Scandalo Csm, Luca Lotti conferma: il complotto c’è stato

Luca Lotti

ROMALuca Lotti, ha le idee chiare. sulla responsabilità individuale dei politici, qualche giorno fa in una lettera pubblica al Foglio: “Di ogni azione il politico risponde non solo a se stesso, ma a un’intera comunità di persone che rappresenta e che gli danno fiducia, lo sostengono, lo incoraggiano”   spiegando i motivi per cui  ha deciso di restare nel Pd  invece di seguire l’amico e mentore Matteo Renzi.

Adesso, è difficile prevedere come gli elettori giudicheranno la sua scelta politica. Né tantomeno come Lotti posizionerà la sua “Base Riformista“, la corrente interna al Pd composta da oltre cinquanta parlamentari della quale è leader insieme a Lorenzo Guerini. E’ molto probabile che molti simpatizzanti fra i quali il segretario Nicola Zingaretti  gli chiederanno spiegazione di alcune sue azioni extrapolitiche,  dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lotti in un interrogatorio reso in gran silenzio davanti ai pm di Milano qualche mese fa .

L’ex sottosegretario del Governo Renzi è stato travolto lo scorso giugno  dal ciclone che ha destabilizzato il Consiglio superiore della magistratura, quando è stato  intercettato dai finanzieri delegati dalla procura di Perugia mentre chiacchierava con il magistrato Luca Palamara e l’allora deputato-magistrato del Pd Cosimo Ferri,  di nomine di importanti uffici giudiziari .  Lotti s’è dovuto addirittura autosospendere dal partito. “Almeno fino a quando la vicenda non sarà chiarita”.

Il settimanale L’Espresso ha però scoperto che anche i magistrati milanesi hanno cominciato ad indagare seriamente, e che Lotti è stato interrogato da loro  all’inizio dell’estate in gran segreto . I pubblici ministeri Laura Pedio e Paolo Storari della procura di Milano lo hanno convocato per ascoltarlo in merito ad alcune frasi che i colleghi di Perugia avevano considerato rilevanti, e che avevano inviato per i dovuti accertamenti alla procura guidata da Francesco Greco .

Al setaccio della procura milanese sono finiti in particolare quei passaggi in cui Lotti, Ferri e Palamara discutono di alcune “carte dell’Eni” da usare per un dossier contro Paolo Ielo procuratore aggiunto della Procura di Roma,  il magistrato che ha chiesto a fine 2018 il rinvio a giudizio di Lotti per favoreggiamento in merito alla fuga di notizie sul “Caso Consip“, e che aveva dato il via all’inchiesta contro il magistrato Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, trasmessa poi a Perugia per dovuta competenza.

I due magistrati milanesi Pedio e Storari, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale,  hanno contestato in particolare a Lotti che era stato convocato non come indagato ma in qualità di testimone e quindi l’ex ministro aveva l’obbligo di dire tutta la verità, rischiando contrariamente un’imputazione di falsa testimonianza, su un dialogo chiave cioè quello in cui il politico del Pd e Palamara discutono di un esposto che il magistrato capitolino Stefano Fava aveva spedito al Csm, Una denuncia strumentale durissima nella quale Fava che attualmente è indagato a Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione di segreto d’ufficio”  criticava duramente sia l’ ex capo della procura romana Giuseppe Pignatone,  andato in pensione, ma anche l’aggiunto Paolo Ielo, accusandolo di avere un conflitto d’interessi in merito ad alcune inchieste penali per via di alcune consulenze professionali ottenute dal fratello Domenico, avvocato,  che ha lavorato anche con l’Eni.

Come rivelato a giugno dal settimanale L’ Espresso, le intercettazioni erano state spedite a Milano perché Lotti, in una affermazione, aveva coinvolto  l’amministratore delegato dell’ ENI Claudio Descalzi, già imputato a Milano per una presunta corruzione internazionale. L’ex ministro dello Sport, il 21 maggio 2019, mentre parla di Ielo e dell’esposto di Fava con Palamara e Ferri, rivela agli amici che lui ha già le carte sul fratello Domenico Ielo,  aggiungendo che i documenti gli sarebbero stati consegnati proprio da Descalzi in persona.

Davanti ai pm milanesi che gli domandavano il significato delle frasi registrate, Lotti non ha potuto negare le parole cristallizzate dal trojan inoculato dal Gico della Guardia di Finanza nel cellulare di Palamara. L’ex ministro del Pd, secondo quanto risulta all’Espresso, ha dichiarato di aver ricevuto l’indicazione di cercare attraverso l’Eni carte potenzialmente compromettenti su Domenico Ielo, da usare poi contro il fratello Paolo. dallo stesso Palamara, allora “leader” della corrente Unicost , e da Ferri magistrato – deputato eletto anch’egli nelle liste del Pd e da sempre “leader” della corrente di  Magistratura Indipendente.

Lotti in pratica ha confermato ai magistrati che la preparazione di un dossier contro il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo,  fu avviata realmente. Mentre ha tirato in ballo come presunti mandanti del complotto Palamara e Ferri, ha “scagionato” l’Eni e il suo amministratore delegato De Scalzi. L’ex-braccio destro di Renzi ha infatti ammesso a verbale di aver cercato i contratti del fratello di Ielo (risulta abbia contattato Claudio Granata, un dirigente di primo piano estraneo all’inchiesta, ritenuto  “vicinissimo” a Descalzi,  ) ma ha aggiunto che dai piani alti dell’ ENI non gli sarebbe mai arrivato nulla.

 L’ex ministro renziano ha spiegato di aver parlato di Descalzi  che venne nominato amministratore delegato dell’Eni nel 2014 dal governo Renzi, nelle conversazioni intercettate a maggio, in cui sosteneva di avere già in tasca “la carta dell’Eni“solo per mostrarsi influente agli occhi dei suoi sodali. In poche parole, avrebbe compiuto un millantato credito. L’estraneità del top manager del colosso petrolifero al “dossieraggio” su Paolo Ielo ha avuto comunque riscontri indiretti dai controlli della Guardia di Finanza, che ha effettuato i dovuti accertamenti sull’entità effettiva degli incarichi professionali ottenuti dal fratello Domenico Ielo con l’Eni, riscontrando che  le parcelle sono più basse rispetto a quelle riferite da Lotti nell’intercettazione. È quindi ipotizzabile che il gruppetto i veri contratti non li abbia mai avuti in mano.

I congiurati del Csm sembrano avere un vero assillo verso Paolo Ielo . Si parla del magistrato non solo nell’incontro del 21 maggio, ma anche in altre riunioni . Infatti nell’informativa del Gico della Guardia di Finanza viene dedicato un intero paragrafo dei dialoghi sul pm intercettati  : “L’attività di ascolto del colloqui fra presenti della notte del 9 maggio 2019 permetteva di rilevare l’esistenza di un esposto presente alla I Commissione del Csm di interesse da parte dei soggetti presenti“, spiegano gli uomini della Fiamme Gialle.

Per la precisione è della notte in cui Lotti, Ferri, Palamara ed i cinque membri togati del Csm, successivamente dimessisi a seguito della pubblicazione sui giornali delle trascrizioni delle intercettazioni,  discutevano in una saletta riservata dell’anonimo hotel romano “Champagne” adiacente a Palazzo dei Marescailli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, delle nomine, accordi e cordate per “piazzare” magistrati di fiducia e sopratutto controllabili ai vertici delle procure italiane.

 I “carbonari con la toga” quel 9 maggio pianificavano anche  su come azzoppare il procuratore aggiunto Paolo Ielo del pool anticorruzione della Procura romana, con l’intento dichiarato da favorire una “discontinuità” nella procura della Capitale dove Palamara e compagni speravano potesse “piazzare” Marcello Viola, il procuratore generale di Firenze che per i “carbonari” è l’uomo giusto, da preferire  più degli altri candidati Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi per cambiare la politica di rigore ed indipendenza applicata per anni da Pignatone ed i suoi “fedelissimi”.

Dopo l’esplosione dello scandalo il Csm ha revocato la decisione precedentemente assunta della Commissione che aveva votato la terna, ed adesso per la successione di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma, sono tornati in gioco tutti e tredici i candidati iniziali, compreso l’attuale procuratore aggiunto Michele Prestipino.

da sx, Cosimo Ferri, Luca Lotti e Luca Palamara

Lotti quella sera parlando del dossier anti Ielo interviene più volte e  chiede agli altri “carbonari”  “che cosa deve arrivare al presidente della situazione a Roma“, millantando che le informazioni che screditano il pm grazie a lui possano arrivare direttamente alle orecchie del Capo dello Stato. A notte fonda, l’ex- renziano spiega di nuovo a Palamara: “Luca, la roba che c’è in prima ( cioè la 1a Commissione del Csm, dove il pm Fava ha depositato il suo esposto contro Ielo – ndr)… su Roma… è pesante… sia il Quirinale, sia David (Ermini, il vicepresidente del Csm ndr) lo vogliono affossare… a noi la decisione Luca. Che si fa? Si spinge? Una volta che si è fatto anche gli aggiunti“. E poco dopo, sempre rivolgendosi all’amico Palamara : “Poi il fratello di Ielo… c’ha na consulenza all’Eni“. Ed aggiunge: “Che si fa? Si fa uscire poi? Dopo che s’è fatto gli aggiunti…“. Palamara è d’accordo , spiegando che sarà il magistrato Stefano Fava, con il suo esposto depositato ed agli atti della Prima Commissione (la “disciplinare” n.d.r.) , a fare scoppiare lo scandalo. Ma Lotti teme che il pm possa alla fine fare un passo indietro: “E fai uscire anche un po’ i fratelli… voglio vedé, voglio sentirlo Fava che dice… i fratelli, le cose… non sarà così pazzo“.

Le azioni del gruppetto dei “carbonari” sembrano lontane da qualsiasi regola istituzionale e deontologica, lasciando da parte la rilevanza penale  delle loro azioni che è da comprovare  . Sia   perché Lotti e Palamara potrebbero avere più di un motivo per vendicarsi dell’operato di Ielo, ed anche perché  il magistrato Ferri ,  attualmente  in aspettativa passato alla politica come deputato del Pd, continua ad occuparsi ancora di nomine e poltrone delle procure italiane. Come hanno scritto i pm di Perugia in merito alla denuncia di Fava, il dossier contro Ielo è di fatto meramente strumentale: risulta infatti  inconfutabile  che Ielo quando la Procura di Roma aprì l’inchiesta sull’ ENI, che ha poi portato all’arresto degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore,  dichiarò immediatamente ed in anticipo rispetto ai fatti il potenziale conflitto d’interessi legato agli incarichi professionali del fratello, e con grande tatto e deontologia professionale decise di astenersi dall’occuparsi dell’ indagine sull’Eni.

Analoga decisione adottata per l’inchiesta aperta dalla procura di Roma su Condotte, l’ azienda di costruzioni finita sotto commissariamento,  che si avvale di alcune consulenze dell’ avvocato fratello del magistrato Paolo Ielo  che quell’occasione scrisse una lettera al procuratore capo  Pignatone con la quale spiegava i motivi che lo inducevano a non potersi occupare dei fascicoli.

Luca Lotti esce dalla Procura di Roma

E’ molto probabile che adesso i verbali dell’interrogatorio di Lotti vengano trasferiti a Perugia, dove  i magistrati qualche giorno fa hanno chiesto una proroga dell’indagine che, partita per una presunta corruzione di Palamara e di Centofanti, ha finito per devastare tutta la magistratura italiana.

La questione Lotti potrebbe creare delle ripercussioni anche sulla politica: è notizia di qualche giorno fa  che il capocorrente Lotti, ha annunciato di lavorare costantemente all’organizzazione ed espansione “su tutto il territorio nazionale”  della corrente Base Riformista interna al Pd, abbia anche ammesso ai magistrati milanesi nel corso del suo interrogatorio-testimonianza di aver provato a ottenere documenti per danneggiare un  magistrato (cioè Ielo)  che aveva richiesto il suo rinvio a giudizio. “Su indicazione”, ha aggiunto, “di Palamara e Ferri, quest’ultimo fuoriuscito dal Pd e passato qualche giorno fa con  “Italia Viva” il movimento fondato da Matteo Renzi .

Un’ammissione che sicuramente verrà fatta “pesare” da più di uno dei vertici del Pd . Il tesoriere Luigi Zanda a giugno fu durissimo con Lotti, mentre il segretario nazionale Nicola Zingaretti lo ringraziò  “per essersi autosospeso dal partito, un gesto non scontato che considero di grande responsabilità“, ma eticamente inaccettabile per i nuovi “soci” di governo del Movimento 5 Stelle. che presto dovranno occuparsi della riforma della giustizia insieme al Pd ed i renziani . E tutta questa vicenda difficilmente non avrà peso sugli equilibri del governo giallorosso.




Mattarella indice elezioni suppletive al Csm per sostituire i dimissionari

Antonio Lepre

ROMA – Oggi si è dimesso un altro consigliere del Csm, Antonio Lepre e si aggrava sempre di più il caos all’interno del Consiglio superiore della magistratura dopo l’inchiesta interna e della Procura di Perugia sugli incontri intercorsi fra alcuni membri ed esponenti del Pd per concordare le nomine del vertice del Capo della Procura di Roma, di Perugia  e di altri capoluoghi.

E’ cresciuto anche in maniera esponenziale ed imbarazzante a livello istituzionale il disagio della magistratura sullo scontro per i contatti avuti dai consiglieri del Csm  con Luca Lotti ex ministro Pd . Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio , nell’atto di incolpazione a carico di cinque togati del Csm, riferendosi a Lotti – indagato a Roma per il caso Consip – così ha scritto:  “Si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Nelle intercettazioni si sente l’ex ministro del Pd, braccio destro di Matteo Renzi, parlando sul  vicepresidente del Csm David Ermini dire: “Però qualche messaggio gli va dato forte“. Un affermazione grave e pesante pronunciata durante la famosa riunione del 9 maggio scorso in cui Lotti trattava ed organizzava con Luca Palamara, Cosimo Ferri ed alcuni consiglieri del Csm sulla strategia da adottare per la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma.

Uno scandalo istituzionale-politico che imbarazza non poco il Partito democratico. E’ stato soprattutto l’ex procuratore nazionale antimafia e nuovo europarlamentare Franco Roberti a far sentire la sua voce nei giorni scorsi :”Ci troviamo di fronte a fatti gravissimi, che aprono una questione morale, di etica della responsabilità, che riguarda i magistrati ma anche la politica. A partire dal Pd“, Adesso emergono nuovi dettagli dalle intercettazioni. Il segretario nazionale del Pd, Nicola Zingaretti, interviene con una nota per dire: “Il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati”.

Il neo-segretario del Pd assicura tutti: “Se emergeranno rilievi penali, mi atterrò sempre al principio garantista e di civiltà giuridica secondo il quale prevale la presunzione di innocenza fino alle sentenze definitive. L’oggetto delle indagini non sono le frequentazioni ma il loro merito. Attendiamo per questo che si faccia piena luce. Agli esponenti politici del Pd protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato“. Ed aggiunge: “Ma il Pd non ha mai dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari“.

Lotti così replica alla nota di Zingaretti : “Senza fare nessuna polemica con Nicola, sono un po’ sorpreso che lo stesso segretario abbia sentito poi la necessità di dire che il “suo” Pd non si occupa di nomine di magistrati: perchè anche io faccio parte del “suo” Pd e – come ho personalmente detto a lui e spiegato oggi in una nota – non ho il potere di fare nomine, che come noto spettano al Csm“.

David Ermini

Ma a smentire e rendere sempre più debole e complicata la posizione di Lotti sono le sue parole pronunciate dall’ex ministro durante la riunione del 9 maggio. Parole scolpite come macigni contenute nell’atto di incolpazione con cui il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha dato avvio all’azione disciplinare nei confronti di cinque consiglieri del Csm. Uno di questi consiglieri, Corrado Cartoni, diceva a Palamara: “Ho problemi con Ermini, ci ho litigato”. Il vicepresidente del David Ermini dalle intercettazioni di Perugia viene raffigurato come un ostacolo alle “strategie” del triumvirato Lotti, Ferri e Palamara.

Nell’atto di incolpazione scritto da Fuzio, si legge: c’era una vera “strategia di danneggiamento” di uno dei candidati alla carica di procuratore di Roma, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, che venne prefigurata nella riunione del 9 maggio scorso , organizzata dall’ex presidente dell’Anm Luca Palamara e Cosimo Ferri, con Luca Lotti e cinque consiglieri “togati” del Csm, tutto ciò  mentre si manovrava per “l’enfatizzazione” del profilo professionale di Marcello Viola,  procuratore generale di Firenze , il candidato fortemente voluto dai “politici” e che guarda caso è risultato il più votato dalla Commissione per gli incarichi direttivi nella seduta dello scorso 23 maggio sorso.

E’ stato tutto ciò che ha indotto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha indetto per il 6 e 7 ottobre prossimo l’elezione suppletiva per la sostituzione dei membri dimissionari del Csm. Mattarella ha deciso di indire le supplettive a ottobre in quanto la richiesta di scioglimento anticipato del Csm contrasterebbe con la necessità di cambiare le procedure elettorali da più parti richieste. Nella motivazione del Capo dello Stato si legge che le elezioni serviranno a “voltare pagina, restituendo alla magistratura prestigio e fiducia” incrinati per le vicende delle ultime settimane.

Le elezioni suppletive serviranno quindi a sostituire i membri togati del Csm dimissionari, Antonio Lepre e Luigi Spina , rappresentanti eletti dai pm, e quindi non sostituibili con i primi dei non eletti. Infatti i posti riservati al Csm per i pubblici ministeri sono quattro, e alle elezioni dell’anno scorso per il rinnovo dell’intero Consiglio superiore si erano presentati giusto quattro candidati: di qui l’esigenza delle suppletive per la sostituzione dei dimissionari.

Discorso ben diverso invece per i giudici:  le candidature per questa quota erano più numerose dei seggi disponibili. Adesso quindi esiste un bacino di “non eletti”dal quale attingere: al posto di Gianluigi Morlini, da oggi rientrato a fare il giudice a Reggio Emilia, subentrerà Giuseppe Marradi cui proprio ieri il Csm ha decretato il ritorno nel ruolo della magistratura (era distaccato al ministero della Giustizia). A seguito di tutto ciò  cambiano anche i rapporti di “forza” e peso nelle correnti all’interno del Csm. Unicost con l’uscita di Morlini perde un consigliere a vantaggio di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo a cui fa riferimento Marra .

AGGIORNAMENTO

Corrado Cartoni

Corrado Cartoni  membro togato del Csm  di Magistratura Indipendente, uno dei magistrati coinvolti nelle riunioni con Luca Palamara e Luca Lotti per pilotare la nomina del prossimo procuratore di Roma ha presentato le dimissioni:   . “Non ho mai parlato di nomine” dice specificando che  le dimissioni sono state date per “senso delle istituzioni”  scrive l’ormai ex consigliere del Csm nella lettera indirizzata al vice presidente del Csm David Ermini, in cui ha comunicato il proprio passo indietro, .

“Ho rassegnato stamattina le dimissioni da Consigliere del Csm – scrive Cartoninon per ammissione di responsabilità, ma per senso delle istituzioni Non mi è stato consentito di difendermi, e lo farò nel procedimento disciplinare. Preciso che non ho mai parlato di nomine, come erroneamente oggi mi attribuisce un quotidiano”. Cartoni ringrazia “le centinaia di colleghi che, silenziosi, in questi giorni tremendi mi hanno manifestato la loro stima ed il loro affetto”  augurando “buon lavoro” ai colleghi consiglieri ed a chi subentrerà al suo posto.

Al posto di Cartoni si insedierà Ilaria Pepe, seconda dei non eletti alle votazioni dell’anno scorso per il rinnovo del Csm. La nuova consigliera appartiene alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che ha tra i fondatori e come leader Piercamillo Davigo. . In questo modo la corrente  raddoppierà la sua rappresentanza al Csm. Attualmente oltre allo stesso Davigo c’è solo un altro consigliere di Autonomia e Indipendenza, Sebastiano Ardita.




Magistratura dipendente, al servizio dei politici

di Emiliano Fittipaldi

Ora la paura, tra i magistrati italiani, è grande. Negli incontri riservati, nelle affollate assise pubbliche come quella organizzata qualche giorno fa a Milano, nelle stanze dell’Anm, ovunque pm e giudici ammettono tra loro che lo scandalo partito dall’inchiesta su Luca Palamara – ex presidente dell’Associazione magistrati e consigliere del Csm fino all’anno scorso – rischia di travolgere l’intera categoria. Come mai accaduto prima.

Certo, in pubblico tutti ribadiscono convinti che “le mele marce” tra i 9000 togati in servizio «restano pochissime», ma in privato nessuno nega che lo scenario disegnato dalle carte della procura di Perugia, con il coinvolgimento diretto di cinque membri dell’attuale Consiglio superiore della magistratura e accuse di corruzione gravissime, è “devastante“. E che la questione morale (e la crisi etica e d’immagine) è arrivata a un livello che ha pochi precedenti nella storia repubblicana.

“Hanno ragione ad essere allarmati. La vicenda delle toghe sporche getta ombre sull’immagine dell’intera magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario nazionale“, spiegano all’Espresso autorevoli fonti del Quirinale, da dove Sergio Mattarella, che per Costituzione è anche presidente del Csm, segue dall’inizio ogni fase della faccenda. “Siamo preoccupati, inutile negarlo“, dicono al Colle.

COME AI TEMPI DELLA P2  

Difficile non esserlo. L’inchiesta di Perugia, grazie alle intercettazioni effettuate con un trojan installato sul cellulare di Palamara, certifica che il nostro potere giudiziario è preda di degenerazioni oscure, alla mercé di interessi correntizi e deviati che rischiano di minarne l’autorevolezza alle radici. “Il Csm sta vivendo il momento più drammatico della sua storia. Come ai tempi della P2“, ha sintetizzato il consigliere ed ex pm Giuseppe Cascini.

Molti scommettono che dalla vicenda la magistratura non potrà che uscirne ancora più divisa, più fragile. Dunque indebolita, e attaccabile da altri poteri che oggi guardano con soddisfazione al suicidio collettivo delle toghe. Spettatore interessato, ovviamente, il potere esecutivo. Con tutti quei pezzi della politica intenzionati da anni a mettere le mani sulla giustizia e che sperano di sfruttare l’occasione. In primis, rivoluzionando il Csm, l’organo di autogoverno, e i metodi di elezione dei suoi membri.

Le falle di sistema evidenziate dalle informative della Guardia di Finanza sono diverse. Gli incontri a notte fonda di Palamara con alcuni giudici del Csm (uno, Luigi Spina, s’è dimesso, altri quattro si sono autosospesi) e le trame con i parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, leader storico della corrente di Magistratura indipendente, hanno acceso un faro sui vertici di un’amministrazione che appaiono autoreferenziali, proni alla politica, inquinati da pulsioni esterne.

Inoltre ci sono gli audio in cui Palamara e i suoi amici discutono di “vendette” da attuare contro pm scomodi (il procuratore aggiunto Paolo Ielo, reo di aver girato a Perugia le carte sulla presunta corruzione del collega) e in cui discutono di manovre per piazzare uomini graditi a capo di procure chiave. Audio che mostrano una giustizia piegata a indicibili ambizioni corporative e personali. Che hanno, in questo caso, un obiettivo prioritario: conquistare la poltrona di Procuratore capo a Roma, lasciata libera dall’uscente Giuseppe Pignatone, con un giudice considerato – almeno così pensa il gruppo dei sodali – a loro più affine. Come Marcello Viola, procuratore generale a Firenze, a cui la V Commissione del Csm ha dato qualche giorno fa quattro preferenze, rispetto all’unica presa dagli altri due rivali, il numero uno della procura di Palermo Francesco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo.

Ma non è tutto. L’istruttoria degli inquirenti perugini ha rimarcato un altro male endemico della nostra magistratura: il cancro della cosiddetta “criminalità giudiziaria”, un fenomeno che – cronache alla mano – sembra ancor più diffuso rispetto al passato. Palamara, ex presidente dell’Anm, è stato infatti accusato di corruzione per aver svenduto la sua funzione in cambio di denaro, viaggi e regali da parte di avvocati e lobbisti come Piero Amara e Fabrizio Centofanti. Le ipotesi di reato sono tutte da provare, ma lo tsunami che ha colpito l’uomo forte di Unicost – altra corrente molto potente in tema di nomine e promozioni – è solo l’ultimo di una serie di scandali che hanno investito la magistratura italiana.

Sfogliando documenti giudiziari, i numeri dei procedimenti disciplinari e gli archivi dei giornali, sono centinaia i giudici, i cancellieri, gli agenti della polizia e i funzionari finiti impigliati, di recente, nelle inchieste penali dei loro colleghi. Non solo pm ordinari, ma anche magistrati amministrativi del Tar e del Consiglio di Stato, giudici della Corte dei Conti e della Fallimentare, sono stati arrestati o imputati per i reati più disparati. “Il problema è che il processo, il luogo deputato alla ricerca della verità e della lotta ai delitti, si è spesso trasformato in un nuovo ambiente criminogeno. Nelle aule di giustizia si può corrompere, si falsifica, si delinque, sempre per un tornaconto personale“, spiegò qualche tempo fa a chi scrive Nello Rossi, ex procuratore aggiunto a Roma poi diventato avvocato generale alla Cassazione.

LA “PIGRIZIA MORALE” 

Nel 1935 il giurista Pietro Calamandrei nel suoElogio dei giudici scritto da un avvocato” sosteneva che il vero pericolo dei magistrati più che la corruzione per denaro (“in cinquant’anni ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano”, sosteneva) era “un lento esaurimento interno delle coscienze” e “una crescente pigrizia morale”. Ma oggi la situazione sembra precipitata. Da Aosta a Caltanissetta, c’è chi si fa pagare migliaia di euro per rallentare il deposito degli atti, in modo da favorire la prescrizione degli imputati. O chi lucra sui fallimenti delle imprese, favorendo gli “amici degli amici” e lasciando affondare gli imprenditori che non si adeguano al tariffario imposto dalla toga corrotta di turno.

“Si tratta di un segmento particolare della criminalità dei colletti bianchi, realtà tanto più odiosa perché magistrati, cancellieri e funzionari mercificano il potere che gli dà la legge“, ragionava Rossi prima di lasciare la procura di Roma. Non poteva immaginare che, dopo nemmeno un lustro, si sarebbe arrivati allo showdown di questi ultimi mesi.

 AL MERCATO DELLE SENTENZE

La presunta corruzione di Palamara, per esempio, è connessa ad altre inchieste, che hanno terremotato istituzioni che regolano la vita giudiziaria ed economica del Paese. Come quella, portate avanti dalle procure di Roma e di Messina, su un presunto mercimonio di sentenze dentro il Consiglio di Stato.

Un paesaggio desolante, visto che Palazzo Spada è uno dei centri nevralgici del Belpaese: qui vengono risolte, con deliberazioni non appellabili, tutte le controversie che i privati (singoli o aziende) hanno con la pubblica amministrazione. È sempre qui che vengono decise in ultima istanza nomine pubbliche importanti. È qui che sono assegnati gli appalti miliardari erogati dallo Stato. Come accaduto nel caso Consip. O come avvenuto per decine di sentenze pilotate (dall’avvocato Piero Amara e dal suo socio Giuseppe Calafiore) nel Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che è il campo da gioco preferito dal gruppo di faccendieri implicati nell’affaire Palamara.

Tra qualche giorno comincerà il processo per i giudici Nicola Russo, Raffaele Maria De Lipsis e l’ex magistrato della Corte dei Conti Luigi Caruso, che secondo l’accusa si sarebbero messi al servizio della compagine di Amara in cambio di cospicue mazzette. Soldi dati o promessi non solo per aggiustare ordinanze (tra queste quella su un contenzioso milionario tra il Comune di Siracusa e la società Open Land), ma persino per modificare risultati elettorali. Già: De Lipsis, ex presidente del Cga, sarebbe infatti intervenuto in favore del deputato siciliano Giuseppe Gennuso, che non era riuscito a farsi eleggere all’assemblea regionale. Il tribunale amministrativo però annullò il risultato del voto, costringendo gli elettori della città siciliana a tornare alle urne. Gennuso venne finalmente eletto, e De Lipsis incassò (secondo i pm di Roma e di Messina) una bustarella da 30 mila euro.

In un altro filone dell’indagine è indagato pure Riccardo Virgilio, che fu potente e rispettato presidente di sezione del Consiglio di Stato, oggi accusato di essere in affari con il gruppo dei faccendieri siciliani. Anche Sergio Santoro, che è il numero due di Palazzo Spada, è stato accusato di corruzione in atti giudiziari, ma i pm di Roma qualche giorno fa ne hanno richiesto l’archiviazione.

GIOCHI SPORCHI IN SICILIA 

Anche il grande accusatore di Palamara, il pm Giuseppe Longo, è a sua volta finito nei guai, pochi mesi fa. Amico personale dell’avvocato Amara, è lui ad aver raccontato ai magistrati di Messina di aver saputo  (da Calafiore)  che il capo di Unicost avrebbe intascato dai due avvocati una tangente da 40 mila euro. In cambio, Palamara avrebbe tentato di convincere i colleghi del Csm, di cui lui era membro, a nominare Longo a capo della procura di Gela. Un ufficio cruciale, sostengono gli inquirenti di Perugia, per gli affari di Amara: il legale era infatti importante consulente dell’Eni per questioni ambientali e il colosso energetico controlla proprio a Gela una raffineria spesso finita nel mirino della procura locale.

Non sappiamo se Longo abbia detto la verità in merito alla corruzione di Palamara (prove definitive della bustarella non ce ne sono, il magistrato nega ogni addebito, e Calafiore ribadisce di non aver mai girato un euro), ma è certo che Longo stesso ha da poco patteggiato 5 anni di reclusione per una serie di atti corruttivi. Il magistrato di Siracusa, ora interdetto dai pubblici uffici, era infatti a libro paga di danarosi clienti privati gestiti dallo studio Amara, che pagava mazzette e regali in conto terzi per ottenere da Longo sentenze favorevoli. Questa vicenda spiega bene come un pm infedele può usare il suo potere e piegare la giustizia a interessi opachi: Longo – secondo le accuse – era infatti specializzato anche nel costruire fascicoli “a specchio”, che si “autoassegnava” – come scrive il gip nella richiesta d’arresto – “al solo scopo di monitorare (o, meglio spiare, ndr) ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi”; esperto nel fabbricare fascicoli “minaccia”, utili cioè ad iscrivere persone “ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore“; e lavorare a fascicoli “fantasma”, come quello basato su un esposto anonimo (in realtà scritto da Amara) che denunciava un presunto complotto che sarebbe stato ordito dall’economista Luigi Zingales, ex consigliere dell’Eni, ai danni dei vertici dell’Eni stessa. Una cospirazione del tutto inesistente e calunniosa: l’apertura di un fascicolo d’indagine serviva però, nelle intenzioni di Amara e dei suoi sodali, a mettere i bastoni tra le ruote alla procura di Milano e al pm Fabio De Pasquale, che da anni indaga sulle presunte tangenti milionarie del Cane a Sei Zampe in Africa.

Seguendo sempre lo stesso filo, prima di arrivare sulla scrivania di Longo l’esposto fasullo fu spedito da Amara alla procura di Trani. Se ne occuparono l’allora capo Carlo Maria Capristo e, soprattutto, il magistrato Antonio Savasta, che poi inviò il dossier fasullo a Siracusa. Savasta è un altro magistrato infedele, arrestato all’inizio di quest’anno per altre vicende corruttive. Lui e il collega Michele Nardi sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

Reo confesso, Savasta ha ammesso di essersi intascato centinaia di migliaia di euro per risolvere i problemi giudiziari dell’imprenditore Flavio D’Introno. Che, in un interrogatorio recente prima ha inguaiato un terzo pm (Luigi Scimè, che avrebbe ottenuto una tangente da 15 mila euro per rinviare a giudizio per calunnia alcuni nemici di D’Introno) poi avrebbe confermato le accuse, affermando di aver versato a Savasta e Nardi la bellezza di 1,5 milioni di euro, oltre a Rolex, diamanti e viaggi.

Come quella su Palamara, anche l’inchiesta sul “Sistema Trani ha sfiorato il senatore renziano Luca Lotti: negli atti d’indagine si ricostruisce infatti un incontro avvenuto a maggio del 2018 a Palazzo Chigi tra l’allora sottosegretario del Pd, l’imprenditore Luigi Dagostino – ex socio di Tiziano Renzi, allora interessato ad aprire un mall in Puglia – e lo stesso Savasta. Quest’ultimo, che aveva ricevuto un’informativa dai colleghi di Firenze su un giro di fatture false proprio delle aziende di Dagostino, non avrebbe effettuato i dovuti approfondimenti. Dagostino, al contrario, ha raccontato che organizzò lui un incontro tra Savasta e Lotti (che, come nel caso Palamara, risulta estraneo all’inchiesta penale) per parlargli di un progetto per un disegno di legge sui rifiuti a Roma.

IL GRAN BAZAR E LE SUE MERCI 

Nel gran bazar della giustizia le sentenze sono i prodotti più venduti, ma sono molte le merci acquistabili. Il loro prezzo è variabile: ci sono oggetti di poco conto (a Napoli, qualche anno fa, cancellieri e avvocati complici riuscivano a creare ritardi nella trasmissione di atti intascando dai 1.500 ai 15 mila euro a botta); altri, invece, dal valore inestimabile. Uno stop a un passaggio procedurale, una notitia criminis segreta che può modificare l’intero iter di un processo. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, evidenziò all’Espresso come l’aumento dei crimini nei palazzi della legge può essere spiegato innanzitutto “dall’enorme numero di processi che si fanno in Italia: una giustizia dei grandi numeri comporta, inevitabilmente, meno trasparenza, più opacità e maggiore difficoltà di controllo“. Tutto, in Italia, rischia di avere uno strascico giudiziario: un concorso universitario o un posto pubblico, una concessione edilizia, un appalto piccolo o miliardario: la stragrande maggioranza del personale che lavora nei Palazzi di Giustizia fa il proprio dovere, davanti a difficoltà strutturali gigantesche, ma una fetta minoritaria sfrutta la situazione emergenziale per il proprio beneficio personale.

Gli esempi non si contano più. Un anno fa un giudice è stato arrestato perché riusciva a farsi assegnare cause civili di alcuni amici, che – per ottenere sentenze favorevoli – gli giravano centinaia di migliaia di euro e regali sotto forma di finanziamenti a una società sportiva. Tre settimane fa a Salerno la Finanza ha fermato 14 persone: corrompevano i giudici della tributaria (nelle intercettazioni la tangente era chiamata “mozzarella“) perché chiudessero i contenziosi con imprenditori accusati di evasione fiscale. Le “mozzarelle” andavano da un minimo di 5 mila a un massimo di 30 mila, a secondo del contenzioso, e le tangenti erano quotidiane. “È un’indagine che consente di toccare con mano il danno enorme non solo per le casse dello Stato, ma anche per tutti i contribuenti, perché le imposte servono a finanziare i servizi dei cittadini”, commenta Luca Masini, procuratore vicario.

Anche il pm Stefano Fava, ora indagato nello scandalo Palamara per favoreggiamento e divulgazione di notizie coperte dal segreto istruttorio (insieme al consigliere del Csm Luigi Spina avrebbero avvertito l’amico dell’inchiesta per corruzione che lo vedeva coinvolto a Perugia) due anni fa arrestò un collega sardo che favoriva nel processo due imprenditori in cambio di “utilità”. Poca roba, in questo caso: piatti e stoviglie per un ristorante, l’uso gratuito di un appartamento, un’auto a prezzi stracciati.

 

Ma, come insegna il nuovo deflagrante caso che ha investito il Csm, la funzione di un giudice può essere compromessa in maniera irreversibile anche se la toga non si scambia denaro e mazzette, ma commercia solo potere. Personale e di corrente.

Il potere a cui sembrano ambire alcuni magistrati – al netto della rilevanza penale del filone ancora da dimostrare – è quello di promuovere amici, di nominare a capo delle procure i più fedeli, di castigare chi non si piega alla camarilla. A qualcuno oggi le intercettazioni della procura di Perugia evocano il clima eversivo della P2, altri ricordano le inchiesta sulla loggia P3 e sulla P4: nella prima il giudice Pasquale Lombardi, scomparso un anno fa, fu accusato di far parte di un’associazione segreta che violava la legge Anselmi sulle società segrete insieme al faccendiere Flavio Carboni; nella seconda Alfonso Papa fu accusato con Luigi Bisignani di un presunto commercio di informazioni riservate, reato prescritto.

In realtà, l’ultima inchiesta dimostra che il sistema giudiziario è troppo debole e permeabile, scalabile da soggetti senza scrupoli, degenerato in strutture correntizie che, invece di difendere, rischiano di distruggere l’indipendenza della magistratura. Tornando a Calamandrei, servirebbe – più che la riforma pelosa invocata ora dalla politica – un rinnovamento delle coscienze e una lotta senza quartiere all’apatia morale di troppi magistrati.

*editoriale tratto dal settimanale L’ ESPRESSO




I politici e le manovre di Palamara. Tra i nemici Ermini il numero due del Csm

ROMA – Anche il vicepresidente del Csm David Ermini era finito nel loro mirino della “cupola con la toga” che non volevano ostacoli nella scelta dei nuovi procuratori. Incredibilmente era stato proprio l’accordo  tra le correnti di Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri ed Unicost, di Luca Palamara, a determinare l’elezione del parlamentare ex-responsabile per la giustizia del Pd al vertice dell’organo di autogoverno delle toghe, come vicepresidente al fianco del Capo dello Stato  Sergio Mattarella.

Luca Lotti

I “registi” dell’accordo toghe-politici si aspettavano che Ermini si rivelasse disponibile alle loro richieste, e quando si sono accorti  che il vicepresidente del Csm non si faceva “pilotare”in quel momento sono cominciate le critiche nei suoi confronti. E come l’inchiesta sta rilevando grazie alle intercettazioni in possesso del Gico della Guardia di Finanza, il dissenso non arrivava soltanto da Ferri e Palamara, ma persino anche dei consiglieri che si incontravano di notte nell’ hotel dove alloggia il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri per accordarsi sulle nomine. In primis il suo concittadino e compagno di partito Luca Lotti, fiorentino come Ermini, che era tra i più determinati a  sostenere che il prossimo magistrato  alla guida della Procura di Roma  dovesse garantire “la discontinuità” dalla precedente gestione di Giuseppe Pignatone .

Lotti vuole alla guida della procura di Roma Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze, che conosce e del quale cui evidentemente si fida e non fa mistero della sua ostilità per l’altro candidato, anch’egli a Firenze, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Creazzo, ritenuto inaffidabile, se non addirittura “ostile”, per aver travolto con le sue indagini la famiglia Renzi. Nella seconda settimana di maggio, l’ 8 maggio all’indomani dell’uscita di Pignatone , Lotti vuole dunque che si proceda con Viola. E soprattutto pretende che la nomina venga fatta in fretta, infischiandosene degli inviti del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a procedere alle audizioni dei tre candidati alla sua successione (Lo Voi, Creazzo e Viola) affinchè la discussione in seno al Consiglio sia meditata e trasparente.

 

Queste conversazioni captate grazie al “trojan” inserito nel cellulare di Palamara ha portato alla luce tutti i retroscena sulle nomine che le toghe incredibilmente condividevano con i politici del Pd. Una trattativa che ha visto coinvolto anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, recentemente candidatosi  e “trombato”, cioè non eletto nelle liste di Forza Italia in Campania, in virtù dei suoi rapporti personali con Ferri e con lo stesso Palamara, nonostante questi sia tifoso sfegatato della Roma !

Ieri Luca Lotti ha diramato una nota a dir poco minacciosa annunciando che “alla fine di questa storia chiederò a tutti, nessuno escluso, di rispondere delle accuse infondate e infamanti contro di me” aggiungendo: “Pare che incontrarmi o cenare con me sia diventato il peggiore dei reati: se così fosse in molti dovrebbero dimettersi, magistrati e non“. Ma nella sua nota, il braccio destro di Matteo Renzi non fa alcun cenno alla coincidenza che lui si occupasse della designazione del capo della Procura da cui è stato imputato a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Consip. Tutto ciò nonostante le intercettazioni effettuate per conto dei magistrati di Perugia provano che Lotti discuteva con Palamara non a cena ma durante i colloqui notturni, dettando le condizioni e criticando anche il ruolo di Ermini dopo aver evidenziato che il vicepresidente del Csm , avvocato ed ex responsabile giustizia del Pd durante la segreteria di Matteo Renzi ,  avrebbe dovuto rispondere proprio a lui delle scelte compiute.

David Ermini

Ma le critiche ad Ermini arrivano anche da alcuni magistrati-consiglieri del Csm che insieme Palamara si sarebbero lamentati del comportamento di Ermini che non partecipava alle votazioni in Consiglio e in questo modo non agevolava le loro strategie, o meglio le loro “lotti…zzazioni”

In alcune occasioni al tavolo delle trattative partecipava anche Claudio Lotito, che vanta una frequentazione di anni con Ferri e Palamara . Le conversazioni intercettate hanno portato alla luce  un interesse personale del proprietario della Lazio Calcio che nonostante i suoi guai giudiziari avuti in passato, si preoccupava soprattutto per delle inchieste che coinvolgono alcune persone a lui vicine, come ad esempio il consigliere di Stato Sergio Santoro indagato per “corruzione”  nell’inchiesta sulle tangenti per aggiustare le sentenze amministrative dal Consiglio di Stato, che ha travolto Fabrizio Centofanti e gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Colafiore . Da segnalare che la stessa Procura di Roma, ha chiesto nei giorni scorsi, l’archiviazione della posizione di Santoro.

Santoro è uno degli amici più cari di Lotito , con il quale condivide non solo la passione per il calcio, le vacanze a Cortina d’ Ampezzo, siede negli organi della giustizia federale calcistica, dove lo ha imposto proprio Lotito. Guarda caso a fine maggio, accade che Santoro in qualità di presidente del collegio della Corte di appello della FIGC, debba decidere del ricorso del Palermo Calcio che, il 13 maggio, si è visto retrocedere dalla serie B in C a seguito di una pronuncia del tribunale federale per illecito amministrativo. Una pronuncia che di fatto salva dalla retrocessione in C della squadra di calcio della Salernitana, che il caso vuole, ha come proprietario proprio Claudio Lotito. Santoro lo scorso 29 maggio, si asterrà non in quanto amico di Lotito,  ma perché ancora indagato a Roma,  e la Corte Federale ribalterà la sentenza. Più di qualche coincidenza evidenzia che l’attrazione di Lotito per le toghe non è soltanto una cortesia di biglietti omaggio.

Il Presidente della Lazio quando si discuteva negli incontri notturni sui nuovi vertici della Procura della Capitale,  voleva dire la sua indicando i nomi di chi riteneva debbano essere il capo e gli “aggiunti”. E guarda caso l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ora indagato per corruzione a Perugia era uno dei magistrati candidatisi alla nomina a procuratore aggiunto di Roma .

Il presidente della Lazio Claudio Lotito, intervistato dai colleghi del quotidiano La Repubblica , la “butta in caciara”, come si dice a Roma. E come Luca Lotti, passa alle minacce: “Querelo tutti” sottraendosi a qualsiasi domanda. Già dal mese di aprile, Lotito andava dicendo in giro di avere un misterioso “candidato” per la Procura di Roma, ma nessuno sa di chi si tratti. Più di qualcuno ipotizza sia il magistrato che proprio in quello stesso mese, comincia  a Roma,  la sua campagna elettorale. Si tratta del  procuratore di Velletri Francesco Prete, che si è candidato alla successione di Pignatone al Csm , il quale spiega in qualche cena come sia venuto il momento di “archiviare” la stagione di Pignatone con la discontinuità dal suo operato.

La linea dell’Anm “Via i coinvolti, non sono degni”. Ma loro resistono

Parte in salita e con il freno a mano il riscatto del Consiglio Superiore della Magistratura nel tentativo di “riaffermare la propria autorevolezza” . Mentre il vicepresidente David Ermini è impegnato a redistribuire gli incarichi nelle commissioni dopo l’uscita di scena dell’indagato Luigi Spina e l’autosospensione di altri quattro componenti coinvolti negli incontri con i due parlamentari  del Pd, ferri e Lotti, non si può non segnalare la resistenza degli asutosospesi a rassegnare le dimissioni dal Csm, atto che consentirebbe all’organo di autogoverno di alleggerirsi da un peso che di giorno in giorno diventa sempre più difficile da sopportare.

Dimissioni che vengono richieste ufficialmente anche dall’Associazione Nazionale Magistrati che rappresenta le toghe italiane che sono coloro che eleggano i componenti togati del Csm , e riunisce tutte le correnti. Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente, e Gianluigi Morlini, di Unicost- Unità per la Costituzione, però non hanno  al momento  alcuna intenzione di lasciare l’organo di autogoverno. E tantomeno vi sono norme e regolamenti per estrometterli d’ufficio. I magistrati che si sono auto-sospesi dal Csm momentaneamente si sono fatti da parte, a seguito dell’ invito dell’invito ricevuto dal vertice del Csm, ma non hanno mai speso  di rivendicare la propria correttezza di comportamenti,  e così facendo attivato un vero e proprio braccio di ferro dalle conseguenze imprevedibili.

Luca Palamara

La decisione di ieri dell’Anm è stato votata all’unanimità: le riunioni in cui si discutevano le prossime nomine dei procuratori di Roma e Perugia,  a cui partecipavano il parlamentare del Pd Cosimo Ferri , magistrato in aspettativa,  e dell’ex ministro renziano Luca Lottirappresentano con evidenza un’inammissibile interferenza nel corretto funzionamento dell’autogoverno». I componenti del Csm che vi hanno partecipato «non appaiono degni dell’incarico istituzionale“. Parole pesanti e durissime, che hanno attivato  la denuncia di tutti al Collegio dei probiviri , compresi Luca Palamara, che  è stato presidente dell’Anm, oltre che ex componente del Csm ed oggi fa il pm a Roma, e Cosimo Ferri,  per eventuali violazioni del codice etico.

Luca Lotti al telefono…..

Al giudizio dell’Anm si ribellano i tre consiglieri di Magistratura indipendente, la corrente moderata di cui Ferri rimane il “leader”. “La richiesta di dimissioni è priva di fondamento” dicono spiegando che loro erano a cena con Ferri e altri colleghi di Unicost, e che solo “all’improvviso si è palesato Lotti“. A loro dire senza alcun preavviso. Ma sui contenuti delle conversazioni intercettate tacciono , solo Cartoni replica: “Il modo di procedere dell’Anm è sommario e basato solo sulla stampa, che confonde fatti diversi“. Come sempre quando qualcosa non funziona in Italia per i magistrati ed i politici la colpa è sempre della stampa…

Anche Gianluigi Morlini, del gruppo centrista Unicost, sostiene che l’arrivo di Lotti non era previsto, ed afferma ” io mi sono allontanato con una scusa, ben prima che l’incontro terminasse, certo di non aver fatto nulla contro i miei doveri di consigliere” ed aggiunge che da presidente della Commissione Incarichi Direttivi  del Csm aveva respinto l’accelerazione del voto sul procuratore di Roma e s’era schierato per le audizioni dei candidati chieste espressamente dal vicepresidente anche per conto del Quirinale. Audizioni poi mai effettuate in quanto bocciate col voto determinante di altri.

Pasquale Grasso

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso fa parte di Magistratura indipendente, che era stato molto prudente nei giorni scorsi  e per questo motivo s’è attirato le critiche degli altri gruppi, ieri si è “allineato” votando il documento unitario, pur ribandendo che sarà necessario accertare la veridicità di quanto emerso finora, “se non vogliamo trasformarci in una bestia cieca in cerca di violenza purificatrice e autoassolutoria“. I magistrati del suo gruppo, consiglieri del Csm coinvolti, raccontano di essere stati strumentalizzati da Ferri che aveva convocato Lotti a loro insaputa, non hanno gradito il cambio di rotta di Grasso. Si annunciano a questo punto, delle rese dei conti all’interno delle varie correnti. Le eventuali dimissioni infatti comporterebbero nuovi equilibri nel Csm: ai tre giudici (due di Magistratura indipendente e uno di Unicost) ne subentrerebbero due di Autonomia e Indipendenza (la corrente che fa capo a Piercamillo Davigo) e uno di Area (la corrente più di sinistra ), mentre per i due pubblici ministeri bisognerà rivotare. Di fatto la corrente di Magistratura indipendente, uscita vincitrice dalle elezioni di un anno fa, verrebbe fortemente ridimensionata. Con molti mal di pancia…




CSM. Iniziativa di Ermini con il sostegno del Quirinale: nuove norme e rigore

ROMA – Sarà un pomeriggio “caldo” quello di martedì quando al Consiglio Superiore della Magistratura si terrà un “plenum” straordinario convocato del vicepresidente David Ermini, d’intesa con il presidente Sergio Mattarella, con l’obiettivo di superare la fase sicuramente più difficile per il Csm.

Ermini e Mattarella

Il vice presidente Ermini, membro “laico” indicato dal PD di cui è stato responsabile giustizia con la segreteria Renzi, a seguito dall’incontro avuto con il Capo dello Stato, ha riunito di sabato, cioè ieri  il comitato di presidenza, lui stesso e i vertici della Cassazione, che appartengono per una coincidenza anche  loro alle stesse due correnti coinvolte nello scandalo, il primo presidente Giovanni Mammone di Magistratura Indipendente, ed il procuratore generale della Cassazione  Riccardo Fuzio di Unicost.

All’ordine del giorno del plenum straordinario le dimissioni del consigliere Luigi Spina, indagato dalla Procura di Perugia per “rivelazione del segreto d’ufficio“, avendo confidato al pm Luca Palamara anch’egli indagato dalla Procura umbra nell’inchiesta per corruzione a suo carico. Il vicepresidente Ermini, al pari del presidente Mattarella, in cuor suo spera che i componenti dell’organo di autogoverno dei magistrati assumano una posizione “nettissima e forte” sullo scandalo del “mercato delle toghe”, a prescindere dalla propria appartenenza alle varie correnti interne della magistratura.

Ma non si discuterà solo di questo.Infatti martedì pomeriggio verrà discussa al Csm anche l’imbarazzante posizione di altri due componenti del Consiglio Corrado Cartoni, capogruppo della corrente di destra, ed Antonio Lepre, componente della commissione incarichi direttivi, i quali avrebbero incontrato come Spina, il parlamentare Cosimo Ferri (Pd)  e l’ex ministro Luca Lotti, con i quali avrebbero discusso  tra le varie cose, la nomina del nuovo capo della Procura di Roma.

Cartoni e Lepre al momento non sono indagati, ma il  Consiglio Superiore della Magistratura  vuole verificare se le loro conversazioni possano prefigurare qualche violazione. Per questo motivo il  Csm ha già inviato alla procura di Perugia richiesta di acquisizione degli atti ostensibili. Tutto dipenderà dal tenore dei dialoghi e dagli argomenti trattati.

Nel plenum straordinario di martedì verrà discusso anche un altro problema di primaria importanza. Secondo il vicepresidente del Csm è arrivato il momento di adottare nuove regole sulle procedure di nomina dei magistrati, in modo di farle diventare più trasparenti onde evitare altre zone oscure, irregolarità e distorsioni. Sopratutto illegalità. Da Palazzo dei Marescialli, dove le bocche sono pressochè cucite, qualcosa trapela, come ad esempio l’introduzione della procedura di procedere alle nomine esclusivamente e soltanto dopo “istruttorie ampie e più trasparenti possibili”.

A partire dal seguire l’ordine cronologico: ad esempio allorquando si rende disponibile un posto in qualche Procura, questo va immediatamente coperto con una nomina tempestiva e senza i soliti rinvii per trovare accordi “politici” in seno alla Commissione ed in consiglio. Indicazione questa, ad onor del vero, che era già stata data il 23 maggio, allorquando il vicepresidente del CSM Ermini aveva presenziato alla riunione della V commissione, che è quella che indica i nuovi vertici degli uffici giudiziari, che proprio in quell’occasione aveva votato a maggioranza in favore del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, indicato quale nuovo Procuratore capo di Roma.

In quella votazione il procuratore generale Viola era stato sostenuto dai rappresentanti di  Magistratura Indipendente, di Autonomia e Indipendenza la corrente di Piercamillo Davigo, e secondo voci ufficiose (ma attendibili) avrebbe ottenuto il sostegno anche di Unicost in cambio della indicazione a procuratore aggiunto a Roma proprio di Luca Palamara. Dalla corsa sarebbe stato escluso Francesco Lo Voi attuale  capo della procura di Palermo, anche lui della “corrente” di  Magistratura Indipendente, ma ritenuto troppo “vicino all’ex procuratore Pignatone“, e del procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, candidato “ufficiale” di Unicost.

Martedì prossimo il plenum dovrà recepire e formalizzare ufficialmente le dimissioni di Spina. Per la cui sostituzione sarà necessaria una nuova elezione, che non dovrà influire sui tempi per la nomina del nuovo procuratore capo di Roma, che peraltro è stata già rinviata proprio a causa dell’inchiesta, e che comunque non dovrebbe arrivare prima di settembre , in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura può tranquillamente funzionare anche con un membro in meno. Identica situazione per la posizione degli altri due componenti del Csm che avrebbero incontrato Lotti e Ferri: qualora venissero accertate violazioni che comportassero la loro sospensione, il plenum potrebbe comunque procedere. Infatti  per legittimare la votazione il plenum deve essere composto dal minimo previsto  di 10 magistrati sugli attuali 16 eletti o nominati dal Parlamento.




Csm. Marcello Viola favorito per la Procura di Roma. In commissione 4 voti per l’ex procuratore di Trapani

ROMA – Rimane confermata una corsa a tre per la nomina a procuratore di Roma. Solo che adesso esiste  un favorito,  Marcello Viola, attualmente procuratore generale a Firenze.

Marcello Viola

La Commissione per gli incarichi direttivi del Csm porterà al voto del Plenum tre candidati per ricoprire l’importante nomina lasciata “vacante” da Giuseppe Pignatone, andato in pensione lo scorso 9 maggio: il candidato che ha ricevuto più voti a favore (ben 4 ) è  Marcello Viola seguito  dal procuratore di Firenze, Giuseppe Creazzo, e del capo dell’ufficio inquirente di Palermo, Francesco Lo Voi, che hanno ricevuto entrambi un voto ciascuno.

I magistrati candidati Lo Voi e Viola appartengono entrambi a Magistratura Indipendente, la corrente moderata dei magistrati, mentre Creazzo è di Unicost-Unità per la Costituzione, il gruppo di centro delle toghe. La decisione finale spetterà al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, dopo che anche il ministro della Giustizia avrà espresso il suo parere  sui candidati proposti .

Giuseppe Pignatone

Erano 13 i candidati in lizza per il dopo-Pignatone . Il voto della Commissione per gli incarichi direttivi non è riuscito a convergere su un unico candidato, restringendo  a tre nomi la rosa .
A favore del procuratore generale di Firenze Marcello Viola hanno votato, Antonio Lepre (Magistratura Indipendente), Piercamillo Davigo (Autonomie a Indipendenza), Emanuele Basile (“laico” espresso dalla Lega) e Fulvio Gigliotti  (“laico” espresso dal M5S).  In favore del procuratore di Firenze Creazzo ha votato il membro “togato” di Unicost Gianluigi Morlini, presidente della quinta commissione, e per il procuratore di Palermo Lo Voi il togato di Area Mario Suriano.

La proposta avanzata preliminarmente da Suriano di effettuare audizioni dei candidati,  appoggiata anche da Gigliotti e Morlini, è stata respinta  con i voti contrari di Basile, Davigo e Lepre.

Marcello Viola, prima che procuratore generale di Firenze, è stato procuratore di Trapani, con grande esperienza nella lotta alla mafia e componente dell’ufficio Gip Palermo negli anni più difficili della repressione del fenomeno criminale mafioso. Viola oggi è procuratore generale di Firenze ed è esperto di modelli organizzativi volti a collaborare con le altre istituzioni al fine di ottenere ausilio di personale amministrativo per gli uffici giudicanti. Molto attento anche alla repressione non solo dei grandi fenomeni criminali ma anche della piaga dell’abusivismo edilizio.

Giuseppe Creazzo, attuale procuratore della Repubblica di Firenze, è stato a capo anche di una procura di frontiera come Palmi, dove si è specializzato nella lotta alla ‘ndrangheta, e per 3 anni è stato vice capo dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia. La completezza della sua figura professionale è supportata dall’aver maturato anche una significativa esperienza nelle funzioni giudicanti (in primo e secondo grado), quale giudice del Tribunale di Reggio Calabria e Consigliere presso la corte d’Appello della stessa città, dove ha svolto anche le funzioni di sostituto procuratore della Repubblica.

Francesco Lo Voi, attuale procuratore della Repubblica di Palermo, è stato componente elettivo del Csm dal 2002 al 2006, membro nazionale di Eurojust all’Aja, sostituto procuratore generale presso la corte di appello di Palermo e sostituto procuratore generale presso la corte di Cassazione. In passato  ha rivestito il ruolo di sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Il voto per il nuovo procuratore della Repubblica di Roma potrebbe esserci già nelle prossime settimane. La votazione definitiva è attesa per  metà giugno dal Plenum del Csm, che dovrà deliberare chi andrà a prendere il posto dell’ex procuratore Giuseppe Pignatone.




Le grandi manovre ed intrighi al CSM per la guida della Procura di Roma

ROMA – E previsto per la fine della prossima settimana il primo voto della 5a Commissione, quella che si occupa degli incarichi direttivi, ma la nomina del Consiglio Superiore della Magistratura per il nuovo procuratore di Roma potrebbe rimanere stand-by a lungo prima di approdare al plenum di Palazzo dei Marescialli . Ed anche lì potrebbero esserci imboscate e sorprese. I lavori sono cominciati, ma risulta tutt’ altro che facile l’indicazione della commissione per la poltrona di capo della Procura della Capitale, lasciata dopo sette anni, a disposizione dallo scorso 9 maggio a seguito del pensionamento di Giuseppe Pignatone dopo essere entrato in magistratura nel 1974.

l’ex-procuratore capo di Roma,Giuseppe Pignatone

Ai giornalisti che Pignatone fa ha voluto salutare e ringraziare soprattutto per  la pazienza dimostrata alle luce delle mie tante non risposte alle vostre domande“, ha detto che adesso tornera’ nella “sua” Palermo per ragioni familiari e di cuore: “Ho trascorso undici anni lontano da questa citta e cioe’ i quattro vissuti a Reggio Calabria come capo della procura e i sette nella Capitale alla guida dell’ufficio giudiziario piu’ importante d’Italia, esperienza cominciata il 19 marzo del 2012“.  Che cosa faro’ adesso? ” E chi lo sa? Di sicuro avro’ tanto tempo a disposizione per leggere ma non si escludono sorprese“. Pignatone continuera’ per il momento  ad andare in giro a presentare il libro “Modelli Criminali” sull’evoluzione negli anni della mafia siciliana e calabrese, con un’analisi sulla criminalita’ romana, che ha scritto a quattro mani con il “fedelissimo” aggiunto Michele Prestipino, .

“Una cosa ve la posso dire – ha aggiunto Pignatone –  lavorerete per molto tempo ancora su cio’ che abbiamo fatto in questi anni“,  riferimento molto chiaro al maxiprocesso su ‘Mafia Capitale‘ che ad ottobre approda in Cassazione,  una vicenda processuale che dal dicembre 2014 non ha mai smesso di tenere banco dal punto mediatico, mentre sono  o saranno presto al vaglio del Gup inchieste delicate come quelle sul nuovo Stadio della Roma, sul caso Consip e sui falsi e sui depistaggi legati al pestaggio subito da Stefano Cucchi in una caserma dei Carabinieri  mentre e’ attualmente  in corso il processo bis in assise sulla morte del ragazzo.

il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura

Le candidature alla guida della procura romana sono in tutto tredici, anche se sin dal primo momento, la rosa ristretta è composta da tre nomi: Francesco Lo Voi attuale procuratore capo di Palermo,   Giuseppe Creazzo procuratore capo di Firenze,  e Marcello Viola procuratore generale di Firenze . Al momento è previsto uno sprint finale tra Lo Voi e Viola, entrambi magistrati esponenti della corrente di Magistratura indipendente. Il problema per assurdo è proprio questo: uno dei due candidati “forti” sicuramente verrà votato dalle altre correnti, mentre l’indicazione da parte dei rappresentanti Magistratura Indipendente potrebbe dividersi. Secondo qualcuno Franco Lo Voi, sarebbe azzoppato a seguito della sua partecipazione alla cena con Matteo Salvini organizzata qualche mese fa dalla giornalista  Annalisa Chirico, anche se occorre ricordare e considerare che l’attuale procuratore capo di Palermo è legato da una profonda amicizia e stima con Pignatone.

Piercamillo Davigo

La  5a Commissione presieduta dal “togato”  Gianluigi Morlini membro togato ha sinora “evaso” 55 nomine. I componenti della commissione, alla loro prima consiliatura, devono affrontare scelte così importanti e non sarà agevole raggiungere l’ accordo tra i quattro togati che la compongono, che sono rappresentativi di tutte le correnti della magistratura,  tra i quali compare anche Piercamillo Davigo, che da presidente dell’ Anm ha ripetutamente denunciato le logiche da “lottizzazione” del Csm, ed i membri laici Emanuele Basile (Lega) e Fulvio Gigliotti (M5S) nominati dal Parlamento in rappresentanza dell’ attuale alleanza gialloverde di governo, .

Si tratta infatti di nomine che si “incrociano”, partendo dal presupposto che i candidati concorrono per diversi uffici direttivi, e che a Roma ci sono da assegnare anche due posti da procuratore aggiunto ai quali aspirano  Antonello Ardituro e Luca Palamara due ex consiglieri del CSM. La tempistica sulle decisioni dipenderà dal numero di proposte votate dalla Commissione Direttitivi, quindi i profili dei candidati verranno analizzati e confrontati e sulle proposte verrà richiesto come previsto per Legge il concerto al Ministro della Giustizia. E dopodichè si andrà al voto definitivo del plenum che in passato ha riservato non poche sorprese.

La corsa è a tre, con l’ imprevista candidatura da parte di Magistratura indipendente , di Viola sfidante di Lo Voi che inizialmente sembrava a tutti poter essere il naturale successore di Pignatone. Fra le altre undici candidature compaiono  Creazzo (Unicost) , il pg di Salerno Leonida Primicerio, il quale è in corsa anche per la guida procura ordinaria della sua città, l’ attuale procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco, e quello di Velletri, Francesco Prete. Fra le domande pervenute a palazzo dei Marescialli ci sono anche quelle di Alessandro Mancini  attuale procuratore capo di Ravenna, , di quello di Siena, Salvatore Vitello, e di Claudio Di Ruzza attuale capo della procura dei minori di Campobasso. Anche il pg di Lecce Antonio Maruccia, il  vicepresidente della Corte penale internazionale  Cuno Tarfusser, e  Giuseppe Corasaniti  attuale capo dipartimento Affari di Giustizia hanno presentato la loro candidatura . Un solo procuratore aggiunto in corsa, Michele Prestipino, braccio destro di Pignatone prima a Palermo poi a Reggio Calabria, prima di arrivare a Roma, dove è responsabile della Dda ed attuale reggente della procura della Capitale, in attesa della nuova decisione del CSM.

La Commissione Direttivi valuterà successivamente le ventitré domande per le due poltrone semi-direttive disponibili per procuratore aggiunto della Procura di Roma . Quattordici dei candidati sono già in servizio come sostituti procuratori (cioè pubblici ministeri) nella Capitale : Erminio Amelio, Maurizio Arcuri, Ilaria Calò, Giancarlo Cirielli,  Antonio Clemente,  Sergio Colaiocco, Gianfederica Dito, Nicola Maiorano, Antonella Nespola, Luca Palamara, Stefano Pesci, Vittorio Pilla, Alberto Pioletti, Pietro Pollidori.