Governo e ArcelorMittal: parte la trattativa sui 5mila esuberi

ROMA – Il Governo con il ministro dell’ economia Roberto Gualtieri (Pd) delegato a gestire la trattativa in accordo con il Mise, pur avendo l’ultima parola, sta formando il proprio team di negoziatori, mentre ArcelorMittal, invece, ha già predisposto la sua “squadra”, si incontreranno, presumibilmente, all’inizio della prossima settimana anche se ad oggi non c’è ancora un calendario degli incontri.

La tentazione-rischio di allungare i tempi di risoluzione della vicenda  rinviando di giorno in giorno se non di settimana in settimana, la risoluzione delle questioni in ballo è di fatto scomparsa. Ogni ipotesi e strategia di attendismo non è più funzionale. Il tatticismo è stato sinora attuato sia dal Governo che dalla famiglia Mittal che ha ridotto il raggio d’azione dell’ Ad di Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli. Sulla questione industriale dell’ex-Ilva di Taranto non c’è più tempo da perdere e gli equilibri nono sempre più “ballerini” .

Dall’incontro di una settimana fa a Palazzo Chigi le due controparti  non hanno fatto nulla. Adesso è arrivato il tempo di mettersi al lavoro per trovare una soluzione o per congedarsi definitivamente lasciando il posto ai rispettivi avvocati ed alle decisioni dei giudici, alle più che possibili e rischiose cause milionarie e ai probabili avvisi di garanzia della magistratura. Il Tribunale di Milano mercoledì scorso ha rinviato al 20 dicembre l’udienza per il ricorso formale depositato dai commissari dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria contro la decisione di spegnimento degli altoforni assunta con arroganza e senza alcun titolo da Arcelor Mittal Italia.

Il primo vero problema più difficile per gli incaricati di seguire la trattativa sarà rappresentato dal numero degli occupati. Si parte dall’accordo firmato da azienda e sindacati lo scorso 6 settembre 2018.  I 1.912 addetti attualmente alle dipendenze dell’ ILVA in in amministrazione straordinaria andranno aggiunti, nell’agosto del 2023 ai 10.777 addetti oggi occupati a busta paga la AM Investco Italy  (ciè Arcelor Mittal Italia)  per un totale di 12.689 persone. Un numero che per l’azienda è insostenibile, ed infatti ne vuole tagliare 5mila.

Una prima distanza questa, che appare molto difficile da risolvere, che vede i sindacati, che sono i co-autori e co-firmatari dell’accordo, non molto allineati con il Governo che invece ha assunto una posizione differente da due angolature: 5mila persone in meno sono politicamente insostenibili, come è insostenibile politicamente la richiesta di esubero secco, cioè li licenziamento. Quindi bisognerà verificare le eventuali soluzioni tecnico-politiche, magari partendo  dalla cancellazione dell’obbligo di riassunzione dei 1.912 addetti ora stipendiati dall’ amministrazione straordinaria. Qualcuno ha persino ipotizzato la costituzione di una “bad company“, all’interno della quale trasferire gli esuberi che finirebbero in cassa integrazione e cioè a carico dell’incolpevole contribuente italiano. Incredibilmente al momento nessuno ha coinvolto i sindacati, che rischiano di trovarsi di fronte nuovamente ad un dilemma ancora più duro estremo da risolvere: accettare o non accettare una soluzione trattata e definita da altri.

In questa situazione a dir poco “ingarbugliata” fra Governo ed Arcelor Mittal  è più che evidente che in caso di un retrofront alla decisione iniziale di uscita dall’Italia , il gruppo franco-indiano non può che ipotizzare agli stabilimenti ex Ilva di  Taranto, Cornigliano e Novi Ligure come ad una “Ilva small“: secondo Arcelor Mittal per produrre un massimo di 8 milioni di tonnellate basterebbero dal punto di vista del lavoro, 8.500 addetti; per produrne 6 milioni, sempre secondo Arcelor Mittal,  scenderebbero a 7.500 addetti. Per arrivare ad “Ilva small“, sono due le opzioni disponibili: uno stabilimento siderurgico formato da tre altiforni più piccoli , con AFO 1, AFO2 ed AFO4 che sono a fine ciclo, anche se hanno ancora fra i 5 e gli 8 anni di funzionamento produttivo,  oppure uno stabilimento siderurgico funzionante con un solo altoforno grande e cioè AFO5 (il più grande d’ Europa) attualmente spento ed improduttivo, per il quale ci vorranno ancora due anni per sistemarlo.

Il Governo vorrebbe aggiungere un forno elettrico, che si potrebbe alimentare con il rottame oppure con il preridotto , di fatto “riciclando” il vecchio progetto dell’ex commissario unico Enrico Bondi (nominato dal Governo Letta). Tre ipotesi di trattativa difficili per una e l’altra parte,  infatti nella cultura industriale di ArcelorMittal, un altoforno elettrico non appartiene per nulla almeno negli impianti in Europa. Un altoforno elettrico si progetta, realizza ed installa in due anni e può costare fra i 200 e i 300 milioni di euro. Ipotesi per la quale non c’è denaro da investire ed in cui la maggioranza  in particolare quella del PD che discende da Gentiloni  a Gualtieri ,  prova a lavorare per mantenere in piedi il contratto con ArcelorMittal ed ipotizza di coinvolgere nell’azionariato AM Investco Italy società pubbliche come Invitalia o società partecipate dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Come dicevamo all’inizio ad oggi non c’è ancora un calendario delle trattive. Ma tutti gli interessati non potranno non mettersi al lavoro per trovare un accordo  fin dalla prossima settimana. I Mittal in realtà hanno capito venerdì scorso, che conveniva loro sedere nuovamente al tavolo con il Governo, dopo che il capo della Procura di Milano, Francesco Greco, si è dedicato alla questione Ilva. Il procuratore milanese è noto per avere “convinto” le grazi aziende del web ed il lusso “esterovestito” a pagare le imposte sui redditi prodotti in Italia.

La decisione arrogante adottata tre giorni fa da ArcelorMittal di rimuovere  Sergio Palmisano, dopo che il dirigente che era stato sentito come persona informata dei fatti dalla Procura di Milano non è piaciuta ai magistrati.

L’intera questione giudiziaria è adesso in itinere sia nella procura di Taranto che in quella di  Milano. Alla prossima udienza del 20 dicembre, soltanto tutte e due le parti potranno chiedere insieme un nuovo rinvio. Inizialmente il Governo ed i Mittal erano convinti di poter avere fino a gennaio 2020 inoltrato campo libero sul quale sviluppare tatticismi e strategie. Ma in realtà non è possibile in quanto adesso le vicende del piano industriale si intrecciano con le vicende giudiziarie.




Ex-Ilva, magistratura in campo. Arcelor Mittal Italia inizia a preoccuparsi

ROMA –  Le aziende dell’indotto-appalto siderurgico di ArcelorMittal Italia (ex Ilva), sono attualmente in presidio davanti alla portineria C dello stabilimento di Taranto con i propri mezzi e dipendenti e mezzi. Confindustria Taranto precisa che “non si tratta un blocco, ma di un presidio per protestare per i mancati pagamenti di ArcelorMittal Italia alle stesse imprese ed a rivendicare la continuità produttiva e occupazionale della fabbrica“.

 

Non vogliamo accelerare lo spegnimento della fabbrica – aggiunge Antonio Marinaro presidente di Confindustria Tarantonon vogliamo assestare l’ultimo colpo ad una fabbrica già in declino. Confindustria Taranto ritiene che, pur dando un segnale di protesta, pur dichiarando tutta la sua insofferenza per il mancato pagamento, non debba tuttavia venire meno, anche in una situazione estrema, la responsabilità”. Secondo le imprese, Arcelor Mittal Italia deve saldare 50 milioni di fatture ai propri fornitori, dei quali circa 10-12 sono relativi a fatture già scadute per prestazioni effettuate mentre il resto è in scadenza.

Il presidente di Confindustria Taranto aggiunge: “I cantieri edili delle imprese nell’ex Ilva saranno fermi da oggi 18 novembre. Poiché questi operano sugli investimenti, se il committente non paga e il cantiere, il progetto, si fermano, non succede nulla di grave. Non si pregiudica nulla. Assicureremo invece le manutenzioni e tutti i lavori correnti quelle attività che servono a tenere in marcia gli impianti perché noi, come imprenditori, non possiamo contribuire allo spegnimento” dice Marinaro.

Lucia Morselli, Ad di Arcelor Mittal Italia

La protesta delle imprese tarantine vuole mettere in evidenza che, nonostante per tre volte, negli ultimi giorni , Lucia Morselli l’ amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia,  avesse garantito che le imprese sarebbero state pagate pagate, nulla in realtà è stato fatto, e le linee telefoniche riservate alle informazioni per i fornitori risultano mute squillando a vuoto senza che nessuno risponda. Secondo fonti confidenziali di Arcelor Mittal non si tratterebbe di un blocco dei pagamenti ma solo di ritardi conseguenti alla sostituzione del personale preposto alla parte amministrativa e contabile. resta da capire per quale motivo si sostituisca il personale, allorquando si dichiara  di voler lasciare lo stabilimento.

Le reazioni dello Stato

Questa mattina nello stabilimento di Taranto hanno avuto accesso un nucleo di ispettori dell’Ispettorato nazionale del lavoro, dell’Inail e dell’Inps. La Procura di Taranto dopo aver avviato l’inchiesta contro ignoti, prefigurando l’ipotesi di reato di distruzione di materie prime e prodotti industriali, nonché di mezzi di produzione con danni all’economia nazionale (articolo 499 del Codice penale), ha già disposto le prime ispezioni all’interno del siderurgico.

“È una cosa seria, ci stiamo già attivando” è il commento il procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, poco dopo aver ricevuto, insieme al procuratore aggiunto, Maurizio Carbone, i commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, che gli hanno presentato e depositato  un esposto-denuncia che indicano comportamenti lesivi dell’economia nazionale da parte di ArcelorMittal,

Nell’esposto si sostiene infatti che il gruppo dell’acciaio con quartier generale in Lussemburgo abbia già messo in atto un processo di abbassamento della produzione degli impianti e di riduzione del loro calore. Un processo industriale che comporterebbe un grave danno agli altiforni, rendendo difficile da utilizzare la fabbrica in futuro, in quanto le eventuali conseguenti procedure di adeguamento sarebbero lunghe e, soprattutto, molto costose. Un danno che si rifletterebbe anche sull’economia italiana, visto che lo stabilimento di Taranto è strategico dal punto di vista industriale.

I riflettori investigativi che la Procura di Taranto ha acceso riguarda infatti il magazzino dell’ex Ilva, ipotizzando anche il reato di “appropriazione indebita“. Probabilmente, i primi ad essere convocati saranno i dirigenti del gruppo franco-indiano, a partire dall’ amministratore delegato  Lucia Morselli, convocazione che potrebbe arrivare dopo la disposta acquisizione della documentazione in azienda. Successivamente i magistrati e gli investigatori passeranno a sentire i dirigenti ed i dipendenti del polo siderurgico.

Ilva in amministrazione straordinaria infatti ha ceduto un anno fa, esattamente il 30 ottobre 2018,  ad ArcelorMittal Italia un magazzino di materie prime del valore di 500 milioni di euro ed il magazino di pezzi di ricambio per un valore di  circa 100 milioni. Dopo gli ultimi comportamenti di Arcelor Mittal, si  vuole accertare se non vi sia stato un impoverimento preordinato da parte dell’affittuario, con il chiaro obiettivo di indebolire l’azienda e quindi abbandonarla.

Sempre sulla decisione di ArcelorMittal di restituire allo Stato lo stabilimento di Taranto e lasciare l’ Italia, la Procura di Milano indaga nel fascicolo esplorativo aperto alcuni giorni fa, ancora formalmente a carico di ignoti e senza ipotesi di reato, anche su eventuali illeciti tributari e su presunti reati pre-fallimentari, con un focus sul mancato pagamento dei creditori dell’indotto. Filoni questi che si aggiungono a verifiche su presunte appropriazioni indebite di materiale relativo al magazzino di materie prime, su false comunicazioni societarie e al mercato. Il procuratore capo della procura milanese Francesco Greco , a lungo in passato a capo del pool che si occupa dei reati finanziari e societari della Procura di Milano, ha incontrato anche i commissari dell’Ilva e dopodichè vi sono state negli uffici della Procura delle riunioni tra i magistrati e gli investigatori della Guardia di Finanza.

Questa mattina, a Milano, l’aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici si sono incontrati per mettere a punto l’atto della loro costituzione nella causa civile con cui Arcelor Mittal chiede di rescindere il contratto di affitto dell’ex stabilimento, mentre i commissari, con il loro ricorso cautelare, cercano di fermarli per preservare l’azienda.

Il giudice Claudio Marangoni, presidente della sezione specializzata in materia d’impresa del Tribunale di Milano che ha fissato per il prossimo 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari ex Ilva, ha diffidato ArcelorMittal Italia a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti» dello stabilimento siderurgico”. Lo si legge in una nota firmata e diffusa dal presidente del Tribunale di Milanotenuto conto – continua il comunicato – della non adozione di provvedimenti ‘inaudita altera parte”, cioè  del fatto che le decisioni arriveranno solo dopo la discussione in udienza e non ‘de planò, si invitalo “le parti resistenti”, cioè  ArcelorMittal, “in un quadro di leale collaborazione con l’Autorità Giudiziaria e per il tempo ritenuto necessario allo sviluppo del contraddittorio tra le parti, a non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti, eventualmente differendo lo sviluppo delle operazioni già autonomamente prefigurate per il limitato tempo necessario allo sviluppo del presente procedimento”.

IL RICORSO D’URGENZA DEI COMMISSARI ILVA IN A.S. AL TRIBUNALE DI MILANO

ricorso Commissari_ILVA

I sopralluoghi negli stabilimenti ex-Ilva. Ai sopralluoghi con i commissari parteciperanno anche i Carabinieri del Noe, i quali dovranno verificare l’eventuale presenza di pericolo di danni all’ambiente, legati principalmente alla decisione di Arcelor Mittal di spegnare gradualmente gli altiforni, iniziativa questa che, oltre a deteriorare gli impianti, potrebbe provocare anche nuove emissioni inquinanti. Per quantificare un possibile impatto ambientale non è escluso che nei prossimi giorni le procure possano nominare un consulente tecnico per effettuare ulteriori accertamenti. Mentre i Carabinieri del Nil, la sezione dell’ Arma che si occupa di illegalità in ambito occupazionale-lavorativo, i quali dovranno acquisire e controllare i contratti con i dipendenti: infatti vi è sospetto è che, anche in questo caso, vi potrebbero essere delle irregolarità poste in essere dal gruppo franco-indiano..

Il governo nel frattempo comincia comunque ad attrezzarsi in caso si confermasse il disimpegno di ArcelorMittal Italia “Dovesse accadere, ha chiarito il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a “Circo Massimo”, su Radio Capitalscatterà “l’amministrazione straordinaria, con un prestito ponte” (cioè come fece quattro anni fa il Governo Renzi) da parte dello Stato, e quindi con l’incarico a dei commissari, in modo da riportare l’azienda sul mercato entro un paio d’anni.

Il ministro Boccia ha aggiunto cheMittal ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto. E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana. Alternativa non c’è. Solo una volta stabilita l’amministrazione straordinaria si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io – ha concluso Bocciapenso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari”.

Questa mattina  si è riunito il consiglio di fabbrica di Fim, Fiom e Uilm per affrontare la difficile fase che attraversa il sito produttivo di Taranto con il conseguente rischio di disastro occupazionale e ambientale. Una situazione che rischia di implodere soprattutto in assenza di risposte chiare da parte di due attori principali quali ArcelorMittal e il Governo. Secondo i sindacati “Bisogna, pertanto, dare risposte certe e immediate a lavoratori e cittadini, ognuno in base alle proprie responsabilità, per garantire il futuro ambientale, occupazionale e produttivo di Taranto”.

Il Consiglio di Fabbrica, a seguito di una ampia discussione, ha deciso quanto segue: – Rispetto dell’accordo ministeriale del 6 settembre 2018; – Sospensione immediata delle procedura ex. art.47 da parte della multinazionale per porre definitivamente fine al caos generato che rischia di far implodere lavoratori e cittadinanza; – Garanzie della continuità produttiva con sospensione immediata della procedura del piano di fermata; – Appalto: in attesa dell’incontro con Confindustria si richiede l’immediata sospensione delle procedure di cassa integrazione e di provvedere a regolare pagamento delle retribuzioni dei lavoratori; – Programma di assemblee con i lavoratori Arcelor Mittal  e appalto. In caso di mancate risposte da parte di Arcelor Mittal e Governo, così come nei gironi scorsi, si programmerà una mobilitazione di gruppo a Roma per impedire il disastro sociale e ambientale irreversibile di un territorio già fortemente provato.

Questa sera i sindacati saranno ricevuti al Quirinale. I tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil  stasera alle 19.30 saliranno al Quirinale dove saranno ricevuti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per affrontare la questione dell’ex Ilvae in generale delle crisi industriali. 

 




E’ ancora “Stato contro lo Stato”: la Procura della Repubblica di Milano apre un fascicolo sulla vicenda Arcelor Mittal-ex Ilva. Le ombre sui rapporti Morselli-Di Maio

il procuratore capo di Milano Francesco Greco

di Antonello de Gennaro

Con un comunicato stampa  il procuratore capo della Repubblica Francesco Greco ha reso noto questa mattina che la Procura della Repubblica di Milano ravvisando un preminente interesse pubblico relativo alla difesa dei livelli occupazionali, alle necessità economico-produttive del Paese, agli obblighi del processo di risanamento ambientale” ha aperto un fascicolo esplorativo (modello 45) per verificare “l’eventuale sussistenza di ipotesi di reato” sul caso Arcelor Mittal-ex Ilva.

La Procura di Milano, ha deciso di esercitare il “diritto-dovere di intervento” previsto dal codice di procedura civilenella causa di rescissione del contratto di affitto d’azienda promosso dalla società Arcelor Mittal Italia contro l’ Amministrazione Straordinaria dell’Ilva.

Incredibilmente a Taranto i magistrati di Taranto sono il convitato obbligatorio ad ogni tavolo tecnico e politico sull’ ex Ilva. Non è un caso che buona parte della lettera con la quale ArcelorMittal ha annunciato il proprio abbandono dello stabilimento di Taranto, riguarda proprio aspetti giudiziari. A partire dallo “scudo penale” istituito dal Governo Renzi (è bene ricordarlo) per tutelare i commissari Carruba, Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, garanzia che durante la gara pubblica internazionale era stato estesa dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Carlo Calenda (Governo Gentiloni) all’aggiudicatario, quindi Arcelor Mittal, salvo poi venire revocato dal ministro Di Maio, per arrivare poi all’ ordine di spegnimento dell’ altoforno AFO2  disposto da parte del Tribunale se i lavori di adeguamento non saranno terminati entro il 13 dicembre (e già si sa che è impossibile) e tutto ciò a causa delle mancante ottemperanze alle prescrizioni da parte dei commissari Carruba-Gnudi e Laghi dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria (cioè lo Stato) che disponeva dei 1.083 milioni di euro, per la precisione, sequestrati dalla Fiamme Gialle in Svizzera. Il “tesoretto” della famiglia Riva, era stato scovato nel 2013 dai magistrati milanesi in Svizzera e disponibili da giugno 2017, è stato vincolato dal Tribunale di Milano al risanamento ambientale (decontaminazione e bonifica) dell’area Ilva di Taranto.

Abbiamo provato a contattare telefonicamente uno dei tre commissari dell’ ILVA in A.S. nominato dal Governo Renzi, e cioè l’ avvocato romano Claudio Carruba il quale si è dichiarato indisponibile a rispondere alle nostre domande giornalistiche per meglio chiarire ai lettori, ai contribuenti ed ai cittadini (sopratutto quelli di Taranto) come mai insieme ai colleghi Gnudi e Laghi non abbiano rispettato le prescrizioni giudiziarie sul risanamento di AFO2. Vedere qualcuno pagato profumatamente dai soldi pubblici che si rifiuta di rispondere a delle legittime domande, prefigura più di qualche legittimo dubbio…

Dal 1° giugno scorso Carruba, Gnudi e Laghi hanno lasciato il posto ai loro successori nominati dal ministro Di Maio: i pugliesi Francesco Ardito (commercialista e dirigente di Acquedotto Pugliese) e Antonio Lupo (avvocato amministrativista di Grottaglie ed attivista del M5S) ed il lombardo Antonio Cattaneo (partner di Deloitte). ma proprio quest’ultimo, prima ancora di insediarsi con grande etica professionale e correttezza legale ha deciso di rinunciare all’incarico per evitare un conflitto d’interesse, infatti  tra gli “audit client” di Deloitte vi è una società che controlla una controparte di ArcelorMittal, diventata locataria-proprietaria di ILVA. I tre commissari uscenti “ufficialmente”si sono dimessi dopo aver portato a termine il passaggio ad ArcelorMittal, conclusosi il 1° novembre 2018. Ma in realtà il cambio della guardia è stato deciso dal ministro Luigi Di Maio e del suo staff di gabinetto al MISE, che ha voluto iniziare quella che lo stesso vicepremier chiamava la “Fase 2 di Taranto” e dell’acciaieria. Che è inizia già zoppa: con un commissario in meno, e sopratutto a causa del 20% dei consensi del M5S persi in un anno a Taranto (dalle Politiche 2018 alle Europee 2019).

Tornando ai numeri: in cassa dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria , del “tesoretto” sequestrato e successivamente confiscato ai Riva sarebbero rimasti circa 450 milioni di euro , che non stati nè assegnati nè tantomeno né spesi. Soldi questi avrebbero dovuti essere destinati ad altri interventi di bonifica dell’area Ilva, che sono attualmente sotto sequestro, come quelle delle discariche adiacenti alla gravina Leucaspide, alla Cava Mater Gratiae e quella delle collinette che separano l’acciaieria dal quartiere Tamburi.

Collinette ecologiche che avrebbero dovuto tutelare il quartiere di Taranto adiacente allo stabilimento siderurgico dell’ ex-Ilva dall’inquinamento dell’acciaieria ed invece si erano trasformate in altre discariche, inquinate a tal punto che i ragazzi che frequentavano le adiacenti scuole “De Carolis” e “Deledda” nell’ultimo anno scolastico sono stati costretti a dover frequentare le lezioni nelle aule di altri istituti scolastici di Taranto. Per fortuna sulle collinette c’è stato l’intervento del procuratore capo di Taranto Capristo ed i lavori sono stati effettuati e portati a termine

Un vero e proprio paradosso  considerato che si trattava di due scuole (sulle 5 totali) che erano state rimesse a norma nel 2016, con un’altra bonifica costata 9 milioni di euro,  dell’area Sin (Sito di interesse nazionale) di cui è commissario dal 2014 Vera Corbelli. Partendo dal presupposto che per le aree sequestrate ogni intervento di fatto andrò valutato e deciso di concerto con l’Autorità Giudiziaria di Taranto (che non ha molte competenze in materia industriale) con i 450 milioni restanti, con i quali al momento i nuovi commissari nominati da Di Maio, di fatto, potranno fare ben poco. E’ forte il dubbio ed il timore a questo punto che adesso questi fondi stano stati impiegati o addirittura dirottati altrove, nonostante una norma legale li vincoli al risanamento ambientale di Taranto. Va ricordato che per superare la  legge 123 dell’agosto 2017,  bisognerebbe farne un’altra, operazione fattibile dal Governo con un decreto.

Lo spegnimento  conseguente spegnimento di AFO2 comporta conseguentemente anche quello degli altiforni AFO1 e AFO4 in quanto “ragionevolmente andrebbero estese le stesse prescrizioni», fino al parziale sequestro del molo 4 per lo scarico di materiali grezzi disposto dalla Procura di Taranto a seguito di un incidente causato da avverse condizioni meteo, per il quale non sono state ancora accertate responsabilità penali. È facile capire, quindi, le ragioni per cui il premier Giuseppe Conte nella sua “missione” personale a Taranto abbia voluto parlare direttamente e riservatamente con il Procuratore Capo di Taranto Carlo Maria Capristo.

A questo punto solo un incontro tra il premier Conte e la proprietà Mittal potrebbe dirimere il duro braccio di ferro, che al momento sembra aver preso la vita esclusiva della strada giudiziaria. Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a margine dell’inaugurazione dell’elettrodotto Terna tra Italia e Montenegro ha reso noto che “l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, credo sia un fatto gravissimo che dovrà avere una adeguata risposta”.

Sono ore decisive per l’ex Ilva di Taranto. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per il pomeriggio di oggi alle 15:30  l’ azienda ed i sindacati nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda. Ci saranno l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, e i leader sindacali di Fim, Fiom e Uilm. Ma con la posizione “grillina” di opposizione ad oltranza per chiari ed evidenti motivi politici-elettorali è pressochè inutile sperare in una mediazione “politica” in sede ministeriale. Oggetto ufficiale dell’incontro in realtà è la procedura ex articolo 47 di retrocessione dei rami d’azienda ai commissari.

 

In questo periodo di grande confusione politica, occupazionale ed industriale,  sono emerse dietro le quinte nelle scorse settimane  non poche variabili sospette. Dopo la firma del contratto, che prevedeva delle prescrizioni ambientali ed un crono-progamma ben preciso,  il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa (M5S) un “fedelissimo” di Di Maio, ancor prima dell’ Arma (Costa è un generale dei carabinieri Forestali) ha infatti deciso recentemente di modificare le prescrizioni anti-inquinamento per l’acciaieria ArcelorMittal Italia, firmando un nuovo decreto per riesaminare l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il ministro Costa  si è limitato a rendere noto la scorsa estate che “si procederà eventualmente fissando più adeguate condizioni di esercizio“.

Un comportamento fuori dalle norme contrattuali che non è piaciuto molto ad ArcelorMittal. “Abbiamo preso un impegno — aveva dichiarato l’ Ad Matthieu Jehl  prima di essere sostituito dalla Morsellie fatto un contratto con Ilva con un certo quadro di leggi. Dobbiamo andare avanti con la certezza che questo quadro c’è“. Un quadro, però, modificato anche ArcelorMittal, il gruppo guidato dalla famiglia indiana Mittal, che, dopo poco meno di dieci mesi dall’accordo ha deciso per lo stabilimento di Taranto di dar via alla cassa integrazione. A causa della crisi di mercato.

Ed adesso la famiglia Mittal aveva chiesto al Governo nell’incontro avuto dalla a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte di tagliare addirittura un totale di 5.000 dipendenti attualmente a libro paga (invece dei 1.400 inizialmente previsti ed autorizzati)  il personale alle proprie dipendenze, dimezzando quello previsto in sede di gara e di stipula contrattuale. Una vicenda che soltanto una seria auspicata inchiesta della magistratura milanese e tarantina potrà chiarire fino in fondo. E non un caso che proprio la Procura Milano sia immediatamente partita

Il ruolo imbarazzante di Lucia Morselli ed il M5S

Ma abbiamo scoperto qualcosa di molto imbarazzante sul ruolo di Lucia Morselli, da qualche settimana diventata presidente-amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia, con il chiaro intento di abbandonare l’investimento della multinazionale franco-indiana in Italia ed in particolare a Taranto. Era il 24 agosto 2018, come scriveva il collega Francesco Pacifico sul quotidiano online Lettera 43 che raccontava che Lucia Morselli  “con chiunque parlasse – e sono pochi, selezionati e potenti amici – ripete da giorni: «Ci riprendiamo l’Ilva“.

L’anno scorso la cordata AcciaItalia guidata dagli indiani di Jindal, con la presenza e partecipazione italiana della Cassa depositi e prestiti, del Gruppo Arvedi di Cremona e la Delphin Holding S.à.r.l., società finanziaria con sede a Lussemburgo, amministrata da Romolo Bardin, della quale Leonardo Del Vecchio possiede a suo nome il 25% , ed alla sua morte passerà alla moglie Nicoletta Zampillo; mentre il restante 75% è diviso equamente tra i suoi sei figli (12,5% a testa),  “cordata” della della quale la Morselli era la “pivot” e perse contro Arcerlor Mittal nell’asta per conquistare il gruppo italiano.

 

“La manager sessantaduenne è convinta scriveva Lettera 43 sia che la partita si possa ribaltare, sia che la vecchia cordata possa riscendere in campo (almeno in parte: al momento ci sarebbe il sì soltanto di Jvc e Cdp). E questa assicurazione l’avrebbe data anche al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, del quale la Morselli sarebbe un’importante “consigliere” sul dossier Ilva. Pare che il Movimento Cinque Stelle si sia informato anche con lei se era il caso di chiedere l’intervento prima dell’Anac e poi dell’Avvocatura dello Stato”. Il quotidiano milanese solitamente bene informato aggiungeva che ” Dopo aver deciso di non rendere noto il parere dell’Avvocatura, Di Maio ha fatto sapere nelle ultime ore davanti alle telecamere di Agorà (RAI ) che «la questione dell’annullamento della gara non è finita. Per annullarla non basta che ci sia l’illegittimità, ci vuole anche un altro semaforo che si deve accendere, quello dell’interesse pubblico, e lo stiamo ancora verificando». Soprattutto non ha escluso che possa esserci un altro compratore. E qui entra in scena Lucia Morselli

La manager che Letizia Moratti volle alla guida di Stream in questi giorni starebbe tirando le fila per rimettere in piedi AcciaItalia. – concludeva Lettera43 Gli analisti del settore sono molto scettici su questa ipotesi, ma gli indiani di Jindal – conclusa l’acquisizione dell’ex Lucchini a Piombino – potrebbero tornare nella partita anche soltanto per dare un colpo allo storico concorrente Mittal. Inutile dire che la nuova Cdp dell’era sovranista non si farebbe grandi scrupoli a prendere una quota dell’acciaieria. Non ha velleità di tornare in partita, invece, Giovanni Arvedi, anche Leonardo Del Vecchio – che in passato ha polemizzato non poco con l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda – non sarebbe interessato”. Francesco Pacifico, su Lettera 43, infatti, accreditava l’ipotesi, sia pure usando il condizionale, che la Morselli sia un consigliere del ministro Di Maio nel dossier ILVA.

 

“Il ministro Luigi Di Maio smentisca, nella vicenda ILVA di Taranto, qualsiasi coinvolgimento di cordate fantasma.”

Tutto ciò era ben noto anche ai sindacati, infatti a seguito di quell’articolo arrivò la richiesta di chiarimenti dal segretario nazionale della FIM-CISL Marco Bentivogli attraverso una nota in cui qualche giorno spiega:”apprendiamo da LETTERA 43 dell’attivismo dell’ex amministratore delegato di Acciai Speciali Terni, Lucia Morselli, un anno fa nominata in quota Cassa Depositi e Prestiti amministratore delegato di Acciai Italia.La cordata con Jindal, Arvedi e Delphin che ha perso, nel giugno 2017, la gara di acquisizione dell’Ilva di Taranto. Non sappiamo quale sia la casacca di queste ultime ore della Morselli, CDP? Fondo Elliott? Consulente del governo? Ci auguriamo che il ministro Di Maio smentisca questa collaborazione.

Marco Bentivogli FIM Cisl

“Ricordiamo  che di Jindal allora in una offerta di 1,2 miliardi metteva solo 3/400 milioni a differenza di 1,8 miliardi di Arcelor-Mittal” sottolineava Bentivogli . “Il resto era a carico di Arvedi, Delphin e Cassa Depositi e Prestiti. Non sappiamo che intenzioni abbia Jindal – aggiunge il segretario della FIM-CISL – ma, gareggiare perché un Fondo finanziario come Elliott prenda gli asset siderurgici italiani è inaccettabile. Trapela in queste ore, infatti, l’interesse del Fondo finanziario per il sito di Terni di Thyssenkrupp. E la Cassa Depositi e Prestitisi domandava  Bentivogli – dovrebbe favorire l’ingresso di un Fondo finanziario americano in una cordata dalla quale si sono defilati gli unici italiani, Luxottica e Arvedi?

Allora concludeva Bentivogli,ricordiamo i 36 giorni di sciopero che furono necessari per riportare l’amministratore delegato di Acciai Speciali Terni alla ragione e soprattutto chiediamo a Di Maio di smentire immediatamente un conflitto di interessi che sarebbe senza precedenti.”

La strizzata d’occhio della Morselli al programma del M5S sull’ ambiente

Detto questo, la Morselli  considerato il suo curriculum e le poltrone sulle quali siede ha notoriamente grandi collegamenti nel mondo finanziario. Ma non è soltanto questo il suo ruolo in questa vicenda. Ha ottimi rapporti nel mondo bancario e fino all’anno scorso era guardata con simpatia anche dai sindacati. Inoltre è pronta a venire incontro a quella che è la principale richiesta di Di Maio sul fronte ambientale. Come ha ricordato in una recente intervista a Repubblica, “relativamente all’inquinamento, le tecnologie per non inquinare ci sono. Non a caso la cordata di Acciaitalia aveva stanziato un miliardo di investimenti in due nuovi forni elettrici a preridotto, introducendo un serio processo di decarbonizzazione”. Come sta scritto guarda caso…nel contratto di governo.

Abbiamo quindi contattato e raggiunto telefonicamente il collega Paolo Madron, direttore responsabile del quotidiano Lettera43.it , il qual ci ha confermato di “non aver mai ricevuto alcuna richiesta di rettifica, lettera di replica, querela nè da Lucia Morselli che da Luigi Di Maio e dal Movimento Cinque Stelle. Sarà stata una dimenticanza.. un disinteresse… o forse l’applicazione di un vecchio teorema del “chi tace acconsente…“?

A questo punto riteniamo che la Procura di Milano e quella di Taranto certamente avranno molto lavoro per verificare ed indagare facendo luce su questa torbida vicenda, diventata ormai un intrigo politico-industriale-occupazione che rischia di far diventare la città di Taranto e la sua provincia una vera e propria “polveriera” sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro.




Guardia di Finanza. Addio al sottotenente della riserva Silvio Novembre

ROMA – Si sono svolti questa mattina, presso la Chiesa del Preziosissimo Sangue in Milano, alla presenza del Comandante Generale della Guardia di Finanza, il Gen. C.A. Giuseppe Zafarana, i funerali del Sottotenente in congedo, Silvio Novembre nato ad Alseno (PC) il 12 luglio del 1934 che è venuto a mancare la notte tra il 27 ed il 28 settembre scorsi a Milano, sua città di adozione.

Immagine tratta da un’intervista andata in onda su Rai 3

Il Maresciallo Novembre aveva 85 anni e nella sua lunga carriera da Sottufficiale del Corpo, fu il più stretto collaboratore dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario incaricato della liquidazione della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

Silvio Novembre è ricordato sia dalla Guardia di Finanza che da tutta la comunità nazionale come un uomo dalla grande statura morale ed istituzionale. Nasce proprio a Milano la sua collaborazione con l’Avvocato Ambrosoli nella vicenda giudiziaria legata alla Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

 

Alla cerimonia, hanno partecipato oggi  in tanti: c’era il comandante generale del Corpo, il generale Giuseppe Zafarana, la vedova e i figli di Ambrosoli, Anna Lori, Francesca e Umberto, gli ex magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone (che hanno svolto le indagini sulla morte di Ambrosoli) ed Armando Spataro, il procuratore capo di Milano Francesco Greco, il magistrato Carmen Manfredda  a capo del comitato antimafia del Comune di Milano, l’ex direttore del quotidiano La Repubblica Mario Calabresi, Nando Dalla Chiesa, l’assessora Roberta Guaineri in rappresentanza del sindaco di Milano.

Il Comandante Generale, Gen. C.A. Giuseppe Zafarana, prendendo la parola al termine delle esequie, ha voluto manifestare il sentito cordoglio e la profonda commozione personale e di tutta la famiglia delle Fiamme Gialle, sottolineando come la figura di Silvio Novembre abbia “incarnato gli ideali ed i valori etici che sono le fondamenta del giuramento di fedeltà che ogni finanziere presta alla Repubblica italiana, ponendo al centro l’essere anziché l’avere per il perseguimento di una missione nobile, umile e silenziosa, ben lontana dalla ricerca del successo personale”.

“Silvio era una persona speciale. Umile, puro di cuore, operatore di pace, assetato di quella giustizia che in vita ha servito ma che lo ha anche perseguitato” ha ricordato il parroco nell’omelia.

Anche Umberto Ambrosoli ha preso la parola: “Silvio Novembre ha dimostrato di essere un uomo determinato e giusto. E’ vero, è stato un servitore dello Stato, ma con le sue azioni è andato ben oltre il giuramento. Novembre e mio padre si sono rafforzati vicendevolmente nel lavoro, moltiplicando gli effetti dei loro sforzi. Suo era l’orgoglio di rappresentare lo Stato, da qui la sua scelta di lasciare la Guardia di Finanza dopo la morte di Ambrosoli: lui sapeva che le istituzioni che amava erano fatte di persone e che le persone possono sbagliare”

“Questo non gli impedì di mettere a disposizione le sue competenze nel lavoro di liquidazione del Banco Ambrosianoha continuato Umberto Ambrosoli . Negli anni ho incontrato professionisti che lavorarono con lui e che di questo gli sono grati perchè era un maestro illuminante. Aveva una intelligenza raffinata. Infine – ha concluso Ambrosoli – dobbiamo ricordare la sua passione civile: ha fondato associazioni e portato la sua testimonianza in moltissime scuole, così come all’Accademia della Finanza. E’ stato un esempio per le nuove generazioni. Fino alla fine ha voluto tramandare le sue conoscenze perchè si sentiva uomo dello Stato e amava questo paese“.

Nel necrologio apparso sul Corriere della Sera, l’economista d’impresa Marco Vitale, che lo aveva conosciuto bene, ha scritto: “Piango la morte di un giusto”. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, lo ha definito “cittadino benemerito, esempio di servizio alle istituzioni, generoso ed instancabile, impegnato nella diffusione in città e nelle scuole del culto della legalità e della lotta alla corruzione”.

La collaborazione di Silvio Novembre con l’avvocato Giorgio Ambrosoli

Era il 1974 e il Maresciallo Novembre prestava servizio alla prima Sezione Speciale del Nucleo Regionale Polizia Tributaria di Milano. Il Pubblico Ministero, dott. Guido Viola, chiese al Comandante del Nucleo Regionale di formare una squadra di Finanzieri da affiancare al Commissario liquidatore, Avvocato Giorgio Ambrosoli, per condurre insieme a lui le indagini sul fallimento della BPI, la Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

La squadra era composta da sette Finanzieri, ma già dai primi giorni di collaborazione divenne proprio Silvio Novembre il referente diretto dell’Avvocato Ambrosoli. La stretta collaborazione tra il Maresciallo Novembre e l’Avvocato Ambrosoli, tramutata poi in profonda stima ed amicizia, durò fino al tragico 11 luglio 1979, quando l’Avvocato milanese fu barbaramente assassinato.

Nonostante la prematura morte dell’Avvocato Ambrosoli, il Maresciallo Novembre e la squadra di Finanzieri portarono a termine il loro lavoro e le indagini consentirono di porre fine ad una delle vicende giudiziarie più complesse della storia italiana. Negli anni successivi non si arrestò la volontà da parte di Silvio Novembre di continuare a lottare per l’affermazione dei valori in cui credeva: la fedeltà verso le Istituzioni e l’osservanza diuturna del giuramento prestato alla Repubblica italiana.

Il suo impegno per l’affermazione della cultura del rispetto delle regole e della ricerca della verità, è proseguito attraverso numerosi ed assidui incontri con gli studenti presso diversi Istituti scolastici di Milano e presso i Reparti d’Istruzione della Guardia di Finanza. Proprio il 30 settembre 2014, esattamente 5 anni fa, il Comandante Generale della Guardia di Finanza, Gen. C.A. Giuseppe Zafarana, all’epoca Comandante dell’Accademia del Corpo, ha ospitato il Sottotenente in congedo Silvio Novembre presso l’Accademia al fine di tenere una conferenza, sulla cultura della Legalità diretta a tutti gli Allievi Ufficiali frequentatori di Corso.

Sempre nel 2014, il Sottufficiale di origini piacentine, divenuto un vero “simbolo” tra tutti i più fedeli servitori dello Stato, è stato insignito del prestigioso Ambrogino d’Oro, massima onorificenza riconosciuta dalla città di Milano. Silvio Novembre amava ricordare i tempi del suo ingresso in Guardia di Finanza presso la Scuola Alpina di Predazzo (TN) ricordando sempre ai giovani finanzieri dei giorni d’oggi, l’importanza della militarità, dell’indossare la divisa della Guardia di Finanza e di aver prestato giuramento alla Repubblica Italiana.

Silvio Novembre

Vogliamo ricordare il finanziere Silvio Novembre ricordando una sua testimonianza: “Hanno cercato di comprarmi, lusingarmi, sistemarmi la vita, ma ho sempre detto di no. Altrimenti non potrei più farmi la barba davanti allo specchio, invece continuo a farla e a parlare tra me e me, a farmi l’esame e uscirne promosso”.

Questo si chiama rigore morale, serietà, competenza, ed intransigenza quando serve, voglia di imparare e desiderio di riscatto. Questi sono valori e principi che ognuno di noi dovrebbe applicare in qualsiasi settore della nostra professione. La vita di Silvio Novembre ha ancora molto da insegnarci.




E’ Giovanni Melillo il nuovo Procuratore capo di Napoli

ROMA –  La candidatura di Giovanni Melillo l’ex capo di gabinetto del ministro di giustizia Orlando, poi sostituto procuratore generale di Roma, ha letteralmente spaccato in due le correnti interne al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura , che ha impiegato ieri oltre 9 ore per decidere il nuovo capo della procura di Napoli, la procura più grande d’ Italia. Dopo una lunga discussione Melillo ha prevalso  con 14 preferenze a 9, con due astenuti,su Federico Cafiero de Raho, ex procuratore capo di Reggio Calabria.

L’ex capo di gabinetto del ministro Orlando, andrà a dirigere la Procura più grande d’Italia, che conta 9 procuratori aggiunti e 97 sostituti procuratori. Melillo , foggiano, 57 anni, è al suo primo incarico di capo di una Procura, pur avendo ricoperto a lungo il ruolo di procuratore aggiunto, sempre a Napoli. È stato prima pretore poi pm e sostituto alla Direzione Nazionale Antimafia. Il ministro Orlando nel 2014 l’ha chiamato al ministero, dove per tre anni è stato capo di gabinetto. Il magistrato successivamente è tornato in ruolo, ed a marzo ed è stato nominato sostituto procuratore generale di Roma. Melillo era stato in corsa anche per la procura di Milano, ma ritirò la sua candidatura poco prima del voto del Csm che elesse Francesco Greco.

Il presidente della Suprema Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, ha premesso di avere il “fermo convincimento che la situazione di incompatibilità di Cafiero sia chiara, univoca, incontrovertibile, preclusiva” ed è intervenuto fermamente e con pacata convinzione sul nodo dell’incarico fuori ruolo ed ha chiesto al plenum di evitare “fatwe e pregiudizi sui magistrati eccellenti, su uomini dello Stato che contribuiscono al buon funzionamento delle istituzioni senza entrare in Palazzi o caste di alcun tipo“.

Canzio ha fortemente criticato con il suo consueto stile equilibrato la pretesa, sostenuta da altri consiglieri, di un utile  “bagno di giurisdizione”, cioè un periodo di decantazione in ruolo dopo la parentesi fuori ruolo, in settori strettamente legati alla giustizia. “Le accuse di carriere parallele come tutte le fatwe e i pregiudizi ideologici sono affetti sempre da una  qualche ottusità. Come in passato è avvenuto per Giovanni Falcone e Loris D’Ambrosio, mi è sembrato di avvertire la stessa retorica. Falcone e D’Ambrosio hanno dimostrato che pur lavorando nei palazzi erano magistrati con la schiena dritta”

Secondo il presidente della Corte di Cassazione questi magistrati non meritano di essere delegittimati, ma va invece rispettata la loro dignità e la storia personale e professionale. Quindi ha invitato il plenum del Csm ad evitare questa deriva culturale e “chiediamoci, invece, di che cosa ha bisogno la più grande Procura d’Italia investita da inchieste e problemi di straordinaria portata. Magistrati come Melillo vanno incoraggiati e non chiamati a dirigere un tale ufficio accompagnati da una strisciante e ingiusta delegittimazione. Essi hanno di fronte sfide davvero difficili per le quali hanno sempre dimostrato una forte vocazione“.

Al termine dell’intervento di Canzio è intervenuto il consigliere togato Lorenzo Pontecorvo, segretario di Magistratura Indipendente: “Se ho capito bene, ho sentito un paragone tra Falcone e Melillo. Ma in questo caso, è Cafiero de Raho che va paragonato a Falcone, perché è lui che sta rischiando la vita, vive blindato e ha subito oggi un attacco personale“. Ma Canzio lo ha “bacchettato” : “Hai capito male, evitiamo queste estrapolazioni tipo intercettazioni“.

In favore della candidatura di Melillo hanno parlato per primi i due relatori, la brillante consigliera laica Paola Balducci e Valerio Fracassi consigliere togato della corrente di Area . “Non si vuole offrire un modello generale di dirigente – ha sottolineato la Balducci – ma si vuole dare a un ufficio così complesso il miglior dirigente possibile“, che sull’attività di capo di gabinetto ha evidenziato che questa “esperienza è ampiamente valorizzabile dal Csm nell’esercizio delle proprie prerogative“.

Un altro esponente di Area, il magistrato napoletano Antonello Ardituro, in un appassionato intervento ha ricordato che : “La Procura di Napoli è una delle cose più importanti della mia vita. Ma qui è una specie di fantasma, non ne ha parlato nessuno. Abbiamo parlato dei profili dei candidati, della coerenza di gruppi o del singolo, di chi dobbiamo premiare. Ma pochissimo di come si debba provare a individuare il miglior dirigente possibile per la Procura di Napoli in questo momento storico. Per me è una scelta difficilissima. Ho un rapporto di affetto, stima e consuetudine lavorativa con entrambi, più con Federico, perché quando si parla del contrasto ai casalesi di parla anche della mia vita. Non avrei mai voluto trovarmi nella situazione di dover votare contro di lui, e forse il consiglio non doveva arrivare fino a questo punto, a mettere in contrapposizione questi due candidati.”

“Ma oggi non deve interessare quali sono le loro aspirazioni di carriera dei singoli, – ha continuato Ardituro – ma quale scelta sia migliore per la Procura di Napoli. Un ufficio enorme, che ha pendenze di 120 mila processi, una macchina enorme che va ripensata, migliorata, per il territorio più difficile d’Italia. Con una situazione di criminalità diffusa che non ha eguali, è un ufficio in affanno nonostante l’encomiabile lavoro dei magistrati. Questo ufficio ha bisogno di recuperare una autorevolezza di leadership per rimettersi in equilibrio con le altre autorità giudiziarie. Verso Cafiero dobbiamo riconoscenza, e questo plenum non deve costituire una virgola di delegittimazione per una persona che rischia la vita tutti i giorni, ma va restituita dignità al percorso giurisdizionale di Giovanni Melillo che è stato troppo banalizzato. È entrato nella prima Dda di Napoli, ha condotto le indagini sulle rivelazioni del pentito Pasquale Galasso, alla Direzione nazionale  Antimafia non ha fatto solo coordinamento ma è stato applicato alle indagini sulle stragi a Firenze. Un percorso giudiziario che merita altrettanto rispetto e gli ha fatto maturare competenze di assoluto rilievo ed eccellenza. È vero, sono due profili diversi, Cafiero è uno straordinario magistrato antimafia, Melillo eccellente organizzatore, poliedrico, con esperienze dentro e fuori la giurisdizione. Questa nomina è uno sfida, rimette quell’ufficio al livello delle eccellenze italiane. Reggio Calabria è un ufficio di straordinario rilievo,  ma la Procura di Napoli dal punto di vista organizzativo è un altro mondo“, ha concluso Ardituro.

Il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, prima del voto, ha detto : “Si è trattato di una discussione lunga e complessa che ha occupato l’intera giornata e che ha consentito di produrre un confronto approfondito ma corretto anche se a tratti aspro. Ringrazio per questo i relatori e ciascuno dei consiglieri. Il dibattito ha peraltro riguardato anche temi delicati e sensibili afferenti a profili di asserita incompatibilità per l’uno, e di opportunità per l’altro, in ragione del pregresso incarico di Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia. Nell’esercizio della mia funzione avverto il dovere di sottolineare due aspetti di questo percorso decisionale così difficile e serrato: innanzitutto il confronto è avvnuto in assoluta libertà e senza alcun condizionamento interno ed esterno; e ugualmente avverrà per il voto che tra qualche istante sarà espresso. La Procura più difficile del Paese avrà oggi finalmente un nuovo Capo, certamente autorevole, indipendente e legittimato da un voto consapevole del Plenum del Consiglio, chiunque sarà il candidato che prevarrà. Si tratta infatti di due tra i migliori magistrati requirenti di cui l’Ordine giudiziario dispone

“Proprio il confronto serrato che si è svolto – ha continuato Legniniconsente di affermare che i cinque mesi di vacanza, certo troppo lunghi, sono stati utilizzati dagli organi consiliari per far sì che la scelta infine compiuta con un voto pubblico e responsabile fosse la più possibile consapevole e meditata. In questi cinque mesi, peraltro, il procuratore vicario, Nunzio Fragliasso, in condizioni molto difficili, ha ottimamente assicurato la conduzione di quell’importante e complesso ufficio, quello più grande d’Italia per numero di magistrati e più complesso e delicato per i procedimenti che lì vengono trattati. A Fragliasso va il mio più sentito ringraziamento e quello dell’intero Plenum. Consentitemi, inoltre, un’osservazione in replica a talune osservazioni che hanno riecheggiato nell’odierno dibattito”

Il Csm assume le sue decisioni sempre in piena ed assoluta autonomia, – ha concluso Legnini ed è certamente quello che  è accaduto in occasione di scelte passate e che accadrà in questa circostanza.Ho costantemente agito, in questi tre anni, insieme a ciascuno di Voi, sotto la guida attenta e saggia del Capo dello Stato, per assicurare tale doverosa autonomia del Consiglio per corrispondere in concreto alla sua essenziale funzione costituzionale. E ritengo che tale autonomia sia stata pienamente garantita, sempre.Sono stato e sono il più convinto assertore di una più netta distinzione tra l’esercizio di funzioni e attività politiche o frutto di incarichi conferiti da organi politici e funzioni giurisdizionali. L’intero Consiglio ha votato unanimemente documenti che connotano con nettezza una posizione ordinamentale che mi auguro possa al più presto essere recepita dal Legislatore. Ugualmente condivido le parole spese dal Presidente Canzio, dai Consiglieri Ardituro e Aschettino ma anche da altri consiglieri come Luca Palamara e dai relatori Cananzi, Balducci e Fracassi, di rispetto per le funzioni svolte fuori ruolo. Voglio sul punto ricordare che sulla valutazione delle esperienze fuori ruoli si sviluppo, in occasione della riforma della riforma del T.U. sulla Dirigenza un serrato confronto e furono compiute delle scelte chiare che distinguevano tra fuori ruolo e fuori ruolo. Scelte che consentono di discernere tra quelle che arricchiscono la cultura e le attitudini organizzative e giurisdizionali e quelle che non hanno queste caratteristiche”

“Non possiamo ogni volta riproporre temi già affrontati. Ricordo sul punto – ha detto Legnini concludendo – che pochi mesi fa abbiamo votato all’unanimità il dottor Gratteri quale Procuratore della Repubblica di Catanzaro e abbiamo fatto benissimo a votarlo. Eppure nessuno può dubitare dell’indipendenza del dottor Gratteri, pur essendo stato egli titolare di un  incarico fiduciario conferitogli dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.Per questa ragione ed in virtù delle decisioni in concreto assunte da questo Consiglio, quale che sarà l’esito della votazione alla quale come consuetudine non prenderò parte, avverto il dovere di respingere con fermezza qualunque accusa o allusione riguardante anche solo un’ipotesi di appannamento dell’autonomia consiliare o peggio di condizionamenti politici di ogni sorta“.




25 anni dopo la stagione di Tangentopoli: quell’inutile inchiesta di Mani pulite

di Antonello de Gennaro

Il 17 febbraio di 25 anni fa,  l’arresto di Mario Chiesa presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, diede inizio alla “rivoluzione giudiziaria” che  ribaltò la Prima Repubblica. In appena due anni , in cui passarono sul banco degli imputati ex premier ed ex ministri, Bettino Craxi e Arnaldo Forlani risposero nella stessa giornata  alle domande dell’ (oggi ex) pubblico ministero  Antonio Di Pietro.  Il terremoto si scatenò soltanto un mese dopo quando, alle 10 del mattino del 23 marzo, Chiesa cominciò a rispondere nel carcere di San Vittore alle domande del pubblico ministero e del gip Italo Ghitti .

Quella mattina Mario Chiesa confessò le tangenti, riempì 17 pagine di verbale,  e si vendicò di Bettino Craxi. che soltanto  venti giorni prima i aveva commesso un  errore grossolano definendo Chiesaun mariuolo che getta un’ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano, in 50 anni, non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione“. Qualcuno, in carcere, aveva raccontato quella definizione al presidente del Pio Albergo Trivulzio, che si sentì isolato ed abbandonato al suo destino giudiziario dietro le sbarre. E Chiesa decise di iniziare a parlare. Fu così che  Tangentopoli ebbe inizio.

Di giorno in giorno mentre si susseguivano gli arresti  i pm Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo diventavano il simbolo della speranza di cambiamento a Milano ed in Italia. Davanti al portone del Palazzo di giustizia milanese di via Freguglia , si trasmettevano in diretta gli effetti di quella speranza che veniva dal quarto piano dagli uffici della procura milanese. I giornalisti bivaccavano nei corridoi per raccontare “Tangentopoli“, anche se  in quei giorni a nessuno di noi era ben chiara dove e come sarebbe finita quella inchiesta. Si vedeva però il terrore sui volti e negli occhi di chi attendeva di varcare la porta dei magistrati per confessare le proprie responsabilità. Si vedevano, per la prima volta i potenti ridotti in vittime.

Ma anche persone sconosciute si presentavano davanti alle porte dei magistrati del pool “Mani pulite“. I giornalisti li vedevano e  chiedevano loro chi fossero. Molto spesso non rispondevano, guardavano pallidi, nervosi, sudati nel vuoto, . Cosa accadeva dietro le porte dei magistrati, noi  giornalisti non potevamo vederlo. Si riusciva a saperlo soltanto dopo, dalla voce di qualche avvocato o da qualche carta che sfuggiva ai rigorosi controlli del pool. In un libro del 1996, Il vizio della memoria, l’ex- pm Gherardo Colombo scriveva che “Queste nuove fonti erano di solito persone sconosciute che si presentavano, accompagnate dal difensore, in uno dei nostri uffici, generalmente quello di Antonio (Di Pietro n.d.a., e senza che noi sapessimo nulla di loro raccontavano, raccontavano fatti, reati, persone coinvolte, circostanze, date, passaggi di contanti, aperture di conti in Svizzera e così via”.

Ogni tanto si apriva una nuova ramificazione  – aggiungeva Colomboogni tanto sulla superficie del cono, appariva il vertice di una nuova figura, destinato a essere autonoma origine di un nuovo filone, che si sarebbe sviluppato come quelli già avviati. Fin dall’inizio l’indagine aveva preso la forma di una spirale che, seguendo i contorni di un immaginario cono rovesciato, partendo dal vertice, si estendeva e saliva. Da un episodio quasi banale, come ne succedono tanti – l’arresto in flagranza di un funzionario pubblico che aveva chiesto denaro a un imprenditore recalcitrante per “consentirgli” di continuare a lavorare presso l’istituto che presiedevaAntonio (Di Pietro, nda), all’inizio da solo, era riuscito ad avviare il meccanismo, fondato su una serie di rimandi”


L’inchiesta che travolse la politica della Prima  Repubblica
sì consumò ed esaurì dal febbraio 1992 al dicembre 1994 in meno di tre anni. Nei corridoio del quarto piano le espressioni dei volti dei singoli magistrati erano diventati il termometro degli alti e bassi dell’indagine. Ad  Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo erano stati affiancati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, da altri pm fra cui l’attuale procuratore capo di Milano  Francesco Greco, Fabio De Pasquale, Paolo Ielo, Elio Ramondini, Raffaele Tito, Margherita Taddei e Tiziana Parenti, a causa della moltitudine dei i filoni d’inchiesta che si erano aperti da seguire, interminabili le confessioni da far verbalizare, per non parlare poi delle richieste di autorizzazione a procedere da inviare in Parlamento a carico dei politici coinvolti.


Man mano che le pressioni politiche sul pool aumentarono
d’intensità,si cominciavano a scorgere sui volti dei magistrati non più la stanchezza per quelle interminabili confessioni raccolte, ma bensì la preoccupazione che l’inchiesta potesse essere bloccata.Quando ormai l’indagine era decollata da un anno e mezzo, un venerdì pomeriggio 23 luglio 1993,  Antonio Di Pietro stravolto fu visto picchiava i pugni contro il muro. Tutto il  pool “Mani pulite” era sotto choc. Quella mattina fra le 8,30 e le 8,45 poco prima di essere arrestato Raul Gardini si era sparato un colpo di pistola alla tempia, .Una a morte che seguì di soli tre giorni il suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari nel nel carcere di San Vittore.  Nel settembre 1992 cera già stato un precedente momento di crisi:  il primo suicidio di Mani pulite, quello del parlamentare socialista Sergio Moroni. Il segretario del PSI Bettino Craxi, commentò quella morte assurda con una frase concisa che diceva tutto contro i magistrati del pool: “Hanno creato un clima infame” .

 

E’ stata una stagione politica che si può capire solo con una lettura completa del corso degli eventi, in quanto le inchieste milanesi si sono incrociate con le stragi di mafia e con una disastrosa crisi economica profonda, che ha provocato la scomparsa di aziende storiche  e la svalutazione della lira, che spinse il Governo Amato a prelevare  dai conti correnti di tutti gli italiani il 6 per mille.

Ma è stata anche una stagione di speranza, con la speranza di un rinnovamento generazionale ed etico della vita pubblica che si è rivelato disastroso. Sono nati nuovi movimenti politici , da Forza Italia di Silvio Berlusconi e Giuliano Urbani, alla Lega di Bossi e Maroni, e altri sono nati dalle polveri della tradizione democristiana e comunista. Ma nello stesso tempo i nuovi “politicanti” si sono ben guardati dall’instaurare di nuove   leggi e strutture create per impedire che le tangenti tornassero a circolare in tutto il Paese. E più di prima. Al contrario  sono stati introdotti dei provvedimenti che invece di rendere più giusti i processi hanno ottenuto l’effetto contrario ostacolando la “macchina” della Giustizia, e provocando per effetto della prescrizione la scomparsa di migliaia di inchieste .

Venticinque anni dopo, Francesco Greco che Gherardo  Colombo definiva nel suo libro “dai tempi lunghi, il più assiduo a lavorar sulle carte, a esaminare i bilanci, a incunearsi nelle contabilità sociali per scoprirne mancanze, falsità, duplicazioni”  siede  ora nell’ufficio che fu di Francesco Saverio Borrelli. Antonio Di Pietro si è ritirato nella sua Montenero di Bisaccia dopo aver fondato un partito l’ Italia dei Valori, ormai pressochè scomparso, ed essere stato ministro. Piercamillo Davigo è presidente di sezione in Cassazione e presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Gherardo Colombo è stato componente pressochè ininfluente del consiglio di amministrazione  della RAI, è attualmente coordinatore del Comitato per la legalità e la trasparenza del Comune di Milano ed è presidente degli Organismi di vigilanza della Banca Popolare di Milano e del gruppo Sole 24 Ore le cui recenti vicende societarie confermano che non sia più molto vigile ed attento a quanto accade in giro.

Dopo i venticinque anni trascorsi, è doveroso tristemente ammettere che il Paese non è stato in grado di fare tesoro di quel ciclone giudiziario. Risultato che oggi il problema della corruzione è incredibilmente più forte di prima. Le ragioni e cause  sono le stessi del 1992: il finanziamento della politica non è trasparente, i partiti continuano a “lottizzare” indisturbati  società ed enti pubblici. Certo, non esiste più quel sistema verticistico che applicava il manuale Cencelli anche alla spartizione delle tangenti, definendo quote precise a livello cittadino, provinciale, regionale e nazionale. Un sistema in cui – a livello locale e nazionale – le indagini dimostrarono anche un ruolo del Partito Comunista Italiano,, da sempre molto vicino agli ambienti e correnti della magistratura.

L’inchiesta “Mani pulite” ha fatto cadere la Prima Repubblica ma non ha sconfitto la corruzione. L’illusione dei magistrati è durata lo spazio di pochi anni. Gli echi di quella stagione si sono spenti. ed  al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano sono esplosi i veleni fra gli stessi magistrati. Le inchieste chiaramente non si sono fermate ma non viene più assegnato loro quella speranza che si respirava ascoltato il pensiero e le opinioni degli italiani nella stagione di “Tangentopoli”. Adesso i magistrati hanno solo il compito che dovrebbero sempre avere: semplicemente trovare i reati , impedirli e punirli.  Senza avere la pretesa che debbano essere i magistrati i delegati a correggere le storture della democrazia nel nostro Paese.

 Nel 2017 le segreterie dei partiti non sono più il fulcro della gestione dei finanziamenti illeciti. Adesso il mercato della corruzione è dominato da consorterie trasversali, bande che legano gli interessi di politici e imprenditori. E sempre più spesso le mafie si inseriscono in queste dinamiche, offrendo bustarelle e mettendo a disposizione i loro capitali. E’ il copione di Mafia Capitale, è il modello criminale che minaccia il nostro futuro. E Roma sotto la guida del procuratore capo  Pignatone non è più il porto delle nebbie, mentre non sono pochi  i magistrati che in Italia vengono denunciati per gli abusi commessi nell’esercizio del loro potere, a volte vengono arrestati, si lanciamo in politica e spesso  finiscono sotto inchiesta del Consiglio Superiore della Magistratura come il novello autocandidato “salvatore del Paese ” Michele Emiliano che ha dimenticato e rimosso…. frettolosamente certe frequentazioni e rapporti personali  con la famiglia di imprenditori baresi De Gennaro coinvolti nell’inchiesta su alcuni appalti realizzati a Bari negli ultimi anni.

E’ l’ Italia….bellezza ? O ha ragione chi sostiene che il nostro Paese viveva meglio nella Prima Repubblica, e la politica nonostante tutto era una cosa seria ?

 




Tiziana suicida per video hard, aperta un’inchiesta per istigazione al suicidio

schermata-2016-09-14-alle-16-28-27Da oltre un anno e mezzo la sua vita era diventata un vero e proprio inferno mentale. Si era fatta riprendere in alcuni video hot che, senza il suo volere erano finiti sul web con tanto di nome e cognome. Una mortale spirale di vergogna che l’aveva costretta a fuggire dal suo comune di residenza, ed a cambiare identità. “Abbiamo aperto un fascicolo sulla morte di Tiziana , per induzione al suicidio”  dichiara oggi Francesco Greco procuratore capo della Procura di Napoli Nord di Napoli Aversa ( a destra nella foto)  che  insieme al pm Rossana Esposito indagano sull’accaduto,  mentre il popolo del web chiede giustizia e finalmente applicato “l’oblio”. La madre di Tiziana Cantone si dispera: “Non l’avevo vista per tutto il giorno, non ho potuto fermarla” e rivela agli investigatori un ulteriore motivo di turbamento della figlia: anche se aveva ottenuto una sentenza favorevole del tribunale sul diritto all’oblio, la donna era stata considerata consenziente e quindi condannata a pagare 20mila euro di spese.

Il giudice in questione mentre da un lato le aveva dato ragione ordinando ad alcuni socialnetwork, come Facebook, You Tube, a rimuovere video, commenti, apprezzamenti e al pagamento delle spese per una cifra pari a 320 euro ciascuno per esborsi e 3.645 euro per compensi professionali. Dall’altro lato, però come si evince nella decisione del giudice sul provvedimento di urgenza chiesto dalla 31enne per la rimozione dai siti web dei video hard, la donna di 31anni che si è suicidata dopo che i suoi filmati hard che la ritraevano erano finiti a suo insaputa nel web, era stata a sua volta condannata a rimborsare le spese legali a cinque siti per, complessivamente, circa 20mila euroTiziana era stata condannata al rimborso nei confronti di Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas di 3.645 euro, per ciascuno, per le spese legali oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15%. Sarebbe stato questo il motivo scatenante del suicidio della 31enne, secondo la madre che ha raccontato agli investigatori anche che l’ex fidanzato aveva sostenuto Tiziana durante le delicate fasi del processo, durante il quale i sei suoi amici, destinatari del video, sono stati sentiti come “persone informate sui fatti”.


schermata-2016-09-14-alle-16-05-58La storia di Tiziana
 Cantone
aveva fatto a suo tempo il giro del web, ed una sua leggerezza era diventata un incubo, sfociato nell’attuale tragedia . La ragazza, originaria della provincia di Napoli, figlia del gestore di un bar, aveva perso il lavoro, e dopo la pubblicazione online dei suoi video non poteva più mostrarsi in pubblico, a seguito di una squallida iniziativa di alcuni suoi  “amici” che avevano diffuso sugli smartphone e via internet alcuni suoi video hard. Persone…che adesso dovrebbero iniziare a preoccuparsi un pò…

Tiziana  scoprì tra aprile e maggio 2015, che un video hard che la vedeva protagonista girava in rete. Si era fatta filmare con un telefono mentre faceva sesso in sei diversi video, e poi lei stessa li aveva spediti a cinque persone di sua conoscenza. Un atto di folle leggerezza , probabilmente ingenuamente, in quanto la giovane napoletana non si sarebbe mai aspettata delle conseguenze di questo genere.

Tiziana, finita nella gogna mediatica che aveva indotto persino due giocatori del Sassuolo ( vedi il video sotto ) a realizzare e pubblicato una parodia sui video della ragazza, la quale nel frattempo era stata costretta a cambiare città,  facendo causa a chi la perseguitava sui social, vincendo e ottenendo la rimozione del profilo dai socialnetwork di chi la insultava grazie ad un’ avvocatessa che l’ha sempre difesa sino all’ultimo. Ma evidentemente tutto ciò non è bastato per il fragile equilibrio psichico della ragazza che ieri alla fine,  si è suicidata. Adesso l’indagine della Procura non è più per violazione alla privacy o per il diritto all’oblio, ma per istigazione al suicidio.

Aveva cambiato identità, nella speranza di non essere più riconosciuta, e potere così ricominciare daccapo una vita. In un primo momento venne di fatto praticamente costretta  ad abbandonare prima il proprio lavoro, poi a trasferirsi fuori Campania. Recentemente era ritornata a vivere in provincia di Napoli, a casa di una sua parente. Ma in un crescendo di angoscia e depressione, il peso di questa vicenda è diventato per Tiziana  insostenibile, fino al tragico epilogo

Adesso è il momento della riflessione. “Tiziana si è tolta la vita. Almeno adesso merita oblio e silenzio. Non continuate a mostrare il video“. scrivono le persone in rete e molti piangono la ragazza che si è tolta la vita. I sensi di colpa ed il dolore ha invaso i social network, quasi a voler cancellare la leggerezza con cui un video privato è stato trasformato in un fenomeno virale in rete, con oltre 100 mila pagine web dedicate a quella frase pronunciata da Tiziana in un momento che credeva intimo: “Stai facendo il video? Bravo“.

Le accuse più pesanti sono rivolta ai protagonisti di quei filmati che per primi hanno diffuso sui social network, dando il via una macchina infernale che ha stritolato e massacrato la vita di Tiziana. Il suicidio della 31enne ad alcuni utenti sembra irreale e scrivono: “Sarebbe bello se Tiziana avesse inscenato la sua morte per ricostruirsi una vita. Ma non è così“.

schermata-2016-09-14-alle-16-47-04Ma vi è stato accanimento senza fine nei confronti di Tiziana Cantone, la povera ragazza morta suicida a causa dello scandalo che l’ha vista, suo malgrado, protagonista. Qualcuno ha scritto incredibilmente “Spero che da domani, tutte quelle come lei facciano la stessa fine“.  Ma ad indignare questa volta sono state le parole scritte di un salernitano, tale Antonio Foglia, che sulla propria bacheca Facebook ha rivolto parole pesantissime nei confronti della ragazza: “Ti è piaciuto zoccoliare e farti guardare!?!?adesso non ti resta che da un foulard penzolare…stai facendo il video!?!?Brava – ha scritto nel suo post pubblico, proseguendo poi in un macabro auspicio – Spero che da domani tutte quelle come lei facciano la stessa fine!!! Tutte da un foulard a penzolare!!!”.

schermata-2016-09-14-alle-16-48-04La gogna mediatica, invece, ha colpito proprio Foglia. Sin da subito, infatti, il ragazzo è stato apostrofato dai suoi stessi contatti. Non contento, però, Foglia ha voluto rincarare la dose. A chi gli chiedeva rispetto per la povera ragazza, lui ha risposto in maniera sferzante persino a chi ha provato a fargli notare che anch’egli, in gioventù, non era stato un santo.

schermata-2016-09-14-alle-16-49-51Ad attaccare il salernitano Antonio Foglia, tuttavia, è stata Selvaggia Lucarelli. La nota blogger ha condiviso lo status di Foglia commentando il gesto in maniera caustica.

Poco dopo, avvedutosi dell’errore, Foglia ha rimosso il post incriminato. La Lucarelli, però, è tornata ad apostrofarlo con un altro duro post. Antonio Foglia, che vive a Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno, è fra l’altro trombone presso l’orchestra sinfonica di Salerno “Claudio Abbado” ma questa ha immediatamente preso le distanze dalle parole del giovane.

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Foglia ha provato di chiudere la vicenda che l’ha visto protagonista, accusando la stampa (tanto per cambiare….) di averlo portato agli onori della cronaca. In ultimo, non si è sottratto a chiedere scusa a Tiziana Cantone e a chi si era sentito toccato dal suo gesto.

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Ma se il Tribunale aveva ordinato la rimozione di quei video come mai allora perché quei filmati sono ancora oggi  lì? Perché ancora qualcuno può ridere e scherzare su quella ragazza che ieri si è tolta la vita per le umiliazioni? Forse non basterebbe levarli neppure oggi. Perché Tiziana in fondo era già morta un anno fa.




Milano, mafia ed Expo. La tempistica ad “orologeria” della magistratura

I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria dalla Guardia di Finanza di Milano hanno eseguito ieri un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti undici persone, tra cui un avvocato, sono state arrestate ieri nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Milano con al centro reati tributari, riciclaggio e associazione per delinquere con l’aggravante della finalità mafiosa. Agli arrestati erano riconducibili alcune aziende a cui erano stati affidati appalti per l’Expo.  Al centro dell’inchiesta c’è il consorzio di cooperative Dominus Scarl specializzato nell’allestimento di stand, il quale ha lavorato per la Fiera di Milano dalla quale ha ricevuto in subappalto l’incarico di realizzare alcuni padiglioni per Expo tra cui quello della Francia e e Guinea equatoriale.

Allarmati dal pericolo di vedere sfumare la proroga del redditizio contratto tra il consorzio Dominus e Nonsolostand spa che garantiva lavori in subappalto alle manifestazioni fieristiche e a Expo, Giuseppe Nastasi, il titolare di fatto del consorzio e il suo socio e stretto collaboratore Liborio Pace, due tra gli arrestati nell’operazione di ieri della Dda milanese, erano anche riusciti nel luglio del 2015 ad ottenere un incontro con Corrado Peraboni il nuovo amministratore delegato di Fiera Milano spa.

Lo riporta il provvedimento con cui la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano ha commissariato la controllata del Gruppo Fiera. Come si legge nell’atto il 29 luglio 2015 Nastasi e Pace interrompono la vacanza estiva per fare rientro a Milano allo scopo di partecipare ad un importante incontro con il nuovo ad di Fiera Milano “per ottenere l’assicurazioni circa il prolungamento del contratto di collaborazione del Consorzio Dominus all’interno del polo fieristico meneghino“. Intercettati dicevano: “Allora, se questo capiamo che non è… bene..se no Borù..la prendiamo nel c… tanto stamattina lo capiamo noi altri se… lo capiamo… vediamo che tempo è… C’e’ da capire con Pilello che rapporto hanno“. Dalla ricostruzione fatto l’incontro avviene grazie all’intercessione del commercialista Pietro Pilello e lascia soddisfatto Nastasi che la sera stessa al telefono dice “oggi mi è andata bene.. ho fatto l’appuntamento con… amministratore delegato (Fiera Milano)… e sicuramente ci proroga il contratto fino al 2022… sono contentissimo… siamo stati lì un paio di ore..”.

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La “famiglia mafiosa degli Accardo di Partanna”, in provincia di Trapani, a cui sarebbe legato Giuseppe Nastasi, il presunto promotore dell’associazione per delinquere smantellata nel blitz di stamani contro le infiltrazioni mafiose in Lombardia, ha notevole “importanza” nel panorama dei clan anche per “la forte vicinanza con la famiglia di Castelvetrano Messina Denaro”. Come scrive nell’ordinanza di custodia cautelare il gip di Milano Maria Cristina Mannocci che riporta una serie di intercettazioni per dimostrare “la profonda conoscenza della storia mafiosa” da parte di Nastasi, ma “anche il riconoscimento di un profondo rispetto verso” lo stesso clan Accardo, “tanto da sentirsi in dovere di portare un regalo ai figli di Accardo Nicola“. In altri passaggi dell’ordinanza, tra l’altro, viene evidenziato il rapporto tra il “superlatitante” Matteo Messina Denaro e la famiglia Accardo.

E’ “chiaro”, scrive il gip Mannocci nell’ordinanza di custodia cautelare, che un “meccanismo quale quello emerso dalle indagini è stato reso possibile da amministratori di aziende di non piccole dimensioni, consulenti, notai e commercialisti che in sostanza ‘non hanno voluto vedere’ quello che accadeva intorno a loro”. Il giudice parla di “gravi superficialità“, ma “certamente anche grazie a convenienze”, da parte di “soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni”. E per “alcuni” di loro “si profila peraltro un atteggiamento che va oltre la connivenza

Sequestrato circa 1 milione di euro in contanti, di cui 400mila trovati su un camion diretto in Sicilia e fermato a Napoli, 300mila nella disponibilità all’avvocato di Caltanissetta Danilo Tipo e altri 300 mila euro in contanti trovati in casa di Giuseppe Nastasi nell’ottobre scorso,  come hanno spiegato il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e i pm Paolo Storari e Sara Ombra nel corso della conferenza stampa sul blitz antimafia . Il pm Storari ha aggiunto anche che le indagini stanno approfondendo altri aspetti, come il fatto che “la struttura societaria di Nastasi ha costruito anche impianti fotovoltaici in Sardegna e Sicilia“.

Il procuratore aggiunto Boccassini, inoltre, ha chiarito che “una squadra della Gdf sta sentendo una serie di persone, tra cui alcuni operai che hanno creato dei ‘doppi fondi’ nei quali Nastasi teneva nascosti i contanti“. Operai che, peraltro, ha aggiunto il magistrato, “stanno facendo ammissioni sul punto“. Sempre la Boccassini ha raccontato che quando all’avvocato Danilo Tipo ex presidente della Camera penale di Caltanissetta è stato chiesto conto dei soldi trovati nella sua disponibilita’, “lui ha risposto che erano ‘il nero’ di un cliente'”. Dall’inchiesta, poi, è emersa anche una fitta rete di conti esteri, dalla Slovenia al Liechtenstein passando per altri Paesi. Conti che sono stati tutti sequestrati.

Il procuratore capo di Milano Francesco Greco in conferenza stampa l’ha definita una “vicenda inquietante”: “Le organizzazioni criminali sono riuscite a inserirsi nelle partecipate pubbliche. L’indagine ha messo alla luce una rete di riciclaggio all’estero, che puntiamo a svelare completamente attraverso rogatorie con altri Paesi”. Gli arresti ha aggiunto, dimostrano ancora una volta “una stretta interconnessione tra organizzazioni criminali mafiose e criminalità economica

Quello che molti temevano è quindi accaduto: le mani delle famiglie mafiose si sono allungate sin dentro al mega business dell’Expo milanese. Molto meno tempestiva è stata la procura di Milano che prima di disporre 11 arresti per associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa nostra, ha aspettato che l’allora commissario Expo Giuseppe Sala, candidato a sindaco di Milano (e i cui più stretti collaboratori sono da tempo finiti in carcere), vincesse la sua sfida elettorale.

Una vittoria al photo-finish  che viene normali chiedersi come sarebbe andata a finire la competizione elettorale con Stefano Parisi se le manette per gli appalti sui padiglioni Expo fossero scattate 15 giorni prima del voto e non 15 giorni dopo. Un nervo scoperto per i magistrati milanesi,  che ieri dopo aver convocato una conferenza stampa per descrivere le “meraviglie” della loro indagine, quando è stato loro chiesto  conto della tempistica leggermente sospetta, e contestato da qualche giornalista che il “modello Milano” non ha saputo opporsi alle infiltrazioni della mafia, si sono alzati e ne sono andati seccati .

Il solito brutto atteggiamento di magistrati” – come scrive oggi il quotidiano Il Giornale – “che non vedono come la libertà di informazione non preveda domande buone o domande cattive, ma solo buone risposte a domande comunque legittime”.

Per Expo e Fiera secondo la procura di Milano non ci sono responsabilità penali . Ma è un fatto inconfutabile che i controlli preventivi dalle infiltrazioni mafiose non abbiano funzionato e che delle responsabilità ci sono e sono evidenti,  se la mafia è arrivata  a costruire nel cuore dell’Expo, i suoi padiglioni più importanti come quello della Francia. Legittimo  chiedersi dentro quale baratro sia finito il Paese se le cosche di Pietraperzia e Castelvetrano, quelle che dettero i natali a Giovanni Gentile e oggi ricorda i Messina Denaro, possono permettersi di movimentare “un fiume di soldi in nero” dentro l’evento più importante e più sorvegliato degli ultimi decenni, trasformando il “modello Milano” tanto millantato da Sala , Expo e Fiera Milano una sorta di bancomat per “Cosa nostra“.

Tutto ciò pone qualche ombra sulla magistratura sospettata di aver concesso all’Expo una “moratoria”, come lasciato intravedere da una recente intervista dell’ex procuratore capo di Milano  Bruti Liberati,  che ha congelato chissà quante e quali indagini. Tutto ciò in spregio all’obbligatorietà dell’azione penale e del famoso concetto del rito ambrosiano del “non poteva non sapere” applicato dai magistrati milanesi sin dai tempi di “Tangentopoli” . Una vera e propria moratoria protrattasi sino alla chiusura di Expo a ottobre.   Forse per no disturbare la candidatura di Sala a sindaco?

E adesso  legittimo chiedersi: finisce qui o ci sono altri fascicoli nel congelatore dei magistrati da tirar fuori a Milano ?




Accordo tra l’ Anticorruzione e la magistratura di Lecce per controllo sugli appalti. Quando a Taranto ?

CdG anac cartelloMartedì prossimo, 7 giugno, nell’ufficio del procuratore generale di Lecce, Antonio Maruccia, verrà sottoscritto  un protocollo d’intesa tra l’ANAC l’ Autorità nazionale anticorruzione, rappresentata dal suo presidente, il magistrato Raffaele Cantone, e gli uffici requirenti del distretto di Lecce. “Per la prima volta in Italia – è scritto in una nota della Procura generale della Repubblica di Lecce – la sottoscrizione del Protocollo di collaborazione tra Anac e autorità giudiziaria requirente avviene a livello di distretto di Corte d’appello».

Al procuratore generale verranno assegnati in particolare dei compiti di vigilanza sulla corretta applicazione dell’accordo nel distretto di Lecce, con un impegno di verificare, anche tramite riunioni semestrali di coordinamento, la corretta e uniforme applicazione dei dispositivi di collaborazione previsti dall’intesa, con lo scambio di informazioni attinenti ad indagini, procedimenti penali e amministrativi di rispettiva competenza.

CdG raffaele cantone

nella foto, Raffaele Cantone

Successivamente alla sottoscrizione dell’accordo, alle 17.30  nell’aula magna della Corte di Appello di Lecce, il presidente dell’ Anac, Raffaele Cantone, e il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, intervistati dal giornalista Rosario Tornesello, parleranno  in un incontro aperto al pubblico,   di “Prevenzione e repressione della corruzione“. Il dibattito è stato  organizzato dalla Procura generale della Repubblica di Lecce con il Centro studi giuridici “Michele De Pietrò” e la Scuola di specializzazione per le professioni legali “Vittorio Aymone” dell’Università del Salento. I saluti agli ospiti affidati al dott. Antonio Maruccia, seguito dagli interventi dell’avv. Pasquale Corleto e del prof. Luigi Melica.




Csm: Legnini, superate le 300 nomine. Nulla di deciso per Milano

di Paolo Campanelli

Hanno superato quota 300 le nomine di ieri del Csm ,che riguardano i vertici degli uffici giudiziari , “un risultato straordinario” ha sottolineato in plenum Giovanni Legnini vice presidente del Csm,  , anche per l’arco di tempo in cui è stato raggiunto , “poco più di 18 mesi“.

Un impegno notevole che deve ancora proseguire: “abbiamo di fronte a noi una quantità di lavoro ancora più rilevante , visto che in un tempo più ristretto dobbiamo provvedere a quasi altre 300 nomine“, ha però avvertito Legnini.

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nella foto Domenico De Facendis, nuovo presidente del Tribunale di Bari

Il rinnovo dei vertici degli uffici giudiziari ha dato più spazio alle donne: oggi 88 di loro sono a capo di un ufficio giudiziario. L’ultima arrivata è Manuela Fasolato, pm del processo Montedison sulle morti per amianto nello stabilimento di Mantova, che è stata nominata proprio oggi procuratore di Monza. Tra le altre nomine di oggi, quella di Domenico De Facendis, attualmente alla guida del tribunale di Foggia, che è stato nominato  presidente del Tribunale di Bari.

CdG Greco_Bruti Liberati

da sinistra l’ex procuratore di Milano Bruti Liberati e l’ aggiunto Francesco Greco

Nel frattempo, corsa al “fotofinish” per la nomina a capo della Procura di Milano, dove sono rimasti in tre: Francesco Greco, attuale procuratore aggiunto nonché capo del pool sui reati finanziari della Procura milanese, il collega dello stesso ufficio Alberto Nobili, e Giovanni Melillo, capo di gabinetto del ministro della Giustizia.

La commissione Direttivi del Csm non è infatti riuscita a convergere su un solo nome e, confermando le indiscrezioni della vigilia, si è spaccata: per Greco hanno votato il presidente Lucio Aschettino, Valerio Fracassi (entrambi togati di Area) e Paola Balducci, laica in quota Sel; la relatrice Elisabetta Casellati, laica di Fi, ha votato per Melillo mentre a Nobili è andato il voto di Claudio Galoppi (Mi).

Si è astenuto Massimo Forciniti di Unicost, che diventerà l’ago della bilancia nel voto finale del plenum, previsto non prima di metà maggio considerati i tempi tecnici e il «concerto» del ministro Orlando sulle tre proposte (una delle quali riguarderà il suo capo di gabinetto).




Apertura della Porta Santa nella Concattedrale di taranto

Schermata 2015-12-11 alle 17.55.50Con la partecipazione dell’intera arcidiocesi di Taranto per il Giubileo Straordinario della Misericordia a Taranto, l’arcivescovo Filippo Santoro darà inizio al Giubileo straordinario della Misericordia, domani sabato 12 dicembre, con l’apertura della Porta Santa della Basilica Cattedrale, in Città vecchia. Il programma prevede il raduno dei fedeli in Piazza Castello alle 15.30; alle 16.00 S.E. monsignor Santoro darà inizio alla Liturgia Stazionale e sarà proclamata la “Bolla di indizione per il Giubileo”.

L’arcivescovo precederà in processione il popolo di Dio verso la Cattedrale e, una volta giunti, si terrà il Rito di apertura della Porta Santa e, a seguire, la celebrazione eucaristica. Nel vestibolo della Cattedrale, subito dopo la Porta Santa, invia eccezionale saranno esposte le immagini sacre della Madonna della Salute e di san Cataldo. La Cattedrale rimarrà aperta fino alle 22.00 con la possibilità di accostarsi al sacramento della Confessione.

Domenica  13 dicembre, ore 17.15 si svolgerà la celebrazione del vespro nel cappellone di San Cataldo al suono dell’antico organo di Michele Corrado (1790) nella cantoria del trionfo barocco dell’Italia meridionale. Celebrazione del vespro cantato in gregoriano e commento musicale alle letture bibliche della domenica di Avvento in preparazione al Santo Natale in una cornice di raro pregio artistico. Al centro della cappella saranno esposti gli antichi antifonari miniati della Basilica.

A partire delle 19 in piazza Duomo vi sarà una degustazione di cibi legati alla tradizione delle “vigilie” tarantine a cura dei parrocchiani dell’Isola, delle suore missionarie del Sacro Costato e degli alunni dei corsi professionali alberghieri dell’Istituto Santa Teresa. Gli ingredienti poveri, l’assenza della carne, la dominanza dei fritti, raccontano anch’essi la grande tradizione della fede e il vissuto familiare e tradizionale del giorno prima del dì di festa. Una varietà di sapori della tradizione culinaria nostrana affatto sconosciuta al palato ma che è interessante riscoprire alla luce sotto la quale sono nate tali ricette. Il ricavato del ticket per la degustazione sarà destinato alla realizzazione di un cinema di quartiere per l’oratorio San Giuseppe.

Schermata 2015-12-11 alle 17.56.20Sabato 19 Dicembre, nel Duomo di San Cataldo nella città vecchia I ragazzi dell’Isola si esibiranno in concerto con Beppe Cantarelli e con la partecipazione del violinista Francesco Greco. Diverso da un concerto di Natale tradizionale, i giovani dell’isola si cimenteranno in un racconto musicale a canoro, indirizzando parole di speranza alla città e raccontandola attraverso reportage fotografici e poesie. In questo evento la Cattedrale di Taranto si onora di ospitare Beppe Cantarelli che avvierà una serie di laboratori musicali con i giovani della parrocchia.

Domenica 20 Dicembre, ore 17.15  nel cappellone di San Cataldo vi sarà la Celebrazione del vespro  al suono dell’antico organo di Michele Corrado (1790) nella cantoria del trionfo barocco dell’Italia meridionale. Celebrazione del vespro cantato in gregoriano e commento musicale alle letture bibliche della domenica di Avvento in preparazione al Santo Natale in una cornice di raro pregio artistico. Al centro della cappella saranno esposti gli antichi antifonari miniati della Basilica.

Giovedì 24 Dicembre, ore 20.00 avverrà l’ inaugurazione della mostra d’arte contemporanea  personale “Venit lux Vera“. Il progetto espositivo che impegnerà, durante il periodo natalizio, la Cripta della Cattedrale di San Cataldo, verrà realizzato dall’artista Giulio De Mitri, esponente della Light art, che vanta innumerevoli partecipazioni alle rassegne più rappresentative, quali la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma, la Biennale dell’arte sacra, la Biennale dell’Argentina, e numerosissime mostre personali allestite in Italia e all’Estero, che è docente di tecniche e tecnologie delle arti visive all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. L’installazione realizzata da De Mitri verterà sul tema della luce e consisterà in un percorso “luminoso” che partirà, nella cappellina di accesso alla cripta, con un primo elemento consistente in un libro aperto, in bronzo, con al centro un elemento luminoso, a simboleggiare le sacre scritture che annunciano il Salvatore. Si passerà, quindi, entrando all’interno della Cripta, a una grande stella luminosa, che indica il percorso verso la natività. Quattro grandi tecno-light box, contrassegnano l’itinerario di speranza. Su ognuno di essi campeggia un angelo, rappresentato da una bambina che esprime, attraverso elementi simbolici: la pace, il viaggio e la genesi. Il percorso si conclude con una teca di cristallo che racchiude un uovo, realizzato in legno massello smaltato in azzurro, e al cui apice vi è una luce brillante, che “galleggia” su un supporto luminoso e che vuole rappresentare la natività.

Alle ore 23.00 seguirà la Veglia di Natale, con la processione a mare di Gesù Bambino coordinata dalla Capitaneria di Porto con la partecipazione della “gente di mare”. L’immagine del bambinello, accompagnata dai sacerdoti e da un corteo del presepe vivente della parrocchia Cattedrale, con una suggestiva processione nei vicoli dell’Isola, sarà consegnata nelle mani dell’Arcivescovo all’inizio della celebrazione eucaristica della veglia di Natale

Venerdì 25 dicembre alle ore 11.00, si svolgerà la tradizionale processione di Gesù Bambino detta del “BAMMINE CURCAT” accompagnato dalle bande e dagli zampognari.




Ilva, una storia di straordinaria inconcludenza

di Vittorio Cogliati Dezza

Presidente nazionale di Legambiente

Il Senato discute in questi giorni la conversione in legge dell’ultimo decreto legge sull’ Ilva. Il settimo emanato da quando gli impianti sono stati sequestrati dalla magistratura jonica nell’agosto 2012. Tutti presentati con annessa promessa di soluzione definitiva; questo, a detta del presidente del Consiglio Matteo Renzi, con l’obiettivo di salvare “i bambini di Taranto“.

Per decenni si è deliberatamente chiuso occhi e orecchie per non infastidire il “colosso”, fino all’intervento della magistratura a sottolineare che quell’impresa, seppur strategica, non poteva continuare a produrre a costi sanitari e ambientali così alti.

Finora, però, sul fronte ambientale e sanitario, in più di due anni, nessun passo avanti è stato fatto, se non quello di aggiudicarci una procedura d’infrazione europea. Nonostante le nomine di un garante, due commissari straordinari, due sub commissari addetti al Piano ambientale, tre esperti e per ultimo tre super commissari straordinari, tra continui rinvii delle prescrizioni Aia, non un ettaro di mare e di terra è stato bonificato.

La vicenda, industriale e ambientale, è sicuramente complessa e onerosa, ma dobbiamo constatare che neanche questo settimo decreto inverte la rotta per gli aspetti ambientali e sanitari. Criteri fondamentali per valutare il provvedimento sono, infatti, a nostro avviso: la certezza dei tempi di attuazione delle prescrizioni Aia assunte dal Piano Ambientale; la disponibilità delle risorse economiche e finanziarie per attuarle; gli strumenti di monitoraggio e la capacità di controllo dell’efficacia degli interventi sulle matrici ambientali oltre che dei tempi di attuazione; l’uso della Valutazione del danno sanitario.

Rispetto ai tempi, il decreto Renzi prevede che il Piano ambientale s’intende attuato se al 31 luglio 2015 saranno state realizzate l’80% delle prescrizioni in scadenza per quella data, mentre la definizione del termine ultimo per l’attuazione di tutte le altre prescrizioni si demanda a un successivo, e indefinito, decreto del presidente del Consiglio dei Ministri. Facile prevedere che scompaiono le scadenze degli interventi più costosi e importanti. A tanta vaghezza si aggiunge la garanzia dell’impunibilità penale e amministrativa: nessuno sarà chiamato a dar conto della realizzazione del Piano Ambientale.

Per le risorse disponibili, la speranza è nelle somme sequestrate ai Riva dalla magistratura di Milano (1,2 miliardi da destinare al risanamento). Il decreto, però, ne complica l’utilizzo secondo i magistrati milanesi, che hanno sollecitato una modifica della norma. Dice il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco: “Il decreto legge sull’ Ilva, così come è stato approvato, rischia di bloccare il rientro dalla Svizzera di capitali per un miliardo e 200 milioni […] non siamo riusciti a capire in molti perché si fanno le leggi in questo modo, forse per un problema di gestione di potere“. Un po’ più di chiarezza aiuterebbe a non perdere altro tempo.

Solo ora, inoltre, viene inserita nel decreto la disponibilità di 150 milioni di euro, una somma già segnalata a ottobre 2012 dalla stampa che dava risalto alla “scoperta” di un fondo rischi di 140 milioni accantonato da Fintecna destinato agli “effetti inquinanti” del siderurgico nel periodo in cui era pubblico, disponibili per le bonifiche.

Sui controlli, ci si aspetterebbe una norma di buon senso che però non è prevista: disporre per l’Arpa Puglia una deroga ai divieti di nuove assunzioni per adeguare gli organici già sottodimensionati. Chi verificherà l’efficacia dell’investimento di una tale quantità di denaro? Quanto agli effetti positivi sulla salute, si evita di utilizzare metodiche internazionali di proiezione dei risultati attesi per la Valutazione del danno sanitario e si rimanda il tutto all’attuazione completa dell’Aia.

Quello che è certo, è che non si intravede l’ombra di una strategia per l’industria di base sorta nel secolo scorso. L’investimento per ridurre fortemente l’impatto ambientale e sanitario è strategico se vogliamo che continui a esistere un’industria di base al servizio della nostra manifattura. Considerare l’ambiente un vincolo, da aggirare il più possibile, è segno di arretratezza e di poca lungimiranza industriale.

* articolo tratto dall’ Huffington Post




Secondo la procura di Milano, scritto così “il decreto legge sull’ ILVA potrebbe bloccare il rientro dalla Svizzera di capitali per un miliardo e 200 milioni”.

Il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, titolare con il sostituto Stefano Civardi di diversi procedimenti in corso sullo stabilimento siderurgico di Taranto, nel corso dell’ audizione dinnanzi alla Commissione Industria del Senato della Repubblica, ha dichiarato che  “Così come è stato approvato, il decreto legge sull’ Ilva potrebbe bloccare il rientro dalla Svizzera di capitali per un miliardo e 200 milioni, che servirebbero per attuare le prescrizioni dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr) e rimettere in piedi l’azienda“ intendendo segnalare l’anomalia  al Parlamento per sollecitare una necessaria modifica della norma che dovrà essere convertita entro marzo in legge. Secondo il magistrato, l’attuale decreto legge  “sembrerebbe aver abrogato” il comma 11-quinquies del precedente decreto 62/2013 , cioè il primo decreto sull’ ILVA, che prevedeva ed indicava  “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro nell’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”, legittimando appunto il trasferimento delle somme sequestrate con adeguate garanzie. “Non siamo riusciti a capire in molti – ha dichiarato Grecoperché si fanno le leggi in questo modo, forse per un problema di gestione di potere”.

Secondo il procuratore aggiunto noto per la sua competenza internazionale sui reati e procedure giudiziarie-finanziarie, questa vigente normativa potrebbe creare “problemi”, con le Autorità svizzere che avrebbero detto alla Procura di Milano che  “hanno detto che non hanno difficoltà a far rientrare questi soldi, che sono scudati e dunque italiani. Ma pongono delle condizioni e vogliono delle garanzie”. In pratica la Svizzera chiede alle Autorità italiane che  i soldi posti sotto sequestri “non siano confiscati prima di una sentenza definitiva passata in giudicato“. Poichè, l’inchiesta è ancora in corso ha detto Greco “se l’Italia rivuole quei soldi deve far rivivere quell’articolo, ovviamente con le modifiche legate alla previsione del passaggio da commissario straordinario all’amministrazione straordinaria”. Sulla questione dello scudo fiscale operato da un trust di cui Emilio Riva era beneficiario, il procuratore Greco  ha spiegato che tratta di un miliardo e duecentomilioni di euro circa, dei quali attualmente 1 miliardo di euro è rimasto a Zurigo  in Svizzera ma di fatto sono soldi sostanzialmente italiani, sequestrati e destinati al Fondo Unico Giustizia mentre gli altri 200 milioni erano già in Italia (affidati in gestione dai Riva alla Banca Aletti ) e quindi sono già nella immediata disponibilità del Fondo unico giustizia. La somma sequestrata potrebbe aumentare ed arrivare intorno ai 2 miliardi di euro in virtù di  alcune investigazioni attualmente in corso della Procura di Milano.

Un altro problema sollevato dal procuratore aggiunto è inerente alla circostanza che “un’elargizione dello Stato, ovvero una confisca preventiva di questo denaro senza una contropartita, potrebbe avere dei riflessi in termini costituzionali e anche con l’ Unione Europea, poichè potrebbe rappresentare una sorta di aiuto di Stato“. Sono queste la ragione,  ha concluso il procuratore Greco,  per cui deve essere riproposta la formula abrogata, attraverso un emendamento in sede di conversione del decreto.

Greco ha suggerito anche una soluzione “tecnico-giuridica” al Parlamento italiano: “La possibilità di un’emissione di un prestito obbligazionario con un rendimento pari a quello medio del Fondo unico giustizia che può essere fatto da ILVA spa o dalla newco, se si farà” . Le somme  scudate sequestrate, una volta rientrate dalla Svizzera, ovviamente secondo quanto già indicato e disposto dal Gip di Milano, dovranno essere destinate “esclusivamente a pagare l’Aia“.

Anche Franco Sebastio, procuratore capo di Taranto (prossimo alla pensione) è stato ascoltato dalle commissioni, chiedendo di ricevere chiarimenti sulla norma che prevede la non punibilità del commissario dell’amministrazione straordinaria , e di quella in base alla quale per il commissario stesso e i suoi uomini sarà sufficiente realizzare l’80% delle prescrizioni dell’Aia.  Sebastio ha sostenuto che è necessario chiarire meglio questa norma di salvaguardia che garantisce la sostanziale impunità civile e penale, spiegando chiaramente se riguarda solo le azioni in attuazione del piano ambientale previsto dall’Autorizzazione integrata ambientale o se riguarda anche quelle in omissione. Poi però è arrivato il nuovo decreto che prevede, appunto, la non punibilità delle condotte del commissario e dei “soggetti da lui funzionalmente delegati” in attuazione del piano di risanamento. “E le condotte in omissione del piano? – ha chiesto Sebastio – Se non si da sfogo a quel piano, non siamo in attuazione ma siamo in omissione e quindi che facciamo?“. La norma, poi, riguarda il nuovo amministratore. “E quel che riguarda questi due anni precedenti, che noi stiamo valutando?“.

Sempre secondo il procuratore capo di Taranto  Sebastio è importante chiarire la norma in base alla quale se entro il 31 luglio prossimo si sarà realizzato almeno l’80% delle prescrizioni il resto potrà essere rinviato a data destinarsi. “Non c’è una data ulteriore di proroga e sarà il capo del governo a decidere quando dare la proroga. È un fatto un po’ strano, anche se decide l’organo legislativo”, ha concluso  Sebastio, chiedendo: “ma cosa significa l’80% delle prescrizioni? È numerico o in termini economici? Coprire i parchi minerari vale come mettere il cartello ‘Attenzione ai carichi sospesì‘ ? Sarebbe utile chiarire questo punto”.  Ecco perché il procuratore ha chiesto che venga fatta chiarezza. “Le perplessità sono dovute probabilmente alla nostra pochezza intellettuale“. Ma “dire a futura memoria ‘non sarai penalmente perseguibile per quello che commetterai in futuro’, lascia un po’ perplessi. Poi c’è la legge e a quella ovviamente il magistrato si attiene“. Quindi “se ci fosse un chiarimento non ci dispiacerebbe e ci consentirebbe di muoverci meglio“.

Ancora oggi, ha spiegato Sebastio, la procura di Taranto è “fatta oggetto di segnalazioni, denunce, esposti in cui si sostiene che lo stabilimento continua a produrre gli stessi fatti di grave inquinamento che sono oggetto dell’attuale procedimento penale“. I pm dunque, “hanno degli obblighi di legge“, e per questo “abbiamo avviato un’indagine e stiamo valutando quale via seguire, naturalmente tenendo conto di ciò che emergeva dalle leggi precedenti”. Anche perché la procura “da 3 anni opera tra l’incudine e il martello: siamo stati denunciati dagli attuali imputati e quelli che oggi presentano gli esposti, sui giornali ci fanno intendere che facciamo troppo poco e che se non ci muoviamo ci denunciano loro“.

Sebastio ha riferito anche  di un nuovo filone di indagine che è stato avviato dalla Procura di Taranto ufficio che “è stato fatto oggetto di una serie sterminata di denunce, esposti, segnalazioni giunte da più fonti, rapporti dei Carabinieri del Noe e relazioni di Arpa Puglia. La tesi che si sostiene è che lo stabilimento, così come viene gestito, continua sostanzialmente a produrre gli stessi fatti di grave inquinamento oggetto dell’attuale procedimento penale”  la cui udienza preliminare a suo parere, dovrebbe arrivare a conclusione entro la prossima primavera.

Cerchiamo dunque di operare in maniera soddisfacente per tutti – ha concluso Sebastioanche perché la chiarezza eviterebbe domani problemi con la Corte Costituzionale“.

Eccovi l’audio integrale dell’ audizione