La censura e noi

di MATTIA FELTRI

In capo a due giorni bizzarri, nel corso dei quali HuffPost e io ci siamo imbattuti in una quantità di giudici instancabili, spesso sommamente severi, la maggior parte sprovvisti dei titoli e delle conoscenze necessarie – della professione e del caso – per emettere giudizio, penso sia mio dovere tornare, per l’ultima volta, sulla questione dell’onorevole Boldrini. Lo faccio perché mi dispiace che sulla redazione di HuffPost – una redazione meravigliosa, di ragazzi che lavorano seriamente dalla mattina alla sera, che non si lamentano mai, che sono un esempio di dedizione e di correttezza – si sia riversato tanto malanimo ingiustificato (ma anche tanta solidarietà). E lo faccio perché ero convinto che la mia succinta risposta all’onorevole Boldrini dell’altro giorno fosse sufficiente per respingere attacchi e accuse surreali. Evidentemente non era così. 

Non nego, non ho mai negato, che questa volta intervengono questioni personali, del rapporto fra mio padre e me. Mi sono dato una regola: non parlo in pubblico di mio padre, da vent’anni, direi, perché qualsiasi cosa dica – nel bene e nel male – sarebbe usata contro di me. Qualche volta vorrei difenderlo, qualche volta vorrei criticarlo, ma come si vede in queste ore non c’è serenità d’animo per accogliere le mie parole per quelle che sono: il mio pensiero. Non ne parlo e non voglio che se ne parli sul giornale che dirigo. Quando mi è stato segnalato il riferimento dell’onorevole Boldrini nel suo post, ho deciso di chiamarla e di chiederle la cortesia di ometterlo. Era la prima volta che parlavo con lei in vita mia. Pensavo fosse una telefonata con una persona corretta e ragionevole. Ho sbagliato. Sbaglio molto spesso.

Poi torno a quella telefonata, ma prima tocca precisare che, più in generale, su HuffPost non ingaggiamo duelli con altri giornali. Se ci capita, è per ragioni eccezionali, ben meditate e condivise da redazione e direzione. Da che alla direzione ci sono io, non è ancora successo. Di sicuro non deleghiamo la pratica a un blogger, cioè a un ospite: se nel blog di Laura Boldrini il bersaglio fosse stato Luciano Fontana o Maurizio Belpietro, avrei fatto una telefonata molto simile. 

Ma c’è un ulteriore particolare che forse Laura Boldrini ha dimenticato o trascurato, ed è la policy a cui tutti i nostri blogger sono sottoposti. Sulla policy c’è scritto che la redazione e la direzione si riservano di non pubblicare i blog senza dare spiegazione e senza nemmeno avvertire (un paio di settimane fa ho sospeso il blog di Carlo Rienzi del Codacons per una ragione che dettaglierei così: non mi piace). Non ci siamo inventati nulla.

Vale sempre e vale ovunque: in trentadue anni che faccio questo mestiere ho visto quotidianamente e più volte al giorno direttori buttare via articoli per mille motivi, di opportunità, di linea politica, di convenienza, di gusto, talvolta le scelte sono illustrate, altre liquidate alzando un sopracciglio, ed è la normalità eterna della stampa. Se nella policy le regole sono esplicitate, è proprio perché chi non pratica i giornali magari non le conosce, e crede di usare una testata come il suo profilo Facebook. Dentro queste regole, i blog di Huff hanno prosperato e costituiscono una comunità ricca, plurale e libera. Ma non licenziosa. 

Dunque avrei potuto cestinare il blog e lasciare l’onorevole ai suoi fantasmi, nella piena legittimità di direttore. Ma mi sembrava sgarbato. Avrei potuto chiamare l’onorevole Boldrini e restare sul vago, ma mi sembrava disonesto. Invece sono uno stupido, e le ho detto le cose come stavano, nella fiducia di trovarmi a confronto con una persona con cui intrecciare un ragionamento. Lei ha rifiutato e, sul sottofondo delle sue proteste, pensavo che mi ero intrappolato con le mie mani, e all’impossibilità di uscirne: se avessi pubblicato, si sarebbe detto ecco anche il figlio scarica il padre eccetera; se non avessi pubblicato si sarebbe detto censura, e infatti l’hanno detto, senza conoscere il significato di censura; alcuni mi hanno persino spiegato che di mio pugno avrei dovuto aggiungere in coda al suo pezzo due righe di dissenso, ma temo sarebbe stata un’innovazione un po’ brusca e vagamente comica nella plurisecolare storia del giornalismo; in ogni caso lasciar correre sarebbe stato un tradimento verso gli altri blogger.

Mentre riflettevo su queste cose, l’onorevole Boldrini mi ha avvertito che, se non avessi pubblicato il blog, avrebbe reso pubblica la nostra telefonata. Ricordo di essere stato zitto un secondo, di avere valutato la violenza della minaccia, poi ho preso la decisione che continuo a considerare la più dignitosa: allora non pubblico, ho risposto. Ed è finita lì. È cominciata lì. Sulle accuse di sessismo e altre fantasie non mi voglio pronunciare: sono il napalm dei nostri tempi.

Carlo Verna, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti

Mi rimane qualcosa da dire su Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti. Due giorni fa, dopo aver letto la denuncia dell’onorevole Boldrini, ha rilasciato una dichiarazione all’Ansa parlando di censura inspiegabile. Inspiegabile perché non ho potuto spiegarla: non mi ha nemmeno telefonato. Cioè, il presidente del mio Ordine, sulla base di uno scritto su Facebook a firma di un’ex presidente della Camera, condanna pubblicamente un suo iscritto senza curarsi di sentirne le ragioni. Che, ripeto, sono ovvie ed eterne, ma se ne può sempre riparlare. Però io aspetto una sua chiamata da due giorni e non arriva. Possiamo parlare anche della censura.

La censura è la pratica di controllo del potere sulla stampa, per esempio di un’ex presidente della Camera che si arroga il diritto di prevalere su un direttore e decidere che cosa va pubblicato e che cosa no. Mi rendo conto che le parole ormai assumono i significati più arbitrari, in questo caso capovolti, ma vorrei chiedere a Verna come intenda ridefinire il ruolo del direttore, quali sono i confini del suo potere, della sua responsabilità, in che modo le sue scelte, fin qui considerate insindacabili, non diventino censura. E più precisamente se Verna immagini un giornalismo in cui il collaboratore, o pure il blogger, abbiano facoltà di imporre al direttore i loro articoli. 

Comunque, siccome Verna mi ha rivolto un’accusa così violenta, immagino che ora si aprirà un’istruttoria su di me. È un bel problema. Con che serenità posso accettare un giudizio se il presidente ha già pronunciato la condanna? Oppure, molto più probabilmente, non si aprirà nessuna istruttoria, e le parole di Verna resteranno lì, nel nulla che valgono. In ogni caso continuo ad aspettare una sua telefonata, di scuse naturalmente, che sarò lieto di accogliere.

*editoriale tratto dall’ HuffPost




Il CSM espelle all’unanimità Nicola Russo dai giudici di pace

di ANTONELLO DE GENNARO

Era il 28 giugno 2012 quando tutt’ Italia scopri l’esistenza di tal Nicola Russo, che all’epoca dei fatti si presentava e dissertava sui socialnetwork come il presidente del Codacons (carica che da sempre è ricoperta dall’ avv. Carlo Rienzi). Sui siti di tutt’ Italia apparve la notizia (falsa) che grazie al Tar del Lazio, il Taranto Calcio avrebbe giocato l’anno successivo in serie B. 

Nicola Russo ed il suo intervistatore “preferito”….. Luigi Abbate

Ma in realtà era solo una “bufala, che adesso verrebbe definita un fake news messo in circolazione dal sito di un’emittente locale e ripresa dal Corriere del Mezzogiorno , edizione pugliese del Corriere della Sera, che per qualche ora aveva fatto sognare i tifosi rossoblù.

il falso comunicato

Secondo la falsa notizia, il Tar aveva accolto il ricorso presentato dall’avvocato tarantino Nicola Russo dell’associazione “Taranto futura” e dall’associazione “Taranto Vola” e restituito ai pugliesi i sei punti di penalizzazione inflitti per i ritardi nei pagamenti degli stipendi.

Sulle pagine del sito blunote.it, parlò uno dei protagonisti, della figuraccia che cioprì di ridicolo l’interca comunità dei tifosi jonici: l’avvocato Nicola Russo: “Mi dispiace – diceva Russo – non volevo finisse in questa maniera. Ci ho sperato, mi sono illuso e adesso, chiaramente, sono molto amareggiato. Ma rifarei tutto, perchè Taranto è una città martoriata e bistrattata che va difesa da tutto e tutti. Rifarei ogni passo, non mi pento di nulla. Le critiche? A me, sinceramente, interessava solo il risultato, il resto è cattiveria pura…”.

Ma la Lega Pro aveva subito smentito, per voce del direttore generale Francesco Ghirelli: “E’ una cosa che non esiste, chi ha seguito la vicenda mi dice che non è stata emessa nessuna sentenza del Tar. Qualche mente fantasiosa ha messo in giro questa notizia, forse inventata, di sicuro frutto della fantasia di qualcuno“.

A distanza di qualche anno, Russo, torna a far parlare di sè, nel frattempo diventato giudice di pace a Taranto, a seguito della sua espulsione decretata all’unanimità dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, sia dal ruolo che dalle funzioni di giudice di pace presso il Tribunale di Taranto, con delle valutazioni sul suo operato che definire imbarazzanti è a dir poco imbarazzante !

Adesso Nicola Russo dopo il fallito tentativo di salire agli onori delle cronache con le sue attività, fortemente criticate dal Csm, che ha definito i suoi “provvedimenti abnormi, con gravi violazioni di Legge, tanto da denotare un’ inidoneità all’esercizio delle funzioni giudiziarie e comunque da compromettere il prestigio delle funzioni attribuitegli”

Russo nei suoi recenti ultimi atti da pseudo-giudice di pace…definiva i decreti Legge 9/2020, 11/2020, 18/2020, 23/2020 e 30/2020, “promulgati e resi operativi dl Presidente della Repubblica Prof. Dott. Sergio Mattarella, Organo incompetente e privo di poteri, eletto da Parlamentari nominati illegittimamente e privi di capacità giuridica nell’esercizio di tale funzioni

Nicola Russo, ex giudice di pace espulso dal CSM

Incredibilmente Russo nella sua memoria difensiva dinnanzi al Consiglio Giudiziario di Lecce, sosteneva che aveva “sindacato il provvedimento del Presidente del Tribunale di Taranto (dr.ssa Anna De Simone, facente funzione n.d.a) ritenendolo viziato da numerose violazioni di Legge e rappresentava anche di aver presentato denuncia alle Procure di Roma e Catanzaro“.

Secondo il Csm anche il contenuto dei messaggi pubblicati sulla pagina Facebook del Russoappare meramente confermativo della carenza di equilibrio del magistrato onorario” aggiungendo che i “provvedimenti adottati (dal Russon.d.a.) sono abnormi e comunque fondati su gravi violazioni di legge determinate da ignoranza o negligenza. Al riguardo , va evidenziato che i provvedimenti in questione recano lunghe ed abbondanti motivazioni in parte scarsamente comprensibili, fondate su argomentazioni giuridiche di assoluta superficialità

E per tutto ciò e molto altro ancora , il Csm ha deliberato che è conseguita “la revoca dell’interessato dall’incarico ricoperto“. E quindi da oggi Nicola Russo non è più un giudice di pace. Per fortuna della giustizia, che a volte è giusta e trionfa anche su chi si reso spesso protagoniste di ripicche ed ingiustizie, utilizzando il proprio precedente incarico per ripicche e vendette “personali”.




Il Comune di Taranto paga 50mila euro al mese per una piscina chiusa. E la Pilato per allenarsi va in Basilicata

di Antonello de Gennaro

La giovane nuotatrice Benedetta Pilato deve ancora compiere 16 anni vive con mamma e papà a Talsano, alle porte di Taranto, la più giovane di sempre a salire sul podio a rappresentare il nostro Paese nelle più importanti competizioni internazionali di nuoto, si allena nella piscina privata “Meridiana” di Taranto (che è lunga solo 25 metri) sotto il controllo del suo allenatore,  Vito D’Onghia, che è per lei come  un fratello maggiore.

la nuotatrice Benedetta Pulito ed il suo allenatore Vito D’ Onghia

Benedetta per allenarsi in una piscina olimpionica, cioè quella di 50 metri deve recarsi ogni volta a Scanzano in Basilicata. Una vera e propria vergogna per il Comune di Taranto che incredibilmente versa dal 2004 49.166 euro al mese alla società Mediterraneo srl (della famiglia Cassalia n.d.r.) per poter usufruire soltanto la mattina di 128.329 spazi-acqua destinati a studenti, anziani, disabili ed altre categorie sociali, a spese del Comune.

Una piscina questa di 25 metri che peraltro è di proprietà dell’ Amministrazione Comunale di Taranto, che da 16 anni versa al gestore privato (il cui contratto è di 30 anni) la somma di 403.000 euro l’anno. Ad oggi quindi sono stati pagati circa 6 milioni e mezzo di euro a fronte di un investimento della società privata di meno di un milione di euro !

Ma c’è di più. A causa delle norme governative conseguenti al Covid 19, la piscina è stata per mesi chiusa, ma i gestori hanno privato lo stesso a farsi pagare questi soldi, e soltanto grazie ad una diretta- sui socialmedia del nostro Direttore è stato bloccato il pagamento.

“Spero che una piscina la costruiscono a Taranto prima o poi . Magari i miei risultati aiuteranno” dice Benedetta Pulito, medaglia d’argento agli ultimi Campionai mondiali di nuoto, l’azzurra più giovane a salire sul podio nella storia del nuoto italiano.



Ma i “furbetti del cloro” si sono fatti pagare dal Comune di Taranto oltre 20mila euro per inesistenti spese di manutenzione, che invece avrebbe dovuto sopportare il gestore. Ma per il poco solerte e notoriamente “distratto”…Carmine Pisano, dirigente dello staff del Sindaco Melucci in una determina dirigenziale sostiene che “Le disposizioni normative relative allo stato di emergenza sanitaria in atto non hanno più consentito il regolare svolgimento delle attività sportive” aggiungendo che ” comunque andava garantita la necessaria attività di mantenimento e di minima manutenzione, nonché i servizi di gestione obbligatoria dell’impianto sportivo polivalente Mediterraneo Village, anche nel periodo emergenziale in corso

Il Comune di Taranto con nota agli atti d’ufficio (prot. n.52847 del 04/05/2020) considerava, “alla luce della logica sottesa al mantenimento del bene pubblico, esclusivamente le spese pertinenti la gestione obbligatoria parametrate all’incidenza del periodo emergenziale in corso….. la somma quantificata per il mese di maggio risulta essere pari ad € 23.918,33 oneri esclusi ( cioè l’ IVA)

La piscina comunale di Taranto (gestita dalla Mediterraneo srl)

Quello che sfugge…a Pisano ed al Comune di Taranto è che le normative post-Covid19 prevedono che in piscina la superficie a disposizione di ognuno debba arrivare a 7 metri quadrati, gli istruttori di nuoto dovranno avere la mascherina anche se non a stretto contatto con i nuotatori. Per le piscine inoltre sono state previste delle analisi chimiche, oltre alle batteriologiche e, per tutti vale l’obbligo di disinfezione degli attrezzi (da quelli in sala pesi ai galleggianti in acqua) a ogni uso o a fine giornata se utilizzati anche da un solo nuotatore. Cambiato anche l’accesso alle docce: consentito a ‘numero chiuso‘. Ma tutto questo è stato ignorato dal Comune !

Per meglio capire la “pochezza” politica e la “follia” (solo follia…?) degli amministratori pubblici tarantini che hanno consentito e continuano a consentire questo spreco di denaro pubblico, basti pensare che in Piemonte il Comune di Cuneo ha realizzato uno “Stadio del Nuoto”, dotato di una piscina olimpionica (cioè di 50 metri di lunghezza) coperta, realizzata grazie a un bando di project financing. I costi di costruzione sono ammontati a circa 8 milioni di euro e l’area interessata dal progetto si estende complessivamente su 14.000 metri quadrati.

La piscina comunale “Stadio del Nuoto” del Comune di Cuneo

La costruzione che ospita la piscina è costituita da una copertura realizzata con delle travi di legno lamellare a campata unica di 40 metri. Sono, inoltre, presenti una struttura in cemento armato, dei tamponamenti laterali realizzati con pannelli prefabbricati in calcestruzzo tonalizzato e una grande parete vetrata, di 430 metri quadrati di ampiezza.

L’impianto comunale “Stadio del Nuoto” di Cuneo

Un paragone questo che serve a capire come si realizzano strutture sportive pubbliche, ma sopratutto a capire come amministratori pubblici infedeli e dirigenti comunali incapaci consentano a dei “predoni” di denaro pubblico di arricchirsi a spese del contribuente. Anche grazie ad una Procura della Repubblica “dormiente”, impegnata soltanto ad occuparsi delle proprie carriere professionali.

O forse l’amministratore della Mediterraneo srl , tale Antonello Cassalia, si sente “protetto” dalle frequentazioni sociali con la pm (pubblico ministero) Lucia Isceri della procura jonica ? Ma tutto questo sino a quando …? Ecco perché secondo noi a Taranto serve al più presto un nuovo vertice della Procura che metta fini ai numerosi conflitti d’interesse al suo interno.

“L’attività di palestre, piscine e centri sportivi di tutta Italia è stata sospesa per effetto del Dpcm del Governo firmato dal presidente del Consiglio Conte lo scorso 9 marzo –  spiega il CodaconsQuesto ha comportato 76 giorni complessivi di chiusura degli impianti, e il diritto degli utenti al rimborso parziale degli abbonamenti. Considerato che 20 milioni di cittadini praticano sport in Italia e sono regolarmente iscritti a palestre, centri fitness, circoli sportivi, corsi specifici, ecc., e che il costo medio di un abbonamento annuale è pari a 450 euro, il valore complessivo dei rimborsi spettanti agli utenti è di circa 1,88  miliardi di euro“, sottolinea l’associazione dei consumatori.

Lo stesso Decreto Rilancio, all’articolo 216 comma 4, prevede in capo ai gestori degli impianti sportivi l’obbligo di rimborsare i propri clienti per la chiusura degli esercizi, anche attraverso voucher di pari valore, utilizzabile entro un anno dalla cessazione delle misure di sospensione dell’attività sportiva“. Proprio per aiutare i cittadini a far valere i propri diritti e ottenere il rimborso previsto dalla legge, “il Codacons ha attivato uno specifico servizio di assistenza  telefonica, attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 14 alle ore 17 al  numero 89349966“, conclude la nota.

*ha collaborato Paolo Campanelli




Dopo solo 4 mesi dalla sua apertura l’ospedale Covid di Lecce perde ossigeno

ROMA – Il Dea (dipartimento di emergenza e accettazione) di Lecce, inaugurato poco prima del Natale scorso e attualmente ospedale Covid, presenta da un mese una perdita nell’impianto di gas medicali, che rifornisce i reparti e che richiede l’interruzione del servizio, per poter essere riparata. Un impianto molto “chiacchierato” perché sarebbe stato manomesso dalla Asl in piena epidemia.

Un’opera imponente e visionaria, costata 75 milioni e 400 mila euro, collaudata il 18 dicembre 2019 e presa in carico dalla ASL di Lecce tre giorni dopo, il 21 dicembre scorso dopo che i politici pugliesi avevano tagliato il nastro e fatto le foto di rito per prendersi il giusto carico di consenso presso il loro elettorato.

Quello che Michele Emiliano aveva definitouno degli ospedali più all’avanguardia della Puglia“, operativo dal 13 aprile, da un mese opera con una perdita di ossigeno per una lesione in uno dei giunti che servono per le dilatazioni antisismiche che si trovano nell’impianto di ossigeno motivo per cui adesso dovrà chiudere.

Il primo pugliese positivo è stato riscontrato il 25 febbraio. Lo stesso giorno, la Rivoira Srl di Milano, la ditta che ha realizzato gli impianti per la fornitura di ossigeno al DEA e ha fornito anche il serbatoio di stoccaggio per l’ossigeno, ha scritto al governatore Michele Emiliano, al direttore generale della ASL Lecce Rodolfo Rollo, alla direttrice amministrativa Anna Rita Dell’Anna, mettendosi a disposizione per rifornire il DEA di ossigeno e aprire immediatamente i reparti di terapia intensiva e sub intensiva. La Rivoira trovandosi a Milano, in pieno epicentro dell’emergenza, aveva intuito immediatamente la necessità di mettersi all’opera per garantire responsabilmente l’efficienza del DEA.

la sede dell’ ASL Lecce

L’ ASL leccese a metà marzo aveva fatto realizzare una condotta di collegamento tra la centrale di gas medicali del vicino ospedale “Vito Fazzi” e il “Dea“, facendo così smantellare il serbatoio di quest’ultimo dove l’ossigeno arriva direttamente dal primo complesso ospedaliero. Un’opera questa non prevista nel progetto autorizzato del Dea che non aveva ricevuto sinora il nulla osta da parte dei Vigili del Fuoco, che a dicembre scorso verbalizzarono alla Asl la necessità di installare nell’impianto del Dea non uno, ma bensì ben due serbatoi di gas come previsto nel progetto iniziale.

Conclusione dell’inefficienza della sanità pugliese, la circostanza imbarazzante e vergognosa che il Dea non ha neanche quel solo serbatoio che da dicembre scorso era stato usato per effettuare le prove di funzionamento dell’impianto e che in piena emergenza sanitaria avrebbe fatto comodo per ricoverare i pazienti Covid, nelle more poi di espletare una regolare gara di appalto per il rifornimento di ossigeno.

Michele Emiliano

L’azienda che aveva installato l’impianto di gas medicali del Dea si è vista costretta a dover smantellare il serbatoio criogenico, dopo l’ordinanza della Regione Puglia che clome è contenuto nel documento imponeva la rimozione per consentire l’installazione di un serbatoio di un’altra ditta. Ma dopo lo smontaggio dell’impianto la ASL Lecce non ha rispettato quanto previsto dalla Regione Puglia facendo realizzare la condotta di collegamento, estendendo così di fatto il rifornimento di ossigeno anche nella “Dea“, alla ditta che già riforniva il “Vito Fazzi“. Un collegamento che nel documento “ufficiale” della Regione non compare.

E’ stata proprio questa variante ad impedire alla ditta che ha installato l’impianto di poter riparare in garanzia il danno senza dover chiudere il Dea. La bretella di collegamento realizzata avrebbe conseguentemente compromesso il sistema pensato originariamente ad anello, motivo per cui il rifornimento del gas funziona anche in caso di perdita in un tratto della tubazione, che viene isolato senza interruzione dell’erogazione di ossigeno.

Un impianto comune a numerosi ospedali moderni che però in Puglia sarebbe stato compromesso, inducendo il tecnico che ha effettuato il sopralluogo, alla conclusione che non solo non è possibile riparare il danno in garanzia, ma può risolversi soltanto con la chiusura del Dea per la necessaria interruzione del rifornimento di ossigeno.

Una situazione che l’ ASL Lecce vorrebbe risolvere al più presto. Nel frattempo i più giovani non più intubati ma pur sempre “positivi” dei venti pazienti ricoverati al DEA sono stati dimessi. Altri dovranno essere trasferiti altrove. Probabilmente al “Vito Fazzi” che ha già subito la chiusura dei propri reparti di pneumologia e medicina 1 a causa di un focolaio del CoronaVirus.

Il secondo è stato bonificato e proprio domani dovrebbe riaprire, ma resta il timore per molti sanitari che i pazienti ancora “positivi” debbano essere trasferiti in reparti dove però mancano percorsi specifici e scarseggiano i dispostivi di protezione, mentre proprio dall’altra parte della strada vi è una struttura ospedaliera Covid vuota.

La magistratura ha aperto un’inchiesta su questa vicenda, a seguito di diversi esposti depositati in procura da Andrea Guido consigliere comunale di Fratelli di Italia al Comune di Lecce , dal Codacons e dalla consigliera regionale grillina Antonella Laricchia . Lo scorso 28 aprile la Guardia Finanza si è recata negli uffici della ASL Lecce per sequestrare ed acquisre ogni documentazione utile. E ieri è dovuta ritornare presso la sede dell’ ASL per recuperare fascicoli di documenti che seppure richiesti non erano stati consegnati alle Fiamme Gialle.

Adesso gli inquirenti saranno chiamati ad accertare le responsabilità di chi ha firmato il progetto della condotta di collegamento tra i due ospedali, di verificare se l’opera è stata collaudata e quindi se si è in presenza della necessaria garanzia che la quantità di ossigeno sia sufficiente nei due complessi ospedalieri. Le Fiamme Gialle dovranno accertare anche la legittimità dell’affidamento da parte dell’ASL Lecce alla società Air Liquide per l’erogazione di gas medicali nel Dea, il cui contratto per la fornitura di ossigeno, che durava cinque anni, è scaduto il 31 dicembre scorso. La Air liquid avrebbe continuato a rifornire gli ospedali di ossigeno perché altrimenti si sarebbe configurato il reato di interruzione di pubblico esercizio. Edha continuato a farlo senza alcuna proroga, senza alcun atto formale.




Emiliano, Morselli e Melucci: “Ora stiamo insieme”. Della serie al ridicolo non c’è mai fine… !

ROMA – Ci sarebbe voluta la presenza di Roberto Giacchetti durante un assemblea per le primarie del PD quando disse ad Emiliano : “avete la faccia cole il culo”,  alla conferenza stampa “farsa” di ieri  con  l’ad Arcelor Mittal Italia Lucia Morselli , il governatore Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci nella consueta parte degna del suo soprannome di “Sergente Garcia” con il quale ormai viene chiamata ed indicato da tutta Taranto .

Ascoltare  Emiliano dire cheper la prima volta mi sono sentito a casa” e Melucci aggiungere “Momento di ricucitura” e la Morselli affermare “L’acciaieria non finisce con un perimetro, esce da questa cerchia in cui sembra definita ed entra nelle case di tutti i dipendenti – ha dichiarato la numero uno di Am Italia per la prima volta dal suo subentro al cospetto della stampa locale (profumatamente “legata” cioè retribuita pubblicitariamente dal gruppo franco-indiano)  – abbiamo costruito una comunione d’intenti e sappiamo che stiamo insieme“.

Dire “Adesso sappiamo che stiamo insieme”, il giorno dopo in cui la Regione Puglia ed il Comune di Taranto si sono costituiti nel giudizio di Milano contro Arcelor Mittal Italia, relativo al ricorso cautelare presentato dai commissari contro il tentativo di sottrarsi agli obblighi contrattuali stipulati del gruppo franco-indiano.

La conferenza stampa fortemente voluta da Emiliano a fini elettori (a giugno 2020 si vota per il rinnovo del Consiglio regionale)  come di consueto ha quindi rasentato il ridicolo. La Morselli ha dichiarato sulla questione pagamenti che c’è stata “qualche difficoltà nei giorni scorsi, non voglio minimizzare perché sono cose molto serie. Con l’aiuto del presidente e del sindaco siamo riusciti a trovare rapidamente una soluzione. Una soluzione anche immaginando un percorso di coordinamento tra realtà produttiva locale e acciaieria di Taranto“. Sarà cioè costituita una specie di task force tra i fornitori dell’indotto ed appalto e l’amministrazione di Arcelor Mittal per evitare malintesi e difficoltà: si incontreranno con cadenza mensile “ma faccio un invito a loro per qualsiasi chiarimento, dubbio: siamo aperti e disponibili tutti i giorni”.

Resta da chiedersi, visto che nessun giornalista in conferenza stampa si è degnato di domandarlo, cosa c’entrino un governatore regionale ed un sindaco nelle procedure di pagamento di un’azienda facente parte di un Gruppo come Arcelor Mittal Italia quotato in Borsa . E sopratutto come mai siano “aperti e disponibili tutti i giorni” allorquando nei giorni precedenti, come dimostrato su alcuni programmi televisivi nazionali, ai loro centralini amministrativi non rispondeva nessuno, fino al vero intervento risolutivo e cioè quello delle procure di Milano e Taranto .

In serata è arrivata la notizia da Milano  l’udienza della causa civile a Milano che si è svolta ieri mattina all’interno della quale è stata  comunicata il cronoprogramma per il riassortimento dei magazzini. Il giudice Claudio Marangoni ha manifestato in apertura di udienza il proprio apprezzamento verso ArcelorMittal che rispettato l’invito, contenuto nella sua decisione del 18 novembre scorso, a non svolgere attività che potessero avere effetti irreversibili e danneggiare l’azienda. Fonti presenti all’udienza hanno riferito che Lucia Morselli Ad di ArcelorMittal Italia  “ha garantito il normale funzionamento degli impianti e la continuità produttiva” e quindi nessuno stop degli altoforni, con una ripresa del riassortimento dei magazzini nel prossimo mese con una produzione che da 10,5 kiloton che aumenterà fino a 12 kiloton in quattro settimane.

Adesso ArcelorMittal qualora la mediazione con il Governo non dovesse portare ad un accorso, avrà tempo fino al 16 dicembre per depositare una propria memoria nel procedimento sul ricorso cautelare presentato dai commissari. Quindi se il 20 dicembre ci sarà una convergenza sul contratto definitivo, che non sarà più quello originario ma dovrebbe contenere una serie di modifiche, la causa si estinguerà con un “non luogo a procedere”. nel procedimento sul ricorso d’urgenza dei commissari ILVA in A.S.  contro l’addio di ArcelorMittal, presenti come parti la Procura di Milano, la Regione Puglia e il Comune di Taranto. I legali dell’associazione di consumatori del Codacons hanno annunciato di essersi costituiti nel procedimento civile.

All’udienza erano  presenti per Am InvestCo (Arcelor Mittal) gli avvocati Giuseppe Scassellati, Ferdinando Emanuele, Roberto Argeri, Roberto Bonsignore (dello studio Cleary Gottlieb), De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni per l’ ILVA in Amministrazione Straordinaria.  La Procura di Milano , intervenuta nell’udienza di ieri, parallelamente continua a lavorare nell’ambito dell’inchiesta penale con le ipotesi di reato di aggiotaggio informativo e falsa dichiarazione dei redditi nei confronti del gruppo franco-indiana.

 

 




Si indaga per frode per le spese pazze per la nuova sede del Consiglio Regionale della Puglia

BARI – Il reato ipotizzato dalla pm Savina Toscani della Procura di Bari che indaga su alcuni costi relativi alla realizzazione, ormai ultimata, della nuova sede del Consiglio Regionale della Puglia, in via Gentile a Bari, è di “frode in pubbliche forniture” come anticipato dall’edizione barese del  quotidiano La Repubblica. L’esistenza dell’indagine era nota da mesi, da quanto il Codacons ha presentato una denuncia,  ed il gruppo dei consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle hanno integrato un proprio esposto già depositato in estate, mettendo a disposizione  degli inquirenti un elenco dettagliato delle presunte spese ritenute folli ed inutili.

L’inchiesta coordinata dal pm Toscani è tuttora nei confronti  di ignoti, è stata delegata alla Guardia di Finanza che è al lavoro sulla documentazione acquisita negli uffici regionali. Gli investigatori delle Fiamma Gialle stanno ricostruendo l’iter amministrativo relativo alla realizzazione della struttura, per verificare i costi previsti dal capitolato d’appalto e la presenza di eventuali aumenti illegittimi degli stessi. Sulla medesima vicenda sono in corso gli accertamenti anche della Corte dei Conti, che ipotizza un conseguente eventuale danno erariale.

Secondo quanto denunciato  alcuni costi della sede del Consiglio Regionale sarebbero stati sovrastimati,  realizzazione ha comportato un investimento complessivo di 87 milioni di euro, un costo quasi triplicato  rispetto ai 39 milioni e mezzo, a partire delle famose 1.600 plafoniere che sono costate al contribuente 637 euro l’una, che ha fatto crescere la spesa complessiva da 199 mila euro a 1 milione 42mila euro.  Un aumento di 56 euro al metro quadro è stato calcolato invece per il miglioramento acustico dei pannelli del controsoffitto, mentre 112mila euro è l’aggravio per la scelta delle pareti divisorie. Le parcelle dei progettisti, la cui entità è lievitata nel corso degli anni da 3 a 12 milioni di euro (in quanto legata all’importo dei lavori), e alle spese per il canone di locazione della sede di via Capruzzi prolungato di ulteriori 4 anni per un ammontare di 6 milioni 350mila euro.

Il presidente della Regione Michele Emiliano dopo l’avvio dell’inchiesta penale, e dopo la pessima figura fatta in televisione a Non è L’ Arena (La7) condotta da Massimo Giletti, dalla sua “stretta” collaboratrice Barbara Valenzano, ha istituito un collegio di vigilanza per verificare la congruità dei prezzi i cui esiti saranno trasmessi all’autorità giudiziaria. Inutilmente, in quanto l’operato della Guardia di Finanza è sicuramente più affidabile e competente.

Come giustificherà la Regione Puglia i 1000 giorni di sospensione dei lavori senza alcuna giustificazione per un’opera ritenuta strategica e continue varianti avvenute sia in fase di progettazione (dal 2003 al 2010) che in corso d’opera (dal 2012 ad oggi) per un totale di circa 54 milioni di euro. L’ultima, da 19 milioni e 579mila euro è stata approvata dalla Giunta Emiliano nel 2015 e tra le spese esaminate, sono state evidenziate “scelte che non rispettano – principi di economicità, efficacia ed efficienza a cui deve conformarsi l’attività della pubblica amministrazione”.

 




Pignoramento da 300mila euro al Codacons che si appella al governo: “Così chiudiamo”

ROMA – La notizia ha destato scalpore mettendo a nudo il “modus operandi” dell’associazione di consumatori Codacons per il mancato versamento del contributo unificato che riguarda gli atti legali presentati.

Conseguentemente l’  Agenzia delle Entrate ha pignorato 300mila euro al Codacons, che dando notizia dell’accaduto, ha lanciato  un appello al presidente del consiglio Giuseppe Conte, ed ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ed al Ministro dell’economia Giovanni Tria, auspicando e chiedendo che si possano sbloccare le risorse congelate e salvare l’associazione di consumatori romana  “dall’estinzione“.

Il Codacons punta i riflettori della vicenda sostenendo che “al centro della questione” il problema reale sarebbe “il contributo unificato che il Codacons, in qualità di Onlus, non è tenuta a pagare sugli atti legali portati avanti a difesa della società e della collettività, ma che il fisco italiano continua a richiedere in modo ossessivo fino ad arrivare al recente pignoramento, deciso sulla base di interpretazioni della norma totalmente errate“.

A metà giugno, la rivista telematica Fisco Oggi, però,  ha pubblicato una nota sulla questione che mettendo in discussione (ed in crisi) la posizione del Codacons: “Onlus, qualche esenzione sì ma non dal contributo unificato”, si legge. E ancora: “Non basta la qualifica, il beneficio diventa legittimo solo in base a un criterio di meritevolezza in funzione della solidarietà sociale e dell’oggetto del giudizio“. Argomentando nei particolari, Fisco Oggi specifica che “in materia di agevolazioni tributarie le ONLUS non sono esenti dal pagamento del contributo unificato ai sensi del combinato disposto degli artt. 10 del DPR n. 115 del 2002 (TU Spese di Giustizia) e 27-bis della tabella B allegata al DPR n. 642 del 1972, atteso che, da un lato, il termine ‘atti’ deve riferirsi esclusivamente a quelli amministrativi e non anche a quelli processuali giusta la necessità di un’interpretazione restrittiva quanto ai benefici fiscali e, dall’altro, che l’esenzione dal contributo suddetto è giustificabile alla luce dell’art. 10 del citato DPR n. 115 solo in base ad un criterio di meritevolezza in funzione della solidarietà sociale, dell’oggetto del giudizio e non in considerazione della qualità del soggetto, anche in ragione di esigenze costituzionali di parità di trattamento e comunitarie di non discriminazione”. In poche parole, la gratuità degli atti processuali non sarebbe garantita.

Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, si oppone proprio a questo e spiega oggi al quotidiano  La Repubblica che: “E’ una interpretazione gravissima, perché la causa in Tribunale è la più importante fase di difesa del cittadino, durante la quale si esplica il ruolo sociale delle associazioni come la nostra. Se non avessimo gli strumenti per difendere un consumatore da una grande azienda fino al Tribunale, come potremmo fare il nostro mestiere?“. E soffermandosi alla lettura della norma, Rienzi aggiunge: “Le commissioni tributarie di primo grado e in sede regionale hanno valutato il nostro caso spaccandosi: la metà ci ha dato ragione e la metà torto”.

Dalla complicata ed imbarazzante  si è arrivati all’appello odierno alle istituzioni per fare chiarezza alla vicenda e determinare la gratuità degli atti giudiziari: “Abbiamo avuto un incontro ufficiale con il legislativo del Ministero dell’Economia, in particolare con il capo dell’ufficio Glauco Zaccardi”racconta Rienzi –  Ci hanno riferito che avrebbero fatto un’istruttoria per valutare di inserire questa norma nella legge di Bilancio. Non deve pesare sulle casse pubbliche, ma già prima del processo telematico le Onlus erano esenti dai bolli per le carte legali: non vedo perché ora dovrebbero lucrare su di noi”.




Popolare di Bari. Il comitato degli azionisti ottiene decisione favorevole dall’ Arbitro per le Controversie Finanziarie

ROMA – Con la decisione n.138 del 5 dicembre, l’ Arbitro per le Controversie Finanziarie istituito dalla Consob ha accertato e dichiarato che la Banca Popolare di Bari ha violato alcuni obblighi nella vendita delle azioni nei confronti di una cliente, difesa dall’Avv. Antonio Pinto. Questo nonostante l’azionista avesse firmato vari documenti contenenti dichiarazioni a se sfavorevoli. Ha altresì condannato la Banca Popolare di Bari a risarcire parzialmente l’azionista per i danni subiti a causa dell’inadempimento. L’ACF ha quantificato i danni in una misura pari alla differenza fra il prezzo di acquisto e l’ultimo valore delle azioni risultante dalla quotazione attuale di 6,30 euro. Oltre ad interessi e rivalutazione monetaria. L’Acf non ha invece accolto la domanda di invalidità del contratto di acquisto e quindi l’azionista rimane titolare delle azioni.
Il presidente del Comitato Canio Trione ha sottolineato che è la prima decisione ottenuta dai legali del Comitato degli azionisti della Banca Popolare di Bari , composto da sette associazioni di consumatori, Codici, Codacons, Adusbef, Adiconsum, Unc, Assoconsum e Confconsumatori. “Auspichiamo che la banca assieme al Comitato pervenga al più presto alla individuazione di soluzioni di “sistema”,che vadano incontro alle richieste dell’intera platea dei risparmiatori-azionisti della banca. Sforzo che, ove necessario, deve coinvolgere anche le Istituzioni pubbliche.
L’Avv. Vincenzo Laudadio (Adusbef) ha precisato che: “se la banca non dovesse ottemperare alle decisioni dell’ACF, come Comitato proporremo di fare quello che la legge ci consente, ossia chiedere a un Tribunale, con un procedimento di cognizione sommaria ex art. 702 bis c.p.c., di condannare la banca a risarcire quanto dovuto“. L’Avv. Alessandro Amato (Codacons) chiede che la banca descriva al Comitato ed agli azionisti l’operazione di cessione dei crediti deteriorati, di cui il 5 dicembre sono stati divulgati sul sito BPB alcuni termini, chiarendo meglio i contenuti dell’operazione e le conseguenze sul prossimo bilancio.
Il Comitato degli azionisti della Banca Popolare di Bari inoltre ha reso noto che la Corte Costituzionale ha fissato per il prossimo 20 marzo 2018 l’udienza per la discussione sulla costituzionalità della legge di conversione 3/2015 del D.L. 33/2015 sull’obbligo di trasformazione in SPA delle Banche Popolari con attivo patrimoniale netto superiore ad 8 mld di euro e sulla relativa compressione del diritto di recesso prevista dalle suddette norme, ricorso che ha visto tra i promotori la stessa Adusbef.
 



Il ministro Calenda non fa piena trasparenza su Laghi. Perchè ?

di Gianni Dragoni

Niente trasparenza sulle carte della nomina di Enrico Laghi a commissario di Alitalia. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha accettato il “Diktat” del professor Laghi, che aveva chiesto il’totale oscuramento dei dati personali contenuti nella sua autocertificazione e vietato la diffusione del “parere legale allegato”.

nella foto, il ministro Carlo Calenda

Carte con omissis

Giovedì scorso è scaduto il termine per  la consegna delle carte a chi aveva richiesto l’accesso civico. A Poteri Deboli risulta che il ministero dello Sviluppo (Mise) ha consegnato solo l’autocertificazione firmata da Laghi, ma con numerosi omissis per oscurare i dati personali che l’interessato non vuole pubblicizzare. E non è stato consegnato neppure il parere legale allegato da Laghi, a supporto della sua tesi che non vi sia incompatibilità con l’attività precedente svolta dal medesimo, in particolare presidente di Midco, la società che controllava il 51% dell’Alitalia-Sai  finita in dissesto e commissariata e consigliere della Cai, che possiede il 51% di Midco. Sulla comunicazione il Mise non ha diffuso informazioni.

ll deputato M5S Davide Crippa

“Vuoto cosmico”

Il deputato dei Cinque Selle Davide Crippa, che nei mesi scorsi aveva chiesto l’accesso alle informazioni su Laghi, ha parlato di “vuoto cosmico” quando ha ricevuto le carte fornite nella risposta da Calenda. E’ stato Calenda, il 2 maggio scorso, a nominare Laghi commissario di Alitalia, insieme a Luigi Gubitosi e Stefano Paleari. Ora l’ex collaboratore di Luca Cordero di Montezemolo difende la nomina dalle contestazioni di incompatibilità e conflitto d’interessi.

Il decreto Passera sulle incompatibilità

Il decreto del 10 aprile 2013, firmato dall’allora ministro dello Sviluppo Corrado Passera, dice all’articolo 4: “Non può essere nominato commissario giudiziale o commissario straordinario: a) chi ha esercitato funzioni di amministrazione, direzione o controllo nell’impresa insolvente ovvero si è in qualsiasi modo ingerito nella medesima; (…) d) chi, nei due anni anteriori alla dichiarazione dello stato di insolvenza, ha prestato a qualunque titolo la sua attività professionale a favore dell’impresa insolvente”.

La lettera di Laghi al Mise

Il decreto stabilisce che chi viene nominato commissario deve presentare al Mise un’autocertificazione per dichiarare l’assenza di incompatibilità. Tra i documenti di cui è stata chiesta la pubblicazione al Mise c’è l’autocertificazione che Laghi ha dovuto firmare, come gli altri due commissari, Gubitosi e Paleari.

 

Laghi si è opposto alla divulgazione di tutte le carte sulla nomina con una lettera inviata il 5 settembre al Mise. Poteri Deboli ne ha riferito il 7 settembre nei due articoli “Alitalia, le opacità di Laghi”. La lettera viene qui riprodotta nel testo integrale. Laghi nega il consenso alla pubblicazione di dati personali e del “parere legale allegato”, dicendo che è coperto da segreto professionale e gli serve per difendersi al Tar dal ricorso del Codacons.

Partita anche al Tar

La questione della presunta incompatibilità di Laghi rimane aperta, come i rilievi agli altri commissari, sebbene più blandi. Secondo il M5Sanalogo discorso vale anche per il dott. Luigi Gubitosi e il prof. Stefano PaleariGubitosi perché dal 15 marzo, su indicazione delle banche creditrici e azioniste, era consigliere di amministrazione di Alitalia-Sai, poi finita in insolvenza.

Inoltre la legge Gelmini –  hanno affermato M5S e il Codacons  –  stabilisce che la posizione di professore universitario “è incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria”. Laghi è professore universitario, come Paleari.

Quanti incarichi?

Come Poteri Deboli ha ricordato negli articoli precedenti, Laghi ricopre almeno una dozzina di incarichi in società ed enti privati e pubblici, oltre ad essere docente ordinario di economia aziendale all’università La Sapienza di Roma, commercialista, valutatore di aziende, perito per il Tribunale.

Laghi è anche commissario del gruppo siderurgico Ilva, presidente dell’immobiliare Beni Stabili, società quotata in Borsa che fa capo a Leonardo Del Vecchio, presidente del collegio sindacale di Acea (voluto da Francesco Gaetano Caltagirone), revisore dei conti del Coni, consigliere di amministrazione di Burgo Group e di B4 Holding Srl.

Sul Corriere della sera in maggio Sergio Rizzo è arrivato a contare 24 incarichi. Fonti vicine a Laghi replicano che gli incarichi effettivi sarebbero di meno, perché quelli nello stesso gruppo (in particolare nel grappolo di società dell’Ilva) per Laghi sono da considerare un unico incarico. Ne rimangono comunque una buona dozzina. E Laghi si è dimesso da sindaco di Unicredit e consigliere di Cai.

Vendita Alitalia: offerte entro venerdì

Alitalia vive giorni delicati. La gara per la vendita è nella fase calda. Entro la mezzanotte di venerdì 15 settembre i gruppi interessati devono presentare le manifestazioni d’interesse all’acquisto ai commissari. Non siamo ancora alle offerte vincolanti, per quelle c’è tempo fino al 2 ottobre. Gli interessi principali sono diretti o alle attività di volo (Lotto Aviation) o alle sole attività di assistenza aeroportuale (Lotto Handling). Un’offerta unitaria per tutta l’azienda non dovrebbe esserci. Più probabile lo spezzatino.

Forte interesse di Lufthansa

E’ forte l’interesse di Lufthansa, che venerdì ha mandato dei suoi dirigenti a Fiumicino a informarsi sulle atività di manutenzione e logistica, come rivelato da Poteri Deboli nell’articolo “Vendita Alitalia, Lufthansa plana su Fiumicino”. In pista anche Ryanair per lo spezzatino, easyJetEtihad, che potrebbe unirsi a Lufthansa, alcuni fondi tra cui Elliott. Da confermare la presenza di Delta con Air France-Klm.

Una domanda per Laghi

Una domanda semplice per il commissario contestato. Con tutti questi incarichi, il professor Laghi troverà il tempo di occuparsi di Alitalia?

 

* giornalista del Sole 24Ore, commento tratto dal suo blog




Popolare Bari, la rabbia dei clienti: “Rovinati dalla banca le istituzioni ci aiutino”

ROMA – Mentre il deputato democratico Francesco Boccia si preoccupava nei giorni scorsi di tutelare la banca ed il “gruppo” (famiglia Jacobini) di controllo, i veri danneggiati e cioè gli azionisti della Banca Popolare di Bari chiedono con decisione l’intervento  delle istituzioni a partire dalla Regione Puglia ed il Comune di  Bari.
I clienti ed azionisti si sono radunati nella sede del Comitato per la tutela degli azionisti della Bpb, una stanza un pò piccola per ospitarli tutti ed i partecipanti arrivavano sino al marciapiede di via Dante, nel pieno centro del capoluogo pugliese. Sono per la maggioranza pensionati. Ma anche dei ragazzi che accompagnavano alla riunione i rispettivi genitori anziani . Nella prima fila gente seduta che prendeva appunti.  A convocare la riunione era stata convocata nei giorni scorsi dalle associazioni dei consumatori che compongono il Comitato.
L’ulteriore preoccupazione nasce all’indomani della notizia della nuova indagine nei confronti dei vertici della Popolare, che ha coinvolto il presidente Marco Jacobini ed i suo figli figli Gianluca e Luigi che con lui “governano” la banca barese . Le indagini della Guardia di Finanza delegata dalla Procura di Bari hanno fatto emergere anni di bilanci in perdita, di gestioni irregolari  e prestiti “allegri”. I reati contestati ai vertici della Bpb, infatti sono molto pesanti e vanno dall’ associazione per delinquere alla truffa, alle false dichiarazioni in prospetto informativo.
E’ stata proprio la presenza di quest’ultima imputazione di reato che ha indotto le associazioni dei consumatori a intervenire in quanto, qualora le accuse dovessero rivelarsi fondate, in tal caso negli anni scorsi gli azionisti della Popolare  avrebbero acquistato titoli,  sulla base di dati non attendibili e quindi falsati. Nel comunicato distribuito è scritto  “Sarebbero legittimati a domandare il risarcimento dei danni direttamente subiti e la restituzione delle somme investite al momento dell’acquisto  le risultanze dell’inchiesta penale consentirebbero anche di acquisire elementi per rafforzare le domande di restituzione“.
Questa la ragione che ha indotto le associazioni dei consumatori  Adusbef, Adiconsum, Codacons, Codici,  Confconsumatori, Unione nazionale Consumatori e a riunire i loro associati. Secondo i loro avvocati “Da oggi  si apre una fase nuova che prima non era consentita. Inviateci tutta la vostra documentazione, in modo tale da far partire i ricorsi sia in sede civile che penale. Non c’è alcun motivo di dover aspettare la conclusione delle indagini“. Vi sono stati momenti di accesa tensione con  una signora presente , che  non è pugliese, ha preso la parola ed urla “Loro non hanno avuto pietà di noi  perché noi dobbiamo avere pietà di loro ? “. ha raccontato a chi le stava seduto accanto di essere vedova e che aveva investito tutta la sua eredità  circa 500mila euro, utilizzati per acquistare le azioni della Popolare. “Sono distrutta” dice mentre con fatica uscva dalla sede del Comitato, ma è svenuta cascando per terra. La gente subito è accorsa in suo soccorsoPoi l’arrivo dell’ambulanza: “Un malore temporaneo, per stress e stanchezza, per fortuna” rassicurano gli infermieri dell’ambulanza del 118  arrivata sul posto.
Alla fine dell’incontro Alessandro Amato, presidente del Codacons commenta :” C’è una forte disperazione e rabbia, comprensibile  buona parte degli azionisti che  hanno acquistato con i risparmi di una vita i titoli nella consapevolezza di fare un investimento per poi poterli rivendere e utilizzare quei fondi per il matrimonio o la laurea dei figli. Gente che ha versato il proprio trattamento di fine rapporto, “.
Adesso i rappresentanti del Comitato si rivolgono alle istituzioni, partendo dalla Regione ed Comune di Bari chiedendo loro di farsi avanti e sostenere gli azionisti: “Chiediamo il coinvolgimento delle istituzioni a tutti i livelli — aggiunge ancora Amatoperché ci aiutino nell’interlocuzione con la banca, una forte realtà che ha dato tanto al territorio e che non abbiamo alcun interesse a far sparire. Questo sarebbe un danno soprattutto per i soci».
 Sul tema è tornato a parlare in serata anche il segretario del Pd Matteo Renzi: “Non si può dire che il problema del sistema bancario italiano sono quattro banche popolari, di cui noi abbiamo salvato i correntisti, quando il vero scandalo è stato fatto qualche anno fa con Monte dei Paschi di Siena, con Antonveneta, con alcune banche pugliesi“. Banca Popolare di Bari compresa, nonostante il “fiancheggiamento” dell’ on. Boccia.



L’ Autorità Nazionale AntiCorruzione solleva dubbi ma archivia l’esposto del Codacons su Alitalia

ROMA – Con delibera del 13 luglio 2017, l’ANAC si è pronunciata  su una segnalazione  del Codacons in merito ad  un presunto conflitto di interessi in capo ad Enrico Laghi, nominato con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 2 maggio 2017 nell’ambito della terna commissariale preposta alla amministrazione straordinaria di  Alitalia.

L’ANAC ha rilevato la propria incompetenza e archiviato la segnalazione. ANAC ha tuttavia sollevato dubbi sulla corretta applicazione della normativa che regola il regime di incompatibilità dei commissari e ha rimesso alla valutazione del Ministro dello sviluppo economico la verifica della legittimità dell’atto di nomina.

Il Ministero dello sviluppo economico, fino ad oggi non coinvolto nel procedimento instaurato presso l’ANAC, comunicherà  all’Autorità  la documentazione comprovante i presupposti per l’atto di nomina  e le valutazioni  effettuate ai fini della verifica in ordine all’assenza di profili di incompatibilità e provvederà ad investire della questione anche l’Avvocatura dello Stato, attesa la pendenza di un ricorso avanti al TAR, avverso l’atto di nomina.




Le associazioni dei consumatori: “Si specula sui prezzi”. A Bari la Prefettura attiva la Guardia di Finanza

L’ associazione di consumatori  Codacons ha presentato oggi a 104 procure della Repubblica di tutt’ Italia un esposto  con sui si denunciano le vergognose speculazioni registrate in questi giorni e legate al maltempo,  sui prezzi di frutta e verdura venduti al pubblico.  Il Codacons in un comunicato afferma che  “Le condizioni meteorologiche avverse che hanno interessato le regioni del centro-nord stanno avendo pesanti ripercussioni sui listini dell’ortofrutta all’ingrosso e al dettaglio. In sostanza, come già avvenuto in passato, schizzano alle stelle i prezzi di numerosi prodotti ortofrutticoli venduti nei mercati o presso gli scaffali dei supermercati, e i rialzi vengono giustificati con il maltempo che ha interessato le coltivazioni e la riduzione delle produzioni. Nella realtà, tuttavia, la maggior parte dei prodotti oggi in vendita è stata raccolta nelle settimane scorse, quando cioè non vi era alcuna emergenza neve e freddo. Addirittura vengono spacciate per nazionali frutta e verdura provenienti da paesi esteri, allo scopo di poter rincarare i prezzi con la scusa del maltempo”.

Il Codacons le definisce nel suo comunicato  delle “vere e proprie speculazioni intollerabili sulla pelle dei consumatori e degli agricoltori ” aggiungendo che  “per tale motivo abbiamo chiesto a 104 Procure di aprire indagini su tutto il territorio alla luce del reato di aggiotaggio, e di individuare gli speculatori che determinano rincari ingiustificati dei listini all’ingrosso e al dettaglio”.

Sulla base di questo esposto  i finanzieri del Comando Provinciale di Bari della Guardia di Finanza, guidato dal generale Nicola Altiero,  d’intesa con la Prefettura di Bari , hanno avviato un piano coordinato d’intervento operativo in materia di “lotta al carovita”  al fine di verificare i corretti adempimenti amministrativi da parte degli esercizi commerciali nella vendita dei prodotti di largo consumo. L’azione, a carattere preventivo per la tutela dei consumatori finali, nel ribadire la presenza degli Organi di polizia economico-finanziaria sul territorio, ha lo scopo di dissuadere taluni operatori dal porre in essere manovre speculative irregolari in periodi di evidente criticità, a causa delle recenti abbondanti nevicate che hanno colpito la Regione Puglia. Le condotte illecite oggetto di monitoraggio sono quelle che si sostanziano nell’aumento ingiustificato e spropositato dei prezzi dei prodotti di prima necessità o di largo consumo.

 




Puglia. famiglie e piccole imprese sommerse dai debiti. Possibile ridurli fino al 50 per cento

di Marco Ginanneschi

La crisi economica che ha investito l’Italia negli ultimi anni ha portato un numero crescente di famiglie e piccole imprese a ritrovarsi sommerse dai debiti cui non si riesce, purtroppo, a fare fronte. Una situazione che coinvolge migliaia di consumatori e società anche in Puglia. Esiste tuttavia nel nostro ordinamento una legge pressoché sconosciuta il cui obiettivo è proprio aiutare consumatori e aziende a ridurre il carico di debito accumulato negli anni . Si tratta della legge n. 3 del 27 gennaio 2012, che introduce le procedure di composizione della crisi da sovra-indebitamento, strumenti per mezzo dei quali ai cittadini e alle piccole imprese è data la possibilità, con l’intervento del giudice, di ridurre i debiti diventati eccessivi fino al 50% del loro importo.

Proprio a tutela delle famiglie e delle piccole imprese in difficoltà, il Codacons ha lanciato oggi anche in Puglia una azione legale contro il sovra-indebitamento: tutti i cittadini e i piccoli imprenditori strozzati dai debiti, seguendo la procedura indicata sul sito www.codacons.it, possono ottenere l’aiuto di uno staff di legali ed esperti dell’associazione, che valuteranno le singole posizioni e assisteranno consumatori e aziende nell’iter da avviare per ottenere la riduzione fino al 50% dei debiti accumulati.

La legge infatti prevede tre diverse procedure a favore dei soggetti sovra-indebitati: l’accordo di ristrutturazione dei debiti, il piano del consumatore e la liquidazione di tutti i beni. Tutte le famiglie e le imprese della Puglia strozzate dai debiti possono verificare attraverso il Codacons se ricorrano i presupposti per ottenere i benefici previsti dalla legge e valutare la procedura più adeguata da avviare per salvare il proprio patrimonio.




Italia avvolta da smog, domenica primi blocchi a Roma e Milano.

Gas di scarico delle auto, riscaldamenti domestici, emissioni industriali, alta pressione. Una cappa di smog opprime la penisola e soffoca principalmente le città, complice anche il combinato tra cambiamenti climatici e ridotta disponibilità di spazi verdi che contribuiscono a combattere le polveri sottili e gli inquinanti gassosi. Scattano allora in diverse città i primi blocchi alla circolazione per i mezzi più inquinanti. Da domani a Roma e Milano.

Roma, domani prima domenica ecologica
Nella Capitale tornano le domeniche ecologiche, mentre i limiti alle auto più inquinanti, da Euro 2 a scendere, nella cosiddetta fascia Verde sono scattati già l’8 dicembre dalle 7.30 alle 20,30. La prima delle quattro domeniche programmate dal Campidoglio prevede il divieto totale della circolazione ai veicoli con motore endotermico nella Fascia Verde dalle 7,30 alle 12,30 e dalle 16,30 alle 20,30. Sono esentati dal blocco i veicoli con carburanti a basso impatto ambientale metano e GPL, oltre a quelli a trazione elettrica, ibridi ed Euro 6. L’allarme inquinamento a Roma ha fatto scendere in campo il Codacons che, puntando il dito sulle ”12 centraline su 13 che hanno superato i limiti massimi di Pm10 nell’aria”, ha annunciato per domani la presentazione di un esposto in Procura contro l’amministrazione comunale.

Milano, blocco alla circolazione domenica
Misure di blocco alla circolazione sono previste domani anche a Milano dal ‘Protocollo regionale sulla qualità dell’aria’. Nella città infatti è stato superato il limite giornaliero di PM10 di 50 microgrammi per metro cubo per sette giorni consecutivi. Stop quindi ai veicoli Euro 0 benzina e Euro 0, 1 e 2 diesel, anche nelle giornate di sabato, domenica e festivi, dalle ore 7,30 alle ore 19,30. Le auto private Euro 3 diesel senza filtro antiparticolato invece non potranno circolare in città dalle 9,00 alle 17,00, mentre i veicoli commerciali Euro 3 diesel senza filtro antiparticolato saranno bloccati dalle 7,30 alle 9,30. I provvedimenti saranno sospesi dopo due giorni consecutivi sotto i limiti di 50 microgrammi per metro cubo.

Torino, primi blocchi scatteranno da mercoledì 
Emergenza anche a Torino, dove da qualche giorno è già scattato il ‘semaforo giallo’ della Regione, che viene acceso quando la soglia di 50 mg/m3 viene superata per oltre 7 giorni. I primi blocchi scatteranno però da mercoledì prossimo.

Napoli, continuano i diviti alla circolazione previsti in alcuni giorni
Aria pesante pure a Napoli, dove è vietata da tempo la circolazione ad alcuni veicoli ad esclusione, fra gli altri, delle auto Euro 4 e successive e delle alimentazioni elettriche, a Gpl o metano. Al fermo già previsto per le giornate di lunedì, mercoledì e venerdì (dalle 9 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 16,30) si è aggiunto il martedì. In questa giornata il divieto di circolazione resterà in vigore fino al 31 dicembre 2016, mentre per tutti gli altri durerà fino al 31 marzo 2017.

A Taranto, città in cui tutti danno solo colpa dell’inquinamento all’ ILVA, dimenticando la Raffineria ENI e lo stabilimento Cementir, invece tutto tace. Per il Sindaco Stefàno va tutto bene. A lui basta scrivere una letterina al Ministro della Salute….




Banca Popolare di Bari cerca un accordo con i 69mila azionisti. Rischiando grosso…

CdG Jacobini BPBIl Comitato per la tutela degli azionisti della Banca Popolare di Bari che a poche settimane dalla sua nascita conta già più di mille iscritti, rappresentato dalle associazioni dei consumatori  Adusbef, Codacons, Codici, Confconsumatori e Unione nazionale consumatori , ed i vertici e legali della banca barese stanno cercando una soluzione per evitare un crack bancario che  potrebbe travolgere entro la fine dell’ anno i risparmi di 69mila soci della Bpb. Ed è per questo motivo che le parti si sono incontrate nei giorni scorsi. I rappresentanti della banca hanno deciso di aprirsi al confronto per la prima volta per cercare di trovare delle soluzioni “di solidarietà per i soci che si trovino in difficoltà“.

La Banca Popolare barese si è manifestata disponibile con un comunicato anche “ad aderire alla raccomandazione Consob e quindi a soluzioni alternative per la negoziazione delle proprie azioni, che possano garantire la maggiore liquidabilità del titolo e a valutare soluzioni di moratoria dei finanziamenti, nonché a studiare la fattibilità della piena applicazione della norma che consente di sospendere il pagamento della sorte capitale dei mutui”. Ma cosa è successo per arrivare a questo punto ? Era soltanto lo scorso giugno quando Marco Jacobini l’ultimo erede della famiglia che da oltre mezzo secolo controlla la Popolare di Bari parlava di “sviluppo, crescita, espansione”  e per allontanare incubi e fantasmi la banca si aggrappava a un’altra acquisizione:”Vogliamo CariChieti” la piccola banca abruzzese azzerata dal decreto del governo del novembre scorso, dichiarava Jacobini, candidando l’istituto che presiede all’acquisto .

CdG banca d' italia

A Bari, si cercava di confondere le acque per calmare gli azionisti. A fine aprile 2016 era arrivato il deprezzamento del valore delle azioni, con una perdita secca del 21 per cento in un sol colpo, con le azioni che crollavano da 9,53 a 7,5 euro, con. Un tracollo difficile da accettare per gli oltre 70 mila soci della Popolare di Bari, che con 385 filiali ed oltre 3 mila dipendenti, quasi 15 miliardi di attivi,  rimane la più grande banca del Sud, una delle poche banche ancora indipendenti. Va ricordato che negli ultimi tre anni la Banca barese guidata da Jacobini aveva raccolto quasi 800 milioni piazzando titoli tra migliaia di risparmiatori.

CdG BPB agenziaNel 2014 sono state vendute anche 200 milioni di obbligazioni subordinate, un investimento con un alto rendimento (6,5 per cento annuo) ma anche meno sicuro dei classici bond, come hanno scoperto nei mesi scorsi i clienti degli istituti liquidati a loro spese, primi tra tutti quelli di Banca Etruria. Il risultato fu che le fila dei soci di Popolare Bari si ingrossarono a gran velocità.Il capitale era diviso nel 2010 tra meno di 50 mila investitori, rispetto agli attuali 70 mila, con una differenza: le azioni dell’istituto barese non sono quotate in Borsa. Quindi un azionista che vuol vendere o comprare le azioni, deve pertanto rivolgersi in banca. Solo che il prezzo è fatto “ad hoc”, nel senso che di anno in anno la quotazione viene stabilita dagli amministratori e successivamente sottoposta al giudizio dell’assemblea per il via libera definitivo. In pratica lo stesso meccanismo   che ha già dato una pessima prova di sé nelle recenti crisi della Banca Popolare Vicenza e di Veneto Banca, letteralmente travolte dalla fuga in massa degli azionisti.

CdG soldiA Bari fino al 2015 quasi tutto era andato bene, controllato dietro le quinte. Poi molti soci , avevano chiesto di liquidare in parte o completamente il proprio investimento dopo essere stati  allarmati dalle varie crisi  e dai  ribaltoni esplosi nel settore bancario . Come risulta dagli stessi prospetti informativi degli ultimi aumenti di capitale della Popolare barese, il prezzo delle azioni messe in vendita negli anni scorsi venne calcolato in base a parametri di bilancio simili, anche se di poco inferiori, a quelli di altri istituti non quotati come le già citate banche in crisi  che come ben noto non hanno dimostrato di poter fronteggiare le rispettive crisi. Nel corso del 2015 l’istituto bancario con sede a Bari per far fronte alle richieste,  ha comprato azioni proprie per un controvalore di quasi 15 milioni, che erano state messe in vendita dai soci.

Jacobini e i suoi collaboratori provarono a gettare acqua sul fuoco dichiarando “Tutto sotto controllo” . Ma non avevano fatto bene i conti con i propri azionisti, infatti lo scorso 18 marzo in una sola giornata passarono di mano oltre 2 milioni di azioni della Popolare. Un vero e proprio boom senza precedenti nella storia della Banca. Infatti nei primi due mesi dell’anno 2016 ,  tra gennaio e febbraio il “mercatino” interno riservato ai soci aveva aperto i battenti e negoziato solo cinque volte, con scambi irrisori: soltanto alcune decine di migliaia di azioni. La “sorpresa” per gli azionisti arrivò dopo l’asta del 18 marzo che  è stata l’ultima occasione per poter vendere i titoli della Popolare di Bari al prezzo di 9,53 euro.

CdG assemblea BPB

Gli scambi ripresero solo lo scorso 13 maggio. Solo che nel frattempo, il 24 aprile, l’assemblea fissò la nuova quotazione, che scese come detto, a 7,5 euro. In poche parole semplici, il numero dei soci in uscita esplose proprio alla vigilia del ribasso. Una circostanza a dir poco strana che bastò ed avanzò  per alimentare legittimi sospetti e dubbi sull’identità dei fortunati venditori, i quali hanno incassato circa 20 milioni di euro in totale . A rilevare i titoli, secondo quanto spiegano alla Popolare di Bari, fu il gruppo assicurativo Aviva, che aveva siglato un’alleanza commerciale con l’istituto barese soltanto qualche settimane prima. Ma anche la posizione dei nuovi acquirenti risultò piuttosto singolare ed equivoc. In pratica Aviva d’accordo con i vertici della banca guidata dalla famiglia Jacobini ,  avrebbe comprato titoli che nel giro di un mese si sono svalutati del 20 per cento per decisione della banca stessa. Operazione che non sembrava un affare degno per poter sigillare e festeggiare l’intesa strategica appena firmata.

Infatti la Popolare di Bari alla fine dello scorso marzo ha annunciato il bilancio peggiore di tutta la sua vita: 475 milioni di perdite, scese a 297 milioni grazie ad alcune partite fiscali positive (ed “una tantum”) per 177 milioni. Un pesante ed evidente peggioramento rispetto al bilancio 2014, che si era chiuso con 24 milioni di profitti, in realtà generati in parte grazie alle rettifiche (271 milioni) sui valori di alcune attività in bilancio. Un esempio per tutti, la quota di controllo nella Cassa di Orvieto e una rete di filiali e sportelli comprati in precedenza e pagati a peso d’oro,  ed oggi molto svalutati alla luce di una situazione di mercato molto più complicata. Anche nel portafoglio crediti arrivarono delle  importanti “pulizie” contabili . Rispetto al 2014, gli accantonamenti sui prestiti a rischio erano più che raddoppiati, arrivando a 246 milioni.

CdG banca tercassNel 2014 la Popolare barese è sbarcata in Abruzzo per scongiurare il “crac” di Banca Tercas, istituto con sede a Teramo, a sua volta distrutta da anni di gestione dissennata. Il salvataggio venne  finanziato in parte dal Fondo interbancario di tutela dei depositi  che ha modificato in corsa il suo intervento (con 265 milioni di contributi) dopo lo stop  ricevuto dalla Commissione europea per un presunto aiuto di Stato. L’istituto barese aveva  investito nell’operazione Terca, sino a quel momento circa 325 milioni , ma tutto procedeva ancora a rilento. L’anno scorso il bilancio si è chiuso in utile per 10 milioni soltanto grazie a 56 milioni di benefici fiscali straordinari.

CdG Marco Jacobini

Il presidente della banca Popolare di Bari, Marco Jacobini “controlla” un consiglio di amministrazione blindato composto fedelissimi, dopo essersi assicurato la successione con l’avvenuta discussa nomina dei suoi due figli: Gianluca, 39 anni,  venne  nominato condirettore generale mentre il fratello Luigi, diventò  vicedirettore generale. Un vertice tutto in famiglia con un assetto del top management che non ha eguali nel variegato mondo del credito bancario . Nel 2015 il posto di amministratore delegato ricoperto in precedenza da Vincenzo De Bustis, un banchiere di lungo corso, partito dalla Banca del Salento per arrivare nel 2000 al vertice del Monte Paschi di Siena grazie alla benedizione politica di Massimo D’Alema, allora potentissimo ,  venne affidato ad  un esperto manager,  Giorgio Papa, 60 anni, una carriera con incarichi importanti nel gruppo Banco Popolare e successivamente in Finlombarda, la holding controllata dalla Regione Lombardia quest’ultima una nomina “politica”,  decisa dalla giunta regionale lombarda di centrodestra nella gestione di Roberto Formigoni.

CdG de bustrisDe Bustis, insediatosi nel 2011, dette le dimissioni ad aprile 2015 venendo liquidato con una buonuscita (nelle carte definito “incentivo all’esodo“) di 975 mila euro.
 Incredibilmente proprio nell’anno “nero” e peggiore della Popolare di Bari, tutti i manager al vertice hanno visto il loro stipendio lievitare, a partire dal presidente Marco Jacobini, che ha guadagnato 700 mila euro (50 mila in più rispetto al 2014. Busta paga ancor più pesante per i figli del presidente: il condirettore generale Gianluca ha guadagnato 453 mila euro ( 354 mila del 2014) mentre il fratello Luigi è arrivato a 410 mila euro, un aumento di oltre 50 mila euro rispetto all’anno prima. I manager, insomma, non potevano lamentarsi: più soldi per tutti. Ben diversa e più critica la situazione per i soci, le cui azioni valevano il 20 per cento in meno che videro i risparmi di una vita di fatto “bloccati” in banca. Migliaia di famiglie che non potevano attingere al loro tesoretto in titoli. Inutili le domande, suppliche, ricorsi, esposti in tribunale. Tutto va avanti così da mesi con un esercito di piccoli azionisti delusi e inferociti.

Ma dietro le quinte di questa storia di risparmio tradito, con i soci-azionisti della Popolare di Bari che non riescono più a vendere le loro azioni, in realtà c’è molto di più. Un  intreccio complicato di prestiti incagliati, conflitti d’interessi, perdite in bilancio. E sullo sfondo l’ombra (in tutti i sensi)  della Banca d’Italia, che dopo una lunga ispezione, già tre anni prima, aveva segnalato importanti “criticità“, per definirla con il garbato linguaggio della Vigilanza, sulla gestione dell’istituto barese. Eppure poche settimane dopo quella severa reprimenda, proprio da Bankitalia era arrivato a Bari nell’ottobre del 2013,   l’invito a farsi carico di Tercas, la vecchia Cassa di Teramo che dopo un lungo commissariamento affondava sempre di più  travolta dalle perdite. L’intervento di salvataggio grazie alla Popolare barese, avvenne con l’esplicito appoggio del governatore Ignazio Visco, si formalizzò e concretizzò . E così la banca gestita dai Jacobini si è trovata a gestire, non solo i propri crediti incagliati, ma anche quelli dell’istituto appena comprato con un investimento complessivo di 300 milioni. operazione che è stata scaricata sul bilancio 2015, chiusosi con 297 milioni di perdite, che come detto arrivano a 475 milioni escludendo alcune poste una tantum di natura fiscale.

CdG banca italia

Lo scorso ottobre ispettori della Banca d’Italia sono ritornati a verificare i conti e l’operato dell’istituto pugliese proprio mentre è in atto la trasformazione della Popolare in Spa, così come previsto dal decreto legge sul riordino bancario varato nel gennaio 2015 dal governo di Matteo Renzi. Una trasformazione che va effettuata, possibilmente, con i conti in regola.

Il settimanale L’ Espresso in una attenta e come sempre documentata inchiesta , riepiloga con ordine ed attenzione tutta la vicenda. Ritorniamo  quindi all’inizio 2013, quando i funzionari della Vigilanza si presentarono al quartier generale della banca barese per restarci, nel corso di tre successivi interventi, quasi otto mesi.  Va segnalato innanzitutto che il voto finale attribuito al termine dell’ultima ispezione alla Banca Popolare di Bari (cioè quella conclusasi  ad agosto 2013) è stato pari a 4, che in una scala di punteggio che va da 1 (il massimo) a 6 corrisponde  “parzialmente sfavorevole”. In pratica, la Banca d’Italia non sembrava affatto soddisfatta dell’operato di Jacobini e dei suoi manager. Dalle carte dell’ispezione, che il settimanale l’Espresso ha potuto consultare, vengono formulati  pesanti rilievi alla gestione della Popolare di Bari.

CdG lafusilloAd esempio la relazione degli ispettori della Vigilanza contestava “eccessiva correntezza” nei crediti verso alcuni gruppi. La “correntezza” nel linguaggio bancario, è la velocità con cui viene sbrigata una pratica. In pratica, alcuni prestiti importanti e di rilievo sarebbero stati erogati senza le dovute  adeguate verifiche sulla solidità del cliente. Gli ispettori hanno segnalato il caso dei gruppi Fusillo e Curci, che  controllano insieme la holding Maiora group. Nelle  carte si evince e legge che in favore di questa società, sono stati accordati finanziamenti  per importi notevoli “non sempre sufficientemente vagliati” e neanche “esaustivamente rappresentati al consiglio“. In poche parole, denaro “facile” ed allegro….. E non a  caso alla fine del 2013 la holding Maiora group, aveva già accumulato debiti con la Banca Popolare di Bari per 131 milioni di euro.

CdG gazzetta del mezzogiono

Chiaramente tutto ciò sul quotidiano regionale La Gazzetta del Mezzogiorno,  non è venuto mai alla luce. ed è facile capire il perchè !  I Fusillo, che controllano il 50% metà del capitale sociale della holding Maiora group, nel capoluogo pugliese sono costruttori ben noti e sopratutto influenti,  A partire da Nicola Fusillo, ex parlamentare del centrosinistra, candidatosi  alle regionali nel 2015  nelle liste del candidato vincente, Michele Emiliano. Gli altri componenti della famiglia  Fusillo solo per citare le iniziative più importanti è cresciuto a gran velocità realizzando centri commerciali, villaggi turistici, un grande polo della logistica a Rutigliano . Va ricordata tra le attività dei Curci, invece,  la partecipazione del 30 per cento nel capitale sociale della Edisud s.p.a. società editrice del quotidiano di Bari  “La Gazzetta del Mezzogiorno”,  . Al momento questa quota risulta ceduta in pegno alla Banca Popolare di Bari guidata da Jacobini. Coincidenza…che spiega il silenzio assordante sulla vicenda !

CdG hotel delle nazioniGli ispettori di Banca d’Italia segnalano nel loro rapporto anche “la prassi di sottoscrivere quote di fondi comuni che investono in immobili venduti da clienti finanziati dalla banca stessa“.  Operazione, questa, che  di fatto rende possibile  all’istituto di credito barese di azzerare la propria esposizione trasformandola, in parole povere, in quote del fondo.  Tra quelli citati dalla Vigilanza vi è un esempio eclatante. Sin dal 2011, Banca Popolare di Bari,  aveva sottoscritto tutte le quote del fondo Tiziano, “comparto San Nicola”, che è gestito dal gruppo romano Sorgente, cioè lo stesso fondo che ha poi acquistato proprio dalla società Fimco (controllata dai Fusillo,come abbiamo visto grandi debitori della Popolare di Bari,   il “Grande Albergo delle Nazioni”, uno degli immobili storici del capoluogo pugliese, affacciato sul Lungomare Nazario Sauro.  La banca barese guidata dai Jacobini ha quindi sostituito i propri crediti con le quote dei veicoli d’investimento targati Sorgente. La stessa Fimco ha successivamente ceduto al Fondo Donatello, gestito anche questo da Sorgente, un altro palazzo di pregio come l’Hotel Oriente, ubicato nel centro storico del capoluogo di regione.

Analizzando i bilanci alla mano, l’investimento in fondi immobiliari costituisce una presenza e partecipazione non indifferente del portafoglio titoli della Banca Popolare di Bari, voce questa nei conti del 2015, che vale 122 milioni e rispetto all’anno precedente ha già provocato perdite per 13 milioni   questa voce . La presenza della famiglia Fusillo, ricorre anche nella triste vicenda  della Banca Popolare di Vicenza, annientata da perdite ben superiori al miliardo e che da mesi è al centro di un’indagine in corso della magistratura. Alcune società della famiglia dei costruttori  Fusillo in passato hanno  ricevuto  da fondi offshore con base a Malta finanziamenti milionari . Finanziamenti a loro volta “sponsorizzati” e sostenuti dalla banca veneta all’epoca  dei fatti guidata da Gianni Zonin. Le  strane coincidenze ed intreccio di interessi però non finiscono qui. Vincenzo De Bustis, da fine 2011 ad aprile 2015 direttore generale della Popolare di Bari  ha ceduto nel 2013 una sua società personale alla holding Methorios, partecipata dall’ex candidato sindaco di Roma, Alfio Marchini. E guarda caso anche Methorios è stata finanziata da quegli stessi fondi maltesi che sono intervenuti per sostenere i Fusillo  grandi clienti della Popolare di Bari.

CdG Methorios EspressoUn  intreccio di prestiti e affari, su cui indagano i magistrati a Roma e a Vicenza, può riservare non poche sorprese. L’ex candidato sindaco di Roma Alfio Marchini infatti è stato indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta che ha portato nei giorni scorsi  a 19 perquisizioni nelle sedi di società collegate proprio alla Methorios Capital spa, società a lui riconducibile. Il reato contestato dai pm della Capitale è quello di “concorso in false comunicazioni sociali” delle società quotate in ordine ai bilanci (consolidato e di esercizio) della Methorios chiusi al 31 dicembre del 2014 e del 2015.

Fin dal 2013, la Vigilanza di Banca Italia aveva preso atto dei crediti a rischio dell’istituto pugliese, e gli aspetti critici della gestione erano stati sintetizzati in un giudizio, quel “parzialmente sfavorevole”, che avrebbe dovuto stroncare sul nascere i progetti di espansione di Jacobini e del suo direttore generale , e gli aspetti critici della gestione erano stati sintetizzati in un giudizio, quel “parzialmente sfavorevole”, che avrebbe dovuto stroncare sul nascere i progetti di espansione della Popolare di Bari e del suo direttore generale De Bustis.

Ma Tercas andava salvata in ogni caso. Alla fine del 2013 la Banca d’Italia era alla ricerca di un compratore per l’istituto abruzzese, solo che nessun banchiere però intendeva accollarsi gli oneri cioè i costi dell’operazione, che erano pari ad almeno 600 milioni.  E’ stato proprio A questo punto si è fatto avanti  Jacobini con la Popolare di Bari . Siamo nell’ottobre 2013 quando si è appena conclusa, l’ispezione con esito negativo della Vigilanza. A quanto pare nessun problema …. E nell’ agosto 2014 la Popolare di Bari si prese la Tercas con tutto il suo carico di debiti incagliati . L’operazione viene pagata per metà dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fidt), quindi finanziato da tutte le banche nazionali. Ma il salvataggio di sistema non bastava per chiudere l’operazione. E fu così che la Popolare Bari non trovò di meglio che farsi finanziare dai propri soci, piazzando nel novembre 2014 azioni per 300 milioni   ed obbligazioni subordinate per circa 200 milioni di euro.

CdG protestaBPBNella primavera del 2015 andò in porto un altro collocamento da 50 milioni. I risparmiatori aderirono in massa. I soci della banca superavano a fine 2013  di poco quota 60 mila, e due anni dopo diventarono circa 70 mila. Ma le cattive notizie  arrivano ad aprile di quest’anno. La Popolare Bari prima annuncia la maxi perdita nei conti del 2015 dovuta in buona parte agli oneri del salvataggio Tercas, ed anche il valore delle azioni viene tagliato , stabilito di anno in anno dalla banca stessa con una procedura già oggetto di molte critiche, come nei casi della Banca Popolare Vicenza e di Veneto Banca, e ribassato circa del 20 per cento : da 9,53 scende a 7,5 euro.


Soltanto qualche mese prima, migliaia di investitori
avevano sottoscritto l’aumento di capitale pagando le azioni 8,95 eur. I titoli non sono quotati in Borsa e la Banca Popolare di Bari, che  in autonomia gestisce un mercato “ad hoc”, viene travolta dalle domande di vendita. Le aste mensili soddisfano richieste per poche migliaia di azioni. Quasi tutto fermo . La banca si impegna a ristabilire quanto prima “la fluidità del mercato”, ma nel frattempo  la protesta cresce giorno dopo giorno. Alcune decine di soci, giovedì 20 ottobre  hanno protestato e manifestato in piazza a Bari con striscioni e altoparlanti. Morale della storia: il conto salato del salvataggio Tercas è stato pagato dai piccoli azionisti della Popolare. E la Banca d’Italia, che poteva intervenire per tempo, per ora resta a guardare. Allo sciopero di protesta dei soci della Banca ha fatto seguito la denuncia all’autorità giudiziaria presentata da numerosi soci che chiedono di conoscere la verità; un passaggio giusto e doveroso per cercare di  evitare o limitare le  conseguenze gravissime determinate dalle consistenti perdite subite dalla banca ed in particolare la perdita in un sol colpo di tutti i propri risparmi.




TAR del LAZIO. Difetto di Giurisdizione sul quesito referendario.

La sezione 2bis del TAR, il  Tribunale Amministrativo del Lazio ha dichiarato la propria incompetenza a decidere sul ricorso proposto da Sinistra Indipendente e dal Movimento 5 Stelle in relazione ad una asserita “ingannevole e faziosa formulazione del quesito referendario”.

schermata-2016-10-20-alle-17-57-38Contro questa tesi si era già espresso l’Ufficio della Presidenza della Repubblica , negando la riferibilità a sé di quella formulazione, e sostenendo che  “In relazione a quanto affermato in una nota di ricorrenti al Tar Lazio, in cui impropriamente si attribuisce alla Presidenza della Repubblica la formulazione del quesito referendario – era trapelato dagli ambienti del Quirinale – si precisa che il quesito che comparirà sulla scheda è stato valutato e ammesso, con proprio provvedimento, dalla Corte di Cassazione, in base  a quanto previsto dall’articolo 12 della legge 352 del 1970, e riproduce il titolo della legge quale approvato dal Parlamento

Nello stesso senso si pone il pronunciamento del TAR che, appunto, ha dichiarato il ricorso inammissibile per “difetto di giurisdizione”. Il senso della formula adottata, può essere espresso, per i non addetti ai lavori, in una dichiarazione di incompetenza, quindi di non titolarità dei Giudici amministrativi a decidere in questa materia, ovvero “difetto di giurisdizione”.

Il Tar ha reso noto un comunicato chiarificatore ove, tra l’altro si afferma che “Sia le ordinanze dell’ Ufficio Centrale per il Referendum  che hanno predisposto il quesito referendario, sia il decreto presidenziale nella parte in cui recepisce il quesito, sono espressione di un ruolo di garanzia, nella prospettiva della tutela generale dell’ ordinamento, e si caratterizzano per la loro assoluta neutralità, che li sottrae al sindacato giurisdizionale“.

Variegate le reazioni del mondo politico tra cui si evidenziano, per inopportunità ed inconferenza, quelle del Sen. Vito Crimi del M5S che, pur di fronte ad un pronuncia chiara ed esplicitata, ha sostenuto che questa decisione è “la dimostrazione di come i cittadini siano inermi di fronte ai poteri forti e come il Governo sia stato truffaldino ed arrogante”. Ben più coerenti le reazioni degli altri fautori del NO, ed in particolare quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta che, correttamente sostiene che il “Tar non ha dato nessun giudizio sul quesito

Innanzi al Tar del Lazio pendono ancora due analoghi ricorsi da parte dell’onnipresente Codacons ed, a titolo personale, del noto costituzionalista Valerio Onida.




Pokemon go, un pericolo, una minaccia, o solo un’altra figuraccia?

 

di Paolo Campanelli

Schermata 2016-07-29 alle 05.40.46È cominciato piano, come un pesce d’aprile del 2014, ha preso velocità, e in meno di un mese è diventata la più riuscita applicazione per smartphone del periodo, con sommo gaudio di Nintendo e soprattutto degli altri studi legati alla grande casa nipponica. Istantaneo, di facile comprensione e dai risultati visibili immediatamente, gratuito e le cui microtransazioni sono realmente una aggiunta e non un metodo subdolo di far pagare per i contenuti, piaga del genere. Poi, com’è giusto che sia, la gente ha cominciato a darci contro.

 

Primi, i “cacciatori di Tuberi”, gente il cui personale universo gira intorno all’estimazione degli esemplari femminili di essere umano, e che, con forse l’eccezione di guardare una partita di calcio, ritengono sia impossibile trovare il tempo per fare altro. Poi i Tuttologi, gente che benchè priva di qualsiasi studio o addestramento professionale, ritiene che la propria opinione su un qualsiasi fatto sia di pari, se non superiore, valore che di quella di un professionista pluririconosciuto, e i “Maturi”, che sono troppo impegnati con l’avere una vita complessa nel tentativo di risolvere i problemi del mondo pur non avendo i mezzi necessari, la possibilità di ottenerne, o il carisma necessario a distinguerli da una mela appesa all’albero.

Poi, grande piaga dell’uomo moderno, è arrivata la disinformazione via web. Un ritrovamento casuale di un cadavere in USA da un giocatore, un incidente causato da una persona che usava il telefono alla guida avendo l’applicazione su di esso (ma i tabulati telefonici lo incastrano, stava parlando con l’amante, e la chiamata blocca altre applicazioni come Pokèmon Go), adulti che parlavano con bambini vedendo giocatori, rendendosi conto solo dopo che allontanarsi con un bambino a cui non si collegati in alcun modo conta come rapimento, un bambino allontanatosi dai parenti che non si sono resi conto che il piccolo aveva a disposizione un telefono per essere ritrovato… fatti veri che nelle mani di cantastorie nascosti dietro uno schermo a caccia dei click si trasformano in morti, feriti, rapimenti, e chi più ne ha più ne metta. L’unica persona investita in mezzo alla strada mentre giocava è stata una madre incinta, che vendendo il proprio semaforo verde, non poteva prevedere di essere investita al centro del gruppo di amici con cui si trovava, più volte, da un minivan.

Schermata 2016-07-29 alle 05.40.56

 

Poi, con un ritardo necessario a far partire tutte le infrastrutture, il gioco è stato lanciato in Italia, riportando gente di tutte le età indietro di 15-e-passa anni. E la disinformazione via web italiana è tra le più “rinomate” del mondo, arrivando persino sulle testate cartacee. Tempo 17 ore, già 9 persone erano date per morte, 12 disperse, e un fantomatico professore austriaco il cui nome si traduce come “figlio di donna di malaffare” aveva previsto un incremento negli attacchi terroristici a causa del successo del roditore elettrico e dei suoi compari.

Benché, di problemi in Italia, a più di due settimane dal rilascio del gioco, si possano contare unicamente un caso di effrazione in locazione militare, e un incidente stradale (non comprovato, il telefono in questione è sotto sequestro e gli agenti addetti si rifiutano di rilasciare alcun commento), e uno spavento a Palazzo Chigi, i cui politici, vedendo un enorme gruppo di persone riunitesi per giocare insieme per le vie della capitale, avevano temuto rivoluzione. Spuntano qua e là storie di come avere tanta gente a passeggiare a orari e in luoghi strani abbia mandato all’aria i piani di un truffatore, uno scippatore o un ladro di motorini, ma si sa, le informazioni piccole non fanno tanto scalpore come morti, menomazioni e grandi danni, soprattutto se la gente non approfondisce.

Tuttavia, il Codacons, allertato dalla travolgente presa del gioco, ha ritenuto di dover intervenire. Grazie ad un importante studio di luminari del settore, l’ associazione di consumatori  ha dimostrato di non aver paura di andare contro il successo, e, ritenendo l’applicazione un pericolo stradale, na ha richiesto il blocco totale su tutto il territorio. Tralasciando che l’uso di cellulari di ogni tipo alla guida è già completamente vietato, molte persone si sono attivate per vedere i citato studio, o anche solo di sapere chi siano gli studiosi che lo hanno pubblicato, dato lo specialistico campo non ancora del tutto riconosciuto di sociologia telecomunicativa. Tutti i tentativi si sono scontrati contro un muro di “non siamo tenuti a divulgare” e “non avete l’autorità per richiedere prove”.

Indispettiti da tale atto, molti consumatori dell’applicazione (tra cui vari professori delle università italiane più importanti) hanno cominciato ad utilizzare l’hastag #mapossogiocarea, bombardando la pagina Twitter dell’associazione con domande su Monopoli, trottole, videogiochi più o meno famosi, e persino reality televisivi. Dopo essersi ripresi dallo spavento del corteo di allenatori di Pokèmon, politici di ogni schieramento hanno pensato bene di dimostrare quanto “giovani” e “vicini al popolo” fossero: con la Lega nord distanziandosi dai mostriciattoli giapponesi (ma mettendosi al centro del mirino per battute di spirito), Grillo lanciando sfuriate contro coloro che perdono tempo a giocare anziché ad agire e Mattarella paragonandolo al concetto più intrinseco e filosofico di assurdità , dimostrando ancora una volta che l’Italia non crede nel digitale, mentre all’estero già si usa il gioco a fini politici.

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Un discorso a parte meritano le teorie di complotto, fra le più esaltanti dai tempi de “stacca la spina del computer che gli hacker passano da li e ti rubano la ram”. La prima e più importante, è che distrae la masse e i “poteri forti” possono fare quello che vogliono. Demolito dal fatto che la distrazione di massa è molto più complicata, e nel caso avessero ragione, in Italia il calcio esiste da più di trent’anni.

Altri trovano strano come la Nintendo, che non navigava in buone acque (ma nemmeno tanto cattive) si sia improvvisamente risollevata economicamente all’uscita dell’applicazione. È evidente che questi individui non conoscano il funzionamento dei Titoli di Borsa.

Quella più fondata, dato che la piattaforma di Pokèmon go e Ingress (la versione originaria e meno famosa del gioco) si basano su infrastrutture di Google, parte dalle condizioni d’uso, in cui è necessario accettare una clausola che da al colosso digitale accesso a dati raccolti tramite la geo-localizzazione. Tradotto in linguaggio comune, a quante persone si muovono verso quali luoghi su una mappa, tipo di informazione alla base del turismo. I complottisti sono partiti in quarta, tirando in ballo a CIA e il concetto orwelliano del “grande fratello”.

Si potrebbe fare un discorso enorme sul fatto che non c’è bisogno di seguire le persone su internet, sono loro a chiedere la tua attenzione, ma come per più di 18 anni il professor Oak ha affermato: “C’è un luogo e un momento per ogni cosa, ma non ora“.




Avviato procedimento dell’ Autorità energia contro abusi degli operatori. Avviata una class action contro rincari tariffe

Schermata 2016-07-10 alle 14.31.58Il Codacons lancia in Puglia una class-action a tutela degli utenti dell’energia residenti in regione, contro i recenti aumenti delle tariffe luce e gas scattati lo scorso 1 luglio, con l’elettricità rincarata del +4,3% e il gas del +1,9%. L’associazione – come riporta un comunicato stampa  – pubblicherà lunedì sul proprio sito internet il modulo per aderire all’azione collettiva e presenterà un ricorso al Tar del Lazio volto a bloccare i rincari. “L’Autorità per l’energia, nel motivare gli aumenti tariffari – ricorda il Codacons – ha denunciato speculazioni da parte dei grossisti, parlando di ‘strategie anomale adottate da diversi operatori sul mercato all’ingrosso dell’energia elettrica che hanno portato ad un rilevante aggravio di costi per il sistema e ad una alterazione del normale meccanismo di formazione dei prezzi nei mercati‘. La stessa Autorità ha avviato un procedimento per punire le condotte poste dei grossisti dell’energia elettrica e configurabili come abusi di mercato ai sensi del Regolamento UE“.

Da lunedì, inoltre, tutti i cittadini della Puglia che dispongono di una utenza energetica (elettricità o gas) potranno aderire alla class action che l’associazione di consumatori pubblicherà sul sito www.codacons.it  per costituirsi parte offesa e chiedere la restituzione delle maggiori somme pagate in bolletta a causa dei rincari illegittimi.

Infine il Codacons contesta duramente l’Autorità per l’energia che, oltre ad aver autorizzato gli aumenti di luce e gas pur in presenza di speculazioni, sta nascondendo ai cittadini l’elenco dei grossisti accusati di condotte illecite, e ha pubblicato sul proprio sito internet solo la delibera di avvio del procedimento omettendo volutamente di rendere pubblico l’ “allegato A” contenente la lista degli operatori coinvolti.




Il Garante della Privacy ha ragione: Agenzia delle Entrate e RAI non possono raccogliere e trattare i dati di chi compra un televisore

a cura dello Studio Legale Campanelli

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Presidente: FORTE FABRIZIO
Relatore: GIANCOLA MARIA CRISTINA

Ha pronunciato la seguente:
Sentenza n. 11140 dep. il 30 maggio 2016

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Dall’impugnata sentenza emerge anche che: ” Con provvedimento del 5 dicembre 2001 — poi integrato in data 30 gennaio 2002 — l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (all’esito di una complessa istruttoria con richiesta d’informative e di documenti alla RAI ed all’Amministrazione) censurava la procedura adottata dalla RAI Radiotelevisione italiana S.p.A. (titolare in esclusiva della concessione del servizio pubblico di diffusione radiotelevisiva approvata col DPR 1° agosto 1988, n. 367. Cfr anche gli arti. 3, 14, 16, 18 della legge n. 103 del 1975 nel lesto all’epoca vigente), per procurarsi, mediante comunicazione da parte dei rivenditori di apparecchi radiotelevisivi, i dati personali degli acquirenti al fine di ottenere nuovi abbonamenti e ciò pure a fronte dell’impegno a corrispondere per la collaborazione (proposta con lettere del febbraio 1999 e del dicembre del 2000) un “rimborso spese” o “premio” d’importo variabile. In particolare, il Garante segnalava all’Agenzia delle Entrate (quale titolare del trattamento dei dati, ai sensi dell’art. 1, lettera d) L. 67511996) ed alla RAI (quale responsabile del trattamento ex artt.1 lett.e) e 8 legge cit.) la necessità di “interrompere la raccolta ed il trattamento dei dati personali … e di astenersi dal loro ulteriore trattamento, fornendo entro il 31 gennaio 2002 all’Ufficio del Garante copia delle determinazioni adottate“.

Schermata 2016-06-04 alle 10.15.31Per l‘Ufficio del Garante, infatti, la soppressione del registro di carico e scarico di apparecchi e materiali radioelettrici, conseguente all’entrata in vigore del D.L. n. 357 del 1994, aveva eliminato i presupposti normativi di legittimità della procedura di raccolta dei dati personali degli acquirenti di apparecchi televisivi, effettuata dai rivenditori per conto della concessionaria del servizio radiotelevisivo nazionale (e per oggetto e finalità reputata insuscettibile di consenso informato ai sensi degli artt 10, 11, 12,13 e 27 della legge n. 675 del 1996), Con ordinanza cautelare del 30 gennaio 2002 il Tribunale di Roma, a seguito di ricorso proposto ai sensi dell’art. 700 c.p.c. dalla RAI, sospendeva il provvedimento del Garante, che sia la ricorrente che l’Agenzia delle Entrate 10 Ufficio Entrate Torino S.A.T. – sportello Abbonamenti TV, impugnavano per ottenerne l’annullamento.

Disposta la riunione delle due cause, in cui si costituiva l’Ufficio del Garante per chiedere, con l’adesione dell’interventore Codacons, il rigetto delle domande avversarie, il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 10802 del 12 maggio 2005, ritenuta la legittimità del provvedimento impugnato, rigettava le domande della RAI e dell’Agenzia delle Entrate, che condannava a rifondere le spese di lite, in solido tra loro, sia all’Ufficio del Garante che al Codacons.

Schermata 2016-06-04 alle 10.11.57Avverso la sentenza del Tribunale la RAI e l’Agenzia delle Entrate interponevano convergenti appelli resistiti dall’Ufficio del Garante e dal Codacons. Con sentenza del 9.04-3.05.2010 l’adita Corte di appello di Roma accoglieva il gravame dell’Agenzia nonché, in parte, l’appello della RAI e, in riforma della sentenza di primo grado, annullava la deliberazione adottata il 5 dicembre 2001 dal Garante; inoltre respingeva la domanda della RAI di risarcimento dei danni e di estromissione del Codacons dal giudizio, compensando interamente le spese del doppio grado fra tutte le parti.

La Corte territoriale premetteva che il Tribunale — ricordato che i dati personali degli acquirenti di apparecchi televisivi, anche dopo l’eliminazione, nel 1994, del registro di carico-scarico dei rivenditori. erano raccolti, a lini di abbonamento, dalla RAI per conto dell’Agenzia delle Entrate, in forza di convenzione stipulata nel 1988 con il Ministero delle Finanze — aveva sottolineato che la RAI, a seguito della Convenzione aggiuntiva del 1999 con la medesima Amministrazione Finanziaria, doveva considerarsi “responsabile” (e non “titolare”) del trattamento dei dati (ex art. 8 L. 675/1996).

Per il Tribunale, quindi, la RAI non poteva agire quale “longa manus” dell’Amministrazione finanziaria, unica titolare del trattamento dei dati, ma quale responsabile, doveva limitarsi ed eseguire le istruzioni impartite dal titolare stesso. Più precisamente, si dava atto che dette istruzioni dovevano intendersi limitate alla raccolta dei dati comunicati dalla stessa Agenzia fiscale ovvero direttamente raccolti negli archivi pubblici esistenti e, pertanto, la RAI, nel procedere alla raccolta di informazioni presso i rivenditori, non poteva unilateralmente ampliare la base dei dati personali degli acquirenti di apparecchi televisivi. In particolare, con la raccolta di informazioni presso i rivenditori, la RAI, quale responsabile del trattamento dei dati, aveva, a giudizio del Tribunale, violato le istruzioni ricevute dall’Amministrazione con la Convenzione del 1999, mentre, a sua volta, l’Agenzia delle Entrate aveva consentito (o comunque non impedito) lo svolgimento di attività di trattamento, non delegabili alla RAI, consistenti “… in un trasferimento al privato di poteri pubblici connessi con l’accertamento della capacità contributiva e finalizzato all’imposizione fiscale”. Per il primo giudice, pertanto, legittimamente il Garante aveva sindacato l’operato dell’Amministrazione finanziaria e della RAI, alla luce della normativa sul trattamento dei dati personali, nella parte relativa alla comunicazione dei dati stessi, da parte di un soggetto privato (il rivenditore) ad un soggetto pubblico (l’Agenzia delle Entrate e, per essa, alla RAI). In tale contesto, si appalesava privo di rilievo l’eventuale consenso prestato dall’interessato (cioè dall’acquirente l’apparecchio televisivo) in quanto “… la legge 31 dicembre 1996 n. 675… ha distinto nettamente … tra i dati trattati da soggetti privati (che necessitano del consenso della persona interessata) e le attività di trattamento di dati svolte da soggetti pubblici, che avendo finalità di interesse generale, non possono essere condizionate da una manifestazione di volontà del privato“.

Tutto ciò premesso, il Tribunale — ferma restando l’avvenuta abrogazione delle norme che prevedevano, a carico dei rivenditori di apparecchi radiotelevisivi, l’obbligo di comunicare i dati personali degli acquirenti — aveva dato atto che “… nessuna norma di legge prevede la possibilità, per l’amministrazione finanziaria, di delegare la RAI S.p.A. alla raccolta di dati personali per fini di imposizione tributaria affermando, inoltre, che neanche nella convenzione stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e la RAI era prevista “una delega alla società concessionaria del servizio radiotelevisivo dei poteri di accertamento dell’evasione fiscale che competono unicamente all’amministrazione finanziaria dello Stato”. Sicché, non potendo il responsabile del trattamento sostituirsi al titolare in attività di trattamento non analiticamente specificate per iscritto (art. 8, co. 4 1. 675/1996 e successive modifiche), l’attività posta in essere dall’Agenzia delle Entrate attraverso la RAI S.p.A., a giudizio del Tribunale, non era “conforme alla legge sulla protezione dei dati personali, che consente il trattamento solo nei limiti stabiliti da leggi e regolamenti”.

Alla stregua delle argomentazioni di cui sopra, il Tribunale definiva “pienamente legittimo l’operato del Garante che, di fronte ad una attività di raccolta e trattamento dei dati personali in violazione di legge (acquisiti e trasmessi dai commercianti alla RAI anziché al titolare) aveva adottato “un semplice provvedimento cautelare di natura non sanzionatoria.

Per il primo giudice, spettava, infatti, al Garante segnalare, a norma dell’art. 31, lett. e) L. 675/1996 (e successive modifiche) al titolare ed al responsabile “le modifiche opportune al fine di rendere il trattamento conforme alle disposizioni vigenti”. In altre parole, in una fattispecie caratterizzata “da un’anomala circolazione dei dati personali di acquirenti di beni di consumo”, il ripristino della legalità poteva essere ottenuto solo mediante “l’immediata interruzione del trattamento illecito e la riqualificazione di corretti rapporti tra titolare del potere impositivo e il privato … responsabile del trattamento”.

Per il Tribunale, pertanto, il provvedimento “de quo” era stato correttamente adottato dal Garante, nell’ambito della legge di protezione e tutela dei dati personali.

A completamento del suo ragionamento, il primo giudice affermava che al procedimento speciale, disciplinato dagli artt. 31, 32, 33 L. 675/1996 ed oggetto di contenzioso “inter partes”, non dovessero applicarsi tutte le disposizioni della L. 241/1990 e ciò in base ad una interpretazione restrittiva dell’art. 33 comma 1 sexies , L. 675/1996, in forza della quale il Garante era vincolato alle disposizioni generali, sui principi del procedimento amministrativo, solo se espressamente richiamate dalla legge sul trattamento dei dati. Conclusivamente, il Tribunale statuiva che nessun danno poteva derivare alla RAI dal legittimo esercizio dei poteri di vigilanza e controllo, normativamente attribuiti al Garante.

Quanto alle spese di lite, le due attrici (RAI ed Agenzia delle Entrate) venivano condannate, in solido, a rifonderle sia al Garante che al Codacons (associazione dei consumatori, il cui intervento adesivo al provvedimento dell’Autorità indipendente, per la tutela della privacy, era stato definito “pienamente ammissibile“).

Schermata 2016-06-04 alle 10.20.05Tanto premesso la Corte di Roma osservava e riteneva che: avverso la sentenza di prime cure erano stati formulati, rispettivamente, sette motivi di gravame da parte della RAI e quattro motivi da parte dell’Agenzia delle Entrate; preliminarmente, occorreva dare atto che, ferma restando la soluzione (in rito ordinario anziché camerale) adottata dal Tribunale nel giudizio relativo a cause connesse e riunite, sia la RAI che l’Agenzia delle Entrate avevano entrambe impugnato, sotto vari profili, la legittimità della delibera adottata dal Garante; andava premessa la deduzione esegetica, ricavabile dall’art. 29 co. 7 L. 675/1996, secondo cui nel giudizio di opposizione alla deliberazione del Garante della privacy l’adito Tribunale civile poteva statuire e decidere “anche in deroga al divieto di cui all’art. 4 della legge n. 2248 del 1865 all. E“, sull’abolizione del contenzioso amministrativo, provvedendo, quindi, come un vero e proprio TAR nella procedura di cui trattasi; “… la deroga non avrebbe senso, nella <> , se non sul presupposto della natura amministrativa dell’organo e del suo procedimento, al quale la legge, proprio in considerazione della fragilità dei diritti della persona, toglie la protezione dalla intrusione della A.G.O. nell’attività amministrativa altrimenti spettante“.

Pertanto, oltre che sulla domanda risarcitoria della RAI, ben si poteva decidere sulla domanda di annullamento della delibera del Garante, formulata in via principale da ambedue le appellanti; come prospettato nel primo – coincidente – motivo di appello, dedotto dalla RAI e dall’Avvocatura Generale dello Stato, il Garante, lungi dall’esternare una mera -segnalazione “dell’asserito, illegittimo trattamento dei dati sensibili in discussione (a norma dell’art. 31 lettera c – e non lettera b – della legge 675/1996) aveva, in realtà, posto in essere un vero e proprio “divieto” di continuazione dell’attività di acquisizione e di trattamento dei dati personali degli acquirenti di apparecchi televisivi, da parte di RAI ed Erario, inquadrabile nei poteri ex art. 31 lett. 1) L. 675/1996. 9 In altre parole, il garante non si era limitato a segnalare ed a suggerire al titolare ed al responsabile del trattamento dei dati (rispettivamente, Agenzia delle Entrate e RAI) la necessità di “mettersi in regola“con la normativa sulla privacy, adottando le misure idonee a rendere il trattamento medesimo conforme alle disposizioni vigenti, a norma dell’art. 31 lettera e L. 675/1996, ma, di fatto, era andato oltre, imponendo, mediante divieto nell’attualità, un sostanziale “blocco” nell’acquisizione e, quindi, nel trattamento di tali dati, resi indisponibili.

Nel caso di specie si era, quindi, violato il principio generale di tipicità dell’atto amministrativo, essendo stata la delibera in questione adottata ai sensi dell’art. 31, lett. b e/o lette, della I. 675/1996, quando, in realtà, il Garante aveva inteso esercitare un sostanziale potere di proibizione, inquadrabile, piuttosto, nella previsione dell’art. 31 lett. 1 legge cit. A fronte di tale attività di divieto, era, perciò, onere del Garante motivare il suo provvedimento in relazione al “… concreto rischio del verificarsi di un pregiudizio rilevante per uno o piu’ interessati” (art. 31 lett. l, cit.) ma su tale punto essenziale l’Avvocatura aveva taciuto e ciò in palese violazione degli artt. 4 e 6 legge 241/1990; se in concreto era stato adottato dal Garante un provvedimento amministrativo atipico e immotivato a maggior ragione non appariva condivisibile la pronuncia del Tribunale che aveva escluso, in via interpretativa, l’applicabilità della legge 241/1990 (a portata generale) ai procedimenti avanti al Garante per la privacy, per una pretesa specialità degli artt. 31, 32, 33 legge 675/1996, negando così ingresso alla partecipazione ed al contraddittorio degli interessati nella procedura di divieto, di fatto espletata, con grave pregiudizio per le difese di RAI ed Agenzia delle Entrate.

Coglievano, quindi, nel segno le censure mosse sul punto (violazione e mancata applicazione della L. 241/1990) con il secondo motivo di gravame da parte della RAI e con il quarto motivo 10 da parte dell’Agenzia delle Entrate circa gli ulteriori profili di illegittimità della delibera in questione. Infatti, come bene evidenziato a p. 31 dell’atto di appello della RAI, “… il Garante per la protezione dei dati personali era tenuto al rispetto delle regole generali dell’azione amministrativa nell’arco dell’intera sua attività e non svitano in occasione dell’organizzazione dei propri uffici, ipotesi, questa, a torto sostenuta dal Tribunale e censurata anche nell’appello dell’Amministrazione; inoltre, segnatamente, gli acquirenti e, quindi, i possessori di apparecchi televisivi non erano soltanto consumatori — con dati “sensibili” da proteggere — ma anche — e soprattutto — contribuenti. In proposito l’abrogazione normativa dell’obbligo di segnalazione degli acquirenti di apparecchi televisivi, da parte dei rivenditori (v. art. 6 co. 1 e 2, del d.l. 357/1994, conv. in 1. 489/1994) non comportava l’eliminazione della facoltà di segnalazione, laddove prevista da appositi strumenti convenzionali. Infatti, se era vero che, ai sensi dell’art. 6 del di. 357/1994, era venuto meno l’obbligo di raccolta ed invio dati, previsto in capo ai rivenditori di apparecchi televisivi, era altrettanto indubbio che la materia poteva essere ulteriormente disciplinata da fonti normative secondari”.

All’uopo il Tribunale, pur dando atto della Convenzione RAI — Agenzia delle Entrate, risalente all’anno 1999, aveva sostenuto che tale accordo fosse privo di natura regolamentare e permettesse solo di designare il responsabile del trattamento trascurando però di considerare l’avvenuto recepimento di detto accordo nel d.m. 23.7.1999 (da considerarsi, a tutti gli effetti, fonte normativa, sia pure secondaria) e, comunque, la successiva rinnovazione della Convenzione in data 12 gennaio 2001.

In tale contesto, il trattamento dei dati personali di cui si discute — svolto da soggetto pubblico — presentava obiettive finalità di interesse generale, non compiutamente valutate dal Garante e dal Tribunale, dovendosi tenere conto del fatto che, nel caso di specie, il consumatore era anche contribuente. Il previgente art. 27 l. 675/96 consentiva il trattamento dei dati personali, da parte di soggetti pubblici, per lo svolgimento delle funzioni istituzionali, nei limiti stabiliti da leggi e regolamenti. Pertanto, la collaborazione dei rivenditori di apparecchi televisivi — mediante la comunicazione dei nominativi degli acquirenti alla RAI — rientrava nell’ambito degli strumenti della lotta all’evasione fiscale per il pagamento del canone radiotelevisivo (costituente un vero e proprio tributo) all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima, ovviamente, non aveva delegato alla RAI poteri di accertamento dell’evasione fiscale, essendosi limitata, piuttosto, ad incaricare l’Azienda radiotelevisiva, per raccogliere i dati trasmessi dai rivenditori ed a facilitare così la riscossione dell’abbonamento alla televisione, costituente un vero e proprio tributo, sotto forma di imposta (Corte Cost. sent. 535/1988).

Infatti, il possessore dell’apparecchio televisivo era tenuto al versamento del canone di abbonamento, per il solo fatto del possesso ( arg. ex art. 15 cc. 2 L. 103/1975). Trattandosi di imposta, l’Amministrazione finanziaria aveva, perciò, il potere-dovere di riscuoterla, con tutti i mezzi di accertamento, anche grazie alla collaborazione della RAI (concessionaria del servizio radiotelevisivo e destinataria, ope legis, dei proventi del canone ) nell’ambito di ogni attività utile al recupero dell’evasione (arg. ex art. 62 co, 1 dlgs 300/1999); il Garante ben poteva segnalare l’opportunità di modifica delle tecniche materiali di lotta all’evasione, adottate da RAI ed Agenzia delle Entrate, ma certo non poteva prescrivere l’interruzione dell’attività di raccolta e trattamento dei dati personali degli acquirenti di apparecchi televisivi. Anche sotto questo profilo la delibera impugnata si appalesava illegittima perché viziata da eccesso di potere, come eccepito nel quarto motivo di gravame della RAI; conclusivamente, in riforma della sentenza impugnata, andava disposto l’annullamento – con eliminazione di qualsiasi effetto – della delibera adottata il 5 dicembre 2001 dal Garante per la privacy; la RAI con il quinto motivo di appello si era lamentata della mancata liquidazione del danno – se del caso in via equitativa o tramite C.T.U. – conseguente all’illegittimo ordine del Garante che aveva impoverito – con il suo divieto di raccolta e trattamento dati – la -provvista delle risorse destinate a finanziare il servizio pubblico radiotelevisivo”.

A dire della RAI, il danno era “in re ipsa” e, come tale, doveva essere risarcito. La censura non era condivisibile. Era pur vero che in astratto si poteva ipotizzare un danno finanziario patito dalla RAI nella vicenda, ma era altrettanto indubbio che, in concreto, non era stata offerta alcuna prova di tale pregiudizio e, comunque, di parametri numerici idonei ad una liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c. del danno stesso, non quantificabile, peraltro, mediante una C.T.U. meramente “esplorativa”. Il quinto motivo di appello della RAI andava, perciò, rigettato; sorte analoga doveva subire il sesto motivo di gravame con cui la RAI aveva lamentato la violazione degli artt. 3 e 5 L. 28111998 e 105 c.p.c. per l’asserita illegittima ed immotivata decisione del Tribunale di ammettere l’intervento “ad adiuvandum”del Codacons, in corso di causa, a sostegno delle ragioni del Garante. Ad avviso della RAI nella controversia non erano in gioco interessi o diritti dei consumatori, bensì di contribuenti e, pertanto, il Codacons non era legittimato ad intervenire. La doglianza non era accoglibile. Infatti, in base ad un giudizio “ex ante”, al momento dell’intervento volontario in causa, il Codacons ben poteva ritenere che la delibera del Garante in questione riguardasse i consumatori, da essa Associazione tutelati, con conseguente sua legittimazione ex art. 105 c.p.c. a partecipare alla presente causa, in forza dell’ art. 3 1. 281/1998, richiamata dal Tribunale.

Era fondato, invece, e andava accolto il settimo motivo di gravame formulato dalla RAI, con cui quest’ultima aveva chiesto, sia pure in subordine, l’integrale compensazione delle spese di lite con il Garante. Effettivamente, la novità e la ragionevole disputabilità della controversia giustificavano l’integrale compensazione delle spese di lite fra le appellanti ed il Garante, in relazione ad entrambi i gradi di giudizio. Anche in relazione al rapporto RAI — Codacons si ravvisavano gli stessi giusti motivi sopra rilevati, per pervenire “inter partes” ad una integrale compensazione delle spese di causa del doppio grado.” Avverso questa sentenza il Garante per la protezione dei dati personali ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi e notificato sia alla RAI- Radiotelevisione Italiana S.p.A., che ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale fondato su due motivi, e sia all’Agenzia delle Entrate -1° Ufficio Entrate Torino SAT Sportello Abbonamenti Tv ed al Codacons Coordinamento delle Associazioni a tutela dell’ambiente e dei diritti dei consumatori che hanno resistito con controricorsi. Tutte le parti hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso principale il Garante denunzia:
1. “Vizio di motivazione omessa e/o insufficiente per omessa indicazione degli elementi posti a fondamento della decisione impugnata e per omesso e/o insufficiente esame di documenti decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 primo comma n. 5) c.p.c.” con riguardo all’impugnato suo provvedimento del 5.12.2001, rettificato il 30.01.2002.

2.Violazione e/o falsa applicazione del principio generale di tipicità dell’atto amministrativo, dell’art. 31 lett. 1) legge 675/96, e degli artt. 4 e 6 legge 241/90, in relazione all’art. 360 primo comma n. 3) c.p.c.” 14

3.Violazione e/o falsa applicazione dei principi del contraddittorio e di partecipazione al procedimento amministrativo e degli artt. 7, 8 e 10 della legge 241/90, in relazione all’art. 360 primo comma n. 3) c.p.c.”

4.Vizio di motivazione insufficiente per omesso e/o insufficiente esame di documenti decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 primo comma n. 5) c.p.c. Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 27 legge 675/96 in relazione all’art. 360 primo comma n. 3) c.p.c.” con riguardo al decreto ministeriale del 23 luglio 1999 con cui è stata anche recepita la precedente Convenzione del 1988 ed alla Convenzione stipulata il 2-12 gennaio 2001 tra l’Agenzia delle Entrate e la RAI .

5.Vizio di motivazione omessa e/o insufficiente per omesso e/o insufficiente esame di documenti decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 primo comma n. 5) c.p.c.. Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 31 lett. c) legge 675/96, in relazione all’art. 360 primo comma n. 3) c.p.c..” Il Garante ribadisce la legittimità del suo provvedimento del 5.12.2001, rettificato il 30.01.2002, privo di carattere vincolante, inibitorio e sanzionatorio rispetto alla sfera giuridica della RAI o dell’Agenzia delle Entrate.

Col ricorso incidentale la RAI  deduce:
1.Violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2056 e 1226 c.c.; 113 c.p.c., rilevante ai sensi dell’art 360, comma 1, n. 5), c.p.c. Difetto di motivazione.“, con riguardo al rigetto della proposta domanda di risarcimento del danno.
2. “Violazione degli arti. 3 e 5 della 1.30 luglio 1998, n. 281; 105 cod. proc. civ.”, con riguardo all’ammissibilità dell’intervento del CODACONS. Il quarto motivo del ricorso principale, cui va attribuita priorità logico-giuridica, appare ammissibile al pari degli altri, già per il profilo dell’interesse a contrastare le accolte azioni esperite pure dalla RAI contro l’adottato provvedimento, e meritevole di sorte favorevole; le ragioni del relativo accoglimento comportano anche l’assorbimento degli altri motivi del medesimo ricorso principale nonché del primo motivo del ricorso incidentale della società concessionaria. L’impugnato provvedimento emanato e rettificato dal Garante non appare viziato né nel merito né per eccesso di potere o per violazione delle regole legali che presiedevano alla relativa adozione, anche in ragione della tipologia sua e dell’iniziativa che ha inteso contrastare nonché dell’istruttoria che comunque espressamente figura averlo preceduto.

Come sostenuto dal Garante ed irreprensibilmente accertato dal Giudice di primo grado, il provvedimento in questione, dato in primis il relativo tenore letterale, si sostanziava in manifestazione d’intento non direttamente autoritativo ed interdittivo ma persuasivo, attraverso la motivata segnalazione, reputata necessaria e rivolta all’Agenzia delle Entrate ed alla società RAI, la prima quale titolare e la seconda quale responsabile dei trattamenti — qualità coerenti con la normativa di riferimento e pure evidenziate dalle concessioni tra l’Amministrazione delle Finanze e la RAI di cui ai decreti del Ministro delle Finanze del 23.12.1988 e del 23.07.1999 – dell’opportunità di desistere dall’iniziativa di non consentite modalità e dall’ulteriore trattamento dei dati personali così raccolti; in tale funzione l’atto aveva in effetti legittimamente assunto la veste tipica del provvedimento (già) previsto dall’art. 31 lett. c) (e non 1)) della legge n. 675 del 1996 (cfr anche l’art. 16 del regolamento di cui al DPR n. 501 del 1998).

Nel merito poi la Corte di appello, pur avendo sia ai sensi dell’art. 27 della legge n. 675 del 1996 che per la funzione istituzionale involta dall’accertamento, riscossione e lotta all’evasione del canone di abbonamento al servizio pubblico (cfr anche Corte Cost. sentenze nn 535 del 1988 e n. 284 del 2002), ineccepibilmente ritenuto soggetta a riserva relativa di legge la raccolta diretta ed il trattamento dei dati personali di clienti ed acquirenti da parte della RAI, ha illegittimamente individuato la fonte normativadell’iniziativa ( non altrimenti evincibile, una volta soppressi nel 1994 i registri di carico e scarico degli apparecchi e materiali radioelettrici e le connesse facoltà della RAI, di cui all’art. 17 del RDL n, 78 del 1938 e non convertito in legge il DL n. 134 del 1995 che con l’art. 11 aveva reintrodotto l’obbligo di tenuta) nelle menzionate convenzioni approvate nel 1998 e nel 1999, peraltro pure scadute nel dicembre 2000, nonché nella Convenzione del 2001, con evidenza estranea all’ambito contemplato dall’art. 59 del D.Lgs n. 300 del 1999, inerente ai rapporti tra il Ministro delle Finanze e le istituite Agenzie fiscali; quelle convenzioni, pure se rivestite le prime della forma di decreti ministeriali, non potevano, già ai sensi dell’art. 17 della legge n. 400 del 1988, costituire atti normativi sia pure di rango secondario e perciò integrare legittimo fondamento legale, il che consente di prescindere dai contenuti di esse, peraltro giustamente muti in ordine ad analitica delega alla RAI di quei compiti di raccolta diretta e trattamento dei dati personali della clientela dei commercianti (art. 8 legge n. 675 del 1996) o a concessione da parte dell’Agenzia delle Entrate delle sue funzioni istituzionali pubblicistiche.

Deve, infine, essere dichiarato inammissibile il secondo motivo del ricorso incidentale per difetto di soccombenza. Conclusivamente si deve accogliere il quarto motivo del ricorso principale, dichiarare assorbiti gli altri motivi del medesimo ricorso ed il primo motivo dell’incidentale, dichiarare inammissibile il secondo motivo dell’incidentale e cassare l’impugnata sentenza.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, le domande della RAI e dell’Agenzia delle Entrate possono essere respinte con decisione nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c.. Le peculiarità della controversa vicenda, valorizzate anche dai giudici di merito, giustificano la compensazione integrale tra tutte le parti delle spese dell’intero giudizio.

Non ricorrono i presupposti per la condanna del Garante ai sensi dell’art. 96 c.p.c. invocata dalla RAI.

La Corte accoglie il quarto motivo del ricorso principale, dichiara assorbiti gli altri motivi del medesimo ricorso principale ed il primo motivo dell’incidentale, dichiara inammissibile il secondo motivo dell’incidentale, cassa l’impugnata sentenza e decidendo nel merito respinge le domande introduttive della RAI e dell’Agenzia delle Entrate.

Compensa tra tutte le parti le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 20 ottobre 2015