Corte Costituzionale. Marta Cartabia eletta presidente, per la prima volta una donna

di Giovanna Ranieri

Una donna arriva per la prima volta nella storia repubblicana al vertice della Consulta. I giudici della Corte Costituzionale hanno eletto al vertice la giurista cattolica Marta Cartabia, 56 anni ,  sposata e madre di tre figli, originaria della provincia di Milano, è tra i più giovani presidenti che la Consulta abbia mai avuto. Arrivata alla Corte nominata dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, dal 2014 è stata vicepresidente, Cartabia è docente di diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano e vanta un profilo internazionale denso di studi e pubblicazioni.

nella foto la sede della Corte Costituzionale

Allieva di Valerio Onida, Marta Cartabia si laurea con lui che poi diventerà presidente della Corte costituzionale nel 1987, all’Università degli studi di Milano, discutendo una tesi sul diritto costituzionale europeo. Alla Corte costituzionale, è arrivata nel 2011, diventando la terza donna eletta dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle ed è una dei giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. A volerla, a soli 48 anni, come dicevamo, era stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ne apprezzava l’attività di autrice e studiosa particolarmente impegnata sulla tematica dell’integrazione dei sistemi costituzionali europei e nazionali, così come nella materia dei diritti fondamentali nella loro universalità.

Di lei ha grande stima anche l’attuale Presidente della Repubblica,  Sergio Mattarella: i due condividono l’esperienza di giudici costituzionali per alcuni anni, in cui sono anche vicini di casa, nella foresteria della Consulta. Anni fatti anche di qualche cena insieme in un ristorante romano, “un pò come studenti fuorisede“, come racconterà poi lei stessa in un’intervista.

Ha sempre condiviso le grandi responsabilità che le sono state attribuite,  con la famiglia: “Penso che questo duplice aspetto della mia vita mi aiuti a mantenere un pizzico di equilibrio“, ha dichiarato recentemente. Ed è riuscita a trovare spazio anche per i suoi tanti hobby. Ama tutte le attività all’aperto, in particolar modo  jogging e trekking . Annovera una grande passione per la musica, ma non solo quella classica, che l’ha vista essere un’habitué delle prime della Scala a Milano, ma anche quella “rock”: quando corre con le cuffie nelle orecchie, la carica le arriva dalla canzoni dei Beatles .

Il sarà un mandato breve che durerà soltanto nove mesi  poichè scadrà il 13 settembre del 2020, essendo  stata nominata alla Consulta il 13 settembre del 2011 e l’incarico  di giudice costituzionale non può durare più di nove anni.  Alla Consulta è relatrice di importanti sentenze su questioni controverse e che spaccano l’opinione pubblica. Come quella sui vaccini, con la quale la Corte ha stabilito che l’obbligo di farli non è irragionevole, bocciando il ricorso della Regione Veneto. O quella sull’Ilva, che dichiarò incostituzionale il decreto della Presidenza del consiglio dei Ministri del 2015 che consentiva la prosecuzione dell’attività di impresa degli stabilimenti, nonostante il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria dopo l’infortunio mortale di un lavoratore.

Marta Cartabia, Docente di Diritto Costituzionale dal 2008 all’Università Bicocca di Milano, ha insegnato e fatto attività di ricerca in diversi atenei in Italia e all’estero, anche negli Stati Uniti. “Ho rotto un cristallo spero di fare da apripista. – sono state le sue prime parole – Spero di poter dire in futuro, come ha fatto la neopremier finlandese, che anche da noi età e sesso non contano. Perché in Italia ancora un po’ contano“. Come esperto, ha fatto parte di organismi europei, come l’Agenzia dei diritti fondamentali della Ue di Vienna

La scorsa estate, poco prima della nascita del Governo Conte bis, la Cartabia aveva sfiorato un altro record, infatti il suo nome era circolato negli ambienti politici ed istituzionali che “contano”come possibile premier di un governo di transizione, e se il Pd ed il M5S non avessero formato un maggioranza di governo imprevedibile,  sarebbe stata la prima donna nella storia italiana a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio.  Ancor prima  si era pensato anche a lei come ministro del governo Cottarelli, prima dell’avvento del Governo Conte 1 (“gialloverde” formato da M5S e Lega)

La prima ad inviare le proprie congratulazioni alla neo-presidente della Consulta è  stata proprio una donna, la vicepresidente della Camera Mara Carfagna di Forza Italia: “Esprimo le mie congratulazioni e felicitazioni alla nuova presidente della Corte costituzionale. La scelta dei giudici infrange i pregiudizi di genere“.  Anche l’ex-deputato del Pd. David Ermini attuale  vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, si è complimentato: “È una bella notizia che ci sia stata l’unanimità e che per la prima volta una donna ricopra un incarico così importante“.




Tim, il pugliese Salvatore Rossi nuovo presidente

ROMA – Il consiglio di amministrazione di TIM ha nominato Salvatore Rossi nuovo presidente. La cooptazione in consiglio dell’ex direttore generale di Banca d’Italia, e presidente Ivass, era stata approvata all’unanimità dal comitato nomine della compagnia telefonica venerdì scorso. Rossi succede a Fulvio Conti, che per agevolare una riappacificazione dell’azionariato a beneficio della società  aveva rassegnato le proprie dimissioni lo scorso 26 settembre . La nomina di Rossi adesso dovrà essere ratificata dalla prossima assemblea che, salvo sorprese, dovrebbe essere quella di approvazione del bilanci della prossima primavera.

 

Laureato in matematica presso l’Università di Bari nel 1975, Rossi compie soggiorni di studio su temi economici presso il Fondo monetario internazionale e il MIT-Massachusetts Institute of Technology di Cambridge (MA). In Banca d’Italia dal 1976, prima presso gli uffici di vigilanza bancaria della sede di Milano poi, dal 1979, presso il servizio studi, di cui diviene responsabile nel 2000. Dal 2007 al 2011 è direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali (chief economist). Nel 2011 diviene segretario generale e consigliere del direttorio per i problemi della politica economica. Dal 17 gennaio 2012 è membro del direttorio e vice direttore generale della Banca d’Italia. Ha rappresentato la Banca d’Italia in numerosi consessi ufficiali, in Italia e all’estero. Dal 2013 al 2019 è stato Direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’IVASS l’ Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni.

Salvatore Rossi stato membro del comitato strategico del Fondo Strategico Italiano dal 2013 fino a febbraio 2016  . È Senior Fellow della LUISS School of European Political Economy. Dal maggio 2012 al 2019 è membro del consiglio di amministrazione della Fondazione del Centro internazionale di studi monetari e bancari (ICMB) di Ginevra. Membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Giovanni Agnelli , del consiglio direttivo dell’Einaudi Institute for Economics and Finance (EIEF), dell’Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital (AIFI), dell’Advisory Board della Fondazione Economia Tor Vergata. Ha fatto parte del “Gruppo dei saggi” in materia economico-sociale ed europea istituito nel 2013 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Una vita a Bankitalia e il cuore in Puglia, regione natia mai dimenticata. Potendo contare sulla stima diffusa tra Quirinale ed i “Palazzi” delle istituzioni (negli ultimi mesi il suo nome era stato dato tra i papabili come nuovo ministro dell’Economia) Rossi dopo aver ottenuto garanzie sulla autonomia del proprio ruolo, aveva accettato la proposta di lanciare la sua candidatura che aveva incrociato il favore dei principali azionisti Tim. Elliot e Vivendi, dopo la tregua raggiunta nell’assemblea della scorsa primavera, insieme a Cassa depositi e prestiti hanno quindi fatto convergere le loro indicazioni sulla persona di Salvatore Rossi accendendo il semaforo verde per l’ex dirigente di Via Nazionale sulla sua nomina a presidente della compagnia telefonica “storica” e più importante d’ Italia, nomina che comunque non è esecutiva, in quanto tutte le deleghe rimangono al momento nelle mani dell’ Amministratore Delegato Gubitosi.

Rossi, si legge nella nota ufficiale, è stato cooptato e nominato presidente, all’unanimità. Il cda ha inoltre accertato il possesso dei requisiti d’indipendenza dell’ex direttore generale di Bankitalia e confermato la sua qualifica di consigliere indipendente “alla luce delle attribuzioni e del ruolo conferiti”. Rossi non risulta detenere azioni Tim.




Inchiesta Why Not: per la Cassazione "nessun complotto contro de Magistris"

ROMA – Lo scontro tra le procure della repubblica di Catanzaro e di Salerno, con i rispettivi magistrati che si facevano la guerra a colpi avvisi di garanzia, di perquisizioni e sequestri, non aveva mai avuto precedenti e tantomeno in seguito casi analoghi. Il punto di non ritorno fu toccato quando due inchieste Why Not e Poseidone, che riguardavano esponenti politici molto noti le cui posizioni furono successivamente archiviate,  dopo essere state sottratte a Luigi de Magistris a quell’epoca pm nel capoluogo calabrese .

Luigi De Magistris

Per placare le acque dovette intervenire persino Giorgio Napolitano che nel 2008 era il presidente della Repubblica, e quindi presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il quale  chiese chiarimenti ed informazioni per quello scontro “con gravi implicazioni”. 12 anni dopo da quando tutto è iniziato, e cioè da quando, de Magistris presentò delle denunce con quali sosteneva che le inchieste gli erano state sottratte illecitamente, la Corte di Cassazione ha scritto un altro importante capitolo di una tormentata vicenda giudiziaria. La Suprema Corte infatti ha sentenziato  che i fascicoli che vennero sottratti legittimamente all’allora pm di Catanzaro, che quindi  i reati di abuso d’ufficio non furono commessi e, conseguentemente, ai danni di de Magistris non vi è stato nessun complotto.

Gli ermellini del collegio giudicante della sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Salerno che dichiarava prescritti i reati contestati a Salvatore Murone ex procuratore aggiunto di Catanzaro (difeso dall’ Avv. Mario Murone),  e all’avvocato generale Dolcino Favi, (difeso dall’Avv. Francesco Favi) cioè coloro che avevano avocato i fascicoli all’attuale sindaco di Napoli , così convalidandola sentenza di primo grado del Tribunale di Salerno che aveva assolto i due magistrati catanzaresi. L’assoluzione comprende anche l’ex senatore ed avvocato Giancarlo Pittelli, il procuratore Mariano Lombardi che nel frattempo è deceduto,  e l’imprenditore Antonio Saladino, assolti – si legge in una nota- per insussistenza del fatto, così come avvenuto in primo grado.

La Corte d’appello di Salerno nell’ accogliere il ricorso della “parte civile” de Magistris, aveva modificato a suo tempo la sentenza del Tribunale sostenendo che vi era stato un abuso d’ufficio che nel tempo si era prescritto. Una nota riporta che “decidendo sul ricorso di Pittelli, Favi e Murone – prosegue la nota – la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione di appello confermando l’insussistenza dei fatti denunciati da de Magistris”. “Il tribunale di Salerno, con sentenza resa irrevocabile dalla Corte di Cassazione, ha stabilito la doverosità dei provvedimenti tenuti dai magistrati Murone e Favi in quanto devono ritenersi illegittimi i comportamenti tenuti da de Magistris che hanno portato all’adozione dei provvedimenti di revoca e di avocazione”, ha chiosato l’avvocato Mario Murone, che difendeva Salvatore Murone.

La Cassazione ha finalmente e definitivamente chiuso a mio favore la vicenda Why Not – aggiunge Murone l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro- Tutte le mistificazioni, le bugie, le cattiverie sono finite, l’assoluzione del primo grado è stata ribadita ieri a dimostrazione che le vicende successe al signor de Magistris non sono il frutto di complotti, di poteri forti e livelli superiori, ma solo il suo modo di fare il pubblico ministero già stigmatizzato dai provvedimenti di carriera che lo hanno colpito, portandolo fuori dalla magistratura“. Murone è un fiume in piena: “Abbiamo peccato in un eccesso di fiducia nei confronti dello Stato, abbiamo sottovalutato l’effetto de Magistris. Ci sono voluti dodici anni per fare giustizia, una giustizia in cui ho sempre creduto anche se vedendo certi comportamenti, pure di certi colleghi, ho tentennato”. L’ex aggiunto è stanco ma ci tiene a dire un’ultima cosa: “Quel che è successo dodici anni fa doveva essere da monito per la magistratura, credo che quell’esperienza abbia segnato un punto di non ritorno. Dodici anni dopo noi siamo stati assolti, tante inchieste eclatanti sono finite nel nulla, tanta gente ha sofferto inutilmente e il signor de Magistris non indossa più la toga bensì la fascia tricolore da sindaco di Napoli“.

Parla di “vicenda surreale” Dolcino Favi. Usa poche parole ma, pensando al passato, non nasconde disappunto. ”È talmente tanta l’amarezza e la sofferenza patita che non ho niente da commentare perché i fatti si commentavano da soli già 12 anni fa. De Magistris? E che vi devo dire? Devo commentare la sua carriera politica? Sarà la storia dei grandi uomini a giudicarlo…”.

Con la decisione arrivata oggi la vicenda giudiziaria può dirsi conclusa. Restano le polemiche: “La storia non può essere cambiata, qualunque sia la motivazione della Cassazione”, ha detto Luigi de Magistris, commentando la decisione “Il fatto storico è ricostruito in via definitiva, perché la Cassazione non può entrare nel fatto”, ha affermato il sindaco di Napoli. Poi l’attacco nei confronti di Murone e Favi: “La sentenza della Corte d’Appello di Salerno in cui si parla di condotte, seppur prescritte, di abuso d’ufficio, quindi di sottrazioni illecite delle inchieste Why Not e Poseidone, al fine di danneggiarmi e avvantaggiare gli indagati è un fatto storico acclarato. Leggo dichiarazioni molto affrettate da parte degli imputati senza ancora leggere la motivazione però ci sono alcune cose chiare dalle quali non si può scappare”. “Questa è la storia – ha concluso il sindaco di Napoli – Per il resto dicessero quello che vogliono, da una parte ci sono le persone perbene e dall’altra le persone che hanno commesso fatti molto gravi”.

 

 




Ecco le consultazioni al Quirinale per la crisi di governo

ROMA – Nel pomeriggio di oggi martedì 27 agosto partono le consultazioni del Quirinale fino alle ore 19 di mercoledì 28 agosto si terrà il secondo giro di consultazioni al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Colle ha comunicato il calendario degli incontri. L’ex capo dello Stato e senatore Giorgio Napolitano, non essendo presente a Roma, sarà sentito telefonicamente. L’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica ha comunicato il calendario delle consultazioni.

Il calendario

Martedì 27 agosto 2019:

ORE 16.00

Mattarella incontra il presidente del Senato della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

ORE 17.00

Tocca al presidente della Camera dei Deputati, l’onorevole Roberto Fico.

ORE 18.20

Gruppo parlamentare misto del Senato, composto da Loredana De Petris, presidente del Gruppo Parlamentare Misto del Senato della Repubblica; Riccardo Nencini, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente “PSI“; Pietro Grasso, rappresentante della componente “Liberi e Uguali“; Emma Bonino, rappresentante della componente “Più Europa con Emma Bonino“; Ricardo Antonio Merlo, rappresentante della componente “MAIE – Movimento Associativo Italiani all’Estero“.

ORE 18.40

Gruppo parlamentare misto della Camera dei Deputati composto da Manfred Schullian, presidente del Gruppo Parlamentare Misto della Camera dei Deputati; Alessandro Fusacchia, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente +Europa-Centro Democratico“; Renate Gebhard, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente Minoranze linguistiche; Maurizio Lupi, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente “Noi con l’Italia – USEI“; Beatrice Lorenzin, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente “CIVICA POPOLARE AP-PSI-Area Civica“; Catello Vitiello, vice presidente del Gruppo Misto e rappresentante della componente “Sogno Italia-10 volte meglio“; Antonio Tasso, rappresentante della componente “MAIE Movimento Associativo Italiani all’Estero“.

Mercoledì 28 agosto 2019

ORE 10.00

Gruppo parlamentare “per le Autonomie (SVP-PATT,UV) del Senato composto da Julia Unterberger, presidente del Gruppo Parlamentare “Per le Autonomie (SVP-PATT,UV)” del Senato; Albert Lanièce, vice presidente (UV); Gianclaudio Bressa, componente del Gruppo Parlamentare per le Autonomie.

ORE 10.30

Gruppo parlamentare “Liberi e Uguali” della Camera dei Deputati composto da Federico Fornaro, presidente del Gruppo Parlamentare “Liberi e Uguali” della Camera; Rossella Muroni , vice presidente vicario del Gruppo.

ORE 11.00

Gruppo parlamentare “Fratelli d’Italia” del Senato e della Camera composto da Luca Ciriani e Tommaso Foti, rispettivamente Presidente del Gruppo Parlamentare “Fratelli d’Italia” del Senato della Repubblica e Vice Presidente del Gruppo Parlamentare della Camera dei Deputati; Giorgia Meloni, Capo del Movimento “Fratelli d’Italia“.

ORE 16.00

Gruppo parlamentare “Partito Democratico” del Senato e della Camera composto da Andrea Marcucci; Graziano Delrio, rispettivamente Presidente del Gruppo Parlamentare “Partito Democratico” del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati; Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, rispettivamente Segretario e Presidente del “Partito Democratico”; Paola De Micheli, vice segretario del “Partito Democratico“.

ORE 17.00

Gruppo parlamentare “Forza Italia – Berlusconi Presidente” del Senato e della Camera composto da Anna Maria Bernini e Mariastella Gelmini, rispettivamente Presidente del Gruppo Parlamentare “Forza Italia – Berlusconi Presidente” del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati; Silvio Berlusconi e Antonio Tajani, rispettivamente Presidente e Vice Presidente del Partito “Forza Italia – Berlusconi Presidente”.

ORE 18.00

Gruppo parlamentare “Lega-Salvini premier” del Senato e della Camera composta da Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, rispettivamente Presidente del Gruppo Parlamentare “Lega – Salvini Premier” del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati; Matteo Salvini, Segretario Federale del Partito “Lega – Salvini Premier“.

ORE 19.00

Gruppo parlamentare “Movimento 5 Stelle” del Senato e della Repubblica composto da Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva, rispettivamente Presidente del Gruppo Parlamentare “MoVimento 5 Stelle” del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati; Luigi Di Maio, Capo della forza politica “MoVimento 5 Stelle“.




Il Quirinale non ha dubbi: un Governo "vero" o elezioni.

di Antonello de Gennaro

Il presidente della Repubblica aveva seguito la seduta in diretta tv dal Senato, ascoltando bene le parole pronunciate dai vari protagonisti della politica. Giuseppe Conte non ha avuto quindi bisogno di riassumere le proprie comunicazioni fatte al Senato, né di commentare la replica del leader della Lega o gli altri interventi in aula.

Il risultato del confronto per Sergio Mattarella è stato chiarissimo : quello del capo del governo è stato il passo d’addio di chi salutava un’esperienza personale, ed al tempo stesso, il de profundis del governo a guida M5S. Il capo dello Stato ha accolto all’ora di cena il premier dimissionario dicendogli “ho visto tutto… grazie per l’impegno profuso, auguri” ed i soliti convenevoli di rito. E’ finito così il Governo che voleva autocelebrarsi come il “governo del cambiamento” retto da un “contratto”, un evento questo, per la prima volta nella storia della Repubblica, e che invece alla fine di fatto ha governato soltanto 18 mesi.

Ancora una volta tocca al Presidente della Repubblica guidare ed indicare la gestione dalla crisi, risultato di un sistema elettorale ibrido, che non tiene conto del volere degli elettori di tornare al voto “ad personam”, stanco dei listini bloccati e dei parlamentari scelti e “nominati” dalla segreterie dei vari partiti. Mattarella comincerà a farlo fin da oggi, aprendo sul Colle un rapido giro di consultazioni, sentendo come da prassi istituzionale in un paio di giorni il suo predecessore Giorgio Napolitano, il presidenti del Senato Casellati e della Camera Fico, e dopodichè e le delegazioni delle forze politiche.

Un consulto sui carboni ardenti, anche perché nella confusione politica totale e nel ginepraio dei veti contrapposti,  i leaders politici  dichiarano di volersi affidare a lui, “arbitro saggio, serio e imparziale“, persino il M5S che solo 18 mesi fa, per bocca di Luigi Di Maio  chiedeva il suo “impeachment” cioè di mettere sotto accusa il presidente della Repubblica !  Ma questa volta la totale e iena responsabilità di trovare una soluzione alternativo al voto d’autunno, attraverso nuove maggioranze ed intese politiche, e compito esclusivamente dei partiti. Ecco perchè le elezioni sono la soluzione forse più seria e democratica all’orizzonte.

Mattarella in realtà probabilmente preferirebbe una soluzione di nuova stabilità al ritorno alle urne, sopratutto  perché occorre mettere in sicurezza l’economia nazionale alla vigilia di scadenze decisive, che richiederebbero delle scelte fortemente “politiche”. Ma questa volta, non indicherà in alcun modo agli attori della partita alcuna soluzione. Pressochè impossibile la possibilità di una riformulazione del governo tra 5 Stelle e Lega, che di fatto si sono auto-eliminati reciprocamente, non resta che verificare l’ ipotetica alleanza prospettata tra Pd e M5S, che costituirebbe di fatto il trionfo dell’incoerenza e dell’inattendibilità reciproca..

L’ “alleanza impossibile ” fra Pd e M5S potrebbe avere luce esclusivamente sulla base dei numeri parlamentari  l’unica soluzione per non sciogliere le Camere. Probabilmente ai potenziali partner di un governo questa volta “giallorosso” sarebbe necessario qualche giorno di riflessione ed approfondimento, per chi volesse analizzare questa soluzione, e mettere a fuoco un nuovo contratto di programma e relative strategie politiche .

 

Dal Quirinale fanno sapere che il capo dello Stato concederà un supplemento temporale per i negoziati, soltanto allorquando gli venga esplicitamente chiesto. E non sarebbe un “supplemento” di settimane, ma soltanto di “giorni” dopodichè non potrà che mandare tutti al voto per la soddisfazione dell’alleanza Lega-Fratelli d’ Italia che vuole portare all’incasso il reciproco risultato elettorale delle ultime elezioni europee. Nuove elezioni quindi a cui non si potrebbe arrivare con questo Governo dimissionario, ma un governo di garanzia elettorale insediato personalmente da Quirinale.

Una mossa obbligata, che non ci sarebbe neppur bisogno di spiegare. Non a caso il  ministro dell’Interno Matteo Salvini si candida già a premier, minacciando di convocare la gente nelle piazze se dovesse nascere un nuovo governo  di convenienza, cioè fatto solo per non lasciare le poltrone (M5S) e ritornare a sedercisi sopra (Pd). La partita è appena iniziata.




Crisi di governo, le dimissioni del premier Conte: "Il governo finisce qui

ROMA –  “Non possiamo, se amiamo le istituzioni e i cittadini, affidarci a espedienti, tatticismi, giravolte verbali che faccio fatica a comprendere. Io apprezzo la coerenza logica e la linearità d’azione. Se c’è mancanza di coraggio, non vi preoccupate, me ne assumo io la responsabilità io davanti al Paese – ha detto il premier Giuseppe Conte nella replica al dibattito in Aula al Senato soffermandosi sul ritiro della mozione di sfiducia da parte della Lega -. Questa è la conclusione, unica, obbligata, trasparente. Vi ringrazio tanto, io vado dal Presidente della Repubblica. Prendo atto che al leader della Lega Matteo Salvini manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti“.

È una scelta di coerenza con l’apertura fatta in Aula da Matteo Salvini. Se tieni una porta aperta non puoi tenere la sfiducia“. Con queste parole fonti leghiste spiegano la decisione di ritirare la mozione di sfiducia a Giuseppe Conte. “La mozione, d’altronde” si ricorda “era stata presentata per parlamentarizzare la crisi. E le comunicazioni di Conte e il suo annuncio di dimissioni l’hanno resa non più necessaria”.

Il presidente del consiglio ha lasciato il Quirinale dopo pochi minuti dove ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Sergio Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a curare il disbrigo degli affari correnti.

Il capo dello Stato avvierà le consultazioni domani, mercoledì 21 agosto, alle ore 16 con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: poco prima sentirà al telefono il Presidente emerito Giorgio Napolitano che non si trova a Roma, alle 16.45 il presidente della Camera Roberto Fico. Dalle 17.30 e fino alle 19 il gruppo per la autonomie i gruppi misti di Camera e Senato e, infine, Liberi e Uguali. Giovedì alle 10 è il turno di Fratelli d’Italia, alle 11 il Partito Democratico, alle 12 Forza Italia, alle 16 la Lega e con il Movimento 5 Stelle  alle 17 si chiuderanno le consultazioni  .

Sergio Mattarella

Il calendario delle consultazioni al Quirinale, rapide e rese note senza indugio, convocate per le prossime 48 ore, è indicativo. Rivela la ferma volontà da parte di Sergio Mattarella di mettere un punto fermo e chiaro in questa crisi, a tratti surreale, perché il paese non può permettersi traccheggiamenti e tempi infiniti che sposterebbero ancora più in avanti, in pieno inverno, la nascita di un nuovo governo chiamato ad affrontate l’annunciata emergenza economica.

 Questi i tempi: primo giro entro giovedì sera, poi, se i partiti chiederanno qualche giorno per approfondire e definire uno schema serio di accordo, sarà concesso, altrimenti varerà un “governo elettorale” che abbia l’unico scopo di portare in modo ordinato il paese al voto. In poche parole, come si diceva a scuola: la “ricreazione è finita”. Ed è chiaro che il capo dello Stato non si metterà a orchestrare manovre per arrivare a un governo istituzionale, esercitando un ruolo non di arbitro, ma di regista di una operazione politica, per la quale mancano condizioni oggettive e convinzioni soggettive. Punto.

Il suo vero unico punto fermo è evitare un bis del 2018: consultazioni eterne, fatte di giochi tattici, finte aperture, trasformando il Quirinale nel set un infinito “doppio forno”, con Di Maio che inizia aprendo al Pd, poi si consuma il primo tentativo, poi magari procede a un nuovo tentativo con Salvini, una volta smaltito il trauma dell’intervento di Conte. Ipotesi neanche tanto peregrina, che pure aleggia tra i Cinque stelle.

Salvini:  “adesso capisco tutti quei no”  ha detto il vicepremier Matteo Salvini uscendo dal Senato. “C’era un tentativo di inciucio fra Renzi e Grillo che evidentemente partiva da lontano e come Lega abbiamo avuto la dignità, la forza e il coraggio di portarlo in Parlamento per spiegarlo chiaramente agli italiani. Chiedo il voto al Presidente Mattarella. La via maestra sono le elezioni” ha ribadito. “Ho sempre avuto fiducia in Mattarella, ha sempre detto che o c’è un governo serio per fare le cose..”. Così il vicepremier Matteo Salvini ai cronisti al Senato. “In aula ho capito che c’è un’avversione della sinistra e di parte dei 5 Stelle a Salvini, punto – ha aggiunto -. Quindi non penso che l’Italia meriti un governo contro. Fanno un governo tutti insieme contro Salvini? Io propongo un governo per, per tagliare le tasse, le grandi opere, per l’autonomia“.

 Chi ha una certa conoscenza del Colle è certo che Sergio Mattarella coltiva un certo “disincanto”, anche alla luce della giornata di oggi. La verità è che non c’è ancora uno schema definito in campo che attesti l’esistenza di un negoziato degno di questo nome. Anzi, è già caduta l’ipotesi di un Conte bis, illusione questa molto coltivata e radicata nei  Cinque Stelle. La pietra tombale è in quelle poche righe che il segretario del Pd ha affidato alle agenzie, appena finito il discorso del presidente del Consiglio, che pure si era “offerto” alla sinistra rimuovendo, come se calasse da Marte, “l’anno bellissimo” che ha certificato la sua subalternità a Salvini (vedi: migranti e sicurezza): “Discorso autoassolutorio”.

Nicola Zingaretti, segretario del Pd

Due parole che spiegano molto bene  la posizione su cui Nicola Zingaretti chiederà mercoledì mattina mandato alla direzione del suo partito prima di recarsi al Colle, riassumibile anch’essa in due parole. Queste: “Profonda discontinuità”. In sintesi: il Pd, preso atto del fallimento dell’esperienza gialloverde, senza rimuovere quel che è accaduto – i dati economici, la regressione civile del paese, i provvedimenti varati – è disponibile a verificare se ci sono le condizioni per un governo con i Cinque stelle, a patto che si fondi su una rivoluzione copernicana delle logiche seguite finora.

Detta in maniera chiara ed inequivocabile: non un “contratto”, sostitutivo di quello appena stracciato, col Pd che si limita a sostituire, con i propri ministri, i leghisti nella compagine di governo: o si riesce a fare un “patto politico” serio fondato su una cesura nei programmi e negli uomini, bene, altrimenti, se i Cinque stelle non sono disponibili, si vota. Si sarebbe detto una volta: non governo a tutti i costi, non voto a tutti i costi.

 Quindi se Conte, inizialmente garante di quel contratto prima del “regolamento di conti” odierno senza alcun pentimento (“non rinnego nulla di quel che ho fatto sui migranti”) non può essere la persona indicata per Palazzo Chigi ed è chiaro che il “rinnovamento” dovrà riguardare anche il resto della compagine di governo che ha governato con Salvini. Ecco uno dei punti che già logora sin dalla partenza l’ipotesi di negoziato. L’altro punto, nient’affatto irrilevante, è il “fattore Renzi”, che della nuova maggioranza deterrebbe la “golden share” numerica in Parlamento e politica. Il suo discorso in aula, il suo ritrovato protagonismo mediatico, la sua accusa pesante di “connivenza” con Salvini di una parte del suo partito, spiega che  il Matteo di Firenze pur non entrandoci,  sarebbe il dominus dell’eventuale nuovo governo, in grado di deciderne durata di vita e di influenzarne l’azione, avendo i numeri in Parlamento per condizionarne l’operato e la sopravvivenza.

E’ questa l’origine dello scetticismo che aleggia sempre di più dentro il Movimento, alimentato dalle parole di Salvini su Renzi, la Boschi, Banca Etruria, cioè gli “Arcinemici” con cui i Cinque stelle vorrebbero allearsi e gli scandali che attesterebbero la definitiva perdita dell’anima. Arrivati al capolinea, Di Maio e grillini vari, hanno capito quanto sia rischioso fare un patto col “diavolo” (Renzi)  che già si muove come un soggetto politico autonomo. In molti si chiedono: e  se Renzi , tra qualche settimana, attivasse la sua scissione dal PD ? Succederebbe che il suo partito diventerebbe il terzo socio della maggioranza, con Renzi leader e magari la Boschi capogruppo seduta ai vertici col Pd e Cinque stelle. Ecco spiegato il perché il il Presidente Mattarella ha fissato un calendario così stringente. E’ consapevole che altrimenti il “gioco” rischia di diventare infinito.

notizia in aggiornamento




Toto-Governo: Belloni in pole, sale Rossi al Tesoro

ROMA -Un riferimento alle tensioni di queste ore, e alla delusione per il comportamento delle forze politiche, è arrivato dal Capo dello Stato  Sergio Mattarella con una sua frase pronunciata durante l’incontro con i giocatori del Milan e Juventus, protagonisti oggi della finale di Coppa Italia allo Stadio Olimpico di Roma rivolgendo loro un discorso sulla correttezza del comportamento di chi fa sport. Poi ricorda di essersi paragonato a un arbitro nel discorso di insediamento, nel 2015.

 “I vostri discorsi – ha detto il capo dello Stato rivolgendosi ai capitani delle due squadre  Buffon e Bonucci – mi hanno fatto pensare alle squadre che concorrono e si rispettano, avendo a cuore la correttezza. Questo mi ricorda gli arbitri, i miei colleghi: nel mio discorso di insediamento mi sono paragonato agli arbitri assicurando la mia imparzialità, guadagnandomi un applauso, poi ho detto che i giocatori lo devono aiutare con la loro correttezza” e anche qui è scattato un applauso con qualche segno di sorpresa. “L’arbitro può condurre bene un incontro se ha un buon aiuto, correttezza e impegno leale. Un buon arbitro spera sempre di non essere notato e può non essere notato se i giocatori sono corretti”, ha detto il Presidente della Repubblica.
Intanto, sembrano allungarsi i tempi per il conferimento dell’incarico. Mattarella  da un lato deve sondare i possibili candidati alla “premiership” e i potenziali ministri per un esecutivo chiamato a rimanere in carica fino a dicembre, nell’ipotesi più ottimistica, o poche settimane in caso di mancata fiducia; dall’altro deve cercare di capire quanto siano concrete le voci di un passo di lato da parte di Silvio Berlusconi, che potrebbe ridare vigore alla trattativa tra M5S e Lega.

Ma alle otto di ieri sera è arrivata con una nota dai toni secchi il secco “rifiuto” di Berlusconi  che mette un punto alle voci che circolavano negli ambienti politico-parlamentari: “Silvio Berlusconi – si legge – smentisce fermamente le indiscrezioni secondo le quali sarebbe pronto a dare un appoggio esterno ad un governo guidato da M5s e Lega. Dopo due mesi di tentativi per dare vita a un governo espressione del centrodestra, prima forza politica alle elezioni del 4 marzo, Forza Italia non può accettare nessun veto“.

Matteo Renzi intervistato in serata da Giovanni Floris a Di Martedì, ha annunciato: “Io non correrò alle primarie che decideranno il prossimo leader del Pd. Secondo me il candidato naturale è Gentiloni, ha aggiunto rispondendo a Floris che gli domanda chi sarà secondo lui il candidato premier del Pd. “C’è qualcuno che sta giocando sulla pelle del Paese, sono i 5Stelle e il centrodestra”. “Io Salvini l’ho visto, siamo entrambi senatori. Sono curioso di come spiegherà all’operoso Veneto che andranno a pagare il reddito di cittadinanza a chi sta sul divano. Secondo me i due si amano, ma le famiglie non sono d’accordo. Quello che mi colpisce di Di Maio è la straordinaria capacità di cambiare idea. E’ molto simile a Marx, ma non a Karl, a Groucho: ‘questi sono i miei valori, se non vi piacciono li cambio’“, ha detto l’ex segretario dimissionario dei Democratici.

 “Tenere bloccato un paese è assurdo, Di Maio, se non è in grado di fare un governo con il centrodestra, lo deve dire e deve consentire di riscrivere le regole del gioco”, ha aggiunto Renzi. “E’ una soap opera, ogni giorno c’è una cosa nuova. Il referendum che mi ha mandato a casa serviva a evitare questa buffonata“.

Per azzardare un pronostico bisogna partire dal profilo generale impostato da Sergio Mattarella nei giorni scorsi. Le certezze sono poche: il premier deve avere una standing internazionale ed essere riconosciuto in Europa (il Consiglio europeo di fine giugno viene considerato cruciale); nella squadra ci devono essere competenze di gestione economica visto che l’obiettivo è scongiurare l’aumento dell’Iva grazie all’approvazione della Legge di Bilancio 2019; i componenti dell’esecutivo non devono essere politici, anche perché il Presidente gli chiederà di non essere candidati alle prossime elezioni. I profili devono essere inattaccabili dal punto di vista etico e giudiziario. Non poco, quindi. Paletti questi che presuppongono una decisione difficile anche da parte di chi dovesse essere chiamato dal Colle ad entrare in questo nuovo Governo.

L’incarico per formare quel governo di “garanzia” annunciato due giorni prima, potrebbe quindi slittare alla giornata di giovedì, per poi sciogliere la riserva nella giornata di sabato, dopo oltre sessanta giorni, tre giri di consultazioni e un appello alla “responsabilità”, essendosi esaurita anche l’ennesima attesa delle convulsioni del centrodestra. Dopo il giuramento il nuovo Governo si presenterà alle Camere prevedibilmente alla metà della prossima settimana, quando sarà già trascorsa la prima metà di maggio sul calendario .

I partiti concederanno la fiducia ? Tra il frequentatori del Colle viene manifestata una sicurezza serafica: “Bene Mattarella, come ha spiegato nel suo discorso, si dirà pronto a sciogliere le Camere in due giorni, se è questo che vogliono“. Toccherà quindi poi ai partiti assumersi la responsabilità davanti ai cittadini che non sembrano così entusiasti e disgustati in molti dall’ inconcludenza dei partiti di questi mesi e poco disposti ad annullare le ferie per andare a votare. Toccherà spiegarlo agli albergatori, agli operatori del settore turistico la cui preoccupazione sulla stagione è stata già recapitata ai rispettivi parlamentari dei vari territori

Il Parlamento per fortuna non è Facebook, cioè un social network. Potrebbe  accadere per esempio che, dopo una non auspicabile bocciatura da parte dei due rami del Parlamento del Governo di tregua, vengano alla luce gli elementi per un nuovo giro di consultazioni che il Presidente Mattarella, che le sta provando tutte senza interferire minimamente, non potrebbe rifiutare. A quel punto un nuovo giro di colloqui renderebbe impossibile lo scioglimento in tempo utile per poter votare il prossimo 22 luglio.

In definitiva se il tentativo del presidente Mattarella fosse destinato ad andare a vuoto, un Governo “neutrale” è pur sempre un passaggio politico, e un passaggio politico non è mai neutro, produce sempre degli effetti, anche in questa epoca di messaggi semplificati e di ubriacatura da ritorno al voto. E, a dirla parole povere, il “messaggio” sarà che Mattarella avrà fatto un governo di persone competenti e oneste, dopo mesi di chiacchiere, puntigli e veti. E potrebbe succedere che qualcuno dica: “perché non lo facciamo lavorare?“. Può anche accadere che questo Governo, una volta vista la composizione “tecnica”, possa piacere all’opinione pubblica. Ma sopratutto ai molti parlamentari neo-eletti che non hanno alcuna certezza di essere rieletti, e dovrebbero affrontare una nuova dura e costosa campagna elettorale.

E nel riserbo totale del Quirinale impazza il toto-nome. Rumours parlamentari alla vigilia danno in pole per l’incarico di premier Elisabetta Belloni, la prima donna a ricoprire il delicato ruolo di segretario generale della Farnesina. Molto forti anche le voci intorno a Salvatore Rossi, barese, dal 2013 direttore Generale della Banca d’Italia , il quale verrebbe indicato come Ministro dell’ Economia.

Prima fila da SX: Enzo Moavero Milanesi, Lucrezia Reichlin, Salvatore Rossi, Anna Maria Tarantola. Seconda fila da SX: Elisabetta Belloni, Giampiero Massolo, Marta Cartabia, Carlo Cottarelli

Si tratta infatti di un Governo a vita limitata e, probabilmente, limitatissima se i partiti lo bocceranno sul nascere. Insomma, la prospettiva eutanasica non invoglia certo a partecipare. Nella “rosa” del presidente  Mattarella, che gira negli ambienti del Quirinale, oltre ad Elisabetta Belloni (persona “bipartisan” gradita anche al M5s), è entrata Marta Cartabia. Milanese, 54 anni, vicepresidente della Corte Costituzionale  la più giovane  componente della Consulta nominata nel 2014 da Giorgio Napolitano, che è molto stimata dall’attuale presidente della Repubblica. Dagli uomini del Colle viene analizzato anche il profilo di Lucrezia Reichlin, romana, economista figlia di due comunisti storici (Alfredo Reichlin e Luciana Castellina), attualmente docente di Economia alla London Business School, direttrice generale alla Ricerca alla Banca Centrale Europea la quale ha sicuramente tutte le competenze e le carte in regola per ricoprire un ruolo di prestigio.

Circola anche il nome anche di Giampiero Massolo, ambasciatore di lungo corso con grandi conoscenze internazionali, che sarebbe perfetto al Ministero degli Esteri. E poi si prosegue da giorni con i nomi di Carlo Cottarelli, 64 anni, già commissario alla spending review a Palazzo Chigi, di Anna Maria Tarantola, una vita in Bankitalia ed ex presidente della Rai, di Enzo Moavero Milanese, grande esperto dei meccanismi dell’Unione Europea e già ex ministro del Governo Letta. Ma non si escludono sorprese dell’ultima ora




Consultazioni al Quirinale: al via il secondo giro. Alla prova dialogo Lega-M5s

ROMA –   Al via il secondo giro convocato dal presidente Sergio Mattarella al Quirinale. Dopo il primo nulla di fatto, la “liturgia” di cui il presidente della Repubblica si serve per individuare una maggioranza che sostenga un nuovo Esecutivo subisce una leggera modifica rispetto al precedente giro di consultazioni. Questa volta, infatti, nello Studio alla Vetrata del Quirinale entreranno prima i rappresentati dei gruppi parlamentari, mentre il presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano es i presidenti della Camera e del Senato Roberto Fico e Elisabetta Casellati, saranno ricevuti al Colle  venerdì.

Alle 10.30 e 11 i gruppi Misti di Camera e Senato e alle 11.30 il gruppo di LeU di Montecitorio. Dopo la pausa alle 16.30 è previsto il Pd, alle 17.30 il centrodestra e alle 18.30 il M5sDi Maio  illustrerà al presidente della Repubblica la novità annunciata ieri dallo studio di “Porta a Porta”, la nascita di un “comitato scientifico” che avrà il compito di sintetizzare il contratto alla tedesca offerto dal M5S.

Per guidarlo ha ingaggiato il prof. Giacinto Della Cananea, docente di Diritto amministrativo a Tor Vergata e grande esperto della formula adottata in Germania per conciliare i programmi di due partiti costretti a governare assieme. “Da lì nasceranno veri e propri disegni di legge” sostiene Di Maio, nella speranza di poter dimostrare al Capo dello Stato che il M5S non starà fermo fino a metà maggio ed è pronto a presentare una prima bozza di contratto.

Dopo il giro Mattarella trarrà pubblicamente le risultanze di questa seconda tornata di incontri, a cui farà seguito una pausa di riflessione. Il Presidente della Repubblica  deciderà quale tipo di incarico dare in base alle informazioni che riceverà dai partiti, in sostanza sulla solidità di un’intesa generale tra il leader della Lega e il capo politico dei Cinque Stelle. Resta, fortissima, l’incognita Silvio Berlusconi sul quale in queste ore le pressioni perchè accetti un ruolo defilato sono incessanti.

 

 

Mattarella non stare certamente fermo per fare le sue valutazioni. Sicuramente non aspetterà  fino alle Regionali in Molise (22 aprile) e in Friuli (29 aprile), come piacerebbe molto alla Lega ed anche ai grillini convinti di uscire rafforzati dal voto. La risposta che filtra dal Quirinale è “Il percorso delle consultazioni è indipendente rispetto a quello delle elezioni regionali”, mentre Salvini dichiara invece che “elezioni del Friuli serviranno a far abbassare la cresta a qualcuno“, ovvero al Movimento 5Stelle.

Il capo dello Stato del resto non intende nemmeno farsi condizionareda appuntamenti interni che riguardano la vita dei partiti“. Con riferimento, in  questo caso, all’altro fronte, quello del Pd.  L’ala “renziana” dei democratici, attestata sull’Aventino, lascia intendere difatti che qualcosa potrebbe cambiare soltanto dopo l’assemblea nazionale del partito, convocata per il 21 aprile per eleggere il nuovo segretario. Tutto stoppato dal Colle, che non intende stare a guardare mentre al Nazareno si fanno la guerra: il Pd dica adesso nelle consultazioni se conferma o meno la linea del “no” a qualunque intesa per il governo.

L’ipotesi più forte è un preincarico di governo per uno dei duellanti, cioè Matteo Salvini o Luigi Di Maio. In campo anche la possibilità di un mandato esplorativo per la presidente del Senato Alberti Casellati (favorita rispetto al presidente della Camera Roberto Fico). Sullo sfondo, da non sottovalutare  l’idea di affidare l’incarico ad una figura  “terza” rispetto ai due aspiranti premier.

Domani alla fine degli incontri previsto per l’ora di pranzo, il presidente Mattarella uscirà nella Loggia d’Onore ad annunciare le sue determinazioni.

 

(notizia in aggiornamento)




Governo: al via le consultazioni al Quirinale, Di Maio guarda a Lega o Pd

ROMA – Il capo dello Stato ha ricevuto la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, quello della Camera Roberto Fico e il presidente Emerito Giorgio Napolitano. All’all’uscita dei colloqui nessuno  di loro ha rilasciato dichiarazioni .

Nel pomeriggio si comincia con le consultazioni dei gruppi:  alle 16  primo a varcare il portone, sarà la delegazione del gruppo “Per le Autonomie (SVP-PATT, UV)“;attesi poco più tardi, alle 16,45, gli esponenti del Gruppo Misto di Palazzo Madama seguito alle 17,30,dal Gruppo Misto della Camera, il cui presidente è Federico Fornaro (un esponente di Liberi e Uguali) . Alle 18,30, come ultimo appuntamento del giorno, salirà al Colle la delegazione di Fratelli d’ Italia.

La proposta del M5S  – Un contratto di governo, alla tedesca: è la proposta che Luigi Di Maio ha lanciato ieri, alla vigilia del primo giorno di consultazioni al Quirinale. Destinatari dell’invito al dialogo sono come “primo interlocutore” il Pd de-renzizzato o in alternativa la Lega di Matteo Salvini. Il M5s esclude però in partenza Forza Italia di Silvio Berlusconi. In più, i grillini si arroccano su una sola condizione irremovibile: Di Maio dovrà essere premier.

 

 

Dal Partito Democratico si è subito levata la voce del capogruppo Andrea Marcucci “renziano doc” per il quale la proposta è “irricevibile“. Mentre Maria Stelle Gelmini, capogruppo di Forza Italia, si dice “indignata” per il no al Cavaliere e replica duramente: “Siamo noi indisponibili”. anche Salvini pone le sue condizioni: Si parte dal centrodestra, dialogando anche con M5s ma senza veti”.

Anche Antonio Tajani  presidente dell’Europarlamento  in mattinata a “Radio Anch’Io” è andato all’attacco : Di Maio usa “metodi antidemocratici” e “non mostra rispetto per i quasi 5 milioni di cittadini che li hanno votati” che ha aggiunto “Sono parole infantili, puerili – dice rivolgendosi a Di Maio  – ma ogni volta che hanno attaccato Berlusconi Forza Italia ha aumentato i consensi”.

Berlusconi nel frattempo, in vista delle consultazioni ha riunito il vertice di Forza Italia a Palazzo Grazioli. Con una situazione costellata da preannunciati veti contrapposti è facile prevedere che le consultazioni si chiuderanno con una prima “fumata nera”.

Giovedì sarà la volta sul Colle delle delegazioni del  Partito Democraticodi Forza Italia , Lega, M5s. Alla vigilia dal Colle Mattarella,  lascia trapelare dal suo entourage che intende farsi “portavoce delle esigenze dei cittadini”, e si attende dai partiti proposte, indicazioni e programmi per dare al Paese un governo all’altezza della situazione.

L’esito finale rimane però ancora un’incognita ed è da escludere , senza alcun rischio di smentita, che ci sia un premier incaricato sin da giovedì: un nuovo secondo  giro di consultazioni potrebbe essere convocato per la prossima settimana e c’è già chi ne prevede anche un terzo.  Ma c’è anche chi ipotizza che la situazione possa sbloccarsi solo dopo le regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia (22 e 29 aprile).

Il Quirinale indica un metodo e un obiettivo: un governo di legislatura, senza prendere in considerazione per il momento l’ipotesi che dall’impasse nasca un esecutivo per poi ritornare alle urne.

Le ipotesi di Governo

Dopo le consultazioni, qualora emergesse una difficoltà a dare vita ad una maggioranza stabile, il presidente della Repubblica potrebbe scegliere di dare a un ESPLORATORE (ad esempio uno dei presidenti delle Camere) il compito di lavorare per facilitare l’emergere di una soluzione di governo. Lo stesso ‘esploratore‘ potrebbe ricevere in un secondo momento l’incarico di formare un governo.

Una seconda ipotesi è quella in cui sia lo stesso presidente a scendere in campo in questo ruolo di mediazione per un GOVERNO DEL PRESIDENTE. E’ ciò che attuò Napolitano con il governo affidato ad Enrico Letta.

Un governo che era anche delle “LARGHE INTESE”, sostenuto (fino alla ricomposizione di Forza Italia) da forze politiche storicamente in contrasto tra di loro: Pd, Pdl, Sc e Udc. Le larghe intese per ora, almeno sulla carta, escluse da tutti, si potrebbero realizzare nel caso di una intesa per un governo Pd-Fi, M5s-Lega-Fdi o ancora Pd-M5s-LeU.

Altra ipotesi, forse la più complessa, è quella molto fantasiosa e priva di alcuna possibilità concreta alla quale sembrerebbe puntare il MoVimento Cinquestelle quando si dice pronto a un confronto a partire dal giorno dopo le elezioni, quella cioé di un GOVERNO DI MINORANZA”, con delle alleanze (variabili) che vengono trovate provvedimento per provvedimento. Questo tipo di Governo, è frequente nei Paesi nordici ma anche in Spagna, è secondo diversi costituzionalisti complicato dall’obbligatorietà, che non c’è in tutti i Paesi, del passaggio della fiducia in Parlamento dopo la nomina del capo del governo.

Oltre allo scioglimento diretto delle Camere, c’è l’ipotesi, poi, molto citata in questi giorni, di un “GOVERNO DI SCOPO” con l’obiettivo della modifica della legge elettorale. Altra formula possibile è quella del “GOVERNO TECNICO”, come avvenne nel caso del governo Monti, ovvero dell’incarico a una “personalità” esterna indipendente dai partiti.

Il capo dello Stato, una volta terminate le consultazioni, potrà inoltre decidere se affidare un PRE-INCARICO a qualcuno, come avvenne nel caso di Pier Luigi Bersani, per verificare la possibilità di formare un governo ma prima dell’incarico vero e proprio. Oppure un INCARICO PIENO che consente all’incaricato di presentare la lista dei ministri e poi provare a ottenere la fiducia.

Le dichiarazioni delle delegazioni

Per noi sarebbe molto importante un governo che condivide i valori europei e che abbia l’obiettivo di tutelare le minoranze linguistiche e speciali. Confidiamo nella saggezza ed esperienza del presidente affinché dia un incarico per formare un governo che rispetti questi valori” ha affermato Juliane Unterberger, presidente del gruppo parlamentare per le Autonomie (SVP-PATT,UV) accompagnato dal senatore Dieter Steger, Vice Presidente vicario (SVP) e Albert Lanie’ce, vice presidente (UV).

Emma Bonino e Pietro Grasso

Pietro Grasso al termine delle consultazioni ha dichiarato: A nome dei deputati e dei senatori di Leu ho espresso la disponibilità, con senso di responsabilità, a aprire un dialogo con forze che in via prioritaria abbiano nei programmi temi per noi essenziali, come un piano di investimenti, i diritti dei lavoratori, il rafforzamento del welfare e del Sistema sanitario nazionale, il diritto allo studio e all’ambiente”  escludendo un eventuale dialogo con il centrodestra e aprendo a Ms5 se affronta temi che stanno a cuore di LeU.

Chi ha vinto le elezioni adesso si assuma l’onore di governare il Paese magari sfumando, me lo auguro per il Paese, alcune posizioni non sostenibili assunte in campagna elettorale. Noi abbiamo perso le elezioni, la vicenda è chiusa“. E’ questa la posizione di Emma Bonino, leader di +Europa, insieme al resto del Gruppo del Misto del Senato, espressa al termine delle consultazioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è arrivata a piedi al Quirinale per le consultazioni. Dopo aver salito la scalinata laterale insieme al capogruppo alla Camera Fabio Rampelli, ha scherzato con i cronisti: “Volevo venire in autobus ma la Raggi ha tagliato le corse e non passano“. Il suo colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiuso la prima giornata di consultazioni. “Abbiamo ribadito al Presidente della Repubblica che Fdi farà del suo meglio per dare all’Italia un governo in tempi rapidi – ha detto Giorgia Meloni, leader di Fdi al termine delle consultazioni al Quirinale -. Quasi il 40% degli italiani ha scelto di dare la sua fiducia al centrodestra se si vuole rispettare la volontà popolare non si può che partire da noi e che il compito spetti al  centrodestra“.

Abbiamo chiesto l’incarico per Matteo Salvini – ha detto al termine delle Consultazioni al Quirinale la presidente di Fdi Giorgia Meloni –, crediamo che sia giusto che sia lui a tentare di trovare una maggioranza. Se non ci riuscisse spetterebbe a Salvini trovare una personalità diversa. Ma ora noi siamo leali a quanto abbiamo detto agli Italiani”.




La diretta video dall’aula di Palazzo Madama e di Montecitorio per seguire l’elezione del Presidente del Senato e della Camera

Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

ROMA-  Con questi collegamenti in diretta il CORRIERE DEL GIORNO intende offrire ai propri lettori la possibilità di seguire in diretta le sedute parlamentari delle votazioni per l’elezione dei presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica: Con l’intervento del presidente dell’ assemblea, facente funzione,  Roberto Giachetti è partita la XVIII legislatura anche a Montecitorio. Ma alla Camera probabilmente oggi non succederà nulla, tutti votano scheda bianca,  finché non si sblocca il Senato, ed il Senato non si sblocca perché non si è ancora raggiunto un accordo fra i partiti. Riunioni in corso. Incredibilmente tutte fuori dal Parlamento !

Nella Prima Repubblica in media l’elezione del Presidente di @Montecitorio è avvenuta con il 67,3% dei voti. Dal 1994 in poi la media si è abbassata al 54,7%  . I Presidenti delle Camere più giovani sono stati Irene Pivetti (31 anni) a Montecitorio e Carlo Scognamiglio (50anni ) al  Senato, entrambi  eletti nel 1994 (XII legislatura). Tre sono state le donne elette alla presidenza di Montecitorio, terza carica dello Stato. La prima fu Nilde Iotti nel 1979, poi Irene Pivetti nel 1994 e infine Laura Boldrini nel 2013.

La diretta video alla Camera dei Deputati:

 

Anche la seconda votazione alla Camera si è conclusa con un nulla di fatto. Per l’elezione del presidente era necessaria la maggioranza dei 2/3 dei votanti. Le schede bianche sono state 577. Davide Tripiedi del M5s ha ottenuto 4 voti, “Bond” 3, come Stumpo, 2 per Renato Brunetta, David Ermini, Rossella Muroni.

 

Palazzo Madama sede del Senato della Repubblica

SENATO DELLA REPUBLICA

Con l’intervento del presidente Giorgio Napolitano è iniziata a Palazzo Madama la XVIII legislatura. Matteo Renzi passeggia nei corridoi del Senato seguito da un  codazzo di senatori “renziani” fra i quali . ParriniBonifazi, ed il giornalista neo-senatore Tommaso Cerno. Il neo senatore Adriano Galliani, ex amministratore delegato del Milan Calcio, ha paragonato Palazzo Madama a San Siro “L’aula è bellissima, l’emiciclo e il resto possono ricordare uno stadio, ma qui penso che ci sia molta animosità tra tifosi più che il vero e proprio campo di gioco“. Ma secondo Galliani la vera “coppa in palio questa volta” è Palazzo Chigi.

La diretta video al Senato della Repubblica

Anche al Senato si è arrivati alla seconda votazione. Per eleggere un presidente serve la maggioranza dei componenti. Il leader del centrodestra, Matteo Salvini (Lega) ha annunciato: “Abbiamo votato Anna Maria Bernini al Senato per uscire dal pantano“. Qualche ora fa Forza Italia aveva annunciato l’intenzione di continuare a proporre Paolo Romani anche alla terza votazione, quando basterà la maggioranza dei votanti.  La Lega però non è convinta dalla candidatura posta da Forza Italia di Paolo Romani tanto che Salvini non considera chiusa la partita, lanciando il nome di Anna Maria Bernini e nuovi inviti ai pentastellati: “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro”. La scelta di sostenere Bernini infatti, è un modo per uscire dal pantano, spiega il leader leghista: “Abbiamo dato la disponibilità di votare un esponente di Forza Italia, speriamo che anche altri abbiano lo stesso senso di responsabilità“.

La situazione è ancora tutta in movimento. I grillini, contrapposti a Forza Italia apparentemente aroccata sul nome di Romani, rilanciano con una proposta che vorrebbe intrigare il Pd: arrivare al Senato al ballottaggio e quindi votare il “dem” Luigi Zanda. “Un po’ come accadde nel 2013 –  commentano dal M5S quando si doveva scegliere tra Renato Schifani e Pietro Grasso“. In quella occasione una parte dei senatori del M5S votò per l’ex magistrato, eletto nelle liste del Partito Democratico. Una scelta che genrò il primo scontro interno al gruppo grillino ed anche  le prime espulsioni. Oggi la manovra su Zanda sembrerebbe invece essere pilotata dal gruppo dirigente del Movimento.

L’ ipotesi della candidatura Zanda potrebbe contare sulla carta su ben 183 voti: 53 del Pd e 112 del M5s, oltre a 7 voti delle altre forze di centrosinistra (+Europa, Civica popolare, Insieme, Svp), più i 4 di Liberi e uguali, i 2 di Maie e i 6 senatori a vita. Una strada che potrebbe essere considerata agevole ed in discesa. Ma sulla quale potrebbero pesare e non poco le divisioni interne al Pd. I “renziani”, infatti, che dovrebbero contare su 32 senatori sui 52 del gruppo Pd, nel segreto dell’urna si potrebbero mettere di traverso per impedire le prove di intesa fra Pd e M5S che potrebbero preludere ad un accordo sul governo.

La situazione è molto complicate e non è da escludersi che alla fine spunti il nome di un outsider. Un nome che circola è quello di Emma Bonino, proposto dal leader della minoranza dem Andrea Orlando. Candidatura che anche il senatore grillino Matteo Mantero prende sul serio: Zanda? È una soluzione ma per quanto mi riguarda penso di più ad una figura come quella di Emma Bonino“. Intanto fra i “dem” circola anche l’idea di mettere in circolazione l’ipotesi di voto per  la neo senatrice a vita Liliana Segre. Il Pd deve prendere una decisione importante: infatti continuare a votare scheda bianca al Senato favorirebbe il centrodestra che avrebbe i numeri, alla quarta votazione, per eleggere da solo Romani.

(notizia in aggiornamento in diretta)




5 marzo 2018. Ecco cosa succede: Il 23 prima seduta di Montecitorio e Palazzo Madama.

ROMA – Una volta scrutinate tutte le schede e proclamati i risultati comincerà la maratona politica per trovare i nuovi presidenti della Camere e del Senato e trascorrerà almeno un mese, ma anche di più per formare il nuovo governo. Queste le tappe.

4 MARZO. Le urne si chiuderanno alle 23. Lo spoglio delle schede non sarà brevissimo, vista la complessità della legge elettorale. I risultati definitivi arriveranno in nottata.

8-9 MARZO. I nuovi deputati e senatori possono cominciare a registrarsi in Parlamento dove gli verrà consegnato il tesserino.

23 MARZO.  Si svolgerà la prima seduta delle nuove Camere. Per decidere chi presiederà questo primo appuntamento delle nuove assemblee parlamentari i rispettivi regolamenti fissano criteri diversi. A Palazzo Madama, sede del Senato, l’onore spetterà al senatore più anziano, che è l’ex presidente della Repubblica e senatore a vita Giorgio Napolitano (93 anni). A Montecitorio, alla Camera dei Deputati invece a dirigere la prima seduta andrà il vicepresidente della passata legislatura che ebbe più voti: se sarà rieletto spetterà quindi al Pd Roberto Giachetti (ebbe 253 voti), altrimenti si passerà al cinque stelle Luigi Di Maio (173 voti) e quindi a Maurizio Lupi (145 voti). Qualora tra i nuovi deputati non ci dovesse essere nemmeno un ex vicepresidente, sarà chiamato a presiedere il deputato più anziano.

L’ELEZIONE DEI PRESIDENTI DELLE CAMERE: La prima seduta sarà dedicata alla proclamazione degli eletti e all’elezione dei nuovi presidenti. Al Senato si farà presto, massimo due giorni:se dopo tre votazioni nessuno supera la maggioranza assoluta si va al ballottaggio tra i due più votati. Alla Camera, invece, i tempi possono essere più lunghi:per eleggere il nuovo numero uno dell’assemblea serve la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, poi la maggioranza assoluta, e si va avanti così fino alla fumata bianca.

25 MARZO: entro questa data i parlamentari dovranno aver ufficializzato a quale gruppo vogliono appartenere.

27 MARZO: entro questa i gruppi parlamentari dovranno aver eletto i loro presidenti.

FINE MARZO-INIZIO APRILE: Eletti i presidenti di Camera e Senato e formatisi i gruppi parlamentari, il premier uscente Paolo Gentiloni rassegnerà le dimissioni e partono al Quirinale le consultazioni per la formazione del nuovo governo. La settimana di Pasqua (che quest’anno cade il primo aprile) non dovrebbe bloccare i lavori.

il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Al Quirinale saliranno i presidenti delle Camere, gli ex capi dello Stato e i rappresentanti dei gruppi parlamentari. Al termine Mattarella deciderà se affidare un incarico esplorativo (se la situazione dovesse essere ancora confusa) o incarico pieno, per formare il nuovo governo. Nel frattempo resterà a governare il premier Gentiloni, in carica per gli affari correnti.

IL NUOVO GOVERNO: se l’incaricato a formare il Governo dal Presidente della Repubblica scioglie la riserva, presenta la lista dei suoi ministri al Presidente della Repubblica, e con la sua squadra giura al Quirinale. Quindi va alla Camera e al Senato per ottenere la fiducia parlamentare. Se invece rinuncia, si avviano delle nuove consultazioni e nuovo incarico. Una volta ottenuta la fiducia dei due rami del Parlamento il Governo non ha altri adempimenti da compiere e può cominciare il suo lavoro.




Il governo Berlusconi-Renzi non si può fare

di Roberto Arditti

Tra le poche certezze del dopo elezioni, una va facendosi largo con forza piuttosto considerevole: non vi sarà spazio per un accordo di governo tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, se lo intendiamo come derivante da iniziativa autonoma presa da loro due (cui magari aggiungere sostegni parlamentari numericamente necessari). Ciò è sempre più evidente sia per ragioni politiche che di “compatibilità” con il sistema nel suo complesso, dove agiscono poteri più o meno forti (in fondo questa è la democrazia).

Cominciamo dagli aspetti politici, peraltro ben evidenziati oggi su Repubblica da Claudio Tito. Da un lato c’è il Cavaliere, infilato in una coalizione che, piaccia o non piaccia, arriverà vicina alla autosufficienza parlamentare. Questa coalizione, peraltro sancita formalmente dalla legge elettorale in vigore, non potrà essere archiviata come carta straccia in nome di un accordo di governo che suoni come un brutale voltafaccia rispetto agli impegni presi in campagna elettorale. Ne saranno testimonianza vivente gli oltre 150 parlamentari (tra Camera e Senato) che saranno eletti con i voti di tutta la coalizione nei collegi uninominali: obbligarli a dividersi in modo sanguinoso subito all’avvio della legislatura sarebbe esercizio di somma imprudenza.

A ogni buon conto è lo stesso Berlusconi che da diversi giorni va chiarendo ai suoi interlocutori privilegiati che lo schema FI-PD, per mesi dato per certo da quasi tutti gli osservatori più avveduti, non può funzionare forzando le cose: il Cavaliere è innanzitutto un gran pragmatico e non mancherà di dimostrarlo anche stavolta. Poi ci sono le vicende sul lato sinistro dell’eventuale accordo per il “governissimo“.

Renzi stesso ha ormai compreso che quella strada non è percorribile innanzitutto per ragioni politiche, poiché finirebbe per produrre una ulteriore frattura nel PD (molti, anche tra i ministri in carica, sono fermamente contrari) e poi lo consegnerebbe ad un accordo di governo con il Cavaliere di difficilissima gestione, esposto al bombardamento di tutti quelli che ne resterebbero fuori, a cominciare da gran parte della “nobiltà”, più o meno in sella, della sinistra italiana. È però vero che per diverse settimane questo schema ha impegnato le energie di molti, sino al punto di generare persino ipotesi di suddivisione dei ministeri.

Proprio qui è scattato il campanello di allarme e così questo mese di febbraio si è visto incaricato di mandare ai naviganti tutti (e a due in particolare) segnali ben precisi di dissenso. Sono così emersi due elementi che hanno raffreddato gli entusiasmi e chiarito con nettezza che occorre cambiare schema di gioco. Il primo è l’ingarbugliarsi della vicende relative alla vendita del Milan, croce e delizia delle emozioni e degli affari di famiglia del Cavaliere.

Prima una dettagliata inchiesta pubblicata da La Stampa, poi un puntiglioso approfondimento di Milena Gabanelli sull’edizione web del Corriere della Sera: quella storia non è in ordine e continuerà a far parlare di sé anche nei prossimi mesi. Il secondo segnale è arrivato (con metodi giornalistici su cui andrebbe aperto un serio dibattito a parte) al più potente uomo politico del Sud che non ha mai tentennato nel sostenere Matteo Renzi, cioè il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca.

Ebbene è noto a tutti che la partita del 4 marzo si gioca al Sud ed è anche ben evidente l’aria che tira in Puglia o in Sicilia, dove gli amici del segretario si contano su poche dita. Oggi quindi un problema di De Luca è, inevitabilmente, anche un problema di Renzi: per questo la vicenda campana dell’ultima settimana fa il paio con quella del Milan.

Possiamo quasi affermare con pacatezza che il messaggio è stato forte e chiaro, nonché ben recepito dai diretti interessati. Si può quindi procedere nel lavoro per il dopo elezioni su basi rinnovate, come emerge dalle parole di uomini che mai parlano a caso come Romano Prodi e Giorgio Napolitano. Molto probabilmente servirà un ampio accordo di governo e difficilmente ne saranno esclusi il PD e Forza Italia.

Ma sarà un accordo ampio, ben diverso (nella forma e nella sostanza) da un governo con due soli “riferimenti”.

*editoriale tratto dall’ Huffington Post




Il “Rosatellum” passa al Senato tra proteste. Maggioranza su tutte e cinque le fiducie. 

ROMA – Ok del Senato alla nuova legge elettorale del Rosatellum bis che ottiene la fiducia su  tutte e cinque  le fiducie richieste su altrettanti articoli. Una giornata convulsa e intensa a Palazzo Madama, ma alla fine il governo esce indenne con la fiducia posta sugli articoli 1, 2, 3, 4 e 6 della legge elettorale.Alla prima votano in  150 sì e 61 no, alla seconda 151 sì e 60 no, alla terza un po’ più di suspence, 148 sì e 61 no, alla quarta, si torna a 150 sì e 60 no. La quinta è la più difficile di tutte: 145 voti favorevoli e 17 contrari sull’articolo 6 della legge, l’ultimo a dover essere approvato.

Domani  a partire dalle 9.30 in diretta televisiva  si svolgono le dichiarazioni di voto e quindi intorno alle 11 è previsto il voto definitivo sul provvedimento . Se la nuova legge elettorale otterrà l’ok definitivo del Senato, verrà quindi inviata al Quirinale per la firma del presidente della Repubblica.

La nuova legge elettorale del Rosatellum bis procede senza problemi, in poco più di quattro ore. I numeri delle votazioni fanno ipotizzare che siano stati sempre gli stessi schieramenti anomali a votare il nuovo Rosatellum, uniti da un patto che ha tenuto. Già a partire dal primo articolo la fiducia è arrivata da Pd, Ap, Ala (compreso Denis Verdini) e alcuni senatori dalle autonomie. Hanno votato contro M5s, Si, Mdp. I senatori di Forza Italia, Lega e Gal sono risultati assenti o in congedo.

All’ultimo voto, però, alcuni leghisti sono rientrati in Aula per garantire il numero legale. Nel tardo pomeriggio M5s, Mdp e Si hanno abbandonato Palazzo Madama per protesta e in piazza al Pantheon, dove si sono radunati i M5s con leader Beppe Grillo, è arrivato dal deputato Alessandro Di Battista un violento attacco al Quirinale: “Mattarella stia attento a firmare la nuova legge elettorale” . Ormai al M5S sono arrivati alle minacce.

In mattinata era atteso l’intervento di Giorgio Napolitano,  critico con Matteo Renzi  Il presidente emerito della Repubblica ha mantenuto le promesse, difendendo Paolo Gentiloni “pressato” dal segretario del Pd. “Singolare e sommamente improprio – ha detto Napolitanofar pesare sul presidente del Consiglio la responsabilità di una fiducia che garantisse la intangibilità della proposta in quanto condivisa da un gran numero di partiti“.

“Il presidente Gentiloni sottoposto a forti pressioni, ha dovuto aderire, e me ne rammarico” dice Napolitano  che ha aggiunto : “Si può far valere l’indubbia esigenza di una capacità di decisione rapida da parte del Parlamento fino a comprimere drasticamente ruolo e diritti sia dell’istituzione sia dei singoli deputati e senatori?“.

Napolitano alla fine però sostiene che bisogna salvaguardare la stabilità e il ruolo italiano nello sviluppo dell’unità europea e con una nota fa sapere che al voto finale darà il suo “come espressione della fiducia al Governo Gentiloni”

“Trovo ridicole le polemiche di chi si è imbavagliato in piazza” contro il Rosatellum. Lo dice Matteo Renzi in collegamento a Porta a porta dal treno del Pd Destinazione Italia. Il Rosatellum è la migliore soluzione? “Difficile definirla così per me. Io avrei voluto un altro meccanismo – spiega – molto meglio il Rosatellum che il sistema di prima, quello che Calderoli ha definito una porcata. E’ un passo in avanti”, aggiunge Renzi, che sulle proteste dice: “Siamo alla follia“.

“Non c’è alcuna pressione nei confronti del presidente del Consiglio. Le posso garantire che il mio rapporto con il presidente del Consiglio è un rapporto adulto: siamo molto amici, c’è grande stima e condivisione, dopodiché su molte cose la pensiamo in modo diverso. Gentiloni pensa con la sua testa, quello che lei ha detto è offensivo verso Gentiloni“, spiega Renzi, rispondendo a chi sostiene che siano dirette a lui le parole di Napolitano in Aula al Senato.




La nuova legge elettorale approvata alla Camera. Il voto finale al Senato

ROMA – L’aula di Montecitorio ha  dato  semaforo verde, con il voto a scrutinio segreto, con 375 sì, 215 no al Rosatellum bis, che ora passa all’esame del Senato. La legge elettorale è stata sostenuta da Partito democratico, Forza Italia, Lega e Alternativa popolare. Oppositori,  Mdp, Sinistra Italiana- Possibile e M5S.

L’aula del Parlamento subito dopo il via libera al Rosatellum si è trasformata. Da tesa e silenziosa si divide a metà: esultanza fra banchi del Partito Democratico e rabbia e palese delusione fra quelli della sinistra e del Movimento 5 Stelle. I Dem si sono alzati in piedi battendo le mani esultando, applaudendo a lungo, il capogruppo Ettore Rosato che a questa riforma elettorale ha dato il suo nome restato in piedi vicino al suo scranno sorridente come non mai. Nessun commento e sguardi bassi  tra i 5 Stelle, alcuni dei quali restano sono rimasti seduti al proprio posto, come un pugile sconfitto per ko sul ring.  mentre l’aula comincia a svuotarsi.  .

Sulla base delle dichiarazioni di voto finali fatte dai gruppi parlamentari, il Rosatellum bis, poteva contare su una maggioranza di 450 voti, ma sono venuti a mancare 75 voti, ottenendo 375 sì, che vuol dire che tenendo conto delle assenze giustificate, dello scrutinio segreto , che ci sono stati dei “franchi tiratori”  provenienti dai `dissidenti´ interni. Il raggruppamento del `no´ alla legge elettorale, sempre sulla carta, poteva contare su 164 voti. ma. i voti contrari sono stati 215, e quindi gli oppositori della riforma elettorale hanno `guadagnato´ 50 voti ufficialmente non previsti e non conteggiati prima del voto.

L’ipotesi del voto ‘ al Senato  . La Camera aveva approvato ieri i primi due articoli sui quali il governo aveva posto la fiducia; la maggioranza parlamentare che sostiene il governo ha votato , mentre Lega Nord e Forza Italia si sono astenuti. La legge passerà poi all’esame del Senato, dove il Governo per non correre rischi riproporrò la fiducia . Infatti a Palazzo Madama  esiste la possibilità di dover votare alcuni emendamenti a scrutinio segreto (come ad esempio quelli che riguardano le minoranze linguistiche, sulle quali si era infranto a giugno il sistema elettorale “Tedesco”) e l’idea è quella di votare velocemente senza correre rischi, iniziando l’esame già a partire dal prossimo 24 ottobre, cioè prima dell’arrivo della manovra finanziaria.

Le critiche dell’ex capo dello Stato Napolitano.  A premere perché invece la legge cambi è stato il presidente della Repubblica emerito, e senatore a vita, Giorgio Napolitano secondo il quale la fiducia sul voto per la riforma del sistema elettorale ha rappresentato “uno strappo”.  Ma il Parlamento questa volta non lo ha ascoltato.

Cosa accade nel Partito Democratico. Allarme rosso sulle liste “blindate”

Matteo Renzi aveva ripetutamente manifestato indifferenza il Rosatellum bis dichiarando “La legge elettorale? Non ci vado pazzo…“, con l’atteggiamento di chi vuol manifestare all’elettorato che i suoi pensieri sono ben altri e cioè più vicini ai veri problemi del popolo italiano. Ma la “grande soddisfazione” a voto concluso fatta circolare dal segretario del Pd manifesta il compiacimento di chi ha  voluto e alla fine ottenuto il voto positivo della maggioranza alla Camera dei deputati. Matteo Renzi ha quindi vinto la prima “partita” e quasi certamente con il sostegno consapevole e manifesto di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini ed Angelino Alfano, si appresta a vincere  anche la seconda: quella del voto fonale nell’aula di palazzo Madama. Dopodichè il Rosatellum bis diventerà legge dello Stato e verrà controfimata dal Presidente della Repubblica. Questa è la quinta riforma elettorale in 25 anni, cioè una legge ogni cinque anni.

Matteo Renzi sa molto bene che al di là della consistenza della dissidenza non trascurabile nascosta nel voto segreto, manifestata da 75 peones, notabili e leader di corrente del Pd, che parlano tra di loro, quasi come un ossessione,  in realtà nei corridoi del Parlamento si parla di una sola cosa: la composizione delle future liste elettorali e nell’indicare i candidati nei collegi. Renzi farà l’assopigliatutto o invece seguirà un comportamento “proporzionale”, assegnando ai vari gruppi interni le loro quote, comprese quelle di minoranza?

Sembra a prima vista  una questione tutta interna alle varie correnti ed anime del Pd. Un quesito che altro non è che l’ansia personalissima di tutti quei parlamentari destinati fatalmente a non ritornare sui banchi del Parlamento.  Ma è proprio nella selezione dei prossimi candidati al Parlamento che si gioca una quota non indifferente della efficacia della nuova riforma elettorale: la rappresentatività del futuro Parlamento. Gli onorevoli che verranno candidati, ma sopratutto quelli eletti,  saranno un’immagine dei propri elettori o finiranno per rappresentare uno specchio perfetto dei leader e delle loro “brame” nei ripettivi territori elettorali ? Se, come è probabile, la selezione (ma anche la scrematura) verrà fatta soltanto sulla base degli umori e delle preferenze dei capi, il prossimo Parlamento rischia di presentare delle poco augurali caratteristiche di uniformità e di conformismo.

Per ora ci sono soltanto i presupposti ma non è detto che vada a finire così. Le responsabilità maggiori, anche se non “esclusive”, vanno al Pd che è ancora oggi il partito di maggioranza relativa. Anche perché è l’unico partito nel quale esiste una vita democratica. Nei partiti della Prima Repubblica, che tanti errori fecero nell’approvvigionamento delle “risorse”, i congressi venivano celebrati per identificare i leader, ma anche per stabilire le quote per le minoranze in percentuale ai loro voti, negli organismi dirigenti e delle rappresentanze parlamentari.

Da ieri sera l’allarme rosso è scattato dietro le quinte del Pd.  Chi nel Transatlantico della Camera parlava di “pulizia etnica”, trovava il dissenso manifesti di Lorenzo Guerini, cioè di colui che per conto di Matteo Renzi, tratterà  e deciderà la formazione delle liste, che ha detto “E’ del tutto evidente che il segretario selezionerà personalità esterne, non inquadrabili in quote e ci mancherebbe altro. Per il resto sarà seguito un criterio equilibrato“.  Il ministro Dario Franceschini, uno dei capo corrente del Pd che più teme l’ “operazione-assopigliattutto” di Renzi, confidava in questi giorni  agli amici: “Temo che il risultato siciliano non sarà brillante e questo mi auguro indurrà Matteo ad essere più ragionevole“. Anche un altro che teme l’imprevedibilità di Renzi, e cioè lo sfidante alle primarie Andrea Orlando, manifesta un altro pensiero: “Siamo in una fase diversa, anche Matteo ne sta prendendo atto“.

Ma il vero rischio che tutti i capicorrente del Pd temono è un altro: che il segretario rassicuri tutti sulla rappresentatività delle liste e poi faccia saltare il “banco” all’ultimo momento in zona Cesarini . A quel punto sarebbe troppo tardi per una scissione-bis, della quale parlano ancora in tanti . Ma lo fanno sottovoce. Per non disturbare o irritare il “manovratore” ?

Berlusconi rientra in ballo nel centrodestra. E Salvini dovrà “trattare” sui collegi elettorali

Giorgia Meloni, che è stata l’unica con Fratelli d’ Italia, a votare nel centrodestra contro il Rosatellum bis, adesso si chiede a cosa servirà questa legge elettorale se poi alla fine non produrrà una maggioranza stabile per governare. La Meloni sospetta accordi segreti tra Berlusconi e Renzi dopo il voto nella primavera del 2018, con un Matteo Salvini che pretende la leadership dell’opposizione per mettere il Cavaliere fuori dai giochi. Ma intanto con questo nuovo sistema elettorale, blindando Forza Italia il Cavaliere in realtà resta della partita : ha evitato il Consultellum, che prevede al Senato le preferenze, e quindi decide i nomi dei candidati sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali della quota proporzionale. Cioè i candidati cosiddetti “nominati” dai partiti,  contro cui si erano opposti i grillini del M5S, i bersaniani di Mdp e Sinistra italiana, oltre a Fratelli d’Italia.

Facile presumere che i “nominati” siano nel centrodestra sopratutto i “fedelissimi” di Silvio Berlusconi, quei parlamentari che lo hanno sempre seguito e che non lo tradiranno mai, e sicuramente non i professionisti del cambio casacca, che sono usciti e rientrati a destra a fasi alterne Il leader di Forza Italia mantiene comunque questo potere di nomina, e sarà quindi il vero “manovratore” sia in caso di vittoria del centrodestra sia per eventuali larghe intese con il Pd. Matteo Salvini invece spera di poter fare la parte del leone in Veneto, in Lombardia e in Liguria. Sarà una bella disputa quando si siederanno attorno a un tavolo per decidere le quote dei collegi uninominali da spartirsi. E dentro Forza Italia non sono pochi  quelli che temono di essere penalizzati.

Nel mezzogiorno i forzisti non hanno grandi alleati come il Carroccio. In alcune realtà, in particolare a Roma e nel Lazio, dove Forza Italia dovrà trattare con la Meloni che ha il dente avvelenato e che ha votato pubblicamente contro la riforma elettorale. Il capogruppo alla Camera Renato Brunetta però si dice ottimista sostenendo che “un accordo si troverà ovunque perchè  il vento tira a favore del centrodestra“. “Del resto – aggiunge il capogruppo di Forza Italia alla Camera – siamo riusciti a fare accordi quando c’era il Mattarellum che prevedeva il 70% di collegi uninominali, figuriamoci adesso con questa nuova legge che ne prevede solo il 36%?». Brunetta è fortemente convinto che il Rosatellum bis conviene molto di più al centrodestra che a Renzi perchè avrà la maggioranza o assoluta o relativa: “E anche con una maggioranza relativa noi chiederemo al capo dello Stato di incaricare una personalità dello nostro schieramento per formare il governo“.

Il problema si presenterà se Berlusconi vorrà costituire una maggioranza delle larghe intese, cioè una grande coalizione parlamentare con i Dem senza poter contare sui leghisti. Legittimo chiedersi cosa faranno i senatori e i deputati di Forza Italia che saranno eletti nei collegi uninominali con anche con i voti  della Lega ? Continueranno a seguire il Cavaliere ?

Il Rosatellum alla fine dei conti contiene molte incognite. Berlusconi e Salvini dovranno fare un accordo per forza  per vincere nei collegi uninominali. E a maggior ragione Salvini ne avrà bisogno nelle Regioni del Centro e del Sud se vuole allargare la sua base elettorale a livello nazionale.

Movimento 5 Stelle. Grillo diserta la piazza semivuota. Ed i grillini ritornano a lottare

Beppe Grillo ha  preferito restare in hotel. Quando dal M5S dicono parole come queste “Sai com’è, abituato a migliaia e migliaia di persone…” è ormai chiaro che il comico, fondatore ed ispiratore del movimento che si sente ferito da una legge elettorale velenosa per i sogni pentastellati, non si vedrà più sul palchetto davanti alla Camera dei Deputati. L’attesa del voto finale è stata estenuante e la gente in piazza, non numerosa come il giorno precedente, è diminuita di ora in ora arrivando quasi a scomparire. I pochi irriducibili con le bandiere in mano lo hanno atteso invano.  Grillo non si è visto.

L’assenza del ex capo politico è lo specchio della delusione e della confusione interna al M5S che ora si vede sconfitto, relegato in un angolo della politica,  per cercare di imbastire una nuova strategia per capire cosa fare e sopratutto cosa sperare. L’illusione di poter ambire al Governo svanisce in una lunga giornata di slogan generosamente pronunciati dai parlamentari che si sono alternati sul palco. Alessandro Di Battista, che torna e ritorna sgolandosi per tenere alta la tensione emotiva fino a quando Luigi Di Maio dichiara in aula: “E’ una nuova legge truffa, la legislatura finisce come inizia, noi in piazza e voi qui dentro a tentare di salvarvi. Ma finirà come 5 anni fa, avrete un’altra bella sorpresa“.

Di fronte alla evidente sconfitta parlamentare del M5S,  le lancette della politica grillina non possono che riposizionarsi all’indietro, altro che candidatura a governare. Di Maio lo dice chiaramente “Qualcosa si è rotto dal punto di vista istituzionale. Non possiamo restare a guardare” e lo imitano anche i suoi colleghi come se con il loro urlare e sbracciarsi sul palco potessero cambiare lo stato delle cose che si è deciso in aula.  .




Borsellino, 25 anni fa la strage di Via D’amelio. Il Csm ricorda la figura del magistrato

ROMA Era il 19 luglio del 1992 quando il magistrato Paolo Borsellino veniva ucciso con la sua scorta in un attentato di mafia in via D’Amelio a Palermo. A 25 anni dalla strage il Consiglio Superiore della Magistratura, lo ha ricordato con un Plenum presieduto dal capo dello Stato, che ha votato all’unanimità la desecretazione degli atti del fascicolo personale del giudice. Il  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha presieduto questa mattina il Plenum del CSM dedicato al ricordo della figura del magistrato Borsellino .

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella presiedendo la cerimonia di commemorazione di Paolo Borsellino al Csm, ha ricordato che  “La tragica morte di Paolo Borsellino, insieme a coloro che lo scortavano con affetto, deve ancora avere una definitiva parola di giustizia. Troppe sono state le incertezze e gli errori che hanno accompagnato il cammino nella ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio, e ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato“.

“Paolo Borsellino ha combattuto la mafia – ha aggiunto il Capo dello Stato – con la determinazione di chi sa che la mafia non è un male ineluttabile ma un fenomeno criminale che può essere sconfitto. Sapeva bene che per il raggiungimento di questo obiettivo non è sufficiente la repressione penale, ma è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità“.

Il presidente della Suprema Corte Cassazione Giovanni Canzio ha parlato di “indegno depistaggio dopo le due stragi ” aggiungendo che  gli organi dello Stato hanno “il dovere morale di accertare e far conoscere alla comunità da chi e perché, dopo la strage di via D’Amelio, fu costruita una falsa verità giudiziaria“. Cosa Nostra ha osservato tra l’altro Canzioaveva condannato a mortePaolo Borsellino con Giovanni Falconeper aver costruito il cosiddetto maxi processo” , ed ha anche voluto ricordare la lettera che la moglie del magistrato, Agnese, scrisse il 23 maggio del 2012 all’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. “Nonostante lo Stato non avesse fatto tutto quanto era in suo potere per proteggere la vita del proprio congiunto e per prevenire al rigoroso accertamento dei fatti, ebbene la vedova, insieme con i figli Fiammetta, Lucia e Manfredi, ribadiva con serena determinazione il dovere di rispettare e servire le istituzioni e di avere fiducia in esse ‘come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato'” ha sottolineato Canzio, citando un passo di quello scritto da Paolo Borsellino che  ci ha insegnato a credere nello Stato democratico “malgrado tutto e tutti”.

 

Rivolgo un pensiero di gratitudine a tutti i familiari delle vittime della strage di Via D’Amelioha detto il vice presidente del Csm Giovanni Legnini, nel plenum presieduto dal capo dello Stato . Verso di loro avvertiamo il dovere di sostenere con forza un’insopprimibile domanda di giustizia; essa chiama tutti in causa, senza eccezioni, e dunque ribadiamo la necessità di fare luce piena su quegli eventi di sangue, fino in fondo e senza temere lo scorrere del tempo. Questo intendiamo ribadire alla presenza del Capo dello Stato“.

nella foto, il vicepresidente del Csm, Legnini ed il Presidente Sergio Mattarella

 

“Abbiamo constatato che la verità non è stata pienamente trovata e che giustizia non è stata fatta dopo 25 anni”, ha detto Lucia Borsellino, figlia del magistrato, nel suo intervento davanti al plenum del Csm. “Facendo eco alle parole di mia sorella Fiammetta chiedo di fronte a questo altissimo contesto istituzionale che, a fronte delle anomalie emerse e riconducibili verosimilmente al comportamento di uomini delle istituzioni, si intraprendono iniziative necessarie per fare luce e chiarezza su quello che accade veramente nel corso delle indagini che precedettero i processi Borsellino 1 e Borsellino bis“.

L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria della strage di via D’Amelio nel giorno in cui ricorre il 25esimo anniversario. Il presidente Pietro Grasso ha ricordato il “barbaro assassinio” del giudice Paolo Borsellino e dei suoi “angeli”, cioè  gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina“. “Il nostro pensiero – ha detto – è rivolto alle famiglie”. Al termine è seguito un lungo applauso dell’Assemblea e i senatori si sono alzati in piedi. Per la presidente della CameraPietro Grasso, al “ricordo vivo e profondo” della figura e dell’impegno di Paolo Borsellino deve accompagnarsi “l’impegno delle Istituzioni, della società civile, dei singoli cittadini nel contrasto alla criminalità organizzata“. L’Assemblea di Montecitorio ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime, cui ha tributato alla fine un applauso unanime.

Di Paolo Borsellino ricordo il sorriso. Solare, simpatico, sempre pronto a farti uno scherzo: quante risate ci ha fatto fare quando rubava le paperelle che Giovanni custodiva gelosamente sulla sua scrivania per chiedergli poi il riscatto”. E’ il ricordo che il presidente del Senato Grasso ha pubblicato sulla sua pagina Facebook in memoria dell’amico Paolo Borsellino. “Frammenti di vita, – aggiunge – che mostrano il volto umano e privato del simbolo che onoriamo in questo triste anniversario. Professionalmente aveva un eccezionale talento, una passione viscerale e una ineguagliabile capacità di superare fatica e delusioni. Sapeva sempre dare il giusto consiglio ai colleghi più giovani: me ne ha dati tanti, preziosissimi, quando iniziai a studiare le carte del maxiprocesso“.

In occasione dell’anniversario della strage, il  Csm ha pubblicato  un libro su Paolo Borsellino, nel quale sono stati raccolti gli atti che lo riguardano e che sinora erano rimasti inediti. Da questo volume e da quello di qualche mese fa è stato presentato su Giovanni Falcone, ha detto Legninirisalta la volontà di trarre, da quelle drammatiche vicende, insegnamenti per l’oggi e per il futuro. Un tributo doveroso e sentito che dovevamo a magistrati esemplari e uomini straordinari che hanno sacrificato la loro vita per la legalità e la libertà nel nostro Paese“,  defininendo l’iniziativa “un impegno che riteniamo di dovere anche ai familiari e agli uomini delle due scorte, barbaramente uccisi”. “Da queste iniziative dobbiamo trarre rinnovata forza per affrontare il lavoro difficile ma appassionante che siamo stati chiamati a svolgere e che dobbiamo insistere a compiere sempre tenendo a mente le idee, la coerenza e il sacrificio estremo di uomini esemplari come Paolo Borsellino” ha aggiunto Legnini, annunciando che i due volumi saranno donati ai giovani magistrati che stanno affrontando il tirocinio.

Il consigliere del Csm Piergiorgio Morosini nel suo intervento ha evidenziato che  “Borsellino non smise mai di credere nelle istituzioni. Neppure nel momento più drammatico della sua vita. Dopo Capaci. Senza nascondere la sofferenza, il 25 giugno 1992 alla Biblioteca comunale di Palermo, dirà: “..da magistrato il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti, ma quello di utilizzarle nel mio lavoro…o nel ruolo di testimone per avere raccolto tante confidenze di Giovanni Falcone”.

“Inspiegabilmente – ha aggiunto Morosini Borsellino non verrà sentito da alcuna procura, portandosi con se elementi preziosi per la ricostruzione di una pagina drammatica del nostro paese. E non avrà alcun riscontro neppure la sua dichiarata disponibilità ad una “applicazione” alla procura di Caltanissetta per indagare sulla morte di Falcone; che, come rivelato in una intervista, sarebbe stato l’unico modo per lenire una ferita profonda”

 

 




Diretta dal Senato: celebrato il “Giorno memoria” delle vittime del terrorismo

ROMA – L’Aula del Senato della Repubblica ospita la celebrazione del “Giorno della memoria” istituito con la legge n. 56 del 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice“. La cerimonia ha avuto inizio alle 10.55 con l’esecuzione dell’Inno nazionale da parte degli studenti del Liceo Scientifico “Farnesina” di Roma.

La cerimonia viene trasmessa in diretta televisiva da RaiUno, a cura di Rai Parlamento, dal canale satellitare, dalla webtv e dal canale YouTube del Senato. Prima della celebrazione in Aula, alle ore 9, il Presidente del Senato ha reso omaggio ad Aldo Moro in Via Caetani, in rappresentanza del Presidente della Repubblica, a 39 anni dal ritrovamento del corpo dell’ex Presidente del Consiglio ucciso dalle Brigate Rosse.

L’introduzione e la conduzione affidate a Mario Calabresi direttore del quotidiano “la Repubblica” , figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato il 17 maggio 1972. Portano la loro testimonianza il padre di Walter Rossi, Francesco Rossi, la vedova di Claudio Graziosi, Silvana Perrone Graziosi, il figlio di Carlo Casalegno, Andrea Casalegno. Uno studente leggerà un testo del giornalista Cesare Martinetti in memoria dell’avvocato Fulvio Croce. Quindi l’intervento di una studentessa dell’Istituto Professionale Statale “J.B. Beccari” di Torino. Successivamente  ha preso la parola il Presidente del Senato, Pietro Grasso.

La cerimonia si concluderà con la premiazione delle 3 scuole vincitrici del concorso “Tracce di memoria”, bandito dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in collaborazione con la “Rete degli archivi per non dimenticare” e con la Direzione generale per gli archivi. Sarà il Presidente del Senato a consegnare le targhe ai rappresentanti delle scuole vincitrici, con il Sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo.

Nell’Aula di Palazzo Madama presenti: il Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, la Vice Presidente della Camera Marina Sereni, il Ministro dell’Interno Marco Minniti, i Presidenti delle Associazioni dei familiari delle vittime.




Legalità. Presidente Grasso a Palermo per la mostra “Falcone e Borsellino, vent’anni dopo”

ROMA – “Chi c’è stato oggi ha il dovere morale di continuare a testimoniare e tramandare la memoria per non disperdere un patrimonio di conoscenze e per dare un contributo utile alla società, con un’azione individuale e collettiva”. Lo ha detto Piero Grasso presidente del Senato,  intervenendo al liceo linguistico “Ninni Cassarà” a Palermo  in occasione della presentazione della mostra fotografica dell’ANSA per il MiurFalcone e Borsellino, vent’anni dopo” dove ha fatto tappa, in seguito a un tour itinerante nelle scuole di altre regioni.

“Da quando sono presidente del Senato è la prima volta che visito una scuola – ha aggiunto GrassoÈ un’emozione essere qui, in una scuola intitolata a Ninni Cassará che è stato un esempio di dedizione al lavoro“. Di fronte a una platea affollata di studenti e docenti, Grasso ha ricostruito i suoi primi passi in magistratura, l’uccisione del procuratore Scaglione nel 1971, la violenza gratuita e tracotante della mafia, la fermezza e l’ostinazione di Falcone e Borsellino nel voler celebrare a Palermo il maxiprocesso, con la costruzione dell’aula bunker, e nel quale Grasso fu giudice a latere. Ma anche i sacrifici personali: “Il maxiprocesso ha cambiato la mia vita, che da allora è stata blindata – ha detto – c’era una sorte di rancore da parte di mio figlio, allora 14enne per l’improvvisa mancanza di tempo libero da trascorrere insieme. Un momento superato con l’uccisione del giudice Falcone che durante le vacanze mio figlio aveva iniziato a frequentare. Da quel momento ha capito che per il nostro lavoro si può morire, mi fa piacere che adesso, da solo, abbia deciso di entrare in polizia, ed è alla sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Roma“.

La mostra, realizzata nel 2012, quando è stata inaugurata dall’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è composta da 15 pannelli che ricostruiscono la vita e la carriera dei due magistrati uccisi nelle stragi di Capaci e via D’Amelio, ma anche la nascita del pool antimafia e il maxiprocesso, le stragi e poi la ribellione della società civile siciliana.

L’esposizione è corredata da un documentario realizzato dal responsabile della redazione siciliana dell’Ansa, Franco Nuccio, in collaborazione con il fotoreporter Giuseppe Di Lorenzo. Un estratto del video è stato proiettato al liceo Cassarà con le testimonianze di chi, come il magistrato Guarnotta, e le sorelle Maria Falcone e Rita Borsellino, li ha conosciuti. “La coscienza civile della città da allora è cambiata, anche grazie a quello che siamo riusciti a realizzare nelle scuole“, ha detto Daniela Crimi dirigente scolastica dell’istituto linguistico.




Da anticraxiano vi dico: gli dobbiamo qualcosa

di Piero Sansonetti

Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.

Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, esule. Era stato segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.

Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. Non c’erano prove. E non furono mai trovati i proventi. In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca, poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti, in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria? La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della magistratura.

Craxi era stato uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia, negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali. Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche firmato con la Chiesa il nuovo concordato.

Morì solo solo. Solo: abbandonato da tutti. Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu verso.

In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi era caduto in profonda depressione. Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.

Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di Tunisi.

Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: “Bettino Craxi non è benvenuto in Francia”.

Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire.

Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.

Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito, firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di brigante. Perché era un irregolare della politica. Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno fa ha dichiarato: “non gli interessava l’arricchimento, gli interessava il potere politico”. Già: Craxi amava in modo viscerale la politica.

La politica e la sua autonomia. Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente? Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche il Pci. Disse: “se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la storia lo condannerà come spergiuro“.

Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti, ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto antigiuridica, “non poteva non sapere”.

Craxi era colpevole. Nello stesso modo nel quale erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro, Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani… Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?

Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose. La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere l’inflazione.

La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria di Reagan e della Thatcher, il liberismo stava dilagando. Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo. Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere certezze.

Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa mostrando la statura dello “statista”, e non cercando qualche voto, un po’ di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De Gasperi, per Fanfani, per Moro.

E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste, allora i leader politici sono solo funzionari di altri poteri. Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle multinazionali…

In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano, negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio, come colosso da abbattere, e fu abbattuto.

Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva fatto ai tempi di Sigonella, quando ordinò ai Carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I Carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine, in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela perdonò.

Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia, editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza tra loro, pensarono che Tangentopoli fosse la grande occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia della politica non aveva più interpreti.

Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati, moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché nel frattempo era sceso in campo Berlusconi. All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla magistratura, portò a casa parecchi risultati.

Alcuni molto concreti: la fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità, fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune parlava giorni fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera); l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.

Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è servita a niente ed è stata, dunque, solo una grandiosa e riuscita operazione di potere?

E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è giusto che un paese, e il suo popolo, riempiano di fango una figura eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera, rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?

Io penso di no. Da vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi.

*direttore del quotidiano IL DUBBIO

 




Diretta dal Quirinale. Il presidente Mattarella inizia le consultazioni

Come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intenda creare le condizioni politiche per la formazione di un nuovo Governo  è ancora tutto da stabilire.  E’ necessario infatti, formare un governo entro il 15 dicembre, che sia  quindi pronto per poter affrontare il Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles lo  stesso giorno.  La prima scelta di Mattarella, sarebbe quella di un reincarico un governo istituzionale a Renzi e quello delle larghe intese. Da non escludere anche la possibilità del rinvio alle Camere di Matteo Renzi. Ma per tutte queste ipotesi rapide e veloci  la decisione finale spetta proprio al premier  dimissionario Renzi .

 

 

Cambio dell’ultima ora con la Lega Nord che salirà al Colle venerdì alle 19  invece di sabato alle 10.30 come precedentemente previsto insieme alla delegazione dei gruppi parlamentari minori. Annunciata l’assenza del segretario del Carroccio Matteo Salvini  che conferma la distanza del leghista dal capo dello Stato. Sabato invece si entrerà nel vivo con gli incontri con le forze politiche maggiori e più rappresentative.

I tempi sono quindi strettissimi e viene assolutamente  esclusa l’ipotesi del solo passaggio parlamentare per confermare o meno la fiducia, il futuro o rigenerato premier di fatto si recherebbe  al Consiglio europeo dopo aver giurato al Quirinale, ma senza la verifica dinnanzi alla  Camera ed al  Senato.Oltre al Presidente del consiglioRenzi , gli altri nomi accreditati per poter affrontare da “premier” il tavolo dei  27 premier a Bruxelles sarebbero l’attuale ministro dell’ economia Pier Carlo Padoan ed il ministro degli esteri Paolo Gentiloni.  Il presidente Mattarella dovrebbe comunque decidere entro la giornata di  lunedì, e non è esclusa al cento per cento anche la giornata di domenica secondo quanto riferiscono fonti accreditate dal Colle . Oggi  le consultazioni del presidente della Repubblica nello studio alla Vetrata si sono aperte ufficialmente con i colloqui con le alte cariche dello Stato a cui hanno fatto seguito il presidente del Senato Pietro Grasso e  quello Camera,  Laura Boldrini, e per concludere l’ex presidente emerito della Republica Giorgio Napolitano il quale all’uscita non ha fatto nessuna dichiarazione limitandosi ad un “buona sera e buon lavoro” rivolto ai giornalisti e fotografi presenti.

Renzi deve tenere presente che il Capo dello Stato intende svolgere senza interferenze il suo ruolo. Renzi lo ha capito molto bene ed infatti, da Pontassieve, ieri ha tenuto a far sapere che “Col Quirinale c’è un patto di ferro”. Ma il premier dimissionario deve fare i conti soprattutto con una novità delle ultime ore, che temeva e della quale lui stesso non ha ancora tutto molto chiaro. Infatti all’interno del Pd è in atto un autentico e vero maremoto . Una tempesta interna che per effetto di una doppia novità va a ridisegnare la geografia e gli equilibri nelle correnti del partito.

La prima novità è che una parte della maggioranzarenziana”  cioè la corrente che fa a capo a Dario Franceschini e quella del Guardasigilli Andrea Orlando – si sono “smarcate” rompendo politicamente con il segretario-presidente Renzi. Si tratta di una rottura significativa in quanto entrambe le due componenti hanno una massiccia presenza nei gruppi parlamentari, al punto tale  che  entrambi i capigruppo, quello dei deputati Ettore Rosato e quello dei senatori Luigi Zanda sono “franceschiniani”.

La seconda novità è la più pericolosa per Renzi: secondo fonti bene informate sulle manovre in corso  l’accoppiata Franceschini-Orlando in queste ore avrebbe stabilito  con la minoranza che fa capo a Pier Luigi Bersani un patto di consultazione ed anche, questa la vera “sorpresa”, con Massimo D’Alema, molto attivo nella cucitura degli accordi in corso. Una vera e propria sorpresa perché le due maggiori personalità della sinistra Pd, Bersani e D’Alema, da anni ormai  avevano rotto politicamente. E’ quindi ancora presto per capire se il nuovo asse di centro-sinistra abbia realmente i numeri per mettere in minoranza Renzi. anche perchè per il momento tutto si decide all’interno della Direzione del Pd, che  Renzi infatti durante la crisi di governo ha voluto in seduta permanente, indicandola quindi a “organo deliberante” .

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, ormai tagliato fuori dalla corsa per Palazzo Chigi, con un tweet ironico ha commentato le voci circolanti su un suo presunto accordo con Forza Italia.

Più in movimento gli equilibri nei gruppi parlamentari. La componente di Franceschini  che riunisce in prevalenza gli ex-popolari, ma anche esponenti ex DS come Piero Fassino e la ministra Roberta Pinotti al momento conta su circa una novantina di deputati sui 301 del gruppo alla Camera, ai quali vanno aggiunti i deputati vicino ad Orlando , in tutto una una quindicina, e quelli delle minoranza che arrivano a venticinque. Quindi facendo quattro conti si arriva a stento a a 140 deputati, quindi ne mancherebbero ancora una decina per poter superare la quota non soltanto simbolica del 50%. Al Senato gli equilibri sono pressochè identici in quanto Matteo Orfini e il ministro Maurizio Martina sono ancora schierati con Renzi  .

La vera partita per il nuovo Governo si giocherà  nel pomeriggio a partire dalle 16 quando a varcare il portone del Quirinale sarà Silvio Berlusconi che porta con se la promessa fatta proprio a Mattarella che il suo partito sarà “responsabile”, su quanto però ancora non è stata sciolta la riserva. La linea di Forza Italia rimane immutata, salvo stravolgimenti dell’ultima ora, che però con Berlusconi non sono mai escludere: il Pd faccia una proposta, basta che non ci sia Renzi. Sempre sabato 10 dicembre alle ore 17  sarà il turno  del Movimento 5 Stelle, che senza avere i voti necessari si candida ancora una volta al governo del Paese e che vuole andare al voto subito con l’Italicum “rivisitato” dopo averlo in realtà a lungo contestato ed osteggiato. Poi alle 18 il turno del  Partito democratico. È da questo incontro che Mattarella si aspetta una proposta oltre che una linea attorno alla quale si posa trovare la massima convergenza per una maggioranza parlamentare solida e duratura sino al termine del mandato elettorale.

Il presidente del Consiglio dimissionario Matteo Renzi è rientrato oggi a Roma dopo aver passato qualche ora con la sua famiglia a Pontassieve in Toscana.  A metà mattinata è arrivato a Palazzo Chigi  il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

In due giorni sfileranno al Quirinale in tutto ben 26 gruppi per un totale di 12 ore effettive di colloqui: ogni formazione ha un tempo medio a disposizione venti minuti, al massimo mezz’ora per quelli più importanti. Oggi è il turno dei “peones, cioè i rappresentanti dei partiti minori compresi nella grande famiglia dei Gruppi misti di Camera e Senato. Una vera e propria processione di sigle, alcune molte fantasiose e “creative”…., come Civici e innovatori  che ha riunito superstiti montiani di Scelta civica che si sono opposti alla fusione con il gruppo  Ala di Denis Verdini),  quindi Fare! il movimento guidato dall’ex leghista Flavio Tosi, che ha riunito quel che resta del semi-clandestino Partito repubblicano italiano di Matteo Bragantini,  quindi Democrazia solidale-Centro democratico il gruppo guidato da Bruno Tabacci.

Fra i gruppi a colloquio con Mattarella anche  anche Alternativa Libera-Possibile guidato da Pippo Civati (ex Pd)  e l’ex grillino Massimo Artini ed  il Movimento partito pensiero e azione (Ppa Moderati), guidato da pressochè semisconosciuto Antonio Piarulli. Convocato anche anche il gruppo di Renata Bueno, la prima deputata brasiliana eletta nel Parlamento italiano, a capo di Usei (Unione sudamericana emigrati), formazione che si è presentata anche in Sudamerica ed in cui militano anche altre personalità come Eugenia Roccella la pasionaria del “Family day” , che fa parte di Idea, componente del gruppo Gal (Grandi autonomie e libertà) al Senato guidato da Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello ed alleato con Usei.

Presenza storica, poi, quella della Südtiroler Volkspartei (SVp) guidata da Karl Zeller, che rappresenta i tedeschi della Provincia autonoma di Bolzano. Dal tedesco si passa poi al francese della Minoranza linguistica della Val d’Aosta, divisi in varie sigle e guidati dal deputato Rudi Marguerettaz e il senatore Albert Laniece. Unico volto più noto della giornata di oggi è quello di Giorgia Meloni, che questo pomeriggio salirà al Colle guidando la rappresentanza di Fratelli d’Italia assieme a Ignazio La Russa e al capogruppo alla Camera Fabio Rampelli.

Questo l’ elenco degli incontri in agenda per oggi, venerdì 12 dicembre

Ore 10,00 – Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica;

CdG Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica

Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica

Ore 10,25 – Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

CdG Pino Pisicchio, Gruppo Misto della Camera

Pino Pisicchio, Gruppo Misto della Camera

 

Gruppo Misto, Pisicchio: “Governo subito, proposta venga da Pd”

Il governo sia fatto presto e cominci da subito a operare per il bene del Paese”. Pino Pisicchio, capogruppo del Gruppo misto della Camera, al termine delle consultazioni al Quirinale spiega che i deputati da lui rappresentati e che non fanno parte di componenti ricevute distintamente ritengono che serva un governo “presto, che non abbia qualificazioni ‘a termine’ o ‘di scopo’ ma sia un governo impegnato a risolvere i problemi concreti del Paese, e la proposta la deve fare il Pd“.

 

Ore 10,45 – Rappresentanza parlamentare della Suedtiroler Volkspartei;

CdG Minoranza linguistica della Valle d'Aosta

Franco Marguerettaz e Albert Laniece, Minoranza linguistica della Valle d’Aosta

Ore 11,05 – Rappresentanza parlamentare della minoranza linguistica della Valle d’Aosta;

Daniel Alfreider e Hans Berger

Ore 11,25 – Esponente della componente Alternativa Libera Possibile (AL-P) del Gruppo Misto della Camera dei Deputati;

Giuseppe Civati e Massimo Artini, Alternativa Libera Possibile

Civati: “No al Renzi bis, su legge elettorale discuta Parlamento”

No a un nuovo Governo Renzi, la pausa di riflessione mi sembra durata troppo poco. Questo Paese, dopo tre anni di riforme bocciate, deve avere una legge elettorale che dia il potere ai cittadini.“. Lo ha detto Giuseppe Civati, deputato di Alternativa libera – Possibile, lasciando il Quirinale. “Non vogliamo – ha ribadito – un Governo che imponga una legge elettorale, come quello precedente, mettendo la fiducia. Vogliamo un Parlamento che sia messo in condizione di discutere. Sul nome che guiderà questo Governo deciderà Mattarella. La  maggioranza è la stessa, è chiaro che senza Pd non si può fare nulla. Sarà responsabilità del Pd indicare una strada”.

Ore 11,45 – Esponente della componente UDC del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

 

Rocco Buttiglione, componente Udc Gruppo Misto della Camera

Buttiglione: “Ora grande coalizione, ok Governo decantazione”

Per la seconda volta il popolo ha bocciato la grande riforma e contemporaneamente il sistema maggioritario: ora serve una legge proporzionale, la prossima legislatura deve essere quella della grande coalizione tra la sinistra democratica e i partiti che fanno riferimento al Ppe in Italia. Su questo lancio un appello a Silvio Berlusconi“. Lo afferma l’ex ministro Rocco Buttiglione, come rappresentante dell’Udc, al termine dell’incontro con Sergio Mattarella al Quirinale che aggiunge: “Siamo disponibili a sostenere un governo che abbia una funzione di decantazione: completi le riforme e faccia la riforma elettorale“.

Ore 12,05 – Esponente della componente Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI-IDEA) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Renata Bueno, esponente della componente Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI-IDEA) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Bueno (Usei): “Pronti a un governo ampio

L’Unione sudamericana emigrati italiani è pronta a sostenere “un governo ampio e composto da tutti” e ritiene “essenziale la riforma della legge elettorale”. Lo ha affermato la deputata Renata Bueno al termine del colloquio al Quirinale con il Presidente della Repubblica.

Ore 12,25 – Esponente della componente FARE!-PRI del Gruppo Misto della Camera dei Deputati;

Flavio Tosi, esponente del FARE!-PRI del Gruppo Misto della Camera

Tosi: “Ok reincarico, serve figura caratura internazionale”

Va fatta una legge eletttorale al più presto con un governo breve. Quindi legge elettorale subito: si può fare anche prima del pronunciamento della Consulta. Il reincarico va in questo senso, serve però  una figura di caratura internazionale“. Così Flavio Tosi, sindaco di Verona e leader del movimento Fare!, dopo le consultazioni al Quirinale.

 

Ore 12,45 – Esponente della componente Movimento Partito Pensiero e azione (PPA-Moderati) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Aniello Formisano e Michelino Davico, del Movimento Partito Pensiero e azione (PPA-Moderati) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Formisano: “Volontà di Mattarella è soluzione rapida”

Il presidente Mattarella “ci ha confermato che ha volontà di risolvere in tempi rapidi questa crisi“.Lo ha riferito Nello Formisano, al termine delle consultazioni al Quirinale. L’esponente di Ppa alla Camera ha anche riferito che Mattarella “ha confermato che sta lavorando per trovare una maggioranza quanto più ampia possibile”.

Ore 13,05 – Esponente della componente Partito Socialista Italiano (PSI)-Liberali per l’Italia (PLI) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Pia Elda Locatelli e Riccardo Nencini,  Partito Socialista Italiano (PSI)-Liberali per l’Italia (PLI) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Psi: “Governo di responsabilità, non escludere Renzi bis

Noi abbiamo prospettato al presidente della Repubblica più soluzioni, prediligendo un Governo di scopo e di responsabilità, corale“. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, dopo le consultazioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ore 16,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale (FDI) della Camera dei Deputati;

Giorgia Meloni a nome di Fratelli d’Italia ha chiesto subito una «nuova legge elettorale e voto al più tardi entro marzo» ribadendo l’indisponibilità «a sostenere il quarto governo consecutivo senza elezioni».

Ore 16,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Democrazia Solidale – Centro Democratico (DeS-CD) della Camera dei Deputati;

Lucio Romano, del Gruppo parlamentare Democrazia Solidale – Centro Democratico (DeS-CD) della Camera dei Deputati

Dellai: “Serve governo con pienezza funzioni”

Chiediamo un governo nella pienezza delle sue funzioni che accompagni il lavoro del Parlamento per la stesura della nuova legge elettorale” e “che si faccia carico dei prossimi appuntamenti internazionali“. Lo ha detto Lorenzo Dellai, presidente del gruppo parlamentare di Democrazia solidale – Centro democratico, al termine dell’incontro con il Presidente della Repubblica. “Credo che la maggioranza che ha sostenuto Renzi – ha aggiunto – non possa esimersi dall’assumersi tutte le sue responsabilità“.

Ore 17,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud, Popolari per l’Italia, Moderati, Idea, Alternativa per l’Italia, Euro-Exit, M.P.L.-Movimento Politico Libertas) del Senato della Repubblica;

Mario Ferrara, Grande Sud

Ore 17,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Civici e Innovatori (CI) della Camera dei Deputati;

Giovanni Monchiero, Giovanni Palladino, Bruno Molea e Alberto Bombasse, Gruppo parlamentare Civici e Innovatori (CI) della Camera dei Deputati

Civici e innovatori: “Serve legge elettorale con ampio consenso”

Serve una “legge elettorale frutto dell’intervento del Parlamento, che dovrà tenere conto delle decisioni della Consulta, elaborando una proposta che raccolga il più ampio consenso possibile. Per fare questo serve dare vita a un governo, per il quale i confini siano più larghi rispetto alla maggioranza che lo ha sostenuto finora”. Lo ha detto Giovanni Monchiero, presidente del gruppo Civici e innovatori alla Camera, al termine delle consultazioni con il capo dello Stato. “E’ auspicabile che il governo lavori, nei pochi mesi che ci separano dal ritorno alle elezioni, con una concordia superiore a quella degli ultimi mesi – ha aggiunto –. Serve una guida autorevole e seria, per ritrovare un rapporto più trasparente con la cittadinanza”.

Ore 18,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Per le Autonomie (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE del Senato della Repubblica;

Karl Zeller, Vittorio Fravezzi, Franco Panizza. Gruppo parlamentare (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE del Senato della Repubblica

Ore 18,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Conservatori e Riformisti (CR) del Senato della Repubblica ed esponente della componente Conservatori e Riformisti (CR) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati.

Ore 19 – Rappresentanza del gruppo parlamentare Lega Nord e Autonomie del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati.

Giancarlo Giorgetti, Rappresentanza del Gruppo Lega Nord e Autonomie (LNA)

Lega, al voto il prima possibile

 Suggerisco a Berlusconi di non compiere passi del genere“. Così Giancarlo Giorgetti della Lega risponde a chi, al Quirinale gli ha chiesto se pensi che Silvio Berlusconi possa aprire un governo Gentiloni. Abbiamo parlato con Berlusconi e Meloni e altri. Non mi sembra sia questo l’orientamento. Pensiamo che il popolo sia sovrano e debba potersi esprimere con il voto. Suggerisco a Berlusconi di non compiere passi del genere“, ha detto l’esponente del Carroccio. “Il popolo vuole votare e non gradisce Renzi presidente del Consiglio. Si deve andare al voto il prima possibile“. Giorgetti della Lega al termine delle consultazioni al Quirinale ha sottolineato che “questa è la posizione che emerge dal referendum”. “Non ci interessa la legge elettorale. Basta che si voti il prima possibile. Ci sono leggi già usate che in un sol giorno possono essere reinserite nell’ordinamento“, conclude Giorgetti.

 

(in fase di aggiornamento)




Binario Unico? Una “Balla” ! In Puglia sono morti per questo

di Franco Bechis

CdG vendolainauguraEra un giorno da segnare in agenda per tutti, quel 19 luglio 2013. Lo si è ben visto all’aeroporto di Bari, dove sono apparsi all’improvviso i big della politica pugliese. Davanti a tutti, con bel paio di forbicione in mano per la cerimonia del taglio del nastro l’allora presidente della Regione, Nichi Vendola. Alle sue spalle, un po’ ingrugnito per la scena rubata dall’altro, Michele Emiliano che in quel momento era sindaco di Bari.

CdG cascella2

nella foto Pasquale Cascella l’ex-sindaco di Barletta

E poi primi cittadini di tutti i capoluoghi e i comuni, tra cui Pasquale Cascella, allora sindaco di Barletta ed ex portavoce al Quirinale di Giorgio Napolitano. C’era perfino un monsignore, Alberto D’Urso a rappresentare l’arcidiocesi di Bari-Bitonto con in mano l’aspersorio per la bendizione di rito. E poi una sfilza di manager e dirigenti pubblici e privati.

Davanti a tutti naturalmente il presidente e amministratore delegato di Ferrotramviaria, Enrico Maria Pasquini, perché ad essere inaugurata e benedetta quel giorno era l’ultimo tratto della linea ferroviaria che oggi si direbbe maledetta: quella in cui si sono scontrati e accartocciati due treni, portando via 23 vite e ferendo decine di passeggeri. L’ultimo tratto di quella linea era quello che che la portava all’aeroporto Karol Wojtyla di Bari, la ragione per cui sulle carrozze maledette qualcuno viaggiava l’altro ieri.

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Vendola ed Emiliano all’ inaugurazione linea ferroviaria aeroporto di Bari

Grande evento dunque, e parolone sparse con generosità da Vendola ed Emiliano: grazie a quella ferrovia – dissero- la Puglia era entrata definitivamente in Europa, e altre amenità simili con la roboante retorica del presidente della Regione Puglia. Fu l’occasione anche di un piccolo incontro pubblico, con i saluti ufficiali dei vari relatori che precedettero il taglio del nastro davanti ai gongolanti amministratori della Ferrotramviaria. Il direttore generale della compagnia, Massimo Nitti, strabordò, definendo quel prolungamento con passante nella città di Bari “un qualcosa che colpisce i sensi”. Ma si spinse oltre il rappresentante del ministero dei Trasporti, Alessandro De Paola, direttore dell’Ufficio speciali trasporti impianti fissi (Ustif) della Puglia, che lodò preso dall’entusiasmo “l’alto livello tecnologico della realizzazione innovativa soprattutto per la parte di segnalamento e sicurezza, che la pone fra le infrastrutture di alto livello tecnologico in Italia”.

cdG taglio nastro vendola emilianoMai complimenti furono concessi così frettolosamente e fuori posto, come tragicamente si è visto in queste ore. Quell’intervento dell’ingegnere però ci dice una cosa: l’Ustif Puglia, e quindi il ministero dei Trasporti, era il controllore di quella linea ferroviaria. E avrebbe dovuto conoscere perfettamente quel che è emerso in queste ore ed è la causa principale del terribile incidente ferroviario: l’assenza proprio di quel sistema di segnalamento e sicurezza di cui è dotata tutta la rete ferroviaria italiana su cui passano treni veloci e meno veloci di Ferrovie dello Stato.

CdG ferrotramviariaI dispositivi Sctm– sistemi di sicurezza per controllare la marcia dei treni non c’erano e non erano in funzione sull’intera tratta Bari-Ruvo di Puglia, e se ci fossero stati come nel resto di Italia quei due treni non si sarebbero scontrati perché sarebbero stati automaticamente fermati prima di trovarsi uno di fronte all’altro.Quell’assenza avrebbe dovuto essere nota al Ministero dei Trasporti che ancora oggi se ne lava le mani, e conosciuta pure da tutte le autorità istituzionali della Puglia. Che invece si spellavano le mani raccontando frottole e facendo pure i complimenti a chi non li meritava proprio.

Tutta la stampa ieri se l’è presa con il binario unico, che c’entra poco o nulla con quel che è accaduto. La maggiore parte della rete ferroviaria italiana corre su binari unici, e così è anche negli altri paesi di Europa. Ma su quei binari ci sono sistemi automatici di sicurezza che fermerebbero i treni in caso di errore umano. Perché non c’è solo l’errore colposo fra le eventualità possibili: un macchinista potrebbe sentirsi male, magari essere colpito da infarto, e così chi da una stazione dovrebbe dare il via libera o meno al passaggio dei treni. I Scmt servono anche a a supplire ad eventualità simili. Poi certo, il doppio binario per cui era in corso una gara avrebbe ridotto i rischi, ed è vero che l’apertura delle buste è stata rinviata dal 6 al prossimo 26 di luglio. Ma sarebbe stata solo il primo passo di un lungo lavoro: si sarebbe aggiudicata la gara, e poi il secondo binario ci avrebbe messo mesi e forse anni prima di essere costruito, collaudato ed entrare in funzione. Sarebbe bastato assai meno invece acquistando i sistemi di segnalamento e sicurezza che su quella linea non esistevano.

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dal bilancio di Ferrotramviaria spa

Lo sapevano tutti che quello era il rischio di Ferrotramviaria. Tanto è che la Regione Puglia nell’aprile 2014 ha finanziato l’acquisto con fondi europei tratti dal Po Fesr 2007-2013. Mica un investimento da restare in mutande: 4,8 milioni di euro per la tratta Bari-Bitonto e altri 8,78 milioni di euro per la tratta Bitonto-Ruvo di Puglia. Per la prima il contratto è stato firmato dopo una procedura negoziata con Alstom Ferroviaria spa nel gennaio 2015.

Nell’ultimo bilancio approvato nel maggio scorso Ferrotramviaria spa scrive che “le attività sono ancora in corso, essendo state interferite da diverse altre attività e dall’intenso esercizio ferroviario”. Parole misteriose, perché che i treni corrano è evidente, ma quali diverse altre attività erano più urgenti di quella della sicurezza della linea, che tale non era? Per la tratta Bitonto-Ruvo sempre Alstom Ferroviaria aveva firmato un contratto nel marzo 2015 “e i lavori sono in corso di esecuzione. Si ritiene che detti sistemi Scmt sia sulla tratta Bari-Bitonto sia quelli sulla Bitonto-Ruvo potranno essere attivati entro settembre 2016”.

Troppo tardi, purtroppo per i 23 che non ci sono più.