Lavitola resta Lavitola. L’uomo che, come ha ricordato la gip Iole Moricca, ha gestito la compravendita dei senatori allo scopo di rovesciare il governo di Romano Prodi (2008), e scatenato un battage mediatico sulla casa di Montecarlo per azzoppare Gianfranco Fini (ostile a Silvio Berlusconi) con la complicità di un ex generale della Guardia di Finanza all’epoca attivo presso il Servizi Segreti. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, durato oltre 5 ore, Valter Lavitola ha ammesso “di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci” dello scorso ottobre. Il suo avvocato difensore Sergio Cola ha dichiarato: “Ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato e dice di averlo fatto per tutelare la incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare la scorta che era solo di due persone. Lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti con una protezione a ferro di cavallo“. Innalzamento della scorta che adesso dovrebbe essere revocato, secondo quanto riferiscono fonti del Viminale.

“Non per un movente politico anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità”, ha aggiunto il legale che ha fatto istanza per chiedere una misura cautelare meno afflittiva come gli arresti domiciliari. Lavitola “ha risposto a tutte le domande del gip. Il suo comportamento è apprezzabile perché il quadro probatorio secondo me non era così granitico, quindi si poteva giocare tutto. Ma nonostante questo ha scelto di parlare“. Il legale ha spiegato inoltre che, alla luce di questa confessione, sia possibile ottenere gli arresti domiciliari. Quanto alla possibile consapevolezza del conduttore di Report sull’attentato, l’avvocato di Lavitola ha deciso di non commentare davanti ai giornalisti all’esterno del carcere di Rebibbia: “Non posso rispondere”.

Nuovo ‘capitolo’ nell’inchiesta
Un nuovo capitolo dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Ranucci emerge intanto dal verbale dell’audizione in procura di Marco Bernardini, ex informatore del Sisde condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom. A ricostruire il verbale è il giornalista Giacomo Amadori in un articolo sul quotidiano Libero, nel quale viene spiegato che Bernardini sarebbe stato indicato nel novembre 2025 dallo stesso Ranucci alla Procura di Roma come persona in grado di fornire elementi utili sulle vicende legate all’attentato dinamitardo di Pomezia.
Nel verbale, riportato dal quotidiano, Bernardini riferisce di essere stato contattato da Ranucci nell’estate 2025, quando il conduttore avrebbe espresso preoccupazioni per la possibilità di essere intercettato o pedinato. Bernardini racconta quindi di essersi rivolto a un ex collega dei servizi, indicato nel verbale con le iniziali “S.L.”, dal quale avrebbe raccolto informazioni su presunte irregolarità interne all’Aisi. Si tratta, sottolinea Libero, di accuse prive — nel racconto di Bernardini — di riscontri documentali e basate su informazioni riferite da terzi. Secondo il quotidiano, i pm avrebbero mostrato maggiore interesse per la figura di Giuseppe Deldeo, ex vicedirettore dei servizi e coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “Squadra Fiore”, agenzia investigativa privata nella quale figuravano anche ex appartenenti ai servizi.
Ranucci: l’Italia uccide i suoi uomini migliori per eccesso di chiarezza
“Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza” scrive Sigfrido Ranucci in un post su Facebook dal titolo “La voce che spaventa“. “Muoiono tutti nello stesso modo – prosegue -, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”.
FdI: ignobile che Ranucci si paragoni a chi ha combattuto davvero la mafia
“Ranucci si paragona a Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino, scrivendo di essere ‘una voce che spaventa’. Ma a spaventare non è la sua voce, bensì i suoi silenzi. Usi la sua voce libera per spiegare perché il giorno della perquisizione a Lavitola è stato due ore al telefono con il presunto mandante dell’attentato per tentare di concordare un alibi per lo stesso Lavitola“. Lo dicono i componenti di Fdi in Vigilanza. “Aspettiamo trepidanti di ascoltare questa voce, ma nel frattempo non possiamo non giudicare ignobile che Ranucci si paragoni a chi davvero la mafia l’ha combattuta e che per sua mano ha trovato la morte”.
“Mentre Ranucci usando i soldi di tutti noi mandava in onda, su Telemeloni, servizi e servizi contro Giorgia Meloni, sempre Ranucci si preparava a candidarsi contro Giorgia Meloni organizzando sondaggi fatti insieme a quel Lavitola che ora è in carcere accusato di avergli messo una bomba sotto casa per accrescerne la popolarità. E la sinistra cosa fa? Secondo voi, dopo aver accusato Giorgia Meloni di aver creato un clima contro Ranucci, chiede scusa?”, dichiarato Giovanni Donzelli, capogruppo di FdI alla Camera. Domanda ovviamente retorica, quella dell’esponente del maggior partito di governo, perché ovviamente la sinistra “difende Ranucci, attacca Fratelli d’Italia e dice che la stampa è libera di dire quel che vuole. Sì, libera di dire quel che vuole la sinistra”.
Oggi l’indagine sull’attentato a Sigfrido Ranucci indica Valter Lavitola che si autoaccusa. Ranucci resta la vittima e, secondo quanto emerso, non era a conoscenza del piano. Ma in realtà è stato lui stesso a definire Lavitola un amico con cui aveva rapporti frequenti. “Dopo che nei mesi scorsi erano stati evocati persino possibili collegamenti con esponenti del Governo, ora è legittimo chiedere lo stesso livello di approfondimento sui rapporti Ranucci-Lavitola”, ha dichiarato il deputato di Fratelli d’Italia, Marcello Coppo. “Nessuna accusa impropria”, ci tiene a sottolineare Coppo, “solo una questione di coerenza. La trasparenza non può valere soltanto per gli altri. Report farà Report anche su Report?”.





