La Corte Ue condanna l’Italia per i ritardi dei pagamenti dello Stato

La Corte Ue condanna l’Italia per i ritardi dei pagamenti dello Stato

Il caso era stato portato davanti alla Commissione da “operatori economici e associazioni di operatori economici italiani”, che avevano contestato e denunciato i tempi lunghi d’attese nel vedersi saldare le fatture. A quel punto Bruxelles ha proposto un “ricorso per inadempimento” contro l’Italia, davanti alla Corte

ROMA – La Corte dell’ Unione Europea  ha condannato l’Italia per l’incapacità di risolvere definitivamente il problema dei ritardi nei tempi dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione verso i suoi fornitori.

La Grande Sezione della Corte con una sentenza pronunciata ieri, martedì 28 gennaio, ha certificato  che l’Italia “non ha assicurato che le sue pubbliche amministrazioni, quando sono debitrici nel contesto di simili transazioni, rispettino effettivamente termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni di calendario” (per la sanità) che sono i limiti stabiliti dalla direttiva comunitaria che regolamenta la materia.

Secondo l’ultimo aggiornamento del Mef risalente al novembre scorso, la piattaforma dedicata ai pagamenti della Pa ha registrato nel 2018  oltre 28 milioni di fatture ricevute, per un importo totale pari a 163,3 miliardi di euro, di cui 145 miliardi effettivamente liquidabili (ossia al netto della quota IVA e degli importi sospesi e non liquidabili). I pagamenti hanno riguardato 22,1 milioni di fatture, per 128,3 miliardi di euro, che corrisponde a circa l’88,5% del totale: “I tempi medi ponderati occorsi per saldare, in tutto o in parte, queste fatture sono pari a 54 giorni, a cui corrisponde un ritardo medio di 7 giorni sulla scadenza delle fatture stesse”. Tra i dati pubblicati, in una tabella si scorge che il totale dei debiti commerciali residui scaduti delle Pubbliche Amministrazioni arriva a 27 miliardi.


Il caso era stato portato davanti alla Commissione da “operatori economici e associazioni di operatori economici italiani“, che avevano contestato e denunciato i tempi lunghi d’attese nel vedersi saldare le fatture. A quel punto Bruxelles ha proposto un “ricorso per inadempimento” contro l’Italia, davanti alla Corte. Lo Stato italiano ha provato a difendersi dicendo che la direttiva prevede il recepimento dei termini e del diritto dei fornitori di vedersi riconoscere interessi e sanzioni – in caso di pagamento in ritardo – ma non “di garantire l’effettiva osservanza, in qualsiasi circostanza, dei suddetti termini da parte delle pubbliche amministrazioni“.

Ma la Corte Europea ha smontato questa linea difensiva del Governo italiano sostenendo che invece la direttiva “impone agli Stati membri di assicurare il rispetto effettivo, da parte delle loro pubbliche amministrazioni, dei termini di pagamento da esso previsti“. aggiungendo che, “in considerazione dell’elevato volume di transazioni commerciali in cui le pubbliche amministrazioni sono debitrici di imprese, nonché dei costi e delle difficoltà generate per queste ultime da ritardi di pagamento da parte di tali amministrazioni, il legislatore dell’Unione ha inteso imporre agli Stati membri obblighi rafforzati per quanto riguarda le transazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni“.

Respinto dalla Corte anche l’argomento difensivo secondo il quale le transazioni delle Pubbliche Amministrazioni non possano generare responsabilità per lo Stato: svuoterebbe di valore la direttiva sui tempi di pagamento che per la Corte “fa gravare proprio sugli Stati membri l’obbligo di assicurare l’effettivo rispetto dei termini di pagamento da esso previsti nelle transazioni commerciali in cui il debitore è una pubblica amministrazione“.

La Corte ha riconosciuto in conclusione,  che la situazione italianasia in via di miglioramento in questi ultimi anni” ma questo progresso “non può ostare a che la Corte dichiari che la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto dell’Unione. Infatti, secondo giurisprudenza costante, l’esistenza di un inadempimento deve essere valutata in relazione alla situazione dello Stato membro quale si presentava alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato, ossia, nel caso di specie, il 16 aprile 2017″.

Il fatto che la Corte abbia certificato questo inadempimento prevede che l’Italia si “conformi alla sentenza senza indugio”, come spiega la stessa Corte. “La Commissione, qualora ritenga che lo Stato membro non si sia conformato alla sentenza, può proporre un altro ricorso chiedendo sanzioni pecuniarie. Tuttavia, in caso di mancata comunicazione delle misure di attuazione di una direttiva alla Commissione, su domanda di quest’ultima, la Corte di giustizia può infliggere sanzioni pecuniarie, al momento della prima sentenza”.

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