"Toghe pulite". Il Csm sospende dalle funzioni e stipendio il pm Palamara

ROMA –  Il collegio della Sezione Disciplinare del Csm, accogliendo la richiesta del procuratore generale Riccardo Fuzio, coinvolto anche lui nello scandalo che ha travolto la magistratura, ed indagato per rivelazione di segreto proprio a Palamara, al quale gli avrebbe riferito dell’indagine a suo carico, ha sospeso il pm Luca Palamara indagato per corruzione a Perugia.  Al loro arrivo a Palazzo dei Marescialli i legali di Palamara parlando con i giornalisti avevano detto “Per noi non ci sono i presupposti per la sospensione, siamo fiduciosi”.  Ma così non è avvenuto.

Al magistrato, che nel frattempo aveva chiesto il trasferimento al Tribunale dell’Aquila, sarà comunque corrisposto un assegno alimentare. L’avvocato del pm, Benedetto Marzocchi Buratti, ha annunciato che ricorrerà alle Sezioni Unite civili della Cassazione: “Impugneremo sicuramente l’atto”. Palamara si è limitato a commentare: “Continuerò a difendermi nel processo”.

Lo scorso 9 luglio  Palamara aveva preso la parola per la prima volta dall’inizio del caso,  davanti alla sezione disciplinare del Csm, dichiarando: “Non ho mai svenduto le mie funzioni di magistrato né ho gettato discredito sui colleghi”.

L’udienza si era svolta a porte chiuse, dopo che la Sezione disciplinare aveva rigettato la richiesta dei legali di ricusare due giudici, i magistrati  Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita. rappresentanti della corrente di Autonomia e Indipendenza.

Palamara aveva parlato dopo i suoi avvocati e dopo che il collegio giudicante presieduto dal membro “laico” (indicato nel CSM dal M5S) Fulvio Gigliotti aveva già ascoltato i rappresentanti dell’accusa, gli avvocati generali della Cassazione Pietro Gaeta e Luigi Salvato.

Il perno fondante dell’accusa sono i rapporti di Palamara intercorrenti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, dal quale avrebbe ricevuto regali e viaggi ed in cambio avrebbe messo le sue funzioni a disposizione dell’uomo di affari. Tra questi un anello destinato alla sua “amica del cuore” Adele Attisani, anello però  che nella motivazione del provvedimento di sospensione, però, è scomparso. Infatti non c’è più…

Palamara, davanti alla sezione disciplinare, si è difeso replicando alle accuse rivendicando quell’amicizia e spiegando che anche altri colleghi magistrati hanno frequentato l’imprenditore, ma non ha fatto i loro nomi, contrariamente a quanto aveva fatto invece davanti ai pm di Perugia, citando il presidente della Corte dei Conti Raffaele Scutieri, l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ed alti ufficiali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri.

L’ex leader della corrente Unicost e dell’ Associazione Nazionale Magistrati ha escluso di aver voluto gettare fango sui colleghi, a cominciare dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, come invece gli contesta l’accusa, secondo la quale avrebbe discusso con il senatore Luca Lotti  (Pd) delle “possibili strategie di discredito” proprio nei confronti del pm titolare dell’”inchiesta Consip, e avrebbe tenuto un “comportamento gravemente scorretto” nei confronti dei colleghi che si erano candidati per il posto di procuratore di Roma, sempre per aver discusso “della strategia da seguire ai fini della nomina” con gli esponenti del Pd, Lotti e Ferri, oltre che con alcuni consiglieri del Csm .

 

La sezione disciplinare nell’ordinanza  contesta la tesi delle libere valutazioni personali. Perché non c’erano “interlocutori occasionali”, ma bensì “un soggetto indagato e poi imputato (l’on. Luca Lotti) da una delle procure in gioco (quella di Roma), da parte di un soggetto (l’incolpato) che afferma di essere stato sempre consapevole, dell’esigenza di indagini a suo carico da parte della procura di Perugia, anch’essa considerata nel “risiko giudiziario”)“. E non solo. Vi era una “programmazione delle azioni ritenute necessarie ai propri obiettivi“.

Mercoledì il plenum del Csm aveva preso atto delle dimissioni presentate da Riccardo Fuzio procuratore generale della Cassazione che lascerà l’incarico dal prossimo 20 novembre. Il procuratore generale è finito sotto accusa dopo la pubblicazioni di alcune conversazioni intercettate proprio con il pm Luca Palamara.

E’ stato quindi bandito anche il concorso per la nomina del successore di Fuzio. Termine finale fissato per la presentazione delle domande è il prossimo 9 agosto.

 




"Toghe sporche": "A Palamara 40mila euro per favorire una nomina"

ROMA – Il pm della procura di Roma Luca Palamara, avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore ,  allorquando rivestiva il ruolo di componente del Csm,   per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto. E’ quanto si legge nel decreto della perquisizione ordinata dalla Procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio.

Negli atti  giudiziari si legge che Palamaraquale componente del Csm riceveva da Calafiore e Amara la somma pari ad euro 40 mila per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero agevolare e favorire il medesimo Longo nell’ambito della procedura di nomina a procuratore di Gela alla quale aveva preso parte Longo, ciò in violazione dei criteri di nomina e selezione“. Longo venne arrestato nel febbraio del 2018 nell’ambito dell’inchiesta su corruzione in atti giudiziari dalla Procura di Messina .

Secondo quanto scrivono i pm della Procura di Perugia nel decreto di perquisizione a carico del sostituto procuratore Palamara l’imprenditore Fabrizio Centofanti (a lato nella foto) “era una sorta di anello di congiunzione tra Luca Palamara e il duo Calafiore-Amara“. Il lobbista di area PD, Centofanti, indagato per corruzione nel capoluogo umbro, “ha operato come rappresentante di tale centro di potere che ha svolto sistematicamente mediante atti corruttivi di esponenti dell’autorità giudiziaria“.

“Le utilità percepite nel corso degli anni da Palamara – è scritto nel decreto di perquisizione – dai suoi conoscenti e familiari ed erogate da Centofanti appaiono direttamente collegate alla sua funzione di consigliere dell’organo di autogoverno della magistratura. Il numero di donativi e il valore degli stessi non è spiegabile sulla base di un mero rapporto di amicizia. Occorre tener conto che l’autore di tali emolumenti è un soggetto in stretti rapporti illeciti con imputati rei confessi del delitto di corruzione“.

Molto gravi anche le intercettazioni contenute nel decreto di perquisizione.Siccome un angelo custode ce l’ho io…sei spuntato te, m’e’ spuntato Stefano che e’ il mio amico storico“. Cosi’ il pm di Roma Luca Palamara diceva il 16 maggio 2018 al consigliere del Csm Luigi Spina a proposito del collega Stefano Rocco Fava, autore di un esposto al Csm contro l’ex procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Sia Spina che  Fava sono iscritti nel registro degli indagati della procura di Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto“.

Il pm Fava avrebbe rivelato a Palamara dell’esposto da egli presentato contro Pignatone e Ielo per presunti comportamenti scorretti nella gestione del procedimento sul conto dell’avvocato Piero Amara. Secondo gli inquirenti umbri, “Fava nell’intendimento di Palamara sara’ suo strumento per screditare il procuratore aggiunto che ha disposto, all’epoca, la trasmissione degli atti a Perugia”.

il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e l’ex procuratore capo Pignatone

Sempre attenendosi rigorosamente a quanto emerge dal decreto di perquisizione, Centofanti avrebbe elargito  a Palamara  a partire dal 2011 “utilità e vantaggi economici“.  A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua compagna Adele Attisani. L’imprenditore Fabrizio Centofanti avrebbe pagato, tra l’altro, un gioiello di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’ Attisani per il suo compleanno. Alla donna sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’Hotel Jebel di Taormina.

uno degli appartamenti dell’ Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni

Poi vengono elencati i soggiorni, dei quali Palamara avrebbe usufruito presso il lussuoso Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni (novembre 2015, febbraio e marzo 2017), secondo gli accertamenti della polizia giudiziaria. Ed anche il soggiorno di Emanuela Palamara sorella del magistrato all’Hotel Campiglio Bellavista nel marzo del 2011 e nel dicembre dello stesso anno.

l’area welness dell’ Hotel Campiglio Bellavista

Le indagini hanno accertato che in quella struttura alberghiera hanno alloggiato dal 26 dicembre 2011 al 2 gennaio 2012  anche lo stesso Luca Palamara con il proprio nucleo familiare, vacanza ripetutasi tra il 2014 e il 2015. Acquisite dalla procura di Perugia anche le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana.




Arrestato per corruzione Marcello De Vito (M5S), presidente del consiglio comunale di Roma "a disposizione dei costruttori Parnasi, Toti e Statuto"

ROMA –  Chissà se i portavoce del M5S adesso avranno ancora il coraggio di autoproclamarsi “paladini” dell’ onestà dopo l’arresto effettuato all’alba di  Marcello De Vito, 45 anni, presidente dell’assemblea capitolina, con l’accusa di corruzione. Insieme a lui è finito in carcere, con la stessa accusa, anche l’avvocato Camillo Mezzacapo, vicino al M5S ritenuto complice di De Vito nell’attività corruttiva.  Il Gip Maria Paola Tomaselli  del Tribunale di Roma nell’ ordinanza accusa De Vito di aver preso soldi e alte utilità anche dal gruppo Toti e dal gruppo Statuto sempre per favorire alcuni progetti a Roma.  La Gip nella sua ordinanza  parla di un “quadro desolante”: “Sia il privato che il pubblico ufficiale si ritengono centrali percependo quanto altro da sé come meramente strumentale alla realizzazione dei propri interessi e del proprio profitto il cui conseguimento essi perseguono nella piena consapevolezza della illiceità dei loro comportamenti“.

 

I due arrestati De Vito e Mazzacapo si spartivano le tangenti pagate sotto forma di consulenze fittizie e fatture false, convinti di essere in una perfetta “congiuntura astrale” (da cui ha preso nome l’operazione) per la presenza del M5S sia nel governo della Capitale che in quello del Paese. In mattinata si stanno eseguendo anche perquisizioni al Campidoglio. Nell’inchiesta sulla realizzazione del nuovo stadio della Roma è coinvolto anche Paolo Ferrara capogruppo (autosospesosi) in Campidoglio del Movimento Cinque Stelle.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Via dei Selci a Roma hanno perquisito l’ appartamento di  Marcello De Vito. l’ esponente grillino secondo le accuse  delle pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli coordinate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo della Procura di Roma avrebbe incassato direttamente o indirettamente delle elargizioni, dal costruttore romano Luca ParnasiDe Vito, ed in cambio, avrebbe favorito  all’interno dell’amministrazione grillina guidata dalla Sindaca di Roma Virginia Raggi , di favorire il progetto collegato alla costruzione dello stadio di calcio della Roma.

Marcello De Vito

Al centro dello scandalo la costruzione del nuovo stadio della Roma società sportiva che è estranea alla vicenda. L’inchiesta della Procura di Roma aveva già portato lo scorso giugno all’arresto di nove persone tra cui l’imprenditore Luca Parnasi e dell’avvocato Luca Lanzalone, presidente di Acea anch’egli legato al Movimento Cinque Stelle. Le indagini riguardano inoltre la costruzione di un albergo vicino all’ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere e la riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali di Roma Ostiense.

La gip Tomaselli nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere prosegue : “Marcello De Vito ha messo a disposizione la sua pubblica funzione di presidente del Consiglio comunale di Roma Capitale per assecondare, violando i principi di imparzialità e correttezza cui deve uniformarsi l’azione amministrativa, interessi di natura privatistica facenti capo al gruppo Parnasi. Ed aggiunge: “Emerge in sostanza come il sistematico mercimonio della funzione pubblica da parte dei De Vito avvenga secondo uno scema precostituito. L’imprenditore Luca Parnasi, al fine di acquisire il favore di Marcello De Vito, che guidava in qualità di presidente del Consiglio Comunale di Roma Capitale i lavori dell’Assemblea Capitolina riguardanti il progetto per la realizzazione del Nuovo Stadio della Roma, si è determinato, in adesione ad una specifica richiesta di De Vito, a promettere e poi ad affidare diverse remunerative consulenze all’avvocato Mezzacapo il quale ha operato quale espressione dello stesso De Vito».

Le indagini oltre ai due arrestati tradotti in carcere, vedono altre due persone ai domiciliari l’architetto Fortunato Pititto, legato al gruppo imprenditoriale della famiglia Statuto, e Gianluca Bardelli ed una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale nei confronti di due imprenditori. Per la prima tranche sono andate a processo 18 persone. I reati contestati a seconda delle posizioni, sono associazione a delinquere, finanziamento illecito ai partiti, corruzione e traffico di influenze illecite.

“Spartiamoci i soldi”; “No aspettiamo che finisci il mandato”

De Vito e Mezzacapo avevano costituito una società-cassaforte,   la Mdl srl che custodiva i proventi degli illeciti. In una intercettazione De Vito proponeva di spartirsi il denaro mentre l’ avvocato Mezzacapo suggeriva di aspettare: “Va beh ma distribuiamoli questi” dice De Vito. E Mezzacapo gli risponde: “Ma adesso non mi far toccare niente lasciali lì a fine man…quando finisci il mandato  se vuoi ci mettiamo altro sopra se vuoi…”

“. “Questa congiunzione astrale tra ….tipo l’allineamento della cometa di Halley …hai capito cioè…è difficile secondo me che si verifichi …noi Marce’ dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me guarda ci rimangono due anni“. Così parlava a De Vito mentre veniva intercettato il 4 febbraio scorso l’avvocato Mezzacapo parlava. Parole che secondo il gip di Roma si riferisce allo sfruttare “il ruolo pubblico di De Vito per fini privatistici e ottener lauti guadagni”.

 

 

L’ operazione “Congiunzione astrale” fa luce su una serie di operazioni corruttive realizzate da imprenditori attraverso l’intermediazione dell’avvocato di Marcello De Vito ed un uomo d’affari, che fungono da raccordo con il presidente dell’Assemblea comunale capitolina al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari.

Il presidente del consiglio comunale di Roma nella “mappa” comunale del M5S , nel 2016 è stato il consigliere del M5S più votato a Roma ricevendo 6 mila 541 preferenze. Si era anche candidato alle “Comunarie” per correre da sindaco ma venne silurato dagli stessi alleati del Movimento perché sospettato di aver trafficato su una licenza edilizia, accusa che poi si rivelò essere falsa. Era considerato un “lombardiano”, in quanto molto vicino a Roberta Lombardi, primo capogruppo grillina alla Camera ed ora a capo della flotta grillina nel consiglio regionale del Lazio, della quale fa parte anche Francesca De Vito, sorella di Marcello. Da quando era scoppiata l’inchiesta dello stadio, Marcello De Vito. era molto preoccupato, come raccontano oggi i consiglieri pentastellati, ed era scomparso dalla scena politica, limitandosi a dirigere il lavoro dell’Aula del Consiglio comunale capitolino. Venerdì scorso l’ultima uscita di gala per la prima al teatro dell’ opera di Orfeo ed Euridice, ieri la visita a Rebibbia ai padri separati. Oggi l’arresto.

Le foto che testimoniano gli incontri tra il gruppo Parnasi e i politici coinvolti nell’inchiesta sullo stadio della Roma

 

Corruzione M5S Stadio Roma Calcio

Paolo Ferrara

In questa immagine si riconosce il capogruppo (autosospesosi) in Campidoglio del Movimento Cinque Stelle, Paolo Ferrara.

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Una foto che testimonia l'incontro tra Luca Parnasi e Adriano Palozzi vice presidente del Consiglio regionale di Forza Italia

I pranzi politici del gruppo Parnasi:

Uno dei pranzi politici del gruppo Parnasi: tra i partecipanti si riconosce Paolo Ferarra.

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Inchiesta Consip, chiesto rinvio a giudizio per 7 persone

ROMA – La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per 7 persone indagate nell’ambito dell’inchiesta Consip, fra i quali l’ex ministro dello Sport, Luca Lotti; l’ex comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette; il comandante della Legione Toscana dei Carabinieri, Emanuele Saltalamacchia; e di Gianpaolo Scafarto ex-ufficiale dei Carabinieri del Noe ed oggi assessore alla Sicurezza di Castellammare di Stabia,  accusato di aver “truccato e depistato” l’inchiesta al fine di “incastrare” Tiziano Renzi, papà dell’ex segretario del Pd, ed ora senatore, Matteo Renzi.

Proprio per Tiziano Renzi il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi hanno chiesto l’archiviazione perché “a prescindere dalla sua inverosimile ricostruzione dei fatti (…) non vi sono elementi per sostenere un suo contributo nel reato” di traffico illecito di influenze.

Sul traffico di influenze illecite che coinvolgeva Tiziano Renzi rischia il processo anche il faccendiere di Scandicci, Carlo Russo il quale secondo la procura romana  avrebbe “abusato del cognome di Renzi” mentre parlava al telefono  di appalti e mazzette con l’imprenditore Alfredo Romeo . Russo per questo motivo viene accusato di millantato credito. L’ex ministro Lotti, il generale Saltalamacchia, e Filippo Vannoni l’ex presidente di Publiacqua Firenze, vengono invece accusati di favoreggiamento.

Luca Lotti

L’iscrizione di Lotti sul registro degli indagati risale al 21 dicembre del 2016, il giorno dopo l’audizione, davanti ai pm di Napoli, John Woodcock e Celeste Carrano, nella quale l’ex ad di Consip Luigi Marroni, il grande accusatore dell’inchiesta, aveva ammesso di aver saputo dall’allora ministro dell’indagine in corso sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione. Il fascicolo passò subito a Roma per competenza e il 27 dicembre Lotti si presentò a Piazzale Clodio per essere sentito dagli inquirenti.

Il generale Del Sette è accusato di rivelazione del segreto istruttorio. L’ex presidente Consip, Luigi Ferrara, è accusato invece di false informazioni ai pm per aver mentito durante un’audizione. Ad incastrarli la testimonianza , secondo i magistrati, di Luigi Marroni, l’ ex amministratore delegato  della Centrale acquisti della pubblica amministrazione che ha ammesso di aver fatto rimuovere le cimici dagli uffici della Consipperché ho appreso in quattro differenti occasioni da Vannoni, dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Ferrara e da Lotti di essere intercettato“.

Marroni poi elenca dettagliatamente, date, nomi e cognomi:A luglio 2016 durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore“. I pm hanno ritenuto credibili le dichiarazioni di Marroni e per questo tutti i citati rischiano di finire a processo.

Secondo il capo d’imputazione, Gianpaolo Scafarto ex-ufficiale dei carabinieri del Noe avrebbe rivelato al giornale  “Il Fatto Quotidiano” notizie coperte da segreto, Inoltre su richiesta del colonnello  Sessaal fine di non rendere possibile ricostruire le chat WhatsApp provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l’applicazione“.

Nell’ultimo capitolo delle indagini concluse dai magistrati romani figurano gli ex Noe, Gianpaolo Scafarto ed Alessandro Sessa. A Scafarto la procura ha contesta i reati di “falso”, “rivelazione di segreto” e “depistaggio” , a Sessa il solo “depistaggio”. Scafarto secondo i pm  avrebbe redatto un’informativa “alterata” con l’obbiettivo di “arrestare” Tiziano Renzi a cui fu attribuita una telefonata con Romeo nella quale, in realtà, al telefono era il suo consulente ed ex-deputato Italo Bocchino. Lo stesso Scafarto all’epoca dei fatti maggiore dei Carabinieri del NOE avrebbe dato conto, senza alcuna prova, di un’intromissione dei Servizi Segreti nell’indagine.

Anche qui lo scopo voluto era sempre lo stesso: provare il coinvolgimento nell’indagine della famiglia Renzi . All’epoca Matteo Renzi guarda caso…era presidente del consiglio.




Campidoglio: Raffaele Marra ex braccio destro della sindaca Raggi condannato a tre anni e sei mesi.

ROMA –  Condanna a 3 anni e 6 mesi e interdizione dai pubblici uffici per Raffaele Marra, l’ex capo delle Risorse umane del Campidoglio e fedelissimo di Virginia Raggi, arrestato per corruzione il 2 dicembre 2016 in concorso con l’immobiliarista Sergio Scarpellini scomparso il 20 novembre.  Il pm Barbara Zuin nella sua requisitoria aveva chiesto una condanna a 4 anni e mezzo.

Secondo l’accusa, Scarpellini avrebbe dato nel 2013 due assegni circolari da 367 mila euro a Marra intestati alla moglie del dirigente capitolino, all’epoca direttore dell’ufficio delle Politiche abitative del Comune di Roma e capo del Dipartimento del patrimonio e della casa, per l’acquisto di un appartamento nella zona di Prati Fiscali. Nella sua requisitoria, durata circa due ore, il pm Barbara Zuin aveva chiesto inoltre la confisca dell’appartamento in questione.  La posizione di Scarpellini era stata stralciata lo scorso luglio a seguito delle gravi condizioni di salute in cui versava l’immobiliarista romano. “Il cuore del processo sta nel capire se questa dazione sia stata un prestito tra amici o invece il ‘ prezzo’ per piegare la pubblica funzione di Marra agli interessi del costruttore Scarpellini, se fra i due ci sia stato un rapporto di amicizia o di corruzione” aveva detto in aula il pubblico ministero.

Marra era definito da molti il “Rasputin” del Campidoglio,  è stato anche condannato a un risarcimento di 100 mila euro in favore del Comune di Roma. Marra, assistito dagli avvocati Francesco Merluzzi e Francesco Scacchi, a distanza di 4 anni,  ha restituito oltre 367 mila euro a Scarpellini a processo avviato e quindi secondo l’accusa con una tempistica “sospetta” . Soldi con i quali Chiara Perico, la moglie di Marra, attualmente residente a Malta con i figli   aveva acquistato in via Prati Fiscali 258- Se per la procura sono una “mazzetta”,   per la difesa invece si sarebbe trattato di un prestito tra amici. Entrambe le cose secondo Scarpellini, che in sede di interrogatorio ha ammesso di aver pagato per non scontentare il potente funzionario del Comune.

I due vennero arrestati a dicembre 2016, sono accusati di corruzione, e l’impianto accusatorio del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Zuin sulla base delle indagini effettuate dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Roma  guidati dal colonnello D’Aloia, risulta molto solido . L’ ex braccio destro della sindaca Raggi (Marra) ha ricevuto benefici ingenti dall’immobiliarista romano famoso per affittare, palazzi di sua proprietà alla Camera, al Tar, al Consiglio di Stato e a diverse authority, con contratti assai onerosi, .

I giudici della II sezione penale hanno disposto inoltre la confisca dell’appartamento al centro della vicenda e un risarcimento di 100mila euro in favore di Roma Capitale. Per Marra è stato inoltre dichiarato estinto il rapporto con la pubblica amministrazione.




Nove arresti a Roma e oltre 20 indagati per riclaggio e false fatture in un maxi appalto

ROMA – Oltre cento fiamme gialle del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza di Roma, a conclusione di una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica capitolina, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Stefano Rocco Fava dalle prime ore di questa mattina hanno dato esecuzione a un’ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Roma, per l’adozione di misure cautelari personali nei confronti di tredici persone (3 in carcere, 6 agli arresti domiciliari e quattro divieti di esercitare attività d’impresa per la durata di 12 mesi), indiziate gravemente a vario titolo, di associazione per delinquere, fatture false, riciclaggio di proventi illeciti e bancarotta fraudolenta.

Mauro Giammaria

Fra gli arrestati sono finiti in manette considerati responsabili di un giro milionario di “soldi neri” circolanti intorno a un maxi appalto bandito nel 2014 dal Ministero dei Trasporti,  Mauro Giammaria un’ ex dirigente di una società pubblica (rimosso dal suo incarico a seguito del procedimento in questione)  e Maurizio Lanari amministratore della Sei Plus spa,  recentemente condannato a 2 anni e 6 mesi di carcere , grazie ad un patteggiamento con la Procura, per reati tributari con un altra società nel processo relativo all’inchiesta “Labirinto

Alessandra Monti moglie del Lanari, attrice della fiction “Incantesimo“, è finita invece agli arresti domiciliari, nel 2016 era stata condannata con l’accusa di estorsione e lesioni aggravate a 3 anni e 6 mesi di reclusione.

La Monti è una habituée delle aule del tribunale, dove è anche imputata in altri due procedimenti. In un procedimento deve difendersi dall’accusa di aver investito con la sua Mercedes due carabinieri colpevoli di averla fermata per un controllo. In un altro processo le è stata  contestata la calunnia per aver accusato ingiustamente l’ex marito Antonio Stanizzi di averla maltrattata

Nell’inchiesta della Guardia di Finanza, della Procura della repubblica di Roma,  titolari dell’indagine, hanno ricostruito un volume di false fatturazioni di oltre 45 milioni.  Le investigazioni dei finanzieri hanno consentito di accertare , da parte di una società consorziata, la creazione di fondi occulti trasferiti con cadenza settimanale in denaro contante da due referenti societari, nelle mani di un soggetto “collettore”, che era incaricato della materiale custodia della provvista, inizialmente in una propria cantina e successivamente in una cassetta di sicurezza bancaria, dove nel corso di una perquisizione sono stati rinvenuti circa 500 mila euro.

Gli approfondimenti contabili e finanziari  della Guardia di Finanza hanno poi, portato alla luce un evidente stato di insolvenza di questa società consorziata (dichiarata fallita nello scorso mese di maggio dal Tribunale di Roma ) per debiti verso l’Erario per circa 20 milioni di euro, con reiterate azioni finalizzate alla spoliazione di beni. Sono state così ricostruite distrazioni nel giro di tre anni e mezzo per circa 10 milioni di euro.

Una cospicua parte di questi proventi sono stati trasferiti, senza alcuna valida legittima giustificazione, anche a due consulenti fiscali (un 57enne ed un 60enne), entrambi indagati nella distrazione di fondi dal fallimento,  raggiunti da misura cautelare personale degli arresti domiciliari.

Il nuovo amministratore di diritto della società consorziata, inoltre, è stato raggiunto da misura interdittiva, al pari di 3 amministratori-procuratori speciali della consorziata e di ditte subappaltatrici. Tenuto conto della ricostruzione di ulteriori fittizi rapporti economici emersi durante gli  accertamenti della Guardia di Finanza, è stato ricostruito un volume di false fatturazioni emesse/ricevute complessivamente di oltre 45 milioni.

Sono oltre 20 gli indagati  nell’inchiesta e tra loro ci sarebbero anche funzionari del Ministero dei Trasporti. Inoltre il Nucleo Valutario della Fiamme Gialle ha sequestrato beni per circa 15 milioni di euro.

L’indagine è partita dall’appalto pubblico di 490 milioni di euro, affidato nel 2014 dal Ministero dei Trasporti a un Consorzio d’imprese denominato “Postemotori” (di cui fanno parte Poste Italiane, Postecom, Kpmg Advisy e Integrazioni e sistemi) che si occupava di gestire i pagamenti degli automobilisti tramite bollettini postali al Ministero. Poste Italiane e la controllata Postecom, sono  parti lese in questa vicenda.

Gli indagati grazie a questo appalto molto remunerativo, ed anche attraverso fatture false per operazioni inesistenti, sono riusciti ad accantonare circa 10 milioni di euro nel giro di tre anni e mezzo. Gli investigatori hanno accertato che gli indagati avevano fatto una vera e propria «cresta» sul maxi appalto del Mit guadagnando cifre milionarie sui bollettini postali che i cittadini pagano per sostenere le spese per i loro veicoli, tra cui la revisione auto.

 




Processo al sindaco di Roma: la Procura chiede una condanna a 10 mesi

ROMA – E la reclusione a dieci mesi la richiesta della pubblica accusa rappresentata dalla Procura di Roma nei confronti per la sindaca Virginia Raggi, imputata per falso nell’ambito del processo sulle nomina di Renato Marra alla direzione del dipartimento Turismo del Campidoglio. Domani la sentenza.

Secondo la Procura di Roma la sindaca Virginia Raggi “mentì alla responsabile dell’Anticorruzione del Campidoglio nel dicembre del 2016” perché se avesse detto che la nomina di Renato Marra era stata gestita dal fratello Raffaele, sarebbe incorsa in un’inchiesta ed “in base al codice etico allora vigente negli M5S, avrebbe dovuto dimettersi“. Così in aula ha detto il procuratore aggiunto Paolo Ielo che ha chiesto alla corte l’acquisizione del codice etico M5S vigente nel 2016. Ielo ha chiesto al giudice l’acquisizione del codice etico M5S vigente nel 2016 , che prevedeva in caso di indagine penale a carico di un ‘portavoce‘ la sua ineleggibilità o, se già eletto, le dimissioni. “Se la sindaca avesse detto la verità e avesse riconosciuto il ruolo di Raffaele Marra nella scelta del fratello – ha spiegato Ielol’apertura di un procedimento penale a suo carico sarebbe stata assai probabile. Lei era consapevole che in casi di iscrizione a modello 21 (cioè come indagata in un fascicolo penale, ndr) rischiava il posto è per questo mentì. Il codice etico venne  modificato nel gennaio del 2017“.

Il  vicepremier del M5S Luigi Di Maio nel frattempo è stato abbastanza chiaro ed esplicito:”Per quanto riguarda il sindaco di Roma, io non conosco l’esito del processo ma il nostro codice di comportamento parla chiaro e lo conoscete” a cui la la sindaca Raggi, replica irritualmente con le proprie  dichiarazioni spontanee nel corso dell’udienza sul processo sulle nomine in Campidoglio. “Il codice etico del 2016 relativamente agli indagati non è stato mai applicato“. “Solo in un caso, quello del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, si arrivò alla sospensione perché non aveva comunicato la sua iscrizione nel registro degli indagati” ha detto la Raggi.

Le dichiarazioni spontanee della Raggi . Se il buon giorno si vede dal mattino, rimasi interdetta quando, in occasione del nostro primo incontro, mi disse ’cara non ti preoccupare, starò con te per un anno, un anno e mezzo al massimo’. All’epoca non capii bene questa affermazione, alla luce di quello che ha detto oggi capisco che non aveva molta voglia di starci, apprendo oggi tutta questa ritrosia a venire da noi”, ha aggiunto la sindaca Raggi nel corso delle spontanee dichiarazioni in aula. E sui motivi perchè la Raineri avesse indicato proprio il termine di un anno e mezzo, la Raggi ha replicato: “Un anno e mezzo dopo il nostro arrivo ci sarebbe stata la preparazione alle elezioni politiche 2018 e sapevo, per quello che mi diceva il dottor Minenna, erano interessati a dare un supporto molto fattivo al M5S in tutte istituzioni nelle quali i Cinque stelle erano presente o si apprestavano a entrare“. Quindi secondo il sindaco le ragioni del termine di un anno e mezzo di mandato messo dalla Raineri potevano essere legate a una volontà del magistrato di ricoprire altre cariche: “Magari un altro incarico dopo le elezioni politiche nazionali“, ha concluso.

Ma il vertice del Movimento non è d’accordo con la sindaca e fa sapere che se la Raggi verrà condannata è fuori. “Dunque dimissioni subito, e, in caso di mancato passo indietro, ‘cartellino rosso“: per i 5 Stelle l’espulsione sembra l’unica via praticabile. Ma in caso di condanna cosa accadrà per la vita politica ed amministrativa della Capitale ? Questione di valutazioni politiche, che si traducono in possibili differenti scenari. In Campidoglio nelle ultime ore i grillini si dicono convinti che “i vertici del Movimento faranno di tutto per non far cadere la giunta”, soprattutto per non esporsi all’assalto della Lega su Roma in concomitanza con le elezioni europee. Ma i diretti interessati sembrano essere di opinione opposta. A Palazzo Chigi e nei ministeri pentastellati e negli uffici milanesi della Casaleggio si spera nell’assoluzione. Ma come spiegano fonti governative consultate dall’AdnKronos in caso di condanna “per il M5S sarebbe inevitabile il ritorno alle urne” .

Le conseguenze di una probabile condanna  conduce a due ipotesi: le dimissioni senza appello della prima cittadina, oppure delle dimissioni “a tempo”. La seconda opzione garantirebbe 20 giorni di stand by a Raggi per decidere se lasciare oppure andare avanti senza simbolo, uscendo dal Movimento 5 Stelle, cercando di convincere i 28 consiglieri grillini a restare in consiglio con una maggioranza compatta. Esclusa a priori l’ipotesi di un voto su Rousseau, la plurihackerata piattaforma grillina, per decidere il futuro della sindaca. Domani la sentenza.




Processo Raggi, la testimonianza del magistrato Raineri: "Marra consigliere privilegiato della sindaca"

ROMA – Questa mattina  nuova udienza al tribunale di Roma del processo alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, che la vede sul banco degli  imputati per “falso documentale“: secondo la Procura di Roma mentì all’Anticorruzione del Comune di Roma in relazione al caso di Renato Marra, fratello del suo ex braccio destro Raffaele, un ex-ufficiale della Guardia di Finanza entrato al Comune di Roma alla corte dell’es-sindaco Gianni Alemanno.

Renato Marra da vigile urbano graduato venne promosso a capo del dipartimento turismo del Comune con un incremento di stipendio pari a 20 mila euro. L’accusa alla Raggi è relativa precisamente alle dichiarazioni all’ Anticorruzione comunale, in cui il ruolo di Raffaele Marra era definito “di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali“. Una ricostruzione che secondo il procuratore aggiunto Ielo e il pm Dall’Olio contrasta con il contenuto delle chat trovate nei rispettivi telefonini degli indagati e finite negli atti processuali.

Su richiesta del procuratore aggiunto, Paolo Ielo e dal pm Francesco Dall’Olio nella scorsa udienza, oggi viene ascoltata in aula come testimone nel processo che vede imputato il primo cittadino per falso in relazione alla nomina (poi revocata) di Renato Marra (fratello di Raffaele) a capo del dipartimento Turismo del Campidoglio  l’ex capo di gabinetto Carla Romana Raineri che ricoprì il ruolo per circa un mese subito dopo l’elezione della sindaca per poi dimettersi in maniera polemica.  Attualmente la Raineri è giudice nella prima sezione civile della Corte d’appello di Milano.

Carla  Romana Raineri ed il sindaco di Roma, Virginia Raggi

“Io ho cercato di intercettare l’attenzione del Sindaco su tanti temi, tra i quali anche il riordino delle partecipate e i rifiuti. Il mantra era: “Ne parli con Marra o con Romeo“.( dipendente comunale , ex capo della segreteria del Sindaco n.d.r.) ,  Io non potevo dialogare col sindaco, dovevo pietire la loro attenzione e invece che consigliare il sindaco, dovevo farmi consigliare da loro“, ha testimoniato la Raineri in aula.

l’ arresto di Raffaele Marra

Secondo l’ex capo di gabinetto del Campidoglio Raffaele Marra (poi finito in carcere) e  l’ex-capo della segretaria particolare Salvatore Romeo , dimessosi per la vicenda delle polizze assicurative intestate a sua  insaputa a Raggi , “si comportavano in maniera autoreferenziale e arrogante, Marra almeno manteneva sempre un bon ton istituzionale, mentre Romeo era arrogante e maleducato”.

Quanto ai loro incarichi in Campidoglio, ad inizio della consiliatura nell’estate 2016 il primo era vice capo di Gabinetto, il secondo era il capo della segreteria politica, Raineri ha sostenuto nella sua deposizione che  “Marra non aveva nessuna delega, era formalmente il vice capo di gabinetto ma era il consigliere privilegiato del sindaco. Stavano in tre in una stanza a porte chiuse, per riunioni inaccessibili a tutti se non all’allora vice sindaco Daniele Frongia. Marra aveva un fortissimo ascendente sulla sindaca“.

Raffaele Marra e Salvatore Romeo

La Raineri lamenta di essere stata assegnata a un ruolo, in concreto, del tutto irrilevante, perché spogliato delle sue funzioni: “Il ruolo che mi era stato affidato era un guscio vuoto, trovai un gabinetto in cui le funzioni erano state sapientemente esportate verso due direzioni: Salvatore Romeo, che aveva delle deleghe molto singolari, come quella ai lavori di giunta e l’altra alle partecipate, e a Raffaele Marra. Il capo di gabinetto deve controllare la regolarità degli atti, in questa situazione era sorprendentemente surreale che non avessi neanche contezza del flusso informativo, nel gabinetto non arrivavano notizie“.

Dopodichè la Raineri ha detto:Erano stati coniati vari epiteti per Marra, “eminenza grigia”, “Richelieu”, sottolineando la debolezza della sindaca come quella della zarina ai tempi di Rasputin. Chiunque si fosse messo di traverso rispetto alle loro ambizioni faceva una brutta fine. Penso a me, quando dissi che intendevo sostituire Marra con un generale dei Carabinieri nel ruolo di vice capo di gabinetto. Di li’ a poco il Sindaco si fece venire dubbi sulla legittimita’ della mia nomina“.

In aula sono presenti cinque consiglieri comunali M5SPietro Calabrese, Daniele Diaco,  Donatella Iorio, Giuliano Pacetti ed Angelo Sturni  . La Raineri viene  ascoltata proprio sui rapporti tra Raggi e Raffaele Marra e subito dopo la sindaca, rilascerà dichiarazioni spontanee sul merito. Subito dopo è prevista la requisitoria del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Francesco Dall’Olio con richieste di condanna e infine l’intervento della difesa.

Il  vicepremier Luigi Di Maio è tornato sul processo Raggi durante una conferenza alla sede dell’Associazione stampa estera in Italia: “Per quanto riguarda il sindaco di Roma, io non conosco l’esito del processo, ma il nostro codice di comportamento parla chiaro e lo conoscete“, ha detto Di Maio. Ma cosa dice il codice etico? Nella sua ultima versione, approvata – pochi mesi dopo l’esplosione del caso in Campidoglio – a gennaio 2017 in caso di condanna la sindaca dovrebbe dimettersi.

“Da ministro della Giustizia a un giorno dalla sentenza non dico nemmeno una mezza parola”. questa la dichiarazione del Ministro Guardasigilli, Alfonso Bonafede, durante l’intervista al programma radiofonico  ‘Circo Massimo‘, alla domanda sulle conseguenze che potrebbero derivare dall’eventuale condanna della sindaca di Roma Virginia Raggi, per la quale è attesa per domani la sentenza del tribunale. “Non commento mai i processi in corso“, ha aggiunto il ministro che a chi gli ha ricordato il codice etico del M5s ha risposto: “Il codice etico è chiarissimo, ma lo chieda a qualcun altro. Io non commento i processi”.

Invece il ministro dell’Interno Matteo Salvini a chi gli chiedeva cosa si aspetti dalla sentenza nei confronti del sindaco di Roma Virginia Raggi, ha risposto “Spero che Virginia Raggi venga assolta“.




Roma, cancelliera della Procura e sei poliziotti corrotti in manette: “Intascavano tangenti e spifferavano le inchieste”

di Antonello de Gennaro

Invece di indagare sugli illeciti venendo pagati dallo Stato per combattere il crimine,  nello stesso tempo “intascavano” tangenti e rivelavano i segreti sulle inchieste giudiziarie in corso. Sei  agenti della Polizia di Stato sono stati ammanettati nel corso di un’operazione coordinata dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino e dal pm Nadia Plastina della Procura di Roma ed affidata al Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma.  All’operazione hanno partecipato anche gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Roma che hanno materialmente eseguito le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del tribunale di Roma su richiesta dei pm di piazzale Clodio.

Agli indagati sono contestati a vario titolo i reati di corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio ed esercizio della funzione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico e rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio.  Le notizie acquisite illecitamente dai poliziotti erano in riferimento all’ “inchiesta Babilonia” dell’estate 2017 condotta dalla Dda di Roma sul traffico di droga e i legami con la Camorra, che portò alla luce due organizzazioni criminali, una romana e una legata alla camorra, che gestiva il traffico di droga nella Capitale, compiendo anche usure ed estorsioni.

Al centro dell’inchiesta svettata il ruolo di Carlo D’Aguano, imprenditore titolare di bar e sale giochi, e noto pregiudicato romano di San Basilio, da tempo “attenzionato” dalla Direzione distrettuale antimafia per una serie di attività legate alle sale giochi e presunti contatti con la camorra, il quale intratteneva relazioni particolarmente 2imbarazzanti” con appartenenti alla Polizia di Stato arrivando al punto non solo di frequentarli ma persino di “sponsorizzare” la squadra calcistica del Reparto Volanti di Roma, circostanza che deve essere “sfuggita”… ai vertici della Polizia.

Gli agenti  corrotti hanno messo a disposizione la propria posizione informando il  D’Aguano sull’indagine in corso su di lui, ma persino su altre inchieste.  I sei agenti arrestati sono:  Angelo Nalci (44), compagno della donna e poliziotto addetto all’ufficio scorte, Fabio Di Giovanni (47) e Federico Rodio (44)  del Commissariato P.S. Fidene-SerpentaraGianluca Famulari, 44 anni (Commissariato P.S. S. Basilio), Francesco Macaluso, 38 (Reparto Volanti Questura di Roma), Alessandro Scarfò, 38 (Commissariato P.S. Fidene Serpentara). Indagati nel procedimento ci sono comunque altri agenti, uno dei quali sospeso dal servizio, fra i quali uno di loro aveva a disposizione anche una Ferrari concessagli in uso  dal D’Aguano.

Fra gli arrestati vi è anche il poliziotto “eroe”… Francesco Macaluso del Reparto Volanti della Questura di Roma. Macaluso è l’agente che lo scorso martedì 17 aprile riuscì ad afferrare per le gambe un giovane di 28 anni che tentava il suicidio dall’ultimo piano di un palazzo in via Lorenzo il Magnifico, a due passi da piazza Bologna. Per quell’intervento provvidenziale Macaluso venne ricevuto anche dal capo della polizia, prefetto Franco Gabrielli.  

La Amadio dipendente del Ministero della Giustizia con funzioni di cancelliere nella segreteria del dr. Angelantonio Racanelli uno dei nove procuratori aggiunti della capitale, “utilizzando le proprie credenziali di accesso per finalità diverse da quelle per cui erano state rilasciate” entrava nelle banche dati dei magistrati, sottraeva notizie segrete sulle indagini a carico di un pregiudicato  D’Aguano e poi gliele forniva, direttamente o tramite intermediari. Il tutto a fronte di varie “utilità”  ricevute che andavano da aiuti per l’acquisto di macchine a pagamenti in nero al poliziotto fidanzato della donna , fino alla promesse di partecipazioni nella gestione di bar e ristoranti.

Cinquanta anni il prossimo agosto, Simona Amadio candidata nel 2016 al Comune di Roma nella lista leghista “Noi con Salvini”  raccolse 336 voti, senza senza riuscire ad essere eletta,  nei dialoghi intercettati e registrati dagli investigatori ha quasi rivendicato il suo ruolo di “talpa” nella Procura romana, venendo però scoperta dalla stessa Procura . Uno dei poliziotti arrestati Angelo Nalci, addetto alle scorte  in passato assegnato anche all’attuale ministro dell’Interno e vice premier, Matteo Salvini era legato sentimentalmente a Simona Amadio  la  cancelliera del Tribunale , che si era candidata alle comunali del 2016 a Roma, proprio con la lista “Noi con Salvini”.

Io Carlo (D’Aguano, accanto insieme nella foto tratta da Facebookndr) me lo voglio tenere — diceva la donna lo scorso  22 marzo al proprio fidanzato, il poliziottto Angelo Nalci  soprannominato negli ambienti del culturismo “Angelonegher” —… Tu devi pensare, amore, che come tutti “gli impiccioni” lui c’ha amici poliziotti… la talpa in Procura… Lui la prima cosa che mi ha chiesto, dice “mi posso fidare?”… A lui comunque gli serve un appoggio in Procura… qualcuno che va ad aprire e va a vedere, capito?“.

Parlando con D’Aguano, quattro mesi prima,  la Amadio gli diceva:  “io e te mi pare che ci siamo capiti subito… Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, a me mi piace parlare per monosillabi“, probabilmente per evidenziare la propria riservatezza e affidabilità. Che di nuovo ostentava, a marzo, col fidanzato Angelo Nalci: “Ma sta gente che pensa, che io veramente da 23 anni sto a pettinare le bambole dentro la Procura… prima di Milano e poi quella di Roma? … Cioè, io se voglio arrivo dappertutto“.

Simona Amadio rivelava altri contatti all’interno della Procura, come emerge dall’ordinanza del gip Cinzia Parasporo del Tribunale di Roma nella quale viene citato un dialogo tra la cancelliera  e il compagno Angelo Nalci, dell’ufficio scorte della Questura. : “Il collega che mi ha fatto il favore dei tabulati (probabilmente i tabulati telefonici che svelano i contatti tra le persone, ndr), lo sa che io mi faccio tagliare la gola, ma i tabulati non escono… A me nessuno mi dice no…ma non perché sono un Padre eterno, perché in questi anni, forse, tra le tante sventure che mi sono capitate nella vita ho dato qualcosa a chi mi stava di fronte, quindi come si muovono, si muovono male“. Fino a un’altra conversazione con  il “boss” D’Aguano, del 2 gennaio 2018, quando la cancelliera lo avverte : “Quella cosa lì in ufficio sta andando, tu qualsiasi cosa ti serve, lo sai, io sto a disposizione“.

Pochi giorni dopo, e nelle settimane successive, l’impiegata entrava nuovamente nell’archivio informatico della Procura per verificare lo stato di un’indagine a carico di D’Aguano avviata l’anno precedente. Tra le contropartite offerte dall’imprenditore accusato di avere al proprio servizio “la talpa” ed una “cricca” di poliziotti, c’è pure la partecipazione, da schermare attraverso intestazioni fittizie, a bar e locali. Tra cui uno confiscato e sotto amministrazione giudiziaria, da acquistare a un prezzo conveniente. Un’operazione per la quale, sarebbero tornati utili ancora una volta gli agganci della cancelliera, pronta a chiamare un dirigente del tribunale che “sta in mezzo a ‘ste cose, ci capisce ed è mio fratello”.

“La dichiarata piena disponibilità dell’Amadio nei confronti del D’Aguano trovava attuazione pochi giorni dopo. Infatti – si legge nel provvedimento del gip Cinzia Parasporo –  gli accertamenti effettuati sugli accessi eseguiti dalla pubblica dipendente, utilizzando le proprie credenziali, al SICP, il Sistema informativo della cognizione penale, evidenziavano che la stessa il 9 gennaio 2018 vi aveva fatto accesso per interrogare il nominativo di D’Aguano Carlo. E nella circostanza Amadio aveva avuto riscontro dell’esistenza del procedimento penale 30521/17 (registro generale notizie di reato), di cui questo procedimento costituisce stralcio, iscritto nei confronti di D’Aguano, carpendo altresì i nominativi degli altri indagati, i reati iscritti, l’organo di polizia giudiziaria delegata, il pm inquirente e lo stato del procedimento. Il giorno prima, D’Aguano e Amadio si erano incontrati presso la città giudiziaria dopo essersi contattati reciprocamente mediante degli squilli“.

“In quanto addetta alla segreteria di un procuratore aggiunto – si legge ancora nell’ordinanza – la cancelliera, con le sue credenziali (utenza e password) può operare ricerche e in alcuni casi può procedere a modifiche, su tutti i fascicoli o iscritti presenti nel registro, sia in corso di istruttoria sia definiti per la Procura, salvo quelli per i quali il pm abbia emesso un provvedimento di secretazione“. La Amadio tra l’altro – secondo le ipotesi accusatorie avrebbe effettuato un accesso al registro informatico anche “per visualizzare le pendenze del fornitore di sostanze stupefacenti/anabolizzanti del proprio compagno” senza che ciò “abbia a che vedere con le pubbliche funzioni dell’indagata“.

 

 




Arresti stadio Roma, così si foraggiava la politica: “Spenderò qualche soldo per le elezioni”

ROMA – Altro che la Terza Repubblica di cui parla il Movimento 5 Stelle. Quello che emerge dall’indagine della Procura di Roma e dei Carabinieri è proprio il “foraggiare” la politica per fare affari. Nelle intercettazioni telefoniche il costruttore Luca Parnasi, proprietario della società Eurnova, il principale contraente del progetto dello stadio della Roma, era più che rassegnato: “Spenderò qualche soldo sulle elezioni…che poi con Gianluca vedremo come vanno girati ufficialmente con i partiti politici eccetera… anche questo è importante perché in questo momento noi ci giochiamo una fetta di credibilità per il futuro ed è un investimento che io devo fare…“.

 

Il gip Maria Paola Tommaselli nell’ordinanza di custodia sull’inchiesta sullo stadio della Roma scrive che l’imprenditore Luca Paranasi avviò “l’attività di promozione in favore del candidato alla Regione Roberta Lombardi per ottenere i favori del mondo 5 Stelle” . Obiettivo era “rafforzare i suoi legami con Paolo Ferrara e con Marcello De Vito – continua il Gip  – che gli hanno avanzato tale richiesta in quanto ricoprono rilevanti incarichi nell’ambito dell’amministrazione capitolina, svolgono un ben preciso ruolo nell’approvazione nel progetto dello stadio, e crea i presupposti per lo sviluppo di ulteriori progetti imprenditoriali, essendo la Lombardi, oltre che candidata alla Regione, personaggio di spicco dei 5 Stelle a livello nazionale e quindi destinata, in ipotesi di un successo elettorale della sua compagine nelle elezioni politiche a ricoprire ruoli decisionali nel nuovo assetto che si determinerà all’esito del voto“.

In merito a Paolo Ferrara capogruppo M5S in Campidoglio , nell’ordinanza si legge: “Non può non essere evidenziato come anche tale richiesta risponda, così come quella di elaborazione di un progetto di resyling del lungomare di Ostia, all’esigenza di guadagnarsi consenso e credibilità, seppure non nei confronti degli elettori, ma all’interno del Movimento“.

L’inchiesta paradossalmente nasce dall’indagine della Procura di Roma sull’imprenditore Sergio Scarpellini, finito sotto processo per corruzione insieme a Raffaele Marra l’ex braccio destro della sindaca Virginia Raggi. Indagando nell’ambito di quest’altro procedimento, sono venute alla luce le vicende sullo Stadio della Roma Calcio. I fatti contestati dal sostituto procuratore della repubblica di Roma, Barbara Zuin hanno inizio nel 2017. Le accuse sono, a seconda delle posizioni, associazione a delinquere, due episodi di traffico di influenze illecite, 5 episodi di corruzione e 2 di finanziamento illecito. Quelle che per l’accusa sono tangenti venivano pagate in vari modi: contanti, dazioni di denaro coperte da fatture per operazioni inesistenti, assunzioni di amici e parenti, conferimenti di incarichi di consulenza.

Con il solito video su Facebook Roberta Lombardi capogruppo M5s in Consiglio regionale dichiara: “Ci tengo a precisare la mia posizione, a fare un’operazione trasparenza, come nel mio stile, e a dire pubblicamente che ho incontrato Luca Parnasi una sola volta alla Camera dei deputati, dove ho preteso che avvenisse l’incontro in modo che fosse registrata la presenza di questa persona, visto che istituzionalmente ogni giorno incontro le persone più varie” ed aggiunge  “Mi ha parlato dello stadio della Roma, dei suoi progetti futuri imprenditoriali e della sua attività. Poi non c’è mai stato alcun contatto ulteriore, nessun seguito. Ci tengo a fare questo chiarimento. Non posso permettere che venga messa in dubbio la mia onorabilità e la trasparenza del mio agire politico. Così come mi auguro che la magistratura porti avanti la sua attività il più celermente possibile, visto che anche un nostro esponente politico, il capogruppo in Comune Paolo Ferrara, è stato coinvolto in questa inchiesta. Allo stesso modo, come MoVimento 5 Stelle, io farò di tutto affinché eventuali responsabilità politiche siano accertate: perché noi siamo il MoVimento 5 Stelle e non sottrarci anche a quella che è una responsabilità politica è la vera cifra distintiva tra noi e gli altri“, conclude la  Lombardi.

“Lanzalone è stato messo a Roma da Grillo per il problema stadio insieme al professore Fraccaro e Bonafede. E’ quanto afferma Luca Parnasi nel corso di una cena citando gli attuali ministri per i Rapporti con il parlamento e Giustizia. L’intercettazione è presente nell’ordinanza di custodia cautelare. “Parnasi – è detto nel provvedimento – dice che Lanzalone l’hanno portato i 5 Stelle ed è presidente dell’ Acea e ha studiato a Genova. E’ una persona molto dotata“.

Il ruolo di Luca Lanzalone che emerge dalle carte dell’inchiesta sull’opera che dovrebbe sorgere nella zona di Tor di Valle. E’ proprio Luca Parnasi ad esaltare la figura del presidente di Acea come “Wolf” il personaggio del film Pulp Fiction che risolveva i problemi” .Il 30 marzo 2018 Lanzalone parlando dello stadio – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – comunica a Parnasi di aver individuato un escamotage idoneo ad accelerare i tempi della procedura.. Parnasi è entusiasta e pronuncia più volte la parola Wolf“. “Eh ma quando c’è Lanzalone – ripete l’imprenditore – quando c’è Wolf… quando c’è Wolf.., la questione..“.

Pierfrancesco Maran

Nei colloqui con uno dei suoi collaboratori il costruttore da ieri in carcere, aggiungeva, ignaro di essere intercettato dai Carabinieri, che si trattava di “un investimento molto moderato rispetto a quanto facevo in passato quando ho speso cifre che manco te racconto però la sostanza che la mia forza è quella che alzo il telefono…”.

Le circa trecento pagine dell’ordinanza parlano di assunzioni di amici e parenti, fatture per operazioni inesistenti,  e consulenze, soldi in contanti e tante “consulenze”. Un modus operandi che gli inquirenti hanno definito “asset d’impresa“, in pratica una sorta di garanzia sul futuro. Secondo i pm capitolini la conferma di quanto fosse sistemico il metodo corruttivo , emerge dal tentativo di “esportarlo”  anche fuori Roma. Gli uomini dell’imprenditore Luca Parnasi ad esempio, in un’occasione, hanno persino provato a offrire l’intestazione e proprietà di un’abitazione all’assessore comunale all’Urbanistica di Milano Pierfrancesco Maran, ma questi respinge l’offerta rispondendo: “Qui non si usa“.

Dalle carte in mano alla Procura di Roma emergono le contropartite. Promesse di consulenze per 100 mila euro a Luca Lanzalone, presidente Acea, considerato un “fedelissimo” alla sindaca Virginia Raggi e consulente della giunta capitolina per tutto l’affare dello stadio. Parnasi gli aveva persino garantito il suo aiuto nella ricerca di una casa e di uno studio professionale a Roma. All’ex assessore regionale del Pd, Michele Civita,  il gruppo Parnasi aveva promesso l’assunzione del figlio in una delle società in cambio dell’asservimento della sua funzione. Parnasi avrebbe erogato fatture per operazioni inesistenti pari a 25 mila euro in favore dell’attuale vicepresidente della Consiglio Regionale del Lazio , Adriano Palozzi. Infine l’attuale capogruppo M5S, Paolo Ferrara, avrebbe ottenuto  da Parnasi un progetto per il restyling del lungomare di Ostia che si sarebbe dovuto spendere a livello promozionale-politico.

Sostegno alla onlus vicina alla Lega. Fra i documenti dell’indagine  della Procura romana sullo stadio della Roma spuntano anche 250 mila euro che il costruttore Luca Parnasi, tramite una sua società, avrebbe dato all’associazione “Più Voci” considerata vicina alla Lega. In un’intercettazione Parnasi precisa che la dazione “non è stata fatta per Salvini” ma per creare “un sistema di imprenditori, appaltatori”. Parnasi intercettato parlando del versamento alla Onlus spiega che “è una cosa fatta all’epoca quando io….creare un sistema di imprenditori, appaltatori ecc. che hanno organizzato cene per conoscere….le ho fatte con Stefano Parisi, le ho fatte con Meloni….“.

Parlando dell’associazione, Parnasi la definisce un comitato di professionisti di Milano, gente non legata a Salvini. Non è una roba della Lega Nord. L ‘indagato Parnasi, intercettato al telefono, in riferimento a questa organizzazione afferma in particolare, come si legge nell’ordinanza del Gip che: “questa è un’Associazione che ha valorizzato non solo la Lega ma ha valorizzato Stefano Parisi tutto il centrodestra diciamo…. a Milano ed è stato anche un veicolo con cui io mi sono accreditato in maniera importante no… ho organizzato cene, ho portato imprenditori, ho fatto quello che, tu mi insegni, un ragazzo di 38 anni all’epoca doveva fare per crescere a Milano..“. La procura dovrà valutare se ci sono profili di natura penale sui finanziamenti da parte di Parnasi ad associazioni .

“Conosci gli Spada?”Tu che sei di quelle parti questo Roberto Spada l’hai conosciuto?“. È quanto avrebbe chiesto l’imprenditore Luca Parnasi al consigliere comunale Davide Bordoni (FI) in una conversazione telefonica  intercettata contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. “Sì ma certo che li conosco! Sono strozzini! Tipo Casamonica“, è la replica di Bordoni intercettato. “Sì ma gente che muove affari importanti o?“, chiede Parnasi e Bordoni gli spiega: “non credo, prima era robetta mò non so se muovono affari importanti… certo che vanno un pò gestiti… Vanno controllati, lì ci stanno tutti i palazzoni comunali! poi è una piccola parte di Ostia che quella verso il mare. Capito?“.

Nella conferenza stampa tenutasi questa mattina in Procura a Roma a seguito dei nove arresti legati al nuovo stadio., il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha precisato che “l’As Roma non c’entra nulla con l’inchiesta sullo stadio a Tor di Valle”   aggiungendo  che “nemmeno la sindaca Virginia Raggi  c’entra nulla con l’indagine e gli atti del Comune non sono oggetto del procedimento“.

“Cosa accadrà se dovesse fermarsi l’iter per il nuovo stadio? Semplice Mi verrete a trovare a Boston”. James Pallotta presidente dalla Roma Calcio  così commenta le notizie giudiziarie sull’impianto di Tor di Valle che ha portato all’arresto del costruttore Luca Parnasi e di altri otto persone. L’imprenditore statunitense, ha cercato di rassicurare i tifosi preoccupati di una vendita della società: “Non ho mai detto che me ne sarei andato, lo farei solo in caso di ritardi, ma non vedo perché debbano esserci ritardi visto che la Roma non ha fatto niente di male“. Aggiungendo sull’iter del progetto: “Non so tutto quello che sta succedendo, l’ho letto dalla stampa, ma la Roma è estranea. Dal mio punto di vista la Roma non c’entra e costruiremo lo stadio. Tutti lo vogliono, costruiamolo. Tutto doveva essere trasparente, la Raggi ha detto che sarebbe andato tutto ok e così è stato. Non dovremmo avere problemi. Se ho parlato con Parnasi? Non credo abbia il cellulare in galera. Non ho sentito nessuno“.




Caso Consip. il Tribunale del riesame di Roma revoca la misura di sospensione al maggiore Scafarto

ROMA – Il maggiore dei Carabinieri , Gianpaolo Scafarto, precedentemente in servizio al NOE tornerà in servizio. Il Tribunale del Riesame di Roma con una propria decisione, a seguito dell’ istanza avevano presentato istanza  presentata dai legali di Scafarto, Giovanni Annunziata e Attilio Soriano, ha annullato ieri la misura cautelare interdittiva dal servizio per l’ufficiale dell’ Arma coinvolto nell’inchiesta Consip.   “Siamo soddisfatti di questo risultato – commentano i difensori – ed auspichiamo che ne possa conseguire per tutti una maggiore serenità di giudizio“.

il Maggiore Gianpaolo Scafarto

Il militare dell’Arma era stato raggiunto dal provvedimento il 25 gennaio scorso su disposizione del gip a dicembre 2017 che lo sospendeva dal servizio per il periodo un anno poi annullata per un vizio di procedura: il mancato interrogatorio dell’indagato, che si era svolto il 20 dicembre, quindi dopo l’annullamento del provvedimento. In quel caso la sospensione riguardava anche il colonnello e vicecomandante del Noe, Alessandro Sessa, che però si è autosospeso dal servizio. Nei suoi confronti, quindi, il giudice non aveva emesso una nuova ordinanza.

Secondo l’accusa nei confronti di Scafarto, rappresentata del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Mario Palazzi, l’ufficiale dei Carabinieri doveva essere sospeso perché  avrebbe provato a cancellare, nel corso delle indagini,  prove utili agli inquirenti manipolando il cellulare del colonnello Sessa per eliminarle dal suo whatsapp. Nella chat venivano scambiate informazioni sull’inchiesta e il tutto sarebbe avvenuto quando Scafarto era già indagato e il suo telefonino era già stato sequestrato dagli inquirenti nel corso del primo interrogatorio.

Per quanto riguarda il filone di inchiesta sulla fuga di notizie aperto dalla Procura di Roma ,   gli inquirenti di piazzale Clodio ascolteranno nei prossimi giorni nei prossimi giorni con un confronto all’americana il “grande accusatore” e cioè l’ex amministratore delegato della Centrale unica d’acquisti della Pa, Luigi Marroni e il ministro dello Sport, Luca Lotti indagato per il reato di “favoreggiamento” e “violazione del segreto istruttorio” a seguito delle dichiarazioni di Marroni che, aveva dichiarato nel dicembre del 2016 ai carabinieri del Noe e ai magistrati di Napoli che era stato avvertito da Lotti, oltre che dal presidente di Publiacqua FirenzeFilippo Vannoni e dal generale Emanuele Saltalamacchia comandante regionale in Toscana dei Carabinieri , della presenza di cimici ambientali nel suo ufficio. Lotti  ascoltato già in due occasioni dai pm di Roma, ha sempre negato di avere parlato con Marroni dell’esistenza di una indagine su Consip di cui “non era a conoscenza”.




Processo sulle nomine in Campidoglio a Roma. La Raggi chiede il giudizio immediato

ROMA –  Ieri mattina i legali della Raggi, con una mossa a sorpresa gli avvocati Alessandro Mancori e Emiliano Fasulo, difensori della sindaca di Roma, Virginia Raggi, hanno depositato in cancelleria nell’ambito dell’inchiesta sulle nomine in Campidoglio, la richiesta di giudizio immediato che eviterà alla sindaca l’udienza preliminare. La Raggi nell’ambito del procedimento è accusata di falso documentale: mentì all’Anticorruzione del Comune di Roma – secondo la procura della repubblica di Roma – in relazione alla vicenda di Renato Marra, fratello dell’ex braccio destro della sindaca (Raffaele),  che da vigile urbano graduato venne promosso a capo del dipartimento turismo del Comune di Roma con un incremento di stipendio di circa 20 mila euro.

Renato Marra e Virginia Raggi

Raffaele Marra e Virginia Raggi

Si parlava di Adriano Meloni, assessore comunale al Turismo, con il quale Renato Marra sarebbe dovuto andare a lavorare in virtù alla nuova nomina (successivamente revocata). Questa la prova della Procura che la nomina venne concordata con l’allora vicecapo di Gabinetto Raffaele Marra  che quindi la sindaca Virginia Raggi aveva mentito all’Anticorruzione delComune di Roma. Le motivazioni che hanno indotto la Raggi e i suoi legali a chiedere il giudizio immediato è la propria dichiarata innocenza per la quale la sindaca chiede a questo punto di fare piena chiarezza al più presto.
La richiesta di giudizio immediato della Raggi in realtà  le eviterà l’udienza preliminare inizialmente fissata per il prossimo 9 gennaio, ed un possibile rinvio a giudizio con conseguenti pagine e pagine sui giornali. Così facendo ci sarà uno slittamento del processo  che conseguentemente dovrebbe iniziare dopo il 4 marzo, data in cui si voterà alle elezioni politiche. Avere un primo cittadino del Movimento 5 Stelle a processo proprio durante le elezioni avrebbe senza dubbio creato un danno per il movimento di Beppe Grillo.



Consip: interdizione dalle funzioni per due ufficiali dell’Arma Scafarto e Sessa indagati anche per depistaggio

ROMA – Interdizione di un anno dall’esercizio di pubblici ufficiali dei carabinieri ed una nuova accusa, questa volta di depistaggio per il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto e per il colonnello Alessandro Sessa, entrambi ufficiali in forza al NOE il Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma ed ex responsabili delle indagini su Consip, iscritti nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma . L’ha disposta il gip Gaspare Sturzo che ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi.

il maggiore Gian Paolo Scafarto

Nei confronti del maggiore Scafarto, già indagato per falso e rivelazione del segreto d’ufficio, è scattata anche l’ipotesi di depistaggio. Stessa ipotesi accusatorio per il colonnello Sessa, già iscritto per depistaggio per “false dichiarazioni” ai magistrati romani  durante un precedente interrogatorio . La nuova accusa di depistaggio si riferisce all’eliminazione delle comunicazioni intercorse tra i due al fine di sviare, secondo l’accusa, le indagini della procura sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta a suo tempo aperta a Napoli su Consip.

Al maggiore ex Noe, Gianpaolo Scafarto i magistrati della procura romanai contestano oltre al reato di depistaggio, anche 5 falsi e due rivelazione del segreto d’ufficio: una verso l’Aise (il Servizio Segreto estero), e l’altra verso Giacomo Amadori giornalista del quotidiano La Verità. Invece nel dettaglio i falsi contestati a Scafarto sono: l’aver attribuito all’imprenditore Alfredo Romeo una frase che indicava un ex-generale della Guardia di Finanza Fabrizio Ferragina, considerato “vicino” ai servizi, come fonte di informazioni confidenziali riferite dall’imprenditore napoletano al suo ex consulente Italo Bocchino: “Mi ha detto che è uno vicino a Matteo Renzi, uno del “Giglio Magico”, e che dalle intercettazioni emerge che il ministro Lotti parla bene di me“.

Nella telefonata del 27 settembre scorso    Romeo e Bocchino  intercettati dal Noe in realtà non parlano del generale Ferragina, bensì di De Pasquale, un “faccendiere” considerato legato a Romeo. Le altre note contestazioni riguardano, invece, la frase attribuita erroneamente a Romeo su un incontro con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier e attuale segretario del Pd Matteo Renzi (che in realtà invece era stata pronunciata dall’ex An Italo Bocchino), e numerosi errori su un presunto e mai provato coinvolgimento dei Servizi Segreti. Al colonnello Sessa invece i magistrati hanno contestato un precedente episodio di depistaggio .

Colonnello Alessandro Sessa

Il capo di imputazione nei confronti di Scafarto e Sessa sostiene che “al fine di sviare l’indagine relativa all’accertamento degli autori mediati e immediati della violazione del segreto a favore dei vertici della società pubblica immutavano artificiosamente lo stato delle cose connesse al reato. In particolare Scafarto che aveva seguito il sequestro in data 10 maggio 2017 del proprio smartphone al fine di accertare la natura del contenuto delle comunicazioni sia con gli altri militari impegnati nelle suddette indagini sia con estranei alle stesse su richiesta e istigazione di Sessa e al fine di non rendere possibile ricostruire compiutamente le conversazioni intervenute con l’applicativo Whatsapp provvedeva a disinstallare dallo smartphone in uso a Sessa il suddetto applicativo con l’aggravante di aver commesso il fatto mediante distruzione o alterazione di un oggetto da impiegare come oggetto di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento“.

Importante è il pericolo di reiterazione del reato oltre a quello dell’inquinamento probatorio” – scrive il gip Gaspare Sturzo – “Non c’è dubbio  che la revoca della delega di indagine al Noe nel marzo 2017 e le pesanti espressioni di sfiducia in essa contenute avrebbero dovuto consigliare a entrambi gli indagati di agire in modo retto, probo e osservante dei propri doveri verso la legge e le istituzioni di riferimento e quelle di appartenenza. Invece, sembra essere stata proprio questa appartenenza l’occasione prossima per consumare altri delitti” aggiunge ancora il gip SturzoLa presenza in servizio del maggiore Scafarto e del colonnello Sessa, in un contesto di falsi e depistaggio, può danneggiare le indagini. Sul punto  basta rileggere i messaggi scambiati tra Sessa e Scafarto come certe opzioni investigative, poi non adottate dai due, nei confronti dei superiori abbiano bisogno di un reale chiarimento oggettivo“.

Il segretario del Pd Matteo Renzi, intervenendo alla presentazione del libro ‘Fino a prova contraria” all’ Università Luiss di Roma, a proposito degli ultimi sviluppi della vicenda Consip ha detto: “Se qualcuno ha tradito il giuramento allo Stato è giusto che paghi, ma ci sono i magistrati per verificarlo. Leggo quello che accade, è evidente che questa storia non finisce qui e io la seguo con l’atteggiamento neutrale e serio di chi dice: andate avanti e vediamo chi ha ragione o torto” .




Perquisiti a Roma il magistrato Nicola Russo e due imprenditori: corruzione in atti giudiziari

ROMA – Un  magistrato del Consiglio di Stato Nicola Russo, suo padre l’avvocato Orazio Russo, il legale siciliano Piero Amara, e i due imprenditori Ezio Bigotti del gruppo Sti  considerato molto “vicino” a deputati importanti di Ala come Denis Verdini, Ignazio Abbrignani e Saverio Romano (estranei all’indagine in corso) e Sergio Giglio di Antas Srl  sono stati iscritti sul registro degli indagati  della procura di Roma con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

I  finanzieri del Gico di Roma guidati dal colonnello Gerardo Mastrodomenico hanno perquisito questa mattina gli uffici e le abitazioni del magistrato Russo, e quelle dei due imprenditori Bigotti e Giglio.

L’ accusa formulata nei confronti degli indagati dal procuratore aggiunto di Roma  Paolo Ielo, e dai pubblici ministeri Giuseppe CasciniStefano Rocco Fava e Luca Tescaroli,  è basata sull’ipotesi investigativa i due imprenditori avrebbero elargito una tangente all’ avv. Orazio Russo, padre del consigliere di Stato Nicola Russo per il suo ruolo di presidente di un collegio arbitrale che poteva favorirli. L’avvocato siciliano Piero Amara avrebbe esercitato il ruolo di intermediario tra la famiglia Russo e i due imprenditori.

Sono mesi e e mesi  che il pool composto dai  magistrati Fava, Cascini e  Tescaroli, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, sta indagando su un presunto sistema di compravendita delle sentenze della giustizia amministrativa. Accendendo un faro su faccendieri, politici conniventi, giudici e professionisti che, dentro ai tribunali e al Consiglio di Stato, riuscirebbero a fare il bello e il cattivo tempo. Aggiustando cause importantissime, pilotando appalti pubblici milionari, stravolgendo decisioni economiche di enorme rilievo per la pubblica amministrazione e per aziende che danno lavoro a migliaia di persone.

L’inchiesta sulla giustizia amministrativa ed i sospetti di sentenze “oggetto di mercimonio“, però, non è cominciata oggi. Ma dura da anni. Il semaforo “verde” si è acceso grazie ad alcuni esposti arrivati sulle scrivanie dei pubblici ministeri  romani, ed ha trovato un primo importante riscontro lo scorso luglio, con le prime perquisizioni dell’indagine chiamata “Labirinto”.

A luglio 2016 il consigliere di Stato Nicola Russo, mentre era membro di una Commissione tributaria, era stato indagato per divulgazione del segreto d’ufficio e/o corruzione in atti giudiziari: secondo l’accusa avrebbe aiutato l’amico Stefano Ricucci a vincere una causa da 20 milioni contro l’Agenzia delle Entrate. La procura romana ha chiesto la sospensione del consigliere dagli incarichi giuridici, ma sia il Gip  che non rilevava prove schiaccianti per dimostrare l’accordo corruttivo, sia la Corte di Cassazione avevano bocciato la richiesta. In attesa della richiesta o meno di rinvio a giudizio, Russo attgualmente lavora alla sede palermitana del Consiglio di Stato. Ma i magistrati romani non hanno mollato la presa.

L’indagine della procura di Roma vede coinvolti dei nomi abbastanza noti nella Capitale, con altre accuse che spaziano dalla corruzione, ai finanziamenti illeciti ai partiti, per  una serie di violazioni tributarie , fra i quali Maurizio Venafro l’ex capo di gabinetto del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (non indagato).

da sinistra Nicola Zingaretti e Maurizio Venfro

Maurizio Venafro risulta indagato con l’accusa di corruzione perché secondo i pm avrebbe “percepito 72 mila euro da società riconducibili all’imprenditore Fabrizio Centofanti (anch’egli  indagato), espressioni della Energie Nuove Srl, in concorso con Amara, titolare di Dagi Srl“.   Centofanti è stato a lungo a  capo delle relazioni istituzionali del noto costruttore  Francesco Bellavista Caltagirone .

Venafro venne assolto in primo grado la scorsa estate dalle accuse di turbativa d’asta legata alla gara “Cup”, bandita dalla Regione Lazio e poi successivamente annullata a scopo precauzionale nel dicembre del 2014 in concomitanza con  i primi arresti dell’inchiesta “Mafia Capitale”  insieme all’ editore e imprenditore  Giuseppe Cionci , ex coordinatore dei finanziamenti al comitato elettorale  del presidente del Lazio ai tempi della sua candidatura a governatore del Lazio elettorale, anch’egli poi prosciolto.

 




Inchiesta Consip: il procuratore di Modena Lucia Musti sentita in procura a Roma

ROMA – Il procuratore della Repubblica di Modena Lucia Musti è stata ascoltata oggi pomeriggio in Procura a Roma, in veste di “testimone”  dagli inquirenti romani titolari dell’inchiesta su Consip. A determinare l’audizione, davanti al procuratore Giuseppe Pignatone, all’aggiunto Paolo Ielo e al pm Mario Palazzi, la necessità di approfondire il contenuto delle dichiarazioni fatte dalla Musti    lo scorso 17 luglio al Csm in merito alle vicende Consip e Cpl Concordia, con particolare riferimento a colloqui, nel 2015, avuti con il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto, indagato dalla procura di Roma per rivelazione del segreto d’ufficio e falso, ed al colonnello Sergio De Caprio, (che non risulta indagato) noto come “capitano Ultimo” già vice comandante del Noe dei Carabinieri.

Nell’audizione dinnanzi al Csm organo di autogoverno dei magistrati, il procuratore di Modena avrebbe definito i due ufficiali dell’ Arma come “esagitati“, “spregiudicati“, come “presi da un delirio di onnipotenza” ed avrebbe confermato al  quanto già riferito alla prima commissione del Csm lo scorso 17 luglio. “Dottoressa abbiamo una bomba, arriviamo a Renzi“, queste   secondo la Musti  le parole che le avrebbe riferito pronunciato il maggiore del Noe, Gianpaolo Scafarto citando l’inchiesta Consip e il coinvolgimento di Tiziano Renzi, papà dell’ex premier Matteo.

Quando parla di questi comportamenti la Musti si riferisce ad alcuni colloqui avuti con ScafartoDi Caprio  che sarebbero avvenuti nella primavera del 2015: ad aprile di quell’anno, infatti, la procura di Modena aveva appena ricevuto gli atti dell’inchiesta sugli affari della coop Cpl Concordia, aperta dalla Procura di Napoli e poi trasmessa per competenza territoriale nella città emiliana. Fra quei documenti c’era anche la conversazione tra l’ex premier Matteo Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi. La Musti ha spiegato di essersi sentita più volte “sotto pressione” soprattutto sull’inchiesta sulla Cpl Concordia.  Resta da chiedersi cosa significhi per il magistrato essere sotto pressione.

Nel frattempo l’ avv. Francesco Romito, il difensore del Col. Sergio de Caprio ha reso noto lo scorso 16 settembre, che  “chiederò al Csm copia integrale del verbale dell’audizione della pm di Modena Lucia Musti  per intraprendere ogni azione legale prevista dalla legge a tutela del mio assistito“.  Il legale ha anche puntualizzato che De Caprio non si è mai occupato dell’inchiesta Consip, ma solo di quella Cpl-Concordia e che nell’agosto del 2015 al colonnello da vicecomandante del Noe, gli furono revocati i poteri di polizia giudiziaria, con provvedimento del Comando generale dell’Arma.




La Raggi aveva detto il falso sulla nomina di Marra. La Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per la “sindaca” di Roma

ROMA – La Procura di Roma ha chiesto  il rinvio a giudizio per falso per la sindaca di Roma Virginia Raggi nell’ambito dell’inchiesta per la nomina di Renato Marra attuale comandante del XV Gruppo della Polizia Municipale di Roma Capitale.  L’ufficiale dei vigili romani è fratello di Raffaele, ex capo del personale capitolino anch’egli a processo per corruzione. La prima cittadina era indagata per falso per avere agevolato la candidatura del fratello del suo braccio destro, nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “pacchetto nomine

Le prove acquisite e documentate dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Francesco Dall’Olio’ raccontano una  verità, la cui prova è in un messaggio del 14 novembre scorso dove Raffaele Marra, a proposito dell’aumento dello stipendio del fratello Renato ,  scriveva alla sindaca Raggi : “Se lo avessi fatto vicecomandante, la fascia (economica-retributiva, ndr) era la stessa“.

La Raggi subito dopo replicava via SMS: “Infatti abbiamo detto vice no. Abbiamo detto che restava dov’era con Adriano“. E Raffaele Marra controbatteva: “E infatti con Adriano il posto era quello di cui abbiamo sempre parlato”. L’ Adriano di cui si parlava era l’ assessore comunale al Turismo Adriano Meloni, con il quale appunto Renato Marra sarebbe dovuto andare a lavorare a seguito alla nuova nomina successivamente revocata. E’ questa la prova che la nomina era stata concordata con l’allora vicecapo di Gabinetto , e la conferma quindi  che la Sindaca Raggi ha mentito all’Anticorruzione del Comune.

 

Cade pero’ l’aggravante dell’articolo 61 secondo comma, e l’ altra accusa di abuso è stata archiviata perché, in quanto i magistrati, manca l’elemento soggettivo del reato. In pratica la  nomina di Romeo a capo della sua segreteria non si poteva fare, è stata fatta senza dolo, ma resta comunque illegittima  Rimane invece in piedi quella per “falso” anche se senza l’aggravante  di aver commesso il falso per occultare il reato. Il procuratore  aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio le hanno contestato la sua falsa dichiarazione inviata a Mariarosa Turchi, la responsabile Anticorruzione del Comune in cui sosteneva  che la scelta di nominare Marra era stata solo sua”.

Le indagini condotte dalla Squadra Mobile della Questura di Roma hanno dimostrato invece che così non fu. La storia è nota: nonostante le inchieste giornalistiche e i dubbi di parte del Movimento5Stelle  (Roberta Lombardi definì Raffaele Marra “un virus che ha infettato il M5s”), Raggi gli aveva affidato la massima libertà nella scelta di strategie e nomine politiche: fu lui a seguire le procedure per la promozione del fratello.

il procuratore aggiunto della Procura di Roma Paolo Ielo

I magistrati della procura di Roma  hanno chiesto l’archiviazione anche per il suo ex capo segreteria, Salvatore Romeo ,(a cui era stato concesso un aumento di stipendio da 39 mila a 110 mila euro poi ridotti a 93 mila a seguito dei rilievi Anac l’ Autorità Nazionale Anticorruzione , persi a seguito delle sue dimissioni sollecitate dal “direttorio” all’epoca in piedi nel M5S,  dopo la nota vicenda della stipula di una serie di polizze, nelle quali Romeo aveva indicato la sindaca quale beneficiaria in caso di morte del titolare, che non e’ quindi stata ritenuta quale elemento di reato, in quanto per gli investigatori la scelta di Romeo come capo della segreteria politica della sindaca si potrebbe spiegare anche con l’esistenza di un rapporto di amicizia e di vicinanza politica che li legava i due in quanto militanti “grillini”  della prima ora.

Il procuratore aggiunto Paolo Ielo ed il pm Francesco Dall’Olio hanno richiesto il processo anche per Raffaele Marra, accusato di “abuso” per la nomina del fratello Renato il quale da ufficiale dei vigili urbani inizialmente era stato promosso a capo del Dipartimento Turismo del Comune di ROMA CAPITALE con un incremento di stipendio pari a 20 mila euro.

Immediata la soddisfazione-bufala della Raggi scrivendo un post su Facebook, lo strumento con cui la giunta grillina romana rilascia commenti politici e comunica le sue decisioni, persino anche quelle  ufficiali “Per mesi i media mi hanno fatto passare per una criminale, ora devono chiedere scusa a me e ai cittadini romani. E sono convinta che presto sarà fatta chiarezza anche sull’accusa di falso ideologico. Apprendo con soddisfazione che, dopo mesi di fango mediatico su di me e sul MoVimento 5 stelle, la Procura di Roma ha deciso di far cadere le accuse di abuso ufficio”. Anche Beppe Grillo fantomatico “garante” del M5s si è detto “molto soddisfatto che i due reati più gravi”  nei confronti  del sindaco di Roma “siano in via di archiviazione”.

Ma il Sindaco Raggi ancora una volta mente sapendo di mentire  omettendo di scrivere ai suoi fans sui socialnetwork anche l’altra metà della notizia: la richiesta della Procura di Roma di andare avanti e chiedere il suo rinvio a giudizio per l’accusa di “falso”.




Inchiesta Consip, il pm Woodcock della procura di Napoli indagato per falso

ROMA –  È il gennaio 2014.  Matteo Renzi è infatti il bersaglio grosso di questi ultimi due anni vista la foga degli uomini del Noe senza mai mollare la presa.  Si ricordano in proposito gli sms del capitano Scafarto ai suoi marescialli, quando voleva a tutti i costi appesantire la posizione di babbo Renzi, ma le intercettazioni non lo aiutavano. “Remo, per favore, riascoltala subito. Questo passaggio è vitale per arrestare Tiziano. (il padre di Matteo Renzi n.d.a.)  Grazie. Attendo trascrizione”. L’intercettazione continuò a deluderlo, ma Scafarto taroccò l’informativa e la posizione di Tiziano Renzi sembrò davvero pencolare. Oppure quel capitolo dedicato a un intervento di controspionaggio degli 007, del tutto campato in aria, che però portava a pensar male di Palazzo Chigi.   L’avvocato di Tiziano Renzi, Federico Bagattini, ritiene “inquietante” quanto emerge dall’audizione, “siamo – denuncia – in un terreno che si chiama eversione“.

Il pm di Napoli Henry John Woodcock è stato iscritto nuovamente nel registro degli indagati della Procura di Roma per falso, in concorso con Gianpaolo Scafarto l’ ex capitano (ora maggiore) del Noe Gianpaolo, nell’ ambito della vicenda Consip. Il magistrato napoletano è stato il primo titolare del fascicolo sulla Consip. Ma il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi della Procura di Roma, non accusano Woodcock soltanto di rivelazione del segreto istruttorio in concorso con la giornalista Federica Sciarelli, sostenendo che sia stato il regista della fuga di notizie di dicembre, ma anche di falso in concorso con l’ex capitano del Noe (da pochi giorni maggiore) Gianpaolo Scafarto.

nella foto il pm Henry John Woodcock

“Non abbiamo niente di cui vergognarci. La verità viene fuori e finirà per colpire chi ha tradito il senso dello Stato” ha detto il segretario Pd Matteo Renzi intervistato da Claudio Cerasa   direttore del  quotidiano Il Foglio al teatro Parenti di Milano parlando della vicenda Consip e delle intercettazioni. “Lo scandalo Consip è nato per colpire me – ha aggiunto – e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il presidente del Consiglio. C’è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice. Piena e totale fiducia nel lavoro della procura e di quel giudice“.

“Pretendiamo che la verità venga fuori», aggiunge. “Se un Carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c’è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Hanno provato a colpire me ma verrà colpito chi ha tradito il senso dello Stato“. “Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio”. ha concluso Renzi.

Secondo quando scrivono oggi i quotidiani Il Corriere della Sera, il Messaggero e il Mattino, sarebbe stato proprio  l’ ufficiale del Noe  –  a rivelare ai pm di Roma di essere stato indotto dal magistrato a redigere in una informativa secondo la quale  i servizi segreti avrebbero spiato i Carabinieri mentre stavano indagando sull’ imprenditore napoletano Alfredo Romeo.

La circostanza sarebbe emersa in occasione dell’interrogatorio di Scafarto relativo ad una prima inchiesta avviata mesi fa dalla Procura di Roma nei confronti del pm Woodcock per rivelazione del segreto istruttorio. L’ipotesi di reato di falso è stato contestata dalla Procura di Roma al pm napoletano Henry John Woodcock il 7 luglio scorso nel corso dell’interrogatorio al quale fu sottoposto dopo aver ricevuto un invito a comparire per rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta Consip precedentemente l’atto istruttorio, è collegata alle circostanze che hanno indotto la Procura di Roma ad ipotizzare la stessa accusa nei confronti anche dell’ex capitano del Noe, ora maggiore del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli, Gian Paolo Scafarto in relazione alla fondatezza di una presunta presenza di 007, da lui indicata in una informativa, nell’attività di indagine sugli appalti Consip.

Scafarto disse a verbale ai pm di piazzale Clodio che fu il pm Woodcock.a rappresentargli la necessità di compilare un capitolo specifico su tale circostanza Quest’ultimo confermò tale versione durante l’interrogatorio dichiarando “La necessità di compilare un capitolo specifico – ha detto Scafarto l’11 maggio sotto interrogatorio – fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock che mi disse testualmente: “Al posto vostro farei un capitolo autonomo su queste vicende” che io condivisi” scaricando parte della responsabilità sul magistrato. Erano stati proprio i Carabinieri del Nucleo investigativo di Roma ad evidenziare alla procura di Roma che proprio in quel capitolo, cioè il numero 17, si susseguivano le imprecisioni più gravi. Alcune incongruenze contenute nell’informativa, secondo i pm capitolini, sarebbero quindi state messe nero su bianco intenzionalmente.

Le reazioni.  Il ministro degli Esteri Angelino Alfano intervenendo alla festa di Ap ha detto:  “Le istituzioni democratiche devono vivere con preoccupazione ed inquietudine quanto è emerso nella vicenda Consip. Credo che bisogna andare fino in fondo per capire che cosa è davvero successo: se c’era qualcuno dietro, e chi ha agito per conto di chi“.  ed ha aggiunto “Bisogna capire tutto perché in ballo non c’è il destino di un persona o di una famiglia ma la tenuta delle istituzioni democratiche“.

Graziano Delrio, ministro per le Infrastrutture, parlando del caso Consip, a margine di una iniziativa delle Acli a Napoli, ha detto  “Le notizie  sono davvero inquietanti e preoccupanti per la nostra democrazia. Credo che ci sia bisogno di stabilire la verità  – ha affermato – perché la democrazia vive solo se si stabilisce la verità dei fatti“. “Aspettiamo di vedere le verifiche – ha concluso Delrio  ma certamente le notizie sono inquietanti“.

La vicenda giudiziaria assume ogni giorno dei caratteri di gravità inaudita”, dice il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, che rileva “un tentativo di coinvolgere il premier: un fatto di una gravità istituzionale enorme sul quale dovrebbero prendere posizione tutti, avversari compresi“. “Se tutto questo è vero – commenta amaro il presidente dei senatori dem, Luigi Zandac’è stato un complotto, che ha visto coinvolti organi dello Stato, volto a rovesciare le istituzioni democratiche. In altri tempi si sarebbe parlato di eversione, se non di peggio” .

 




Inchiesta Consip, nuove accuse per l’ufficiale del Noe Scafarto

ROMA – Una nuova accusa  è stata contestata ieri al maggiore ex Noe, Gianpaolo Scafarto, per rivelazione del segreto d’ufficio sul caso Consip. I nuovi episodi nello specifico sono stati contestati dalla procura di Roma lunedì mattina quando l’ex capitano (la scorsa estate diventato maggiore) si è trovato di fronte i magistrati romani. Il maggiore Scafarto è già sotto inchiesta per 5 falsi e una rivelazione del segreto d’ufficio verso l’Aise (il Servizio Segreto estero).

 

il procuratore aggiunto Paolo Ielo

Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi hanno contestato come all’ufficiale nel dettaglio falsi: l’aver attribuito all’imprenditore Romeo una frase che indicava il generale Fabrizio Ferragina, un ex alto ufficiale della Guardia di Finanza considerato vicino ai “servizi”, come fonte di informazioni confidenziali riferite dall’imprenditore napoletano al suo ex consulente Italo Bocchino: “Mi ha detto che è uno vicino a Matteo Renzi, uno del “Giglio Magico”, e che dalle intercettazioni emerge che il ministro Lotti parla bene di me”

Nella telefonata del 27 settembre 2016  intercettata dal Noe in realtà Bocchino e Romeo e  non parlano minimamente del generale Ferragina, bensì un faccendiere vicino a Romeo, tale  De Pasquale. Le altre note contestazioni al maggiore Scafarto riguardano la frase attribuita erroneamente a Romeo su un incontro con Tiziano Renzi, papà dell’ex premier e attuale segretario del Pd Matteo , che in realtà era stata invece pronunciata da Italo Bocchino ex deputato di An, oltre a numerosi errori su un presunto e mai provato coinvolgimento dei Servizi Segreti.

I pm romani nelle prossime settimane,  potrebbero chiedere anche  l’archiviazione per la posizione del colonnello Alessandro Sessa (ex comandante del Noe ) a cui era stato inizialmente contestato il reato di depistaggio.

 

 




Il vicecomandante dei Carabinieri del Noe accusato di depistaggio sull’inchiesta Consip

ROMA – Ancora una volta il Noe nel mirino della Procura di Roma  che accusa  il colonnello Alessandro Sessa, vice comandante del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, indagandolo con la pesante accusa di “depistaggio“, per aver di fatto dichiarato circostanze inesatte quando  venne sentito dai magistrati romani lo scorso maggio in veste di “persona informata sui fatti” , reato che prevede una pena massima di 8 anni di carcere.

Il colonnello Alessandro Sessa è stato interrogato questo pomeriggio, accompagnato dal suo difensore Avv. Luca Petrucci , dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi . All’atto istruttorio è presente anche il procuratore capo Giuseppe Pignatone. Precedentemente è stato  ascoltato Gianpaolo Scafarto il capitano dei Carabinieri del Noe che ha condotto le indagini del caso Consip  , al quale vengono contestati due falsi contenuti nell’informativa conclusiva e numerosi altri errori e omissioni. Prima di lui i magistrati hanno sentito ancora una volta Scafarto sulla famosa informativa che secondo i pm presenta dei punti ancora poco chiari.

Il vice comandante del NOE, era già stato sentito come “persona informata sui fatti” per la vicenda che riguarda il capitano Giampaolo Scafarto, accusato di “falso” per una serie di omissioni in una delle informative a sua firma depositate in procura. I falsi contestati dei pm romani sono due . Il primo “falso” attribuito, è relativo  ad aver attribuito una frase  all’imprenditore napoletano Alfredo Romeo arrestato per corruzione lo scorso 1 marzo,  su un incontro avvenuto con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  accusato di “traffico di influenze”. Soltanto che  quella frase, come era  correttamente riportato nei brogliacci dello sbobinamento delle intercettazioni agli atti, in realtà era stata pronunciata dall’ex onorevole Italo Bocchino, consulente del Romeo, riferendosi all’ex presidente del Consiglio e non a suo padre. Il secondo “falso”, è invece, quello relativo ad un presunto (inesistente) interessamento dei servizi segreti all’indagine, nonostante che il presunto “007” di cui il capitano Scafarto parlava nell’informativa, fosse stato identificato, ed altro non era che un semplice residente della zona.

Il capitano Scafarto dopo essersi avvalso legittimamente della facoltà di non rispondere nel corso del primo atto istruttorio, nello successivo ha scaricato ogni responsabilità sul pm John Henry Woodcock della Procura di Napoli sostenendo che “la necessità di dedicare una parte della informativa al coinvolgimento di personaggi legati ai servizi segreti, fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock”, riportando nell’atto istruttorio le parole precise del pm napoletano: “al posto vostro farei un capitolo autonomo su tali vicende“.

Scafarto viene accusato di “falso materiale” e “fal­so ideologico” perché “nella qualità di pubblico ufficiale – si legge negli atti – redigeva un’inform­ativa nella quale, al fine di accreditare la tesi del coinvo­lgimento di personag­gi asseritamente app­artenenti ai servizi segreti ometteva sc­ientemente informazi­oni ottenute a segui­to di indagini esper­ite”.

“Ho cercato di darmi spiegazioni e posso pensare di avere avuto solo una prima versione del file, relativa al sunto e di avere utilizzato questa per la redazione dell’informativa. Era un periodo di forte lavoro – aveva confidato Scafarto –  legata alla necessità di chiudere l’atto prima della prima decade di gennaio quando era in programma un incontro tra la procura di Roma e Napoli”.  Quello che maggiormente sconcerta, è che ci sia però una falsa attribuzione anche dell’affermazione “il generale Parente (ex-comandante del ROS dei Carabinieri  n.d.r. ) è stato nominato all’Aisi da Tiziano Renzi, mentre la frase pronunciata in realtà era: “che l’ha nominato Renzi“, chiaramente riferito a Matteo che all’epoca dei fatti era il presidente del Consiglio.

E non è finita. Infatti il colloquio tra Alfredo Romeo e un suo collaboratore , nell’informativa del capitano Scafarto, diventa un vertice con il colonnello Petrella in servizio all’Aisi, sul tema delle intercettazioni ambientali, che all’epoca de fatti non erano neanche iniziate) solo perché il collaboratore ha un cognome molto simile a quello dell’ufficiale dei servizi segreti.

La vicenda che riguarda il pm napoletano  è arrivato davanti al plenum del Csm per iniziativa del pg della Cassazione Pasquale Ciccolo, titolare insieme al Ministro di Giustizia dell’azione disciplinare verso i magistrati, che ha contestato al pm Woodcock una sua intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica in difesa del capitano del Noe , e il quale è a sua volta fatto oggetto di critiche per una sua presunta amicizia con Matteo Renzi, figlio di Tiziano, l’indagato che avrebbe subito danni dagli errori dell’inchiesta Consip.

I pm hanno chiesto chiarimenti  al  colonnello Alessandro Sessa anche sul filone investigativo relativo alla fuga di notizie, nel quale sono indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento il ministro dello sport Luca Lotti, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Gen. Tullio Del Sette e quello della Regione Toscana Gen. Emanuele Saltalamacchia. Secondo i magistrati romani il colonnello avrebbe mentito anche sulle date, come dimostrano le conversazioni Whatsapp ritrovate sul cellulare del capitano Scafarto , con le quali avrebbe informato in estate il comandante del Noe,  Generale Sergio Pascali,  mentre a verbale aveva dichiarato di averlo fatto dopo il 6 novembre, cioè pochi giorni prima della prima fuga di notizie sull’inchiesta Consip.

L’ex premier Matteo Renzi ha così commentato la vicenda sui socialnetwork : “Lo so, lo so. Oggi bisognerebbe dare sfogo alla rabbia. All’improvviso scopri che nella vicenda Consip c’è un’indagine per depistaggio, reato particolarmente odioso, e ti verrebbe voglia di dire: ah, e adesso? nessuno ha da dire nulla?  Tutti zitti adesso? I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! I commentatori che ti accusavano di voler fare tutto da solo oggi ti accusano di fare gli inciuci. Non commentano ciò che tu dici ma ciò che loro vogliono che tu dica. Verrebbe voglia di arrabbiarsi. Poi succede che un amico ti offre una birra su una terrazza fiorentina. E ti si schiude la meraviglia. Ti si allarga il cuore. La bellezza prende il sopravvento. E la rabbia la lasciamo a chi se la può permettere. C’è una frase di Alda Merini che dice: bastava la letizia di un fiore per ricondurci alla ragione. Basta la bellezza della città del fiore per abbandonare ogni sentimento di rabbia. La giustizia farà il suo corso, la legge elettorale passerà se ci saranno i numeri, i commentatori polemici riconosceranno la serietà del nostro comportamento. Basta sapere aspettare e noi non abbiamo fretta. Teniamoci la bellezza, lasciamo loro la rabbia e la polemica. Buon pomeriggio, amici!“.

 




Il Tribunale della libertà manda ai domiciliari Marra

ROMA – Arresti domiciliari per Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca di Roma, Virginia Raggi, arrestato il 16 dicembre dello scorso anno in concorso per corruzione  con l’immobiliarista Sergio Scarpellini. Lo ha deciso il tribunale della libertà. Il 10 aprile scorso Marra aveva presentato le proprie dimissioni irrevocabili, da dirigente del personale del Comune di Roma.

Sergio Scarpellini

La vicenda giudiziaria in cui è coinvolto Marra è quella dei 370 mila euro ricevuti, secondo la Procura di Roma, dall’immobiliarista romano  Scarpellini (attualmente agli arresti domiciliari) per l’acquisto di un appartamento nella zona dei Prati Fiscali. Secondo quanto accertato dai magistrati ed inquirenti quella dazione dell’immobiliarista era finalizzata all’ottenimento di favori alla luce della posizione occupata all’epoca dei fatti, il 2013, da Marra in Campidoglio. Per quell’episodio la Procura di Roma ha ottenuto il giudizio immediato di Marra e di Sergio Scarpellini .

Il Gip ha accolto la richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del pm Barbara Zuini. Quindi  proceduralmente non si sarà l’udienza preliminare e si andrà  va direttamente a processo che si svolgerà prossimo il 25 maggio dinnanzi ai giudici della IIa Sezione penale del Tribunale Penale di Roma

Alla base della scarcerazione dell’ex capo del personale del Campidoglio la decadenza delle esigenze di custodia in carcere, anche in conseguenza delle dimissioni presentate dallo stesso Marra.