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25 Febbraio 2026 19:38

La grande crisi del giornalismo americano (ed italiano…)

lI declino della stampa, dai modelli di business sconvolti dal crollo della pubblicità alla proliferazione di fonti alternative di informazione fino alla crescente specializzazione nelle scelte del pubblico. Ma c'è anche una responsabilità diretta degli stessi giornalisti

E’ il collega Federico Rampini illustre firma del Corriere della Sera a raccontarcelo, partendo dalla profonda crisi del quotidiano Washington Post di proprietà di Jeff Bezos, proprietario di Amazon, a raccontare la crisi del Washington Post è quella che fa più notizia, in quanto colpisce il quotidiano della capitale USA, che occupa un posto speciale nell’universo della stampa americana, anche per il ruolo che ebbe nel far cadere il presidente Richard Nixon con lo scandalo del Watergate (1974). L’ attuale proprietario è Jeff Bezos d che viene accusato di volersi accattivare il presidente Donald Trump, sospettato di voler depotenziare l’opposizione al Presidente americano da parte dei suoi giornalisti. Ma questo è soltanto l’ultimo capitolo di un declino più antico, più vasto, che ha cause molteplici.

All’inizio di febbraio 2026 il Washington Post ha annunciato una drastica riduzione del personale, pari a circa un terzo dell’organico complessivo, con centinaia di tagli anche nella redazione. Le aree colpite hanno incluso, tra le altre, sport, libri e parte della copertura internazionale, nell’ambito di una ristrutturazione finalizzata a rendere il giornale finanziariamente sostenibile. Alla vigilia dei tagli, diversi giornalisti avevano pubblicamente chiesto a Jeff Bezos di intervenire per fermare o attenuare la riduzione del personale. Il suo silenzio è stato percepito come significativo, in quanto proprietario e decisore ultimo della strategia aziendale.

Il sindacato che rappresenta gran parte dei dipendenti del Washington Post ha denunciato un progressivo “svuotamento” del giornale, sostenendo che i tagli avrebbero compromesso la credibilità e la qualità dell’informazione. Alcuni rappresentanti sindacali hanno affermato che, se Bezos non intende più investire nella missione del quotidiano, il Post meriterebbe un altro proprietario disposto a farlo. Anche l’ex direttore Martin Baron ha parlato di uno dei momenti più bui nella storia del giornale, criticando alcune scelte recenti della proprietà, considerate dannose per il marchio e per l’identità editoriale.

La grande crisi del giornalismo americano era cominciata prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Fra le vittime c’erano state testate altrettanto illustri del Washington Post. Nel gennaio 2024 il Los Angeles Times ha tagliato almeno 115 posti in redazione, oltre il 20% dell’organico giornalistico, a fronte di perdite annuali stimate tra i 30 e i 40 milioni di dollari. Fino a poco tempo prima la redazione contava più di 500 giornalisti, ma il crollo dei ricavi pubblicitari e le difficoltà del mercato hanno imposto una drastica riduzione. E comunque il Los Angeles Times del gennaio 2024 era già diventato da tempo l’ombra di sé stesso: fino agli anni Novanta, prima che apparisse Internet, era stato un gigante che rivaleggiava con il New York Times per la rete di uffici di corrispondenza all’estero.

Il Boston Globe  reso celebre, fra l’altro, per il suo giornalismo investigativo che aveva esposto gli scandali di pedofilia nella chiesa locale, viene spesso citato come uno dei casi relativamente più riusciti nella transizione digitale tra i grandi quotidiani locali. Tuttavia, la diffusione cartacea è crollata di oltre il 50% rispetto al periodo pre-pandemia. Anche la crescita degli abbonamenti digitali, che in un primo momento aveva compensato parte delle perdite, ha rallentato negli ultimi anni.

Il Chicago Tribune, altro giornale dal passato (remoto) glorioso, ma finito sotto il controllo del fondo Alden Global Capital, è diventato un simbolo delle critiche al modello dei fondi d’investimento accusati di «spremere» le redazioni. Durante uno sciopero nel 2024 è stato ricordato che l’organico della redazione era sceso da oltre cento giornalisti a meno di ottanta in pochi anni. Anche la diffusione cartacea ha continuato a registrare cali a doppia cifra.

Il declino del San Francisco Chronicle risale all’inizio del millennio. Non a caso, essendo nella capitale della Silicon Valley e di Big Tech, aveva subito per primo lo choc della concorrenza digitale. Nel 2007 annunciò un piano per tagliare il 25% dei posti in redazione. Negli anni successivi, la proprietà Hearst ha più volte fatto ricorso a incentivi all’esodo per contenere i costi, in un contesto di ricavi in contrazione. Ironia della storia, il gruppo editoriale del San Francisco Chronicle era stato fondato da quel William Randolph Hearst, magnate della stampa all’inizio del Novecento, che aveva ispirato il personaggio di “Citizen Kane”, capolavoro cinematografico di Orson Welles (“Quarto Potere” in Italia).

il tycon americano Rupert Murdoch

Tra i pochi editori che oggi vanno controcorrente va segnalato Rupert Murdoch: ha deciso di espandere il modello del suo tabloid New York Post in California, con il lancio di una nuova testata, il California Post, in formato cartaceo e online. L’iniziativa è stata presentata come un tentativo di sfruttare gli spazi lasciati liberi dal ridimensionamento delle redazioni tradizionali nello Stato. Il nuovo quotidiano adotta uno stile aggressivo e popolare, simile a quello del New York Post, e punta anche su una forte presenza digitale, con accesso gratuito online, in contrasto con il modello a pagamento di molti concorrenti. Nel quadro generale di un’industria in contrazione, l’operazione di Murdoch rappresenta un caso isolato di investimento espansivo, fondato sull’idea che la crisi dei media tradizionali apra opportunità per modelli editoriali diversi e più orientati al mercato. Ha anche un colore politico. Pur avendo avuto ripetuti scontri con Trump, il Post di Murdoch è un giornale di destra, in guerra contro la cultura “woke”, ed evidentemente pensa di avere un mercato nello Stato della California che è la roccaforte della sinistra.

Le testate famose non esauriscono il quadro. Il panorama della stampa locale è particolarmente disastrato. Negli ultimi 20 anni quasi il 40% dei giornali locali statunitensi è scomparso, con oltre 130 chiusure solo nell’ultimo anno e vaste aree del paese che sono diventate «deserti dell’informazione», dove non esiste copertura di cronaca locale affidabile. Nel Wyoming sono state chiuse otto testate giornalistiche in un solo colpo, lasciando intere comunità senza giornali. L’occupazione nelle redazioni statunitensi è diminuita in modo drastico nel corso degli ultimi decenni. Dal 2005 al 2025 circa 365.000 impieghi nei quotidiani sono scomparsi, mentre la diffusione e le entrate continuano a calare. Le perdite di posti di lavoro non sono limitate ai quotidiani stampati: anche siti digitali e testate online hanno fatto ricorso a tagli e riorganizzazioni, soprattutto durante e dopo la pandemia di COVID-19.

I fattori strutturali alla base del declino sono noti e includono: perdita di entrate pubblicitarie a favore di piattaforme digitali come Google e Metariduzione degli abbonamenti tradizionalidifficoltà di monetizzazione dei contenuti online; ridefinizione del consumo di notizie, col pubblico sempre più spostato verso social media e aggregatori.

Ma c’è anche chi, dall’interno del mondo dei media, invita i giornalisti stessi all’autocritica, alla presa di responsabilità. Un caso autorevole è quello di Gerard Baker, inglese naturalizzato americano, con un passato di grande firma del giornalismo britannico (Bbc e Financial Times), poi per anni direttore del Wall Street Journal, di cui rimane un editorialista. Baker ha deciso di pubblicare una requisitoria severa sui problemi interni alla stampa che a suo avviso hanno contribuito al declino. Il titolo del suo editoriale è provocatorio:

«La più grande minaccia al giornalismo? I giornalisti».

Eccone alcuni estratti. «Non date la colpa a proprietari rapaci per la perdita di fiducia del pubblico. La colpa è di un’informazione faziosa e incompetente.Esiste una categoria di persone con una fiducia in sé più smisurata o una consapevolezza di sé più atrofizzata dei giornalisti americani?

“La democrazia muore nell’oscurità”, ci dicono, lasciando intendere che solo la torcia innalzata dai coraggiosi operatori dei media nazionali mantenga accesa la luce della libertà nel crepuscolo di un’epoca autoritaria. È vero che, in assenza di fonti indipendenti e affidabili, il potere si concentra senza responsabilità. Ma in questa proclamazione della propria indispensabilità non c’è alcun accenno al ruolo che gli stessi giornalisti hanno avuto nel minare la fiducia del pubblico.

Non voglio aggiungermi qui alle elegie emotive che si stanno scrivendo sul Washington Post dopo l’ultimo giro di ridimensionamenti della scorsa settimana. Ho amici ed ex colleghi di talento che stanno cercando di risollevare il Post, e auguro loro ogni successo. Non mi unirò neppure al compiacimento di alcuni critici per le centinaia di persone che hanno perso il lavoro. Persone valide saranno precipitate nelle difficoltà, almeno per un po’.

Ma voglio contestare l’idea che siano stati proprietari senza cuore o una gestione crudele a profanare un tesoro nazionale. Contesto anche il lamento più ampio, secondo cui forze politiche ed economiche malevole avrebbero fatalmente minato la vitalità del giornalismo americano. Ciò che è accaduto al Post è, in parte, ciò che è accaduto alla maggior parte delle organizzazioni giornalistiche tradizionali negli ultimi vent’anni, con una o due luminose eccezioni: modelli di business sconvolti dal crollo della pubblicità, proliferazione di fonti alternative di informazione, crescente specializzazione nelle scelte del pubblico. L’idea che il mercato abbia ancora spazio per decine di grandi quotidiani che offrano prodotti simili “dalla A alla Z” in un’epoca di gusti personalizzati e contenuti atomizzati è anacronistica.

Ma il fattore più importante è il ruolo che gli stessi giornalisti hanno avuto nel crollo della fiducia dei consumatori di notizie. Ovunque queste persone si riuniscano (credete a me, ho partecipato a tante di queste sedute terapeutiche), il lamento è forte e diretto verso l’esterno. Piangono sui fattori che, a loro dire, li hanno portati all’abbandono: la “disinformazione” dei social media, i propagandisti di destra, Donald Trump. Ora avvertono che il ridimensionamento del Post e di molte altre fonti meno celebri rappresenta una minaccia diretta alla nostra libertà, un’ulteriore resa da parte di dirigenti pavidi alla minaccia di Trump.

Gli attacchi del presidente ai media sono indifendibili e preoccupanti. Ma la ragione principale per cui se la cava è che la fiducia nell’onestà di queste istituzioni era già stata devastata dal loro stesso lavoro tendenzioso. L’elenco delle recenti distorsioni mediatiche, dal presunto complotto Russiagate a Black Lives Matter, è lungo. Ma la forma di pregiudizio più importante, e più insidiosa perché difficilmente misurabile, non riguarda ciò che le notizie raccontano. Riguarda ciò che scelgono di non raccontare. Il giornalismo investigativo è vitale, ma per la maggior parte dei giornalisti le persone e le istituzioni che devono essere chiamate a rispondere sono solo quelle che rientrano nella loro demonologia selettiva: le aziende e i loro dirigenti, i ricchi, i politici di destra. I sindacati? Le burocrazie? Le istituzioni accademiche? Molto meno.

Per fare un esempio attuale di questo racconto selettivo, consideriamo come è stata trattata di recente l’immigrazione. Come la maggior parte delle persone, sono inorridito da alcune delle scene viste nelle strade americane nell’ultimo anno. I media hanno fatto bene a denunciare gli eccessi dell’Ice, e tanto di cappello se hanno contribuito a imporre un cambio di tattica da parte dell’Amministrazione. Ma quante testate, negli ultimi dieci anni, hanno raccontato come l’immigrazione di massa abbia inciso sulle comunità americane? Quante hanno coperto la pressione esercitata sui bilanci di scuole e servizi sanitari? Hanno scritto molto sul contributo prezioso di questi migranti all’economia statunitense, ma quante hanno anche solo preso in considerazione i costi? Migliaia di immigrati illegali sono in prigione o in carcere per reati non legati al loro status migratorio. Quanti giornali hanno dedicato lunghi articoli a quei crimini o alle loro vittime?

Prima delle recenti scene di uomini mascherati che trascinano persone fuori dalle auto nei parcheggi, Trump registrava risultati insolitamente buoni tra i latinos. Quando questo dato veniva riportato sui giornali, veniva citato con una sorta di disapprovazione perplessa, pochi reporter hanno mai cercato di capire cosa pensassero gli immigrati legali e i loro figli dell’ingiustizia dell’immigrazione illegale di massa.

Il nostro mercato dei media è ancora vivace, ma largamente polarizzato lungo linee partitiche. Nonostante l’isteria, non è morto né morente, ma è cambiato, in modi che lo rendono più sintonizzato con il proprio pubblico e meno efficace come strumento di responsabilità istituzionale.Proprio quando l’America avrebbe più bisogno di una stampa affidabile per smascherare gli eccessi di un potere esecutivo fuori controllo, i suoi operatori hanno sperperato la fiducia del pubblico».

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