Quasi diciotto miliardi di extraprofitti incassati nei primi sei mesi dell’anno, utili più che raddoppiati rispetto al 2025 e un bilancio destinato a essere ancor più ricco se si prende in considerazione il periodo estivo. Sono questi i risultati delle principali compagnie petrolifere europee, che adesso però sono nel mirino di alcuni governi europei, determinati a far pagare loro il costo della crisi energetica da quando è esploso il conflitto in Iran, che pesa notevolmente sui conti delle famiglie e sul settore dei trasporti e dell’ automotive .
Fra gennaio e giugno 2026 gli otto maggiori produttori globali di greggio quotati in Borsa hanno realizzato utili per oltre 148 miliardi di dollari — circa 800 milioni al giorno — il 49% in più rispetto al 2025. Con un’accelerazione nel secondo trimestre, in cui le due principali major americane (Chevron ed Exxon) hanno totalizzato profitti record per 27 miliardi e i cinque grandi produttori europei (Eni, Equinor, Bp, Total, Shell) hanno incassato nel complesso 27 miliardi di utili complessivi (128%).
“Le compagnie petrolifere stanno registrando una redditività complessiva e margini sui prodotti raffinati che, pur potendo essere influenzati da carenze specifiche di alcuni prodotti, superano l’aumento dei prezzi del petrolio greggio» sottolineano i ministri delle Finanze di Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Polonia e Austria nella lettera inviata al collega irlandese, presidente di turno dell’Unione europea, con la quale gli hanno chiesto di inserire la questione all’ordine del giorno del prossimo Ecofin, in programma a Dublino il 18-19 settembre.
Il dato dei 18 miliardi di extraprofitti – 17,85 per l’esattezza – emerge da un report realizzato dagli esperti dell’organizzazione “Transport&Environment” (T&E), la principale organizzazione non governativa europea dedicata alla promozione dei trasporti sostenibili. Lo studio di 14 pagine ha esaminato i guadagni realizzati dalle otto principali compagnie petrolifere europee da gennaio a giugno e li ha paragonati allo stesso periodo dello scorso anno. In soli quattro mesi di guerra, iniziata alla fine di febbraio, per sei di loro gli utili si sono raddoppiati.

L’analisi tiene conto del volume d’affari globale delle società esaminate e stima in 7,5 miliardi gli extraprofitti generati soltanto all’interno del territorio dell’Unione europea: è questa la torta, destinata ad aumentare, sulla quale i governi promotori dell’iniziativa vorrebbero mettere le mani. Nel mirino ci sono soprattutto la polacca Orlen (2 miliardi di extraprofitti in Europa), la spagnola Repsol (1,3 miliardi), le britanniche Shell e Bp (rispettivamente 1,2 miliardi e 900 milioni), la francese TotalEnergies (un miliardo), l’italiana Eni (550 milioni), l’austriaca Omv (300 milioni) e la spagnola Moeva (120 milioni).

Ma si tratta di una partita estremamente delicata perché si presta a contenziosi di tipo giuridico, visto che la Corte di Giustizia dell’Unione europea sta ancora esaminando alcuni ricorsi presentati dalle società energetiche contro il cosiddetto “contributo di solidarietà”, introdotto a livello Ue nel 2022 in seguito alla precedente crisi, esplosa dopo l’invasione russa in Ucraina. Anche contro la base giuridica utilizzata, che aveva permesso di bypassare il vincolo dell’unanimità che di norma caratterizza le decisioni in materia fiscale.
I sei ministri, però, vogliono insistere su quella strada e stanare Big Oil, evitando che gli utili effettivamente realizzati in Europa vengano contabilizzati altrove per eludere l’eventuale imposta Ue. «Dobbiamo affrontare la questione degli elevati prezzi dell’energia discutendo un quadro a livello europeo per tassare gli extraprofitti – si legge ancora nella lettera – tenendo conto degli insegnamenti tratti dal 2022, questa volta con un’analisi più specifica su come gli utili esteri delle compagnie petrolifere multinazionali possano essere inclusi in modo più mirato”.

I governi hanno chiesto di avere a disposizione al più presto i dati dell’indagine di mercato effettuata a livello europeo sui guadagni delle raffinerie per disporre di un quadro preciso. Inoltre, c’è l’intenzione di rivedere il sistema di calcolo usato quattro anni fa: l’imposta introdotta nel 2022 – che ha generato 28 miliardi di euro – si basava sui guadagni extra realizzati rispetto al periodo 2018-2021, mentre oggi non si potrebbe usare come punto di partenza il triennio precedente (2022-2025) perché già segnato da un’altra crisi. Gli esperti di T&E suggeriscono di “introdurre un meccanismo permanente a livello Ue per la gestione degli utili in eccesso, con un meccanismo di attivazione predefinito. Tale meccanismo dovrebbe essere previsto dalla legge prima della prossima crisi e attivarsi automaticamente al superamento di una determinata soglia“.
Secondo i dati di T&E, i 7,5 miliardi extra realizzati dalle compagnie petrolifere nel primo semestre per le attività all’interno del mercato unico europeo sono stati generati principalmente in Polonia (1,6 miliardi), Spagna (1,5 miliardi), Germania (1,2 miliardi), Francia (600 milioni) e Italia (500 milioni). Fatta eccezione per la Francia, tutti gli altri Paesi risultano nella lista dei firmatari.
Non solo: lo studio è accompagnato da un sondaggio che vede i cittadini italiani i più favorevoli in assoluto all’introduzione di una misura di questo tipo. La sostiene il 67% degli intervistati (di cui il 37% ha espresso un sostegno “forte”). Seguono a ruota i tedeschi (65%) e gli spagnoli (64%), i cui governi si sono attivati per rilanciare la proposta, dopo che la Commissione aveva respinto un primo tentativo effettuato ad aprile. L’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen si era infatti tenuto fuori dalla partita, invitando gli Stati membri ad adottare – se necessario – imposte sugli extraprofitti su base nazionale.





