Dopo nove anni dall’inizio dell’indagine che con il capitolo dei verbali sulla fantomatica inesistente “Loggia Ungheria”, i magistrati hanno formulato la richiesta di condanna a 6 anni e 4 mesi di reclusione per Piero Amara e Vincenzo Armanna, rispettivamente ex avvocato esterno della compagnia petrolifera ed ex manager, e a 4 anni di carcere per Michele Bianco, uno degli avvocati dell’ufficio legale interno della società. I tre imputati sono accusati di associazione per delinquere e i primi due anche di calunnia nei confronti dell’ad Claudio Descalzi e dell’ex capo del personale Claudio Granata, parti civili al processo con Eni. Le richieste di condanna hanno riguardato anche Francesco Mazzagatti, imprenditore e azionista di Napag nei cui confronti sono stati chiesti 3 anni per autoriciclaggio.

Tutti gli altri imputati, compresa la stessa Napag, per i magistrati rappresentanti dell’accusa devono essere prescritti o assolti con formula piena. Come è stato richiesto per l’ex capo dell’ufficio legale della compagnia petrolifera, Massimo Mantovani (per una imputazione” per non aver commesso il fatto” e per l’altra imputazione “perchè il fatto non sussite”) e per l’ex numero due, Antonio Vella. Finalità ultime del gruppo, secondo l’accusa, sarebbero state tuttavia strettamente connesse agli interessi personali dei partecipi: consolidare il ruolo di Amara presso i vertici legali della società, agevolare l’ascesa interna di Bianco, che mirava alla direzione dell’ ufficio legale, e consentire un indebito arricchimento per Armanna.

I pubblici ministeri Cristian Barilli e Giovanni Polizzi nella loro requisitoria hanno definito il sodalizio criminale come volto a “inquinare il regolare sviluppo dei processi Eni Algeria ed Eni Nigeria” attraverso una sistematica delegittimazione dei testimoni chiave, con l’intento di arrecare pregiudizio a due consiglieri. interna di Bianco — che mirava alla direzione — e procurare un indebito arricchimento ad Armanna. Per la Procura di Milano la vicenda del cosiddetto ‘falso complotto Eni’ è stato “uno dei più feroci attentati allo svolgimento della vita giudiziaria ed economica del nostro Paese” ed ha causato “turbamento del regolare funzionamento” del maggior gruppo italiano. La gravità dei fatti contestati ha spinto l’Avvocatura dello Stato, rappresentata da Gabriella Vanadia per conto del Ministero della Giustizia e della Presidenza del Consiglio, a chiedere un risarcimento di 10 milioni di euro. Il dibattimento è stato aggiornato alla prossima udienza del 9 luglio.





