Caserta, un medico lega il suo cane alla macchina e lo trascina: denunciato !

ROMA – Un  medico di 51 anni residente a Minturno (Latina) non voleva far salire il proprio cane sulla macchina appena lavata, e così ha pensato (male) di legare il guinzaglio alla vettura trascinando l’animale sull’asfalto. L’uomo è stato fermato e denunciato dai Carabinieri a Villa Literno, nel Casertano, mentre procedeva a velocità sostenuta in Via Vittorio Emanuele, con il cane attaccato all’auto e trascinato.

Chiunque si trovasse in quel momento in via Vittorio Emanuele di Villa Literno ha potuto assistere alla scena terribile: l’auto procedeva a velocità sostenuta, trascinandosi dietro il povero animale, costretto a subire quella tortura ingiustificata, impotente. Come si legge sui media locali, la cagnolina ha provato a fatica a non perdere contatto dall’auto, rischiando la vita.

Ai Carabinieri della stazione locale l’uomo, ha cercato di giustificarsi sostenendo di non aver fatto salire il cane perché il figlio 18enne, che era in auto, ne aveva timore. Il medico 51enne  ha riferito anche che l’auto era stata da poco lavata e quindi il cane, salendo a bordo, l’avrebbe sporcata. Il cane, un meticcio di 10 anni, ha riportato ferite ad una zampa,  non letali e, dopo le cure veterinarie, è stato affidato a un canile, e si spera che ora troverà una nuova casa, in cui essere coccolato come meriterebbe e  dove verrà trattato sicuramente meglio . La vera “bestia” lasciatecelo dire non è lui.

Se l’accusa di maltrattamento di animali verrà confermata, come noi auspichiamo, il medico rischia una condanna da 3 a 18 mesi di detenzione o una multa da cinquemila a 30mila euro.




La Polizia salva a Napoli un labrador chiuso in auto sotto il sole a 40°

ROMA – Un labrador adulto  che era stato chiuso in auto, sotto al sole, a 40° dai suoi proprietari è stato tratto in salvo dalla Polizia della Questura di Napoli, che ha legittimamente dovuto sfondare il finestrino dell’autovettura per poter accedere all’abitacolo per salvare il cane che che è stato reidratato e affidato alle cure della ASL Napoli e per fortuna sta bene.

Gli uomini del Reparto Prevenzione Crimine Campania sono prontamente intervenuti e, di fronte all’evidente stato di malessere e sofferenza dell’animale, hanno infranto il finestrino dell’autovettura, al cui interno vi erano oltre 40 gradi, liberando il Labrador, facendolo bere e ricevendo in cambio affettuose attenzioni. I titolari dell’autovettura, due turisti stranieri, sono stati identificati e immediatamente denunciati per maltrattamento di animali, mentre il cane è stato affidato al presidio ospedaliero veterinario dell’ASL Napoli 1 Centro.




Sgominata la cosca dei Casalesi che faceva affari con i cartelloni pubblicitari . 11 arresti

NAPOLI – Nelle prime ore della giornata odierna, la D.I.A. di Napoli ha notificato un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali, emessa dal Tribunale di Napoli, Ufficio GIP, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia – il cui impianto è stato totalmente accolto dal giudice – che ha coordinato l’intera attività investigativa, nei confronti di undici persone ritenute gravemente indiziate, a vario titolo ed in concorso tra loro, dei delitti previsti dagli articoli 513 bis c.p., 512 bis c.p., 378 c.p. tutti aggravati ai sensi dell’art. 416 bis1 c.p. (concorrenza illecita, trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale, fatti aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso e per aver favorito la fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi ).

Con la presente attività si è intervenuti su una importante articolazione imprenditoriale, strutturalmente legata al gruppo Russo-Schiavone, e facente capo ad una storica figura apicale, Mario Iavarazzo. Quest’ultimo, condannato in via definitiva per il delitto di associazione di tipo mafioso, è stato, fino al 2010, il detentore della cassa del clan dei Casalesi, con compiti di distribuzione degli stipendi agli associati e di controllo delle estorsioni e delle attività economiche svolte dal sodalizio.

Le indagini hanno ricostruito che lo Iavarazzo, dopo la sua scarcerazione nel maggio 2015, aveva ripreso ad operare nel settore pubblicitario, facendo ricorso anche alla forza di intimidazione del clan nei confronti dei concorrenti.

Si contesta inoltre che, al fine di eludere le investigazioni delle forze dell’ordine, lo Iavarazzo provvedeva ad intestare fittiziamente al fratello Francesco ed alla moglie di costui, le quote societarie della PUBLIONE s.r.l., società nata dalle ceneri della PUBBLIONE di Solipago Lucia (quest’ultima dipendente di Mario Iavarazzo e già condannata in altro procedimento) e che il medesimo indagato provvedeva, altresì, ad intestare fittiziamente al prestanome Nicola Sabatino le quote societarie della ADV COMUNICATION s.r.l. . Entrambe le società in questione hanno sede in Corso Umberto I a Casal di Principe .

Mario Iavarazzo, nelle quotidiane attività d’impresa, si avvaleva, oltre che del già citato fratello Francesco, anche di un secondo fratello, Michele, e di Gennaro Esposito suo fidato collaboratore.

Le indagini condotte dalla D.I.A  facevano inoltre emergere il ruolo dell’imprenditore Armando Aprile, attivo nel medesimo settore della cartellonistica pubblicitaria, il quale intratteneva con gli Iavarazzo un rapporto societario di fatto, mettendo a disposizione una delle sue società, la SPM s.r.l. con sede nella zona ASI di Carinaro, formalmente intestata all’altro prestanome Giuseppe Freanco.

La società SPM s.r.l. il cui valore è stimabile in circa due milioni di euro, nella circostanza è stata sottoposta a sequestro preventivo in esecuzione di un Decreto d’urgenza emesso dalla D.D.A. al fine di impedire l’aggravamento delle conseguenze dei reati contestati dal GIP.

Il supporto logistico alle attività illecite di  Mario Iavarazzo veniva garantito dalla “ITAL STAMPA” (con sede in Villa Literno), tipografia solo formalmente intestata a Luigi Drappello, ma di proprietà del suocero di quest’ultimo, Domenico Ferraro, il quale metteva a disposizione degli indagati un ufficio ubicato all’interno della citata tipografia ed i beni strumentali ad essa riferibili.

Tra i principali clienti delle imprese facenti riferimento a Mario Iavarazzo, emergeva la CIS MERIDIONALE s.r.l. (società titolare del noto centro commerciale JAMBO di Trentola Ducenta), sottoposta ad amministrazione giudiziaria per pregresse attività investigative svolte dalla D.D.A. di Napoli nei confronti del clan Zagaria, dalla quale lo Iavarazzo  otteneva la proroga dei contratti pubblicitari precedentemente stipulati dalla società PUBLIONE s.r.l., facendoli fraudolentemente intestare alla ADV COMUNICATION s.r.l., con la consapevole complicità di Giuseppe Lista e Lucia Grassia, due dipendenti della CIS MERIDIONALE,  anch’essi sottoposti a misure cautelari non custodiali dal GIP.

I DESTINATARI DELLE MISURE CAUTELARI

Armando Aprile, cl. 69’, residente a San Marcellino, arresti domiciliari;

Luigi Drappello, cl. 73’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Gennaro Esposito, cl. 88’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Napoli);

Domenico Ferraro, cl. 78’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Giuseppe Franco, cl. 84’, residente a Napoli, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e misura interdittiva del divieto di esercitare l’attività imprenditoriale;

Lucia Grassia, cl. 64’, residente a Trentola Ducenta, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria;

Francesco Iavarazzo, cl. 79’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Mario Iavarazzo, cl. 75’, residente a Villa Literno, custodia cautelare in carcere;

Michele Iavarazzo, cl. 82’, residente a Sant’Arpino, arresti domiciliari;

Giuseppe Lista, cl. 75’, residente a Casapulla, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Nicola Sabatino, cl. 92’, residente a San Marcellino, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e misura interdittiva del divieto di esercitare l’attività imprenditoriale;




Napoli: 11 arresti e sequestro beni per 10 milioni di euro a seguito indagini Carabinieri e Guardia di Finanza coordinati dalla DDA

ROMA – Questa mattina i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata ed i Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Salerno hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare emesse nell’ambito del medesimo procedimento dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di 11 soggetti (nei confronti di nove dei quali il Gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, gli altri due disponendone gli arresti domiciliari) ritenuti promotori o affiliati o agevolatori di una nuova associazione mafiosa armata, il  clan Batti, che impersava nei comuni di San Giuseppe Vesuviano, Terzigno e zone limitrofe.

Gli 11 arrestati risultano indagati a vario titolo, per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di arma da fuoco, estorsione e violenza privata, aggravate dal metodo mafioso e dallo scopo di favorire il clan Batti. La prima ordinanza di custodia cautelare trae origine da un’attività di indagine svolta tra la fine del 2013 e la fine del 2014 dal Nucleo Investigativo di Torre Annunziata e focalizzata sull’esistenza e operatività del nuovo clan, dedito, prevalentemente, al commercio di stupefacenti (cocaina, marijuana ed hashish) e strutturato intorno alla famiglia Batti, in particolare ai fratelli Alfredo, Luigi e Alan Cristian Batti, detti “i milanesi”, la cui storica estrazione criminale deriva dal padre Salvatore Batti, ucciso in un agguato di stampo mafioso nel dicembre 1990.

Le attività di indagine hanno preso spunto dai tentati omicidi di Luigi Avino (avvenuto a Terzigno il 28.04.2013) e di Mario Nunzio Fabbrocini (avvenuto a San Giuseppe Vesuviano il 27.09.2013), in un’area tradizionalmente controllata dal clan Fabbrocino, inducendo a ritenere che fosse in atto una fase di alterazione degli equilibri criminali su quel territorio. In merito, le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia avevano rivelato che già nel 2008 i Batti erano stati “autorizzati” dal clan Fabbrocino a spacciare stupefacenti a San Giuseppe Vesuviano, dietro versamento di una quota di proventi allo stesso clan. L’avvio delle indagini ha rivelato che la nuova compagine criminale si era nel frattempo affrancata dall’obbligo di versare una quota dei proventi delle attività di spaccio, acquisendo autonomi spazi di operatività.

Nel corso delle indagini è emerso come il clan si imponesse sul territorio attraverso azioni punitive e ritorsive nei confronti di terzi entrati in contrasto per il mancato pagamento delle forniture o per sconfinamenti territoriali. Il contrasto alle forze dell’ordine era attuato attraverso il monitoraggio del territorio (così da scongiurarne l’eventuale intervento), l’utilizzo di canali di comunicazione dedicati (i cosiddetti “telefoni della fatica”), la realizzazione di appositi locali ove nascondere armi e stupefacenti accessibili soltanto attraverso apposita strumentazione, la dotazione di un vasto parco di autovetture utilizzate in via esclusiva per gli affari illeciti ed il continuo cambio di utenze degli indagati, per lo più intestate a stranieri o a terzi estranei ai fatti o a nomi di fantasia. Ulteriori precauzioni erano adottate da Alfredo Batti,  capo del clan, noto per la sua particolare ferocia esercitata anche nei confronti dei suoi sodali, il quale non veniva quasi mai contattato telefonicamente dagli altri indagati, ma effettuava la maggior parte delle comunicazioni attraverso Mario Nunzio Fabbrocini, suo braccio destro, che riferiva il suo volere agli altri componenti del clan e viceversa.

Le attività di indagine hanno infatti consentito di individuare in Alfredo Batti il capo indiscusso dell’associazione, mentre i fratelli Luigi ed Alan Cristian, ai quali era stato assegnato il controllo delle attività di spaccio in Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano, svolgevano una funzione di raccordo con gli altri; invece Mario Nunzio Fabbrocini , Ferdinando CampanileSalvatore Ambrosio erano referenti, portavoce ed esecutori delle singole azioni criminose.

Nel corso delle indagini svolte dai Carabinieri, sono stati effettuati anche alcuni interventi a riscontro delle attività intercettive,  ad Ottaviano, è stato arrestato Felice Sabbatino, trovato in possesso di nr. 54 dosi di stupefacente, per un peso di 19,5 grammi cocaina; a Ottaviano, è stato tratto in arresto Michele Tufano , trovato in possesso di 120 dosi di stupefacenti, equivalenti a 60 grammi di cocaina. Successivamente veniva tratto in arresto Giuseppe Boccia in quanto trovato in possesso di 6 fucili, tutti illecitamente detenuti, e  venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro circa 450.000 euro in contanti, suddivisi in svariati pacchi di cellophane sottovuoto e sotterrati all’interno di una cantina, ritenuti essere una piccola parte del denaro ricavato da Alfredo Batti mediante i traffici illeciti di stupefacente.

Lo stesso Batti nel commentare telefonicamente il sequestro subito, commentava che si trattava di “un poco di perdenza” e che gli erano stati presi soltanto “gli spiccioli”, a dimostrazione delle ingenti somme di denaro di cui disponeva il clan. Contestualmente all’esecuzione delle citate misure cautelari i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata hanno provveduto – nelle provincie di Napoli, Roma ed a Montesarchio (BN) – all’esecuzione di specifico decreto di sequestro preventivo d’urgenza, emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli – DDA, relativo a beni mobili, immobili, società e rapporti finanziari per un valore complessivo pari ad €. 7.500.000,00 così suddivisi:

–       5 società (una ditta di facchinaggio, 3 rivendite di autoveicoli, 1 cartoleria) per un valore pari ad €. 6.000.000,00;

–       1 immobile per un valore pari ad €. 700.000,00;

–       4 quote di  terreni pari ad €. 300.000,00;

–       2  terreni/vigneti per un valore pari ad €. 200.000,00;

–       2 motocicli e 3 autovetture per un valore complessivo pari ad €. 150.000,00;

–       rapporti bancari e finanziari per un valore pari ad €. 150.000,00.

Nei confronti di alcuni soggetti destinatari del provvedimento di sequestro preventivo, fra i quali Omar Batti , Giuseppina Batti , Davide Carbone, Michele Tufano, e Giovanni Chirico, benché non colpiti da provvedimenti cautelari personali, è stata riconosciuta la gravità indiziaria per i reati contestati, poiché ritenuti componenti dell’organizzazione criminale.

L’analisi della capacità reddituale dei singoli indagati e dei propri nuclei familiari presentava una evidente sperequazione tra il valore dei beni acquistati ed i redditi dichiarati, frutto del reimpiego degli illeciti profitti scaturiti dalle molteplici attività delittuose messe in atto dagli indagati, contestualmente alla loro partecipazione al “clan Batti”, commesse avvalendosi del metodo camorristico.

I provvedimenti reali cristallizzano l’effettiva e perdurante esistenza nonché la penetrante operatività dell’associazione camorristica menzionata, ed in particolare evidenzia la specifica vocazione dell’organizzazione al traffico di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti. La seconda ordinanza di custodia cautelare deriva da un’ ulteriore attività investigativa svolta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Salerno sotto la conduzione della locale Direzione Distrettuale Antimafia – successivamente trasmessa per competenza all’ organo distrettuale di Napoli –  ha evidenziato la capacità del sodalizio criminale di approvvigionarsi di considerevoli quantità di droga.

In tale contesto è stato dimostrato come nelle operazioni di approvvigionamento illecite siano stati  coinvolti finanche operatori portuali di Salerno, incaricati dal gruppo camorristico nel gennaio 2015 di agevolare l’uscita da quel porto di un container frigo proveniente dall’Ecuador con un carico di banane, che però celava all’interno del vano motore un grosso carico di stupefacente. In quell’occasione due dipendenti di una società di spedizione non sono riusciti a recuperare la sostanza stupefacente a causa di inaspettate complicazioni burocratiche e il container, svuotato delle sole banane, è stato reimbarcato su una nave diretta a Rotterdam. Una volta giunta nel porto olandese, la nave veniva sottoposta a perquisizione grazie ad apposita segnalazione dei Finanzieri del GICO di Salerno, consentendo così di rinvenire e sottoporre a sequestro, 40 chili di cocaina nascosti nel vano motore, per un valore stimato di circa € 1.200.000,00.

La perdita dell’importante carico di droga generava una reazione adirata di Alfredo Batti, che pretendeva di essere risarcito da tutti i soggetti ritenuti responsabili del mancato recupero della sostanza stupefacente. Le successive pressioni e minacce – perpetrate sia attraverso pestaggi, sia con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco – costringevano uno degli indagati addirittura a dover vendere la propria casa per rimborsare al capo dell’organizzazione la propria quota di denaro perso. Un ulteriore sequestro di droga è stato effettuato nel mese di maggio 2015 in provincia di Padova, allorquando le Fiamme gialle padovane intercettavano 40 chili di marijuana occultati in un autoarticolato proveniente dalla Spagna, arrestando due soggetti in flagranza di reato.

Oltre al traffico di sostanze stupefacenti il clan Batti  ha effettuato anche numerosi tentativi di contrabbando di sigarette provenienti dal Nord Africa coinvolgendo ulteriori soggetti in tutto il territorio nazionale, per i quali si è proceduto separatamente.

L’attività investigativa, durata quasi due anni, è stata sviluppata non senza difficoltà, dovute anche ai continui accorgimenti e alle precauzioni adottate dagli indagati: incontri di persona in aree ad alta densità criminale, frequenti cambi di numeri telefonici (intestate a nominativi di fantasia) e di apparecchi cellulari, utilizzando un linguaggio estremamente criptico,  ostacoli questi che gli investigatori hanno dovuto superare per poter ricostruire le dinamiche delle trattative poste in essere dal sodalizio.

“Undici arresti in Campania: così le Forze dell’Ordine hanno colpito una nuova associazione armata e che faceva affari con la droga: grazie alle donne e agli uomini in divisa e agli inquirenti. Non abbassiamo la guardia e giovedì sarò a Napoli“. ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Nel medesimo contesto operativo, i Finanzieri del Comando Provinciale di Salerno hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro, fino ad un valore di circa € 2.500.000, finalizzato alla confisca di beni mobili e immobili riconducibili agli indagati, in capo ai quali è emersa una notevole sproporzione tra i redditi dichiarati e l’effettiva situazione patrimoniale, ricostruita con il supporto del Servizio Centrale Investigazione sulla Criminalità Organizzata (SCICO) della Guardia di Finanza.

Questi i nomi degli arrestati

1.   AMBROSIO Salvatore, nato a San Giuseppe Vesuviano (NA) il 08.07.1995;

2.   BATTI Alan Cristian, nato a Milano il 17.06.1987;

3.   BATTI Alfredo, nato a Milano il 14.01.1984;

4.   BATTI Luigi, nato a Milano il 10.08.1977;

5.   BUONO Gaetano, nato a Pompei (NA) il 18.05.1972;

6.   CAMPANILE Ferdinando, nato a San Giuseppe Vesuviano (NA) il 25.11.1985;

7.   CHIRICO Giovanni, nato a Pompei (NA) il 23.07.1966;

8.   FABBROCINI Mario Nunzio, nato a Castellammare di Stabia (NA) il 09.07.1986;

9.   GUASTAFIERRO Vincenzo, nato a Pompei (NA) il 21.10.1971;

10.    IZZO Gennaro, nato a Scafati (SA) il 20.10.1963;

11.    SORRENTINO Cristian, nato a Pompei (NA) il 19.08.1993.

 




Napoli, arrestato l'uomo che ha sparato alla piccola Noemi. La bimba è sveglia e cosciente

NAPOLI – Sono due le persone arrestate per l’agguato di venerdì scorso  in Piazza Nazionale a Napoli nel quale sono stati feriti la piccola innocente bambina Noemi ed un uomo, Salvatore Nurcaro, che era il vero obiettivo del killer, che è ancora ricoverato in terapia intensiva e non è stato possibile interrogarlo date le sue condizioni di salute in quanto raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco.

Armando Del Re, il pregiudicato napoletano che e’ stato arrestato dai Carabinieri con l’accusa di essere colui che ha sparato in Piazza Nazionale a Napoli

Insieme ad Armando Del Re, l’uomo originario dei Quartieri spagnoli di Napoli accusato di aver sparato, è stato bloccato un altro uomo, cioè suo fratello Antonio, che avrebbe fatto da complice e che è stato portato nella caserma dei Carabinieri ‘Pastrengo’ di Napoli.

A catturarli sono stati i Carabinieri ma nelle ricerche e nella caccia all’uomo, coordinata dalla Procura di Napoli, sono state impegnate tutte le forze di polizia, che hanno cooperato per identificare il responsabile dell’agguato che ha coinvolto un’innocente bambina.  Il tentato omicidio di Salvatore Nurcaro è maturato in pieno contesto camorristico, come ha  affermato il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, nel corso di un incontro in Procura. Ai due fratelli è stata contestata anche la premeditazione, perché la vittima dell’agguato è stata a lungo pedinata, per questo è scattata anche l’accusa di organizzazione mafiosa.

Armando Del Re è  ritenuto colui che ha sparato è stato rintracciato ed arrestato in provincia di Siena dopo essere stato rintracciato e fermato nell’autogrill nel comune di Rapolano Terme, lungo la Siena-Bettolle. Al momento del fermo l’uomo non era armato e si trova attualmente nella caserma dei carabinieri di Siena in attesa di trasferimento nel carcere di Santo Spirito a Siena,  a disposizione dell’autorità giudiziaria. Successivamente  Del Re verrà poi trasferito a Napoli

Il fratello Antonio Del Re è stato invece  fermato nell’hinterland napoletano, nei pressi di Nola,  accusato di aver dato supporto logistico a suo fratello  Armando. A entrambi i fermati che risultano avere precedenti per reati di droga, viene contestata la premeditazione del tentato omicidio. La vittima designata era stata a lungo seguita e pedinata. Fondamentali nelle indagini sono stati gli accertamenti tecno-scientifici effettuati grazie ai filmati della videosorveglianza.

Sulla base di quanto è stato possibile ricostruire è stato Antonio Del Re a pedinare Salvatore Nurcaro, accompagnando il fratello nel momento dell’agguato . Armando Del Re, che è stato il primo ad essere riconosciuto ed identificato, si sarebbe subito dopo spostato in provincia di Siena, probabilmente per un colloquio con un parente detenuto, mentre il fratello Antonio si è spostato a Marigliano.

l’arresto di Antonio Del Re, fratello del killer

I fratelli Armando ed Antonio Del Re sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio premeditato nel corso di una vasta operazione a cui hanno preso parte i Carabinieri e la Guardia di Finanza di Napoli e la Polizia di Stato.  Il provvedimento di fermo nei confronti dei fratelli Armando ed  Antonio Del Re  è stato emesso dai pm Antonella Fratello, Simona Rossi e Gloria Sanseverino, coordinati dal procuratore di Napoli, Giovanni Melillo ed il procuratore aggiunto della Dda, Giuseppe Borrelli che hanno ravvisato un imminente pericolo di fuga. E, infatti i fratelli Del Re erano lontani dalle loro abitazioni nel rione delle «Case Nuove» di Napoli. Le richieste di convalida dei fermi saranno formulate nelle prossime ore

Continuano ad arrivare centinaia di messaggi di solidarietà all’Ospedale Santobono, dove è ricoverata la piccola Noemi e dove, ieri sera, centinaia di persone hanno sfilato con fiaccole e candele per mostrare vicinanza alla famiglia. La bimba ferita gravemente da una pallottola vagante resta ricoverata in terapia intensiva, ma è migliorata la sua funzione respiratoria, tanto che i medici hanno potuto ridurre “l’apporto di ossigeno mediante ventilazione“.  Noemi questa mattina è stata stubata e respira da sola. La piccola ricoverata dopo 7 giorni di coma indotto è finalmente sveglia e cosciente ed “è stata portata ad uno stato di sedazione non profonda e attualmente evidenzia una valida respirazione spontanea, supportata da ossigeno ad alti flussi, senza necessità di ventilazione meccanica”. Queste le incoraggianti notizie dal bollettino medico dell’Ospedale Santobono sulle sue condizioni. Le sue prime parole sono state queste: “Datemi le mie bambole“. Nella giornata di ieri la bambina è stata sottoposta a broncoscopia sia a destra che a sinistra, in maniera tale da permettere i bronchi di liberarsi da muchi e coaguli. La prognosi permane riservata. Il prossimo bollettino sarà diramato tra 24 ore. “Il risveglio di Noemi è stato un momento di commozione per tutto l’ospedale – ha dichiarato la manager del Santobono Anna Maria Minicucciaspettavamo queso momento da una settimana. Grande soddisfazione e gioia per tutti noi“.

 

La manager dell’ Ospedale Santobono parla di  una “bella pagina per la sanità campana”, evidenziando “la massima serietà e competenza dei medici“, e nello stesso tempo invita alla calma “perché da questa giornata ci aspettiamo ancora qualche instabilità e vogliamo essere tranquilli“. “Nonostante il riserbo e la prudenza necessari – spiega la Minicucci  – ci faceva piacere dare questa bella notizia nello stesso giorno in cui è stato arrestato il presunto responsabile di questa vicenda, grazie al grande lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura“. Nei prossimi giorni probabilmente si svolgerà una conferenza stampa “nella quale spiegheremo tutto quello che abbiamo fatto e, se vorranno, potranno essere presenti anche i genitori di Noemi, ai quali in questi giorni abbiamo garantito tranquillità e accoglienza, rispettando il silenzio dignitoso di tutta la famiglia della piccola. Anche questo – ha concluso la Minicucciè per noi motivo di grande soddisfazione”.

All’incontro delle forze dell’ ordine con la stampa che si è tenuto questa mattina nella sede della Procura di Napoli hanno preso parte il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, colonnello Ubaldo Del Monaco,  il questore di Napoli, Antonio De Iesu e gli altri vertici delle forze di polizia.

“Complimenti a forze dell’ordine, inquirenti e magistratura per la cattura del delinquente che ha sparato alla piccola Noemi. Nessuna tregua contro camorristi e criminali, lo Stato e i napoletani vinceranno la sfida. Lo Stato risponde con i fatti e non con le parole“. Con queste parole il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha commentato gli arresti effettuati dai Carabinieri ed annunciato che giovedì sarà a Napoli per presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica.

“Sono sollevato dall’arresto dell’uomo che ha sparato, ferendo gravemente Noemi. – ha commentato il presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra –  Ed anche di chi gli ha dato protezioneUn sentimento ringraziamento per il lavoro svolto dalle forze dell’ordine e dalla procura di Napoli che hanno lavorato duramente. Ora emergeranno anche i motivi di questo gesto che rimane di una gravità inaudita perché dimostra un senso di impunità che deve essere combattuto senza tregua”. Un ringraziamento alle forze dell’ordine ed alla Procura arriva anche dal Presidente della Camera Roberto Fico che ha scritto su Facebook: “Il nostro pensiero va alla piccola, che da giorni combatte in un letto d’ospedale, e ai suoi cari. Siamo tutti con voi” .

 




Santa Maria Capua Vetere, ex caserma sarà nuova sede del Tribunale

ROMA –  Il Ministro della Giustizia con una sua nota ha reso noto oggi che  i lavori di ristrutturazione e adeguamento dei locali appartenenti all’ex caserma “Mario Fiore” di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta sono stati completati . La consegna dei nuovi spazi, interamente rifunzionalizzati, al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere è prevista per il prossimo 29 marzo . La ristrutturazione, eseguita dal Provveditorato alle Opere pubbliche di Napoli, è stata realizzata grazie ai fondi posti a disposizione dal Ministero di via Arenula.

Nell’edificio di via Mario Fiore verrà trasferito l’intero settore civile, che attualmente si trova in una struttura privata in via Santagata, con conseguente miglioramento delle condizioni di lavoro e del servizio a beneficio degli utenti. La disponibilità di questi nuovi spazi, appartenenti al Demanio dello Stato e, quindi, utilizzati a titolo gratuito, consentirà un notevole risparmio di spesa. Verrà, infatti, rilasciata la sede di proprietà privata finora utilizzata con un risparmio di 350mila euro annui del canone di locazione. Le maggiori risorse economiche ora a disposizione permetteranno ulteriori investimenti nello stesso territorio, come già avvenuto in passato.

Sempre nell’ambito dell’attività portata avanti dal Ministero della Giustizia per assicurare una definitiva e adeguata sistemazione degli uffici di Santa Maria Capua Vetere, recentemente è stato consegnato un altro immobile ristrutturato, dove sono attivi ora l’Ufficio GIP e quello della Presidenza del Tribunale.




Caso Consip, il Csm: censura a Woodcock, assolta Carrano

ROMA – La sezione disciplinare del Consiglio superiore della Magistratura  presieduta dal consigliere “laico” Avv. Fulvio Gigliotti (nominato in quota M5S), nel procedimento disciplinare per il caso Consip, ha sanzionato con la “censura” il pm napoletano John Henry Woodcock ed ha assolto la sua collega pm Celestina Carrano

Woodcock è stato sanzionato esclusivamente per uno dei capi di incolpazione, e cioè per avere mancato al dovere di riserbo e avere avuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti dell’allora capo facente funzione della procura di Napoli, Nunzio Fragliasdo, che lo aveva invitato al massimo riserbo sulla vicenda, con le dichiarazioni a lui attribuite pubblicate dalla giornalista barese Liana Milella apparse sul quotidiano “La Repubblica”.
Tutto questo anche se lo stesso procuratore Fragliasso ha dato più volte atto di “grande correttezza ed estrema professionalità” al magistrato . Woodcock che peraltro non ha commesso alcun illecito, né alcuna irregolarità, nella gestione di uno dei capitoli più “delicati” del filone napoletano di quell’indagine giudiziaria.
Dichiarazioni che lo stesso pm ha ammesso di aver fatto in un colloquio privato ad aprile 2017 con la giornalista amica Liana Milella la quale  gli aveva assicurato che non le avrebbe pubblicate. ed ha dimostrato in realtà di non essere poi tanto amica…

A Woodcock era anche contestata l’interferenza con i colleghi romani, ai quali poi era stata trasmessa per competenza parte dell’inchiesta , accusa dalla quale Woodcock è stato assolto. Il pm napoletano è stato assolto anche, insieme alla collega Carrano, per l’altro capo di incolpazione, cioè quella della violazione dei diritti di difesa nei confronti dell’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, non iscritto nel registro degli indagati e interrogato come teste il 21 dicembre del 2016, senza l’assistenza di un avvocato e con metodi ritenuti lesivi della sua dignità. Circostanze che non sono state provate in alcun modo e quindi sono state ritenute inattendibili.

“Leggeremo le motivazioni, ma sicuramente ricorreremo in Cassazione”. Lo ha dichiarato l’ex procuratore di Torino Marcello Maddalena, difensore del pm di Napoli Henry John Woodcock davanti alla Sezione disciplinare del Csm. Nessun commento invece da parte di Woodcock e Carrano, che hanno lasciato Palazzo dei marescialli senza fare alcuna dichiarazione ai giornalisti.

Il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Marco Fresa, che aveva chiesto la censura per tutti i capi d’incolpazione, riconoscendo al tempo stesso che il pm Woodcock continua a godere di “immutata stima” da parte dell’attuale procuratore capo di Napoli, Giovanni Melillo, si è dichiarato “non soddisfatto” della sentenza e valuterà anche lui se proporre ricorso in Cassazione, una volta lette le motivazioni.




Abusi edilizi di casa Di Maio. Il Comune : "Abbattere entro 90 giorni tre costruzioni su 4"

NAPOLI – E’ stata emessa l’ordinanza di abbattimento per tre dei quattro manufatti di cui è comproprietario Antonio Di Maio, padre del vicepremier Luigi leader del M5S, che sono stati ritenuti abusivi dal Comune di Mariglianella (Napoli). I proprietari, Antonio Di Maio e la figlia Rosalba, adesso hanno ora 90 giorni di tempo per ottemperare al provvedimento comunale.

la famiglia Di Maio, “esperti” in dichiarazioni di reddito pressochè imbarazzanti

L’ufficio tecnico, infatti, ha rigettato parte delle controdeduzioni presentate dal padre del ministro del Lavoro, ritenendo che solo uno dei manufatti sia stato realizzato prima del 1967, quando è entrata in vigore la legge sull’edilizia.

Secondo quanto si apprende Antonio Di Maio ha ammesso l’abuso edilizio nelle proprie  controdeduzioni,  trasformando quella che un tempo era una stalla, in un immobile reso abitabile. Il padre del vicepremier  Luigi Di Maio  nelle proprie controdeduzioni presentate al Comune Mariglianella, aveva invece sostenuto, che gli altri tre manufatti in pietra e lamiera potessero essere sanati sottolineando come fossero stati realizzati prima del 1967.

Circostanza questa che non è stato ritenuto corrispondente al vero dall’ufficio tecnico comunale, motivo per cui  ha quindi emesso l’ordinanza di abbattimento per due dei manufatti . “Trascorsi i 90 giorni – ha commentato il sindaco Felice Di Maiolosi provvederà a verificare che l’ordinanza è stata ottemperata, ed in caso contrario si procederà con l’iter burocratico“.




Maltempo: la neve blocca tutta la Puglia

ROMA – La neve che sta cadendo su gran parte della Puglia è arrivata sino alle località costiere del Salento dove ci sono state nevicate a Porto Cesareo, Castro e Otranto. La zona più colpita è la Grecia salentina. Ci sono 25 cm di neve a Calimera, mentre Lecce è completamente imbiancata. Una coltre bianca ha ricoperto le campagne tra Guagnano, Salice Salentino e Veglie, imbiancando le strade e i vigneti del Negroamaro. La nevicata ha interessato alcuni comuni a nord della provincia di Lecce, al confine con il territorio di Brindisi.

A Bari sono state salate le strade anche se la neve non si è posata, e già da ieri sono stati accesi  termosifoni nelle scuole a titolo preventivo in vista del rientro dalle vacanze dopodomani. Il sindaco del capoluogo pugliese, Antonio Decaro ha dichiarato che “In tutti gli asili nido, le scuole materne, elementari e medie, gli impianti di riscaldamento rimarranno accesi per tre ore sabato e per sei ore domenica” . Nella scorsa notte tre senza fissa dimora sono stati soccorsi per il freddo e accompagnati in strutture di accoglienza; un’ambulanza con un infartuato a bordo, bloccata dalla neve, è stata scortata da Altamura all’ Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti e una donna incinta è stata portata da Gravina in Puglia all’Ospedale Di Venere a Bari.  Nelle campagne rende noto la Coldiretti , il pericolo gelo ha riguardato gli animali e sono stati coperti con cappottini cavalli e vitellini.
L’ allerta gialla diramata dalla Protezione civile della Regione Puglia è stata estesa anche alle prossime 24 ore su tutto il territorio regionale: a causa delle temperature rigide sono previste gelate notturne e mattutine nelle zone interessate dalle nevicate per lo più nelle zone collinari e montuose. La Protezione civile ha rifornito alcune sedi regionali di dotazioni di sale e le associazioni di volontariato che insieme ai Comuni si stanno rifornendo per la salatura dei punti critici sottopassi ponti e in prossimità degli uffici pubblici.  La Protezione civile è anche in contatto con le società che gestiscono la rete dell’ energia  elettrica per riportare l’elettricità alle famiglie isolate nelle campagne. In provincia di Lecce le associazioni di volontariato coordinate dalla sala operativa stanno fornendo supporto al 118 della Asl per il trasporto dei malati cronici verso gli ospedali.

La neve caduta nelle ultime 24 ore sulla Puglia ha paralizzato i collegamenti: più della metà dei voli in arrivo o in partenza dallo scalo brindisino è stata annullata. In tutto 10 i voli cancellati e 12 quelli dirottati: 22 i collegamenti saltati e appena 19 quelli regolarmente decollati e atterrati. Numerosi i  anche per i voli aerei causati all’emergenza neve, negli aeroporti pugliesi. L’aeroporto di Brindisi è regolarmente aperto, ma vi sono stati i voli in arrivo dirottati e conseguentemente due altri voli non sono stati operati. I voli provenienti da Bologna, Bergamo, Londra, Memmingen e Roma sono stati dirottati in altri aeroporti . Le decisioni vengono definite  caso per caso, conseguentemente alle contingenti condizioni di visibilità. Pochi problemi a Bari, dove si sono registrati solo lievi ritardi dovuti alla richiesta di rimozione del ghiaccio e della neve  dai velivoli.

I problemi maggiori si sono verificati per un gruppo di 200 passeggeri in partenza da Brindisi per Londra: sono rimasti in aeroporto per quasi dieci ore in attesa del decollo posticipato di mezzora in mezzora arrivando fino alla presa in giro , comunicata nel pomeriggio quando il cielo era ormai terso, e cioè che il volo Ryanair delle 10,15 per Stansted era stato definitivamente cancellato. E tutto ciò senza alcuna riprotezione. Uno dei passeggeri, diretto in Inghilterra per un matrimonio a cui chiaramente non ha potuto più partecipare, ha raccontato che “ad alcuni inglesi hanno proposto di rientrare il 12 gennaio” ed incredibilmente nessuna comunicazione ufficiale è arrivata loro in lingua inglese. “Abbiamo dovuto tradurre noi italiani che eravamo nelle stesse medesime condizioni” raccontano dei passeggeri italiani.
Nelle stazioni ferroviarie  si sono verificati problemi per i treni in partenza: un intercity per Venezia è partito con due ore di ritardo a causa di problemi agli scambi. Le strade in città sono percorribili anche se con difficoltà, mentre alcuni svincoli della tangenziale Lecce sono stati chiusi e il traffico deviato. Inoltre, le Ferrovie del Sud Est hanno fatto sapere che, in seguito al peggioramento delle condizioni meteorologiche nelle province di Bari, Taranto, Brindisi e Lecce, per impraticabilità di numerose strade extraurbane è stata sospesa la circolazione degli autobus .
I treni regionali si sono bloccati ed hanno subito ritardi pesantissimi quelli con destinazione fuori regione .  Oltre il 70 per cento delle strade provinciali baresi è di fatto impercorribile nonostante l’intervento di 50 mezzi spargisale, così per tutta la mattina sono state soppresse le corse degli autobus di Ferrotramviaria.
 La viabilità stradale è andata in tilt nel Salento e la tangenziale Est di Lecce, fra Lizzanello e Cavallino è stata chiusa al traffico,  e bloccata la statale 16 fra Lecce e Maglie. A Bari le lastre di ghiaccio sull’asfalto hanno provocato problemi al traffico sulle strade statali 96 e 99 tra Altamura e Matera . “Le criticità maggiori – ha reso noto il Prefetto di Bari, Marilisa Magno –  sono causate dai mezzi pesanti che continuano a circolare nonostante il divieto, in alcuni casi sprovvisti delle dotazioni di neve“. Resta da capire come mai questi mezzi non vengano bloccati e multati dalla Polizia Stradale.

Per quanto riguarda la Provincia di Bari, la Prefettura del capoluogo ha reso noto  l’obbligo di catene a bordo per transitare su alcune strade statali e provinciali. In particolare l’obbligo riguarda la SS 96 tra Altamura e Matera, dove è interrotta anche la circolazione degli autobus, sulla SP 238 tra Corato e Altamura, sulla SP 231 tra Modugno e Corato, sulla SP 151 tra Ruvo di Puglia e Altamura, sulla SP 18 tra Altamura e Cassano. Mezzi tecnici della Città Metropolitana e dei Vigili del Fuoco sono impegnati in diversi interventi.

Nel Foggiano ancora una notte caratterizzata da deboli precipitazioni nevose e la temperatura scesa sotto lo zero a meno cinque gradi. Ricoperti dalla neve i comuni più alti del Gargano e dei Monti Dauni che si trovano a quote superiori ai 500 metri. La neve è comparsa per pochi minuti anche a Foggia nella serata di ieri.  Lungo le strade provinciali del foggiano disagi alla circolazione a causa della presenza di ghiaccio sull’asfalto. Ieri sera un pullman è finito di traverso sulla carreggiata mentre lungo la statale 89, tra Ischitella e Vico del Gargano, nelle vicinanze di Manfredonia (Foggia).  L’autista di un furgone ha perso il controllo del mezzo finendo in una cunetta. Nel sinistro alcune persone sono rimaste ferite,  ma per  fortuna non  in maniera grave. La prefettura di Foggia ha interdetto la circolazione stradale ai mezzi pesanti superiori alle sette tonnellate e mezzo.




Di Maio, sequestri dei vigili urbani nella proprietà del padre a Mariglianella

NAPOLI – Questa mattina tre agenti della Polizia municipale accompagnati da responsabili dell’ufficio tecnico comunale e di un rappresentante della famiglia Di Maio, hanno effettuato delle verifiche nello stabile a corso Umberto 69 a Mariglianella (Napoli), dove si trova l’immobile di cui è comproprietario il padre del vicepremier Luigi Di Maio.   Al termine dei controlli i vigili hanno sequestrato le aree dove erano stati depositati illegalmente dei rifiuti abbandonati.

Cinque tra immobili e capannoni, più un campetto di calcio. Tutto di proprietà di Antonio Di Maio, padre del leader politico del M5S, e di una sua sorella, Rosalba. Ma almeno su quattro di queste costruzioni gravano fondati sospetti di abusi edilizi. Su questi elementi saranno trasmessi in giornata gli atti e la relazione dalla polizia municipale di Mariglianella alla Procura di Nola. competente per territorio.

Il comandante della Polizia municipale di Mariglianella ha riferito che sono ancora in corso gli accertamenti da parte dell’ufficio tecnico sugli immobili di proprietà dei Di Maio.

Alla vista dei giornalisti, diverse persone hanno intimato ai cronisti di allontanarsi sostenendo che  “Di Maio è l’orgoglio della nostra nazione“. “Fino a ieri nessuno conosceva Mariglianella, adesso siete tutti qua”, ha gridato un uomo all’ingresso della stradina che conduce al terreno, il cui accesso è in questo momento presidiato da una vettura della polizia municipale.

Dal video realizzato dai colleghi Dario Del Porto e Conchita Sannino della redazione di Napoli del  quotidiano La Repubblica si può notare, in alto a sinistra del cancello principale, l’edificio alto in grigio che dovrebbe essere “la casa dei nonni”, secondo le spiegazioni fornite dal vicepremier Luigi Di Maio in televisione. A destra dello stesso cancello, invece, ecco due costruzioni in muratura: una più piccola ancora molto grezza, l’altra in parte dipinta di rosa, che non risulterebbero censite e che risalgono ad un periodo successivo. In fondo, dietro attrezzi per l’edilizia ed altro materiale di risulta, ecco un altro immobile quasi tutto in lamiera ma non di quelli costruiti in modalità “temporanea”, e dunque anche per questo mancherebbe il titolo per la realizzazione. Ed anche il quinto manufatto, non visibile dalla strada, è stato censito solo oggi dai vigili.

Alla destra dei vari immobili sorge poi un campetto di calcio, sempre di proprietà dei due Di Maio, sul quale si allenava la società dei piccoli calciatori del Mariglianella, pare senza corrispondere un canone di affitto. E neanche in quel caso, a qualcuno era venuto in mente di controllare la regolarità dei vari immobili. Un quadro di presunti abusi totalmente ignorato dal Comune di Mariglianella, fino all’accesso dei vigili urbani di questa mattina, suscitato dal clamore mediatico della vicenda guidata. L’amministrazione è guidata da Felice Di Maiolo, sindaco di centrodestra. Che, per inciso, è collega del papà di Di Maio, di cui conosceva anche i cantieri svolti nel suo comune.

“Sì, certo è vero, facciamo lo stesso mestiere. In anni passati, ma molto addietro, so che lui ha lavorato qui da noi in zona. Per ristrutturazioni, case , progetti normali. Ma io onestamente non sapevo niente di questi terreni e queste costruzioni. Io ho appreso dai giornalisti che forse era del padre di Di Maio”, ha racconta il sindaco Di MaioloRepubblica. Circostanza a dir poco singolare considerato che Mariglianella è un piccolo comune di sole 8mila abitanti e che l’attuale Sindaco è stato a lungo in passato anche vicesindaco. Ora sono scattati i sigilli solo per alcune aree in cui erano stati depositati rifiuti da cantiere edilizio, da smaltire. La parola passa alla Procura. E Di Maio inizia a preoccuparsi.



Pomigliano, abusi edilizi: si dimette la consigliera del Movimento Cinque Stelle

NAPOLI – Una scelta dettata da motivi “non personali” e quindi strettamente quindi politici. Tre settimane dopo l’inchiesta di Repubblica sugli abusi edilizi a Pomigliano e le contraddizioni del M5S, neanche venti giorni dopo si è dimessa la consigliera comunale pentastellata Maria Busiello,  consigliere d’opposizione del Comune di Pomigliano D’Arco, portavoce del Movimento Cinque Stelle,   che risiede nella residenza, in zona Asi, che godeva di una concessione per casa rigorosamente colonica e successivamente trasformata in una confortevole palazzina familiare  le cui difformità sono adesso al vaglio della Procura di Napoli, a seguito dello scambio di accuse incrociate con il sindaco Raffaele Russo un’ ex socialista nella “Prima Repubblica” passato poi in Forza Italia .

Un’adesione esibita per attaccare l’inchiesta di  Repubblica,  senza però riuscire a smentirla, che chiaramente non poteva minimamente “aiutare” la Busiello,  consigliera  da sempre stimata nel Movimento, professionista riservata, stimata e ben voluta persino dai parroci della zona, che all’improvviso per i “grillini” era diventata all’improvviso una presenza “scomoda” dopo le vicende emerse. Un comportamento aggravato dal fatto che nella guerra promossa da De Falco e dai pentastellati contro l’impianto di compostaggio di Pomigliano pesava anche la circostanza che quel centro sarebbe stato eretto a poca distanza dalla casa della Busiello.  Oppure, l’idillio grillino si è rotto a Pomigliano per delle divisioni interne al Movimento ? Infatti sembrerebbe che Di Maio ed il suo braccio destro Dario De Falco vorrebbero sostenere Salvatore Cioffi come candidato sindaco, nello stesso tempo in cui la Busiello puntava a concretizzare l’impegno politico e sociale profuso in questi anni di attivismo a 5 stelle.

Ecco perchè negli ultimi giorni, i riflettori accesisi sulla Busiello non erano stati apprezzati da Di Maio a Palazzo Chigi. Di qui è arrivata a sorpresa la lettera della consigliera. “Ho protocollato la lettera con le mie dimissioni da consigliere comunale del M5S. Una decisione ponderata a lungo e purtroppo inevitabile“, spiega la Busiello su Facebook ”  “Nel corso di questi tre anni ho promosso, con umiltà e dedizione, iniziative politiche idonee a realizzare quel rinnovamento in cui avevo riposto tutte le mie aspettative, prima fra tutte quella di vivere insieme in una città migliore. Ho dedicato tempo ed energie (…) per contribuire alla presa di coscienza del gravissimo problema dell’inquinamento“.

gli uomini (e donne) di Di Maio nel consiglio comunale di Pomigliano d’ Arco

Dopodichè, è subentrata la delusione cocente : “La mia decisione è frutto di una valutazione ponderata sul mio attuale ruolo isituzionale che, per motivi non personali, mi ha indotto alla scelta non semplice di concludere anticipatamente il mio mandato“. E quando qualcuno le ha fatto notare di aver ricevuto la telefonata di fairplay dal presidente del Consiglio comunale di Pomigliano  (di maggioranza centrodestra), lei avrebbe risposto: “È un’altra la telefonata che avrei dovuto e voluto ricevere“. Chissà di chi…..




La DIA di Napoli confisca beni per oltre 16 milioni di euro ad imprenditore napoletano

NAPOLI – Il Centro Operativo DIA di Napoli ha eseguito questa mattina un decreto di confisca, emesso dal locale Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione, nei confronti di Bruno Potenza, figlio di un esponente di una delle più note “paranze” di contrabbandieri partenopei ed imprenditore contiguo a contesti criminosi anche di natura organizzata di stampo camorristico .

Le indagini effettuate avvalorate da una “rogatoria internazionale” riguardante l’analisi di operazioni finanziarie sospette con la Svizzera, hanno evidenziato l’anomalia della posizione patrimoniale della famiglia del Potenza, nonché i suoi collegamenti con personaggi legati al clan “Lo Russo”, operante nel quartiere di Miano.  Significativo, in tal senso, fu il ritrovamento nel 2011, durante la perquisizione effettuata dalla stessa DIA di Napoli, di 8 milioni di euro in contanti  nascosti tra le intercapedini delle abitazioni dei Potenza, successivamente sottoposti a sequestro.

 

L’operazione ha fatto emergere un ingente patrimonio accumulato nel corso degli anni, sproporzionato rispetto alle loro reali capacità finanziarie e risultato il frutto delle attività illecite perpetrate, che gli sono costate, altresì, la condanna per il delitto di associazione a delinquere (art. 416 c.p.) finalizzato all’usura, alle estorsioni ed al reimpiego/riciclaggio di denaro e beni anche in territorio estero. In tale contesto, è stata “attenzionato” anche il ruolo di Maurizio Di Napoli, il quale, pur non avendo adeguate risorse, forniva la sua disponibilità come “testa di legno” a farsi intestare e, apparentemente, ad amministrare, a seguito delle vicende giudiziarie dei Potenza, la sala ricevimenti già nota come “Villa delle Ninfe” a Pozzuoli, mentre invece “unico e reale” gestore continuava ad essere lo stesso Bruno Potenza.

L’odierna confisca in definitiva di oltre 16 milioni di euro, ha interessato 11 unità immobiliari, 4 società con intero patrimonio aziendale (tra cui la citata sala ricevimenti di Pozzuoli), 3 autoveicoli e 1 potente motoscafo bimotore  Cigarette Bullet, nonchè 23 rapporti finanziari tra depositi bancari nazionali e polizze.

Potenza era già stato condannato per associazione a delinquere di stampo camorristico finalizzato all’usura, alle estorsioni e al riciclaggio di denaro sia in Italia che all’estero.




Arrestati tre carabinieri: false accuse a un immigrato per ottenere un encomio

ROMA – Tre Carabinieri della Compagnia di Giugliano, due sottufficiali e un appuntato,  sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Aversa (Caserta) che li seguivano da tempo e che hanno proceduto all’arresto nella giornata di oggi , con pesanti accuse a loro carico accusati di falso ideologico, calunnia, detenzione e porto illegale di armi clandestine. ​

 Ora si trovano nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ed immediati sospesi dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. L’indagine è stata coordinata dalla Procura Napoli nord, diretta dal procuratore Francesco Greco in collaborazione con l’aggiunto Domenico Airoma. 

Le indagini della Procura di Napoli Nord, che si sono avvalse anche della collaborazione della Procura della Repubblica di Napoli, hanno svelato il “piano” che i tre militati avrebbero messo a punto per poter “incastrare” il giovane immigrato. “Avrebbero accusato ingiustamente un cittadino extracomunitario di detenere armi clandestine per finalità di terrorismo internazionale, disponendo il suo arresto, per ottenere un encomio” questa, secondo il gip e gli inquirenti che hanno lavorato sulle indagini, sarebbe la reale  motivazione dietro al piano “intentato” dai tre carabinieri ora raggiunti da custodia cautelare. Essendosi poi appropriati indebitamente delle armi “clandestine” per poter incastrare l’immigrato ora sono accusati loro di averle conservate illegalmente, aggravante del piano di falso ideologico messo in piedi dai tre militari

Vittima innocente del piano “diabolico” un ghanese di 37 anni accusato ingiustamente di detenere armi clandestine. Avevano pensato tutto nei minimi dettagli e pianificato il blitz producendo prove false per incastrare un migrante qualsiasi e accusarlo di terrorismo per ottenere un encomio dall’Arma. Il ghanese arrestato due giorni fa, è stato immediatamente liberato. Il giudice ha infatti deciso di non convalidare il fermo, rifiutandosi di procedere nei suoi confronti. Il dubbio sulla veridicità dei fatti raccontati dai tre Carabinieri ha bloccato ogni tipo di iniziativa. Com’è possibile però che due marescialli e un appuntato non siano stati ritenuti credibili?

L’arresto è avvenuto lunedì scorso basato su prove inesistenti . I tre avevano deciso di mettere a segno l’operazione in pochissimo tempo. Così, individuata la palazzina nella quale abitano diversi migranti, sono entrati in azione. Il ghanese, che lavora nei campi dell’agro giuglianese, trovandoseli dinanzi all’improvviso non ha potuto fare altro che accoglierli in casa, senza poter minimamente immaginare che sarebbe stato accusato di essere un terrorista, addirittura un possibile attentatore, un adepto alla jihad.

I Carabinieri infedeli durante i controlli, gli avevano infatti nascosto nello sgabuzzino le armi incriminate e vario materiale legato alla jihad e al martirio per giustificarne l’arresto.

Le indagini avrebbero appurato che il fine dei tre Carabinieri consisteva nel ricevere degli encomi utili alla carriera ma qualcosa nel loro piano sarebbe andato storto e quell’arresto che avrebbe dovuto farli conquistare il titolo di “eroi” in realtà ha contribuito a spedirli presto in carcere per via dei “gravi indizi di colpevolezza a carico dei destinatari della misura cautelare“, come spiegato dal procuratore aggiunto Domenico Airoma che ha commentato le operazioni. In particolare, secondo l’ipotesi accusatoria, avvalorata dal Gip, i tre carabinieri, “nell’ambito di attività di servizio istituzionale, procedevano a porre in arresto un cittadino extracomunitario, accusato falsamente di detenere armi clandestine per finalità di terrorismo internazionale“.

Sui tre militari infedeli dell’ Arma arrestati  già da molto tempo esisteva un filone di indagine. Sono sospettati di aver commesso altri reati sui quali continuano le indagini i magistrati ed i Carabinieri.




Cecilia Rodriguez convocata in commissariato a Capri per permesso di soggiorno scaduto

ROMA – Il permesso di soggiorno è scaduto, e così la showgirl argentina Cecilia Rodriguez viene convocata in commissariato mentre si trovava a Capri per una manifestazione di sport e spettacolo, sarebbe stata raggiunta da alcuni agenti della polizia che l’avrebbero invitata a seguirli in commissariato. Motivo?  Il permesso di soggiorno della showgirl argentina sarebbe scaduto da qualche mese.

La sorella di Belen che si trova da alcuni giorni sull’isola caprese per partecipare ad una manifestazione di sport e spettacolo insieme al fidanzato Ignazio Moser, stamane ha ricevuto in albergo la visita di una pattuglia di agenti che l’ha invitata a seguirli.

Era stato il direttore di “Chi” Alfonso Signorini, nel corso di una diretta web, a rivelare il particolare del permesso di soggiorno scaduto. La polizia questa mattina ha deciso di approfondire la notizia, che nel frattempo stava circolando in rete. Cecilia Rodriguez ha seguito gli agenti in commissariato. Qui, da un controllo al terminale operato dal personale dell’ufficio stranieri, è emerso che effettivamente il permesso di soggiorno risultava scaduto da alcuni mesi. La showgirl è stata pertanto invitata a recarsi quanto prima alla Questura di Milano, competente per territorio, per regolarizzare la sua posizione.

La notizia del blitz della polizia è rimbalzata immediatamente sui social e sono tanti i fan che si sono preoccupati per la sorella di Belen . Ma niente paura. Dopo il colloquio in commissariato, la sorellina di Belen è tornata nell’ hotel ove soggiorna, e  ieri sera ha persino condiviso sulle storie di Instagram dei suoi video spensierati a una festa, in compagnia del fidanzato Ignazio e del fratello Jeremias.

 

 




Blitz della Dia, arrestate le donne di Michele Zagaria

ROMA – Dall’Emilia Romagna fino a Caserta l’enorme patrimonio costruito illegalmente dal boss Michele Zagaria arrestato sette anni or sono dopo tre lustri di latitanza e da allora detenuto in regime di carcere duro, era nelle mani delle mogli dei fratelli del capoclan dei Casalesi. Francesca Linetti, la moglie di uno dei fratelli Zagaria, Pasquale, riceveva in media circa  3.500 euro al mese, ma talvolta lo stipendio mensile poteva scendere anche a 1.500 euro. E chiaramente non mancavano liti “in famiglia” fra cognate, liti per accaparrarsi lo stipendio più alto.

Le indagini dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli – guidata dal procuratore capo Giovanni Melillo  si sono basate su accertamenti patrimoniali, intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori. L’inchiesta è stata condotta dai sostituti procuratori Alessandro D’Alessio e Maurizio Giordano della D.D.A. di Napoli.

 

le intercettazioni in carcere di Michele Zagaria con la sua famiglia

il sindaco di Casapesenna Marcello De Rosa

La Linetti, cognata del capo dei Casalesi si era trasferita da Parma a Casapesenna, comune ex “feudo” del boss in provincia di Caserta, dove proprio in questi giorni il sindaco Marcello De Rosa si è dimesso  per le minacce ricevute, questa mattina è stata arrestata dagli uomini della Dia, coordinati da Giuseppe Linares, e del nucleo investigativo centrale della Polizia Penitenziaria che stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli nei confronti della sorella del camorrista, Beatrice Zagaria ed appunto di Francesca Linetti, moglie di Pasquale Zagaria, fratello di Michele (anch’egli detenuto) domiciliata a Casapesenna ma residente a Parma. Pasquale Zagaria è ritenuto il braccio imprenditoriale operativo del clan capace di investire anche nel nord Italia.

In carcere sono finite anche altre donne della famiglia Zagaria,  Tiziana Piccolo, consorte di Carmine Zagaria, altro fratello di Michele, recentemente uscito dal carcere  ed attualmente sottoposto alla sorveglianza speciale a San Marcellino, e  Patrizia Martino, la moglie di Antonio Zagaria.

Le indagate devono difendersi dalle accuse a loro carico di ricettazione aggravata dalla finalità mafiosa: avrebbero percepito denaro dell’organizzazione malavitosa riservato allo “stipendio mensile” degli affiliati.

Il boss Michele Zagaria nei giorni scorsi  durante lo svolgimento di un processo a suo carico aveva protestato contro la fiction “Sotto copertura” arrivando ad arrotolarsi intorno al collo il filo del telefono utilizzato per i collegamenti in videoconferenza dal carcere all’aula di giustizia. Ad interrompere il suo intervento il presidente Provitera: “Non possiamo fare un’altra fiction in aula“, dice il magistrato. Zagaria ha prova a strangolarsi con il filo del telefono con cui era in contatto con Napoli. Imputato per un duplice omicidio, Zagaria è caduto al suolo immediatamente soccorso dagli agenti penitenziari del carcere di Opera, ed il processo è stato sospeso.

 

l’ arresto di Michele Zagaria effettuato dalla Polizia di Stato

 

A determinare un gesto così estremo la pressione psicologica e mediatica a cui Zagaria era stato sottoposto nelle ultime settimane. “In relazione alle notizie di stampa relative a quanto accaduto nel corso dell’udienza odierna dinanzi alla IV Sezione della Corte di Assise di Napoli, – si legge in una nota a firma del procuratore Melillosi comunica che la Procura della Repubblica di Napoli sta valutando la rilevanza penale della condotta tenuta da Zagaria Michele. Zagaria Michele è attualmente in stato di custodia carceraria quale promotore, dirigente e organizzatore di associazione di tipo mafioso, con applicazione del regime speciale di detenzione di cui all’art. 41 bis Ord. Pen. Nel processo in corso di svolgimento dinanzi alla IV Sezione della Corte di Assise di Napoli è imputato degli omicidi di Bamundo Antonio e lovine Michele.”




Consip: interdizione dalle funzioni per due ufficiali dell’Arma Scafarto e Sessa indagati anche per depistaggio

ROMA – Interdizione di un anno dall’esercizio di pubblici ufficiali dei carabinieri ed una nuova accusa, questa volta di depistaggio per il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto e per il colonnello Alessandro Sessa, entrambi ufficiali in forza al NOE il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma ed ex responsabili delle indagini su Consip, iscritti nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma . L’ha disposta il gip Gaspare Sturzo che ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi.

il maggiore Gian Paolo Scafarto

Nei confronti del maggiore Scafarto, già indagato per falso e rivelazione del segreto d’ufficio, è scattata anche l’ipotesi di depistaggio. Stessa ipotesi accusatorio per il colonnello Sessa, già iscritto per depistaggio per “false dichiarazioni” ai magistrati romani  durante un precedente interrogatorio . La nuova accusa di depistaggio si riferisce all’eliminazione delle comunicazioni intercorse tra i due al fine di sviare, secondo l’accusa, le indagini della procura sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta a suo tempo aperta a Napoli su Consip.

Al maggiore ex Noe, Gianpaolo Scafarto i magistrati della procura romanai contestano oltre al reato di depistaggio, anche 5 falsi e due rivelazione del segreto d’ufficio: una verso l’Aise (il Servizio Segreto estero), e l’altra verso Giacomo Amadori giornalista del quotidiano La Verità. Invece nel dettaglio i falsi contestati a Scafarto sono: l’aver attribuito all’imprenditore Alfredo Romeo una frase che indicava un ex-generale della Guardia di Finanza Fabrizio Ferragina, considerato “vicino” ai servizi, come fonte di informazioni confidenziali riferite dall’imprenditore napoletano al suo ex consulente Italo Bocchino: “Mi ha detto che è uno vicino a Matteo Renzi, uno del “Giglio Magico”, e che dalle intercettazioni emerge che il ministro Lotti parla bene di me“.

Nella telefonata del 27 settembre scorso    Romeo e Bocchino  intercettati dal Noe in realtà non parlano del generale Ferragina, bensì di De Pasquale, un “faccendiere” considerato legato a Romeo. Le altre note contestazioni riguardano, invece, la frase attribuita erroneamente a Romeo su un incontro con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier e attuale segretario del Pd Matteo Renzi (che in realtà invece era stata pronunciata dall’ex An Italo Bocchino), e numerosi errori su un presunto e mai provato coinvolgimento dei Servizi Segreti. Al colonnello Sessa invece i magistrati hanno contestato un precedente episodio di depistaggio .

Colonnello Alessandro Sessa

Il capo di imputazione nei confronti di Scafarto e Sessa sostiene che “al fine di sviare l’indagine relativa all’accertamento degli autori mediati e immediati della violazione del segreto a favore dei vertici della società pubblica immutavano artificiosamente lo stato delle cose connesse al reato. In particolare Scafarto che aveva seguito il sequestro in data 10 maggio 2017 del proprio smartphone al fine di accertare la natura del contenuto delle comunicazioni sia con gli altri militari impegnati nelle suddette indagini sia con estranei alle stesse su richiesta e istigazione di Sessa e al fine di non rendere possibile ricostruire compiutamente le conversazioni intervenute con l’applicativo Whatsapp provvedeva a disinstallare dallo smartphone in uso a Sessa il suddetto applicativo con l’aggravante di aver commesso il fatto mediante distruzione o alterazione di un oggetto da impiegare come oggetto di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento“.

Importante è il pericolo di reiterazione del reato oltre a quello dell’inquinamento probatorio” – scrive il gip Gaspare Sturzo – “Non c’è dubbio  che la revoca della delega di indagine al Noe nel marzo 2017 e le pesanti espressioni di sfiducia in essa contenute avrebbero dovuto consigliare a entrambi gli indagati di agire in modo retto, probo e osservante dei propri doveri verso la legge e le istituzioni di riferimento e quelle di appartenenza. Invece, sembra essere stata proprio questa appartenenza l’occasione prossima per consumare altri delitti” aggiunge ancora il gip SturzoLa presenza in servizio del maggiore Scafarto e del colonnello Sessa, in un contesto di falsi e depistaggio, può danneggiare le indagini. Sul punto  basta rileggere i messaggi scambiati tra Sessa e Scafarto come certe opzioni investigative, poi non adottate dai due, nei confronti dei superiori abbiano bisogno di un reale chiarimento oggettivo“.

Il segretario del Pd Matteo Renzi, intervenendo alla presentazione del libro ‘Fino a prova contraria” all’ Università Luiss di Roma, a proposito degli ultimi sviluppi della vicenda Consip ha detto: “Se qualcuno ha tradito il giuramento allo Stato è giusto che paghi, ma ci sono i magistrati per verificarlo. Leggo quello che accade, è evidente che questa storia non finisce qui e io la seguo con l’atteggiamento neutrale e serio di chi dice: andate avanti e vediamo chi ha ragione o torto” .




Sconto di pena in Corte d’Appello per i sei armatori coinvolti nel Crac Deiulemar

ROMA – Si è chiuso il processo d’appello a roma nei confronti dei sette imputati per il fallimento nel 2012 della Deiulemar, la società armatoriale di Torre del Greco, nella quale quasi 13mila risparmiatori hanno investito nel corso degli anni oltre 720 milioni di euro, con una riduzione delle condanne inflitte in primo grado

La II sezione della Corte d’appello di Roma ha condannato dopo tre ore di camera di consiglio,   i fratelli Angelo e Pasquale Della Gatta entrambi a 11 anni e 8 mesi di reclusione; 13 anni sono stati inflitti a Giuseppe Lembo, l’unico fondatore del gruppo ancora in vita. Condannate anche la moglie Micaela Della Gatta (5 anni e 4 mesi),  e la figlia Giovanna Iuliano (5 anni e 4 mesi) del ex amministratore unico Michele Iuliano,  defunto.
Ha patteggiato Maria Luigia Lembo  ottenendo una condanna a 3 anni e 10 mesi, mentre è stata pronunciata sentenza di proscioglimento nei confronti di Lucia Boccia, vedova di Giovanni Battista Della Gatta,  in quanto nel frattempo è deceduta.

In primo grado erano state emesse condanne superiori , partendo da 17 anni e 2 mesi la massima, 8 anni la minima.  Oggi le riduzioni di pena, motivate dal collegio giudicante della IIa sezione della Corte di Appello di Roma con le dichiarazioni di non procedibilità per alcune delle imputazioni nel frattempo prescrittesi. Alla lettura della sentenza hanno assistito centinaia di investitori campani arrivati nella Capitale con dei bus direttamente da Torre del Greco, la cui presenza ha fatto vacillare il sistema di sicurezza ed accesso agli uffici giudiziari di piazzale Clodio.

Si trasforma in una beffa quindi  il processo sul fallimento della compagnia di navigazione Deiulemar , la società armatoriale fallita nel maggio del 2012 e nella quale quasi tredicimila persone avevano investito oltre 720 milioni di euro. Soldi che dopo oltre cinque anni dal crac tardano a ritornare nelle tasche degli investitori. Infatti quando dovrebbe essere stato abbondantemente pagato il secondo riparto economico agli obbligazionisti, con un ritorno dell’ 1,5% rispetto a quanto investito.
Un ristoro con cui risparmiatore in poco meno di 5 anni e mezzo, avrà recuperato  soltanto 25 euro ogni 1.000 investiti. Con buona pace di chi  parlava di grandi disponibilità economiche e proprietà immobiliari nel 2012 tali da poter soddisfare tutti i risparmiatori. Il crac Deiulemar insegna che le truffe ai danni dei risparmiatori sono sempre più frequenti di quel che si immagina e possono celarsi proprio dove meno ce l’aspettiamo. I numeri della “Parmalat patenopea” sono impietosi: 13mila risparmiatori truffati, 1.500 dipendenti rimasti senza lavoro, un buco di bilancio di 800 milioni di euro ed una società prestigiosa dichiarata fallita nel 2012.



Maxi operazione della Polizia di Stato nei confronti del clan Mallardo e dei cosiddetti “scissionisti”

ROMA – Alle prime luci dell’alba di questa mattina , è scattata una maxi operazione della Polizia di Stato nei confronti del clan Mallardo e dei cosiddetti “scissionisti”. Gli operatori dello SCO il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, gli agenti della Squadra Mobile di Napoli e Firenze stanno eseguendo misure cautelari, emesse dal Gip presso il Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di diverse persone, responsabili a vario titolo di associazione di tipo mafioso, della violazione della normativa sulle armi, di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni. Tra queste c’è il capoclan Francesco Mallardo e suo cognato, Liccardo Antimo, dipendente del Comune di Giugliano in Campania. Arrestati due imprenditori mentre un consigliere comunale di Giugliano, Comune in provincia di Napoli, è indagato.

 

 

E’ stato eseguito un sequestro preventivo di rapporti bancari svariati milioni di euro tutti riconducibili al clan Mallardo , di 59 immobili e nove società tra il Giuglianese e la Toscana riconducibili al clan , società operanti in vari settori, veicoli e per un valore stimato intorno € 50.000.000,00.  Il ritratto dell’ “Alleanza di Secondigliano che emerge dall’ultima inchiesta della Dda di Napoli che ha portato oggi a diciannove arresti, evidenzia un grande potere del clan camorristico sempre forte,  potente e compatto, senza defezioni e nessun pentito nelle fila degli affiliati che contano, in grado di rivelare nella fitta trama di interessi e intrecci illeciti,  le coperture, i tanti soldi che giravano.

Francesco Mallardo il “capoclan” dell’ Alleanza di Secondigliano

Secondo gli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Napolinon è solo camorra di Giugliano, è camorra che controlla tutta la città di Napoli. È mafia vera e propria“. Le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli guidata dal procuratore capo Giovanni Melillo e dalla Dda coordinata dall’aggiunto Giuseppe Borrelli, hanno rivelato e scoperto  come il boss Francesco Mallardo, nonostante sia detenuto, non abbia minimamente mai perso il controllo sull’organizzazione camorristica. I Mallardo infatti erano e sono sono al vertice dell’Alleanza di Secondigliano, cartello “camorristico” mai debellato e quindi rinforzatosi dello spessore criminale, che attraverso le famiglie camorriste Contini e Liccciardi esercitano  il controllo del malaffare su Napoli.

 

 

Venti anni di indagini della magistratura campana e delle forze dell’ ordine non erano serviti ad indebolire il “cartello” delle famiglie camorristiche “storiche” che ha riciclato i propri profitti dalle attività criminose e delinquenziali con investimenti fuori regione, tra il Lazio, a Milano e soprattutto in Toscana, grazie a collusioni con insospettabili imprenditori, l’edilizia privata è diventato “affare di camorra”. Le indagini portato a termine con l’operazione odierna non si sono avvalse del contributo di alcun collaboratore di giustizia ma sono il risultato di un approfondito e minuzioso lavoro di investigazione effettuata svolto dalle squadre mobili di Napoli e Firenze e dello S.C.O. il  Servizio Centrale Operativo della Polizia.

 




La procura di Roma fa marcia indietro su Woodcock: “Archiviare le due accuse”

ROMA – Il filone d’inchiesta sulla Consip che aveva come indagato il pm Henry John Woodcock si chiude con una archiviazione richiesto dalla stessa procura di Roma che dopo averlo indagato, ha chiesto l’archiviazione per il collega inizialmente accusato a luglio di “falso” e “rivelazione del segreto d’ufficio“. La prima ipotesi di reato era relativa al presunto coinvolgimento dei servizi segreti nell’inchiesta sulla Consip, inserito in un capitolo dai Carabinieri del Noe che, secondo loro, avrebbe provato il coinvolgimento o almeno un suo interesse dell’ex premier Matteo Renzi, essendo suo padre Tiziano tra gli indagati.
La richiesta di archiviazione è stata firmata dal procuratore capo  Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Paolo Ielo e dal sostituto Mario Palazzi, dal momento che dagli accertamenti svolti non sono emersi elementi per confermare le iniziali ipotesi di accusa ed è stata già inviata all’ufficio del gip.
Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi hanno però scoperto ed accertato che si trattava di una “bufala” che è valsa l’iscrizione nel registro degli indagati della procura di Roma al capitano (ora maggiore) del Noe di Carabinieri Giampaolo Scafarto per “falso” ,  in quanto responsabile della relazione contestata. Scafarto ha sostenuto in uno degli interrogatori a cui è stato sottoposto dai magistrati romani di un’intesa con il Woodcock. La vicenda ha origine da queste dichiarazioni a verbale l’accusa al magistrato per falso, per la quale oltre alle dichiarazioni di Scafarto, non si è trovato un solo riscontro .
I magistrati della procura di Roma hanno creduto alla versione fornita da Woodcock il 7 luglio scorso in sede di interrogatorio. “Mi fidavo dei miei uomini, del capitano Gianpaolo Scafarto e dei Carabinieri del Noe che indagavano su Consip“, aveva spiegato il pm, accompagnato dal suo legale Bruno La Rosa.
Woodcock a verbale aveva aggiunti : “Quando Scafarto mi raccontò di essere seguito da uomini dei Servizi Segreti gli ho semplicemente chiesto di metterlo nero su bianco nell’informativa conclusiva. Da un lato era un modo per approfondire il materiale e dall’altro avrei potuto omissare i nomi e le circostanze che riportavano agli uomini dell’intelligence per evitare fughe di notizie su un tema così delicato”.  Ma una cosa è certa: a parlarsi sono stati in due , l’ufficiale dell’ Arma ed il magistrato. Quindi quale altro riscontro avrebbero potuto trovare i magistrati della procura diRoma ?
La seconda accusa inizialmente contestata a Woodcock era la “rivelazione del segreto”, un reato che i magistrati Ielo e Palazzi della Procura di Roma avevano mosso anche nei confronti della compagna di Woodcock, la giornalista Federica Sciarelli ipotizzando  avesse fatto da tramite per far pervenire una serie di notizie al Fatto Quotidiano. Notizie che comunque sono uscite dalla procura, senza che si sia trovato ancor oggi un responsabile.

nella foto da sx, Marco Lillo, il pm  Heny John Woodcock, Federica Sciarelli

 
Gli articoli apparsi sulla stampa sotto inchiesta della procura di Roma sono quelli usciti il 21, 22, e 23 dicembre nei quali il giornale dava notizia di perquisizioni nella Centrale acquisti della pubblica amministrazione e delle iscrizioni nel registro degli indagati del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette e del ministro dello Sport, Luca Lotti . I sospetti iniziali su Woodcock e Sciarelli provenivano dalle analisi effettuate dalle celle dei telefoni, acquisite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma. Infatti il 22 dicembre la giornalista Sciarelli, il giorno prima della pubblicazione della prima notizia, aveva avuto contatti con Marco Lillo vice direttore del Fatto e i telefoni dei due giornalisti avevano agganciato la stessa cella. Di qui l’ipotesi che si fossero anche visti e non solo parlato per telefono.
Ma ironia della sorte per gli investigatori sono stati proprio i dati acquisiti  dal cellulare della giornaliste a scagionarla insieme al suo compagno, il pm Woodcock.  Quel giorno Sciarelli, come ha riferito ai pm, ignorava che Woodcock fosse a Roma. ed è incredibilmente bastata questa dichiarazione per archiviare la vicenda penale. Legittimo chiedersi se questa velocità e credibilità sarebbe stata applicata se i due indagati non fossero stati un magistrato e la sua compagna…
Adesso per il pm Henry John Woodcock resta da risolvere la propria situazione disciplinare dinnanzi al Csm. a cui la procura romana ieri ha trasmesso per opportuna e dovuta conoscenza la propria richiesta di archiviazione, che resterà in cassaforte ( a che serve se tutti lo sanno ?)  fino a giovedì quando il vice presidente laico Giovanni Legnini ex senatore del Pd rientrerà da Strasburgo e convocherà il comitato di presidenza, in cui paradossalmente siede per diritto d’ufficio anche  il Procuratore Generale della  Suprema Corte Cassazione Pasquale Ciccolo, cioè il vertice dell’ufficio che ha avviato il procedimento disciplinare nei confronti di Woodcock.
Le prime indiscrezioni uscite del Csm lasciano pensare che però le due procedure aperte sul pm di Napoli siano destinate a proseguire indisturbate. Anche in questo caso legittimo chiedersi come mai filtrino un pò troppe notizie, al solito giornale di riferimento di alcune correnti della magistratura. Giornale su cui scrive una giornalista che pubblicamente dichiara “per me il pm Henry John Woodcock ha sempre ragione“.
La prima commissione del Csm, che si occupa dei procedimenti disciplinari, ascolterà l’ex procuratore di Napoli Giovanni Colangelo il prossimo 12 ottobre  a cui verranno rivolti non pochi quesiti come sulla contestata omessa iscrizione di alcuni indagati, sui motivi procedurali relativi alla trasmissione del fascicolo Cpl-Concordia alla Procura di Modena contenente la famosa intercettazione tra Matteo Renzi e il vicecomandante generale della Guardia diFinanza, il generale Mario Adinolfi ora in pensione, che era “omissis” nei documenti inviati ai magistrati, ma presente e contenuta all’interno del CD con l’informativa inviato dal Noe , sulla fuga di notizie sulla presenza ed ancor più grave sul contenuto della telefonata in questione, sull’assegnazione di procedimenti, come Cpl e Consip che non erano di competenza del pool antimafia della procura di Napoli.
Il Comitato di presidenza del Csm come qualche “ventriloquo” di Palazzo dei Marescialli, riferisce oggi al quotidiano La Repubblica, potrebbe valutare e decidere di archiviare le contestazioni, trasmettendo il fascicolo alla 1a Sezione Disciplinare dinnanzi alla quale Woodcock è già incolpato per un colloquio (un’intervista)  “non autorizzato” avuto proprio con il quotidiano romano e per l’interrogatorio effettuato a Filippo Vanoni senza alcuna sua iscrizione nel registro degli indagati.
Riuscirà il Csm a dimenticare di essere alle porte delle elezioni per il proprio rinnovo, ed a valutare la questione senza favoritismi, pregiudizi o spirito di “corrente” che hanno sinora spesso guidato le proprie decisioni disciplinari e le nomine ?



Napoli: turisti stranieri negano soldi a un parcheggiatore abusivo e questi rovina la loro vettura. Carabinieri arrestano il parcheggiatore estorsore

NAPOLI –  4 ragazzi stranieri erano arrivati a Napoli per turismo e studio ed  avevano preso alloggio in un B&B nei pressi del vicoletto Zuroli. Parcheggiata la loro vettura in piazza museo Filangieri,  mentre si avviano con i bagagli verso il B&B erano stati avvicinati da un soggetto calvo che chiedeva loro dei soldi per il parcheggio. I ragazzi rispondevano che non intendono pagare ma il parcheggiatore abusivo insisteva con toni e atteggiamento sempre più minacciosi.

I ragazzi arrivavano quindi nel bed &breakfast dove avevano prenotato per posano i bagagli, e fare un giro per la città . La mattina dopo volevano proseguire ed ampliare il loro giro turistico e  quindi andavano a riprendere la loro vettura. Vicino vi trovano il parcheggiatore abusivo, quello che aveva chiesto i soldi il giorno prima che li guardava con occhio beffardo e con l’indice della destra faceva roteare un mazzo di chiavi attaccate a una catenella.

I ragazzi si accorgevano subito che entrambe le fiancate della vettura erano state sfregiate da varie rigature. Mentre i giovani guardano i danni il parcheggiatore abusivo si avvicinava loro dicendo: “SI. SI. PER POCO…” e quindi  si allontanava, cianciando di impunità per il gesto compiuto.

I ragazzi salivano in auto fermamente decisi a denunciarlo ma volendo essere sicuri che venga punito lo fotografavano con lo smartphone. Il parcheggiatore abusivo se ne accorgeva e imprecando, gli inseguiva e cercava di raggiungerli ma i ragazzi velocemente si recavano presso un comando dei Carabinieri.  I militari dell’Arma ricevuta la denuncia si recavano subito sul posto e individuavano il soggetto ripreso in foto nei pressi di piazza Museo Filangieri. Quindi bloccavano e sottoponevano a perquisizione. In una borsetta a tracolla trovavano le chiavi con catenella che presumibilmente aveva usato per rigare la vettura, e quindi le sequestravano.

A seguito della denuncia sporta dai 4 turisti i Carabinieri della Stazione Stella di Napoli arrestavano per “tentata estorsione” e “danneggiamento” il parcheggiatore abusivo Domenico Leva, un 54enne già noto alle forze dell’ordine, anche per reati specifici, il quale dopo le formalità di rito è stato tradotto nella casa circondariale di Poggioreale, a disposizione dell’ Autorità Giudiziaria.