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16 Agosto 2022 03:37
16 Agosto 2022 03:37

Anteprima: un estratto del libro “Lobby&Logge” il seguito de”Il Sistema” di Palamara e Sallusti

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro «Lobby & logge - Le cupole occulte che controllano "Il Sistema" e divorano l’Italia», di Alessandro Sallusti e Luca Palamara, edito da Rizzoli e da oggi nelle librerie. Il volume è il seguito de «Il Sistema», degli stessi autori, che uscì nel gennaio 2021 e squarciò il velo su alcuni dei mali della giustizia italiana.

Nel nuovo libro di Sallusti e Palamara, “Lobby e logge”, la ricostruzione del caso Morisi, collaboratore di Matteo Salvini. Una vicenda “insignificante” per il magistrato ma che piombò in piena campagna elettorale

di Alessandro Sallusti e Luca Palamara

Lunedì 27 settembre 2021, manca meno di una settimana alla tornata elettorale per le amministrative di Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna e di altre decine di comuni. Quel giorno arriva la notizia che un signore di mezza età è indagato per una vicenda poco chiara, un festino a base di droga. Una notizia come tante, se non fosse che quel signore è Luca Morisi, quarantotto anni, da Mantova, braccio destro di Matteo Salvini, che in quella campagna elettorale si sta giocando molto. Di più, Luca Morisi è considerato il vero artefice dell’ascesa del leader del Carroccio, di quel balzo dal 4 al 30 per cento in pochi anni. È lui che ha ideato per l’amico Matteo il soprannome “Il Capitano“, soprattutto è lui ad aver messo in piedi quello che poi diventerà “la Bestia”, la più grande ed efficiente macchina social al servizio di un politico – quasi cinque milioni di utenti fissi – a cui si deve in gran parte la fortuna di Salvini.

Pochi giorni prima che la notizia diventasse pubblica, Morisi a sorpresa si era dimesso da ogni incarico adducendo vaghi «motivi personali». Sapeva invece di essere indagato dalla procura di Verona per una «cessione di stupefacenti», fatto probabilmente avvenuto la vigilia di Ferragosto nella sua abitazione di Belfiore, alle porte di Verona, dove aveva convocato via web un paio di giovani escort uomini, dopo averli agganciati su un sito di incontri. Fatti personali, insomma, che la procuratrice di Verona Angela Barbaglio da subito definisce «assolutamente banali», al punto che il 30 novembre, pur senza aver mai chiarito in che modo Morisi sia stato incastrato in questa vicenda, chiederà l’archiviazione «per la particolare tenuità del fatto».

Matteo Salvini e Luca Morisi

Ma né banale né tenue è il clamore mediatico che irrompe e inquina le ultime ore di campagna elettorale, provocando un grave danno alla Lega che in quei giorni di settembre rievoca a gran voce un concetto assai noto, quello della giustizia a orologeria per fini politici. La stessa procuratrice Barbaglio, a caldo, si sente in dovere di affidare al “Corriere della Sera” la sua difesa: “In questa procura non c’è stata alcuna fuga di notizie, ne sono più che certa”.

Dottor Palamara, a suo avviso quella della dottoressa Barbaglio è una dichiarazione sincera o potrebbe rientrare nella fattispecie «excusatio non petita, accusati o manifesta»?

Per esperienza personale posso dirle che in quel momento c’era bisogno di un giornale al di sopra di ogni sospetto che rassicurasse l’opinione pubblica sul fatto che l’operato della magistratura nella vicenda Morisi fosse stato corretto, senza alcun pregiudizio nei confronti di Salvini. E da questo punto di vista l’operazione mi sembra sia perfettamente riuscita, anche perché finire sul «Corriere» o sulla «Repubblica» certamente non dispiace a nessun magistrato, nemmeno a chi non ama l’esposizione mediatica come la Barbaglio (che nominammo procuratore a Verona grazie a un accordo blindato tra la mia corrente e quella della sinistra giudiziaria, escludendo quella di destra). Detto questo, penso però che il problema sia un altro: un procuratore della Repubblica, come qualsiasi altro magistrato, ben dovrebbe sapere quello che avviene fuori dalla torre eburnea dei palazzi di giustizia, e cioè che le fughe di notizie, come a volte le lobby che agiscono dentro il Sistema, servono non solo a pregiudicare le indagini, ma spesso a incastrare con successo qualcuno. In questo senso il caso Morisi andrebbe ben studiato, perché potrebbe fare scuola.

Perché dice questo?

C’è un vizio all’origine della vicenda, ovvero su come i Carabinieri arrivano nella villetta di Belfiore. Si è detto che qualcuno dei partecipanti alla festa li abbia chiamati, ma prima si era parlato di un controllo casuale sull’auto dei due giovani, che a cose fatte stavano rientrando a casa. Insomma, bisogna capire bene ed escludere, per esempio, che le forze dell’ordine siano andate lì a colpo sicuro su una soffiata di qualche informatore, qualcuno che essendo venuto a conoscenza del «vizietto» di Morisi da tempo monitorava le sue mosse. Ma la prego, non mi faccia fare l’investigatore, oggi non è piu il mio mestiere.

D’accordo, quindi?

Quindi bisogna fare una premessa e un salto indietro. La premessa è questa: forse non tutti sanno che le indagini le coordina sì il procuratore, ma sul campo le svolgono gli uomini della sua polizia giudiziaria, cioè carabinieri, finanzieri o poliziotti. I quali possono autonomamente acquisire una notizia di reato, salvo poi riferire senza ritardo al pubblico ministero sull’attività svolta.

Questa la premessa. Veniamo al salto indietro.

Siamo nell’agosto del 2015. Matteo Renzi, andato al governo l’anno precedente, propone una riforma della giustizia apparentemente marginale ma rivoluzionaria nella sostanza, una delle tante iniziative che non gli attirerà le simpatie della magistratura. Fino ad allora gli uomini delle forze dell’ordine al servizio dei procuratori erano tenuti al segreto assoluto rispetto alle indagini del loro ufficio; con Renzi vengono autorizzati a parlare con la loro scala gerarchica, sia pure per sommi capi.

E questo cosa comporta?

Che il magistrato non è più l’unico depositario della notizia sull’esistenza di una certa indagine, del suo contenuto e del suo sviluppo. Perché il carabiniere che sta facendo le indagini per conto del procuratore può parlarne al suo colonnello, il colonnello informerà il suo generale e cosi su su per tutta la scala gerarchica fino ad arrivare al comandante generale. I vertici delle tre forze – Carabinieri, Finanza, Polizia – sono quindi in grado di sapere che cosa si sta muovendo nelle procure, e fin qui nulla di male. E allora dove è l’inghippo, detto che nel 2018 la Corte Costituzionale ha in parte rivisto quella legge togliendo l’obbligatorietà di questo meccanismo? Formalmente non c’è inghippo. Ma le ricordo che, come esiste un problema di nomine all’interno della magistratura, esiste un problema di nomine anche in riferimento ai vertici delle forze di polizia, che inevitabilmente finiscono per avere i propri referenti politici – i ministri della Difesa, dell’Interno e dell’Economia – e sono nominati dal governo di turno. Voglio dire che tra i vertici militari e la politica c’è un legame che va oltre quello istituzionale, fatto anche di riconoscenza e quindi di una certa, diciamo così, unità di intenti e visioni, sia pure ufficialmente dentro un’autonomia e distinzione di ruoli. E poi c’è un altro problema. Quando una notizia risale la scala gerarchica, a ogni tappa c’è un rischio di fuga di notizie casuale o voluto, perché a ogni tappa sono in agguato i servizi segreti, le lobby politiche ed economiche, ognuna delle quali ha i propri giornalisti di riferimento. Quindi, per tornare all’esempio da cui siamo partiti, può essere che la procuratrice di Verona abbia ragione quando dice di essere certa che sul caso Morisi dal suo ufficio nulla sia trapelato, ma il problema come le dicevo è che la talpa può essere altrove.

Altrove dove?

Provo a essere più chiaro. Qualcuno, lungo quella trafila che abbiamo raccontato, si è accorto che Luca Morisi, personaggio non noto per il suo nome, era quel Luca Morisi, e che quindi colpire lui significava indebolire Salvini. Così un «fatto assolutamente banale» diventa un affare di Stato, costruito e veicolato sopra la testa del magistrato che stava indagando e che già di fatto aveva deciso – e forse proprio questo era il problema – che si stava parlando del nulla, e che quindi nel nulla sarebbe restato. Per il sistema giustizia-politica, che certo non ama Salvini, era invece un boccone troppo ghiotto, e sarebbe stato da stupidi lasciarlo nelle mani di un procuratore estraneo a questi giochi di potere e che riteneva la vicenda sepolta, cosa che normalmente avviene nel caso dei fascicoli routinari, come vengono considerati quelli al confine tra uso personale di sostanza stupefacente di modica quantità e illecito. In altre parole, se fosse stata considerata una questione seria e rilevante, quella notizia si sarebbe diffusa nella immediatezza dei fatti. Per qualcuno, però, bisognava aspettare il momento giusto.

l’ex generale della GdF Adinolfi

In effetti i fatti accadono ad agosto e la fuga di notizie avviene solo due mesi dopo, a ridosso delle elezioni. Ma anche questa può essere una coincidenza, il suo è solo un teorema.

Un teorema? Mi viene in mente la vicenda del generale Adinolfi, amico di Renzi, candidato nel 2015 a diventare comandante della Guardia di Finanza e poi bruciato da una fuga di notizie pubblicata ancora dal «Fatto Quotidiano» su una sua amichevole telefonata con Renzi – intercettata sulla base di un’ipotesi di reato di corruzione risultata poi infondata, c’era stato uno scambio di persona – nella quale non c’era nulla di penalmente rilevante. E sul fatto che, nel 2011, avrebbe avvertito Luigi Bisignani di una inchiesta che lo riguardava sulla loggia P4, cosa sostenuta da Marco Milanese, ex ufficiale della Guardia di Finanza poi diventato braccio destro dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti e a sua volta indagato per corruzione. Un groviglio pazzesco da cui Adinolfi, tanto per cambiare, è uscito assolto. Ma tutto questo ha cambiato la sua storia personale e gli equilibri dentro la Guardia di Finanza.

Generali, politici, faccendieri, inchieste più o meno campate in aria, quotidiani che si prestano al gioco della fuga di notizie. Di che cosa stiamo parlando?

Del buco nero della democrazia. Il meccanismo è sempre lo stesso, fare terra bruciata attorno all’obiettivo. Colpire Morisi per fare male a Salvini, colpire Adinolfi per andare addosso a Matteo Renzi, un premier non amato dalla magistratura e dai servizi segreti, su cui lui avrebbe voluto mettere le mani a modo suo, cioè rottamando l’esistente.

E perché nessuno finisce sotto accusa? Non dovrebbe essere poi così difficile individuare i colpevoli di una fuga di notizie. Immagino abbia letto cosa scriveva a proposito il pm Nicola Gratteri, già ministro della Giustizia in pectore del governo Renzi, uno dei magistrati più esperti d’Italia, sulla rivista «MicroMega» nel luglio 2014: «Per quanto riguarda le altre questioni su cui generalmente ci si divide, come la fuga di notizie e la pubblicazione delle intercettazioni, bisogna parlarne con cognizione di causa. Cosa è oggi una intercettazione? Non è altro che una canzone, un file audio in tutto simile a quelli che scarichiamo da internet. C’è un software, su un determinato computer, che intercetta quaranta, cinquanta telefonate che diventano appunto file audio. Se questo file viene copiato e salvato su una chiavetta usb per farne uso improprio, tipo consegnarlo a un giornalista o a chi per lui, se cioè c’è una fuga di notizie in fase di indagine, la cosa è tracciabilissima e assolutamente controllabile. Quando scarico una canzone e poi la salvo da qualche parte, un tecnico può facilmente ricostruire giorno, ora, minuto e secondo in cui ciò è accaduto». Non serve cambiare le leggi, basterebbe vedere quale responsabile era di turno in quel momento nella sala dove avvengono le registrazioni o le trascrizioni.

È fuor di dubbio, ha ragione Gratteri. Ma sono poche le volte in cui la sua ricetta viene applicata, e di solito accade non quando il “Sistema” va addosso a qualcuno, ma viceversa, quando qualcuno pensa di poter attaccare il Sistema. Di recente, per esempio, è accaduto all’ex maggiore dei Carabinieri Giampaolo Scafarto, in servizio alla procura di Napoli agli ordini del pm Woodcock, accusato di aver svelato al vicedirettore del «Fatto Quotidiano» Marco Lillo atti coperti dal segreto istruttorio del caso Consip, compresa l’iscrizione sul registro degli indagati del comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. Ma nella pratica è molto difficile che i magistrati si indaghino tra loro, o indaghino sui rispettivi uomini, per ovvi motivi di appartenenza alla stessa casta e perché se così accadesse ne rimarrebbero in piedi ben pochi. Lei a tal proposito dovrebbe ben saperlo: a distanza di quasi trent’anni, era il 1994, non ci ha ancora detto chi della procura di Milano ha passato al «Corriere della Sera», dove lei lavorava, la notizia, anzi di più, addirittura la fotocopia dell’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi – primo a un premier in carica – impegnato in quei giorni a presiedere un vertice internazionale a Napoli insieme ai grandi della Terra. Fu una operazione chirurgica, fatta in quel modo e in quel giorno solo per fare il più male possibile a un nemico politico del Sistema.

Se Goffredo Buccini,il collega che gestì materialmente quello scoop, ha ritenuto di non svelare il segreto neppure nel libro che ha appena dato alle stampe (Il tempo delle mani pulite: 1992-1994), dove ricostruisce anche quei giorni, non posso essere certo io a farlo. Lo vede?

Lo vede? Lei in quel momento, magari a sua insaputa, faceva parte del Sistema, e ancora oggi lo protegge trincerandosi dietro al segreto professionale. Funziona così, inutile girarci tanto attorno. E guardi che io so anche un’altra cosa su quella fuga di notizie.

Sentiamo.

Che la mattina in cui uscì l’articolo lei venne avvertito in modo discreto che di lì a poco avrebbero perquisito casa sua in cerca della fotocopia e di alcuni nastri di registrazione, da cui sarebbe stato forse possibile, ammesso di averne la volontà, risalire al procuratore o al carabiniere infedele. Avvertimento che le permise di disfarsi di quel materiale, che uscì di casa nella borsetta di sua moglie e finì poi bruciato nel cesso del di lei parrucchiere.

Non confermo e non smentisco, ma su questo so per certo che di quell’avviso di garanzia fu informato anche l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il quale non fece nulla per fermarlo, o almeno ritardarlo visto che in quelle ore Berlusconi era su un palcoscenico internazionale.

Tutto da manuale. Quando il Sistema – magistratura, politica e informazione – decide una cosa non c’è niente da fare, marcia all’unisono e i vari attori si coprono a vicenda pur facendo magari finta di indignarsi gli uni con gli altri. Se può consolarla, le dico che è una recita a cui per anni ho partecipato anche io, e pure con un certo successo.

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