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8 Agosto 2022 00:32
8 Agosto 2022 00:32

Stato-mafia, depositate le motivazioni delle assoluzioni in appello

"In sostanza la sollecitazione rivolta a Ciancimino di sondare la possibilità - scrivono i giudici - di allacciare un dialogo con 'quella gente' voleva essere, nelle intenzioni degli ufficiali del Ros, solo un escamotage per guadagnarsi la sua fiducia e per prendere tempo, portandolo gradatamente dalla loro parte, poiché non si poteva a muso duro intimargli di collaborare se voleva alleviare la sua posizione processuale".

Qualche foglio meno di 3000 pagine (2.971 per la precisione) per scrivere le motivazioni della sentenza di appello del processo di appello della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia con cui la Corte di assise di appello di Palermo, il 23 settembre scorso, ha ribaltato il verdetto di primo grado. Le motivazioni sono state depositate in cancelleria ieri nel tardo pomeriggio.

Il giudice estensore, Vittorio Anania (a latere nel processo) e il presidente della corte di assise d’appello, Angelo Pellino, hanno avuto la necessità di prendersi tutto il tempo necessario per “motivare” la sentenza con cui – attraverso la formula «perché il fatto non costituisce reato» – hanno assolto l’ex senatore Marcello Dell’Utri, l’ex capo del Ros dei Carabinieri , il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e l’ufficiale dei Carabinieri Giuseppe De Donno.

l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino

“E’ pacifico, perché comprovato dalle convergenti allegazioni dei diretti protagonisti della vicenda, che Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo “intese la proposta inizialmente rivoltagli da Mori e De Donno esattamente nei termini in cui tale proposta era stata formulata, e quindi, così come riassunta, con parole diverse, ma semanticamente equipollenti, dai due ex) ufficiali prefetti. E dunque la proposta fu di tentare di stabilire un contatti con i vertici, o comunque con esponenti autorevoli di Cosa nostra per sondarne la disponibilità ad un dialogo finalizzato a trovare un punto di intesa, cioè un accordo, per porre fine alle stragi“. E’ quello che anno scritto i giudici della Corte d’assise d’appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia.

“In sostanza la sollecitazione rivolta a Ciancimino di sondare la possibilità – scrivono i giudici – di allacciare un dialogo con ‘quella gente’ voleva essere, nelle intenzioni degli ufficiali del Ros, solo un escamotage per guadagnarsi la sua fiducia e per prendere tempo, portandolo gradatamente dalla loro parte, poiché non si poteva a muso duro intimargli di collaborare se voleva alleviare la sua posizione processuale“. I giudici d’appello confermano che una “trattativa accettata da Riina ci fu, definiscono “un’improvvida iniziativa” quella di contattare l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, ma scrivono che l’unica finalità dei Carabinieri era quella di fermare le stragi: “Scartata in partenza l’ipotesi di una collusione dei carabinieri con ambienti della criminalità mafiosa; e confutata l’ipotesi che essi abbiano agito per preservare l’incolumità di questo o quell’esponente politico, deve ribadirsi che, nel prodigarsi per aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra che creasse le premesse per avviare un possibile dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi, e nel sollecitare tale dialogo, furono mossi, piuttosto, da tini solidaristici (la salvaguardia dell’incolumità della collettività nazionale) e di tutela di un interesse generale – e fondamentale – dello Stato“. 

Parole accorate per ì due esponenti politici che erano finiti nella maglie dell’inchiesta: “Avere ipotizzato anche nei confronti di eminenti personalità istituzionali, come il ministro Conso o il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un concorso oggettivo alla realizzazione del reato o un cedimento alla minaccia mafiosa, con il risultato di dover compiere poi acrobazie dialettiche per affrancarli da un giudizio postumo di responsabilità penale (facendosi leva sulla genuinità delle intenzioni o sull’aver ignorato i retroscena più inquietanti) a parere di questa corte, oltre che ingeneroso e fuorviante, è frutto di un errore di sintassi giuridica“.

Marcello Dell’ Utri e Silvio Berlusconi

Su un altro imputato eccellente di questo processo, l’ex senatore Marcello Dell’Utri (già condannato per concorso in associazione mafiosa in un altro processo) la corte scrive invece: “Non si ha prova, in altri termini nonostante le sue ramificate implicazioni nell’antefatto che abbia portato a termine quel progetto ricattatorio/minaccioso di cui pure egli aveva piena conoscenza per volere degli esponenti di Cosa Nostra ed a seguito delle sue reiterate interlocuzioni, intercorse fino a dicembre del 1994, in particolare con Vittorio Mangano“. In primo grado Dell’Utri era stato condannato a dodici anni, in appello i giudici lo hanno assolto dall’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato.

“Muovendo dalla posizione di Marcello Dell’Utri – scrive ancora la Corte di assise di appello – si è avuto modo di osservare che difetta la prova certa che lo stesso abbia fatto da tramite per comunicare la rinnovata minaccia mafiosa/stragista sino a Berlusconi quando questi era presidente del consiglio dei ministri così percorrendo quello che, per opera di semplificazione, può essere individuato come l’ultimo miglio percorso il quale il reato sarebbe stato portato a consumazione”.

La Corte di assise di appello aveva ridotto con la stessa sentenza, la pena a 27 anni per il boss corleonese Leoluca Bagarella e confermato quella per il medico – boss Antonino Cinà. In primo grado – nel maggio 2018 – erano stati condannati a 28 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, a 12 anni Dell’Utri, Mori, Subranni e Cinà e a 8 anni per De Donno.

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