C’è un nuovo indagato per l’attentato dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto nell’ottobre scorso a Pomezia (Roma). Si tratta dell’imprenditore ed ex giornalista-editore Valter Lavitola, 60 anni, legato anni fa ad alcuni ambienti dei vecchi “servizi”, resosi protagonista di alcune delle più note vicende giudiziarie degli ultimi due decenni, dalla casa a Montecarlo di Giancarlo Fini fino alla condanna per estorsione a Silvio Berlusconi nella vicenda del faccendiere barese Giampaolo Tarantini.
Secondo a quanto si apprende, Lavitola sarebbe stato oggetto nei giorni scorsi di una perquisizione da parte dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Distrettuale Antimafia . Nel corso della perquisizione gli inquirenti hanno acquisito il suo smartphone ed il computer.Nel suo passato giudiziario Lavitola prese una condanna per tentata estorsione, patteggiando una condanna a 3 anni e 8 mesi per la truffa sui finanziamenti pubblici, e tra arresti e condanne definitive, si è fatto un bel po’ di carcere.
Per mesi, nelle intercettazioni, Lavitola è stato soltanto “quello”. Nessun nome. Nessun cognome. Un pronome sufficiente a tutti gli interlocutori per capire di chi si stesse parlando. L’uomo che aveva commissionato l’attentato contro Sigfrido Ranucci non doveva essere nominato. Analizzando telefoni cellulari, contatti e computer degli indagati, è stato possibile per gli investigatori ricostruire un livello dell’organizzazione rimasto finora “invisibile”coperto”. Per la precisione, altri due livelli. I quattro arrestati Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone, Antonio Passariello e Marika De Filippi e il quinto indagato Luca Amato, tutti originari dell’Avellinese e del Nolano, che secondo l’ipotesi accusatoria, non si muovevano autonomamente. Facevano riferimento a questa persona che a sua volta riceveva indicazioni da Lavitola.

Secondo gli elementi raccolti nel corso dell’ indagine, Lavitola già in passato coinvolto in varie vicende giudiziarie sarebbe sospettato di essere stato , insieme ad un’altra persona, il mandante dell’attentato. Motivo per cui è indagato in concorso Le prove raccolte a supporto al momento, sono al vaglio degli inquirenti di piazzale Clodio. Sul movente è ancora in corso l’indagine. Al momento non sono state chieste misure cautelari per l’ex editore.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi, avviata dal pm Carlo Villani ed oggi affidata al pm della Direzione Distrettuale Antimafia Edoardo De Santis, ha ricostruito nei minimi dettagli la preparazione dell’attentato. Il 10 ottobre è stato effettuato il primo sopralluogo sotto casa del giornalista. Sei giorni dopo il ritorno a Pomezia con una Fiat 500 presa a noleggio. L’ordigno collocato accanto all’auto della famiglia. L’esplosione distrugge due vetture, il cancello e parte del muro di cinta. Solo il caso evita conseguenze ben più gravi.
La prova investigativa ha preso forma grazie alle immagini delle telecamere, alla testimonianza di un ragazzo che aveva visto un uomo con il passamontagna allontanarsi subito dopo il boato e soprattutto alle intercettazioni.
Una vicenda che appare ancora più delicata a causa di un elemento emerso dalle verifiche investigative che hanno rivelato che Lavitola e Ranucci non sarebbero in realtà due perfetti sconosciuti.Tra i due vi sarebbero stati rapporti e contatti, anche recentissimi, persino dopo l’arresto dei quattro. Una vera e proprio rapporto di amicizia che lo stesso Ranucci non nega parlando con il quotidiano La Repubblica: “Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni”. Se l’ipotesi investigativa si rivelasse fondata, verrebbe naturale chiedersi se c’è un altro mandante dietro Lavitola.
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