quale gliele trovava e gliele passava. Così facendo secondo la Procura di Catanzaro favoriva le cosche di ‘ndrangheta. I loro nomi figurano tra quelli delle 330 persone arrestate dagli stessi Carabinieri del ROS nell’operazione “Rinascita-Scott”, che ha portato in carcere e ai domiciliari avvocati, politici e professionisti, oltre ad esponenti di primo piano della cosca Mancuso di Limbadi.
Secondo quanto risulta agli atti il colonnello Naselli avrebbe rivelato all’ avvocato catanzarese Giancarlo Pittelli, anch’egli tratto in arresto con una pesante accusa, cioè quella di “associazione mafiosa” , il contenuto di un’indagine che riguardava un cliente del Pittelli, l’imprenditore edile Giuseppe Mazzei (che in questo procedimento al momento non è indagato).
Il colonnello Naselli dopo aver parlato con i colleghi di Monza, avrebbe riferito a Pittelli che vi era un procedimento penale in corso, avente al centro delle indagini un assegno da 400mila euro versato da una persona in corso di identificazione, rivelando che “oggetto del procedimento era un giro di assegni nell’ambito del quale tale Cattaneo non meglio identificato, aveva contraffatto anche l’assegno in parola; che i Carabinieri di Pioltello (MI) erano stati interessati“. “In seconda battuta per  sentire il Mazzei ” ma “l’indagine è a Legnano” quindi di competenza di un altro reparto territoriale dell’ Arma; che “l’assegno oggetto d’indagine era stato emesso in bianco, poi girato ed anche contraffatto“.
La rivelazione d’ufficio in alcuni casi sarebbe avvenuta persino senza alcuna richiesta. I militari del ROS nel corso di una intercettazione ambientale del 3 agosto 2019, ascoltavano il colonnello Naselli che prima di salutare l’avvocato Pittelli rivelava “Ah, ti devo dire una cosa io ! Attenzione a Roberto ! Pare che ha la Finanza addosso“. Il “Roberto” in questione, all’anagrafe è l’imprenditore Roberto Guzzo, anch’egli al momento non indagato in questo procedimento, il quale era monitorato o comunque oggetto di investigazione della Guardia di Finanza. L’ avvocato Pittelli gli rispondeva: “Non lo voglio vedere neanche“.
Inoltre fra il settembre e l’ottobre 2018 il colonnello Naselli su richiesta del Pittelli, si sarebbe interessato anche della vicenda della M.C. Metalli srl , società di effettiva proprietà di Rocco Delfino, detto “U Rizzu” , considerato esponente della ‘ndrangheta e legato in particolare alle cosche Piromalli e Molè di Gioia Tauro, storicamente alleate dei Mancuso.
La società era  amministrata fittiziamente da Giuseppe Calabretta, finito anch’egli nella maxi operazione del ROS dei Carabinieri, coordinata dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri. La M.C. Metalli srl aveva una pratica pendente a proprio carico alla Prefettura di Teramo, della quale il colonnello Naselli si sarebbe interessato rivelando quali erano le criticità, oggetto delle verifiche in corso coperte dal segreto istruttorio. L’ufficiale dei Carabinieri avrebbe riferito all’ avvocato Pittelli che la Prefettura riteneva un elemento di criticità per la società il trasferimento della sede sociale dalla provincia di Reggio Calabria alla provincia di Teramo, alla luce dl fatto che Calabrettaaveva ammesso apertamente di non sapere nulla di tale trasferimento“.
“Lascia intendere, caspita che lui fosse una testa di cartone, hai capito ? non era stato…ah giustamente….” era il commento del colonnello Naselli. Un’altra informazione riservata rivelata violando il segreto d’ufficio, era la presenza nella società della fidanzata del figlio di Rocco Delfino, circostanza  questa che lascia traccia della effettiva gestione della M.C. Metalli srl  da parte di Delfino.
“E poi c’è l’altro problema che anche quello riguarda la compagna ….cioè uno è uscito dalla società però è rimasta la fidanzata, la convivente di quello nella società pure…hai capito ? Quindi la continuità nella gestione è palese…”
Così facendo sostiene l’accusa il colonnello Naselli concedeva a Rocco Delfino di “sottrarsi a nuove misure di prevenzione e di evitare provvedimenti ablatori nei confronti della società M.C. Metalli srl a lui di fatto riconducibile“.
Pittelli voleva sapere come sta procedendo l’iter ed il 21 settembre 2018 chiama al telefono il colonnello Naselli: “Senti, con un po’ di pazienza secondo te è raddrizzabile?”, domanda l’ex deputato forzista. “Non lo so, dobbiamo vederla insieme”, risponde l’ufficiale dei carabinieri che era passato nel 2017  a dirigere il comando della provincia abruzzese. “La cosa importante è che non la decidano immediatamente”, aggiunge Pittelli. “Vediamo che cosa possiamo fare“, gli replica Naselli, “io poi ci vado a parlare là vediamo come è l’aria, fammi andare a vedere”.
Una vicenda imbarazzante per l’ Arma dei Carabinieri, ed in particolare per il colonnello Naselli, in quanto comprende i capi di imputazione di rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio ed abuso d’ufficio aggravati dal metodo mafioso.

l’ on. Enza Bruno Bossio moglie di Nicola Adamo, colpito da un divieto di dimora nell’inchiesta anti-ndrangheta della Procura di Catanzaro

“Gratteri arresta metà Calabria. È giustizia? No è solo uno show! Colpire mille per non colpire nessuno. Anzi si. Colpire la possibilità di Oliverio di ricandidarsi”. Sono le parole pubblicate dall’ on. Enza Bruno Bossio sulla sua pagina Facebook, successivamente scomparse, parole quelle scritte dalla deputata del Pd moglie di Nicola Adamo, colpito da un divieto di dimora nell’inchiesta che il 19 dicembre ha portato agli arresti 330 persone, hanno causano la reazione del partito: “Il pensiero della Bruno Bossio non rappresenta quello della comunità del Partito Democratico della Calabria – affermano, in una nota il commissario regionale Stefano Graziano e il responsabile Mezzogiorno della segreteria nazionale Nicola Oddati – Ringraziamo Gratteri per il lavoro svolto e per aver inflitto alla ‘ndrangheta un duro colpo.
Il procuratore Gratteri ha preferito non commentare.Non voglio entrare nel merito dei commenti che sono stati fatti. Sarà la storia a spiegare tante cose anche di comportamenti di questi giorni, come degli anni passati”, ha detto Gratteri a “L’intervista di Maria Latella” su Sky Tg24. “Il mio  è un lavoro di squadra – ha detto GratteriHo dei colleghi meravigliosi, migliaia di carabinieri, poliziotti finanzieri. Io posso essere una guida, un esempio ma ognuno fa un pezzettino del lavoro. Sono abituato al lavoro di gruppo ed il successo o l’insuccesso ricade su tutti. La nostra è una richiesta di misura cautelare ed i provvedimenti li ha emessi un giudice terzo“.
L’indagine Rinascita Scott della Dda di Catanzaroe’ “un’indagine che e’ uno spaccato dell’Italia, una cosa veramente enorme dove ci sono oltre 35 aziende sequestrate, rappresentati politici di tanti partiti, c’e’ la dimostrazione di come la ‘ndrangheta sia entrata e si sia seduta negli apparati dello Stato e della Pubblica amministrazione“, ma nonostante questo la solidarieta’ dal mondo politico e’ giunta solo da Lega, Pd e M5Sanche perche’ i giornali nazionali hanno boicottato la notizia“.
Cosi’ il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nell’ “L’intervista di Maria Latella” su Sky Tg24. “Il Corriere della Sera – ha aggiunto – ha portato la notizia alla 20ma pagina, Repubblica e la Stampa verso la 15ma-16ma mentre Il Fatto quotidiano l’ha riportata in prima pagina, come L’Avvenire ed il Manifesto. Perche’ non lo so andrebbe chiesto ai direttori dei giornali. Non ho idea, fossi stato il proprietario di questi giornali mi sarei preoccupato, avrei chiesto. Quindi mi auguro che sia stata un svista ma sicuramente e’ stato un ‘buco’ dal punto di vista giornalistico“.
La “soffiata” che ha indotto la Dda di Catanzaro ed i Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Vibo Valentia ad anticipare di 24 ore il maxi blitz contro le cosche vibonesi “e’ partita dagli addetti ai lavori, ovvio, non dal barista in piazza“. Ad affermarlo il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri a “L’intervista di Maria Latella” su Sky Tg24. “Qualche idea  ce l’abbiamo e ci stiamo lavorando. La storia spieghera’ anche chi e’ stato” ha concluso.



Il governo sceglie due generali della Guardia di Finanza ai vertici dei servizi segreti: Gennaro Vecchione al Dis, Luciano Carta all’Aise

il Gen. Gennaro Vecchione

ROMA – Si è conclusa questa sera la riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza della Repubblica (Cisr) nel corso della quale Dopo una prolungata gestazione ed una serie di rinvii, il Governo gialloverde a quasi sei mesi dal proprio insediamento a Palazzo Chigi ha nominato i nuovi vertici dei servizi segreti. Alla guida del Dis, l’organismo che supervisiona le attività delle agenzie di intelligence, è stato nominato il Generale Gennaro Vecchione , attualmente al vertice della Scuola di Specializzazione delle forze di polizia mentre il Generale Luciano Carta è stato scelto al vertice dell’Aise, il servizio segreto che si occupa di attività all’estero.

Entrambi  ufficiali provenienti dal corpo della Guardia di Finanza. Il Generale Carta era già numero due dell’Aise da un paio di anni anni. Una decisione anomala rispetto ai consolidati del settore, che prevedevano come sinora accaduto in passato un bilanciamento nelle nomine tra le varie forze di polizia ed i corpi militari. Una decisione questa che potrebbe anche diventare una svolta, con un conseguente potenziamento dell’attività di “intelligence” economica-finanziaria: una questione discussa da anni e resa impellente dagli sviluppi più recenti.

Quando il destino di un Paese è sempre più legato ai mercati finanziari internazionali, ed in particolare sul fronte della cybersecurity a seguito della necessità di proteggere aziende e reti da sempre più penetranti operazioni di spionaggio evoluto .

Il Generale Mario Parente

Con la conferma decisa nel giugno scorso all’Aisi del Generale Mario Parente, ex comandante del Ros dei Carabinieri, oggi per la prima volta i vertici dei servizi segreti risultano “blindati”.

Delle decisioni discusse tra i due alleati di Governo discusse sino all’ultimo momento, con la partecipazione “esterna” ma influente del Quirinale su delle questioni così delicate per il Paese . La riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza infatti è stato rinviata dalle 17 del pomeriggio alle ore 22 di ieri sera, in conseguenza della volontà di decidere i cambi espressa in mattinata durante la sua audizione al Copasir dal vicepresidente e ministro dell’interno Matteo Salvini in cui ha detto: “Oggi c’è unariunione ad hoc del Cisr e conto che si chiudano tutte le partite aperte. Vediamo cosa ci propone il premier

Il presidente del Consiglio e i ministri componenti del Comitato hanno espresso, all’unanimità, il grato pensiero ai direttori uscenti – Alessandro Pansa e Alberto Manenti (il cui mandato era stato allungato di un anno lo scorso 7 marzo, tre giorni dopo le elezioni dal Governo uscente guidato da Paolo Gentiloni)  che hanno ricoperto i loro rispettivi incarichi con piena dedizione professionale e con elevato spirito di servizio, garantendo, attraverso un’ampia efficacia operativa, la sicurezza nazionale.




“Giustizia rapida per il sequestro di un giornale”: ma la legge non deve essere uguale per tutti ?

di Antonello de Gennaro

A differenza di qualche squallido individuo che purtroppo ha il tesserino di giornalista professionista in tasca, non ho mai goduto per le disgrazie di un collega o di un giornale, perchè quando chiude un giornale, chiude una voce d’informazione, e questo non è quasi mai una buona notizia per la libertà di stampa. Quindi lunga vita alla Gazzetta del Mezzogiorno. Ma nella legalità e trasparenza.

Ieri il direttore del quotidiano lA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO si è finalmente accorto di aver un editore sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa, e si è prodigato a scrivere un editoriale in cui nel difendere il suo datore di lavoro che gli paga lo stipendio, ha dimenticato di scrivere e raccontare ai suoi lettori più di qualcosa.  Infatti scrive “Finito sotto indagine nel 2007 per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2012 era sopraggiunta la richiesta di archiviazione da parte della procura catanese. Richiesta bocciata dal Gup che ha disposto la trasmissione degli atti al pm“,  ed aggiunge “Esprimiamo qui la nostra piena solidarietà all’editore Ciancio Sanfilippo che ha sempre lasciato totale autonomia alla direzione e alla redazione della Gazzetta. Siamo certi che dimostrerà la correttezza del suo operato“. 

Scrivendo tali concetti Giuseppe De Tomaso accusa i magistrati ed il Ros dei Carabinieri , cioè l’elite investigativa dell’ Arma di non aver fatto bene e correttamente il proprio dovere e lavoro. Conoscendo personalmente la sua carriera, che conosco molto bene nei minimi dettagli, fidandosi esclusivamente di chi gli paga lo stipendio, De Tomaso  esalta il suo editore Mario Ciancio di Sanfilippo  per la “totale autonomia” e di aver “sempre lasciato totale autonomia alla direzione e alla redazione della Gazzetta”. Purtroppo non poche volte anche la libertà di diffamare, di violare segreti di Stato, di calpestare il segreto istruttorio. Ma il direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno dimentica che lasciare totale autonomia alla direzione e alla redazione di un giornale, non è nulla di speciale, ma bensì la la normalità, peraltro prevista costituzionalmemte e garantita dalla Legge sulla Stampa e da quella professionale per chi svolge l’attività del giornalista.

De Tomaso nel suo editoriale in difesa di Ciancio aggiunge  “auspichiamo solo che i tempi della giustizia siano veloci. Sia perché giustizia ritardata equivale a giustizia negata. Sia perché, nel caso specifico di un giornale, la stabilità della proprietà, e della governance, costituisce una premessa essenziale.  L’editoria attraversa il periodo più difficile della sua storia. I bilanci delle aziende sono in rosso da parecchi anni, anche se le ristrutturazioni aziendali hanno abbattuto costi fissi e costi variabili

E qui scrive tante eresie. Innanzitutto perche l’ attività di un giornale è un’attività editoriale, quindi economica, imprenditoriale come tante altre svolte in lungo e largo del Paese e quindi non può e non deve godere di alcun privilegio. Se l’editoria attraversa il periodo più difficile della sua storia è anche a causa dei giornalisti e del sindacato che hanno sempre cercato delle protezioni contrattuali e corporativistiche non accorgendosi che in tutto il mondo l’informazione è cambiata, il giornalismo non è più una corporazione di persone libere di scrivere tutto quello che vogliono, essendo sopraggiunta la libera circolazione delle notizie attraverso la rete Internet ed i socialmedia.

Se i bilanci sono in rosso (per fortuna non tutti) è colpa di chi non è capace di realizzare un prodotto editoriale capace di interessare il lettore, e conseguentemente gli investitori pubblicitari. Ci sono in circolazione buoni esempi di attività editoriale, come quella del Fatto Quotidiano, dove lavorano giornalisti ed amministrativi, che sono meno della metà dei giornalisti della società editrice presieduta da Antonio Padellaro. Ma che in edicola vendono 3 volte di più della Gazzetta del Mezzogiorno che non a caso è scesa al suo minimo storico di lettori.

elaborazione dati: Prima Comunicazione

 

Secondo i dati ADS diffusi lo scorso 7 settembre, la Gazzetta del Mezzogiorno a fronte di una tiratura (stampa) di 27.919 copie giornaliere,  riesce ad avere una diffusione (vendita) soltanto di 19.297 copie, che se ripartite fra i 6 capoluoghi di provincia pugliesi ed i 2 della Basilicata, rappresentano una vera e propria miseria di lettori. Basti pensare ad esempio che La Libertà, il quotidiano di Piacenza,  vende ogni giorno in tutta la sua provincia la media di  18.150 copie al giorno  ! Con la differenza che Piacenza ha soltanto 286.752 abitanti, praticamente quasi quanto la città di Taranto ! Senza considerare poi che nelle regioni di diffusione della Gazzetta del Mezzogiorno, e cioè  la Puglia e la Basilicata vivono circa 4 milioni e 500mila abitanti !

Se quindi alla Gazzetta del Mezzogiorno non sono capaci di realizzare un prodotto editoriale degno di attirare l’attenzione dei lettori, la colpa è di chi scrive, dirige e confeziona quel giornale, e non certo dei Carabinieri del Ros o dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, che rischiano ogni giorno la propria vita, spesso sottopagati.

De Tomaso continua nel suo editoriale scrivendose l’informazione scritta regge, nonostante tutto, lo si deve alla volontà di editori, giornalisti e poligrafici, di credere a un prodotto che rappresenta il cuore, la premessa di una vera democrazia. È un filtro, un corpo intermedio, senza i quali una democrazia liberale evolverebbe in una democrazia autoritaria o plebiscitaria“. In Romagna, chiamerebbero tutto ciò una vera e propria “pugnetta” (a due mani aggiungiamo noi). L’informazione circola tranquillamente e sopratutto senza filtri e senza interessi occulti, grazie alla Rete, cioè ad Internet. E non c’ alcun autoritarismo che tenga.

L’ editoriale si conclude con un peana….”L’impresa giornale, poi, è un’impresa particolare. È un bene intellettuale, un bene diverso da altri beni strumentali o voluttuari. Certo, il conto economico è essenziale. Ma è essenziale, anche o soprattutto, il brand, la storia, la credibilità di una testata. …… Noi continueremo a svolgere il nostro lavoro, così come abbiamo sempre fatto, augurandoci che sia preservato l’intero patrimonio, storico, ideale, umano di questo giornale“.

Qualcuno spieghi a De Tomaso che,  contrariamente a quanto chiedeva ripetutamente un suo giornalista (guarda caso un sindacalista…)  e cioè il sequestro della nostra testata, senza mai ottenerlo, nessuno ha sequestrato o chiuso La Gazzetta del Mezzogiorno, e noi ci auguriamo che non accada mai, ma semplicemente posto sotto sequestro le quote societarie dell’ EDISUD spa, riferibili all’ editore Mario Ciancio di Sanfilippo, cioè il 63 per cento dell’azionariato. Sequestro effettuato perchè in questa società sono stati investiti da Ciancio secondo le indagini della Procura di Catania oltre 10milioni di euro9 dei quali non sarebbero giustificati motivo per cui la Procura ha chiesto il sequestro del 33% delle quote e il 100% della Messapia.

La Gazzetta del Mezzogiorno è  quindi libera di uscire, i giornalisti di scrivere e lavorare, e nessun magistrato o commissario giudiziario potrebbe mai influire sulla gestione giornalistica, ma solo su quella societaria, quindi queste preoccupazioni onestamente ci fanno ridere. Piuttosto i colleghi del quotidiano barese-siculo si impegnino a riconquistare lettori e conseguentemente inserzionisti, contribuendo ad una sana gestione economica-editoriale. L’ editoria, l’informazione, il giornalismo, non sono attività no-profit, e quindi come tutte le attività quando non producono reddito, utili per far fronte alle spese, è giusto che chiudano, secondo quanto previsto dalle vigenti norme di Legge.

Ma per cortesia, lasciate lavorare in pace le forze dell’ ordine ed i magistrati che fanno la guerra alla mafia, scovando e sequestrando capitali di dubbia e non provata provenienza. E se alla Gazzetta del Mezzogiorno non sono capaci di informarsi meglio, lo possono fare anche leggendo quello che abbiamo raccontato noi ai nostri lettori. (leggi QUI




La Gazzetta del Mezzogiorno in profonda crisi. Chiudono le redazioni di Brindisi, Matera. L’editore Ciancio a processo in Sicilia per concorso mafioso

ROMA – ” Vogliamo ribadirlo al Cdr e vogliamo rassicurare i lettori della Gazzetta del Mezzogiorno.- con questo comunicato la società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno risponde al Comitato di Redazione ed al sindacato regionale, aggiungendo –  La chiusura delle redazioni di Matera e Brindisi non comporterà alcun taglio all’informazione, ai giornalisti, e alle edizioni decentrate del giornale. Gli acquirenti e i lettori brindisini e materani continueranno a sfogliare le pagine delle loro rispettive aree di riferimento, che non subiranno alcuna contrazione. La chiusura delle due redazioni rientra in un programma di contenimento dei costi, programma necessario proprio per il rilancio del giornale. Progetto peraltro già presentato a suo tempo, discusso col Cdr e aggiunto ai decreti del Ministero del Lavoro, che ha autorizzato gli interventi di Cassa Integrazione e prepensionamenti. Lo stesso Cdr riconosce” .

L’editore della Gazzetta del Mezzogiorno aggiunge nella sua nota che” Non si comprende, pertanto, il motivo della dichiarazione dello stato di agitazione, anche perché l’Azienda ha sempre rispettato gli accordi sottoscritti con il Cdr, che prevedono la possibilità di determinati interventi di ristrutturazione“.

L’ assemblea dei giornalisti della Gazzetta  ritiene che “la rinuncia a un presidio fisico che faccia da punto di riferimento per le comunità interessate costituisca una decisione grave che mal si concilia con il ruolo e la storia di un quotidiano intento a celebrare i suoi 130 anni di vita”  sostenendo che ” le poche assunzioni obbligatorie in itinere possono essere considerate come una forma di investimento sufficiente. Gli esigui nuovi ingressi annunciati, peraltro, vengono destinati a un settore, quello del multimediale, sul quale non vi è al momento alcun progetto né relativa organizzazione del lavoro. Scelte, queste, a discapito dei precari storici e dei tanti collaboratori che quotidianamente lavorano per il nostro giornale”.
I giornalisti della Gazzetta ribadiscono che “la testata è un prezioso patrimonio dell’intero territorio, delle comunità di Puglia e Basilicata, dei lettori  (in realtà un pò pochini, scesi a 17mila copie al giorno n.d.r. ) ai quali è rivolto il quotidiano sacrificio di tutte le redazioni. Fanno pertanto appello anche alla Direzione affinché non deroghi mai al proprio ruolo di garante della autonomia della redazione e della qualità del prodotto giornale. Contestualmente, dichiarano lo stato di agitazione”.
E’ sin dal 2013 l’editore de La Gazzetta del Mezzogiorno aveva in progetto la chiusura, delle redazioni della Bat, di Brindisi e di Matera tramite accorpamento, ed il taglio del costo del lavoro del 30% per tutte le otto redazioni giornalistiche tramite l’applicazione del contratto di solidarietà, ed alla fine si optò solo per i contratti di solidarietà, ammortizzatore sociale che peraltro  grava sulle spalle non solo dei dipendenti dall’azienda editoriale, ma anche degli incolpevoli contribuenti.
Una crisi editoriale quella della Gazzetta del Mezzogiorno, che avevamo segnalato in tempi non sospetti ai nostri lettori, verificando (dai dati ufficiali dell’ ADS) l’emorragia continua di copie invendute del giornale barese (ma di proprietà  sicula) , che crolla di circa il 10% di anno in anno. Mentre nel frattempo lo scorso giovedì 31 maggio  è iniziato a Catania il processo a carico di Mario Ciancio Sanfilippo per “concorso esterno” con la mafia, che  potete ascoltare attraverso questo link (clicca QUI) 

Mario Ciancio editore dei quotidiani LA SICILIA e LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Il processo a Mario Ciancio Sanfilippo non sarà una passeggiata, ma secondo la stampa siciliana che segue le cronache giudiziarie “una lunga maratona giudiziaria“. Il fine processuale è quello ormai ben noto: accertare se l’imprenditore ed editore del quotidiano La Sicilia e della Gazzetta del Mezzogiorno abbia favorito, pur non essendone ritualmente affiliato, la famiglia catanese di Cosa nostra. Per uno strano groviglio ed incrocio di date, la prima udienza del processo è coincisa proprio con il giorno in cui, nel 2010, il nome di Ciancio veniva messo nero su bianco nel registro degli indagati da parte della Procura di Catania, a seguito degli accertamenti investigativi effettuati dal ROS dei Carabinieri. 
Otto lunghi anni impossibili da riassumere in poche righe, in cui l’editore catanese è anche passato da una richiesta d’archiviazione e un discusso proscioglimento in udienza preliminare quattro giorni prima del Natale 2015, successivamente annullato con rinvio dalla Suprema Corte Cassazione a seguito del ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Catania e dalle parti offese Dario e Gerlando Montana  fratelli del commissario Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985.. Durante la requisitoria in Cassazione il procuratore generale si era spinto oltre, rilevando la “volontà di non fare questo processo.
Sono 47 i faldoni dell’ indagine della Procura di Catania fra i quali ci sono diversi temi cittadini. Il Pua – un mega progetto da realizzare alla Playa  su diversi terreni anche di Ciancio – e l‘intercettazione con l’allora candidato sindaco Enzo Bianco all’indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul piano. Ci sono i centri commerciali – come il caso Porte di Catania – e, più in generale, un sistema di terreni agricoli e discusse varianti.
Ma c’è anche la linea editoriale del quotidiano La Sicilia, a lungo monopolista in Sicilia orientale, a cui i magistrati contestano una serie di presunti favori a Cosa nostra. A diventare, infine, di interesse pubblico – dopo la chiusura dell’emittente Antenna Sicilia e i licenziamenti per motivi economici – è anche il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Soldi che costituiscono solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere. Un sequestro antimafia da 17 milioni di euro che costituisce solo una parte del tesoretto di 52 milioni di euro scoperto in Svizzera dagli investigatori del ROS dei Carabinieri di Catania,  a nome dell’imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia  e La Gazzetta del Mezzogiorno .
I sigilli erano scattati  quando i magistrati avevano scoperto che il valore dei titoli stava per essere convertito in denaroda trasferire in Italia. Il tutto due giorni prima dell’udienza preliminare per valutare la consistenza dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Mario Ciancio Sanfilippo. Sigilli scattati per un conto bancario estero riconducibile a Ciancio ma aperto tramite una società fiduciaria del Liechtenstein. La Procura di Catania ha stimato l’esistenza di titoli e azioni per un totale di circa 12 milioni di euro. Più cinque milioni in contanti, depositati in una banca di Catania.
Scavando tra i rapporti bancari e il patrimonio dell’imprenditore, i magistrati hanno trovato diversi depositi in Svizzera – alcuni a lui riconducibili attraverso società registrate nei paradisi fiscali -, e movimenti passati al vaglio dei consulenti della procura catanese, la nota multinazionale di revisione  Price Waterhouse Coopers spa.
Ma tutto questo la Gazzetta del Mezzogiorno , il CdR e  l’assemblea di redazione insieme al sindacato pugliese (e nazionali) dei giornalisti si sono ben guardati dallo scriverlo ed informare dovutamente i propri lettori. Per loro evidentemente va tutto bene ed è quindi meglio tacere su queste cose…. ai lettori mentre invece “qualcuno” si prodigava a diffamare a lungo  il CORRIERE DEL GIORNO  e Taranto Buona Sera.
Ma in questo caso si tratta di miserie umane ancor più che giornalistiche o sindacali. Nonostante tutto… infatti, noi ci auguriamo che lo storico giornale pugliese sopravviva ed esca dalla propria crisi, ma sopratutto che i suoi giornalisti (quelli capaci e validi, sia chiaro ! ) possano mantenere il proprio posto di lavoro. Quando un giornalista “vero” cioè capace di fare il proprio lavoro, perde il suo posto di lavoro, spesso per incapacità altrui,  è una sconfitta per tutto il mondo dell’informazione.



“ Così il metodo Falcone ha rivoluzionato la lotta alla mafia”

di Attilio Bolzoni

Hanno lavorato con lui, fianco a fianco fin da quando ha iniziato ad ideare quel capolavoro d’ingegneria giudiziaria che è stato il maxi processo a Cosa Nostra. Con loro ce n’erano altri che non ci sono più — come Rocco Chinnici e i poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà, o come Antonino Caponnetto e Antonio Manganelli — ma quelli che ritroverete qui lo possono raccontare ancora oggi.
L’hanno incontrato tutti nel piccolo bunker del Palazzo di Giustizia di Palermo, hanno visto nascere sulla sua scrivania le prime e più rilevanti indagini antimafia, hanno accompagnato per almeno un decennio la straordinaria avventura di un magistrato italiano. Dopo le celebrazioni fastose del venticinquesimo anniversario del 2017 per commemorare le vittime di Capaci e di via D’Amelio, un anno dopo ricordiamo Giovanni Falcone attraverso voci che portano memoria diretta del giudice, del suo talento investigativo, della sua passione civile, della forza delle sue idee e — per riprendere le parole di Giuseppe D’Avanzo — dell’«eccentricità rivoluzionaria del suo riformismo».
Da domani il blog Mafie su Repubblica.it, ogni giorno per quasi due settimane, descriverà quello che tutti indicano come il “metodo Falcone”. Fuori dalla retorica e fuori da quell’enfasi che ha snervato e a volte anche sfregiato la figura di quello che è stato un “italiano fuori posto in Italia” , queste sono testimonianze che ci ripropongono il Giovanni Falcone magistrato e la sua sapienza giuridica. Cosa era quello che poi è stato definito il suo “metodo”? Come è cambiata — grazie a lui — la storia della lotta alla mafia nonostante le umiliazioni subite da vivo e anche da morto?
Ce lo spiegano una dozzina di personaggi, tutti rappresentanti delle istituzioni che nelle fasi più significative della sua esistenza gli sono stati molto vicini. Giudici, poliziotti, carabinieri, finanzieri, impiegati civili del ministero della Giustizia. Alcuni ci hanno offerto un contributo inedito. Ciascuno di loro ha raccontato un “pezzo” di una vicenda siciliana iniziata nei primi mesi del 1980 e in parte chiusa con le stragi del ’92. Nel piccolo bunker hanno avuto anche origine i reparti speciali investigativi come lo Sco della Polizia con Gianni De Gennaro e il Gico della Finanza. E anche il Ros dei Carabinieri.
Proprio dalla visione ampia degli scenari mafiosi che aveva quel giudice e dalla necessità di oltrepassare con le indagini i confini provinciali, Falcone ha avuto l’idea di creare gruppi super specializzati che avessero libertà di manovra su tutto il territorio nazionale. Suo interlocutore principale nell’Arma era il capitano Mario Parente, che poi del Raggruppamento Operativo Speciale ne è diventato il comandante. Una stanza di Tribunale che è stato un “laboratorio” della lotta alla mafia e che ha formato funzionari dello Stato che hanno dato grande prova di sé nei decenni successivi.
Tra gli autori di queste testimonianze i magistrati del pool (Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli), l’ex presidente del Senato Pietro Grasso che il maxi processo l’ha “visto” come giudice a latere della Corte di Assise, Giuseppe Ayala che ha sostenuto l’accusa. E il capitano della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro, oggi comandante delle Fiamme Gialle in Sicilia, l’ufficiale dei Carabinieri Angiolo Pellegrini che insieme a Ninni Cassarà e Beppe Montana firmò il rapporto “Michele Greco+161” che diede origine al maxi processo, il giovane funzionario della Criminalpol Alessandro Pansa che diventerà il capo della polizia. C’è anche la preziosa testimonianza di Guglielmo Incalza, il dirigente dell’“Investigativa” della Squadra Mobile di Palermo, il primo poliziotto che ha collaborato con Falcone nell’indagine sugli Spatola e gli Inzerillo.
Un articolo è firmato da Vincenzina Massa, giudice palermitana che ha iniziato la sua carriera come uditore proprio nella stanza di Falcone. Un altro ricordo è di Giovanni Paparcuri, il fidato collaboratore informatico del giudice che ha voluto un museo in onore di Falcone e Borsellino nei locali dove i due lavoravano.



Inchiesta Stige: i rifiuti tossici dell’Ilva gestiti dalla ‘ndrangheta

ROMAFrancesco Tallarico, esponente di spicco del clan Farao-Marincola e referente per il Comune di Casabona, arrestato ieri nel corso dell’”inchiesta Stige” della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro  , nei confronti di Giovanni Trapasso già in carcere per altre vicende processuali, considerato dagli inquirenti un rappresentante apicale dell’omonima cosca, egemone sul territorio di San Leonardo di Cutro. Da un’intercettazione allegata agli atti, rivelata oggi dal quotidiano “La Stampa” , si evince che Tallarico, attraverso un imprenditore vicino alla cosca, sarebbe venuto in possesso di alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’ Ilva di Taranto.

Sfogliando le  1371 pagine che compongono l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Catanzaro Giulio De Gregorio, si apprende che il materiale prelevato dallo stabilimento siderurgico di Taranto sarebbe stato successivamente scaricato sul territorio calabrese. È proprio Tallarico a riferire a Trapasso che, attraverso una delle imprese di proprietà di Giuseppe Clarà, anch’egli finito in carcere, s’è impadronito (e sarà interessante capire grazie a chi) di alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’ILVA di Taranto.  Il Tallarico per questo “affare” aveva favorito un incontro tra Clarà e Giuseppe Sestito, responsabile della cosca per la zona di Cirò superiore (Cosenza).necessario ad ottenere il via libero all’affare.

Non è stato ancora accertato dove l’organizzazione criminale possa essersi disfatta dei rifiuti tossici  né come sia eventualmente avvenuto il trasporto che probabilmente è avvenuto con i camion e non via mare. A conferma del ruolo che alcuni esponenti della cosca ‘ndranghetista avrebbero avuto nel traffico di rifiuti speciali a partire dallo stabilimento siderurgico tarantino, allegata agli atti compare  un’altra intercettazione , in cui il Tallarico dice ad un interlocutore in via di identificazione: “L’Ilva a Taranto la intesto a te“. Le intercettazioni sono chiare, Tallarico afferma: “… noi abbiamo preso, stanno facendo lo smaltimento dell’Ilva (omissis) … a Taranto e abbiamo preso tutto il trasporto del limo, del materiale… con i camion e deve venire qua questo materiale, ci sono dieci, dodici viaggi al giorno e ho chiamato a lui l’ho fatto parlare pure con il compare Pino”.
Dalle intercettazioni emerge anche che Clarà, l’imprenditore attraverso cui il clan sarebbe arrivato a gestire i rifiuti speciali prodotti a Taranto,  è stato vittima negli anni scorsi di più atto intimidatori  con l’incendio di alcuni suoi camion. Un’azione finalizzata a fargli capire per lavorare senza problemi avrebbe dovuto adeguarsi alle regole ì ndranghetiste.”Quando poi le persone le portiamo con le spalle al muro o da una parte o dall’altra devono rompere“, afferma Trapasso rispondendo a Tallarico, il quale ricordava come Clarà si fosse “sempre comportato bene con noi”, nonostante di lui “avevano portato pure brutte parole“. I due interlocutori intercettati sono d’accordo. “Con noi dove è andato non ha mai sgarrato una volta“, dice Trapasso.

Adesso resta da capire anche chi siano i responsabili dell’ ILVA che avevano affidato questi trasporti e smaltimenti alla ‘ndrangheta, e su questo sono al lavoro da tempo gli investigatori del ROS dei Carabinieri. Non è la prima volta che la criminalità organizzata opera nel business dello smaltimento dei rifiuti. Due anni fa  Nunzio Perrella, un “boss” pentito della camorra, fece alcuni rivelazioni ad un giornalista, il collega Nello Trocchia che sembrano tornare di attualità  “C’è un terreno, mai sequestrato, che è una vera e propria discarica abusiva dove sono stati smaltiti i liquidi dell’Italsider (ora ILVA n.d.r.) e altri rifiuti tossico-nocivi. Si trova vicino a centinaia di appartamenti, a Licola, in provincia di Napoli”.  Era pronto a raccontare tutto subito agli inquirenti, ma aveva paura. “Io sono disposto a parlare con i magistrati, ma temo per la mia vita. Mi diano il cambio delle generalità, la protezione e finisca diversamente da come finì 20 anni fa quando raccontai per primo il sistema criminale e molti sono rimasti impuniti. Io denunciai tutto ma ho notato che alcuni soggetti sono stati coinvolti altri non sono stati ‘toccati’”.

Nunzio Perrella è stato un boss di camorra, successivamente pentitosu nel 1992 e dei traffici di rifiuti tossici sa tutto perché ha fatto entrare la camorra nel ciclo. Dalle sue dichiarazioni seguì un’inchiesta, quella Adelphi, finita tra assoluzioni e prescrizioni e pochissime condanne. Per Perrella la spazzatura è ancora ricchezza. Fu lui, nel 1992, a spiegare che la monnezza è oro. “Io guadagnavo 10 lire al chilo, 200 milioni di lire al mese solo con i rifiuti domestici senza considerare quelli speciali. La monnezza allora era oro perché si guadagnava un sacco e si rischiava pochissimo. Oggi c’è una beffa assurda. I produttori sono tornati in sella, i proprietari delle discariche si sono riciclati e alla fine hanno lasciato allo stato la spazzatura, ma i soldi non si trovano più. Sono stati riciclati”.

Per l’ex boss della camorra la Campania non è l’unica area di smaltimento di tonnellate di rifiuti industriali. “Ci sono altre aree contaminate bisogna intervenire subito”. Sarà forse per questo che la Puglia è piena di discariche che fanno affari d’oro ed all’improvviso sono nate ricchezze spropositate ?




Il capitano Ultimo:”Guardai negli occhi Riina, per me era solo un vigliacco”

ROMA –  Il colonnello Sergio De Caprio 56 anni, nella sua vita professionale di uomini cattivi ne ha conosciuti molti. Uno su tutti: il cattivo dei cattivi della criminalità organizzata, Totò Riina. Fu l’allora capitano De Caprio – più noto come capitano Ultimo – a catturarlo e a mettergli fisicamente le manette, 15 gennaio del 1993 . Da allora – con la mafia che gli ha giurato vendetta – gira con il volto coperto e vive scortato da un gruppo di uomini fedelissimi assieme ai quali aveva fondato la squadra Crimor all’interno del ROS dei Carabinieri guidato dal generale Mori .

In questa intervista video esclusiva al Corriere della Sera il colonnello  Sergio De Caprio parla della morte del boss di Cosa Nostra  e racconta quali furono le sue sensazioni davanti al “capo dei capi” Riina, che cos’è per lui la cattiveria e molto altro ancora. : “Riina per me è soltanto un vigliacco“. “Nei suoi occhi ho visto soltanto la paura e la viltà“, dice De Caprio parlando di Totò “u curtu”.

 

 

Ed adesso, il giorno dopo la morte di Totà Riina a 87 anni, l’ufficiale dell’ Arma emette una sentenza giusta e spietata, che condividiamo: “La sua morte è una questione che riguarda lui, la sua famiglia e Dio. Riina non era solo cattivo, ma soprattutto un vigliacco“.




Minniti a Foggia: “Risposta dello Stato durissima”. Dopo la strage del Gargano, arrivano 192 uomini

ROMA –  “‘ Questa è una grande questione del Paese“, ha detto il ministro dell’Interno, Marco Minniti a Foggia “di fronte a questa sfida ci sarà una risposta senza precedenti“. A San Severo, ha annunciato in conferenza stampa il ministro , verrà costituito  ed insediato stabilmente un Reparto prevenzione crimine e così la Puglia, insieme con la Calabria, sarà l’unica regione ad avere sul proprio territorio tre reparti di questo tipo.”Il controllo del territorio è la prima risposta: 192 unità aggiuntive arriveranno in provincia di Foggia, la prima parte già immediatamente“, e fra loro anche “24 appartenenti ai Cacciatori di Calabria“, un reparto speciale dell’Arma dei Carabinieri. Si tratta di “uomini dei reparti prevenzione e anticrimine della Polizia di Stato, delle compagnie di intervento dei Carabinieri, dei baschi verdi della Guardia di Finanza. Il loro compito sarà saturare il territorio“.

Questa l’immediata ferma risposta dello Stato annunciata al termine della riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica svoltosi ieri in prefettura a Foggia, dopo l’uccisione di cittadini inermi e innocenti perché “la lotta contro le mafie è una grande battaglia di civiltà“. Con queste parole il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha illustrato in sintesi la reazione dello Stato alla sfida mafiosa, manifestata con la strage del giorno prima nei pressi della vecchia stazione ferroviaria di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, in cui sono state uccise quattro persone: il boss Mario Luciano Romito, cinquant’anni, il cognato che gli faceva da autista e guardaspalla, Matteo De Palma, di 44 anni, e due fratelli contadini uccisi probabilmente perchè testimoni inconsapevoli dell’ agguato mortale: Luigi e Aurelio Luciani, rispettivamente di 47 e di 43 anni.

I Carabinieri del comando provinciale di Foggia hanno ascoltato nel corso della notte e anche nella giornata numerose persone tra amici e parenti delle vittime, eseguendo perquisizioni, ma finora non sarebbero emersi elementi utili alle indagini sulla strage.

In Puglia verranno trasferiti anche reparti speciali delle forze di Polizia.  affiancati investigatori dello Sco della Polizia, del Ros dei Carabinieri e dello Scico della Guardia di Finanza. “L’obiettivo che ci siamo dati – ha aggiunto il ministro Minnitiè che ogni due mesi ci riuniremo qui per fare il punto della situazione“. Don Luigi Ciotti ha reso noto che “Foggia sarà sede della grande manifestazione di commemorazione delle vittime della mafia” organizzata da Libera per il prossimo 21 marzo.  “Ora è tutto il Gargano che combatte la mafia“, ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano commentando l’iniziativa.

Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, che ha partecipato al vertice di Foggia ha commentato  “Quella contro la criminalità organizzata è una battaglia che si deve combattere uniti  tutti insieme per la propria parte: le istituzioni, schierate compatte su questa trincea, e i cittadini, quella stragrande maggioranza che non intende girare lo sguardo. Altrimenti non si vince“.

“Oggi lo scontro si è acceso attorno al traffico di stupefacenti – ha detto ieri il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ai microfoni di Radio Rai  – in particolare di droghe  leggere dall’Albania. Un affare colossale che scatena gli appetiti dei clan e che investe, partendo dal Foggiano, tutta la dorsale adriatica fino all’Europa. La mafia foggiana è una costola della camorra napoletana” aggiungendo “La criminalità pugliese, e in particolare questa efferatissima forma di criminalità foggiana, è stata considerata troppo a lungo una ‘mafia di serie B‘”.

Finalmente una risposta immediata e concreto dello Stato quella attivata in sole 24 ore del ministro Minniti, dopo che il suo predecessore aveva assistito finora inerme alla crescita della malavita nel foggiano nonostante le statistiche della D.I.A. e le inutili visite di “passerella” fatte in Puglia dall’ex ministro dell’interno Angelino Alfano.




Il vicecomandante dei Carabinieri del Noe accusato di depistaggio sull’inchiesta Consip

ROMA – Ancora una volta il Noe nel mirino della Procura di Roma  che accusa  il colonnello Alessandro Sessa, vice comandante del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, indagandolo con la pesante accusa di “depistaggio“, per aver di fatto dichiarato circostanze inesatte quando  venne sentito dai magistrati romani lo scorso maggio in veste di “persona informata sui fatti” , reato che prevede una pena massima di 8 anni di carcere.

Il colonnello Alessandro Sessa è stato interrogato questo pomeriggio, accompagnato dal suo difensore Avv. Luca Petrucci , dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi . All’atto istruttorio è presente anche il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Precedentemente è stato  ascoltato Gianpaolo Scafarto il capitano dei Carabinieri del Noe che ha condotto le indagini del caso Consip  , al quale vengono contestati due falsi contenuti nell’informativa conclusiva e numerosi altri errori e omissioni. Prima di lui i magistrati hanno sentito ancora una volta Scafarto sulla famosa informativa che secondo i pm presenta dei punti ancora poco chiari.

Il vice comandante del NOE, era già stato sentito come “persona informata sui fatti” per la vicenda che riguarda il capitano Giampaolo Scafarto, accusato di “falso” per una serie di omissioni in una delle informative a sua firma depositate in procura. I falsi contestati dei pm romani sono due . Il primo “falso” attribuito, è relativo  ad aver attribuito una frase  all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo arrestato per corruzione lo scorso 1 marzo,  su un incontro avvenuto con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  accusato di “traffico di influenze”. Soltanto che  quella frase, come era  correttamente riportato nei brogliacci dello sbobinamento delle intercettazioni agli atti, in realtà era stata pronunciata dall’ex onorevole Italo Bocchino, consulente del Romeo, riferendosi all’ex presidente del Consiglio e non a suo padre. Il secondo “falso”, è invece, quello relativo ad un presunto (inesistente) interessamento dei servizi segreti all’indagine, nonostante che il presunto “007” di cui il capitano Scafarto parlava nell’informativa, fosse stato identificato, ed altro non era che un semplice residente della zona.

Il capitano Scafarto dopo essersi avvalso legittimamente della facoltà di non rispondere nel corso del primo atto istruttorio, nello successivo ha scaricato ogni responsabilità sul pm John Henry Woodcock della Procura di Napoli sostenendo che “la necessità di dedicare una parte della informativa al coinvolgimento di personaggi legati ai servizi segreti, fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock”, riportando nell’atto istruttorio le parole precise del pm napoletano: “al posto vostro farei un capitolo autonomo su tali vicende“.

Scafarto viene accusato di “falso materiale” e “fal­so ideologico” perché “nella qualità di pubblico ufficiale – si legge negli atti – redigeva un’inform­ativa nella quale, al fine di accreditare la tesi del coinvo­lgimento di personag­gi asseritamente app­artenenti ai servizi segreti ometteva sc­ientemente informazi­oni ottenute a segui­to di indagini esper­ite”.

“Ho cercato di darmi spiegazioni e posso pensare di avere avuto solo una prima versione del file, relativa al sunto e di avere utilizzato questa per la redazione dell’informativa. Era un periodo di forte lavoro – aveva confidato Scafarto –  legata alla necessità di chiudere l’atto prima della prima decade di gennaio quando era in programma un incontro tra la procura di Roma e Napoli”.  Quello che maggiormente sconcerta, è che ci sia però una falsa attribuzione anche dell’affermazione “il generale Parente (ex-comandante del ROS dei Carabinieri  n.d.r. ) è stato nominato all’Aisi da Tiziano Renzi, mentre la frase pronunciata in realtà era: “che l’ha nominato Renzi“, chiaramente riferito a Matteo che all’epoca dei fatti era il presidente del Consiglio.

E non è finita. Infatti il colloquio tra Alfredo Romeo e un suo collaboratore , nell’informativa del capitano Scafarto, diventa un vertice con il colonnello Petrella in servizio all’Aisi, sul tema delle intercettazioni ambientali, che all’epoca de fatti non erano neanche iniziate) solo perché il collaboratore ha un cognome molto simile a quello dell’ufficiale dei servizi segreti.

La vicenda che riguarda il pm napoletano  è arrivato davanti al plenum del Csm per iniziativa del pg della Cassazione Pasquale Ciccolo, titolare insieme al Ministro di Giustizia dell’azione disciplinare verso i magistrati, che ha contestato al pm Woodcock una sua intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica in difesa del capitano del Noe , e il quale è a sua volta fatto oggetto di critiche per una sua presunta amicizia con Matteo Renzi, figlio di Tiziano, l’indagato che avrebbe subito danni dagli errori dell’inchiesta Consip.

I pm hanno chiesto chiarimenti  al  colonnello Alessandro Sessa anche sul filone investigativo relativo alla fuga di notizie, nel quale sono indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro dello sport Luca Lotti, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. Tullio Del Sette e quello della Regione Toscana Gen. Emanuele Saltalamacchia. Secondo i magistrati romani il colonnello avrebbe mentito anche sulle date, come dimostrano le conversazioni Whatsapp ritrovate sul cellulare del capitano Scafarto , con le quali avrebbe informato in estate il comandante del Noe,  Generale Sergio Pascali,  mentre a verbale aveva dichiarato di averlo fatto dopo il 6 novembre, cioè pochi giorni prima della prima fuga di notizie sull’inchiesta Consip.

L’ex premier Matteo Renzi ha così commentato la vicenda sui socialnetwork : “Lo so, lo so. Oggi bisognerebbe dare sfogo alla rabbia. All’improvviso scopri che nella vicenda Consip c’è un’indagine per depistaggio, reato particolarmente odioso, e ti verrebbe voglia di dire: ah, e adesso? nessuno ha da dire nulla?  Tutti zitti adesso? I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! I commentatori che ti accusavano di voler fare tutto da solo oggi ti accusano di fare gli inciuci. Non commentano ciò che tu dici ma ciò che loro vogliono che tu dica. Verrebbe voglia di arrabbiarsi. Poi succede che un amico ti offre una birra su una terrazza fiorentina. E ti si schiude la meraviglia. Ti si allarga il cuore. La bellezza prende il sopravvento. E la rabbia la lasciamo a chi se la può permettere. C’è una frase di Alda Merini che dice: bastava la letizia di un fiore per ricondurci alla ragione. Basta la bellezza della città del fiore per abbandonare ogni sentimento di rabbia. La giustizia farà il suo corso, la legge elettorale passerà se ci saranno i numeri, i commentatori polemici riconosceranno la serietà del nostro comportamento. Basta sapere aspettare e noi non abbiamo fretta. Teniamoci la bellezza, lasciamo loro la rabbia e la polemica. Buon pomeriggio, amici!“.