LA MODA ALLA RICERCA DI SOLUZIONI ETICHE ED ECOLOGICHE

LA MODA ALLA RICERCA DI SOLUZIONI ETICHE ED ECOLOGICHE

Tutte queste grandi iniziative, non saranno le ultime ma certamente da sole non bastano: è necessario che venga colmata la lacuna normativa e che si abbia maggiore trasparenza della filiera.

di FRANCESCA LAURI

Un nuovo studio del sito specializzatoBusiness of Fashion” rivela che il settore della moda ha molto da fare per l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibili adottati dalle Nazioni Unite con l’agenda 2030. Un buon inizio ma c’è ancora tanta strada da percorrere : la moda vuole sempre di più impattare in modo positivo sulle persone e sul pianeta. Consumatori, brand ed e-tailer parlano di sostenibilità, responsabilità sociale ed etica per dare dignità a tutta la catena di produzione e salvaguardare il pianeta.

“Alle volte una piccola causa produce un effetto colossale” scriveva il grande filosofo Kierkegaard. È lo stesso per la nostra disattenzione verso l’ultimo capo di tendenza che saremo pronti a sostituire la prossima stagione: è in questo modo che la moda è diventata la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella petrolifera. Solo nel nostro Paese, secondo le stime della Confederazione Agricoltori Italiani (CAI) , l’industria tessile è attualmente responsabile del 20% spreco d’acqua e del 10% delle emissioni CO2, per non parlare degli abiti che finiscono in discarica o ancor peggio degli scarti che finiscono nei mari. Al centro dei dibattiti che vogliono dare dignità al settore moda anche quello legato ai diritti dei lavoratori.

Alle prese di posizione di responsabilità sociale ed etica, seguono risposte infuocate da parte dei paesi che vengono rifiutati ed esclusi dalla lista di fornitori. È quello che è accaduto ad H&M: il colosso svedese è stato messo al centro di una azione di boicottaggio da parte della Cina a seguito del blocco di importazioni di cotone dalla regione cinese dello Xinjiang tanto che, come annunciato dai media cinesi, i prodotti H&M sono stati rimossi dalle principali piattaforme locali di e-commerce, come JD.com, Taobao e Pinduoduo. La compagnia, in una nota aveva affermato che non avrebbe lavorato “con alcuna fabbrica di abbigliamento situata nello Xinjiang”, assicurando di non offrire alcun “manufatto proveniente da questa regione”.

La filiale cinese di H&M ha precisato che il gruppo “ha costantemente sostenuto i principi di apertura e trasparenza nella gestione delle catene di fornitura globali, assicurando il rispetto dell’impegno per lo sviluppo sostenibile delineato dalle Linee guida dell’Ocse per una condotta aziendale responsabile, senza voler rappresentare alcuna posizione politica”.

Nel frattempo The RealReal reseller americano del lusso, ha confermato l’impegno di estendere la vita dei prodotti, che dal 2011 porta avanti a favore di una economia circolare. A partire dal primo aprile lancerà il programma “ReCollection“, che trasforma i capi danneggiati e in disuso in nuovi capi di lusso. L’iniziativa è partner di 8 maison: Stella McCartney, Balenciaga, A-cold-wall, Dries Van Noten, Jacquemus, Simone Rocha, Ulla Johnson e Zero + Maria Cornejo. La seconda collezione, con loungewear upcycled, uscirà più tardi nel corso del mese. L’obiettivo è quello di tenere più capi fuori dal flusso dei rifiuti dando priorità alla qualità e alla longevità, riducendo l’impatto ambientale.

Inoltre, l’azienda ha stabilito dei criteri per ReCollection, al fine di mantenere lo spirito di sostenibilità in cui è radicato l’upcycling. All’interno delle collezione non potranno essere usati materiali vergini, l’assemblaggio dovrà essere a zero rifiuti, i compensi dovranno essere equi e la produzione dovrà avvenire negli Stati Uniti. Man mano che il programma prenderà piede, The RealReal prevede di sviluppare un archivio di materiali di scarto che potranno essere ri-utilizzati nelle collezioni future. L’azienda si aspetta che questa nuova svolta nel business aiuterà a espandere ulteriormente il mercato del re-sale.

la stilista inglese Stella McCartney

Stella McCartney qualche settimana fa ha presentato alla Tate Modern di Londra la collezione invernale 2021. Il 77% è realizzata con materiali sostenibili: paillettes senza PVC, il nuovo e soffice Alter Mat vegano, lana rigenerata, nylon rigenerato e  ECONYL, stivali a becco d’anatra Chelsea, realizzati con una suola biodegradabile priva di solventi.

lo stilista americana Ralph Lauren

Contrastare lo spreco di acqua è invece l’obiettivo di Ralph Lauren. Il gruppo statunitense conta di lanciare capi prodotti con un nuovo metodo di tintura del cotone, entro la fine dell’ anno, nell’80% dei prodotti di qui al 2025 attraverso la piattaforma Color on Demand. Per il nuovo progetto, si è avvalso dell’esperienza di quattro società leader nei rispettivi campi: Dow, per la scienza dei materiali; Jeanologia, per le soluzioni tecnologiche sostenibili nella tintura e nei sistemi di trattamento delle acque a circuito chiuso; Huntsman Textile Effects, specializzata in coloranti e prodotti chimici per tessili; e Corob, per le soluzioni di erogazione e miscelazione. 

Tutte queste grandi iniziative, non saranno le ultime ma certamente da sole non bastano: è necessario che venga colmata la lacuna normativa e che si abbia maggiore trasparenza della filiera. I consumatori invece devono tenere a mente che abbiamo un grande potere, come ha ricordato la fashion designer Marina Spadafora, coordinatrice di Fashion Revoluton Italia : Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”.



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