Dire “ti sputtanerò in tv” non costituisce una minaccia. Lo ha stabilito la Cassazione

ROMA – La Corte di Cassazione ha cancellato la condanna per minaccia nei confronti del cliente di un avvocato che al culmine di una lite con il suo legale, per divergenze nella gestione di una compravendita, gli aveva detto “ti sputtanerò in tutte le televisioni“.

Secondo i giudici della Suprema Corte, non rientra infatti nelle possibilità dell’uomo `comune´ poter decidere i palinsesti televisivi e quindi la minaccia di “scatenare” i media non può spaventare, e quindi lo ha assolto “perché il fatto non sussiste”.

Per la Corte di Cassazioneil male minacciato non rientrerebbe nella sfera di disponibilità” del singolo individuo che è “sfornito del potere di decidere il contenuto di una trasmissione televisiva e sarebbe privo, comunque, di reale valenza intimidatoria”, tenuto anche conto “delle circostanze del fatto“, ritenuta una vicenda che non interessa nessuno, e “della qualità delle parti”, due  persone normalissime (avvocato e cliente), arrivati ai ferri corti.

Una teoria  condivisa dai supremi giudici che con la sentenza n. 14373, udienza svoltasi il cinque febbraio – evidenziano come “alla frase proferita dall’imputato, sicuramente inurbana e volgare, non può assegnarsi il valore e il significato di una minaccia, posto che il male prospettato non alludendo a una denuncia falsa ma solo all’intenzione di rendere pubblico il comportamento di cui l’imputato si ritiene vittima, e, per altro verso, non rientra nella sfera di disponibilità dell’agente, implicando l’accesso al mezzo televisivo certamente estraneo al potere di controllo dell’imputato”.

(notizia in aggiornamento)




Addio ai patteggiamenti in Tribunale. Per la Cassazione diventa "un' ammissione di colpa" in sede civile

ROMA – Il rito del patteggiamento in sede penale è arrivato al capolinea. Utilizzato sinora come opzione processuale per definire velocemente i propri conti con la giustizia, senza che l’imputato dovesse ammettere l’addebito, adesso diventa  elemento di prova “indiscutibile”  per il giudice in sede civile di risarcimento del danno causato.

L’orgine del patteggiamento era quella di essere un rito alternativo sulla scia dai Paesi anglosassoni che rendeva possibile allo Stato di alleggerire il dibattimento processuale e consentiva all’imputato di poter chiudere rapidamente il procedimento penale nei propri confronti usufruendo di uno sconto di pena nella misura  di un terzo di quanto previsto dal Codice. Nessun processo pubblico, nessun onere per il giudice di motivazione puntuale, la decisione allo stato degli atti limitata ad una verifica della congruità.

La recentissima sentenza numero 20562 del 6 agosto 2018,  emessa dalla Suprema  Corte di Cassazione, apre uno “squarcio” nei rapporti fra sentenza di patteggiamento penale e giudizio civile. Infatti uno dei principali vantaggi del patteggiamentoera indiscutibilmente anche  certamente quello di escludere la parte civile  dal procedimento penale . Sinora a differenza del rito ordinario o dell’abbreviato, lin caso di patteggiamento dell’imputato, la parte lesa  non poteva costituirsi civilmente per richiedere il risarcimento del danno, potendo succesivamente far pesare le propre ragioni esclusivamente dinnanzi al tribunale civile dove, però, la sentenza di patteggiamento non aveva efficacia.

Con la recente sentenza della Cassazione sul patteggiamento,  costituisce “indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione”. In poche parole, la sentenza di patteggiamento offre la possibilità di “ben essere utilizzata come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, atteso che l’imputato non nega la propria responsabilità ed accetta una determinata condanna. Il che sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto di non contestare il fatto e la propria responsabilità”.

E non soltanto, infatti Il giudice civile può anche utilizzare le dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimonialee ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quan- to il procedimento penale è stato definito con il patteggiamento”,  cioè senza potersi avvalere di alcuna garanzia difensiva. Una decisione “pesante”  che arriva a conclusione di un percorso di “modifica” del patteggiamento. La richiesta di applicazione della pena non doveva essere considerata, inizialmente, nelle intenzioni del legislatore, come un’ ammissione di colpevolezza.

L’imputato sinora non ammetteva la propria responsabilità, richiedendo l’applicazione della pena attravreso il patteggiamento,  ma  rinunciava esclusivamente a fare valere le proprie eccezioni e difese, sia in relazione alle accuse che sulle questioni procedurali e processuali. Ed Era  dovere del giudice quello di compiere un esame del fascicolo, sia pure marginale,  per l’eventuale esclusione della sua responsabilità.

La richiesta di applicazione del patteggiamento era sinora diventata con il passar del tempo una forma di ammissione di responsabilità da parte dell’imputato, il quale rinunciava  volontariamente ma implicitamente ad avvalersi della presunzione di non colpevolezza.

Il patteggiamento dopo essersi adattato in una specie di “salvagente” per il pubblico ministero che quali sempre esprime il proprio  consenso all’applicazione di pene anche modeste e comunque nei limiti della sospensione condizionale ,  anche dopo aver ottenuto l’applicazione di misure cautelari in carcere,  per evitare di imbattersi in cocenti sconfitte nel corso del dibattimento, come ad esempio l’assoluzione dell’imputato. Adesso dopo la sentenza della scorsa sttimana il patteggiamento diventerà  un macigno difficilmente rimovibile in una eventuale causa civile.




Cassazione: l’energia elettrica non è indispensabile “Nessuna giustificazione per chi si allaccia abusivamente”

ROMA –  L’energia elettrica non è un bene “indispensabile alla vita” e chi si allaccia abusivamente alla rete sostenendo di non avere i soldi per la bolletta non può essere scusato per aver agito spinto dallo “stato di necessità“. Lo sottolinea la Suprema Corte di Cassazione con la propria la sentenza 39884 depositata oggi, confermando la condanna (l’entità non è nota) per furto di energia elettrica nei confronti di una donna pugliese dichiaratasi sfrattata, senza lavoro e con una figlia incinta.

Così è stato respinto il ricorso di Concetta C., una signora quarantacinquenne di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, che era ricorsa in cassazione per trovare una giustificazione al  proprio allaccio abusivo alla rete elettrica a causa delle sue condizioni “precarie e faticose”. La decisione della Suprema Corte conferma la precedente decisione emessa dalla Corte di appello di Lecce il 28 settembre 2016 che aveva leggermente ridotto la pena alla donna, dichiarando tuttavia sussistente l’aggravante di aver agito fraudolentemente dal momento che anche quando l’allaccio avviene “senza rompere o trasformare la destinazione del cavo”, si tratta sempre di un allaccio abusivo e come tale compiuto con fraudolenza.

Nel giudizio affrontato dalla Cassazione la mancanza di energia elettrica non comportava nessun pericolo attuale di danno grave alla persona, trattandosi di bene non indispensabile alla vita, nel senso sopra specificato (infatti, l’energia elettrica veniva utilizzata anche per muovere i numerosi elettrodomestici della casa): semmai idoneo a procurare agi e opportunità, che fuoriescono dal concetto di incoercibile necessità”, condizione che la legge richiede per non emettere condanna.

Secondo la Suprema Corte, “l’ esimente dello stato di necessità postula il pericolo attuale di un danno grave alla persona, non scongiurabile se non attraverso l’atto penalmente illecito, e non può quindi applicarsi a reati asseritamente provocati da uno stato di bisogno economico, qualora ad esso possa comunque ovviarsi attraverso comportamenti non criminalmente rilevanti“.

La donna è stata anche condannata a pagare 2 mila euro di multa alla cassa delle ammende per la pretestuosità dei motivi di ricorso.

 




Ecco come la Consulta ha smentito le teorie vaneggianti della Regione Puglia sull’ ILVA

ROMA – Ricordate gli editti di Michele Emiliano, quando cercava visibilità politica e mediatica sull’ ILVA ? Era il 2 ottobre 2016 quando la giunta regionale pugliese, riunita in seduta straordinaria, aveva deliberato di impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale la legge che ha convertito l’ultimo decreto legge  sull’Ilva, “per lesione del principio di leale collaborazione che dovrebbe ispirare l’operato del legislatore”. Lo annuncia una nota dell’ente in cui si precisa che “l’esclusione di qualunque strumento collaborativo con la Regione rende palesemente incostituzionale la disposizione impugnata“.

L’impugnazione era stata prospettata dal governatore, Michele Emiliano, durante la presentazione dei dati sull’aumento della mortalità e delle patologie legate all’inquinamento nell’ area a ridosso del siderurgico. La Regione Puglia precisava che la legge “non prevede alcuna forma di coinvolgimento della Regione nella procedura di modifica o integrazione al piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria” o di altra autorizzazione “per l’esercizio del siderurgico” Ilva di Taranto, “attuando così una discriminazione totalmente irragionevole”.

Sono invece  “non fondate” le questioni di legittimita’ sollevate dalla Regione Puglia sul decreto del 2016 riguardante il completamento della procedura di cessione dei complessi aziendali del gruppo Ilva. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che, con una sentenza depositata ieri, ha respinto il ricorso della Regione in cui si rilevava che “la disposizione censurata, nel dettare le modalita’ di modifica o di integrazione del Piano delle misure e delle attivita’ di tutela ambientale e sanitaria, adottato con un dpcm del 14 marzo 2014, avrebbe escluso il coinvolgimento della Regione interessata, anche nella sola forma tenue del parere non vincolante“. Tale esclusione, secondo la Regione Puglia, violava alcuni articoli della Costituzione, nonche’ il “principio di leale collaborazione“.

Secondo la Consulta, invece, “la natura di azienda di interesse strategico nazionale, le ricadute delle vicende che hanno riguardato lo stabilimento Ilva di Taranto sul piano occupazionale, ambientale, sanitario ed economico, la necessita’ di perfezionare le procedure di trasferimento a terzi delle attivita’ aziendali del gruppo Ilva in amministrazione straordinaria e di armonizzare la tempistica delle misure di tutela ambientale con l’autorizzazione all’esercizio d’impresa sono tutti elementi – si legge nella sentenza depositata ieri sera – che denotano la necessita’ di intervenire urgentemente in questioni di pubblica utilita’, con misure ‘ad hoc’, come del resto gia’ era avvenuto nel passato e come ritenuto da questa Corte con la sentenza 85 del 2013″.

Alla luce di tali considerazioni, concludono i ‘giudici delle leggi’, “la nuova procedura di modifica e integrazione del Piano delle misure e delle attivita’ di tutela ambientale e sanitaria non appare priva di giustificazione sul piano costituzionale ne’, tanto meno, irragionevolmente discriminatoria“.

Resta da chiedersi adesso, cosa dirà, e ne avrà il coraggio, Michele Emiliano, il quale quando fa politica, si vanta di essere un “magistrato” (fino a quando ?) e dissipa risorse pubbliche pur di avere visibilità e poter contare sulle “decisioni” istituzionali centrali, che non sono di sua competenza. Se questo è il risultato della sua presuntuosa (in)competenza giuridica  c’è da augurarsi che Michele Emiliano non torni più a fare il magistrato, per il bene della giustizia e di chi dovesse un giorno troverselo di fronte.

Ecco come è finita: 

pronuncia Consulta_Ilva_182_2017

 

A seguito della sentenza della Corte Costituzionale,  Teresa Bellanova,Vice Ministro dello Sviluppo Economico , ha dichiarato: “Consiglio di scegliere la via della leale collaborazione nell’interesse di tutti”.




Dal 15 luglio 2017 attivo in tutta Italia il processo tributario telematico

ROMAIl  MEF- Ministero dell’ Economia e Finanze ha reso noto oggi che da domani 15 luglio 2017, con l’ estensione delle procedure informatiche del contenzioso nelle Commissioni tributarie presenti nelle regioni Marche e Val D’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano, il processo tributario telematico (PTT) è attivo su tutto il territorio nazionale. L’applicazione del PTT è avvenuta gradualmente nelle diverse Regioni, consentendo così  i necessari adeguamenti organizzativi degli uffici e degli studi funzionali  alle nuove procedure informatiche. In particolare:

  • dal 1° dicembre 2015 il processo tributario telematico è stato avviato in Toscana e in Umbria;
  • dal 15 ottobre 2016 in Abruzzo e Molise;
  • dal 15 novembre 2016 in Liguria e Piemonte;
  • dal 15 dicembre 2016 in Emilia-Romagna e Veneto
  • dal 15 febbraio 2017 in Basilicata, Campania e Puglia;
  • dal 15 aprile 2017 in Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Lombardia;
  • dal 15 giugno 2017 per le regioni Calabria, Sardegna e Sicilia.

Pertanto, è possibile, attraverso il portale dedicato www.giustiziatributaria.gov.it, accedere al sistema informativo della Giustizia Tributaria (S.I.Gi.T. – PTT) per il deposito telematico presso tutte le Commissioni tributarie provinciali e regionali degli atti e documenti processuali già notificati via PEC alla controparte. Inoltre, i giudici tributari, i contribuenti, i professionisti e gli enti impositori, previamente registrati, potranno consultare da casa o dai propri uffici il fascicolo processuale contenente tutti gli atti e documenti del contenzioso a cui sono interessati.

 

 

L’adesione riscontrata alle procedure informatiche, non obbligatorie e attive da circa diciotto mesi, può ritenersi in linea con i risultati attesi, tenuto conto che, al 30 giugno 2017, sono stati depositati telematicamente nei due gradi di giudizio oltre 65.000 atti e documenti processuali. L’utilizzo delle procedure informatiche comporta evidenti vantaggi in termini di semplificazione, trasparenza degli adempimenti processuali e di durata del contenzioso.




Ustioni alle gambe per un trattamento a “luce pulsata”. La Cassazione conferma la condanna per l’estetista

a cura dello Studio Legale Campanelli

ROMA – Una recente pronunzia della Cassazione (Sez. 4 Num. 32106/2017)   si occupa di un argomento di stretta attualità per le donne, ovvero il ricorso a trattamenti estetici finalizzati al look estivo. Come in tutte le vicende, naturalmente, è importante non generalizzare e rivolgersi a professionisti qualificati, e questa necessità emerge anche dagli stessi addetti ai lavori. Veniamo adesso alla vicenda.

Il Tribunale di Cagliari ha confermato la condanna al pagamento di una multa e al risarcimento del danno, emessa dal Giudice di Pace cagliaritano, nei confronti di un’estetista la quale, utilizzando la tecnica di depilazione con “luce pulsata” su una sua cliente, è stata denunciata da quest’ultima per lesioni personali colpose.  

La cliente ha riportato, infatti, ustioni di secondo grado all’interno delle gambe a seguito di tale trattamento e l’estetista è stata, pertanto, ritenuta responsabile per colpa dovuta a negligenza, imprudenza e imperizia.  Il Tribunale è giunto a tale conclusione grazie alla perizia medico legale del Consulente tecnico di ufficio e sulla base delle dichiarazioni fornite dalla persona offesa.

L’imputata ha fatto ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, ritenendo che le indicazioni della perizia erano contraddittorie, avendo ritenuto il medico legale che le ustioni erano possibili e rare complicanze del trattamento di luce pulsata, caso, dunque, eccezionale, per cui nessun rimprovero poteva esserle mosso. La Corte ha, però, ritenuto inammissibile il ricorso, anche per questioni procedurali e, pertanto, la sentenza del Tribunale cagliaritano è stata confermata. La normativa di settore, dicono gli addetti ai lavori, è molto arretrata rispetto all’evoluzione delle tecnologie estetiche e per questo accade che l’utente possa essere non adeguatamente informato di eventuali rischi.

CdG sentenza estetiste cassazione

L’attività di estetista è regolata dalla Legge 1 del 1990 per la quale, chi esercita tale attività può essere chiamato a rispondere e risarcire il danno, qualora utilizzi trattamenti che, anziché procurare un beneficio, procurino un danno al cliente.  L’estetista potrà, infatti, essere responsabile sia a livello civile che penale.  A livello civilistico, il rapporto estetista-cliente si inquadra in un contratto d’opera, pertanto, se un trattamento non è ben eseguito, l’estetista sarà responsabile sia contrattualmente (per inadempimento del contratto d’opera), sia extra contrattualmente (nel caso in cui venga cagionato un danno).

Per quanto riguarda l’ambito penale, chiaramente, il reato in cui può facilmente incorrere l’estetista è quello di lesioni personali colpose, disciplinato dall’articolo 590 del codice penale. Questo perché, un trattamento, oltre a non portare al risultato voluto dal cliente, può anche arrivare a portare delle lesioni, come è appunto avvenuto nel caso in esame. Qualora il cliente subisca per colpa dell’estetista delle lesioni potrà decidere di agire in sede penale presentando una atto di querela e avanzando poi una richiesta risarcitoria per i danni subiti attraverso lo strumento della costituzione di parte civile all’interno del giudizio penale. L’ estetista è, infatti, responsabile per tutti i trattamenti a cui sottopone il cliente e deve, pertanto, valutare tutti i possibili rischi e dovrà rispondere del reato di lesioni personali colpose in ogni caso in cui nel suo comportamento sarà ravvisabile imprudenza, negligenza e imperizia.

Resta il fatto che, come è stato osservato, ogni epidermide ha sensibilità diversa  e ci vuole una preparazione adeguata, per utilizzare queste tecnologie.  Si deve colmare un vuoto legislativo.  Gli estetisti, da artigiani, dovrebbero diventare professionisti perché dopo la sentenza della Cassazione, secondo cui le ustioni subite in occasione di un trattamento estetico possono cagionare un danno morale risarcibili, questo sarebbe l’interesse sia dei clienti che degli stessi operatori




Addio privacy in Italia: via libera al “trojan” di Stato

ROMA –  Con il voto dello scorso 14 giugno il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge che riforma il codice penale e il codice di procedura penale. Tra le varie novità introdotte con la riforma, una in particolare è stata letteramente ignorata dal grande pubblico ma in realtà costituisce un baluardo importante per la riservatezza dei cittadini: l’introduzione del “trojan” di Stato. La riforma è diventata legge. Verrà pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore dopo 30 giorni. Da quel momento, la commissione ministeriale mista (avvocati  e magistrati) nominata dal Ministro di Giustizia Andrea Orlando avrà tre mesi di tempo per esercitare la delega che disciplina tutto l’ambito delle intercettazioni, comprese quelle effettuate tramite i captatori informatici.

 

La legge prevede infatti l’utilizzo dei cosiddetti «captatori informatici» per i dispositivi elettronici (dai computers agli smartphone, ma anche qualsiasi apparecchio dotato di microfono, come le Smart Tv o gli elettrodomestici a comando vocale): stiamo parlando di sistemi che hanno già destato la preoccupazione del Garante per la Privacy Antonello Soro, in quanto rendono possibile l’ intercettazione delle comunicazioni  sostenendo che “va certamente regolamentato l’utilizzo dei captatori a fini intercettativi definendo con rigore il perimetro delle garanzie, in ragione della strutturale diversità di tale strumento investigativo rispetto a quello normato dal codice di rito”.

La nuova legge prevede che l’ autorità giudiziaria è autorizzata ad installare un “captatore informatico”, comunemente detto “Trojan di Stato,“, sui dispositivi da controllare e ne regolamenta l’uso attraverso alcune direttive. Innanzitutto, l’attivazione del microfono deve avvenire soltanto quando viene inviato un comando esplicito, in base a quanto stabilito dal decreto del giudice che ne autorizza l’uso. Dopodichè, la registrazione deve essere avviata dalla Polizia Giudiziaria, che è tenuta ad indicare  nel “brogliaccio” orario di inizio e fine della registrazione.

Cosa prevede la norma approvata. Il Governo deve disciplinare  le  intercettazioni di comunicazioni o conversazioni  tra  presenti  mediante immissione di captatori informatici (cd. Trojan) in dispositivi elettronici portatili (pc, device, in teoria anche elettrodomestici). Di seguito i criteri di delega (come riportati dal dossier del Servizio studi della Camera dei deputati):

  • l’attivazione del microfono deve avvenire solo in conseguenza di apposito comando inviato da remoto e non con il solo inserimento del captatore informatico, nel  rispetto dei limiti stabiliti nel decreto autorizzativo del giudice;
  • la registrazione audio deve essere avviata dalla polizia giudiziaria (o dal personale incaricato su indicazione della polizia giudiziaria), tenuta  a  indicare l’ora di inizio e fine della registrazione, secondo circostanze da attestare nel verbale descrittivo delle modalità di effettuazione delle operazioni  (ex art. 268 c.p.p.);
  • l’attivazione del dispositivo è sempre ammessa nel caso in cui si proceda per i gravi delitti di cui all’art. 51, commi 3-bis e 3-quater  c.p.p. 
  • fuori da questi casi, l’attivazione del dispositivo è disposta nel  domicilio  soltanto  in caso di svolgimento in corso di  attività  criminosa,  nel rispetto dei requisiti previsti per le intercettazioni telefoniche (art. 266, co.1,  c.p.p.);
  • in ogni caso il decreto autorizzativo del giudice deve indicare le ragioni per le quali tale specifica modalità di intercettazione sia necessaria  per lo svolgimento delle indagini;
  • il trasferimento delle registrazioni è effettuato soltanto verso il server della Procura, così da garantire originalità ed integrità delle   registrazioni; al termine della registrazione il captatore informatico è disattivato e reso definitivamente inutilizzabile su indicazione del personale  di  polizia giudiziaria operante;
  • siano utilizzati soltanto programmi  informatici conformi a requisiti tecnici stabiliti con decreto ministeriale da emanarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di  attuazione, che tenga costantemente conto dell’evoluzione  tecnica al fine di garantire che tale  programma si limiti adeffettuare le operazioni espressamente disposte secondo standard idonei di affidabilità tecnica, di sicurezza e di efficacia;
  • in caso di urgenza, il PM possa disporre l’intercettazione con queste specifiche modalità, limitatamente ai gravi delitti di cui all’art. 51, co. 3-bis e 3- quater c.p.p., con successiva convalida del giudice entro 48 ore, sempre che il decreto d’urgenza dia conto delle specifiche situazioni di fatto  che  rendano impossibile la richiesta al giudice e delle ragioni per le quali tale specifica modalità di intercettazione sia necessaria per lo svolgimentodelle  indagini; i risultati intercettativi così ottenuti possano essere utilizzati a fini di prova soltanto dei reati oggetto del  provvedimento autorizzativo e possano essere utilizzati in procedimenti diversi a condizione che siano indispensabili per l’accertamento dei delitti per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza (ex art. 380 c.p.p.); non possano essere in alcun modo conoscibili, divulgabili e pubblicabili i risultati di intercettazioni che   abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede.

Non sarà semplice per gli avvocati penalisti contrastare il Trojan di Stato, nuovo strumento investigativo ad alto grado di tecnologia informatica,  che il Parlamento ha inserito nel codice di procedura penale e che il Governo è chiamato a disciplinare nel dettaglio entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge di riforma penale, approvata in via definitiva mercoledì 14 giugno.  La norma era stata inserita al Senato per non lasciare alla sola Corte di Cassazione il potere di legittimare un così potente strumento di indagine, visto che già la Suprema Corte aveva avuto modo di ritenerlo legittimo in una indagine dove i reati contestati erano di criminalità organizzata (sentenza delle Sezioni Unite Scurato n. 26889/2016).

I veri problemi nascono quando si considera la lista dei reati per cui l’uso del trojan di Stato è ammesso, elencata in un lungo articolo con ben 95 commi e che al momento appare molto molto confuso. A prima vista potrebbe sembrare una tecnica normativa utilizzata appositamente per sviare, ma in realtà l’elenco è molto più lungo ed invasivo, non fermandosi  ai reati gravi cioè quelli nei confronti della criminalità organizzata.  Oltre ai reati più odiosi come la riduzione in schiavitù, la tratta di persone, la prostituzione e la pornografia minorile, la violenza sessuale nei confronti di minorenni, il sequestro a scopo di estorsione, l’elenco apre all’utilizzo del trojan nel domicilio privato dell’indagato in un’ampia serie di casi  dalla minaccia all’insider trading, alle molestie per telefono. Insomma qualcosa andrebbe rivisto, ma tutto tace.

Tutto ciò va in senso opposto alla prima proposta di legge (Quintarelli) sui “captatori informatici”, che mirava ad una norma più chiara e delle regole d’uso più rigide per l’utilizzo di questi software, che è stata ignorata nell’iter del nuovo disegno di legge. Adesso ci si chiede in molti come sia possibile trovare un rimedio.  Nei prossimi mesi, vivremo una fase di sdoganamento dei Trojan di Stato, con conseguenze al momento prevedibili soltanto in parte.

E gli italiani con il Trojan di Stato hanno perso la loro privacy.

 

 



Diritti e Doveri dei Minori nella Rete. Un tema su cui concentrarsi

di Paolo Campanelli

ROMA – Si è svolto presso la Suprema Corte di Cassazione, un’interessante convegno dal titolo “Diritti e Doveri dei Minori Nella Rete“, centrato su i reati dei minori nel web e il cyberbullismo. Dopo una breve introduzione sull’argomento da parte del presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma Mauro Vaglio, sono intervenuti l’Avvocato Matteo Santini, la psicoterapeuta dr.ssa Ada Capparelli  , ed il professor Paolo Galdieri docente informatica giuridica presso l’ Università Luiss di Roma .

Sono in molti a pensare che i minori sul web possano essere preda di esperti ed attempati truffatori. Ma in origine le cose erano diverse. Molti ignorano infatti che il concetto di “criminalità informatica” nasce come crimine minorile, data la più semplice adattabilità di una mente giovane alle nuove tecnologie introdotte alla fine del ventesimo secolo; dapprima i molti slittamenti di competenza resero complicato creare delle norme, ma molti passi sono stati fatti da allora nel garantire equità di fronte alla legge, e nel delineare limiti consoni a ciò che definisce il delitto informatico.

La dimensione sovranazionale del web, avrebbe richiesto un coordinamento fra le varie legislazioni, ma la sovranità territoriale ha imposto interventi normativi privi della necessaria armonizzazione. In particolare, ha sostenuto l’avvocato Santini, ogni singolo stato ha creato nuove e attuali figure di reato o, in alcuni altri casi, si è sforzato di adeguare vecchie norme a nuovi fenomeni. Ugualmente l’italia, in particolare con la legge sullo stalking e l’aggiornamento di vecchie norme per essere valide anche sul nuovo media della rete, risulta quasi completamente chiusa alla comunicazione “legale” con il resto dell’unione europea.

È opinione unanime che ulteriori passi debbano essere fatti, soprattutto riguardo al bullismo in rete nelle sue varie forme: il cyberbullismo, a differenza di quello “analogico” è impersonale e instancabile; in rete i bulli non incontrano personalmente le vittime e non devono necessariamente fare parte di uno stesso gruppo, o persino paese, e la vittima può essere attaccata in qualunque momento del giorno e della notte indistintamente.

L’uso non istruito della rete è un problema non evidente, ma comunque reale : il numero di giovanissimi che navigano sulla rete è elevatissimo, con la pressoché totalità di questi autodidatta, e ben il 73% dei ragazzini sotto i 13 anni ha un profilo sui social network, benché non abbia l’età necessaria. Un minorenne su venti è vittima di cyberbullismo in una o più forme dello stesso, oltretutto non potendo contare sull’aiuto dei genitori, che spesso e volentieri per quanto riguarda internet e l’uso della rete, ne sanno molto meno dei figli.

Questa grande ignoranza dei bambini sulla rete (o equivalenti adulti) porta a una paura del web, a un crollo del valore delle fonti e delle rispettive credibilità, e a una decontestualizzazione che non fa altro che alimentare I problemi più comuni in rete, primi fra tutti oltre al bullismo, diffamazione, disinformazione fake news e degrado culturale dei contenuti. Questo processo, inoltre, crea un circolo vizioso di informazioni parziali e imprecise, portando le “folle di genitori arrabbiati” a chiedere forti azioni repressive e nuove norme più severe, spesso in questo confortati dalla parte meno informatizzata della politica. Le leggi in chiave “classica” non riescono a tenere il passo con fenomeni in rete che mantengono un nucleo non subito apparente, ma che cambiano aspetto ad ogni reiterazione, rendendo le “norme ad hoc” inapplicabili al nucleo stesso poiché rimosse dal contesto in cui si sviluppa.

Pubblicata sulla Gazzetta ufficiale la legge n. 71/2017Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo.” che investe la scuola di nuove responsabilità, attribuendo all’amministrazione scolastica, nelle sue varie articolazioni (Miur, USR, Scuole), specifici compiti. La scuola, deve nominare ad esempio un referente e promuovere l’educazione all’uso consapevole della rete internet e l’educazione ai diritti e ai doveri legati all’utilizzo delle tecnologie informatiche.

Attese quindi dal MIUR che  deve adottare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge (18 giugno 2017) le linee di orientamento che forniranno indicazioni relative ai seguenti aspetti:

  • formazione del personale scolastico, prevedendo la partecipazione di un proprio referente per ogni autonomia scolastica;
  • promozione di un ruolo attivo degli studenti, nonché di ex studenti che abbiano già operato all’interno dell’istituto scolastico in attività di peer education, nella prevenzione e nel contrasto del cyberbullismo nellescuole;
  • previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti;
  • un efficace sistema di governance diretto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Ma per risolvere la situazione secondo la dottoressa Capparelli, ci vorrebbe una maggiore istruzione nell’uso della rete, che dovrebbe essere fatta principalmente nelle scuole e a casa, ma fin troppo spesso le scuole dispongono di pochi computer incapaci di connettersi, e i genitori non sono in grado di insegnare ai propri figli, o credono di saperlo fare. I diritti e i doveri dei minorenni sulla rete sono direttamente correlati a quelli degli adulti: prima che si evolvesse per la condivisione totale, internet era un contenitore d’informazioni, che come un libro, richiede di seguire delle regole per poterlo usare insieme.

La soluzione è quindi quella di una informazione all’uso della rete che sia aggiornata e condivisa tra tutte le generazioni dei fruitori, non può esserci da parte dei genitori una capacità di tutela dei minorenni senza una base di conoscenza delle dinamiche che differiscono il mondo attivo del web e dei social network rispetto a quello passivo della televisione; è indispensabile quindi un modello di conoscenza condivisa senza il quale non può esserci ne dialogo ne consapevole protezione.




Tra scienza e diritto: il metodo scientifico nel processo penale

di Paolo Campanelli

Il convegno, certamente affascinante per attualità dei contenuti e per l’altissima qualità dei contributi, organizzato dalla sezione romana del Lapec (acronimo di Laboratorio Permanente Esame e Controesame e Giusto Processo) congiuntamente alla Camera Penale di Roma ed alla Cassa Forense, si è tenuto un importantissimo convegno che ha catalizzato, dal vivo ed in streaming, l’attenzione di giuristi ed addetti ai lavori di tutt’Italia.  è stato pervaso dalla forte emozione e dal cordoglio per la prematura scomparsa del notissimo penalista e scrittore Ettore Randazzo,  fondatore del Lapec e già Presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Penali. Fra i ricordi più toccanti quello del dott. Giovanni Canzio, Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione.

Gli organizzatori, e fra questi in particolare gli avvocati Cataldo Intrieri e Sabrina Lucantoni, hanno ribadito che la maniera migliore per ricordare l’ Avv. Ettore Randazzo, che  avrebbe dovuto introdurre i lavori, sarebbe stata quella di offrire un convegno di altissimo livello e, indubbiamente, così è stato, al punto da mettere in difficoltà il cronista, anche solo per citare tutti i prestigiosi relatori, equamente divisi tra avvocati, accademici e magistrati.

Il percorso argomentativo si è dipanato tecnicamente tra “prova scientifica”, specificatamente addentrandosi nella valenza processuale di “Trojan” e DNA ed i relativi protocolli di acquisizione e valutazione, quindi nelle più eclatanti ricadute giurisprudenziali, portate dalle più note sentenze di legittimità sul punto fra le quali la sentenza Scurato  che ha riconosciuto la legittimità dell’utilizzo dei Trojan nei processi di criminalità organizzata e la sentenza Sollecito/Knox .che vi offriamo in visione integrale:

Sentenza Sollecito Knox parte 1

la sentenza della Suprema Corte di Cassazione sul “caso Sollecito-Knox

Sentenza Sollecito Knox parte 2

Con la recente attenzione portata sulla potenza dei programmi in grado di “spiare” i computer e gli smartphone, molti dubbi e imprecisioni si sono sparsi su l’uso che ne fanno le forze dell’ordine nelle loro indagini; spesso infatti l’opinione pubblica si convince che le nuove tecnologie si comportino e vengano analizzate come quelle analogiche, ma questa è una grave mancanza di conoscenza, soprattutto in un campo dove l’obsolescenza subentra anche dopo solo sei mesi dopo l’introduzione di nuove tecniche.

Estremamente interessante al riguardo l’intervento del Tenente Colonnello del Racis  Carabinieri di Roma Marco Mattiucci, il quale ha spiegato come, nelle sue due decadi e più di utilizzo in Italia, l’indagine sul/col computer si è evoluta da un “apri sto coso e vedi cosa c’è dentro” ad analizzare telefoni cellulari, effettuare copie di siti internet incriminati, analisi di dati criptati, inseguimenti digitali di dati attraverso proxy sparsi per il globo, sequestri di dati incriminati attraverso copie acquisite senza che l’indagato se ne renda conto e, in casi più estremi, l’abilità di influenzare direttamente i software del computer sotto indagine.

L’ibridazione dell’indagine è una necessità dovuta all’evoluzione dell’Internet delle Cose nella vita quotidiana, e all’ovvio incremento della sicurezza dei dati fornita dai gestori delle piattaforme utilizzate; una semplice criptazione dei dati rende la classica cimice nel telefono inutilizzabile, con dei semplici e ripetibili passaggi è possibile sostituire la locazione fisica di un computer con quella di un differente punto di accesso alla rete. Tecniche che possono essere utilizzate da chiunque sappia come fare, e che le grandi aziende, mantenendosi nei limiti della legalità, lavorano per fare si che siano effettuate sui profili degli utenti in modo da aumentare la sicurezza degli utilizzatori e dei loro contenuti (scritti, video, foto, pdf e simili).

Per superare queste difese, esiste quello che è definito Trojan di Stato: un programma Malware nelle mani della Digital Forensic dell’Arma dei Carabinieri in grado teoricamente di fare di tutto, dall’intercettare dati all’isolare l’hardware, ma che raramente richiede di essere utilizzato ai livelli di potenza superiori. Questi Trojan sono il risultato di 20 anni di lavoro, e sono quasi completamente irrilevabili, ma a differenza di quelli utilizzati per fare danni ai computer, hanno una “virulenza” controllabile, e devono essere inoculati nei sistemi da mettere sotto indagine direttamente, con un inserimento fisico, tramite memoria esterna o in maniera digitale, attraverso altre interfacce già infette che “entreranno a contatto” con l’indagato, in quello che potrebbe essere definito, in maniera alquanto ironica, un gioco di guardie e ladri digitali.

Tuttavia, la dicotomia stessa della classificazione delle prove, e della loro validità di fronte a un giudice, può invalidare le prove stesse: i Codici hanno un’enorme difficoltà di adattamento alle tecnologie moderne e alla realtà digitale, e la legge è in un ritardo siderale dall’aggiornarsi oltre le tecnologie analogiche; alcuni concetti sono chiari, ma non aggiornati, l’esempio più lampante sono i dogmi sulle intercettazioni, che non prendono in considerazione nemmeno in maniera remota l’utilizzo di un apparecchio singolo per occuparsi allo stesso tempo di attività illegali e comunicazioni personali dal proprio domicilio.

Altre gravi mancanze si hanno sulle procedure di acquisizioni a distanza di prove o prove stesse esistenti come puri e immateriali file di computer, sui limiti da imporre sulla santità del “domicilio informatico” (al momento definito come un qualsiasi sistema su cui sia presente qualche blocco, anche basilare, come una password all’accensione), e sui limiti in cui utilizzare determinate tecniche di acquisizione superano i limiti della costituzionalità secondo i Codici, anche semplicemente aggiornando le loro versioni analogiche obsolete.

I piani per aggiornare ci sono, ma trasformarli in legge non è un passaggio facile: “Siamo penalisti, ci tocca il lato oscuro dei processi”  ha detto il Dott. Nello Rossi, ex-procuratore aggiunto della repubblica a Roma ed adesso Avvocato Generale della Corte di Cassazione e relatore della sentenza Scurato, affermando che  “occorre un ampiamento della sfera della prova atipica, che ormai non è più solo una videocassetta o un DVD” Altrettanto significativo è stato sul piano delle modalità di acquisizione della prova l’intervento dell’avvocato Stefano Aterno, che oltre all’analisi del presente si è diffuso nella illustrazione del disegno di legge Quintarelli che, per citare il professor Pinelli, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, costituisce “un primo passo verso la regolamentazione dell’uso dei trojan da parte della magistratura inquirente e della polizia”.

sentenza Scurato parte A

la sentenza  Scurato della Suprema Corte di Cassazione 

sentenza Scurato parte B

 

La dott.ssa Recchione, della II Sezione Penale della Corte di Cassazione, ha valutato fra l’altro  le problematiche relative alle modalità di acquisizione della prova scientifica nella fase del merito attraverso perizia ed incidente probatorio. Estremamente interessante anche la sessione dedicata alla elaborazione giurisprudenziale in tema di acquisizione e prova scientifica con interventi di rilevante interesse fra i quali quelli dei giudici Blaiotta e Montagni, della IV sezione Penale della Corte di Cassazione, della Presidente Cassano che, relativamente alla esperienza della Corte di Appello fiorentina si è compiutamente soffermata sulle modalità scelta del consulenti, anche rispetto alla individuazione di effettive specifiche competenze.

In conclusione, il messaggio che emerge è quello della estrema attenzione nella acquisizione e nella gestione delle prove e degli elaborati peritali, attraverso le “nuove” tecnologie. Il rapporto tra la rapida obsolescenza delle tecnologie e la “immutabilità” dei principi e delle garanzie difensive, imporrà un lungo percorso di approfondimenti condivisi.




Luci, Ombre e troppi PM : le comunicazioni del ministro della Giustizia Andrea Orlando

 

di Giuseppe Campanelli

Nella seduta odierna della Camera dei Deputati il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha svolto le rituali comunicazioni sull’amministrazione della giustizia. Per definire in sintesi quanto esposto si potrebbe utilizzare la classica definizione “luci ed ombre”, ma questa espressione non renderebbe comunque fedelmente le riflessioni che questo intervento impone. Perché le luci sono flebili e timide e le ombre si stagliano sempre più impenetrabili verso i nodi irrisolti. Certo è lusinghiero, sul piano della correttezza della analisi, il passaggio in cui il ministro argomenta sull’impatto che globalizzazione e digitalizzazione determinano sull’universo giustizia, sia dal punto di visto del diritto positivo, che sull’aspetto gestionale.

Emblematica è la fraseVi è uno scarto impressionante fra l’ampiezza di questi fenomeni e gli strumenti di cui disponiamo per misurarci con essi” ed ancora più efficace è il passaggio in cui si afferma “Si continuano a reiterare schermaglie e ad agitare stereotipi di altre stagioni. Il rischio è che rimaniamo a fare la guardia ad un bidone che si va svuotando.

Sul punto è corretta la diagnosi, anche con riferimento ai passaggi relativi al contenzioso civile, con riferimento alla necessità che tale meccanismo necessiti di una credibilità internazionale, ed alla applicazione del diritto transnazionale, sia in chiave civilistica che sul piano della cooperazione giudiziaria penalistica ed in materia di terrorismo. Dove la risposta è tiepida è nell’aggiramento dei nodi critici del processo penale.

Da un lato il Ministro continua a non mostrare di allontanarsi dalla seduzioni della parte più retriva della magistratura organizzata in tema di “processi a distanza” e di impostazione del giudizio di legittimità, innanzi alla Corte di Cassazione. Diciamolo francamente, la valutazione del ministro Orlando è troppo sacrificata sulle statistiche, con un approccio che privilegia la quantità della giurisdizione, rispetto alla qualità.

Non si considera come il massiccio ricorso alla Suprema Corte in materia cautelare personale e reale (in buona sostanza arresti e sequestri) sia anche indotta da una troppo spregiudicato ricorso a questo tipo di provvedimenti. Purtroppo il ministro (e chi per lui) non valutano gli effetti dannosissimi che le minacciate riforme in materia di prescrizione allungata potrebbero determinare sulla efficacia e sulla credibilità del sistema giustizia. Nello stesso senso si orienta la enfatizzazione della celerità che sarebbe indotta dalla celebrazione dei processi in videoconferenza. Vale la pena sacrificare la pienezza dell’esercizio dei diritti di difesa, ed in particolare la riservatezza del dialogo diretto tra difensore ed imputato, a fronte di una celerità solo presunta?

Proprio stamattina, una affollatissima udienza nell’aula bunker di Reggio Calabria è stata interrotta per via del piano di evacuazione scattato a L’Aquila causa terremoto. Gli imputati li detenuti non hanno potuto videocollegarsi ed il maxi processo è saltato. Con buona pace dei PM di “avanguardia” che nei salotti televisivi propugnano l’accorciamento dei tempi con i processi in streaming.

Il ministro giustamente esalti quanto di buono è stato fatto, ma non svii a fronte ai nodi irrisolti che sono l’eccessivo ricorso alla via penale come chiave di risoluzione dei problemi sociali che in altra maniera dovrebbero risolversi (cosidetto. “panpenalismo”) ed il nodo irrisolto della separazione delle carriere. Forse perché Orlando è circondato da troppi magistrati,con eccesso di pubblici ministeri?

Di seguito il testo integrale alla Camera dei Deputati delle comunicazioni del Ministro Orlando,  sull’amministrazione della giustizia 

 

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi.

Mi perdonerete se questa relazione non affronterà tutti i campi del funzionamento della giurisdizione. Ho depositato alla Presidenza le statistiche che offrono un quadro del funzionamento del servizio giustizia.

Voglio però qui indicare quelli che ritengo i principali punti critici del sistema. Come li stiamo affrontando e con quali risultati.

Il più rilevante riguarda la forza con la quale la globalizzazione impatta sugli ordinamenti nazionali. Vi è uno scarto impressionante fra l’ampiezza di questi fenomeni e gli strumenti di cui disponiamo per misurarci con essi. Almeno altrettanto grande è lo scarto tra questi problemi e la consapevolezza che c’è nell’opinione pubblica e nella discussione nel Paese. Si continuano a reiterare schermaglie e ad agitare stereotipi di altre stagioni. Il rischio è che rimaniamo a fare la guardia ad un bidone che si va suotando.

Sempre più si governa, su scala comunitaria e internazionale, tramite convenzioni, accordi intergovernativi, meccanismi decisionali fondati sulla condivisione dei poteri, da cui finiscono col dipendere le stesse caratteristiche del diritto interno. Qui a mio avviso si gioca la credibilità di tutte le giurisdizioni nazionali. Crescono i profili internazionali del contenzioso civile, che sempre più cerca di sottrarsi alle maglie della giurisdizione pubblico-statuale, cresce la criminalità transfrontaliera, in ambiti quali il terrorismo, il traffico di stupefacenti e di armi, la tratta di esseri umani, il traffico di migranti, la criminalità informatica, la contraffazione. La risposta a questi fenomeni non può più essere soltanto nazionale. Per questo, abbiamo sostenuto con forza, nei mesi scorsi, il progetto di istituzione di una Procura europea con un livello alto di indipendenza e di efficienza, che potesse avere, in prospettiva, competenza anche in materia di terrorismo e criminalità organizzata. Finora hanno prevalso le preoccupazioni miopi degli Stati che non rinunciano alle prerogative dei sistemi nazionali. Abbiamo assistito a un progressivo svuotamento di mezzi e di fini del progetto. Non abbiamo dunque sostenuto il testo proposto dalla Presidenza slovacca, pur rimanendo convinti che la Procura europea abbia un altissimo potenziale.

Il rafforzamento della cooperazione giudiziaria è comunque la priorità. La normativa europea prevede già importanti strumenti, primo fra tutti il mandato d’arresto europeo, entrato nella pratica quotidiana di molti Stati. Altri fondamentali strumenti non erano stati ancora accolti nel nostro ordinamento. Nel corso dell’ultimo anno il Governo ha colmato finalmente questo gap, recependo fondamentali decisioni quadro, come quella sulle squadre investigative comuni, quella sul blocco e sequestro dei beni, quella sul reciproco riconoscimento delle decisioni pronunciate in assenza dell’interessato. Alcune di esse risalgono addirittura a quindici anni fa.

Nell’ambito del negoziato sulla nuova direttiva antiterrorismo, abbiamo sostenuto la necessità di un potenziamento dello scambio di informazioni tra gli Stati membri e con Eurojust e Europol. Nonostante l’opposizione di molti Stati dell’Unione, la nostra linea ha trovato un riconoscimento importante nell’europarlamento ed è stata recepita nel testo finale della direttiva che verrà a breve adottata. Il 2016 ha segnato anche un potenziamento della cooperazione bilaterale con i Paesi extra-UE appartenenti ad aree strategiche per il contrasto al terrorismo, al crimine organizzato, al traffico clandestino di esseri umani, alla corruzione. Il numero dei negoziati conclusi dal Ministero durante l’ultimo triennio è superiore di oltre il doppio al triennio precedente, con una significativa estensione dell’area di cooperazione. Ancora in tema di cooperazione internazionale, sono pronti i decreti attuativi della delega per la riforma del Libro XI del codice di procedura penale e per l’attuazione dell’Ordine di Indagine Europeo. Cambieranno così profondamente le forme della cooperazione giudiziaria assicurando rapidità, semplicità e efficienza delle procedure, in un rafforzato quadro di garanzie.

Sul fronte del contrasto alla radicalizzazione islamista, promuoviamo i programmi europei volti a migliorare la conoscenza dei canali di reclutamento delle reti terroristiche. C’è una nuova attenzione, in questo senso, all’uso della rete. Che è uno straordinario veicolo di conoscenze e informazione, ma proprio per questo deve crescere nei profili di responsabilità, da parte dei singoli soggetti che su di essa operano. Insomma, in attesa di tangibili ma purtroppo tutt’altro che scontati progressi nel rafforzamento della rete sovranazionale della giurisdizione e di quella europea, possiamo dire di avere utilizzato tutti gli strumenti a disposizione, sia di carattere normativo sia politico, per sviluppare la cooperazione giudiziaria. Nessuno può rimproverare all’Italia di essersi sottratta alla richiesta di collaborazione nel perseguimento di crimini da parte di altri Paesi, anche quando questo è avvenuto in modo unilaterale.

È giusto chiedersi se il sistema giuridico italiano sia in grado di reggere l’urto di così profonde trasformazioni dell’arena globale, pur pagando – come si è detto – inevitabilmente i limiti sempre più angusti della dimensione nazionale. L’impianto costituzionale continua ad offrire un’importante tutela dei diritti fondamentali. Contrariamente a suggestioni esterofile che spesso emergono in casa nostra, il nostro Paese viene apprezzato per l’equilibrio raggiunto tra esigenze di sicurezza e difesa delle garanzie costituzionali, laddove altri Stati hanno adottato strategie che si sono tradotte in una brusca limitazione dei diritti dei cittadini.

Lo stesso si dica per l’obiettivo di mantenere e garantire la posizione di autonomia e indipendenza della magistratura, l’obbligatorietà dell’azione penale, le previsioni normative sull’appello, che offrono tuttora una protezione giuridica importante ai diritti dei cittadini. Sorto storicamente per contenere le prevaricazioni del potere esecutivo, questo robusto quadro giuridico e istituzionale rappresenta oggi un argine contro pericolose derive populiste che insidiano i livelli di civiltà giuridica toccati dal nostro Paese. Fare giustizia non può mai significare ricercare consenso.

Semmai c’è da chiedersi se abbia ancora un qualche senso la pluralità delle giurisdizioni o se non sia quanto meno necessario intraprendere un percorso di coordinamento tra esse anche a costituzione invariata, partendo da una armonizzazione dei sistemi disciplinari.

Un sistema di garanzie così articolato ha bisogno di un adeguato sostegno organizzativo e di una costante ricerca di equilibrio tra domanda e offerta di giustizia. Il rapporto tra cittadini e cause continua ad essere in Italia elevato. In parte è un fenomeno generale, caratteristico delle società a capitalismo avanzato; in parte dipende dalla stessa crisi economica, che amplifica il ricorso alla giustizia; in parte è legato alla tradizione e allo spirito pubblico litigioso del Paese.

In ambito penale si è assistito ad una costante dilatazione del numero dei reati previsti dalla legge, spesso conseguenza di un utilizzo puramente propagandistico e simbolico dell’azione legislativa secondo un’equazione rivelatasi nel tempo totalmente infondata, per cui a più reati equivarrebbe più sicurezza. In realtà, l’incertezza del quadro degli illeciti e la conseguente irrazionalità del sistema hanno indebolito la capacità repressiva e come si è detto aumentato il numero dei procedimenti. A ciò va aggiunta la tendenza di molti Paesi, compreso il nostro in passato, ad affrontare con interventi penali problemi di carattere sociale. I dati però mostrano i progressi del sistema giudiziario italiano, con numeri sensibilmente avvicinatisi alla media europea. Un’inversione di tendenza evidenziata anche nei rapporti internazionali, dove l’Italia è valutata positivamente per l’ampia disponibilità di sistemi di risoluzione alternativa delle controversie, su cui in questi anni abbiamo molto investito, anche con significativi incentivi. Nel mese di giugno 2013 le cause civili erano 5.200.000. Al 30 giugno 2016, il totale, al netto dell’attività del giudice tutelare, è sceso a 3.800.000 e prevedo che per la fine dello scorso anno i dati seguano la tendenza. Rimane stabile la pendenza degli affari civili presso i tribunali per i minorenni, mentre tutti gli altri uffici mostrano un decremento di circa il 5%, con la sola eccezione della Corte di Cassazione, che vede la sua pendenza crescere nell’ultimo anno del 3,2%. Nel 2016 le mediazioni civili sono state 196.247 (+10% rispetto al 2015), ma se si considera l’insieme totale delle forme di ADR allora i tentativi nel 2016 sono stati circa 366.000. Sul versante penale, il numero complessivo di procedimenti pendenti presso gli Uffici giudiziari è calato nel 2016 del 7%, attestandosi a 3.229.284 procedimenti. Siamo intervenuti con un’attività di riduzione del ricorso al diritto penale. Abbiamo rivisto le incriminazioni penali secondo effettivi criteri di offensività, introducendo la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Se ne parlava da tempo, noi lo abbiamo fatto. Tra polemiche pretestuose e agitatori di paure infondate. Abbiamo depenalizzato alcune fattispecie criminose, ormai prive di apprezzabile disvalore penale. Altre fattispecie sono state invece derubricate a illeciti, puniti con sanzioni pecuniarie civili, restituendo effettività all’intervento sanzionatorio.

Un’importante misura ha riguardato il rito di Cassazione, appesantito da un arretrato ingente. I dati Cepej mostrano che, mentre il tasso di impugnazioni in appello è allineato alla media europea, non così avviene per la Suprema Corte, gravata oggi da circa 30.000 nuovi procedimenti.

Ecco perché occorreva predisporre più modelli di processo di cassazione. La riforma appena varata offre strumenti più agili per abbattere la mole dei giudizi pendenti e salvare la vitale funzione di nomofilachia della Corte.

Non basta però, scrivere nuove regole. Occorre uno sforzo prolungato dal lato dell’offerta di giustizia, rivolto al rafforzamento organizzativo. Sulle carenze di personale amministrativo, sulle scoperture degli organici magistratuali, sulla necessità di innalzare il livello dell’infrastrutturazione tecnologica, sulla sicurezza dei luoghi dove si amministra giustizia, posso affermare che le risposte date in questi anni sono state di gran lunga più ampie e più efficaci di quanto si sia fatto nei decenni passati. Un solo dato: le risorse aggiuntive recuperate in questi anni sono oltre un miliardo e 700 milioni, destinate al rafforzamento di interventi strutturali per l’organizzazione degli uffici. Nuove risorse sono state inoltre contenute nella legge di bilancio 2017.

E a proposito di risorse e di maggiore efficienza, voglio sottolineare che, per la prima volta dopo anni, il cd. debito Pinto diminuisce, al 31 luglio 2016, di quasi 100 milioni di euro.

Sul fronte, invece, delle spese di funzionamento degli uffici giudiziari, una stima del tutto prudenziale porta a evidenza una riduzione dei costi dei servizi, a seguito del passaggio di tali spese dai comuni al Ministero, di circa un terzo. Il processo civile telematico ha costituito una tappa fondamentale del miglioramento del sistema giustizia nel suo complesso: esso è oggi a pieno regime e costituisce un’eccellenza del nostro Paese, come del resto ci viene riconosciuto a livello internazionale. La spinta ad un’ampia digitalizzazione prosegue. È partito il Sistema informativo della cognizione penale (S.i.c.p.), presupposto necessario per proseguire nel processo penale telematico. Uno sforzo è stato profuso per la sicurezza dei sistemi informatici, oggi al centro del dibattito nazionale ed internazionale. Sin dal 2014 uno dei miei principali impegni è stato diretto a contenere le vacanze degli organici del personale amministrativo. Una nuova politica di assunzioni ha portato ad appostare risorse per dare ingresso, con varie procedure, a 4000 nuove unità. 1100 sono invece le unità in ingresso nei ranghi della magistratura. Dopo anni di oblio, abbiamo avviato una nuova politica di assunzioni, di riqualificazione e di valorizzazione del personale, seppure in una ristrettezza di disponibilità di risorse. Abbiamo varato la riforma della magistratura onoraria, da troppo tempo rimandata, che rappresenta il primo intervento organico in materia, con la creazione di uno statuto unico. È poi da evidenziare l’impegno ad assicurare agli uffici giudiziari un adeguato supporto anche attraverso l’opera dei tirocinanti. Sono entrati negli Uffici per il processo in 1150 quest’anno, e abbiamo deciso di prorogarli per il prossimo anno. A questo numero vanno aggiunti i quasi 3000 tirocinanti ex art. 73. Abbiamo inoltre firmato tre protocolli di intesa – con Lazio, Emilia Romagna e Veneto – per l’assegnazione temporanea del personale delle Regioni presso gli uffici giudiziari dei rispettivi distretti. Altri Protocolli sono in fase di definizione con le altre Regioni. Nell’insieme riguarderanno oltre trecento dipendenti. In questo contesto, voglio infine menzionare la revisione delle piante organiche degli uffici di primo grado che completa il percorso avviato con la revisione della geografia giudiziaria. Abbiamo superato una fotografia del Paese che risaliva a cinquant’anni fa: a un’altra Italia sotto il profilo civile, sociale, demografico, e quindi anche rispetto ai fenomeni criminali e al contenzioso.

Un sistema così articolato non vive però soltanto di risorse ma anche di delicati equilibri, frutto di complesse relazioni tra soggetti il cui compito è quello di garantire l’autonomia del sistema, l’armonia e la stretta applicazione del principio di legalità. La nostra azione è stata rivolta a garantire che i controllori siano sottoposti ad altri controllori rispondenti soltanto alla legge, nella piena garanzia della separazione dei poteri. Questa vigilanza deve essere tanto più stringente, tempestiva ed efficace in quanto riguarda poteri in grado di incidere in modo fortissimo e, talvolta, persino irreparabile sulla vita dei cittadini. Sono temi su cui deve proseguire il confronto con le riflessioni avviate dagli organi di autogoverno della magistratura. Per quanto riguarda l’attività di ispezione, essa è stata rivolta molto meno a verifiche di irregolarità di carattere formale, che a lesioni dei diritti delle persone o a comportamenti che gettano discredito sulla magistratura o, infine, violano le regole del funzionamento degli uffici.

Il Ministero si è poi dotato di un moderno sistema statistico, che, oltre a consentire di monitorare in dettaglio l’andamento delle pendenze, permette di fondare le valutazioni sulla base della misurazione dei risultati e delle performance degli uffici.

Auspico che il Consiglio Superiore della Magistratura, nella sua autonomia, voglia sempre più affidarsi a simili criteri nella individuazione delle figure di vertice degli uffici, individuazione che deve senz’altro procedere con una maggiore speditezza.

Noi abbiamo agito inoltre, sempre in tema di trasparenza, per riformare l’Agenzia per i beni confiscati, in vista di una sua migliore organizzazione, con più chiare modalità di assegnazione e una più rigorosa attività di gestione.

E la stessa preoccupazione di trasparenza e rigore è stata alla base della direttiva ministeriale riguardante i rapporti tra la giustizia minorile, il privato sociale e le comunità di accoglienza. L’intervento si è reso necessario all’emergere di inaccettabili disparità di prezzo per l’erogazione di servizi nell’accoglienza dei minori.

Sempre nella direzione della trasparenza va menzionato l’avvio di un Portale delle vendite, radicalmente innovativo, un marketplace unico per la pubblicazione e la messa in vendita dei beni mobili e immobili di tutte le procedure concorsuali pendenti sul territorio nazionale. È una conquista in termini di contrasto all’illegalità e alla corruzione, ma anche il primo stadio di un progetto riformatore più ampio che mira a sbloccare un’enorme massa creditoria, stimata in circa 200 miliardi di euro. La prossima tappa si realizzerà entro giugno con l’istituzione del Registro dei crediti in atto con la collaborazione di Banca d’Italia e del Ministero dell’economia e delle finanze. Grazie a questo nuovo strumento nel mercato si potranno conoscere in tempo reale le effettive condizioni di realizzabilità dei crediti delle imprese. Sarà così possibile passare all’ultima tappa, che mira ad assegnare ai crediti ammessi al riparto un valore monetario immediatamente spendibile in tutte le procedure concorsuali immettendo ricchezza laddove oggi le lungaggini delle procedure di liquidazione impoveriscono il tessuto produttivo oltre a produrre inaccettabili aree di opacità.

Il Parlamento è attualmente impegnato con il disegno di legge delega sulla crisi d’impresa, che contiene importanti misure di semplificazione ed efficientamento delle procedure concorsuali, e un cambio di passo anche culturale nella gestione delle crisi d’impresa. Un intervento assai atteso, che può incidere positivamente sulla competitività del Paese. Approvare questa legge cosi come quella del processo civile, che è in discussione al Parlamento, significherebbe dare sistematicità all’intervento riformista che sino qui si è largamente realizzato avvalendosi di strumenti amministrativi ed interventi normativi diffusi.

In materia penale è all’esame del Senato il disegno di legge di iniziativa governativa che prospetta un intervento riformatore a largo raggio, ispirato a intenti di politica criminale diretti non esclusivamente a risultati deflattivi. E’ una misura importante di cui ho spesso sollecitato l’approvazione e che ritengo sia un errore non approvare. Sul delicato tema della prescrizione, che ha suscitato le più vivaci discussioni, anche in quest’Aula, credo si sia pervenuti ad un punto di equilibrio fra l’esigenza di assicurare alla giurisdizione tempi congrui allo svolgimento delle attività di accertamento dei fatti di reato e quella di garantire la ragionevole durata del processo, conservando alla prescrizione la sua funzione di stimolo a una definizione dei processi penali in tempi non troppo estesi. Si tratta di un intervento incisivo, apprezzato dal GRECO, il Gruppo di Stati contro la Corruzione del Consiglio d’Europa, che ne ha auspicato la rapida approvazione dando atto comunque dei progressi realizzati dall’Italia con la nuova normativa su questo tema, in particolare con gli interventi sul falso in bilancio e sull’autoriciclaggio.

Su un altro punto voglio soffermarmi brevemente, cioè sul tema delle intercettazioni prive di rilevanza penale. Ho molto apprezzato le circolari diramate da alcune Procure, che invitano a una maggiore sorvegliatezza. Credo vadano nella giusta direzione. Noto, e spero di non essere smentito dai fatti, che la diffusione di questi dati è quantitativamente diminuita, ma qui la legge dei grandi numeri non vale per chi è colpito dalla diffusione impropria, e non ritengo tuttavia che queste circolari siano sufficienti perché ritengo che la tutela di un singolo cittadino non può essere assegnata alla causalità, cioè al fatto che il Procuratore abbia emanato o meno una circolare nel territorio che riguarda quel cittadino. Per questo ritengo che sia necessario un intervento non normativo, secondo le linee della delega che il Parlamento è chiamato ad approvare nell’ambito della riforma penale.

I sempre più stretti incroci tra criminalità organizzata e circuiti finanziari ci hanno spinti a proporre un’iniziativa nuova, volta per un verso a ripensare gli strumenti per un efficace contrasto alle mafie, molto cambiate rispetto anche solo a pochi anni fa, soprattutto sul versante delle illecite accumulazioni di ricchezze, ma anche, peraltro , a rilanciare la risposta pubblica e civile ai fenomeni mafiosi. Ho deciso infatti di avviare gli Stati Generali della lotta alla criminalità organizzata, con l’obiettivo di rifondare le ragioni stesse di un impegno al quale non sono legate le sorti soltanto di alcune regioni, ma del Paese intero. Abbiamo bisogno di nuove indagini conoscitive, nuove acquisizioni teoriche; abbiamo bisogno di formulare nuove proposte ma anche di sollecitare nuove energie sottraendoci a stereotipi che spesso continuano a pesare nel dibattito che riguarda questo tema. Gli Stati Generali dovranno servire a tutto questo.

La soluzione dell’emergenza carceraria, all’indomani della sentenza Torreggiani, ha costituito una delle priorità del mio mandato. Al 31 dicembre 2016 la popolazione carceraria è composta da 54.653 unità, ancora superiore complessivamente alla capacità regolamentare degli istituti penitenziari, peraltro accresciuta in questi stessi anni di circa 4.000 unità. La popolazione carceraria è diminuita inoltre di circa 10.000 unità in tre anni. Importante è il nuovo e più maturo equilibrio del rapporto fra presenza carceraria ed esecuzione penale esterna, ormai quasi paritario.

Rieducazione e reinserimento sociale sono legati essenzialmente al potenziamento delle misure alternative al carcere. I risultati non sono ancora del tutto soddisfacenti, ma non lo saranno se non riusciremo a cambiare l’approccio complessivo al sistema penitenziario. Per favorire questo percorso, la positiva esperienza intrapresa con gli «Stati Generali dell’esecuzione penale» ha costituito una base di elaborazione preziosa. L’ampliamento dei presupposti per l’accesso alle misure alternative, l’introduzione dell’istituto della messa alla prova per gli adulti e la crescita di sanzioni alternative al carcere, come quella del lavoro di pubblica utilità, il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari impongono un’azione amministrativa mirata a costruire un sistema di probation ampio ed effettivo che ponga l’Italia alla pari di tutti i maggiori paesi europei che trovano in questo settore il principale strumento di esecuzione penale.

I risultati che ho sin qui presentati sono il frutto di una disponibilità e di una collaborazione molto ampia. Voglio pertanto ringraziare tutti i soggetti coinvolti nel sistema della giustizia: la Magistratura, l’Avvocatura, che credo possa salutare con soddisfazione il completamento del percorso di attuazione della riforma forense, il Corpo di polizia penitenziaria, che ringrazio particolarmente per la dedizione e la professionalità, tutto il personale impiegato nel servizio giustizia, in particolare il personale amministrativo che, in questi anni, ha sopportato il peso dei vuoti di organico e dell’aumento dei carichi, questo Parlamento naturalmente e le Commissioni, che hanno svolto un lavoro assai proficuo su tante materie.

Signor Presidente, onorevoli Colleghi,

in questi anni abbiamo agito per uscire da emergenze vere, quale quella carceraria e quella dell’arretrato civile; abbiamo inciso sull’organizzazione della giustizia, abbiamo inteso favorire un clima più disteso. Oggi sento di poter rivendicare i progressi significativi realizzati sul versante di alcuni fondamentali diritti e di poter rappresentare con convinzione i valori per i quali abbiamo operato.

Al valore della effettiva uguaglianza nella laicità è ispirata la legge sulle unioni civili il cui percorso di attuazione si è concluso. Abbiamo ora una legge che, per il nostro Paese, rappresenta una svolta di civiltà.

Al valore della tutela delle persone deboli è orientata la legge sull’assistenza di persone con disabilità grave prive del sostegno familiare. La stessa legge introduce per la prima volta finalmente nel nostro ordinamento un sistema generalizzato di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti.

Anche questo credo sia un importante segno di civiltà. Come lo è la legge che colpisce l’odioso fenomeno del “caporalato”, approvata lo scorso anno, fenomeno che ferisce la dignità e il valore della persona che lavora.

Anche in tema di accoglienza e diritto d’asilo è nostro dovere salvaguardare le garanzie fondamentali.

Il disegno di legge al vaglio del governo promuove anzitutto la specializzazione dell’organo giurisdizionale come un elemento decisivo per l’accelerazione dei procedimenti, e interviene sul sistema delle impugnazioni, facendo tesoro delle esperienze europee più efficaci. Voglio precisare che la soluzione proposta è conforme al “modello internazionale” di giusto processo ed è pienamente in linea con i princìpi espressi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La nuova normativa credo possa essere l’occasione per superare il reato di immigrazione clandestina, per ragioni che ho già avuto modo di richiamare in più occasioni.

Infine, in vista della prossima giornata della memoria, voglio ricordare la legge n. 115 del 2016 sui crimini contro l’umanità, che contiene anche il reato di negazionismo. Credo che l’impegno debba proseguire con l’approvazione del reato di tortura, attualmente in discussione in Parlamento.

Quando parliamo di Europa, quando ne parliamo come una comunità di vita – per usare le parole del Presidente Mattarella, cui rivolgo il mio deferente saluto – parliamo di questi valori, e anche – non dimentichiamolo – della tragica storia che ha portato alla loro affermazione. Europa significa diritto, significa insieme costruzione di presidi a difesa della centralità della persona e riconoscimento di fondamentali esigenze e bisogni individuali e sociali.

Nell’avviarmi alla conclusione, voglio assicurare che terrò in massimo conto le valutazioni di ogni forza politica; da tutte mi aspetto un concorso concreto sull’insieme dei problemi che abbiamo davanti. Ritengo che la gran parte delle conquiste degli scorsi anni, come di quelle che auspico per il futuro, sia dovuta al superamento di una logica di astratta e pregiudiziale contrapposizione. Non indulgo all’ottimismo, ma nemmeno al suo contrario, rinunciando a delineare i percorsi possibili. Ma i provvedimenti di riforma funzionano se le loro ragioni mettono radici nell’habitat sociale, civile e culturale del Paese. he va difeso, non solo dagli attentati alla sicurezza e alla libertà, ma anche dalle troppo aspre disparità che rischiano di spaccarlo.

Uno dei maggiori studiosi contemporanei del diritto e dello Stato, Ronald Dworkin, ha scritto: «L’uguale rispetto è la virtù sovrana della comunità politica: se manca, il governo è soltanto tirannia; ma quando la ricchezza di una nazione è distribuita in modo fortemente disuguale, come lo è attualmente la ricchezza di nazioni anche molto prospere, allora il suo uguale rispetto appare sospetto».

Ecco: se vogliamo riconoscere ai nostri concittadini, nelle forme del diritto e nell’esercizio della giurisdizione, l’uguale rispetto che è loro dovuto, dobbiamo agire perché non sia fortemente diseguale la ricchezza della nazione.

Se sapremo farlo, e ovunque sapremo farlo, là il servizio della giustizia sarà più efficiente, più autorevole, e in definitiva più giusto.

Andrea Orlando

Ministro della Giustizia

 (fonte: Camera.it)

 




Verso il Processo Penale Telematico tra asimmetrie normative e violazione dei diritti difensivi

di Giuseppe Campanelli

Se nel rito civile la prassi del giudizio telematico è ormai condivisa e apprezzata da tutte le parti, sul versante penale l’iter gestazionale prosegue con grande difficoltà,  nonostante gli encomiabili sforzi profusi da chi se ne sta occupando “in progress”. Ciò non è stato per il procedimento civile che, una volta entrato a regime e “digerito” nella prassi operativa anche dagli avvocati più anziani, ha superato ogni resistenza ed ha comportato un indubbio snellimento di prassi e tempi, al punto che è opinione condivisa quella che “indietro non si torna”.

Desidero subito sgombrare il campo da qualunque sospetto di “luddismo” o di snobismo corporativo da parte degli avvocati penalisti che certamente non lo meritano e che anzi, storicamente, sono sempre stati all’avanguardia nel recepimento delle novità tecnologiche, in particolare per la ricerca della prova. E nello stesso solco si muove questo mio contributo, ovvero quello di offrire un umile apporto alla costruzione di solide fondamenta per il processo che verrà. Ed è questa la medesima prospettiva che anima culturalmente il Circolo dei Giuristi Telematici ed anche le componenti rappresentative della avvocatura penalistica fra le quali, con piena personale contezza, posso evidenziare l’Unione Nazionale delle Camere Penali. Fatta questa doverosa premessa, è tuttavia necessario affermare con nettezza come i primi, incerti e contradditori vagiti del “penale telematico” siano stati esclusivamente subiti dalla avvocatura.

E allora, ferma la necessità che tutte le parti permangano attive e grintosamente fiduciose per il futuro e che non si arrestino i contributi “de jure condendo”, è necessario rappresentare “dall’interno” lo scetticismo, se non le preoccupazioni, dalla componente penalistica verso le preannunziate riforme. Non sembri, a questo punto, banale il richiamo alle differenti specificità che differenziano le due giurisdizioni, con particolare riguardo al dato genetico ed alla divergenza strutturale. Il rito civile si basa sull’apporto probatorio di due parti in conflitto che si rivolgono al giudice terzo, rispettivamente assumendo su di se l’onus probandi. Infatti nel processo telematico civile la simmetria procedimentale resta immutata perfino nella ipotesi di un petitum che involga come parte un soggetto pubblico, anche con riferimento a sanzioni di inutilizzabilità e decadenze.

Ciò non è, ovviamente nel penale, con particolare riferimento alla attività delle Procure, la cui natura di “parte pubblica” risente della perennemente irrisolta problematica della mancata separazione delle carriere. Ed è proprio in forza della contiguità tra la Pubblica Accusa ed il Giudice che dovrebbe essere “Terzo”, che i primi incerti passi del penale telematico si sono prospettati verso l’avvocatura in maniera asimmetrica, quando non vessatoria.

Non intendo qui riportare approfondimenti di carattere strettamente processual-penalistico relativi alla dinamica procedimentale per i quali non mancherà l’occasione in sedi più specifiche, bensì delineare futuribili prassi virtuose, partendo dalle attuali distorsioni applicative che sono la fonte della serpeggiante e diffusa sfiducia del ceto forense penalistico verso il “nuovo che avanza”.

MANCANZA DI RECIPROCITÀ E ASPETTO DELLE NOTIFICHE

Si tratta proprio dei primi effetti della introduzione di “adeguamenti tecnologici” nel corpo vigente dell’attuale rito penale. Sul piano metodologico dall’analisi della questione “notificazioni ed avvisi” perverremo al secondo e più importante aspetto della assenza di simmetria processuale. Sento il bisogno di motivare l’utilizzo della espressione “distorsioni applicative” perché per onestà intellettuale si deve premettere come fin dagli anni 70, in quelli che furono i primi progetti di introduzione di prassi tecnologicamente innovative, fu espressamente indicato quello della «semplificazione del sistema delle notifiche con possibilità di adottare anche nuovi mezzi di comunicazione», il tutto al fine di garantire maggiore celerità e parità tra i soggetti e la riduzione delle forme processuali attraverso procedimenti semplificati di comunicazione.

I primi vagiti intertemporali applicativi del , purtroppo recitano tutt’altro. Chiunque si accosti a questo contributo, non avrà certamente difficoltà a rappresentarsi come il vertiginoso passaggio dall’analogico al digitale abbia certamente comportato delle difficoltà di recepimento nella amministrazione della giustizia, con particolare riferimento al processo penale. Personalmente ho conservato copia di una delle prime sentenze rese dalla Corte di Cassazione in materia di diffamazione a mezzo mail, battuta a macchina con l’apposizione a penna del simbolo “@” che evidentemente non esisteva sulle vetuste Olivetti ministeriali. Perché questo scritto non resti un settorializzato “cahier de doleances”, ma realizzi un contributo di propositività ed approfondimento, è necessario velocemente ripercorrere l’iter normativo che regola il futuribile processo penale telematico.

COME NASCE IL PROCESSO PENALE TELEMATICO ?

E’ noto come, sul piano tecnico/gestionale, sono state introdotte due diverse piattaforme il SICIP (Sistema Informativo della Cognizione Penale) precluso all’utente “privato” in quanto ha la funzione di coordinare i registri informatici di tutte le Procure ed il SNT (Sistema Notifiche Telematiche Penali). Questi sistemi, entrati a pieno regime dal 2015, tendono l’uno ad una razionalizzazione ed immediata accessibilità condivisa di un unico registro delle notizie di reato, l’altro a consentire le notificazioni a persona diversa dall’imputato attraverso “l’uso di mezzi tecnici idonei”.

Tale definizione “aperta” è evidentemente frutto della consapevolezza del legislatore del 2012 di non potere inseguire con una analitica definizione normativa il turbinoso sviluppo evolutivo della tecnologia.

Ed è chiaro come lo sforzo di adeguamento normativo, e di conseguenza la funzione nomofilattica della Corte di Cassazione, abbia dovuto fare i conti, in tema di nullità relative ad avvisi e notifiche, anche con distorte prassi applicative di fax staccati, di mail non recapitate, di notifiche a mezzo di sms e/o Whatsapp e, più recentemente, di PEC inviate ad avvocati omonimi magari di altro Foro, oppure ancora di PEC inviate al giusto destinatario ma con allegati in PDF relativi ad altri processi, con altra data e diversi destinatari (Sez.III n. 50372/2016 dell’8.11.2016) .

La casistica del rapporto tra atti processuali e mezzi tecnici sarebbe affascinante (si veda per tutte l’irrisolta questione delle modalità di trasmissione delle istanze di rinvio) ma ci porterebbe lontani dallo “specifico” del processo telematico. Sul piano procedurale la L. 221/2012 risente negativamente, a mio parere, di una promiscuità genetica. Infatti, nello stesso art. 16 comma 4, in tema di notificazioni sono regolate le modalità sia delle notifiche in sede civile, rese “equidistanti” dalla evidente terzietà del Giudice rispetto alle parti, che, in materia penale, quelle da effettuarsi a persona diversa dall’imputato.

Non è stata quindi considerata la specificità del processo penale, ed il legislatore ha colpevolmente omesso qualunque valutazione sul piano della tutela delle garanzie processuali intimamente connesse ai diritti difensivi. Nell’ambito di tale previsione normativa sono state indicate, quali norme di riferimento gli artt. 148 comma 2 bis e 150 cpp, afferenti a notificazioni da effettuarsi da parte del Giudice e, purtroppo, anche l’art.151, che si riferisce alle notifiche che promanano dal Pubblico Ministero.

In una relazione del Massimario espressamente si legge “In ordine alla possibilità che il pubblico ministero possa avvalersi di questo tipo di notificazione urgente ex art. 149 cod. proc. pen. per via telematica la questione parrebbe non avere rilievo pratico. L’art. 4, comma 3, della l. n. 24 del 2010 rinvia infatti alle notificazioni disposte dal pubblico ministero ai sensi dell’art. 151 c.p.p., consentendo così di fatto l’utilizzo del mezzo telematico anche per le notificazioni della parte pubblica, senza prevedere alcun limite.”

Ed è proprio in questa illimitata estensione che, a parere di chi scrive, si concentrano le zavorre che impediscono lo sviluppo di un modello fiduciosamente condiviso del processo penale telematico, come di seguito meglio chiarito.

L’art. 148, comma 2 bis, cod. proc. pen. è esclusivamente applicabile per gli atti che devono essere notificati ai difensori e prescinde dalle prescrizioni formali dettate per rendere certa la ricezione dell’atto da parte del suo destinatario, evidentemente in considerazione delle qualità professionali del difensore, nonché, presumibilmente, della maggiore affidabilità dei mezzi tecnici di trasmissione degli atti intervenuta nel frattempo. Sul punto si espressero con nettezza le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la nota sentenza Pedicone del 28.42011, n. 28451.

Nella stessa sentenza si leggeIn tal senso si è ravvisato un nesso tra l’omogeneità della disciplina prevista per la trasmissione degli atti tra organi dell’amministrazione giudiziaria e tra questi ultimi e la categoria professionale degli avvocati.”, ovverossia un coordinamento tra SICIP e SNT. Sebbene l’art. 150 codice procedura penale quale norma aperta in rapporto con il diffondersi di nuovi mezzi di comunicazione, avrebbe di per sé consentito l’adeguamento del sistema delle notificazioni allo strumento internet, l’art. 4, comma 3, della l. n. 24 del 2010 stabilisce espressamente che le notifiche di cui all’art. 150 cod. proc. pen. possano effettuarsi per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata che i professionisti iscritti agli albi sono tenuti a comunicare. Si è già detto di come, ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen., il presupposto perché si possa procedere a tali notificazioni è che lo “consiglino circostanze particolari”.

Tale norma, peraltro, inquadrata in una prospettiva di fruibilità e razionalizzazione, specificatamente nelle indicazioni di forma di cui all’art. 150 cpp, nel caso concreto, si preoccupa che il mezzo tecnico sia idoneo per l’effettuazione delle notifica telematica e che questa possa soddisfare l’esigenza di portare il contenuto dell’atto a conoscenza del destinatario, proceduralmente qualificato come “persona diversa dall’imputato”. Questo, in assoluta ed incompleta sintesi, il corpus normativo che ha dato luogo alle attuali difficoltà legate al futuribile processo telematico.

Lungi da chi scrive, ma anche dalla totalità del ceto forense, la volontà di estenuanti battaglie conservative e di retroguardia, non vi è dubbio alcuno che tali norme siano state concepite in un processo di razionalizzazione di costi e tempi che non può essere ostacolato, ma anzi deve essere supportato e fatto proprio da chi si occupa di penale. Per un avvocato abituato a battagliare con la toga addosso, la tutela dei diritti della difesa è il “logos” su cui conformare ogni esigenza procedurale, funzionale ed economica, con prevalenza anche sulle seduzione della comodità di un futuribile procedimento che veda eliminate code, copie cartacee e file chilometriche davanti alla cancellerie.

Per fare questo, sarà indispensabile mettere mano al codice di rito, eliminando distorsioni che, vuoi per il mancato coordinamento con un codice pensato e partorito in era analogica, vuoi per le forzature allegramente e spudoratamente poste in essere dalle cancellerie delle Procure, finiscono per comprimere l’esercizio del diritto di difesa e l’effettività della stessa.

QUALI LE COSE DA MIGLIORARE ? 

Al momento, infatti, l’introduzione delle notifiche telematiche ha creato un vero e proprio Far West, che ha posto gli avvocati sotto assedio. Per dare quindi concretezza e conclusività a queste note, si rende quindi necessario illustrare due filoni argomentativi, l’uno legato alla descrizione delle presenti distorsioni contingenti, l’altro finalizzato de iure condendo ad attenuarle.

Per quanto attiene il primo punto, è necessario chiarire come, ai sensi dell’art. 16 comma 4 del DL 179/12 poi convertito nella L. 221/2012 preveda la notificazione a mezzo PEC a quegli indirizzi che risultino da elenchi pubblici e comunque accessibili dalla P.A.

In seconda battuta bisogna poi rilevare come la notifica telematica a mezzo PEC sia stata concepita, nei casi e con le specificità indicate, come alternativa rispetto alle notificazioni tradizionali, a mezzo di ufficiale giudiziario. Tale alternatività voleva, nelle intenzioni del legislatore, comunque individuare la notifica a mezzo PEC come sostitutiva di quelle effettuate a mezzo fax,telefono o telegrafo.

Infatti secondo le Sezioni Unite, “l’uso di mezzi tecnici idonei” per le notificazioni o gli avvisi ai difensori, previsto dall’art. 148, comma 2 bis, cod. proc. pen., costituisca un sistema ordinario e generalizzato di notificazione degli atti, e, dall’altra, come, con specifico riferimento alle notificazioni per via telematica, sia la stessa legge a ritenere il mezzo in questione idoneo allo scopo, allorquando il Ministro della Giustizia emetta il decreto ministeriale che attesti l’idoneità funzionale dei servizi di comunicazione dei singoli uffici giudiziari.”

Ma ciò non è avvenuto con il risultato che la notifica telematica, in luogo di un sistema ordinario e generalizzato, allo stato è applicata come “un sistema alternativo” in quanto sono contemporaneamente praticate tutte le forme di notifica, nessuna esclusa. Tutto ciò determina, per un avvocato penalista, la necessità di tenere sotto continuo monitoraggio la PEC, la email ordinaria, il telefono cellulare acceso anche di notte, ed il fax, simulacro tecnicamente obsolescente che tuttora troneggia nello studio, perché ancora molto adoperato dalle cancellerie, spesso in maniera “alternativamente integrativa” in funzione del grado di “digital divide” dell’impiegato di turno. E questo è un primo aspetto di rilevante importanza pratica, atteso che la “natura” illimitatamente integrativa del dettato di cui all’art. 151 cpp ha consentito a tutte le Procure di procedere alla notifica di qualunque atto, senza porsi il problema del carattere recettizio di tali notifiche.

Ne consegue che questo “modus operandi” abbia determinato nei penalisti una vera e propria sensazione di assedio telematico, con particolare riferimento ad alcuni passaggi procedimentali di cui, in maniera colpevolmente sommaria accennerò di seguito.

Preciso, affinché non ci siano equivoci, che non mi riferisco alle consolidate prassi di urgenza che riguardano direttissime, riesami e sequestri, che sono direttamente connesse alla operatività di un penalista militante. Bensì a comunicazioni di nessuna urgenza, ad esempio proroga indagini, depositi fuori termine o decreti di citazione per udienze fissate ad oltre un anno di distanza, che ugualmente, in base all’arbitrio gestionale delle cancellerie, irrompono nella vita privata a tutte le ore del giorno e della notte , accompagnate da minacciosi preannunci telematici o telefonici.

Proprio nella stretta contemporaneità con la redazione di queste note, è stata resa notizia della sentenza francese che ha sancito per i dipendenti il “diritto alla disconnessione” al di fuori dell’orario di lavoro.

Ecco, un avvocato penalista non può disconnettersi mai, ormai anche con riferimento ad atti di qualunque tipo, perché, all’atto della ricezione del temuto avviso, necessariamente bisogna interrompere qualunque cosa, connettersi ed andare a vedere di che si tratta. Un qualunque penalista preferirà alzarsi dalla poltrona del teatro o del cinema, farsi dare del cafone per non avere spento il cellulare, piuttosto che restare con l’ansia di sapere quali nuove reca l’avviso di ricevimento della PEC, manifestatosi sul cellulare alle 22.30! Ma ancora non basta, perché oltre a ciò, la mattina dopo bisogna correre molto presto a studio per vedere se dal fax spunta qualche temuto foglio!

Ma oltre agli aspetti gestionali, che rilevano umanamente e professionalmente in quanto si riverberano sulla qualità del lavoro, mi piace soffermarmi sull’aspetto più strettamente legato alle ricadute procedurali, con ciò avvicinandomi al secondo effetto “vessatorio” introdotto da questi primi vagiti del processo penale telematico, ovvero quello della mancata previsione di una normativa che preveda una prassi di reciprocità. Per reciprocità, in relazione a quanto stiamo trattando, si intende l’aspetto pratico di una piena, reciproca fruibilità del mezzo “tecnico” da parte del difensori, che, allo stato è preclusa.

Ovviamente resta fermo ed intangibile il richiamo agli artt. 3 e 111 comma 3 Cost.ne e all’ art. 6 CEDU, anche avuto riguardo al principio sovrannazionale della “ègalité des armes”, che è evidentemente precluso, rispetto al processo penale telematico, da una vigenza di norme che, per quanto legate al contingente e svincolate dalla organicità di un progetto complessivo, semplicemente impongono all’avvocato di subire le vessatoria deregulation di notifiche ed avvisi in entrata, senza poterla compensare con la reciprocità dell’utilizzo dello stesso mezzo per le stesse, medesime funzioni.

Infatti nel codice vigente, che per gestazione ed entrata in vigore è totalmente analogico, non si è pensato di coordinare le notifiche telematiche verso l’avvocato, con la possibilità che questi possa, a sua volta, depositare gli atti con la stessa prassi. Giova a questo punto ricordare, soprattutto a chi non ha pratica quotidiana con il codice penale di rito, come permangano istituti procedimentali e processuali, che impongono alla parte privata, che il deposito di taluni atti debba materialmente avvenire solo e soltanto presso la cancelleria del giudice a quo, ed in forma cartacea. Fra questi sono annoverati anche passaggi di non poca rilevanza quali i riesami cautelari e reali (309,324 cpp) e le relative impugnazioni di legittimità (310 e 325 cpp) nonché le memorie ex art. 121 cpp, e per i cosiddetti “motivi nuovi” ex art. 585 cpp. le richieste di revisione e riparazione di errori giudiziari (633,645 cpp) e riparazione per ingiusta detenzione (315 cpp). Ugualmente le impugnazioni di merito, pur potendo essere depositate anche “fuori sede”, restano comunque vincolate alla forma cartacea.

E’ evidente come, in una prospettiva di futura implementazione del processo penale telematico, dovrà essere indispensabile rimettere le mani su questi istituti procedimentali, prevedendo, su base telematica, le modalità di deposito e di dialogo con le cancellerie. Nel continuo alternarsi tra diritto futuribile e storture correnti, è però indispensabile chiarire come, allo stato le Procure possano notificare l’atto “presupposto” per via telematica alla PEC del difensore (anche quello d’ufficio), ma questi debba necessariamente depositare l’atto “conseguente” in forma cartacea e presso la cancelleria del PM.

Si pensi alla richiesta di interrogatorio post 415 bis (ricevo per PEC l’avviso di deposito ma devo necessariamente depositarla in cancelleria ed in cartaceo) e soprattutto alla fase procedimentale racchiusa negli artt. 408/410 cpp, ovvero la comunicazione della richiesta di archiviazione da parte del Pubblico Ministero. Questa fase procedimentale è quella in cui, secondo me, si realizzano le più eclatanti violazioni della simmetria tra accusa e difesa. L’avviso del deposito della richiesta di archiviazione deve essere notificato alla parte offesa  che abbia nominato un difensore presso quest’ultimo, domicilio ex lege ai sensi dell’art. 101 cpp.

Nel termine di gg. 10 il difensore deve acquisire copia degli atti e depositare l’opposizione presso la cancelleria del PM, il quale avrà poi l’onere di trasmettere il tutto al GIP competente. Nella vigenza delle norme attuali, il difensore si vede notificare telematicamente l’avviso, non ha modo di accedere telematicamente al contenuto della richiesta, né di vedere gli atti di riferimento. Deve quindi acquisirli in cartaceo e, soprattutto, deve depositare l’opposizione materialmente ed in forma cartacea presso la cancelleria del Pubblico ministero richiedente, perché la normativa, contrariamente all’appello. non consente il deposito “fuori sede”.

Invero, recentemente la Cassazione ha determinato il termine di 10 giorni come ordinatorio, tuttavia, appare di totale evidenza come, in relazione a questa fase procedimentale, sia eclatante lo squilibrio introdotto dalla notifica telematica, ove solo si ponga mente alla carenza di reciprocità. Altro che “ègalité des armes”! Perché il processo penale telematico possa essere una risorsa per l’avvocatura si dovranno necessariamente colmare queste ed altre lacune, con coraggiose modifiche dell’attuale codice di rito ed aggiustamenti da effettuarsi con perizia e chirurgica precisione.

Il principio dovrà essere quello della “simmetria telematica” fra le parti e sarà indispensabile operare con forza e determinazione affinchè ciascuno possa telematicamente ricevere e depositare, in ogni fase e grado delle indagini e del processo. In difetto, il processo penale telematico non decollerà mai, il che costituirebbe un arretramento antistorico ed antieconomico, ancor più ingiustamente preclusivo della richiesta di legalità, sollecita nei tempi e garantita nelle forme, che proviene dal paese reale. Ribadisco che nel processo telematico civile la simmetria procedimentale resta immutata perfino nella ipotesi di un petitum che involga come parte un soggetto pubblico, anche con riferimento a sanzioni procedurali di inutilizzabilità e decadenze.

Ma un qualunque dialogo telematico determina, necessariamente un livello condiviso di interlocuzione, il che pare preclusivo delle antistoriche pretese corporative di “conservazione” di certa magistratura. Ed è quindi questa resistenza che preclude l’adozione di un modello procedimentale orizzontale e paritario, e non certamente la tiepida accoglienza dell’avvocatura penalista. Chiunque si rende conto che l’adozione di tali norme realizzerebbe una sorta di obbligato piano inclinato verso la separazione delle carriere, ed è questo il vero ostacolo “politico” all’adozione di un non più procrastinabile modello condiviso di processo penale telematico.




Sospeso dalla professione il notaio che non garantisce la terzietà e il prestigio della categoria

a cura dello Studio Legale Campanelli

Il notaio – proprio in funzione del ruolo che svolge – deve garantire la terzietà rispetto all’atto da rogitare. Quindi è legittima la sanzione a carico del professionista che ha proceduto al rogito avendo prestato una fideiussione di due milioni di euro a una società coinvolta nell’atto.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE

Presidente: BUCCIANTE ETTORE
Relatore: ORILIA LORENZO
Ha pronunciato la seguente:
Sentenza n. 26369 dep. il 20 dicembre 2016

RITENUTO IN FATTO

La Corte d’Appello di Bologna, con ordinanza 22.10.2015, ha respinto l’impugnazione proposta dal notaio Umberto Zio contro la decisione 4.12.2012 della Commissione Regionale di Disciplina, che lo aveva ritenuto responsabile delle violazioni di cui agli artt. 747 lett. a) e 28 della legge notarile applicandogli, per la prima violazione, la sanzione pecuniaria di C. 10.000,00 (con le attenuanti) e per la seconda la sospensione dall’esercizio della professione per sei mesi.

Al notaio era stato contestato di avere prestato, in violazione del principio di terzietà, due fideiussioni bancarie del valore di oltre un milione di euro ciascuna a favore della società Mascella Building Group srl (art. 147 lett. a legge notarile) e di avere indebitamente ricevuto in situazione di interesse alcuni atti (due compravendite, due contratti di mutuo e una apertura di credito in conto corrente) che riguardavano proprio la società da lui personalmente garantita con le citate fideiussioni (in violazione dell’art. 28 n. 3 legge notarile).

La Corte territoriale ha motivato il rigetto dell’impugnazione ritenendo che i fatti addebitati integravano pienamente gli illeciti previsti dalle norme citate ed osservando in particolare (guanto all’indebita ricezione di atti) che l’Interesse tutelato dall’art. 28 della legge notarile è un interesse esterno all’atto, da valutarsi ex ante. Secondo la Corte d’Appello, tale disposizione mira a tutelare la posizione di terzietà del notaio e nel caso in esame, il dott. U.Z., avendo prestato le fideiussioni a favore della società, era da ritenersi senz’altro interessato alle modificazioni patrimoniali che la stessa andava a ricevere per effetto degli atti stipulati, come dimostrato proprio dalle valutazioni preventive da lui compiute sulle iscrizioni ipotecarie.

Quanto all’altro illecito disciplinare ascritto (cioè la violazione dell’art. 147 lett. a per l’avvenuto rilascio di due fideiussioni), la Corte di merito ha osservato che le attenuanti erano state concesse per una sorta di incertezza sulla causa che aveva indotto l’incolpato al rilascio delle garanzie per cui non si ravvisava nessuna contraddittorietà nella decisione, mentre invece la prestazione delle fideiussioni contrastava certamente con i principi che devono regolare lo status del notaio. Il dott.Umberto Zio propone ricorso per cassazione con quattro motivi a cui resiste con controricorso illustrato da memoria il Consiglio Notarile di Forlì.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.1 Preliminarmente va respinta l’istanza di rinvio dell’odierna udienza camerale avanzata dal difensore del ricorrente per “concorrenti ed inderogabili impegni professionali precedentemente assunti” e sulla quale il Pubblico Ministero si è espresso in senso sfavorevole.

Come ripetutamente affermato da questa Corte, l’istanza di rinvio dell’udienza di discussione della causa per grave impedimento del difensore, ai sensi dell’art. 115 disp. att. cod. proc. civ., deve fare riferimento all’impossibilità di sostituzione mediante delega conferita ad un collega (facoltà generalmente consentita dall’art. 9 del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578 e tale da rendere riconducibile all’esercizio professionale del sostituito l’attività processuale svolta dal sostituto), venendo altrimenti a prospettarsi soltanto un problema attinente all’organizzazione professionale del difensore, non rilevante ai fini del differimento dell’udienza (Sez. U, Ordinanza n. 4773 del 26/03/2012 Rv. 621382; Sez. l, Sentenza n. 19583 del 27/08/2013 Rv. 627728; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 22094 del 17/10/2014 Rv. 632913).

Aggiungasi che anche la legge 31 dicembre 2012, n. 247 (Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense) prevede all’art. 14 la facoltà per l’avvocato di farsi sostituire.

Nel caso di specie l’istanza di rinvio è motivata solo apparentemente perché non indica quali fossero gli impegni assunti in precedenza, perché non si e ritenuto di spostarli e, soprattutto, perché non si e fatto ricorso alla nomina di un sostituto.

1.2 Ciò premesso e passando all’esame dei motivi di ricorso, col primo di essi il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 28 n. 3 della legge n. 89/del 16 febbraio 1913 in relazione all’art. 360 n.3 cpc. In ordine alla contestazione riguardante la stipula di atti riguardanti la società Mascella Building Group srl il ricorrente reputa inappropriato il richiamo alla giurisprudenza citata dalla Corte d’Appello, osservando che nel caso in esame le fattispecie sono diverse.

Nega di essersi interessato alle vicende societarie e di avere compromesso la sua neutralità professionale. Ritiene illogica la decisione della Corte d’Appello e propone una diversa interpretazione dei casi di irricevibilità alla luce delle concrete possibilità di ingerenza. La censura è priva di fondamento. L’art. 28, n. 3, della legge 16 febbraio 1913, n. 89, fa divieto al notaio di ricevere o autenticare atti che contengano disposizioni che interessino lui stesso, la moglie o alcuno dei suoi parenti od affini suoi parenti od affini in linea retta, in qualunque grado, ed in linea collaterale fino al terzo grado, o persone delle quali egli sia procuratore.

Nell’elaborazione di questa Corte si è affermato come tale disposizione sia posta a presidio della terzietà del notaio, garantendo la tutela anticipata dell’imparzialità e della trasparenza della sua attività, sicché la valutazione dell’esistenza di un interesse personale del rogante, o degli altri soggetti che sono indicati nella norma, va effettuaLa “ex ante”, in termini di mera potenzialità o pericolosità, senza che rilevi se le parti abbiano in concreto ricevuto o meno un danno dall’atto rogato (Sez. 2, sentenza n. 25547 del 18/12/2015 Rv. 638190; Sez. 2, Sentenza n. 26848 del 29/11/2013 Rv. 629214; Sez. 3, Sentenza n. 7028 del 23/05/2001 Rv. 546920; Sez. 3, Sentenza n. 11497 del 01/09/2000 Rv. 539935). E’ stato altresì osservato (v. Sez. 2, sentenza n. 25547/2015 cit.) che la difficoltà di interpretazione dell’art. 28, n. 3, della Legge notarile è evidentemente collegata proprio alla portata della nozione di “interesse” che leghi il notaio alle disposizioni contenute nell’atto da stipularsi a suo ministero. L’obbligo di imparzialità del notaio, tale da imporgli di mantenere una posizione di equidistanza rispetto ai diversi interessi delle parti e di ricercarne una regolamentazione equilibrata e non equivoca, viene esplicitato anche nei Principi di deontologia professionale emanati dal Consiglio Nazionale del Notariato, ma non si esaurisce, evidentemente, in mero criterio di esercizio della professione notarile, essendo posto dalla legge, piuttosto, quale limite esterno della medesima funzione. Le elaborazioni dottrinali hanno per lo più prescelto un’ampia accezione del concetto di «interesse», al punto da comprendervi l’interesse materiale, l’interesse soltanto morale, l’interesse diretto negoziato nell’atto come quello indiretto, l’interesse anche potenziale all’atto, il collegamento con situazioni esterne allo stesso, l’inerenza al notaio delle disposizioni da stipulare pure non in termini di necessario vantaggio per il professionista.

Deve, in ogni caso, trattarsi di interesse sussistente, e perciò da verificare, al momento dell’atto, traducendosi in motivo di irricevibilità dello stesso; e deve altresì essere interesse risultante dall’atto. Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha accertato che il notaioUmberto Zio, dopo avere rilasciato una prima fideiussione in favore della società Mascella, ha rogato in data 30.10.2008 una compravendita ed un mutuo in cui era parte la società da lui garantita ed ha poi stipulato altri tre atti (il 2.12.2008 e il 14.1.2010) con la medesima società dopo avere concesso una ulteriore fideiussione sempre in favore della stessa.

E sulla base di tale ricostruzione, condividendo il giudizio della COREDI, ha ravvisato la violazione dell’art. 28 n. 3 della legge notarile, ritenendo sussistente l’interesse personale del notaio alle sostanziali modificazioni (non inmporta se favorevoli o sfavorevoli) che il patrimonio della società riceveva per effetto dei tre finanziamenti e dei due acquisti immobiliari, a nulla rilevando la preventiva valutazione fatta dal notaio circa la possibilità di stipulare quegli atti.

Anzi, secondo la Corte d’Appello proprio la valutazione preventiva delle possibili conseguenze degli atti da rogare dimostrava indirettamente la sussistenza di quell’interesse che la norma violata intende evitare (v. pagg. 7 e 8 provvedimento impugnato). L’affermazione appare in linea con la citata giurisprudenza di questa Corte sulla portata del divieto di cui all’art. 28 n. 3 della legge notarile e sulla natura dell’interesse tutelato e pertanto può affermarsi che costituisce illecito disciplinare per violazione del divieto previsto dall’art. 28, n. 3, della legge 16 febbraio 1913, n. 89, il comportamento del notaio consistente nella stipula di atti di compravendita, di mutuo e di apertura di credito in cui sia parte una società a favore della quale lo stesso notaio abbia prestato precedentemente fideiussione.

2 Con un secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 147 lett. b legge notarile e 30 dei Principi di Deontologia Professionale dei Notai approvati dal Consiglio Nazionale di Notariato (con delibera n. 2/56 del 5 aprile 2008), addebitandosi alla Corte d’Appello di avere errato nel ritenere la irricevibilità di quegli atti, dovendosi ritenere sussistente, al più, una ipotesi di astensione.

Secondo il ricorrente sussisteva un mero sospetto di interesse, come tale inidoneo a ledere il prestigio della classe notarile.

Questo motivo è anch’esso privo di fondamento. L’articolo 147 lett. b punisce il notaio che “viola in modo non occasionale le norme deontologiche elaborate dal Consiglio nazionale del notariato- e l’art. 30 dei Principi di deontologia professionale dei notai disciplina l’astensione disponendo che “oltre a guanto previsto dalla legge per i casi di irricevibilità degli atti, 11 notaio deve astenersi dal prestare 11 proprio ministero quando dell’atto siano parte società di capitali o enti del quali egli sia amministratore, anche senza rappresentanza, o rivesta la qualità di componente di Collegio Sindacale o di organi di sorveglianza e controllo, ovvero sia unico socio o titolare del pacchetto di maggioranza della società“.

Ora, a parte il rilievo che nel caso di specie il notaio Umberto Zio non rivestiva alcuna carica all’interno della società Mascella né tantomeno risulta che fosse socio, va osservato che la formulazione della norma deontologica non pone affatto un rapporto di alternatività tra l’astensione e l’irricevibilità, ma anzi fa salva la disciplina dell’irricevibilità, come emerge chiaramente dal dato testuale.

La censura, pertanto, non coglie nel segno.

3 Violazione dell’art. 147 lett. a) della legge notarile: questo il terzo motivo, con cui il ricorrente, riferendosi al rilascio delle due fideiussioni bancarie, invoca lo spirito amicale che lo aveva indotto al rilascio delle garanzie e non già l’intento commerciale. Il motivo è anch’esso infondato. La norma punisce il notaio che “compromette, in qualunque modo, con la propria condotta, nella vita pubblica o privata, la sua dignità e reputazione o 11 decoro e prestigio della classe notarile”.

Essa configura come illecito condotte che, seppur non tipizzate, siano comunque idonee a ledere la dignità e la reputazione del notaio, nonché il decoro ed il prestigio della classe notarile, la cui individuazione in concreto è rimessa agli organi di disciplina (Sez. 2, Sentenza n. 17266 del 28/08/2015 Rv. 636221).

Si tratta di fattispecie disciplinare a condotta libera, all’interno della quale è punibile ogni comportamento, posto in essere sia nella vita pubblica che nella vita privata, idoneo a compromettere l’interesse tutelato, il che si verifica ogni qual volta si ponga in essere una violazione dei principi di deontologia enucleabili dal comune sentire in un determinato momento storico (Sez. 2, Sentenza n. 1437 del 23/01/2014 (Rv. 629437, in motivazione; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 21203 del 13/10/2011 Rv. 620006)).

La Corte d’Appello a pagg. 9 e 10, in merito al rilascio delle due fideiussioni, ha condiviso il giudizio della COREDI sulla avvenuta compromissione della dignità, reputazione decoro e prestigio della classe notarile, sottolineando la “commistione tra l’esercizio della funzione notarile e lo svolgimento di attività negoziali che, seppur di per sé non illecite, lo divengono allorché vengano compiute dal notaio, al quale, non solo è precluso in via di principio e per statuto professionale lo svolgimento di attività di impresa o commerciale, ma altresì vietato in particolare di creare legami di natura negoziale – commerciale con gli stessi soggetti al quali egli è poi chiamato a rendere prestazioni notarili”.

Un tale percorso argomentativo appare ancora una volta aderente ai principi delineati da questa Corte sulla portata dell’illecito di cui all’art. 147 lett. a) e pertanto si sottrae alla censura, tipicamente in fatto e, come tale, finalizzata ad una alternativa ricostruzione dei fatti, non consentita nel giudizio di legittimità.

Può quindi affermarsi l’altro principio secondo cui commette illecito disciplinare di cui all’art. 147, lett. a), della legge n. 89 del 1913 il notaio che presta fideiussioni bancarie di rilevante importo a favore di società, esponendosi così a pretese creditorie analoghe a quelle rivolte ad un imprenditore e creando in tal modo legami di natura negoziale – commerciale con gli stessi soggetti ai quali è poi chiamato a rendere prestazioni notarili. 4 Resta da esaminare il quarto ed ultimo motivo con cui si deduce la violazione dell’ art. 147 lett. a) della legge notarile rilevandosi la contraddittorietà tra il diniego delle attenuanti in relazione alla violazione di cui all’art. 28 (indebita ricezione di atti) e la concessione invece disposta in relazione all’altra violazione (quella di cui all’art. 147 1.n. (prestazione delle due fideiussioni).

Sottolineando la propria incensuratezza, il ricorrente invoca il principio di proporzionalità della sanzione. Il motivo è privo di fondamento al pari degli altri. E’ bene chiarire subito che nel procedimento disciplinare a carico dei notai, la mancata concessione delle attenuanti generiche è rimessa alla discrezionale valutazione del giudice, che può concederle o negarle, dando conto della scelta con adeguata motivazione, ai fini della quale non è necessario prendere in considerazione tutti gli elementi prospettati dall’incolpato, essendo sufficiente la giustificazione dell’uso del potere discrezionale con l’indicazione delle ragioni ostative alla concessione e delle circostanze ritenute di preponderante rilievo (Sez. 6 – 3, Sentenza n. 11790 del 27/05/2011 Rv. 618160; Sez. 3, Sentenza n. 2138 del 25/02/2000 Rv. 534402).

Nella fattispecie all’esame della Corte, il diniego delle attenuanti in relazione alla violazione dell’art. 28 n. 3 (indebita ricezione di atti) e stato giustificato dai giudici di merito in considerazione sia della mancanza degli estremi in relazione all’art. 144 sia della gravita della condotta, precisandosi che, come già evidenziato dalla COREDI, in relazione all’altro illecito contestato (riguardante la prestazione delle due fideiussioni in violazione dell’art. 147 lett. a), le attenuanti erano state invece riconosciute “in ragione del permanere di una incertezza sulla genesi della vicenda che aveva portato il notaio a prestare le garanzie personali”.

Una tale argomentazione, lungi dall’apparire contraddittoria, appare del tutto adeguata nel dare conto del diniego delle attenuanti per una delle due condotte, quella ritenuta più grave e su cui la Corte di merito pure si era diffusamente soffermata. Lo standard motivazionale richiesto è stato dunque rispettato e la censura perde ogni consistenza. In conclusione, il ricorso va respinto e il ricorrente, per il principio della soccombenza, va condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Considerato inoltre che il ricorso per cassazione e stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, sussistono le condizioni per dare atto — ai sensi dell’art. l, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato-Legge di stabilita 2013), che ha aggiunto il comma l -quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n 115 — della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi C. 5.200,00 di cui C. 200,00 per esborsi.

Ai sensi dell’art. 13, comma l – quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art.1,comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma il 14.9.2016.




Processo Ilva. L’ Unione delle Camere Penali a tutela del pieno esercizio della funzione difensiva

L’ UCPI –Unione delle Camere Penali  è intervenuta oggi con un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito “esprime la propria solidarietà nei confronti dei Colleghi del Collegio difensivo che, nel corso del processo per disastro ambientale in svolgimento davanti alla Corte di Assise di Taranto, hanno subito un durissimo ed inammissibile attacco, prima dalla sezione cittadina di ANM, e poi addirittura dalla sezione distrettuale pugliese“.
schermata-2016-10-20-alle-18-31-09

La grave responsabilità di quei difensori, agli occhi di ANM, continua il duro comunicato dell’  Unione delle Camere Penali “risiederebbe nell’avere sollevato eccezione di incompetenza funzionale dei giudici tarantini ex art. 11 c.p.p., documentando che decine di magistrati, i quali esercitano le loro funzioni nel distretto, vivono e sono proprietari di immobili nei medesimi quartieri, a volte nelle medesime strade, ove vivono decine di altri cittadini appena ammessi come parti civili per danno da esposizione ambientale e per la svalutazione ed il danneggiamento da polveri dei propri immobili“.

CdG processo ILVAAl fine della più efficace dimostrazione di tale eccezione – ricorda l’ UCPI –Unione delle Camere Penali – gli avvocati del Collegio hanno trasferito i dati anagrafici e catastali dei magistrati sulle mappe dei relativi quartieri, ingrandite su una serie di pannelli esibiti in discussione, insieme ai dati relativi alle parti civili ammesse per danno da esposizione. Quegli stessi avvocati hanno per di più avuto l’accortezza di indicare gli indirizzi abitativi dei magistrati in questione in forma anonima, cioè rinviando poi il collegamento personale alla certificazione anagrafica depositata alla Corte. Nel corso della esposizione, uno dei difensori ha ritenuto di formulare nominativamente solo quattro esempi eclatanti, in quanto relativi a tre PP. MM. (pubblici ministeri n.d.r. ) componenti il pool di accusa nel processo, e addirittura ad un giudice togato supplente di quella Corte di Assise.”

Secondo ANM continua la nota dell’ UCPI  – i difensori avrebbero in questo modo illecitamente trattato dati sensibili e comunque personali asseritamente riservati, esponendo con  ciò solo quei magistrati e le rispettive famiglie a possibili attentati criminali, in ragioni di delicate indagini delle quali essi sarebbero titolari, invocando pronunciamenti censori da parte di organismi istituzionali o associativi forensi, a cominciare dalle camere penali

CdG toghe avvocatiL’Unione delle Camere Penali Italiane interviene per denunciare la assoluta inopportunità di quei due pronunciamenti di Anm, formulati per di più in pendenza della riserva della Corte di Assise in ordine alla decisione sulla delicata eccezione che, come è noto, investe proprio i temi fondamentali della terzietà del giudice, della sua indispensabile indifferenza rispetto agli interessi in gioco nel processo, e rispetto soprattutto – come la Cassazione e la Corte Costituzionale hanno ripetutamente ribadito – alla garanzia che il giudice non solo sia imparziale, ma soprattutto appaia senza ombra di dubbio come tale.  Rileva, inoltre – continua la nota – nel merito come i dati relativi alla residenza anagrafica dei magistrati, non sono affatto dati sensibili, ma dati personali pubblici il cui trattamento è perfettamente lecito tanto più se finalizzato, come inequivocabilmente in questo caso, al pieno ed insindacabile esercizio del diritto di difesa, e come si tratti in particolare di informazioni agevolmente ricavabili dal sito del Ministero della Giustizia e poi da registri pubblici come quelli dell’anagrafe e del catasto

Affermare, dunque – conclude l’ UCPI –Unione delle Camere Penali  – che l’esercizio di tale diritto, nelle corrette forme adottate dal Collegio difensivo, equivalga ad una esposizione dei magistrati tarantini ad attentati criminali finisce di fatto con il costituire una grave ed inammissibile interferenza dell’associazione nazionale magistrati sullo svolgimento di quel delicatissimo processo, di fronte al quale riteniamo necessario ribadire il sostegno più convinto a quegli avvocati difensori a tutela della libertà e dell’indipendenza della intangibile funzione difensiva che essi hanno correttamente esercitato”

Una posizione dura, netta e chiara quella dell’ Unione delle Camere Penali, che di fatto conferma quanto sostenuto sin dal primo momento unicamente dal nostro giornale,a tutela del diritto alla difesa, ma sopratutto per ricordare che, con tutto il dovuto rispetto per il ruolo ricoperto, alcuni magistrati dovrebbero cercare meno la spettacolarizzazione del proprio ruolo sindacale ed istituzionale, e ricercare la verità nel rispetto delle norme del Codice e della toga che indossano. Sopratutto a Taranto.




TAR del LAZIO. Difetto di Giurisdizione sul quesito referendario.

La sezione 2bis del TAR, il  Tribunale Amministrativo del Lazio ha dichiarato la propria incompetenza a decidere sul ricorso proposto da Sinistra Indipendente e dal Movimento 5 Stelle in relazione ad una asserita “ingannevole e faziosa formulazione del quesito referendario”.

schermata-2016-10-20-alle-17-57-38Contro questa tesi si era già espresso l’Ufficio della Presidenza della Repubblica , negando la riferibilità a sé di quella formulazione, e sostenendo che  “In relazione a quanto affermato in una nota di ricorrenti al Tar Lazio, in cui impropriamente si attribuisce alla Presidenza della Repubblica la formulazione del quesito referendario – era trapelato dagli ambienti del Quirinale – si precisa che il quesito che comparirà sulla scheda è stato valutato e ammesso, con proprio provvedimento, dalla Corte di Cassazione, in base  a quanto previsto dall’articolo 12 della legge 352 del 1970, e riproduce il titolo della legge quale approvato dal Parlamento

Nello stesso senso si pone il pronunciamento del TAR che, appunto, ha dichiarato il ricorso inammissibile per “difetto di giurisdizione”. Il senso della formula adottata, può essere espresso, per i non addetti ai lavori, in una dichiarazione di incompetenza, quindi di non titolarità dei Giudici amministrativi a decidere in questa materia, ovvero “difetto di giurisdizione”.

Il Tar ha reso noto un comunicato chiarificatore ove, tra l’altro si afferma che “Sia le ordinanze dell’ Ufficio Centrale per il Referendum  che hanno predisposto il quesito referendario, sia il decreto presidenziale nella parte in cui recepisce il quesito, sono espressione di un ruolo di garanzia, nella prospettiva della tutela generale dell’ ordinamento, e si caratterizzano per la loro assoluta neutralità, che li sottrae al sindacato giurisdizionale“.

Variegate le reazioni del mondo politico tra cui si evidenziano, per inopportunità ed inconferenza, quelle del Sen. Vito Crimi del M5S che, pur di fronte ad un pronuncia chiara ed esplicitata, ha sostenuto che questa decisione è “la dimostrazione di come i cittadini siano inermi di fronte ai poteri forti e come il Governo sia stato truffaldino ed arrogante”. Ben più coerenti le reazioni degli altri fautori del NO, ed in particolare quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta che, correttamente sostiene che il “Tar non ha dato nessun giudizio sul quesito

Innanzi al Tar del Lazio pendono ancora due analoghi ricorsi da parte dell’onnipresente Codacons ed, a titolo personale, del noto costituzionalista Valerio Onida.




Parla male al figlio dell’ex marito: il Tribunale la condanna a 30 mila euro di multa

CdG tribunale civile romaSpesso sono i figli minori le vere vittime dei divorzi e delle separazioni: contesi, utilizzati come oggetto di scambio, costretti a sorbirsi  le frecciate e gli insulti che un genitore rivolge all’altro.  Quindi sono loro i primi che vanno tutelati e difesi. La conferma è arrivata dal Tribunale civile di Roma con la sentenza di ieri che ha condannato una mamma che parlava male dell’ex-marito a pagare 30 mila euro di multa . Per il giudice non ci sono scuse che attenuino le responsabilità di un genitore: il coniuge separato è prima di ogni cosa genitore davanti ai propri figli,  e quindi deve tutelare la serenità e il diritto alla gestione e tutela da parte di entrambi i genitori del proprio figlio. Il diritto-dovere anche in caso di separazione o divorzio di tutelare il rapporto con i figli e di intervenire nella loro educazione, .

Il Tribunale civile di Roma nella vicenda in questione ha accertato che il genitore in questione – la madre che aveva l’affidamento del minore – non ha cercato di riavvicinare il figlio al padre “risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore, ma al contrario ha continuato a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito“.

schermata-2016-10-20-alle-00-46-45Una condotta condannabile nella pratica e non soltanto nella teoria. Il compito della madre, si legge nella sentenza, sarebbe proprio quello di lavorare per “consentire il giusto recupero del ruolo paterno da parte del figlio“, soprattutto nella sua posizione di “genitore collocatario“, cioè quello con il quale il figlio vive quotidianamente.

Il verdetto del giudice civile è accompagnato da un monito: il protrarsi della condotta sanzionata “potrà portare alla riconsiderazione delle condizioni di affido“. Spiegato con parole semplici, è condizione “sine qua non” per mantenere l’affidamento in caso di divorzio o separazione, avere un comportamento non solo rispettoso, ma volto al rafforzamento dei rapporti tra genitori e figlio .

Non è la prima volta  – dichiara l’avvocato Chiara Ingenito, esperta di diritto di famiglia –   che un Tribunale si esprime in questo senso ; la forza di questa sentenza, la 18799/2016, che definisco storica, è quella di aver punito un comportamento del genere con una sanzione davvero consistente e aver rimarcato l’importanza del diritto alla bigenitorialità: diritto dei figli, dovere dei genitori, tutelato anche dall’Unione Europea“. Un precedente, questo, che certamente creerà giurisprudenza in materia.




Indennizzo vittime reati: dopo la sentenza della Corte UE, lo Stato italiano si mette in regola

CdG corte europeaPer non aver rispettato una direttiva comunitaria anche se in extremis è stata formulata una legge “ad hoc” , è arrivata inflessibile la condanna di sentenza della Corte di Giustizia europea nei confronti dello Stato italiano colpevole di non essersi adeguato alla normativa Ue per gli indennizzi alle vittime di reati violenti dolosi. Ad esempio nel caso in cui, una donna abbia subito uno stupro ma il colpevole non sia stato trovato o non abbia possibilità economica di risarcirla, sarà lo Stato a dover provvedere a rifonderla in misura “equa e adeguata“. Stessa cosa per esempio nei casi di omicidio, o di rapine con lesioni.

La sentenza di ieri della Corte di Giustizia europea, con la quale si conferma il principio secondo il quale tutti i crimini violenti intenzionali devono dare accesso a un indennizzo dopo il processo penale, condanna per inadempienza l’Italia a causa della situazione normativa vigente al momento della procedura di infrazione della Commissione Europea (2011) e del conseguente deferimento davanti alla Corte di Lussemburgo (2014).

A differenza degli altri Stati membri della Comunità Europea , la norma  italiana del 7 luglio 2016 stabiliva che potevano essere risarcite soltanto le vittime beneficiarie di un reddito non superiore agli 11 mila euro l’anno, e che il risarcimento potesse arrivare dallo Stato soltanto al termine del processo con una sentenza di condanna con l’obbligo di tentare costose procedure per ottenere il pagamento dal condannato. Inoltre la vittima – sempre secondo la legge italiana –  non doveva aver percepito alcuna somma di denaro da parte di enti pubblici o privati o anche persone.

Con la sentenza di ieri è stato stabilito il principio che anche l’Italia deve adeguarsi alle regole degli altri stati comunitari “garantendo al cittadino dell’unione europea il diritto a ottenere un indennizzo equo e adeguato per le lesioni subite sul nostro territorio”.

CdG Ministero GiustiziaProprio per essere in linea con la direttiva europea (2004/80/CE)  e fatti salvi alcuni necessari aggiustamenti che ancora devono essere fatti ,  il Ministero di Giustizia del governo italiano ha reso noto con una nota, che l’Italia ha proceduto alle necessarie modifiche normative: intervento realizzato con la cosiddetta legge europea 2015-2016 (L. 7 luglio 2016, n. 122, articoli 11-16), che contiene appunto la disciplina per l’indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti.

Si tratta ora di procedere con tempestività alla valutazione delle domande di indennizzo che verranno proposte, anche per fatti criminosi commessi prima dell’entrata in vigore della legge, in modo da recuperare il forte ritardo nel recepimento della direttiva europea e ridurre il sacrificio ai diritti individuali che in tutti questi anni si è consumato.

nella foto l'avvocato Marco Bona

nella foto l’avvocato Marco Bona

La decisione adottata della Corte di Giustizia europea è importante anche per tutta una serie di procedimenti che attendevano in tutta Italia una pronuncia per poter procedere con le richieste di condanna dell’Italia. E’ il caso ad esempio della causa pilota partita da Torino, dove una ragazza vittima di uno stupro nel 2005 ad opera di due romeni,  aveva ottenuto una sentenza civile di condanna del Governo per inadempimento alla direttiva, sia nella causa primo grado che in appello . “Con questa sentenza la causa di questa ragazza potrà finalmente arrivare alla sua conclusione nel processo che pende in Cassazione”, dichiara l’avvocato Marco Bona esperto in tutela dei danneggiati, e che per primo in Italia ha ipotizzato una responsabilità da parte dallo Stato per la mancata attuazione della direttiva europea.




Per la Cassazione registrare una conversazione tra presenti di nascosto col cellulare non è reato

E’ assolutamente legale e legittimo registrare di nascosto una conversazione alla quale si partecipa e usarla in un processo senza incorrere in alcun illecito.

CdG giudice_cassazioneL’orientamento costante della Corte di Cassazione afferma infatti che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da parte di uno degli interlocutori, “non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’art. 267 c.p.p., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione che non è sottoposta alle limitazioni ed alle formalità proprie delle intercettazioni” (cfr., da ultimo, Cass. n. 24288/2016).

In merito, le Sezioni Unite della Suprema corte ( Sentenza n. 36747/2003, Cass. SS.UU. ).hanno evidenziato che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipino attivamente o che comunque siano ammesse ad assistervi, difettala compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso solo da chi palesemente vi partecipa o assiste e la terzietà del captante“. Per cui, “l’acquisizione al processo della registrazione dei colloqui può legittimamente avvenire attraverso il meccanismo di cui all’art. 234, comma 1, c.p.p. che qualifica documento tutto ciò che rappresenta fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo; il nastro che contiene la registrazione non è altro che la documentazione fonografica del colloquio, la quale può integrare quella prova che diversamente potrebbe non essere raggiunta e può rappresentare una forma di autotutela e garanzia per la propria difesa, con l’effetto che una simile pratica finisce col ricevere una legittimazione costituzionale” .

Di recente, la Cassazione con la sentenza n. 24288/2016 è tornata sull’argomento richiamandosi ai principi costantemente affermati e rigettando il ricorso di una donna, condannata per concorso in estorsione, che aveva sostenuto l’inutilizzabilità della registrazione fonografica riguardante un colloquio svoltosi tra presenti ad opera della parte offesa su sollecitazione dei Carabinieri che, in quel contesto avevano proceduto all’arresto della donna Nel caso di specie, essendo la registrazione avvenuta su esclusiva iniziativa di parte (a differenza di quanto sostenuto dalla donna che ventilava la verosimiglianza di un accordo con le forze dell’ordine), per i magistrati della Cassazione deve considerarsi lecita e non necessita di autorizzazione del Gip (ex art. 267 c.p.p.) potendo quindi essere legittimamente introdotta come prova nel processo. Diverso sarebbe stato il caso in cui il privato avesse effettuato la registrazione su indicazione della polizia giudiziaria, avvalendosi di strumenti dalla stessa predisposti.




Gratuito patrocinio: il guardasigilli Orlando, firma decreto compensazione crediti-debiti per gli avvocati

Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato il decreto – adottato di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze – Padoan che disciplina le modalità di compensazione dei crediti vantati dagli avvocati per l’attività svolta a seguito di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con quanto da essi dovuto per ogni imposta o tassa ovvero a titolo di contributo previdenziale per i loro dipendenti.

CdG ministero giustizia

La disciplina in questione – dice una nota del Ministero di Giustizia – affronta il problema del ritardo nella corresponsione, da parte dello Stato, dei pagamenti relativi agli onorari degli avvocati difensori ammessi al patrocinio a spese dello Stato, riconoscendo in tal modo due principi fondamentali: da un lato quello alla difesa da parte dello Stato anche dei meno abbienti, fornendogli (art. 24 Costituzione) “i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”, dall’altro, il diritto del difensore a vedere compensata la propria attività professionale.

Gli avvocati, quindi, che vantino crediti per spese, diritti e onorari, maturati e non ancora saldati, e per i quali non sia stata proposta opposizione, potranno – attraverso la piattaforma elettronica di certificazione predisposta dal Ministero dell’economia e delle finanze – esercitare il diritto utilizzare il credito in compensazione. Tale facoltà potrà essere esercitata dal 17 ottobre al 30 novembre, per l’anno 2016, e dal 1 marzo al 30 aprile per gli anni successivi. L’autorità preposta alla liquidazione dei crediti è quella giudiziaria e la spesa autorizzata per l’anno in corso è di 10 milioni di euro.

Si tratta di una promessa mantenuta” ha affermato il Ministro Orlando “che mira ad un sostegno dell’avvocatura più impegnata nel patrocinio a spese dello Stato, il più delle volte composta da giovani professionisti che con questa misura potranno compensare il loro crediti. È un segnale di attenzione verso una categoria di professionisti che sta attraversando una grande trasformazione. Questa misura, come le altre di sgravio fiscale per le risoluzioni alternative alla lite, sono inserite nel più ampio progetto che vuole contribuire ad aiutare la professione forense in questa fase di grandi cambiamenti delle giurisdizione e dopo la crisi che ha colpito duramente anche i professionisti”.

(fonte: ufficio stampa Ministero di Giustizia)




La Corte di giustizia europea boccia e smentisce l’Italia: le concessioni sulle spiagge vanno messe all’asta

Schermata 2016-07-14 alle 15.23.41Il Governo italiano mentre è  impegnato a trattare con l’Unione europea il salvataggio della banche e la tutela dei risparmiatori che rischiano di vedere bruciati miliardi dei loro risparmi, ha ricevuto uno schiaffo sonoro dalla Corte europea di giustizia, che potrebbe bruciare migliaia di posti di lavoro e milioni di euro investiti.  Il tribunale di Lussemburgo nella sentenza pubblicata oggi con la quale spiega come la proroga automatica e generalizzata fino al 31 dicembre 2020 per lo sfruttamento turistico di beni demaniali marittimi prevista dalla legge italiana scrive nero su bianco che “le concessioni sulle spiagge italiane vanno messe a gara”  aggiungendo che la situazione attuale “impedisce di effettuare una selezione imparziale e trasparente dei candidati” il che vuol dire che da oggi le circa 30mila imprese attive sul territorio italiano rischiano di essere considerate “abusive”.

L’attenzione del settore italiano degli stabilimenti balneari è puntata da mesi sulla spinosa vicenda. La vigente normativa nazionale  prevede una proroga automatica e generalizzata della data di scadenza delle concessioni rilasciate, anche senza previa procedura di selezione, per lo sfruttamento turistico di beni demaniali marittimi e lacustri (spiagge in particolare). Nonostante tale norma di legge, ad alcuni operatori privati del settore turistico è stata tuttavia negata la proroga delle concessioni, che hanno determinato ui il ricorso contro tali provvedimenti di diniego. I giudici italiani per risolvere la questione  si sono rivolti alla Corte di Giustizia che  ha sottolineato oggi come sia competenza del giudice nazionale verificare se le concessioni italiane debbano essere oggetto di un numero limitato di autorizzazioni per via della scarsità delle risorse naturali.

In realtà la decisione proveniente dal Lussemburgo era in qualche modo attesa e prevista.  dopo il ‘no’ della Commissione europea sulla proroga delle concessioni  in quanto in contrasto con la direttiva che per le concessioni demaniali prevede un’asta pubblica per l’assegnazione. Secondo l’Ue, infatti, si tratta di “servizi su suolo pubblico” e in quanto tali devono essere aperti alla libera concorrenza come stabilito dalla direttiva Bolkestein, una norma del 2006 entrata in vigore in Italia nel gennaio del 2010.

Quindi, “il rilascio di autorizzazioni relative allo sfruttamento economico del demanio marittimo e lacustre – nel caso in cui la direttiva sia applicabile – deve essere soggetto a una procedura di selezione tra i potenziali candidati, che deve presentare tutte le garanzie di imparzialità e di trasparenza (in particolare un’adeguata pubblicità)”, mentre la proroga automatica delle autorizzazioni “non consente di organizzare una siffatta procedura di selezione”.

La direttiva mentre permette agli Stati di stabilire la procedura di selezione per motivi imperativi di interesse generale, come la necessità di tutelare il legittimo affidamento dei titolari delle autorizzazioni di modo che possano ammortizzare gli investimenti effettuati, chiarisce che  “considerazioni di tal genere non possono giustificare una proroga automatica, qualora al momento del rilascio iniziale delle autorizzazioni non sia stata organizzata alcuna procedura di selezione“. L’articolo 12 della direttiva europea vieta una misura nazionale che, in assenza di qualsiasi procedura di selezione tra i potenziali candidati, prevede la proroga automatica delle autorizzazioni di sfruttamento del demanio marittimo e lacustre per attività turistico-ricreative.

La Corte europea di giustizia ha chiarito che nel caso in cui la direttiva non fosse applicabile e qualora una concessione siffatta presenti un interesse transfrontaliero, “la proroga automatica della sua assegnazione a un’impresa con sede in uno stato membro costituisce una disparità di trattamento a danno delle imprese con sede negli altri stati membri e potenzialmente interessate a tali concessioni, disparità di trattamento che è, in linea di principio, contraria alla libertà di stabilimento“.

Non può essere invocato” il principio della certezza del diritto, che mira a consentire ai concessionari di ammortizzare i loro investimenti ” per giustificare una tale disparità di trattamento, dal momento che le concessioni sono state attribuite quando già era stato stabilito che tale tipo di contratto (che presenta un interesse transfrontaliero certo) doveva essere soggetto a un obbligo di trasparenza“.




Strisce blu: se il parchimetro non ha il bancomat il parcheggio è gratis!

CdG ausiliari trafficoDal 1 luglio scorso è scattato l’obbligo per i comuni di adeguare i parchimetri ai pagamenti elettronici salvo che non dimostrino, come prevede la novella apportata al dl 179/2012, dalla stessa legge di stabilità, di non aver potuto ottemperare all’obbligo per “oggettiva impossibilità tecnica“.  Il comma 901 della legge, al fine di incentivare i pagamenti elettronici, prevede infatti che “dal 1° luglio 2016, le disposizioni di cui al comma 4 dell’art. 15 del d.l. n. 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 221/2012, si applicano anche ai dispositivi di cui alla lettera f) del comma 1 dell’articolo 7 del codice della strada“, estendendo dunque ai dispositivi di controllo di durata della sosta, l’obbligo di “accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito e carte di credito“.

Le conseguenze sono di facile deduzione,  sia per gli automobilisti che in mancanza dei dispositivi attrezzati col bancomat potranno ritenersi autorizzati a parcheggiare gratis e senza il rischio di essere multati, sia per le “casse” dei comuni che non si sono ancora adeguati, salvo che non dimostrino, di non aver potuto ottemperare all’obbligo per “oggettiva impossibilità tecnica”