Gas e luce: 13 società sotto inchiesta dell’ Antitrust

di REDAZIONE ECONOMIA

L’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Libero Mercato, meglio nota come Antitrust ha avviato 13 procedimenti istruttori nei confronti delle società Enel Energia, Optima, Green Network, Illumia, Wekiwi, Sentra, Olimpia-Gruppo Sinergy, Gasway, Dolomiti Energia, E.On, Axpo, Audax, Argos riguardanti la mancanza di trasparenza nell’indicazione delle condizioni economiche di fornitura di energia elettrica e gas sul mercato libero. I rilievi formulati dall’Autorità si riferiscono sia alla documentazione contrattuale sia alla comunicazione promozionale.

L’analisi delle principali offerte commerciali sul mercato libero proposte dalle società ha rivelato l’esistenza di diversi profili critici delle informazioni rese – spiega l’Antitrust in un comunicato – in ordine alle voci che concorrono alla formazione del prezzo complessivo dell’energia elettrica e del gas, comprensive di oneri che, una volta riportati in bolletta, vengono posti a carico dei consumatori.

In particolare risulta che, prima della sottoscrizione del contratto, gli utenti non siano adeguatamente informati dell’esistenza di alcune voci di costo aggiuntive al prezzo della componente energia, con la conseguenza che, solo al momento della ricezione delle bollette, essi si rendono conto degli effettivi costi delle forniture di energia elettrica e gas applicati da queste imprese, risultanti superiori alle attese.

In molti casi gli oneri di commercializzazione non sono indicati nel loro esatto ammontare oppure alcuni oneri previsti dal contratto non trovano fondamento in una corrispondente attività. Talvolta invece altre voci di costo risultano impropriamente addebitate agli utenti in caso di recesso anticipato, a titolo di penale o sotto forma di storno dei bonus concessi per incentivare l’adesione alle offerte commerciali.

Con l’avvio di questi procedimenti, l’Autorità intende accertare l’esistenza di condotte relative alle offerte di fornitura dell’energia elettrica e del gas sul mercato libero che contrastino con le norme del Codice del Consumo, nei casi in cui le condizioni economiche prospettate nella documentazione contrattuale o promozionale da parte dei vari operatori del settore risultino ingannevoli, inadeguate o omissive.

L’indagine attiene anche alle condotte aggressive poste in essere da alcuni degli operatori, laddove prevedono l’applicazione di penali in caso di recesso o applichino costi per servizi non resi, onde sanzionare i comportamenti pregiudizievoli per i clienti domestici e non domestici di piccole dimensioni e così dissuaderne la futura reiterazione. Tali comportamenti potrebbero integrare, del resto, anche una condotta non diligente, in violazione dell’art. 20 del Codice del Consumo.




Antitrust avvia istruttoria su Ops di Banca Intesa su UBI

ROMA – L’Autorità Antitrust ha avviato un’istruttoria sull’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca per verificare gli effetti sulla concorrenza dell’operazione che potrebbe portare la prima banca del Paese ad acquisire il quarto istituto. La Guardia di Finanza su mandato dell’Authority, è andata ieri in tarda mattinata nelle sedi di Intesa, Ubi e Mediobanca, advisor di Intesa, per acquisire documenti e informazioni.

L’acquisizione della documentazione effettuata della Guardia di Finanza, è avvenuta come da prassi dopo che l’Antitrust ha avviato un’istruttoria sull’Ops annunciata da Intesa Sanpaolo nei confronti di Ubi a seguito della comunicazione dell’operazione all’Autorità da parte della banca guidata da Carlo Messina.

L’istruttoria è propedeutica per verificare tutti i passaggi necessari per ricostruire la motivazione che ha indotto Intesa Sanpaolo a concepire l’offerta. Tutto questo in attesa che Bce e Consob diano il via libera all’Ops. Da quanto trapelato le operazioni di verifica riguardano anche Unipol e Bper, alla quale verrebbero ceduti circa 500 sportelli di Ubi Banca se l’Ops andasse in porto. A questo punto è evidente che l’intera operazione è a rischio.

Se l’Opa lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca dovesse andare in porto, nascerebbe un colosso finanziario che, per dimensione dell’attivo e per valore di Borsa, sarà tra i leader del settore in Europa posizionandosi, rispettivamente, al 7° ed al 3° posto in graduatoria.

L’ Antitrust rileva che l’acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo di UBI Banca è in grado di modificare “significativamente sotto due profili ” il contesto bancario . Da un lato privando il sistema “di un operatore di medie dimensioni quale Ubi Banca, che in un futuro non remoto avrebbe potuto fungere da polo di aggregazione, costituendo un terzo gruppo bancario di grandi dimensioni” a fianco di Intesa e Unicredit. Dall’altro facendo venir meno “la sostanziale simmetria fra Intesa e Unicredit, con l’importante di crescita della prima” .




Scattata l’indagine dell’Antitrust sui prezzi “lievitati”degli alimentari

ROMA – Dopo le migliaia di segnalazioni arrivate da cittadini e associazioni che hanno visto lievitare il costo di un carrello della spesa pieno, a causa dei prezzi alle stelle per alimentari, detergenti e disinfettanti nei giorni dell’emergenza da Covid19, a voler vedere chiaro sui supermercati ora è l’ Antitrust.

L’Autorità Antitrust con una nota ha reso noto ieri di aver avviato una «un’indagine pre istruttoria inviando richieste di informazioni a numerosi operatori della grande distribuzione organizzata». Sotto la lente d’ingrandimento sono finiti i dati «sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti».

A preoccupare l’Antitrust sono le rilevazioni preliminari effettuate sui dati di marzo 2020 rilevati dall’ Istat , soprattutto quelle relative ad Italia centrale e meridionale. Se le cosiddette zone rosse sembrerebbero essere state risparmiate almeno dall’impennata dei prezzi, secondo i sospetti dell’Antitrust la restante parte del Paese avrebbe invece affrontato aumenti dovuti «anche a fenomeni speculativi». Non a caso le richieste di informazioni avanzate riguardano ben 3800 punti vendita, quasi l’intera rete della grande distribuzione nelle province interessate. 

I destinatari sono le principali aziende operanti in Italia come i gruppi Carrefour Italia spa, MD spa, Lidl spa, Eurospin spa e F.lli Arena srl. Coinvolte nell’indagine anche alcune cooperative come Conad e Coop ed i diversi centri di distribuzione Sisa, Sigma e Crai. Le richieste di informazioni, spiega l’Antitrust, riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto dell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.

L’ipotesi su cui basa l’indagine è che non tutti gli aumenti di prezzo sarebbero «immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale» come «il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato» o «la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori». Aumenti che non sarebbero neppure giustificabili dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia e neanche dalle «tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown».

Francesco Pugliese, direttore generale di CONAD

In pratica sulle accuse che sono state mosse da tutte le associazioni dei consumatori attive in Italia. Un’associazione di consumatori ad esempio con un’indagine realizzata sui listini all’ingrosso dei prodotti ortofrutticoli, nei giorni scorsi ha rivelato incrementi abnormi per numerosi prodotti con rincari del +233% per i cavolfiori, +100% per le carote, +80% per zucchine e broccoli, aumenti questi che secondo l’associazione finivano per far schizzare alle stelle i prezzi al dettaglio pagati dai consumatori. D’altronde basta confrontare uno scontrino emesso oggi con uno della spesa di più di due mesi fa per accorgersi di come il costo di alcune categorie di alimenti sia aumentati decisamente dall’inizio dell’emergenza.

Una tendenza che, secondo le stime realizzate dall’Istat per aprile, non accenna a fermarsi. I rincari infatti hanno riguardato anche il mese appena concluso con aumenti dal +1% fino a +2,8% per beni alimentari, per la cura della casa e della persona. Valutazioni che saranno confermate nei prossimi giorni e che, peraltro, secondo l’osservatorio di  Federconsumatori  sarebbero al ribasso e la crescita dei prezzi registrati «molto più marcata».

In particolare, cibo e detergenti sono stati oggetto di aumenti che arrivano anche a segnare balzi del 35% rispetto ai normali prezzi applicati in questa stagione». Un esempio evidente è il prezzo delle arance che è aumentato del 24% a causa dei nuovi costi logistici per il “lockdown” e soprattutto dell’aumento della domanda dettato dalla ricerca di vitamina C tra gli scaffali del supermercato. 




Indagati i vertici del Consiglio Notarile di Roma

ROMA – Sfruttando una norma controversa – e più volte censurata dal Tar – i vertici del Consiglio notarile di Roma, Velletri e Civitavecchia avrebbero avocato a sé le procedure di cessione degli enti pubblici e di quelli privati, estromettendo i colleghi più deboli e favorendo sempre i soliti noti. La minaccia era quella di intralciale la loro professione, o di elevare contestazioni disciplinari, se non avessero rinunciato a gestire importanti incarichi professionali.

Una strategia utilizzata nel 2015 che adesso sta per portare sul banco degli imputati il presidente Cesare Felice Giuliani (che è anche il presidente del Consiglio Nazionale del Notariato per il triennio 2019-2022) ed i due consiglieri Antonio Sgobbo, della commissione di Vigilanza e deontologia, e Romolo Rummo, segretario.

Sono pesanti le accuse a loro carico formulate dal pm Roberto Felici della procura di Roma, che ha concluso le indagini : concussione e abuso d’ufficio. Un atto che solitamente anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. Secondo gli inquirenti, come si legge nel capo di imputazione “abusando dei poteri derivanti dalla carica ricopertaGiuliani, Sgobbo e Rummo avrebbero costretto i notai del distretto ad affidare al Consiglio l’assegnazione degli incarichi di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico.

il notaio Cesare Felice Giuliani

Gli altri colleghi notai sarebbero stati minacciati, “di possibili conseguenze negative sulla vita professionale, non esclusa l’instaurazione di procedimenti disciplinari” in caso di loro rifiuto. Ma non è tutto. I tre pilotando i procedimenti avrebbero anche avvantaggiato “notai di loro elezione, in particolare lo stesso Rummo e altri membri del Consiglio“.

Secondo l’accusa, gli indagati, avvalendosi di un’associazione professionale la Asnodim, costituita ad hoc, avrebbero indirizzato gli enti verso “soggetti selezionati in modo arbitrari“. I tre notai indagati non avrebbero nemmeno tenuto conto dei criteri “quantitativo” e “deontologico-solidaristico“, che erano stati fissati dallo stesso Consiglio per favorire i notai più giovani. Alcuni professionisti hanno denunciato di essere stati costretti a non stipulare atti importanti, relativi alle dismissioni di immobili di Enasarco e di Roma Capitale.

Anche l’ Antitrust, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella riunione del 30 maggio 2017, ha concluso l’istruttoria, avviata nei confronti del Consiglio Notarile di Roma Velletri Civitavecchia e di ASNODIM-Associazione Notariato Romano Dismissioni Immobiliari, con l’accertamento di un’intesa in violazione dell’art. 2 della legge n. 287/90. In particolare, l’intesa accertata consiste nell’adozione della Delibera n. 2287 del 29 maggio 2006, con la quale il Consiglio si è avocato il ruolo in via esclusiva di designare ex officio, tramite ASNODIM, i notai a cui affidare gli incarichi di redazione degli atti di rogito e di mutuo, nell’ambito delle dismissioni del patrimonio immobiliare di enti pubblici e previdenziali.

Secondo quanto era emerso nel corso dell’istruttoria,è stato delineato un sistema di affidamento degli incarichi notarili, nel contesto delle dismissioni pubbliche, preclusivo di ogni possibilità per i notai del distretto di offrire i propri servizi secondo dinamiche competitive e per gli inquilini di beneficiare di tale confronto per scegliere il notaio a cui affidare l’incarico.

Inoltre, il Consiglio e ASNODIM aveva adottato una serie di ulteriori misure limitative della libertà di iniziativa economica dei notai e della libertà di scelta degli inquilini/acquirenti del notai di fiducia, fra cui le attività di monitoraggio degli atti stipulati dai notai del distretto, gli interventi nei confronti dei notai che hanno accettato incarichi direttamente dagli inquilini, la stipula di Protocolli di intesa con gli enti proprietari degli immobili da dismettere con allegati i Tariffari che i notai designati erano tenuti ad applicare per gli atti da stipulare.

Con riguardo ai tariffari, l’istruttoria ha consentito di verificare che gli obiettivi di uniformità delle tariffe non risultano essere stati perseguiti tramite iniziative di contenimento dei prezzi, in un contesto normativo che già nel 2006 aveva abrogato l’obbligatorietà delle tariffe fisse o minime, ma al fine di evitare che comportamenti di prezzo indipendenti dei singoli notai potessero condurre a riduzioni di entità pari (o molto prossime) a quelle, in linea di principio, consentite dalla legge n. 410/2001.

L’istruttoria dell’ Antitrust aveva altresì dimostrato che l’intesa è stata attuata e ha prodotto effetti pregiudizievoli nella misura in cui ha impedito a un numero significativo di acquirenti di avvalersi della libertà di scegliere il notaio di fiducia e ha ostacolato le riduzioni degli onorari notarili richiesti per le prestazioni rese nell’ambito delle procedure di dismissione degli immobili di enti pubblici e previdenziali. L’Autorità aveva pertanto deliberato l’irrogazione di una sanzione pecuniaria nei confronti del Consiglio pari a 71.106,89 euro e di ASNODIM pari a 145.408,80.

A nulla valse il ricorso dei notai al Tar Lazio .Un unico disegno anticoncorrenziale» ispirò, secondo i giudici del Tar, il consiglio notarile di Roma, mediatore del grande affare delle dismissioni immobiliari. La cessione di migliaia di case, appartamenti e fabbricati da parte di vari enti pubblici. La sentenza dei giudici del Tar fotografava, in parallelo, il declino di una professione, respingendo il ricorso del Consiglio notarile e dell’associazione di categoria Asnodim contro il Garante della Concorrenza , confermano le conclusioni alle quali era arrivato l’ Antitrust : dal 2006 il consiglio dei notai esercitò pressioni al suo interno per «designare in maniera vincolante i notai che avrebbero dovuto stipulare i singoli atti dei processi di dismissione, l’adozione di protocolli d’intesa con gli enti proprietari e un’attività di monitoraggio sui singoli notai e l’esercizio strumentale del potere disciplinare».

Ed adesso per il notaio Giuliani ed i suoi “comparielli” il processo è sempre più vicino.




Antitrust: il socialnetwork Facebook rischia una sanzione fino a 5 milioni di euro per «inottemperanza»:

ROMA – L’ Autorità Garante per la Concorrenza e del Mercato, più conosciuta come “Antitrust” avvia un procedimento di inottemperanza nei confronti del socialnetwork Facebook. Lo rende noto un comunicato dell’Autorità garante, con cui si spiega che Facebook non ha attuato quanto prescritto nel proprio provvedimento del 29 novembre 2018, allorquando l’Antitrust “aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di Facebook di omessa adeguata informativa ai consumatori, in sede di registrazione al social, della raccolta e dell’utilizzo a fini commerciali dei dati da essi forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, viceversa enfatizzandone la gratuità. Con la conseguenza di indurre i predetti utenti ad assumere una decisione di natura commerciale che, altrimenti, non avrebbero preso“.

Secondo l’Antitrustla decisione si fondava sulla valutazione che il patrimonio informativo costituito dai dati degli utenti di Facebook, in ragione della profilazione dei medesimi ad uso commerciale e per finalità di marketing, acquista un valore economico idoneo a configurare l’esistenza di un rapporto di consumo, anche in assenza di corrispettivo monetario. Peraltro il provvedimento è stato confermato sul punto dal Tar“.

Pochi se ne saranno accorti, ma basta visitare da un computer la homepage del social network che conta 2,4 miliardi di utenti senza entrarci dentro per rendersi conto che il sottotitolo è cambiato. Infatti al posto di “Facebook è gratis e lo sarà sempre” adesso c’è scritto “È veloce e semplice“.

La modifica è stata apportata a inizio agosto e coinvolge sia la versione americana sia quella europea (in inglese è cambiata da “It’s free and always will be” a “It’s quick and easy“). Un imbarazzante portavoce dell’azienda americana ha dichiarato “Aggiorniamo regolarmente i nostri prodotti, comprese le landing page di Facebook. Le persone potranno sempre connettersi a Facebook gratuitamente”.

Ma allora, allora, perchè è stata apportata questa modifica così evidente dopo che il “claim” che la frase troneggiava da dieci anni sotto il marchio del socialnetwork ?  La realtà è che negli ultimi turbolenti due e mezzo, la società guidata da Mark Zuckemberg è stata al centro di richieste di chiarimenti da parte delle autorità di mezzo mondo. Facebook si professa gratuito, ma non è bastato, pare: da quanto risulta, la società è intervenutà sulla homepage anche per fugare le sanzioni delle Autorità di controllo.

Infatti all’Autorità risulta che Facebook non abbia pubblicato la dichiarazione rettificativa. Il procedimento di inottemperanza avviato potrà condurre all’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria fino a 5 milioni  di euro.



L’Antitrust, multa alla Figc da 3,3 milioni

ROMA – Una pesante sanzione da oltre 3 milioni di euro è stata comminata alla Figc per ingiustificate restrizioni all’accesso ad alcune qualifiche professionali. Lo ha reso noto noto l’Antitrust con un proprio comunicato: “Con provvedimento del 27 giugno 2018 l’Autorità – si legge – ha sanzionato la Figc per oltre tre milioni di euro, per la violazione dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), derivante dalla previsione di restrizioni all’accesso al mercato dei servizi professionali offerti da alcune specifiche figure di supporto alle squadre di calcio, in particolare: i direttori sportivi e i collaboratori della gestione sportiva, che curano gli assetti organizzativi delle squadre di calcio in ambito, rispettivamente, professionistico e dilettantistico; gli osservatori calcistici, che svolgono attività di scouting, e i match analyst, che effettuano l’analisi statistica dei dati prestazionali di singoli calciatori e squadre“.




Fake News. Continua il terrorismo “mediatico” della Gazzetta del Mezzogiorno sull’ ILVA

ROMA– Il solito giornale barese-siculo in caduta libera di copie perse in edicola (-10% nel 2017) , cioè la Gazzetta del Mezzogiorno, oggi pubblica in home page sul proprio sito l’ennesima “fake news” ! Questo il titolo dei giornalisti della redazione di Taranto “Ilva, il sindacato: «Al momento non ci sono condizioni per accordo»” sulla base di un comunicato stampa del sindacato Usb, in relazione al tavolo ministeriale avviato fra il nuovo azionista di maggioranza  AmInvestco controllato Arcelor Mittal, e le organizzazioni sindacali nazionali.

A smentire la notizia della Gazzetta del Mezzogiorno, è un comunicato stampa di ieri della FIM-CISL che riposta testualmente: “Oggi è stato importante perché dopo lo stallo del mese passato si è cominciato ad entrare nel merito della trattativa, anche se le posizioni sono ancora distanti. Bisognerà continuare a lavorare insieme e in maniera serrata per la ricerca di una possibile intesa che porti risposte ai tanti lavoratori degli impianti fermi ormai da troppo tempo e alla città che aspetta le opere di messa in sicurezza e ambientalizzazione del sito

“Il tempo in questa vertenza – continua il comunicato della FIM Cisl resta una variabile non trascurabile e che non gioca a nostro favore, bisogna fare presto e bene. Il prossimo incontro è previsto per giorno 11 aprile presso il Mise

“Siamo disponibili al negoziato, ma questo non può essere vincolato ai tempi, ma ai contenuti e alle soluzioni rispetto ai temi finora discussi”. Questa la posizione della Fiom Cgil, che continua a ritenere di “assoluta importanza la continuità dei rapporti di lavoro e il mantenimento dei diritti acquisiti e dei livelli retributivi di ciascun lavoratore”. Per la Fiom è da escludere “qualsiasi soluzione che possa prevedere una diversificazione dei trattamenti normativi ed economici tra i lavoratori”.

Il sindacato dei metalmeccanici Cgil richiama l’attenzione anche sulle “decisioni che assumerà l’Antitrust e sulle conseguenze che potrebbero determinarsi sul perimetro del ramo d’azienda e delle sue attività, ma anche di realtà di Arcelor Mittal presenti in Italia, come la Magona di Piombino”. La Fiom, infine, interviene anche sugli impianti di Genova e Taranto: per quanto riguarda il capoluogo ligure, l’intesa “dovrà avere assoluta coerenza con gli impegni sottoscritti nell’Accordo di programma”, mentre per lo stabilimento pugliese “le questioni di ambientalizzazione e di bonifica dell’impianto dovranno essere parte integrante dell’accordo sindacale, a partire dal Dpcm e dal successivo protocollo proposto dal governo, e dalle osservazioni da noi presentate”.

Quindi la posizione dell’ Usb (Unione sindacale di base) “ospitata” dalla Gazzetta del Mezzogiorno, all’indomani del nuovo incontro al Ministero dello Sviluppo Economico nell’ambito del negoziato per la cessione dell’ILVA. secondo cui “non vi è condizione alcuna per giungere ad un accordo” altro non è che una “fake news” alimentata da qualche  giornalista che è rimasto a digiuno…nei rapporti poco deontologici avuti con la precedente gestione del Gruppo RIVA dell’ ILVA.




Antitrust, multa da 20 milioni a Poste Italiane. L’ azienda pronta a ricorrere al Tar Lazio

ROMA – L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per oltre 20 milioni di euro Poste Italiane per un abuso di posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza ordinaria, ossia quegli invii che i grandi clienti business come le banche, le assicurazioni e le compagnie telefoniche mandano ai propri clienti (es. estratti conto, avvisi di scadenza, bollette).

Secondo l’Antitrust. “la strategia escludente, attuata sin dal 2014 da Poste Italiane a danno dei concorrenti – entrati in questo mercato a seguito della liberalizzazione dei servizi postali – è consistita nell’offrire ai propri clienti finali condizioni economiche e tecniche non replicabili dai concorrenti almeno altrettanto efficienti, i quali necessariamente devono ricorrere ai servizi di Poste Italiane per il recapito nelle zone rurali e meno densamente abitate del Paese (aree extra urbane), dove è presente solo Poste Italiane“. Inoltre, aggiunge l’Antitrust, “Poste Italiane ha implementato una strategia di recupero dei volumi di posta affidati alla concorrenza, ricorrendo a sconti e condizioni selettivi e fidelizzanti, tra l’altro, condizionando gli sconti praticati ai clienti finali all’affidamento esclusivo di tutti gli invii o di una parte sostanziale degli stessi“.

La posizione di Poste Italiane in merito al provvedimento assunto dall’Agcm nei confronti dell’azienda, cui ha comminato una sanzione di 23 milioni di euro per presunto abuso di posizione dominante, è decisamente critica. Lo fanno sapere fonti aziendali, spiegando che l’azienda ritiene di aver sempre posto in essere un comportamento assolutamente rispondente agli indirizzi normativi e alle logiche di mercato in un contesto altamente competitivo a tutela della qualità del servizio.

Poste comunica inoltre il proprio assoluto intendimento di presentare ricorso al Tar del Lazio, ritenendo inadeguata e in contrasto con la normativa di riferimento la sanzione comminata, in un procedimento peraltro iniziato nel giugno 2016 e protrattosi per quasi 2 anni di istruttoria nel corso del quale l’azienda ha fornito in maniera esaustiva e completa ogni contributo e ogni delucidazione richiesta dagli uffici dell’Autorità.




Ilva, confermati i 10mila lavoratori . Per il ministro Calenda adesso il tavolo può ripartire

ROMA –L’azienda ha confermato oltre alle 10mila assunzioni, i livelli salariali attuali quindi il tavolo può ripartire“. Lo ha dichiarato questa mattina il ministro dello Sviluppo  Economico Carlo Calenda,  uscendo visibilmente soddisfatto dall’incontro sull’ ILVA con i sindacati che hanno mantenuto le proprie posizioni sul mantenimento dei livelli occupazionali. I prossimi appuntamenti previsti e concordati: il 9 novembre alle 9 per il tavolo sul piano industriale ed il 14 novembre alle 10.30 per quello sul piano ambientale.

Il Ceo della Divisione europea di Arcelor Mittal Geert Van Poelvoorde ha confermato la disponibilità di AmInvestCo a riaprire la trattativa, dopo lo stop del 9 ottobre scorso, con l’impegno a al mantenimento della struttura salariale e di livelli fissi della retribuzione (compresi scatti di anzianità), degli attuali diritti contrattuali e di legge e a ragionare su parte variabile con un accordo integrativo da contrattare alla luce del piano industriale. Garanzie che verrebbero confermate anche tenendo conto di una “formale” discontinuità con il passato perché prevista dalla procedura europea.

Il Ministro Calenda ha rimarcato che la discontinuità prevista dalla procedura europea non impedirà ai lavoratori di mantenere i diritti pre-esistenti e che soprattutto consentirà che permanga la rete di protezione dell’Amministrazione Straordinaria affinché nessun lavoratore venga licenziato. Sulla parte occupazionale ha invece confermato l’occupazione di almeno 10.000 lavoratori, rendendosi però disponibile ad un’analisi e confronto di dettaglio sulle singole aree dei vari siti per valutarne la congruità rispetto al piano.

Il Ministro ha confermato che la procedura ex art.47 viene “congelata e si avvia la trattativa “senza pregiudiziali”. Ha inoltre ricordato che Cassa Depositi e Presiti non ha intenzione di entrare nella cordata, qualora maturasse un orientamento diverso, se ne parlerà nella trattativa. Il Ministro dello Sviluppo Economico ha ricordato che questa vertenza ha mille difficoltà ma anche molti spazi: 2,4 mld€ di investimenti ambientali e produttivi, 1,1 mld€ bonifiche e 1,8 ml€ per creditori, per un totale di 5,3 mld€” Una piccola finanziaria per intenderci” ha fatto presente Calenda.

Per evitare che a Taranto si possa ripetere nuovamente  quello che è capitato giorni fa con una dispersione di polveri neri che ricopriva la città il Mise, d’intesa con l’Amministrazione Straordinaria, sta valutando la possibilità di anticipare i tempi per la copertura dei parchi principali, ancor prima dei tempi indicati dal Dpcm ambientale. Questo investimento, di circa 400 milioni, è a carico dell’investitore, cioè di Am InvestCo. Per accelerare i tempi e slegarli dalla tempistica della procedura di trasferimento degli asset, l’ipotesi è di anticipare sia i lavori sia l’investimento finanziario necessario che verrebbe anticipato dalle casse dell’Amministrazione Straordinaria che poi si rivarrebbe su Am InvestCo.

“Sarò contento quando la trattativa si chiude, incomincia la copertura dei parchi  e svoltiamo questa storia che per l’Italia è stata penosa e per i tarantini molto da tanti anni, presuppongo che ci siano i presupposti per farlo». Così ha concluso il ministro Carlo Calenda all’Agenzia ANSA.

“Abbiamo bisogno in questa fase delicatissima che collaborino tutti: per questo convocherò un tavolo istituzionale con i 5 governatori delle Regioni interessate e i 40 sindaci e l’Azienda per poter andare nel dettaglio di quelle che saranno le possibili ricadute sul territorio e avere il massimo sostegno delle istituzioni locali”. Il ministro Calenda inoltre ha ricordato come “il decreto anticipi la copertura dei parchi, limiti la produzione a 6 milioni di tonnellate fino al completamento del piano ambientale per il quale l’investitore privato ha stanziato 1,2 mld in aggiunta a 1,1 miliardi che derivano dalla transazione con i Riva da spendere nelle bonifiche”.

Per  il Segretario generale Fim Cisl Marco Bentivogli aver sgombrato la trattativa da vincoli è un fatto positivo ma è necessario che questo spirito permanga entrando nel vivo della trattativa. Con spirito proficuo e costruttivo, ora lavoriamo sul metodo, scomponendo l’azienda per ogni area per fare un ragionamento di merito e su ogni area affrontare i temi che prevedono il vostro piano industriale su occupazione, investimenti e ambiente e le nostre controdeduzioni. Il clima si è caricato troppo di tensioni lontane dai problemi concreti della trattativa e poco mentre la trattativa stessa è ancora ai blocchi di partenza. Noi la contrattazione la vogliamo fare, ma è fondamentale che non si passi da una rigidità all’altra dandoci un metodo e costruendo un calendario di incontri specifici“.

“Siamo certi che in un clima di confronto vero,  – ha aggiunto Bentivoglisaremo in grado di convincere l’azienda ad escludere licenziamenti e a puntare su un rilancio vero ed ecosostenibile. Sulla questione ambientale è ora che a Taranto si veda concretamente l’inizio dei lavori per la copertura dei Parchi Minerari andando oltre gli annunci degli ultimi quattro anni. Nelle prossime settimane la città e i lavoratori devono vedere non lo scontro istituzionale che si protrae da decenni, senza passi avanti sull’ ambientalizzazione ma l’inizio dei lavori . Rispetto alla questione antitrust europea è importante che si lavori parallelamente alla trattativa per capire se la posizione di Arcelor Mittal sia definita dominante e se le prescrizioni da mettere in campo sono sufficienti ad evitare un rischio concreto che possa pregiudicare

L’incontro odierno era stato preceduto nella giornata ieri da un vero e proprio scontro duello istituzionale tra la Regione Puglia ed il Comune di Taranto, posizioni “pilotate” dal governatore barese  Michele Emiliano, contro il Governo dall’altro, pretendendo la propria partecipazione a al tavolo dell’Ilva, che avevano indotto il ministro Calenda a commentare con un tweet “Ilva: 2,4 miliardi di investimenti ambientali e produttivi, 1,1 bonifiche e 1,8 per creditori. 5,3 miliardi e istituzioni locali contro. Unico caso al mondo”.  Il Mise aveva  sottolineato che è stato proposto un “tavolo istituzionale” per l’aggiornamento e la consultazione dei territori, con la partecipazione di Arcelor Mittal.

Proposta questa “rifiutata” dal Governatore e sindaco, i quali insistevano sul prendere parte alla trattativa sindacale dimostrando di non conoscere la Legge e lo statuto dei lavoratori. Emiliano e Melucci a loro volta cercavano di usare la minaccia di impugnare al TAR  in questi giorni il Dpcm tanto discusso, auspicando (inutilmente n.d.r.) un pronunciamento negativo dell’ Antitrust sulla posizione di Arcelor Mittal . Sulla prossima pronuncia dell’Antitrust Europea il ministro  Calenda non si sbilancia ed aggiunge: “Questo riguarda il rapporto tra azienda e commissione europea. Voi sapete che nell’accordo che abbiamo fatto con Mittel sono escluse ricadute sui siti Ilva ma è un processo che riguarda l’azienda e l’Autorità europea“,.

Un comportamento sicuramente poco “istituzionale” quello dei due amministratori locali, che sul piano nazionale dimostrano di essere dei dilettanti allo sbaraglio. Fattore che per il ministro Calenda (e non solo, secondo noi) rappresenta “un elemento di rischio. Lascia stupefatti che di fronte a questi investimenti, le autorità locali non solo non si adoperino per il buon esito dell’operazione ma cerchino costantemente di ostacolarla senza considerare le conseguenze”




Multe dell’Antitrust per 15,35 milioni alle società che proponevano diamanti come investimento

ROMA -L’ Autorità per la concorrenza ed il mercato, meglio nota come Antitrust ha reso noto che “Le sanzioni irrogate sono state in un caso, pari complessivamente a 9,35 milioni (2 milioni per Idb, 4 milioni per Unicredit, 3,35 milioni per Banco BPM) e nell’altro caso pari complessivamente a 6 milioni (1 milione per Dpi 3 milioni per Banca Intesa; 2 milioni per Mps). I profili di scorrettezza riscontrati per entrambe le società hanno riguardato le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale dalle stesse predisposto in merito: al prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici; all’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita; all’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa; alla qualifica dei professionisti come leader di mercato“.

L’ Autorità al termine delle due istruttorie ha sostenuto che in realtà  “alla luce delle risultanze istruttorie è emerso che le quotazioni di mercato erano i prezzi di vendita liberamente determinati dai professionisti in misura ampiamente superiore al costo di acquisto della pietra e ai benchmark internazionali di riferimento (Rapaport e IDEX); l’andamento delle quotazioni era l’andamento del prezzo di vendita delle imprese annualmente e progressivamente aumentato dai venditori; e le prospettive di liquidabilità e rivendibilità erano unicamente legate alla possibilità che il professionista trovasse altri consumatori all’interno del proprio circuito“.

L’Antitrust ha inoltre, accertato nelle due istruttorie che gli “istituti di credito, principale canale di vendita dei diamanti per entrambe le imprese, utilizzando il materiale informativo predisposto da Idb e Dpi, proponevano l’investimento a una specifica fascia della propria clientela interessata all’acquisto dei diamanti come un bene rifugio e a diversificare i propri investimenti. In particolare sul ruolo delle banche, il fatto che l’investimento fosse proposto da parte del personale bancario e la presenza del personale bancario agli incontri tra i due professionisti e i clienti, forniva ampia credibilità alle informazioni contenute nel materiale promozionale delle due società, determinando molti consumatori all’acquisto senza effettuare ulteriori accertamenti”.

 L’Antitrust spiega di aver anche accertatola violazione da parte di Idb e Dpi dei diritti dei consumatori nei contratti in merito al diritto di recesso e, per Idb, anche al foro competente in caso di controversie“. Le istruttorie, svolte con la collaborazione della Consob e con “accertamenti ispettivi” della Guardia di Finanza, sono partite da una segnalazione di alcune associazioni di consumatori .




Telecomunicazioni. Ultimatum dal ministro Calenda alle bollette a 28 giorni: “Serve una soluzione rapida”

ROMA – “Inaccettabile – l’ha definita il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda –  È una cosa che va messa a posto il più rapidamente possibile“, ha replicato a chi gli domandava se il Governo fosse intenzionato a porre rimedio alla questione delle “bollette corte” adottate a catena dagli operatori di telefonia e pay tv (fatture ogni 28 giorni anziché 30),

Si attende, infatti, un intervento già in manovra. Ma del divieto atteso, attualmente non ci sarebbe traccia nella versione delle legge di Bilancio appena varata dal Consiglio dei ministri. Chiaramente non è ancora l’ultima possibilità . Infatti  alla domanda se è in preparazione un emendamento in materia il ministro Calenda risponde che occorre trovare una soluzione. Ed apparirebbe come la soluzione più immediata quella  di una modifica al testo della manovra, o al decreto collegato,.

Il polverone sulla vergognosa fatturazione a 28 giorni si è alzato mesi fa, con la discesa in campo dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni, che a marzo scorso ha indicato come scadenza per la fatturazione i 30 giorni per tutti gli operatori di telefonia fissa, mentre incredibilmente per il traffico mobile i 28 giorni potevano considerarsi ancora ammissibili ! Sarebbe interessante capire e conoscere l’origine di una decisione così incoerente ed allucinante.

La decisione dell’ AGCOM non è piaciuta persino alle compagnie di telecomunicazioni (telefomo, internet. paytv ecc.)  ed è quindi scattato il ricorso unitario al Tar che a giugno ha accolto le richieste di sospensiva, fissando al prossimo 7 febbraio 2018  la data per il giudizio. Nel frattempo tutti gli operatori progressivamente hanno “virato” per la bolletta accorciata a 28 giorni. Un cartello di settore ha innescato la reazione dell’Agcom che  un mese fa ha avviato procedimenti sanzionatori nei confronti di Tim, Wind Tre, Vodafone e Fastweb e ha lanciato un avvertimento alle pay tv, come Sky. Con multe ridicole se rapportate rispetto a quanto stanno incassando di più con il mese accorciato i gestori di telecomunicazione a danno dei consumatori.

“Come Autorità abbiamo fatto tutto quello che dovevamo e potevamo fare e ovviamente seguiamo con interesse la cosa, l’annunciato intervento legislativo” ha dichiarato il presidente dell’Authority, Angelo Marcello Cardani ricordando che davanti al Parlamento, il Governo aveva definito le pratiche “scorrette” e lasciato intendere di voler imporre una scadenza unica a un mese. Senza però spiegare se tale decisione sia valida per tutti (fissi, mobili, paytv ecc.)

A queste dichiarazioni “diplomatiche-politiche” si sono contrapposte quelle delle associazioni dei consumatori che denunciano il comportamento illegittimo degli operatori che va avanti da mesi, ed in effetti  non si capisce cosa aspettino le autorità Antitrust e quella sulla Comunicazioni (AGCOM)  ancora ad elevare una maxi-sanzione,  contestando l’aggravio di costi addebitati nelle tasche dei consumatori (+8,6%). E qualcuno chiede al ministro Calenda che si batta ed impegni per inserire l’emendamento nella Legge di Bilanci».




Ddl concorrenza. E’ finita la festa dei “selfie” pubblicitari camuffati sui social

ROMA –  Approvato l’ ordine del giorno presentato dal deputato del Pd, Sergio Boccadutri che impegna il Governo a intervenire a livello legislativo “affinché l’attività dei web influencer sia regolata, permettendo ai consumatori di identificare in modo univoco quali interventi realizzati all’interno della rete internet costituiscano sponsorizzazione“.   Arrivano, quindi, nuove regole per la pubblicità promossa in modo occulto dai cosiddetti dagli utenti social vip con maggior numero di follower.

 La proposta di Boccadutri impegna il Governo a intervenire a livello legislativo, richiesta, che ha ricevuto il parere favorevole dell’esecutivo, e che permette così regolamentare i post su Facebook, Instagram o Twitter dei volti noti di cinema, moda, sport o spettacolo che si prestano alla sponsorizzazione di marchi più o meno famosi.

L’Unc, aveva sollevato il problema dei selfie sponsorizzati e in generale della pubblicità camuffata sui blog ed i social network, presentando nei mesi scorsi un esposto all’Antitrust, ed ha chiesto l’intervento anche dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. ricordando che in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno già preso sul serio la questione e le autorità competenti, la Competition & Markets Authority e la Federal Trade Commission (Ftc) sono già intervenute.

Il nostro obiettivo – spiegano dall’Unione Nazionale Consumatoriè avere regole chiare e condivise e che, accanto ad ogni foto sponsorizzata, compaia sempre una didascalia di accompagnamento che informi correttamente il fan del carattere promozionale del messaggio. Anche online serve maggiore trasparenza e la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile, soprattutto se a farla sono personaggi famosi, i cosiddetti influencer, che hanno un largo seguito di followers, spesso adolescenti”.




Bando vendita Ilva: rinviata al 26 febbraio la scadenza per la presentazione delle offerte

Slittati al 26 febbraio i termini di scadenza previsti inizialmente per l’8 febbraio per la presentazione delle offerte definitive per l’acquisizione degli asset dell’Ilva in amministrazione straordinaria. da parte delle due cordate in gara, che da una parte la cordata Am Investco Italy tra ArcelorMittal ed il gruppo Marcegaglia, dall’altra AcciaItalia, la compagine partecipata da Jindal south west, dal gruppo Arvedi, dalla Cassa depositi e prestiti e dalla finanziaria Delfin  (la società di investimenti e partecipazioni di Leonardo Del Vecchio),  – hanno evidenziato ai commissari la necessità di una proroga dei termini, e la procedura ha concordato altro tempo per completare l’istruttoria.

Dal momento della presentazione delle offerte definitive,  i tre Commissari straordinari dell’ Ilva avranno 30 giorni di tempo per effettuare la richiesta  “valutazione comparativa delle due proposte”. Dopodichè secondo quanto previsto dalla procedura di aggiudicazione i Commissari, sottoporranno e motiveranno la propria scelta ad un esperto nominato dal ministero. E’ questo il passaggio conclusivo,  al termine del quale verrà reso noto  il nome della cordata aggiudicataria. A seguire vi sarà  un mese di consultazione pubblica seguita dalla valutazione dell’Antitrust. Escludendo quindi ad oggi  la possibilità di rilanci successivi (eventualità che è comunque contemplata dai commissari), entro la fine della primavera dovrebbe essere reso noto il nome della cordata che rileverà gli asset del gruppo siderurgico in amministrazione straordinaria.

Resta invece confermata  l’udienza fissata per l’1 marzo, nel corso della quale sarà definito il patteggiamento di Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici, coinvolte nel “processo Ambiente svenduto” in corso a Taranto. Il rinvio si è reso necessario per consentire alla Riva Fire in liquidazione, da poco ammessa all’amministrazione straordinaria e affidata a un curatore speciale nominato dal Tribunale di Milano, di definire la propria posizione. Il patteggiamento chiaramente agevolerà la trattativa con gli investitori sotto molti punti di vista,  costituendo la pre-condizione per agevolare la transazione raggiunta con la famiglia Riva, che si è impegnata a fare affluire nelle casse dell’ILVA in amministrazione straordinaria i 1,1 miliardi di euro custoditi presso la banca UBS in Svizzera, scoperti dalla Guardia di Finanza ed oggetto di sequestro della Procura di Milano, somma alla quale si aggiungono gli altri 230 milioni di euro patteggiati con la Procura di Taranto.




Multa dell’ Antitrust di 14,5 milioni ad Acea, Edison, Enel ed Eni

 di Marco Ginanneschi
Le multe. Le sanzioni sono in relazione ai perversi e poco trasparenti meccanismi di fatturazione e le ripetute richieste di pagamento per bollette che non corrispondono ai reali consumi effettivi, oltre alla complessità e gli ostacoli nella restituzione dei rimborsi. Le multe sono stato così suddivise: Acea 3,6 milioni, Edison 1,725 milioni, Eni 3,6 milioni, Enel Energia e Enel servizio elettrico rispettivamente 2,985 e 2,620 milioni.

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Pratiche aggressive. I procedimenti dell’ Antitrust erano stati avviati a luglio 2015. L’Antitrust si è avvalsa anche del parere dell’Autorità dell’energia sia per l’attività ispettiva del Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di finanza. A definizione della sua istruttoria, l’Agcm ha verificato ed accertato che le cinque società hanno posto in essere una prima pratica commerciale aggressiva, cioè la gestione inadeguata delle istanze e delle comunicazioni di clienti finali che lamentavano la fatturazione di consumi di elettricità o di gas naturale divergenti da quelli effettivi. Questa omissione era dovuta a delle mancanze di trasparenza del processo di fatturazione, a dei malfunzionamenti dei sistemi informatici (chiaramente a favore dei gestori) ed alla omessa mancata sospensione delle attività di riscossione nell’attesa di una risposta chiara, puntuale ed esaustiva (sollecito, messa in mora e distacco, talvolta senza preavviso). Nel caso di conguagli di elevato importo, inoltre, le imprese non avevano adottato misure per attenuare l’impatto della bolletta, senza informare adeguatamente gli utenti sulla possibilità di rateizzare né sui termini di pagamento più lunghi.

I  Consumatori. Nell’ultimo anno abbiamo sommerso l’Antitrust di esposti in cui denunciavamo la giungla delle fatturazioni errate e le pratiche scorrette dei gestori dell’energia a danno degli utenti, e finalmente l’Autorità ha accolto le nostre denunce sanzionando gli operatori“, dicono dal Codacons  “Quando un cittadino riceve una bolletta con consumi errati, o quando deve ottenere il rimborso delle maggiori somme pagate, inizia per lui una vera e propria ‘odissea’ che spesso porta l’utente allo sfinimento e alla resa, pagando le bollette pur non essendo tenuto a farlo, o rinunciando ai propri diritti. In tal senso la multa dell’Antitrust è importantissima perché accerta in modo inequivocabile le scorrettezze dei gestori che denunciamo da anni”.



ArcelorMittal: “Ilva strategica ma va risanata”

In un  colloquio con i giornalisti Paolo Bricco e Matteo Meneghello del quotidiano Sole 24 Ore,  Ondra Otradovec, responsabile dell’area fusioni e acquisizioni della multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, ha esposto per la prima volta i piani della multinazionale sull’Ilva. La decisione del Governo Italiano sulla migliore offerta era inizialmente prevista per il 30 giugno secondo quanto indicato nel bando internazionale. Ma il Consiglio dei ministri martedì scorso ha varato un nuovo decreto per spostare di altri quattro mesi la scadenza, al fine di consentire una nuova analisi degli investimenti ambientali, e quindi così i tempi scadranno alla fine dell’anno.

Seguiamo il processo di vendita così come strutturato dal Governo – ha detto Ondra Otradovec – Data la situazione estremamente complicata, un processo di vendita rapido sarebbe negli interessi della società e degli stakeholders, così da potere iniziare a lavorare per stabilizzare l’assetto e garantire un futuro sostenibile.  Il lavoro a Taranto sarà duro. Ci vorranno due o tre anni per riportare l’Ilva al break even (cioè al punto di pareggio economico della gestione ndr CdG) . Ma siamo convinti di riuscirci perché abbiamo una forte esperienza nel turnaround delle aziende. Per questa ragione –ha aggiunto Otradovec – partecipiamo con convinzione all’asta organizzata dal Governo italiano. L’Ilva, per noi, è strategica, ma anche noi, come grande gruppo internazionale in grado di valorizzare ogni nostra controllata, possiamo essere strategici per l’azienda. L’Ilva va risanata e va riposizionata, trasformando il suo acciaio da commodity a prodotto con più valore aggiunto. Questo è quello che permetterà un futuro sostenibile all’azienda e solo ArcelorMittal ha il know how per raggiungere questo traguardo“.

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Questa l’intervista integrale rilasciata al Sole24Ore:

Per l’Ilva, avete stretto una alleanza con Marcegaglia. È stato detto che nella joint venture voi avrete l’85% e l’impresa italiana il 15%. Sono proporzioni corrette?

Sì, sono corrette. Gli ordini di grandezza sono quelli. Anche se stiamo continuando il dialogo con la Cassa Depositi e Prestiti. Qualora la Cdp aderisse al nostro progetto, le quote azionarie cambierebbero. Siamo molto contenti dell’alleanza con Marcegaglia, che consideriamo un partner strategico. Non soltanto perché è una impresa italiana con una solida reputazione e un management stabile. Ma anche perché ha una specializzazione, di trasformazione e non di produzione, complementare a quella dell’Ilva, di cui è peraltro la prima cliente. Ci farebbe piacere anche una presenza nell’azionariato di Cdp, in quanto espressione del Governo e come socio finanziario.

Quali sono gli elementi principali del vostro piano industriale?

Per iniziare immaginiamo una acciaieria di Taranto che produca 6 milioni di tonnellate all’anno, con tre altoforni. Poi, se le cose dovessero funzionare e se la domanda lo richiederà, potremmo aumentare i livelli produttivi. Naturalmente serviranno investimenti in tecnologia e interventi di manutenzione che, negli ultimi anni, hanno scarseggiato. Per l’impatto ambientale realizzeremo investimenti in linea con le “best practice” europee internazionali che renderanno l’impianto di Taranto assimilabile ai migliori standard dell’Ue. Il turnaround di Taranto deve essere allo stesso tempo ambientale, industriale e commerciale. Il successo di Ilva non è garantito solo dalla vendita, ma da un partner solido, capace di fornire know how tecnologico, nuovi prodotti e mercati.

L’ex commissario Enrico Bondi aveva previsto la possibilità di alimentare la produzione con il preridotto, magari realizzando un impianto in loco. Cosa ne pensa?

Non siamo convinti possa funzionare. Non ne vediamo la logica: una scelta del genere ha senso solo nei mercati dove lo spread tra il prezzo del rottame e il prodotto finale è maggiore che in Europa e dove c’è un prezzo dell’elettricità inferiore. Condizioni presenti, ad esempio, negli Stati Uniti, ma non in Europa. È un investimento importante e le condizioni non giustificano questa opzione. Sono altre, e numerose, le sfide legate all’impianto di Taranto.

A Taranto c’è molta preoccupazione per l’occupazione. Oggi ci sono 11.500 addetti diretti, che salgono a 16mila in tutta Italia. Che cosa contiene il vostro piano industriale a questo proposito?

Il livello occupazionale dovrà essere proporzionato ai livelli produttivi che gradualmente realizzeremo sulla base di parametri utilizzati anche dalle altre aziende europee del settore. Ci candidiamo a comperare l’Ilva anche in virtù della complessità e del livello di specializzazione del nostro gruppo multinazionale. Investiamo ogni anno 259 milioni di dollari in R&S. Nei nostri 12 centri di ricerca lavorano 1.300 specialisti. Il 60% della nostra ricerca è concentrato sull’automotive industry. Pensate a quello che possiamo fare per il miglioramento qualitativo dell’acciaio di Taranto destinato agli stabilimenti di FCA, di cui siamo già fornitori, e alle aziende della componentistica italiana che lavorano con le case automobilistiche tedesche. Lo stesso vale per l’ambiente. Abbiamo ridotto dal 2007 le emissioni di CO2 del 4,5% e quelle di polveri, dal 2010, del 21 per cento. Siamo fiduciosi che l’integrazione di Taranto nel nostro contesto tecnologico e industriale porterà beneficio allo stabilimento e alla città.

Un anno e mezzo fa avete studiato il dossier Ilva. Allora l’operazione non andò in porto. Che cosa è cambiato?

Rispetto ad allora, esiste una maggiore distinzione fra le responsabilità di chi viene accusato di avere inquinato Taranto e le responsabilità di chi oggi sarà chiamato a gestire il risanamento ambientale e il turnaround industriale. Per noi Ilva è strategica. In un passaggio storico sancito dal consolidamento industriale di molti big player, ArcelorMittal scommette sull’Europa. Fra il 2015 e il 2016 il nostro debito netto è sceso da 16 a 12 miliardi di dollari. Il che indica uno stato patrimoniale sano con un rapporto di 2,2 tra debito netto e Ebitda. Disponiamo di 14 miliardi di dollari di liquidità. Miriamo a poche selezionate acquisizioni. Ilva è una di queste in quanto complementare alle nostre aree di business e perché crediamo di poter fare la differenza positiva per l’azienda e i suoi stakeholders.

In caso di successo dell’operazione Ilva, non rischiate problemi con l’Antitrust comunitaria?

Certamente l’Antitrust controlla ogni acquisizione. Genericamente parlando non credo che ci saranno grossi problemi. Nella maggior parte delle linee di prodotto resteremo comunque sotto il 40% del mercato. In alcune linee potremmo superare questa soglia, ma abbiamo studiato a fondo la questione sul piano legale e non abbiamo individuato rischi concreti.

L’altra cordata in lizza è incentrata sui turchi di Erdemir. Se dovesse aggiudicarsi Ilva, ci sarebbero conseguenze per il mercato italiano e per l’operatività di ArcelorMittal nell’Europa del sud? Il vostro interesse per Ilva ha ragioni difensive?

Non facciamo operazioni difensive, fino a poco tempo fa eravamo gli unici in lizza per Ilva, ben prima di Erdemir che è una buona azienda, della quale tra l’altro possediamo una quota residuale del 12,5%. Si tratta comunque di un gruppo molto concentrato sul mercato turco, delle stesse dimensioni di Ilva: è la prima volta che compie un’operazione al di fuori dei confini del Paese. Per questo è difficile giudicare che strategia adotterà, eventualmente, in Italia. La questione Ilva è molto complessa e costituisce un turnaround difficile: per questo crediamo che il suo futuro possa essere sostenuto da un gruppo che produce acciao, che sia forte e articolato, con una consolidata presenza in Europa che possa integrare Ilva nel suo modello di business, aprendo possibilità per nuovi prodotti e mercati. Non vediamo alcuna altra azienda del settore che possa portare gli stessi vantaggi.

Signor Otradovec, quando è stata l’ultima volta in cui è andato a Taranto?

Io personalmente sono stato a Taranto un anno e mezzo fa, quando abbiamo compiuto una due diligence molto dettagliata. Questa volta abbiamo mandato il team delle operations per fare un aggiornamento dello stato dell’arte dell’acciaieria. L’acciaieria di Taranto deve tornare a vivere. E, perché questo accada, serve un grande gruppo siderurgico presente in tutto il mondo, un management di primo livello che opera da anni nel settore e nuovi mercati di sbocco. Non si può affidare l’impianto a una dirigenza priva di competenze nell’acciaio. Noi abbiamo il tipo di management giusto: specializzato, abituato a gestire turnaround complessi e con una vasta esperienza internazionale. E lo metteremo a disposizione dell’Ilva, dove abbiamo incontrato lavoratori seri e qualificati.




L’Antitrust multa FCA-Fiat , Nissan e Toyota. “Pratiche commerciali scorrette”.

di Marco Ginanneschi

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Schermata 2016-05-09 alle 21.02.42non scherza e rifila ai sensi del Codice del Consumo multe per complessivi 650mila euro a FCA, Toyota e Nissan . La motivazione  è pesante: “pratiche commerciali scorrette“. Del dettaglio la FCA (ex-Fiat)  ha ricevuto la sanzione più pesante, di 300 mila euro, Toyota di 200mila e Nissan di150mila.

Secondo l’Antitrust le società sono state sanzionate praticamente per aver fornito  le informazioni sul costo finale delle macchine “in modo lacunoso e ambiguo” soprattutto nelle martellanti campagne pubblicitarie per le varie versioni di Panda, Punto, 500, Qubo, Doblò, nel caso di Fiat, Aygo e Yaris Hybrid Cool, nel caso di Toyota; e i modelli  Juke, Micra, Note e X-Trail, nel caso di Nissan. Soprattutto le modalità di pagamento e di calcolo del prezzo non corrispondevano alla realtà.

L’Antitrust ha contestato precisamente che FCA Italy, Nissan e Toyota abbiano omesso di precisare che il costo dei modelli in promozione fosse riservato solo a chi avesse deciso di fruire di un contratto di finanziamento rateale. L’importo pubblicizzato dalle tre case automobilistiche è stato quindi ritenuto non corretto per chi volesse acquistare l’autovettura con  diverse modalità dal finanziamento rateale, e tantomeno per chi volesse fruire del pagamento rateale: in questo caso, il prezzo avrebbe dovuto essere necessariamente incrementato del costo del finanziamento, circostanza che non era adeguatamente e dovutamente precisata nei messaggi pubblicitari diffusi dalle tre case automobilistiche.




“Vodafone Exclusive”: multa da 1 milione dall’ Antitrust . Ma a pagarla sono stati i consumatori

di Marco Ginanneschi

Aver attivato in maniera ingannevole un servizio accessorio senza l’esplicita richiesta dei consumatori è costato soltanto 1 milione di euro a Vodafone, che ha incassato in tal modo alcune decine di milioni di euro, per cui la multa in definitiva l’hanno pagata i poveri consumatori. L’Antitrust ha irrogato la sanzione di appena un milione a Vodafone Italia per il servizio accessorio non richiesto Vodafone Exclusive al costo aggiuntivo di 1 euro,  applicato per mesi a circa 20 milioni di utenti, “ritenendo che tale offerta abbia comportato un pagamento supplementare rispetto alla remunerazione concordata, in violazione del Codice del Consumo” come recita una nota dell’Autorità.

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La società telefonica si è difesa sostenendo che sul suo sito , il pacchetto veniva descritto come la possibilità di navigare in 4G utilizzando il traffico dello smartphone anche su PC e tablet, di accedere a un servizio clienti dedicato e di ricevere un biglietto del cinema omaggio per due acquistati.

L’ Autorità Garante della concorrenza e del mercato, a seguito degli accertamenti effettuati, ha accertato che dal 31 agosto 2015 la società di telecomunicazioni ha attivato automaticamente il servizio “Vodafone Exclusive” senza avere il consenso espresso e preventivo (opt-in) dei clienti, ed in tal modo ha addebitato automaticamente il relativo costo mensile (1,90 euro) e rifiutato le richieste di rimborso a seguito dell’attivazione automatica di un servizio non richiesto dai consumatori.

Inoltre sempre secondo l’ Antitrust, si trattava di un servizio accessorio solo per alcune considerazioni: la navigazione sulla rete 4G veniva consentita solo a coloro che dispongono della condizioni tecniche necessarie; la possibilità di disporre di 2 ingressi al cinema al prezzo di un biglietto era garantita soltanto ad un numero circoscritto di cinema aderenti alla promozione; l’accesso al servizio clienti dedicato 193 è meramente aggiuntivo rispetto al servizio clienti già esistente, e quindi una letterale presa per i fondelli !

CdG antitrust

L’ Antitrustha imputato perciò all’impresa una condotta poco trasparente per quanto riguarda sia l’attivazione del servizio sia la modalità di addebito degli importi: il consumatore non è stato messo nella condizione, infatti, di rendersi conto che ‘Vodafone Exclusivè era stato effettivamente attivato sui propri apparati mobili e che gli importi mensili relativi a questo servizio venivano prelevati sistematicamente dal credito residuo dei clienti.

A giudizio dell’Antitrust, tale condotta costituisce una violazione dell’articolo 65 del Codice del Consumo, con riferimento ai clienti  che hanno sottoscritto un contratto dopo il 13 giugno 2014, sanzionandola e vietandone la continuazione“. L’Autorità ha quindi imposto a Vodafone di pubblicare per trenta giorni consecutivi sulla home page del proprio sito web un estratto del provvedimento dell’Autorità, predisponendo un’icona denominata “Comunicazione a tutela dei consumatori”.

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Nel tentativo strumentale di difendersi mediaticamente, Vodafone ha precisato di “prendere atto della decisione dell’Antitrust in merito all’operazione ‘Exclusive‘, con cui ha modificato i propri piani tariffari migliorando i servizi esistenti, primo su tutti la navigazione su rete 4G, e variando le relative condizioni economiche“.

L’azienda ha sottolineatoche la progressiva migrazione dei clienti verso l’utilizzo della rete 4G rappresenta una evoluzione tecnologica, con evidenti benefici sulla qualità del servizio di connessione ad internet offerto ai clienti, in coerenza con la strategia di investimenti sulle nuove reti a banda ultra larga che ha permesso di raggiungere in due anni la copertura del 95% della popolazione con rete 4G Vodafone. L’azienda sta valutando gli effetti del provvedimento dell’Autorità e le modalità con cui garantire che sia mantenuto il livello del servizio a tutti i clienti che beneficiano dei nuovi piani Exclusive. Vodafone ritiene di aver operato con trasparenza e flessibilità verso i propri clienti, a cui ha garantito il diritto di recesso e la possibilità di mantenere le precedenti condizioni di offerta, e continuerà a far valere le proprie ragioni nelle sedi opportune“.

Secondo noi Vodafone non ricorrerà al Tar contro la sentenza dell’ Antitrust. Anche perchè quella multa la pagheranno con i soldi addebitati, o meglio sottratti ingannevolmente  per mesi a milioni di consumatori




Telecomunicazioni, l’Antitrust diffida le Poste: gli uffici postali aperti agli altri operatori telefonici

100342348-e10fc079-7281-4c2d-a2e6-f7be43d67c37I telefonini ed i contratti di tutti i gestori telefonici potranno essere commercializzati anche negli uffici postali italiani. Si potranno acquistare, magari con la solita offerta smartphone più abbonamento. E gli utenti potranno ricaricarli, allo sportello postale, così come al Postamat. L’ Autorità Garante della Concorrenza  e Libero Mercato ( meglio nota come Antitrust) ha rimosso un grave abuso ed ostacolo che ha consentito fino ad oggi  a un solo operatore – Poste Mobile – la presenza in uno dei luoghi più frequentati dagli italiani: gli uffici postali.

 Il Garante ha afferma il diritto degli altri operatori di aprire un punto vendita nei 13 mila 300 uffici postali italiani, dove anche gli operatori potranno presentare le loro offerte, distribuire opuscoli e altro materiale informativo, vendere sim telefoniche e dati, cellulari, ricariche. E quest’ultime dovranno essere effettuabili anche presso gli sportelli con personale di Poste Italiane ed ai 7000 mila automatici del Postamat.

Schermata 2016-01-07 alle 20.29.09Ad approfittare di questa opportunità , per prima è  stata la Tre, il gestore di telecomunicazioni molto “aggressivo” sul piano della concorrenza  e del marketing guidato abilmente da Vincenzo Novari, che ha vinto il ricorso davanti all’Antitrust. Ma anche altri gestori come Vodafone e Fastweb  si sono accodate alla decisione, e  sono pronte ad invadere con le loro forza vendite gli uffici postali.

Nella delibera, l’Antitrust ha stabilito e deciso che Poste Italiane è obbligata a offrire ospitalità a qualsiasi altro operatore telefonico alle stesse identiche condizioni che assicura alla sua controllata Poste Mobile, in applicazione della legge287 del 1990, baluardo e cardine per la tutela della concorrenza. D’altronde, Poste Italiane ha creato la sua capillare rete di uffici grazie ai trasferimenti dello Stato nella stagione aurea del monopolio ed è tuttora esclusivista di un segmento importante come è la consegna delle raccomandate giudiziarie. Titolare di un “servizio economico d’interesse generale“, a maggior ragione è tenuta a una condotta che favorisca la concorrenza.

CdG accertamenti GdFHanno aggravato la posizione di Poste Italiane alcune e-mail – a dir poco disinvolte – che i suoi dirigenti si sono scambiati quando discutevano e valutavano le richieste della Tre di avere accesso e spazio negli uffici postali. In una e-mail reperita dalla Guardia di Finanza, un dipendente di Poste Italiane suggerisce di “buttarla in caciara” perché “la richiesta della Tre non è obiettivamente un rischio” mentre un altro dipendente ricorda che “si decise di scrivere qualcosa di interlocutorio” alla Tre, per prendere tempo e fare melina. Secondo l’Antitrust – Poste Italiane ha mostrato effettiva disponibilità verso la Tre troppo tardi .

Poste Italiane nella sua linea difensiva adottata davanti all’Antitrust,  ha cercato di far pesare la circostanza che  Poste Mobile  la sua società telefonica controllata (gestore privo di una rete di ripetitori che attualmente noleggia da Wind ) ha una quota minima nel mercato della telefonia pari al 3,6% (mentre la Tre, marchio della società H3g, è al 10%). Secondo l’opinione dei legali di Poste Italiane la decisione avrà un effetto boomerang, in quanto a assegnare alla Tre e agli altri operatori degli spazi negli uffici postali, aiuterà chi è già grande come la Tre, (fatturato da 1,9 miliardi) a contrastare chi è piccolo come Poste Mobile . Incredibilmente Poste Italiane – in questo scenario – grida all’esproprio di fronte al possibile ingresso degli altri operatori telefonici nei suoi uffici postali, che in realtà sono luoghi pubblici e non privati.

L’Antitrust infatti non ha dato credito a queste obiezioni ed ordinato con una propria delibera  a Poste Italiane che ha facoltà di poter ricorrere al Tar contro la decisione dell’ Autorità Garante.




Ancora una volta il M5S (Di Battista) ridicolizzato dalle norme di Legge. Persino dall’ Antitrust !

CdG boschi_pdIl ministro Maria Elena Boschi non ha alcun conflitto di interessi sulla vicenda del salvataggio della Banca Etruria. A sostenerlo è l’Antitrust, secondo quanto riferiscono fonti qualificate dell’Authority, in una risposta al deputato Alessandro Di Battista del Movimento Cinque Stelle , che aveva sollecitato un pronunciamento sulla vicenda.

La mozione di sfiducia respinta

Per il ministro delle Riforme è una specie di doppia vittoria in cinque giorni. Venerdì 18 dicembre la Camera dei deputati aveva respinto la mozione di sfiducia promossa proprio dal Movimento Cinque Stelle nei confronti del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi per la questione banca Etruria, uno dei quattro istituti che hanno visto azzerati i risparmi di coloro che avevano sottoscritto le obbligazioni subordinate. I voti a favore erano stati 129 , 373 i contrari. Il ministro aveva quindi ricevuto la piena fiducia. “Se fosse coinvolta la mia famiglia io mi dimetterei – era stata lapidaria nel suo discorso – Se mio padre ha sbagliato deve pagare, ma se ha sbagliato non può essere giudicato da un tribunale dei talk show”.

Il pronunciamento dell’Antitrust

Non ci sarebbe conflitto d’interessi perché l’Antitrust ha verificato che “non sussiste alcuna circostanza in basa alla quale il ministro abbia partecipato all’adozione di alcun atto con danno dell’interesse pubblico”. L’Autorità, sulla base delle competenze ad essa assegnate dalla legge Frattini del 2004, ha esaminato la posizione della Boschi per verificare in primo luogo la presenza del ministro alle riunioni decisive sul salvataggio delle banche, poi se gli atti (o le eventuali omissioni) del ministro abbiano avuto un “incidenza specifica e preferenziale” sul suo patrimonio (e su quello del coniuge o dei parenti fino al secondo grado) e infine se vi sia stato un danno per l’interesse pubblico.

Non fu presente all’approvazione del decreto

Schermata 2015-12-24 alle 15.57.01L’Antitrust nella risposta a Di Battista,  esclude che il comportamento della Boschi possa rientrare nei due casi previsti dalla legge. Sul primo punto, quello riguardante l’incidenza sul suo patrimonio, l’Antitrust osserva che la Boschi partecipò solo alla riunione del consiglio dei ministri del 10 settembre, quando fu approvato lo schema preliminare del decreto legislativo 180 da inviare alle commissioni parlamentari per il parere previsto dalla legge. Il ministro non partecipò invece alle riunioni del 6 e 13 novembre nel corso delle quali il governo esaminò e approvò il decreto. E non avendo preso parte alle riunioni, stando alla legge sul conflitto di interessi al ministro, non può essere imputato un comportamento volto ad accrescere il proprio patrimonio.

Le altre osservazioni dell’Antitrust

Anche sul secondo punto, l’Antitrust «assolve» la Boschi: per parlare di danno pubblico, si osserva nella risposta a Di Battista, bisognerebbe che il ministro avesse compiuto atti idonei “ad alterare il corretto funzionamento del mercato”, circostanza che per l’Antitrust è palesemente non rinvenibile in questo caso. Un eventuale danno, sottolineano dall’Antitrust, potrebbe derivare unicamente dall’inerzia dei commissari speciali chiamati dal decreto legislativo approvato dal consiglio dei ministri a risanare le banche. Nella risposta al deputato M5s, l’Antitrust dà conto delle presenze del ministro Boschi nelle riunioni del consiglio dei ministri dove sono stati esaminati i provvedimenti legati al sistema bancario.

CdG dibattista_toroSulla base dei dati ricevuti da Palazzo Chigi, l’Autorità segnala che Maria Elena Boschi non è stata presente alla riunione del 20 gennaio 2015 che ha dato il via libera al decreto numero 3/2015 sul sistema bancario; è stata invece presente nella riunione del 10 settembre 2015 che ha approvato lo schema preliminare del decreto legislativo numero 180 sulle banche (ma non ha poi partecipato alle riunioni del consiglio dei ministri del 6 e del 13 novembre nel corso delle quali quel decreto legislativo è stato esaminato e poi approvato); e , infine, non ha partecipato alla riunione del consiglio dei ministri del 22 novembre che ha approvato il decreto cosiddetto “salva-banche“. Per quanto riguarda invece la dichiarazione sulle attività patrimoniali del ministro Boschi e dei suoi familiari, l’Antitrust segnala che essa fu presentata il 21 maggio 2014 e non riportano il possesso di azioni bancarie della Banca Etruria (ma il questionario impone l’obbligo di dichiarare il possesso di azioni solo sopra i 50 mila euro)

Parere sulla base della legge Frattini del 2004

L’Antitrust ha emanato il suo pronunciamento in base alle legge Frattini del 2004 la numero 215. In particolare l’articolo 3 prevede che sussiste una situazione di conflitto di interessi “quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità ai sensi dell’articolo 2, comma 1, ovvero quando l’atto o l’omissione ha un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate, secondo quando previsto dall’articolo 7 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, con danno per l’interesse pubblico“.

padre_di_battista_fascista-300x151Ma cosa aspettarsi cari lettori da una persona come il grillino Di Battista che ha avuto la propria educazione da un padre auto-dichiaratamente “fascista”. Ecco cosa diceva Vittorio Di Battista, padre di Alessandro Di Battista, al raduno del Movimento 5 Stelle a Imola, intervistato da Corriere Tv : “No di destra proprio no, sono fascista. È un’altra cosa“. Parlando poi del figlio, alla domanda se gli piacerebbe come ministro degli Esteri, Di Battista senior ha spiegato: “Io lo preferirei ministro dell’Interno, spero che possa diventare più cattivo del padre“.  Occorre aggiungere altro…???




Inchiesta sui diritti televisivi del calcio, perquisite sedi di società di serie A e B

Nell’ambito dell’indagine in cui la Procura di Milano ipotizza i reati di turbativa d’asta, turbata libertà degli incanti e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, in relazione alla compravendita dei diritti televisivi, la Guardia di Finanza ha perquisito le sedi di alcune società di calcio di serie A e B, tra cui quella del Genoa, ed il Bari . Le perquisizioni risalgono a venerdì scorso, quando le Fiamme Gialle si sono presentate anche nella sede milanese della Lega Calcio con un ordine di esibizione di documenti. Tra gli indagati la Infront, la società svizzero-cinese diretta in Italia da Marco Bogarelli, un ex-manager del Gruppo Mediaset, che è anche advisor della Lega Calcio nella vendita dei diritti televisivi delle squadre di serie A e B per i campionati 2015/2017.

Le ipotesi di reato al vaglio dei pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi , magistrati del dipartimento che combatte i reati contro la pubblica amministrazione. Un dettaglio non secondario, nel riserbo che ha accompagnato un’indagine avviata a maggio in gran segreto. Non ci sarebbero, insomma, coinvolgimenti per reati societari, ma comportamenti infedeli da parte di chi ha un ruolo diretto nella gestione dei diritti. e si procede per di turbativa d’asta, concretizzata con l’iscrizione nel registro degli indagati di Marco Bogarelli, presidente di Infront


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I primi sospetti sono arrivati dopo che l’ Antitrust si era presentata in Lega Calcio con un decreto di sequestro per acquisire le carte per l’assegnazione dei diritti televisivi per le stagioni di Serie A del triennio 2015-2018. Allora si ipotizzava che tra i grandi club si fosse creato un trust , un accordo occulto per garantirsi la parte più grossa dei diritti. Poi sulla scrivania del pm Pellicano sono arrivati gli sviluppi dell’inchiesta sul barone Filippo Dollfus de Volkesberg, finito in manette a maggio con l’accusa di gestire conti cifrati in Svizzera a imprenditori italiani di primo piano. A quanto risulta  tra i clienti del nobile esperto in finanza sarebbe finito anche chi, materialmente, ha preso parte alla divisione dei diritti televisivi.

Nel frattempo  Andrea Baroni, il fiscalista arrestato lo scorso venerdì dalla Gdf nell’ambito di uno dei filoni dell’indagine della Procura di Milanoche, in un altra tranche, sta effettuando accertamenti sull’assegnazione dei diritti tv del calcio avvenuta la scorsa primavera, interrogato lunedì mattina dal gip Giuseppe Gennari, si è avvalso della facoltà di n0n rispondere. Baroni, difeso dall’avvocato Roberta Guaineri, è accusato di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro frutto di evasione fiscale di clienti italiani assieme ad altre persone essendo, per i pm, uno dei soci della Tax and Finance (T&F), società di consulenza fiscale con sede a Lugano e di diritto inglese con uffici in tutto il mondo. Società che tra i clienti, come risulta dall’ordinanza del gip, ha anche la Infront Italy srl di Marco Bogarelli.

Tra i clienti di Baroni , come risulta dal provvedimento del gip, c’è anche Luigi Ugo Colombini, procuratore e manager sportivo (ma non indagato). Nei dialoghi intercettati con il suo referente in T&Fintrattiene conversazioni di carattere professionale in ordine alla movimentazione di diverse provviste di denaro relative ai compensi percepiti da tennisti professionisti” tra i quali Andy Murray e Shvedova Jarolslava. Una “esterovestizione”, da parte di Baroni, per permettere minore tassazione. “E’ evidente – scrive il giudice – che il procuratore sportivo utilizza una società svizzera per gestire i rapporti con i propri giocatori” anche se “troppo involuta è l’indagine per comprendere effettivamente beneficiari, destinatari e modalità delle operazioni estere”.

Contestualmente all’arresto venerdì scorso, nell’altro filone di indagine, le Fiamme Gialle si sono presentate nella sede milanese della Lega Calcio con un ordine di esibizione di documenti nel quale si ipotizza a carico di Infront, Bogarelli, alcuni manager della stessa società e due di Rti (gruppo Mediaset) i reati di turbativa d’asta e turbata libertà degli incanti, in relazione alla compravendita dei diritti tv. Altro reato contestato a vario titolo è ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, in particolare, come è stato riferito in ambienti giudiziari milanesi, nei confronti della Commissione per la vigilanza e il controllo delle società di calcio, in relazione a presunti ritocchi al rialzo dei bilanci di alcune società calcistiche al fine di poter essere ammesse ai campionati.

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Tra le carte dell’accusa, vi sono anche tracce dei movimenti societari che hanno accompagnato la discussa compravendita – ancora in fase di perfezionamento – dell’Ac Milan, tra la famiglia Berlusconi e il tahilandese Mister Bee. Quale sia il collegamento con l’inchiesta sui diritti, al momento è praticamente impossibile scoprirlo. L’acquisizione del 49 per cento della società di via Turati da parte di Bee è stata accompagnata sin dal suo annuncio, da molti misteri. E personaggi legati al mercato dei diritti sembrano aver seguito da vicino anche questa operazione. Di certo, quello che sta scoperchiando la magistratura milanese rischia di scatenare un terremoto. Un dato incontrovertibile si basa su anomalie difficilmente ribaltabili. Il primo è che per i diritti venduti all’estero la Lega incasserebbe una cifra ben inferiore a quella ottenuta dalla società a cui li gira.

La seconda riguarda il ruolo della potente Infront, la società rappresentata in Italia da Marco Bogarelli che incrocia le strade del calcio nel 2008. Prima mettendoci timidamente un piede per una modesta parte dei diritti. Oggi, la controllata della multinazionale cinese Wanda group oltre alla cessione all’estero dei diritti della Serie A è anche entrata direttamente in quote societarie di alcune squadre, come avvenuto nel caso del Bari, e del Brescia. per aggiustarne i bilanci, o e di MP&Silva, un altro pezzo “grosso”nel business calcio&televisione.

Secondo quanto già ha pubblicato domenica Il Sole 24 Ore questo filone dell’indagine riguarderebbe presunti finanziamenti estero su estero, serviti a ‘raddrizzare’ i bilanci delle società superando così i controlli della Covisoc, che vigila sullo stato economico-finanziario dei club professionistici. Come riportato dal quotidiano edito e controllato dalla  Confindustria negli mesi scorsi sui conti del Bari sono arrivati 460mila euro da parte di Infront. La società pugliese ha rigettato le accuse, chiarendo che le indagini non riguardano “né Fc Bari 1908, né il presidente Gianluca Paparesta”, che quei soldi sono transitati su conti bancari di “istituti di credito nazionali” e che il versamento riguarda il regolare contratto di sponsorizzazione della seconda maglia. Relativamente al Genoa, il finanziamento di circa 15 milioni di euro sarebbe invece stato erogato da Riccardo Silva, ex partner di Bogarelli e Locatelli in Milan Channel, la cui abitazione è stata perquisita venerdì, è il proprietario della MP&Silva, società che gestisce i diritti tv della A sul mercato estero. Secondo quanto pubblicato da Il Sole 24 ore, la somma sarebbe stata girata su conti esteri riferibili a Preziositramite altre strutture estere riferibili a Infront e gestite dalla Tax&Finance

Il Genoa è una delle squadre le cui sedi sono state perquisite venerdì scorso –  ha dichiarato all’ ANSA  Enrico Preziosi, patron del club ligure – ma siamo tranquillissimi, i soldi che servivano al nostro bilancio li ha messi l’azionista di riferimento, cioè io”. “Il conto è tracciabile – continua Preziosi -, sono state fatte tutte operazioni semplici e chiare, ove servisse saremmo pronti a dare qualsiasi chiarimento a qualsivoglia autorità competente”. Il presidente rossoblu conclude: “Questo è un Paese davvero strano. Uno si sveglia e tira fuori un teorema e tutti quanti gli vanno dietro. Ma io non ho problemi, è tutto chiaro e la Covisoc della Federcalcio prima di tutti lo sa”.

 

 

Berlusconi, parlando sabato a Milano, ha detto : “Ieri (venerdì, ndr) c’è stata la Guardia di Finanza per tutto il giorno in Mediaset e hanno preso telefonini, computer, con un’accusa di una incredibilità totale: che ci sia stata turbativa d’asta nella vicenda dei diritti televisivi del calcio. Scusa ma le società di calcio non sono entità private? Sì, sono enti privati. E la Lega insieme alle società di calcio non è un’istituzione privata? Sì, è un’istituzione privata. E allora cosa centra la turbativa d’asta che può riguardare soltanto istituzioni pubbliche?» Ma come ha ben spiegato ieri sera Milena Gabbanelli a REPORT, la Lega di serie A organizza la gara dei diritti tv del calcio, svolge funzioni di diritto pubblico e si applicano le norme previste per le istituzioni pubbliche.
Tra gli indagati per l’ipotesi di ostacolo all’attività di vigilanza della Covisoc, la Commissione per la vigilanza e il controllo delle società di calcio, il presidente del Bari Gianluca Paparesta, del Genoa Enrico Preziosi e anche Claudio Lotito, presidente della Lazio e componente del Consiglio federale della Figc.