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2 Ottobre 2022 18:19
2 Ottobre 2022 18:19

Ilva, una storia di straordinaria inconcludenza

di Vittorio Cogliati Dezza

Presidente nazionale di Legambiente

Il Senato discute in questi giorni la conversione in legge dell’ultimo decreto legge sull’ Ilva. Il settimo emanato da quando gli impianti sono stati sequestrati dalla magistratura jonica nell’agosto 2012. Tutti presentati con annessa promessa di soluzione definitiva; questo, a detta del presidente del Consiglio Matteo Renzi, con l’obiettivo di salvare “i bambini di Taranto“.

Per decenni si è deliberatamente chiuso occhi e orecchie per non infastidire il “colosso”, fino all’intervento della magistratura a sottolineare che quell’impresa, seppur strategica, non poteva continuare a produrre a costi sanitari e ambientali così alti.

Finora, però, sul fronte ambientale e sanitario, in più di due anni, nessun passo avanti è stato fatto, se non quello di aggiudicarci una procedura d’infrazione europea. Nonostante le nomine di un garante, due commissari straordinari, due sub commissari addetti al Piano ambientale, tre esperti e per ultimo tre super commissari straordinari, tra continui rinvii delle prescrizioni Aia, non un ettaro di mare e di terra è stato bonificato.

La vicenda, industriale e ambientale, è sicuramente complessa e onerosa, ma dobbiamo constatare che neanche questo settimo decreto inverte la rotta per gli aspetti ambientali e sanitari. Criteri fondamentali per valutare il provvedimento sono, infatti, a nostro avviso: la certezza dei tempi di attuazione delle prescrizioni Aia assunte dal Piano Ambientale; la disponibilità delle risorse economiche e finanziarie per attuarle; gli strumenti di monitoraggio e la capacità di controllo dell’efficacia degli interventi sulle matrici ambientali oltre che dei tempi di attuazione; l’uso della Valutazione del danno sanitario.

Rispetto ai tempi, il decreto Renzi prevede che il Piano ambientale s’intende attuato se al 31 luglio 2015 saranno state realizzate l’80% delle prescrizioni in scadenza per quella data, mentre la definizione del termine ultimo per l’attuazione di tutte le altre prescrizioni si demanda a un successivo, e indefinito, decreto del presidente del Consiglio dei Ministri. Facile prevedere che scompaiono le scadenze degli interventi più costosi e importanti. A tanta vaghezza si aggiunge la garanzia dell’impunibilità penale e amministrativa: nessuno sarà chiamato a dar conto della realizzazione del Piano Ambientale.

Per le risorse disponibili, la speranza è nelle somme sequestrate ai Riva dalla magistratura di Milano (1,2 miliardi da destinare al risanamento). Il decreto, però, ne complica l’utilizzo secondo i magistrati milanesi, che hanno sollecitato una modifica della norma. Dice il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco: “Il decreto legge sull’ Ilva, così come è stato approvato, rischia di bloccare il rientro dalla Svizzera di capitali per un miliardo e 200 milioni […] non siamo riusciti a capire in molti perché si fanno le leggi in questo modo, forse per un problema di gestione di potere“. Un po’ più di chiarezza aiuterebbe a non perdere altro tempo.

Solo ora, inoltre, viene inserita nel decreto la disponibilità di 150 milioni di euro, una somma già segnalata a ottobre 2012 dalla stampa che dava risalto alla “scoperta” di un fondo rischi di 140 milioni accantonato da Fintecna destinato agli “effetti inquinanti” del siderurgico nel periodo in cui era pubblico, disponibili per le bonifiche.

Sui controlli, ci si aspetterebbe una norma di buon senso che però non è prevista: disporre per l’Arpa Puglia una deroga ai divieti di nuove assunzioni per adeguare gli organici già sottodimensionati. Chi verificherà l’efficacia dell’investimento di una tale quantità di denaro? Quanto agli effetti positivi sulla salute, si evita di utilizzare metodiche internazionali di proiezione dei risultati attesi per la Valutazione del danno sanitario e si rimanda il tutto all’attuazione completa dell’Aia.

Quello che è certo, è che non si intravede l’ombra di una strategia per l’industria di base sorta nel secolo scorso. L’investimento per ridurre fortemente l’impatto ambientale e sanitario è strategico se vogliamo che continui a esistere un’industria di base al servizio della nostra manifattura. Considerare l’ambiente un vincolo, da aggirare il più possibile, è segno di arretratezza e di poca lungimiranza industriale.

* articolo tratto dall’ Huffington Post

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