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12 Luglio 2024 19:40
12 Luglio 2024 19:40

La Procura di Milano chiede il fallimento per la holding dei Riva

La società Riva Fire controllava il 90% dell'acciaieria e, perso questo asset, di fatto è rimasta una scatola vuota solo con debiti.

CdG tribunale milano corridoiI sostituti procuratori della repubblica di Milano, Stefano Civardi e Mauro Clerici, titolari del fascicolo sull’inchiesta milanese sulla gestione dell’ ILVA, hanno richiesto il fallimento della Riva Fire, la società controllante del gruppo. E’ stata fissata per il prossimo 25 marzo l’udienza per discutere l’istanza di fallimento davanti ai giudici della sezione fallimentare del Tribunale. Riva Fire deteneva circa il 90% dell’acciaieria e una volta che ha perso questo asset, a cui si è sommata la mancanza di entrate di un’altra sua controllata, la Fire spa, con la sua partecipazione nella ‘bad company’  della vecchia Alitalia, ed il trasferimento della parte “buona” cioè le attività non legate all’ILVA del settore tubi lunghi detenute e controllate dalla Riva Forni Elettrici. Questa, per i pm milanesi, sarebbe la causa dello stato di sofferenza della ex controllante del colosso siderurgico italiano, ritenuta alla luce delle evidenze una scatola vuota con debiti. L’udienza dinnanzi al Tribunale fallimentare di Milano per discutere dell’istanza è stata fissata per il 25 marzo prossimo.

CdG Emilio Riva NEW
nella foto, il patron Emilio Riva, deceduto

Secondo la ricostruzione effettuata dai pm Civardi e Clerici,  titolari delle indagini sul gruppo e che hanno chiesto il fallimento, la reale operatività Riva Fire (Fire è l’acronimo di Finanziaria Industriale Riva Emilio) è stata alimentata dalle varie realtà industriali controllate. Tra questa la principale è stata appunto l’ ILVA la quale, grazie a un contratto di servizi e assistenza ha versato a suo tempo all’ allora controllante la somma di circa 40 milioni l’anno. Questo contratto però è stato “tagliato” dall’ex commissario Enrico Bondi ai tempi del suo ruolo di commissario dell’ ILVA , il quale aveva assunto quei manager di Riva Fire che di fatto ricprivano in ILVA ruoli dirigenziali (su questo passaggio aziendale è in corso dinnanzi al Tribunale di Milano una causa civile). In pratica il “tagliatore” Bondi ha internalizzato all’interno dell’ ILVA  quelle funzioni aziendali che prima la Riva Fire svolgeva per suo conto e dietro un compenso milionario.

Alla fine del 2014 quando è stata messa in liquidazione, la Riva Fire come si è evinto dalle scritture contabili aveva un saldo negativo per 428,9 milioni di euro, tra l’attivo ed il passivo. E’ stato quindi alla risultanza di questa cifra che la Procura di Milano ha ritenuto di presentare istanza di fallimento. La holding si trova attualmente in liquidazione e l’istanza è stata notificata in questi giorni al liquidatore Andrea Rebolino, professionista di Genova, città dove è stata trasferita la sede della società.  Alcune operazioni avviate dalla famiglia Riva per non portare i libri in Tribunale non hanno convinto i due magistrati: la Riva Forni Elettrici ha promesso di rinviare la riscossione dei propri crediti per 317 milioni, garantendo finanziamenti per 93 milioni, mentre la lussemburghese Utia ha assicurato di posticipare il rientro di somme per 19 milioni. Ma per la Procura di Milano, queste sono sole  promesse e non atti formali.

Fonti vicine alla holding del Gruppo RIVA hanno dichiarato si tratta di  “una richiesta del tutto infondata e priva di elementi oggettivi che la supportino. La società è tranquilla e fiduciosa che il Tribunale respingerà tale richiesta” . Ma Milano non è Bellinzona.

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