Le sezioni unite civili della Suprema Corte Cassazione hanno definitivamente messo fine alla vicenda che ha visto protagonisti (in negativo) il pm torinese Gianfranco Colace e la gup Lucia Minutella, respingendo i ricorsi presentati dai due magistrati contro le sanzioni emesse un anno fa nei loro confronti dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Nelle trentasei pagine della sentenza, i giudici delle Sezioni unite civili della Cassazione (estensore la giudice Annalisa Di Paolantonio) hanno ricostruito la vicenda smontando tutti i motivi contenuti nei ricorsi presentati da Colace e Minutella.
La condotta dei due magistrati Colace e Minutella era già stata severamente censurata nel dicembre 2023 dalla Corte costituzionale. Nel 2025 la sezione disciplinare del Csm aveva sanzionato Colace e Minutella ritenendoli responsabili di “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”. nei confronti del pm Colace venne inflitta la sanzione del trasferimento di sede (Milano) e di funzioni (dal penale al civile), oltre alla perdita di un anno di anzianità. La Gup Minutella venne sanzionata con la censura. Decisioni che adesso con la decisione della Cassazione, diventano ora definitive e quindi esecutive.
Le condotte illecite dei due magistrati erano state perpretate nei confronti di Stefano Esposito quando era senatore, che era stato intercettato indirettamente circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) , e successivamente rinviato a giudizio sulla base di parte di quelle intercettazioni illegittime e quindi illegali, calpestando l’articolo 68 della Costituzione che impone alla magistratura di di richiedere al Parlamento l’autorizzazione per poter usare le intercettazioni nei confronti di parlamentari.

Nessun vizio motivazionale, per la Cassazione, che parla di «superficialità delle scelte processuali» e, appunto, di una «consapevole forzatura dei limiti normativi all’attività di indagine». Così come motivato dal Csm, infatti, il pm Colace «era pienamente consapevole dell’obiettivo investigativo perseguito intercettando l’utenza di Giulio Muttoni dopo il 3 agosto 2015 e quindi della natura indiretta delle intercettazioni delle conversazioni» con il senatore Esposito e «del conseguente divieto di loro utilizzazione». Una condotta, la sua, che integra l’illecito disciplinare della «grave violazione di legge determinata da negligenza o ignoranza inescusabile», tanto più grave in quanto relativa ad una norma costituzionale prevista a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza delle Camere e in quanto «segmento finale di un’azione pluriennale che appariva quasi ab origine improntata ad una volontà di aggiramento di tale disciplina».
Stando all’articolata sentenza, la Gup Minutella era nelle condizioni di comprendere «ictu oculi, sulla base di un sommario esame del fascicolo» che le intercettazioni a carico dell’imprenditore Muttoni erano finalizzate a captare le conversazioni con Esposito. Questione, peraltro, sollevata dalla difesa dell’ex senatore in udienza preliminare, ma non affrontata nel merito al momento del rinvio a giudizio.
Il senatore Esposito sra stato intercettato casualmente nel 2015 mentre conversava al telefono con suo amico di vecchia data, l’imprenditore Giulio Muttoni , a carico del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (poi finita con il suo proscioglimento). Nonostante Esposito sin dalll’agosto 2015 fosse stato identificato dalla polizia giudiziaria e qualificato come “senatore della Repubblica italiana” e interlocutore abituale dell’imprenditore, il pm Colace imperterrito continuò a far intercettare (a spese dello Stato e quindi dei contribuenti) le conversazioni telefoniche tra Muttoni ed Esposito, arrivando a 500 conversazioni intercettate illegalmente in tre anni.

Come sottolineato ed evidenziato dalla Corte costituzionale, il senatore Esposito divenne il vero obiettivo delle intercettazioni: “La complessiva attività di indagine posta in essere dall’autorità giudiziaria denota, con particolare evidenza, che l’attività di intercettazione che ha coinvolto l’allora senatore Esposito fosse univocamente diretta a captare le sue comunicazioni”. Una incredibile violazione dell’articolo 68 della Costituzione, che, come ha più volte affermato la Corte costituzionale, non è volto a garantire ai parlamentari un privilegio di casta, ma bensì costituisce una forma di garanzia del Parlamento nel suo complesso da “indebite invadenze del potere giudiziario”.
Invece di procedere allo stralcio delle intercettazioni che coinvolgevano Esposito e quindi chiederne la distruzione, alla conclusione delle proprie indagini abusive il pm Colace richiese il rinvio a giudizio del senatore Esposito (Pd) indicando tra le proprie fonti di prova 126 intercettazioni riguardanti l’allora parlamentare, così facendo ricorso a quello che il Csm ha qualificato come “un escamotage” per aggirare la disciplina attuativa del dettato costituzionale.Incredibilmente la Gup Lucia Minutella, accolse la richiesta di rinvio a giudizio. Decisione che dette iul via un contenzioso arrivato davanti alla Corte costituzionale, che diede ragione ai difensori dell’ormai ex senatore.

Esposito è rimasto sotto indagine incredibilmente per sette anni, prima di essere prosciolto nel merito dal Tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza. “La legge ha fatto il suo corso, ma la giustizia è tutta un’altra cosa, perché ciò che ho subìto, i danni patiti da me, mia moglie e i miei figli non saranno certo sanati”, ha dichiara Esposito al quotidiano Il Foglio commentando la sentenza della Cassazione, aggiungendo . “Voglio dire che comunque ce l’ho fatta. Ho tenuto duro, sono andato fino in fondo. Questa vicenda, per me, non è finita. Nei prossimi mesi ne riparleremo”.
Qualcuno sosterrà che il sistema disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha funzionato, ma rimane un problema non indifferente, cioè se è mai possibile che un magistrato che calpesta e viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione viene punito con il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello di Torino in cui ha commesso l’illecito, ed il passaggio alla giustizia civile, come se questa sia meno importante di quella penale. Chissà cosa penseranno i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace.





