Anche la Cassazione silura la riforma "grillina" sulla prescrizione

Giovanni Mammone Primo Presidente della Cassazione 

ROMA – L’ “allarme prescrizione” è arrivato oggi inaspettatamente dal Primo Presidente della Cassazione Giovanni Mammone che ha spiegato che  senza correttivi si rischia un vero e proprio caos giudiziario,  in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario  svoltosi nell’Aula magna del “Palazzaccio”, alla presenza del  Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del presidente del Senato Elisabetta Casellati e del premier Giuseppe Conte e delle più alte cariche dello Stato.

Secondo il Primo Presidente della Cassazione c’e’ il rischio di un “significativo incremento del carico penale (vicino sostanzialmente al 50%) che difficilmente potrebbe essere trattato a causa del venir meno delle prescrizioni che maturano in appello, circa 20-25mila processi l’anno. Ne deriverebbe un significativo incremento del carico penale (vicino al 50%) che difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato” aggiungendo che “risulta pertanto necessario porre allo studio e attuare le piu’ opportune soluzioni normative, strutturali e organizzative tali da scongiurare la prevedibile crisi”.

Il Presidente della Cassazione Mammone ha spiegato che  “è necessario che le concrete misure acceleratorie vengano adottate non solo nella parte del processo successiva al primo grado, ora non più coperta dalla prescrizione, ma anche in quella anteriore, soprattutto nelle fasi dell’indagine e dell’udienza preliminare, in cui si verificano le maggiori criticità che determinano la dispersione dei tempi e la maturazione della prescrizione“, concludendo che “Il blocco della prescrizione prolungherà la durata dei processi; le vittime del reato vedrebbero prolungarsi i tempi di risposta della giustizia e del risarcimento del danno patito: è dunque auspicabile che intervengano concrete misure legislative  per accelerare il processo, la cui stessa conformazione dilata oltremodo i tempi“.

Nella relazione di Mammone messo in evidenza il valzer delle cifre del pianeta giustizia, sempre in sofferenza nel nostro Paese, in cui pendono oltre 3 milioni e 312mila cause civili pendenti, con durata dei processi non adeguata ai parametri della Corte europea ed “alle attese del mondo economico”.

Il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi nel corso del suo intervento ha detto che “L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata una importante occasione per ribadire alcune emergenze,a partire dalla necessità di un impegno senza quartiere per contrastare corruzione, mafie e la loro penetrazione nell’economia legale” .  L’allarme del procuratore generale della Corte di Cassazione sulle politiche dell’immigrazione è chiaro e diretto: “Mentre da anni sono chiusi i canali di ingresso legali e ormai non viene nemmeno più redatto nei tempi prescritti il decreto flussi, la cessazione dell’accoglienza e delle politiche di inserimento creeranno tra breve un’ulteriore massa di persone poste ai margini della società, rese cioè clandestine. Ciò deve essere evitato per molte ragioni, ma per una sopra ogni altra: rendere il nostro Paese ancora più sicuro”.

“Affidare esclusivamente al diritto penale i valori della società reca rischi preoccupanti”, ha aggiunto Salvi: dalle sentenze si esigerebbe  che “veicolino contenuti ritenuti “giusti”» perché ricavati dalla discussione mediatica e si rischia di  spostare le politiche» ai “soli risvolti punitivi”. «La tentazione del governo della paura ha riflessi anche sul pm, e dal desiderio di  rassicurazione sociale  a  proporsi come inquirente senza macchia e senza paura, il passo non è poi troppo lungo“.

Sul problema della prescrizione che  da settimane divide e contrappone persino gli stessi partiti della maggioranza, il procuratore generale Salvi ha ricordato che si tratta di “un istituto di garanzia correlato all’inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all’oblio, che tuttavia non è assoluto e non è senza bilanciamenti”. Bisogna quindi “operare per respingere gli effetti negativi di una prescrizione che giunge mentre è intenso lo sforzo di accertamento della responsabilità, preservando al contempo il valore di garanzia dell’istituto”.

Sui doveri del magistrato, di cui il Procuratore Generale della Cassazione è una sentinella in quanto titolare  insieme al ministro della Giustizia dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe, la relazione di Salvi ha affrontato un altro argomento di grande attualità: la comunicazione dell’attività giudiziaria da parte dei capi degli uffici, e in particolare dei procuratori. I quali danno notizia di arresti e indagini in una fase preliminare del procedimento, cioè “quando ancora il contraddittorio non è pieno e un ruolo dominante è svolto necessariamente dal pubblico ministero” .

Un’informazione inevitabilmente di parte, un tema che anche di recente ha suscitato dibattiti e polemiche, e Salvi non si sottrae richiamando i pm al principio secondo cui “l’informazione non è resa nell’interesse del magistrato o della Procura; è un dovere di ufficio e il pm deve attenersi ai doveri di riservatezza e correttezza, come manifestazione e riflesso della imparzialità e della indipendenza“. Ne consegue  che l’utilizzo di  “toni enfatici, tali da generare nell’opinione pubblica la convinzione della definitività dell’accertamento, sono professionalmente inadeguati e lesivi dei diritti degli indagati. La semplificazione della comunicazione rischia di generare il sospetto che non la fiducia della pubblica opinione sia ricercata, ma il suo consenso. E questo sarebbe la fine dell’indipendenza del pubblico ministero”.

L’intervento del procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi non ha risparmiato la crisi che l’estate scorsa ha travolto il Consiglio Superiore della Magistratura , con il “caso Palamara” che ha portato alla sostituzione del Pg della Cassazione, di cui lui ha preso il posto, ed alle   dimissioni di cinque consiglieri . Salvi ha ricordato le azioni disciplinari avviate, ma sostiene che “limitare la risposta istituzionale alle sole sanzioni amministrative, sarebbe un segno di incomprensione  di quanto avvenuto” . “Il controllo disciplinare dell’attività dei magistrati, sia nell’ambito del loro lavoro che fuori, è fondamentale per contribuire Allo svolgimento corretto della funzione giudiziaria” ha aggiunto il procuratore generaleMa va esercitato con grande attenzione, perché in moltissimi casi le denunce disciplinari arrivano da privati che hanno il solo scopo di «punire il magistrato sgradito e magari liberarsene“.

Si spiega così il dato statistico per cui  a fronte di 1.898 notizie di interesse disciplinare arrivate in Cassazione, che sono in costante aumento negli ultimi anni, sono stati 156 i procedimenti aperti nel 2019 , anche questi in aumento rispetto agli anni precedenti. La metà delle incolpazioni (per la precisione il 50,8 per cento) riguarda le violazioni del dovere di correttezza, il 37, 4 per cento della diligenza e l’11,8 per cento comportamenti al di fuori dell’attività giudiziaria.

Forte anche il richiamo all’autonomia e alla indipendenza della magistratura, nelle parole importanti pronunciate dal Vicepresidente del CSM David Ermini, impegnato a ridare quella piena credibilità all’organo di autogoverno minata dalle vicende opache emerse qualche mese fa e da un deteriore correntismo, che impone anche nuovi meccanismi di elezione dei membri togati. “Serve prudenza  e sobrietà anche nell’uso dei social da parte delle toghe”, ha sostenuto Ermini che dopo la bufera dell’inchiesta di Perugia  ha chiesto loro “un comportamento esemplare e irreprensibile anche nella vita privata”.

La relazione del Primo Presidente Mammone e l’intervento del Presidente del Consiglio Nazionale Forense, Mascherin, hanno riproposto, tra l’altro, l’urgenza di una riforma del processo penale che garantisca davvero tempi certi e rapidi ai processi. Ma hanno chiaramente fatto emergere anche tutti i rischi insiti nella riforma Bonafede sulla prescrizione, che non è affatto quel fattore di civiltà di cui ha parlato il Ministro.

“Per questo, per il Pd, è necessario al più presto portare in Consiglio dei Ministri la riforma del processo penale e insieme giungere come maggioranza  ad una modifica vera della legge sulla prescrizione, per giungere ad una sintesi che tenga conto delle ragioni serie di tutte le componenti” ha commentato il deputato Walter Verini, responsabile giustizia del Pd, presente oggi all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Suprema Corte di Cassazione.

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede

Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione  ha detto : È noto a tutti che esistono divergenze, soprattutto per quanto concerne il nuovo regime della prescrizione entrato in vigore dal primo gennaio che io considero, personalmente, una conquista di civiltà. Ciò premesso, è in atto un confronto serrato all’interno della maggioranza per superare le divergenze e consegnare ai cittadini un processo idoneo a rispondere alle loro istanze di giustizia, garantendo tempi certi ed eliminando ogni spazio di impunità” aggiungendo   “Contemporaneamente ci stiamo confrontando su un progetto di riforma ordinamentale della magistratura che mira a rafforzarne l’autonomia e l’indipendenza incidendo, da un lato sulla recisione di ogni possibile commistione con la politica; dall’altro lato sulla necessaria eliminazione delle cosiddette degenerazioni del correntismo“.




Il Csm nomina Elisabetta Garzo a Napoli e Giuseppe Borrelli a Salerno

ROMA – Per la prima volta sarà una donna, Elisabetta Garzo il magistrato designato  alla presidenza del  Tribunale di Napoli, dopo la sua nomina avvenuta all’unanimità  nel plenum del Consiglio superiore della magistratura, che nella stessa seduta ha designato Giuseppe Borrelli a capo della Procura di Salerno. “Soddisfazione  per la prima donna alla guida del tribunale di Napoli” è stata espressa da Mario Suriano presidente della Commissione Direttivi del Csm .

Elisabetta Garzo era già stata Presidente di sezione ai Tribunali di Santa Maria Capua Vetere e di Vallo della Lucania, e dal 2014 era al vertice del Tribunale di Napoli Nord (Aversa). “È riuscita, grazie alle sue doti ed alla sua capacità organizzativa a rendere il tribunale di Napoli Nord , che era in grave sofferenza per le carenze logistiche e di personale, in un Ufficio efficiente e strutturato”, ha commentato il relatore Michele Cerabona, membro laico del Csm (indicato da Forza Italia) .

Giuseppe Borrelli  è il nuovo capo della procura di Salerno, dopo aver ricoperto per anni l’incarico di procuratore aggiunto di Napoli, designato dal plenum del Csm che lo ha nominato con 19 voti a favore e cinque astensioni. La Commissione per gli incarichi direttivi aveva già proposto  nel luglio 2019 la sua nomina, successivamente congelata la decisione a seguito della pubblicazione di alcune conversazioni intercettate tra il pm romano Luca Palamara e il magistrato Cesare Sirignano della Direzione Nazionale Antimafia , nella quale i due colleghi parlavano di Borrelli e della sua candidatura all’incarico di procuratore di Perugia.

Intercettazioni dalle quali secondo la la delibera approvata oggi dal Csm non è emerso “nessun rilievo ostativo” per la nomina di Borrelli al vertice della Procura di Salerno . Dall’audizione di Borrelli da parte del Csm “non sono emersi elementi sulla base dei quali poter fondatamente ipotizzare eventuali forme di coinvolgimento, diretto o indiretto, del dott. Borrelli nelle note vicende riconducibili ad alcuni ex componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, né, più in generale, è emerso che il dott. Borrelli si sia attivato per caldeggiare, in qualsiasi forma, la sua candidatura nelle procedure di conferimento degli incarichi direttivi per i quali aveva fatto domanda“.

Con tutto il rispetto ed il garantismo dovuto nei confronti del magistrato Borrelli, sarebbe stato folle, attivarsi per caldeggiare la propria candidatura a procuratore capo, dopo essere stato coinvolto nelle intercettazioni telefoniche sulle nomine del Csm, che ancora una volta dimostra che a Palazzo dei Marescialli non sembra essere cambiato nulla in materia di nomine. Come dimostrano i cinque astenuti.




Il magistrato Luberto indagato per corruzione, trasferito a Potenza dal Csm

ROMAVincenzo Luberto attualmente  indagato per corruzione in atti giudiziari dalla Procura di Salerno, guidata da Luca Masini, non è più procuratore aggiunto antimafia alla DDA di Catanzaro. La sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ne ha disposto il trasferimento, come giudice civile, al Tribunale di Potenza.

La pratica per il trasferimento è stata avviata a seguito dell’ iscrizione del magistrato sul registro degli indagati  con l’accusa di corruzione in atti giudiziari nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Procura di Salerno. Al magistrato vengono contestati i rapporti avuti con Ferdinando Aiello ex parlamentare calabrese del Partito Democratico .

Secondo l’impianto accusatorio sarebbe stato Aiello , a pagare con la sua American Express i viaggi di Luberto il quale in cambio non aveva mai iscritto l’ex deputato nel registro degli indagati nonostante il nome dell’ex deputato del PD fosse comparso nelle intercettazioni effettuate dai Carabinieri di Cosenza.  Gravi accuse che gli sono state ritualmente contestate dai magistrati campani con un avviso di garanzia notificatogli nelle scorse settimane.

sulla destra l’ex-deputato Ferdinando Aiello, Partito Democratico

Nelle settimane scorse il magistrato Luberto aveva subito una perquisizione su richiesta dei pm campani che stanno indagando su di lui . Motivando il decreto di perquisizione, i pm campani avevano sottolineato la “chiara e inequivoca gravità indiziaria” a carico di Luberto  Nell’ambito di un’inchiesta antimafia,   erano emerse “corpose ipotesi di scambio elettorale-politico-affaristico e corruzione, il tutto in un contesto di ‘ndrangheta. sull’ex- deputato Dem .

Viaggi pagati ed accertamenti patrimoniali sui beni di Luberto sono confluiti nell’inchiesta dei pm salernitani che hanno ricevuto gli atti proprio dalla Procura di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri., da cui ha preso il via il procedimento disciplinare che è culminato con il trasferimento al Tribunale di Potenza.

A Potenza nei mesi scorsi è già stato trasferito  anche l’ex procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, coinvolto anch’egli in un’altra inchiesta dei pm salernitani. Il magistrato aveva svolto le funzioni di pm a Cosenza ottenendo successivamente la nomina a procuratore aggiunto a Catanzaro. Nel capoluogo di regione si è occupato della criminalità organizzata dell’area ionica cosentina e crotonese e delle cosche dell’area tirrenica cosentina.




Corte Costituzionale. Marta Cartabia eletta presidente, per la prima volta una donna

di Giovanna Ranieri

Una donna arriva per la prima volta nella storia repubblicana al vertice della Consulta. I giudici della Corte Costituzionale hanno eletto al vertice la giurista cattolica Marta Cartabia, 56 anni ,  sposata e madre di tre figli, originaria della provincia di Milano, è tra i più giovani presidenti che la Consulta abbia mai avuto. Arrivata alla Corte nominata dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, dal 2014 è stata vicepresidente, Cartabia è docente di diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano e vanta un profilo internazionale denso di studi e pubblicazioni.

nella foto la sede della Corte Costituzionale

Allieva di Valerio Onida, Marta Cartabia si laurea con lui che poi diventerà presidente della Corte costituzionale nel 1987, all’Università degli studi di Milano, discutendo una tesi sul diritto costituzionale europeo. Alla Corte costituzionale, è arrivata nel 2011, diventando la terza donna eletta dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle ed è una dei giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. A volerla, a soli 48 anni, come dicevamo, era stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ne apprezzava l’attività di autrice e studiosa particolarmente impegnata sulla tematica dell’integrazione dei sistemi costituzionali europei e nazionali, così come nella materia dei diritti fondamentali nella loro universalità.

Di lei ha grande stima anche l’attuale Presidente della Repubblica,  Sergio Mattarella: i due condividono l’esperienza di giudici costituzionali per alcuni anni, in cui sono anche vicini di casa, nella foresteria della Consulta. Anni fatti anche di qualche cena insieme in un ristorante romano, “un pò come studenti fuorisede“, come racconterà poi lei stessa in un’intervista.

Ha sempre condiviso le grandi responsabilità che le sono state attribuite,  con la famiglia: “Penso che questo duplice aspetto della mia vita mi aiuti a mantenere un pizzico di equilibrio“, ha dichiarato recentemente. Ed è riuscita a trovare spazio anche per i suoi tanti hobby. Ama tutte le attività all’aperto, in particolar modo  jogging e trekking . Annovera una grande passione per la musica, ma non solo quella classica, che l’ha vista essere un’habitué delle prime della Scala a Milano, ma anche quella “rock”: quando corre con le cuffie nelle orecchie, la carica le arriva dalla canzoni dei Beatles .

Il sarà un mandato breve che durerà soltanto nove mesi  poichè scadrà il 13 settembre del 2020, essendo  stata nominata alla Consulta il 13 settembre del 2011 e l’incarico  di giudice costituzionale non può durare più di nove anni.  Alla Consulta è relatrice di importanti sentenze su questioni controverse e che spaccano l’opinione pubblica. Come quella sui vaccini, con la quale la Corte ha stabilito che l’obbligo di farli non è irragionevole, bocciando il ricorso della Regione Veneto. O quella sull’Ilva, che dichiarò incostituzionale il decreto della Presidenza del consiglio dei Ministri del 2015 che consentiva la prosecuzione dell’attività di impresa degli stabilimenti, nonostante il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria dopo l’infortunio mortale di un lavoratore.

Marta Cartabia, Docente di Diritto Costituzionale dal 2008 all’Università Bicocca di Milano, ha insegnato e fatto attività di ricerca in diversi atenei in Italia e all’estero, anche negli Stati Uniti. “Ho rotto un cristallo spero di fare da apripista. – sono state le sue prime parole – Spero di poter dire in futuro, come ha fatto la neopremier finlandese, che anche da noi età e sesso non contano. Perché in Italia ancora un po’ contano“. Come esperto, ha fatto parte di organismi europei, come l’Agenzia dei diritti fondamentali della Ue di Vienna

La scorsa estate, poco prima della nascita del Governo Conte bis, la Cartabia aveva sfiorato un altro record, infatti il suo nome era circolato negli ambienti politici ed istituzionali che “contano”come possibile premier di un governo di transizione, e se il Pd ed il M5S non avessero formato un maggioranza di governo imprevedibile,  sarebbe stata la prima donna nella storia italiana a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio.  Ancor prima  si era pensato anche a lei come ministro del governo Cottarelli, prima dell’avvento del Governo Conte 1 (“gialloverde” formato da M5S e Lega)

La prima ad inviare le proprie congratulazioni alla neo-presidente della Consulta è  stata proprio una donna, la vicepresidente della Camera Mara Carfagna di Forza Italia: “Esprimo le mie congratulazioni e felicitazioni alla nuova presidente della Corte costituzionale. La scelta dei giudici infrange i pregiudizi di genere“.  Anche l’ex-deputato del Pd. David Ermini attuale  vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, si è complimentato: “È una bella notizia che ci sia stata l’unanimità e che per la prima volta una donna ricopra un incarico così importante“.




Fondazione Open: ecco le intercettazioni dello scandalo Csm

ROMA – La retromarcia di Matteo Renzi, il giorno dopo l’attacco frontale contro i magistrati della Procura di Firenze, ha origine dalle pagine dell’inchiesta della Procura di Perugia sul pubblico ministero Luca Palamara, all’epoca dei fatti membro del Consiglio Superiore della Magistratura, spiato da un virus informatico mentre manovrava uomini e voti attorno alla nomina del prossimo procuratore di Roma

 

I resoconti stenografici dell’indagine per corruzione (ancora in corso) sull’ex presidente dell’ Anm evidenziavano sin dallo scorso  maggio un clima di insofferenza di due deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri entrambi di stretta vicinanza “renziana” nei confronti del capo della Procura di Firenze, Giuseppe Creazzo cioè lo stesso che è stato accusato dall’ ex premier di “protagonismo“, a seguito dell’ esplosione dell’ inchiesta sulla Fondazione Open, controllata da Matteo Renzi.

Renzi mercoledì scorso aveva attaccato a testa bassaUn tempo i magistrati della Procura di Firenze erano famosi perché davano la caccia al mostro di Scandicci, oggi l’ attenzione è più sul senatore di Scandicci…” salvo poi 24 ore dopo correggere il tiro “Credo nella giustizia e nei magistrati di Firenze” annunciando un bel po’ di querele.

Di fatto restano però catturati dal virus Trojan utilizzato per intercettare, i giudizi e i tentativi di destabilizzare il lavoro del capo dei pm della Procura di Firenze durante le sedute “carbonare” tra il magistrato Palamara, l’ ex manovratore del Csm, ed i due parlamentari del Partito Democratico. “Gli va messa paura” diceva Palamara in una riunione notturna tra l’ 8 e il 9 maggio scorsi, qualche giorno prima che le notizie del procedimento nei suoi confronti iniziassero a riempire le pagine dei giornali cartacei ed online.

Il pubblico ministero romano Luca Palamara che è stato trasferito in via precauzionale al Tribunale dell’ Aquila, si riferiva con tutta probabilità  all’ esposto che un pm fiorentino aveva presentato, circa  un anno prima prima, a Genova contro i suoi superiori, Creazzo ed il procuratore aggiunto Luca Turco che coordina i diversi filoni d’ indagine sulla vicenda fiorentina. L’  attenzione di Palamara e dei congiurati con la toga ha origine nella speranza che quella contestazione potesse contribuire ad valutazione negativa del procuratore Creazzo, in vista delle grandi manovre per eleggere il nuovo procuratore capo della Procura di Roma, a cui era candidato.

 

il pm Luca Palamara ed il magistrato-deputato Cosimo Ferri (ex Pd, ora Italia Viva)

La realtà è che Creazzo non è mai stato indagato a Genova sede competente per procedimenti penali che riguardano magistrati del distretto giudiziario di Firenze, a differenza di un pm fiorentino accusato di aver giustificato un diniego a una richiesta di intercettazioni adducendo motivazioni troppo personali e di tre finanzieri. Tutto questo emerge dai verbali che conferma l’interesse dei “renziani” ad ogni tipo di notizia in arrivo dal capoluogo ligure. Ma non sono stati molto fortunati in quanto non soltanto non vi sono state fughe di notizie, ed il procuratore capo della Procura di Genova Francesco Cozzi ha  letteralmente “blindato” il fascicolo inviando poche e generiche informazioni persino al Consiglio Superiore della Magistratura che aveva chiesto informazioni sull’ esposto.

Luca Lotti da sempre braccio destro di Renzi a causa di un’evidente difficoltà a potersi muovere senza lasciare tracce, così si confidava con Palamara:”…Però, roba di Firenze, Luca… davvero…per me è importante capì che succede… perché… se è seria… ovviamente io (inc.) cioè non si parla di Roma… si parla che se è serio va via da… Firenze… se non è serio, non va via da Firenze, a me guarda… nessuno cerca (inc) nulla… però bisogna fa’ almeno la guerra…“.

Luca Lotti

Dalle intercettazioni sul Csm emergeva chiaramente l’ intenzione dei renziani non solo di cavalcare politicamente l’ esposto con l’appoggio di giornali e giornalisti “amici” ma anche di impedire che Creazzo potesse candidarsi a guidare la Procura di Roma dove si trova sotto processo per l’ affare Consip, guarda le coincidenze…proprio Luca Lotti.  I “congiurati” del Csm avrebbero preferito “piazzare” al posto del procuratore Giuseppe Pignatone, andato in pensione,  Marcello Viola attuale procuratore generale di Firenze,  che era a sua volta assolutamente ignaro delle macchinazioni “architettate” dai suoi sostenitori.

“L’ ha detto Creazzo mai…“, si lasciava andare ad uno sfogo Luca Lotti in un’ altra intercettazione ambientale. A chi si riferiva l’ex-braccio destro di Matteo Renzi  aggiungendo ed alludendo al relatore che avrebbe firmato la motivazione a favore di Viola: “Occhio a come (la) scrive… eh…quindi si vede che qualcuno gli ha detto che se scrive in un certo modo, Lo Voi fa appello” parlando del procuratore capo di Palermo ed altro candidato alla carica di procuratore a Roma .

Era questo il vero obiettivo dei “renziani” : dichiarare battaglia alle toghe , quattro mesi prima che esplodessero i casi della Fondazione Open e dell’ acquisto della lussuosa villa, grazie ad un prestito di un amico-finanziatore . Ma il procuratore Creazzo non è un  magistrato qualsiasi. Infatti essendo arrivato alla guida della Procura di Firenze nel 2014, cioè allorquando a Palazzo Chigi il premier era proprio Matteo Renzi, si è dimostrato immediatamente assai attento alle molteplici attività della famiglia Renzi. e stata la sua procura suo ufficio, ad aver chiesto ed ottenuto il 18 febbraio scorso l’ arresto di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori di Matteo, e ad aver messo sott’ inchiesta anche il cognato, Andrea Conticini e i fratelli nel fascicolo sui milioni di beneficenza raccolti dall’ Unicef da destinare ai bambini dell’ Africa ed invece dirottati su conti correnti personali.

Sempre a Firenze è aperta l’ inchiesta sulla fondazione Open ed il procedimento penale numero 13966/2017 che raccoglie due segnalazioni dell’ Unità Antiriciclaggio della Banca d’ Italia in relazione al prestito di 700.000 euro ricevuto dalla famiglia Maestrelli  e restituito da Renzi ha per l’ acquisto della sua villa da 1,4 milioni di euro , ubicata a pochi passi da piazzale Michelangelo nel capoluogo toscano.

La villa che Renzi ha comprato vanta una metratura complessiva di 276 metri quadri, divisi in 11,5 vani. Senza contare poi il parco da 1.580 metri quadri che completano il salotto open space, la cucina grande, tre camere con bagno, studio e una terrazza. Come scriveva il quotidiano La Nazione, “a vendere l’abitazione  è Giusto Puccini, docente di diritto pubblico all’Università di Firenze, (padre dell’attrice Vittoria) e sua sorella Oretta“. .

Quando la notizia dell’acquisto della villa divenne pubblicaRenzi preferì mantenere un certo riserbo e fece diramare una nota: “Matteo Renzi e la sua famiglia stanno da tempo cercando un’abitazione a Firenze. Al momento non ha concluso l’acquisto di un’abitazione a Firenze” . Dopo aver firmato un preliminare da 400mila euro (versato con 4 assegni da 100mila euro ciascuno), Renzi dovrebbe essere riuscito a coprire i 900mila euro con un mutuo.

La polemica scoppiò perché Renzi alcuni mesi fa si era presentato negli studi di Matrix, su Canale 5, mostrando il suo estratto conto con 15.000 euro o poco più. Questo paragone fece infuriare l’ex premier: “Oggi posso avere ulteriori entrate, tutte pubbliche, tutte trasparenti. Queste entrate mi permettono persino di prendere un mutuo“, disse scatenando ulteriori polemiche. Ma ora dovrà chiarire più di qualcosa a quei magistrati che non gli garbano molto.

 




Studio100. Nel fallimento dell'editrice Jet srl, coinvolta anche la Mastermedia Club srl

Gaspare Cardamone

TARANTO – Come il nostro giornale ha previsto in tempi non sospetti,  l’avventura televisiva dei fratelli Cardamone, editori dell’emittente pugliese Studio100, più volte afflitta da fallimenti sempre della stessa proprietà, che incredibilmente ha sempre continuato la sua attività approfittando di giudici “amici” e magistrati troppo innamorati delle telecamere da cui farsi intervistare dimenticando di fare il proprio dovere, sembra essere arrivata al capolinea.

Infatti, il Tribunale Fallimentare di Taranto ha esteso e coinvolto nel fallimento della Jet srl anche la Mastermedia Club, i cui soci nelle due rispettive società erano sempre e soltanto i fratelli Gaspare e Giancarlo Cardamone, i quali avevano rilevato “fittiziamente” il ramo d’azienda della fallita Jet srl, un’anno prima della dichiarazione di fallimento e quindi sottoposta a revocatoria, secondo le norme di legge in materia fallimentare.

Già lo scorso 14 febbraio 2019  il Tribunale civile di Taranto aveva bloccato beni mobili e immobili nella disponibilità della “Mastermedia Club srl società che dal novembre 2017 gestisce l’emittente jonica.  Il curatore fallimentare dr, Cosimo Valentini commercialista nominato dal tribunale,  rappresentato in giudizio dall’avvocato Adeo Ostilio, aveva chiesto ed ottenuto il sequestro di  900mila euro della nuova società editrice dell’emittente televisiva Studio100.

Il giudice dr. Casarano con la sua sentenza, aveva confermato che  attraverso “la cessione del ramo d’azienda lo scopo perseguito dalle parti era anche quello di ottenere i contributi: la good company avrebbe potuto conseguire i benefici più facilmente di quanto avrebbe fatto, per così dire, la bad company” che ha accumulato debiti con il Fisco per oltre 5 milioni di euro ed ha anche accertato che il prezzo di cessione era stato simulato evidenziando che l’amministratore unico delle due società era sempre lo stesso cioè Gaspare Cardamone, e sempre in società con suo fratello Giancarlo.

Giancarlo Cardamone

Il giudice nella sua sentenza  sostenne che “Le due società coinvolte nella cessione facevano capo alla stessa persona fisica, la quale assumeva il ruolo di amministratore unico anche della cessionaria, oltre che della cedente: eloquente nel senso della evidente ricorrenza dell’unicità del centro di interessi da considerarsi artefice della operazione, il rilievo che le due raccomandate nelle quali si sarebbe consacrato l’accordo simulatorio sul prezzo fossero a firma della stessa persona“.

Nel frattempo come rivelato “esclusivamente” da questo giornale, si era attivato anche Nucleo Speciale Radiodiffusione Editoria del Comando Generale della Guardia di Finanza, che affianca presso l’ AGCOM, l’ Autorità per le garanzie nelle comunicazione che affianca il Mise (Ministero dello Sviluppo economico).

I finanzieri del Nucleo Speciale Radiodiffusione Editoria avevano soffermato le proprie attenzioni e controlli  sull’assegnazione e controllo della regolarità dei contributi pubblici di Stato per l’emittenza televisiva privata, delegando a delle approfondite indagini i colleghi del Comando Provinciale di Taranto, ed avevano scoperto che la Mastermedia Club srl, pur avendo solo rilevato fittiziamente un ramo d’azienda, aveva persino richiesto nel 2018 i contributi per Studio 100 per l’anno 2016 cioè quando non era neanche stato stipulato il contratto fittizio di cessione del ramo d’azienda.

Sulla vicenda era stata aperto un fascicolo d’indagine da parte della Procura di Taranto, che però si era perso in qualche cassetto di una ben nota scrivania, dove spesso e volentieri si insabbiano alcuni procedimenti, per i quali presto potrebbe arrivare un’ispezione del Ministero di Giustizia e l’apertura di un procedimento dinnanzi alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura dell’organo di autocontrollo della giustizia italiana, che dopo lo “scandalo Lotti-Ferri-Palamara”, sembra essere diventato molto rigoroso.

Secondo fonti del Tribunale di Taranto nel provvedimento vengono coinvolte anche le operazioni pubblicitarie e sponsorizzazioni  con la società sportiva del Taranto Calcio, che a questo punto sarebbe anch’essa “vittima” delle spregiudicate operazioni pubblicitarie effettuate dai Cardamone.

Nel pomeriggio di ieri abbiamo provato a contattare telefonicamente il curatore dr. Valentini, ma non ci è stato possibile parlargli perchè “in riunione” e pur avendo fatto cortese richiesta di essere richiamati, il nostro telefono non ha ricevuto alcuna risposta o richiamata.

Vorrà dire che domani chiederemo ufficialmente al Presidente del Tribunale di Taranto facente funzione, la dr.ssa De Simone, di rispettare il nostro diritto di cronaca e di consentirci di avere accesso alla decisione del Tribunale che di fatto è pubblica e non “privata“.

Ai dipendenti e colleghi giornalisti di Studio 100 va tutta la nostra solidarietà, augurando loro di trovare forza e coraggio di costituirsi in cooperativa e chiedere al Tribunale fallimentare la gestione, quale creditori privilegiati, dell’emittente televisiva. Fare meglio dei fratelli Cardamone è possibile ed anche molto facile…

 




Nicolò Ghizzardi, magistrato "gentiluomo" lascia la magistratura

di Antonello de Gennaro

Durante il corso della mia trentennale carriera professionale, ho incontrato e conosciuto centinaia di magistrati di tutt’ Italia, compresi numerosi consiglieri di Cassazione, del Consiglio di Stato e del Consiglio Superiore della Magistratura. Uno dei magistrati più bravi, e seri e capaci che ho conosciuto, a giorni andrà in quiescenza, cioè in pensione per i raggiunti limiti d’eta. Sto parlando di Nicolan­gelo Ghizzardi, che il prossimo 22 ottobre compirà 70 anni, ancora per qualche giorno Avvocato Generale della Repubblica presso la Sezione distaccata di Taranto della Corte di Appello di Lecce da cui dipende il distretto jonico, a conclusione di una brillante carriera che lo hanno fatto apprezzare non solo dalle forze dell’ ordine ma anche dagli avvocati.

Nicolangelo Ghizzardi

Ho conosciuto Nicolan­gelo Ghizzardi causalmente in un ristorante del centro di Taranto, mentre entrambi guardavamo in televisione una partita di Champions League dove giocava la “nostra” amata Juventus, e senza sapere neanche chi fosse. Non lo avevo mai incontrato prima. Quando mi è stato presentato da comuni amici al termine della partita, ed ho scoperto chi fosse, ho capito che avevo di fronte un “magistrato-gentiluomo“, e sopratutto una persona dotata di grande spirito di osservazione ed infinita educazione.

Un mese fa trovandomi per  motivi di famiglia presso la Corte di Appello di Taranto , sono andato a salutarlo nel suo ufficio e come sempre ho trovato in lui un interlocutore squisito e cortese, attento e sopratutto pronto al confronto di idee nel reciproco rispetto, con un atteggiamento etico molto raro negli uffici giudiziari di Taranto

La carriera Ghizzardi ebbe ini­zio a Manduria come pretore, e successivamente  proseguita prima come  sostituto pro­curatore  presso la Procura di Taranto,  e successivamente come procuratore aggiunto presso la Procura di Brindisi . Nel corso della sua carriera sopratutto come sostituto a Taranto, Nicolan­gelo Ghizzardi viene ricordato per il suo impegno e lotta senza fine alle associazioni mafiose costituitesi nei clan malavitosi tarantini che durante il decennio 1980/90 si erano in­filtrati con la forza in tutti i business di terra ionica,  avevano fatto esplodere delle autentiche “guerre” fra le varie famiglie della malavita jonica.

Fedele Moretti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi e Francesco Tacente, consigliere tesoriere dell’Ordine degli Avvocati di Taranto

Nel corso della sua carriera svolta fra procedi­menti penali ed i conseguenti  processi antimafia celebrati nelle aule di giustizia, Ghizzardi ha rappresen­tato la pubblica accusa in modo esemplare come gli viene ricono­sciuto da molti avvocati penalisti, che hanno voluto rendergli omaggio la settimana scorsa con una cerimonia tenutasi nell’aula dell’Or­dine forense di Taranto, in occasione della quale è stato evidenziato il garbo istituzionale ed il rispetto nei confronti degli avvocati,  che hanno contraddistinto il suo percorso professionale. Nell’occasione Ghizzardi visibilmente emozionato per la calorosa accoglienza ricevuta, ha evidenziato come “all’Avvocatura jonica va il riconoscimento della funzione importante che viene svolta: senza la loro attività non esisterebbero democrazia e una dialettica che garantisca il giusto processo, sia civile che penale“.

Secondo il procuratore Ghizzardi la conflittualità non ha mai fatto bene a nessuno e tantomeno può farlo alla Giustizia. “Ho sem­pre ritenuto che sia possibile ottenere molto di più con un sorriso ed il buon senso che con le urla e le minacce“. dice Ghizzardi, aggiungendo “se non c’è un’avvocatura forte in uno stato di diritto, che sia capace di contrapporsi alla magistratura di fatto verrebbe meno  uno dei pilastri fondamentali della democrazia“.

la Corte di Appello di Taranto

“La Giustizia funziona soltanto se c’è un’azio­ne sinergica, di questo sono fer­mamente convinto” continua Ghizzardinon sono mai stato dell’idea che un pubblico ministero debba cercare a tutti i costi la condanna dell’imputato, ma che invece sia più giusto e corretto attendersi una decisione giusta. E’ sempre stato questo il mio obiettivo”

“Ho sempre avuto il massimo rispetto e ho apprezzato la professionali­tà e la competenza degli avvocati sin da quando ero un giovane pretore all’inizio della mia carriera, quando mi oc­cupava di cause civili e del lavoro – conclude Nicolan­gelo Ghizzardi  – Così come dalle memorie difensive dei penalisti ho compreso le la­cune investigative di alcune mie indagini. Ovviamente tutti pos­siamo sbagliare, i giudici come gli avvocati, ma sempre in buona fede”.

Al dottor Ghizzardi vanno i più sinceri ringraziamenti della Fondazione, Direzione, e Redazione del Corriere del Giorno, che ha sempre seguito e rispettato prestando la dovuta attenzione alle vicende giudiziarie portate alla ribalta del nostro giornale.

 




Scandalo Csm, Luca Lotti conferma: il complotto c’è stato

Luca Lotti

ROMALuca Lotti, ha le idee chiare. sulla responsabilità individuale dei politici, qualche giorno fa in una lettera pubblica al Foglio: “Di ogni azione il politico risponde non solo a se stesso, ma a un’intera comunità di persone che rappresenta e che gli danno fiducia, lo sostengono, lo incoraggiano”   spiegando i motivi per cui  ha deciso di restare nel Pd  invece di seguire l’amico e mentore Matteo Renzi.

Adesso, è difficile prevedere come gli elettori giudicheranno la sua scelta politica. Né tantomeno come Lotti posizionerà la sua “Base Riformista“, la corrente interna al Pd composta da oltre cinquanta parlamentari della quale è leader insieme a Lorenzo Guerini. E’ molto probabile che molti simpatizzanti fra i quali il segretario Nicola Zingaretti  gli chiederanno spiegazione di alcune sue azioni extrapolitiche,  dopo le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Lotti in un interrogatorio reso in gran silenzio davanti ai pm di Milano qualche mese fa .

L’ex sottosegretario del Governo Renzi è stato travolto lo scorso giugno  dal ciclone che ha destabilizzato il Consiglio superiore della magistratura, quando è stato  intercettato dai finanzieri delegati dalla procura di Perugia mentre chiacchierava con il magistrato Luca Palamara e l’allora deputato-magistrato del Pd Cosimo Ferri,  di nomine di importanti uffici giudiziari .  Lotti s’è dovuto addirittura autosospendere dal partito. “Almeno fino a quando la vicenda non sarà chiarita”.

Il settimanale L’Espresso ha però scoperto che anche i magistrati milanesi hanno cominciato ad indagare seriamente, e che Lotti è stato interrogato da loro  all’inizio dell’estate in gran segreto . I pubblici ministeri Laura Pedio e Paolo Storari della procura di Milano lo hanno convocato per ascoltarlo in merito ad alcune frasi che i colleghi di Perugia avevano considerato rilevanti, e che avevano inviato per i dovuti accertamenti alla procura guidata da Francesco Greco .

Al setaccio della procura milanese sono finiti in particolare quei passaggi in cui Lotti, Ferri e Palamara discutono di alcune “carte dell’Eni” da usare per un dossier contro Paolo Ielo procuratore aggiunto della Procura di Roma,  il magistrato che ha chiesto a fine 2018 il rinvio a giudizio di Lotti per favoreggiamento in merito alla fuga di notizie sul “Caso Consip“, e che aveva dato il via all’inchiesta contro il magistrato Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, trasmessa poi a Perugia per dovuta competenza.

I due magistrati milanesi Pedio e Storari, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale,  hanno contestato in particolare a Lotti che era stato convocato non come indagato ma in qualità di testimone e quindi l’ex ministro aveva l’obbligo di dire tutta la verità, rischiando contrariamente un’imputazione di falsa testimonianza, su un dialogo chiave cioè quello in cui il politico del Pd e Palamara discutono di un esposto che il magistrato capitolino Stefano Fava aveva spedito al Csm, Una denuncia strumentale durissima nella quale Fava che attualmente è indagato a Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione di segreto d’ufficio”  criticava duramente sia l’ ex capo della procura romana Giuseppe Pignatone,  andato in pensione, ma anche l’aggiunto Paolo Ielo, accusandolo di avere un conflitto d’interessi in merito ad alcune inchieste penali per via di alcune consulenze professionali ottenute dal fratello Domenico, avvocato,  che ha lavorato anche con l’Eni.

Come rivelato a giugno dal settimanale L’ Espresso, le intercettazioni erano state spedite a Milano perché Lotti, in una affermazione, aveva coinvolto  l’amministratore delegato dell’ ENI Claudio Descalzi, già imputato a Milano per una presunta corruzione internazionale. L’ex ministro dello Sport, il 21 maggio 2019, mentre parla di Ielo e dell’esposto di Fava con Palamara e Ferri, rivela agli amici che lui ha già le carte sul fratello Domenico Ielo,  aggiungendo che i documenti gli sarebbero stati consegnati proprio da Descalzi in persona.

Davanti ai pm milanesi che gli domandavano il significato delle frasi registrate, Lotti non ha potuto negare le parole cristallizzate dal trojan inoculato dal Gico della Guardia di Finanza nel cellulare di Palamara. L’ex ministro del Pd, secondo quanto risulta all’Espresso, ha dichiarato di aver ricevuto l’indicazione di cercare attraverso l’Eni carte potenzialmente compromettenti su Domenico Ielo, da usare poi contro il fratello Paolo. dallo stesso Palamara, allora “leader” della corrente Unicost , e da Ferri magistrato – deputato eletto anch’egli nelle liste del Pd e da sempre “leader” della corrente di  Magistratura Indipendente.

Lotti in pratica ha confermato ai magistrati che la preparazione di un dossier contro il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo,  fu avviata realmente. Mentre ha tirato in ballo come presunti mandanti del complotto Palamara e Ferri, ha “scagionato” l’Eni e il suo amministratore delegato De Scalzi. L’ex-braccio destro di Renzi ha infatti ammesso a verbale di aver cercato i contratti del fratello di Ielo (risulta abbia contattato Claudio Granata, un dirigente di primo piano estraneo all’inchiesta, ritenuto  “vicinissimo” a Descalzi,  ) ma ha aggiunto che dai piani alti dell’ ENI non gli sarebbe mai arrivato nulla.

 L’ex ministro renziano ha spiegato di aver parlato di Descalzi  che venne nominato amministratore delegato dell’Eni nel 2014 dal governo Renzi, nelle conversazioni intercettate a maggio, in cui sosteneva di avere già in tasca “la carta dell’Eni“solo per mostrarsi influente agli occhi dei suoi sodali. In poche parole, avrebbe compiuto un millantato credito. L’estraneità del top manager del colosso petrolifero al “dossieraggio” su Paolo Ielo ha avuto comunque riscontri indiretti dai controlli della Guardia di Finanza, che ha effettuato i dovuti accertamenti sull’entità effettiva degli incarichi professionali ottenuti dal fratello Domenico Ielo con l’Eni, riscontrando che  le parcelle sono più basse rispetto a quelle riferite da Lotti nell’intercettazione. È quindi ipotizzabile che il gruppetto i veri contratti non li abbia mai avuti in mano.

I congiurati del Csm sembrano avere un vero assillo verso Paolo Ielo . Si parla del magistrato non solo nell’incontro del 21 maggio, ma anche in altre riunioni . Infatti nell’informativa del Gico della Guardia di Finanza viene dedicato un intero paragrafo dei dialoghi sul pm intercettati  : “L’attività di ascolto del colloqui fra presenti della notte del 9 maggio 2019 permetteva di rilevare l’esistenza di un esposto presente alla I Commissione del Csm di interesse da parte dei soggetti presenti“, spiegano gli uomini della Fiamme Gialle.

Per la precisione è della notte in cui Lotti, Ferri, Palamara ed i cinque membri togati del Csm, successivamente dimessisi a seguito della pubblicazione sui giornali delle trascrizioni delle intercettazioni,  discutevano in una saletta riservata dell’anonimo hotel romano “Champagne” adiacente a Palazzo dei Marescailli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura, delle nomine, accordi e cordate per “piazzare” magistrati di fiducia e sopratutto controllabili ai vertici delle procure italiane.

 I “carbonari con la toga” quel 9 maggio pianificavano anche  su come azzoppare il procuratore aggiunto Paolo Ielo del pool anticorruzione della Procura romana, con l’intento dichiarato da favorire una “discontinuità” nella procura della Capitale dove Palamara e compagni speravano potesse “piazzare” Marcello Viola, il procuratore generale di Firenze che per i “carbonari” è l’uomo giusto, da preferire  più degli altri candidati Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi per cambiare la politica di rigore ed indipendenza applicata per anni da Pignatone ed i suoi “fedelissimi”.

Dopo l’esplosione dello scandalo il Csm ha revocato la decisione precedentemente assunta della Commissione che aveva votato la terna, ed adesso per la successione di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma, sono tornati in gioco tutti e tredici i candidati iniziali, compreso l’attuale procuratore aggiunto Michele Prestipino.

da sx, Cosimo Ferri, Luca Lotti e Luca Palamara

Lotti quella sera parlando del dossier anti Ielo interviene più volte e  chiede agli altri “carbonari”  “che cosa deve arrivare al presidente della situazione a Roma“, millantando che le informazioni che screditano il pm grazie a lui possano arrivare direttamente alle orecchie del Capo dello Stato. A notte fonda, l’ex- renziano spiega di nuovo a Palamara: “Luca, la roba che c’è in prima ( cioè la 1a Commissione del Csm, dove il pm Fava ha depositato il suo esposto contro Ielo – ndr)… su Roma… è pesante… sia il Quirinale, sia David (Ermini, il vicepresidente del Csm ndr) lo vogliono affossare… a noi la decisione Luca. Che si fa? Si spinge? Una volta che si è fatto anche gli aggiunti“. E poco dopo, sempre rivolgendosi all’amico Palamara : “Poi il fratello di Ielo… c’ha na consulenza all’Eni“. Ed aggiunge: “Che si fa? Si fa uscire poi? Dopo che s’è fatto gli aggiunti…“. Palamara è d’accordo , spiegando che sarà il magistrato Stefano Fava, con il suo esposto depositato ed agli atti della Prima Commissione (la “disciplinare” n.d.r.) , a fare scoppiare lo scandalo. Ma Lotti teme che il pm possa alla fine fare un passo indietro: “E fai uscire anche un po’ i fratelli… voglio vedé, voglio sentirlo Fava che dice… i fratelli, le cose… non sarà così pazzo“.

Le azioni del gruppetto dei “carbonari” sembrano lontane da qualsiasi regola istituzionale e deontologica, lasciando da parte la rilevanza penale  delle loro azioni che è da comprovare  . Sia   perché Lotti e Palamara potrebbero avere più di un motivo per vendicarsi dell’operato di Ielo, ed anche perché  il magistrato Ferri ,  attualmente  in aspettativa passato alla politica come deputato del Pd, continua ad occuparsi ancora di nomine e poltrone delle procure italiane. Come hanno scritto i pm di Perugia in merito alla denuncia di Fava, il dossier contro Ielo è di fatto meramente strumentale: risulta infatti  inconfutabile  che Ielo quando la Procura di Roma aprì l’inchiesta sull’ ENI, che ha poi portato all’arresto degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore,  dichiarò immediatamente ed in anticipo rispetto ai fatti il potenziale conflitto d’interessi legato agli incarichi professionali del fratello, e con grande tatto e deontologia professionale decise di astenersi dall’occuparsi dell’ indagine sull’Eni.

Analoga decisione adottata per l’inchiesta aperta dalla procura di Roma su Condotte, l’ azienda di costruzioni finita sotto commissariamento,  che si avvale di alcune consulenze dell’ avvocato fratello del magistrato Paolo Ielo  che quell’occasione scrisse una lettera al procuratore capo  Pignatone con la quale spiegava i motivi che lo inducevano a non potersi occupare dei fascicoli.

Luca Lotti esce dalla Procura di Roma

E’ molto probabile che adesso i verbali dell’interrogatorio di Lotti vengano trasferiti a Perugia, dove  i magistrati qualche giorno fa hanno chiesto una proroga dell’indagine che, partita per una presunta corruzione di Palamara e di Centofanti, ha finito per devastare tutta la magistratura italiana.

La questione Lotti potrebbe creare delle ripercussioni anche sulla politica: è notizia di qualche giorno fa  che il capocorrente Lotti, ha annunciato di lavorare costantemente all’organizzazione ed espansione “su tutto il territorio nazionale”  della corrente Base Riformista interna al Pd, abbia anche ammesso ai magistrati milanesi nel corso del suo interrogatorio-testimonianza di aver provato a ottenere documenti per danneggiare un  magistrato (cioè Ielo)  che aveva richiesto il suo rinvio a giudizio. “Su indicazione”, ha aggiunto, “di Palamara e Ferri, quest’ultimo fuoriuscito dal Pd e passato qualche giorno fa con  “Italia Viva” il movimento fondato da Matteo Renzi .

Un’ammissione che sicuramente verrà fatta “pesare” da più di uno dei vertici del Pd . Il tesoriere Luigi Zanda a giugno fu durissimo con Lotti, mentre il segretario nazionale Nicola Zingaretti lo ringraziò  “per essersi autosospeso dal partito, un gesto non scontato che considero di grande responsabilità“, ma eticamente inaccettabile per i nuovi “soci” di governo del Movimento 5 Stelle. che presto dovranno occuparsi della riforma della giustizia insieme al Pd ed i renziani . E tutta questa vicenda difficilmente non avrà peso sugli equilibri del governo giallorosso.




Csm: Riaperti i giochi per la guida della Procura di Roma

ROMA – Il Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di azzerare il precedente voto di maggio e riavviare la procedura per la nomina del nuovo procuratore di Roma, a seguito dello “scandalo Palamara” grazie al quale sono venute alla luce le manovre illecite per manipolare le importanti nomine ai vertici degli uffici giudiziari delle Procure prive di guida, l’ organo di autogoverno dei giudici, i cui equilibri correntizi sono stati letteralmente “ribaltati” nel peso ed equilibrio delle correnti interne.

La Commissione Incarichi Direttivi del Csm, quattro mesi fa aveva indicato con 4 voti su 6 il procuratore generale di Firenze Marcello Viola. Mestre si aspettava della la del plenum del Consiglio  s’ è scoperto che Viola era il candidato della “cricca” che disegnava strategie venendo intercettata con la microspia inoculata nel telefono dell’ormai ex pm romano Luca Palamara il quale aspirava a diventare procuratore aggiunto, prima di essere indagato per corruzione. Insieme ai magistrati della “cricca” guidata da Palamara si attovagliavano nelle cene e riunioni carbonare notturne  anche il magistrato-deputato del Partito Democratico Cosimo Ferri  che nei giorni scorsi ha seguito Matteo Renzi nella scissione, ed il deputato-imputato Luca Lotti almeno per ora rimasto nel Pd, insieme a cinque componenti togati del Csm delle correnti di Magistratura indipendente ed Unicost che una volta diventati pubblici i loro incontri segreti ed i rispettivi comportamenti poco etici, hanno ben pensato prima di auto-sospendersi e poi di dimettersi.

La commissione  che nel frattempo ha cambiato il presidente dimissionario, ha deciso ieri di revocare le proprie proposte del maggio scorso e quindi in corsa non ci sono più soltanto Marcello Viola ed i procuratori di Palermo Franco Lo Voi e quello di Firenze Giuseppe Creazzo, i quali avevano ottenuto un voto ciascuno dalla  Commissione Incarichi Direttivi ma bensì si ritorna all’ originale elenco di 13 candidati. Tra i quali figura anche l’attuale procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, che  sta svolgendo il ruolo di reggente dell’ ufficio dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone del maggio scorso.

Il presidente Mattarella ed il vice presidente CSM David Ermini

È molto probabile che la commissione questa volta prima di votare  decida di ascoltare nelle audizioni i progetti dei candidati,  richiesta che in passato il vicepresidente del Csm David Ermini aveva sollecitato anche a nome del capo dello Stato, non venendo ascoltati dai consiglieri del Csm (ora fuoriusciti) che miravano solo e soltanto agli scopi ed interessi personali venuti a galla dalle intercettazioni della Guardia di Finanza delegata in tal senso dalla Procura di Perugia.

Ieri sono arrivate in commissione le indicazioni per la guida della Procura di Torino, rimasta vacante dal dicembre scorso dopo il pensionamento di Armando Spataro. Questo il risultato della votazione: Salvatore Vitiello attuale procuratore capo di Siena  ha ricevuto 4 voti, il procuratore aggiunto Anna Maria Loreto soltanto 2. Fra gli incarichi di prestigio rimasti scoperti ed a disposizione vi è anche la Procura generale della Suprema Corte di Cassazione, rimasta vacante dopo l’abbandono ed uscita di Riccardo Fuzio anch’egli coinvolto nello “scandalo Palamara“. Al momento i candidati più autorevoli sono il procuratore generale della Corte di Appello di Roma Giovanni Salvi e quello di Venezia Antonello Mura .




CSM. Il presidente Mattarella scrive ad Ermini. Il togato Criscuoli si dimette da consigliere

ROMA – Il Vice Presidente del Csm David Ermini ha ricevuto ieri sera la lettera del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la quale sono state trasmesse le dimissioni del consigliere Paolo Criscuoli da componente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Criscuoli, togato di Magistratura Indipendente, era tornato pochi giorni fa, il 9 settembre, al lavoro a Palazzo dei Marescialli. Si era autosospeso dall’incarico il 4 giugno scorso, dopo essere stato tirato in ballo nell’inchiesta della Procura di Perugia sul tentativo di condizionamento delle nomine dei vertici di alcuni degli uffici giudiziari più importanti d’Italia, in cui tra gli altri, è indagato per corruzione l’ex consigliere del Csm, Luca Palamara.

Criscuoli era l’unico dei 5 togati coinvolti nello scandalo emerso dall’inchiesta di Perugia che non si era ancora dimesso dal Consiglio.

Paolo Criscuoli

Con profondo rammarico comunico che ho rassegnato direttamente nelle mani del presidente della Repubblica le mie dimissioni quale componente del Consiglio Superiore della Magistratura, chiedendo contestualmente il collocamento in ruolo” scrive il togato Paolo Criscuoli, che ieri sera ha comunicato le sue dimissioni dal Consiglio Superiore della Magistratura, in una lettera aperta inviata agli iscritti dell’Anm, scrivendo “Ho la piena coscienza di non aver mai tradito il mio mandato. Compio questo gesto esclusivamente per il profondo rispetto che nutro nei confronti dell’istituzione e del suo Presidente, pur consapevole che avevo pieno diritto e anzi sentivo il dovere di continuare a ricoprire la carica consiliare“.

Il Capo dello Stato ha ravvisato nella lettera di dimissioni presentata da Criscuoli senso di responsabilità e rispetto delle istituzioni, come si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Csm.

Criscuoli  è il quinto consigliere a lasciare Palazzo dei marescialli dopo lo “scandalo” delle nomine. Al momento sono 16 le candidature presentate per le elezioni suppletive di ottobre, quando il Consiglio superiore dei magistrati sarà chiamato a eleggere due nuovi membri togati, dopo le dimissioni per lo scandalo nel Csm scoppiato a giugno con le intercettazioni che riguardavano Luca Palamara.

I magistrati che subentreranno saranno scelti tra il 6 e il 7 ottobre. Bocciato il metodo del sorteggio, proposto anche dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, perché ritenuto incostituzionale dall’Associazione Nazionale Magistrati.




Inchiesta Why Not: per la Cassazione "nessun complotto contro de Magistris"

ROMA – Lo scontro tra le procure della repubblica di Catanzaro e di Salerno, con i rispettivi magistrati che si facevano la guerra a colpi avvisi di garanzia, di perquisizioni e sequestri, non aveva mai avuto precedenti e tantomeno in seguito casi analoghi. Il punto di non ritorno fu toccato quando due inchieste Why Not e Poseidone, che riguardavano esponenti politici molto noti le cui posizioni furono successivamente archiviate,  dopo essere state sottratte a Luigi de Magistris a quell’epoca pm nel capoluogo calabrese .

Luigi De Magistris

Per placare le acque dovette intervenire persino Giorgio Napolitano che nel 2008 era il presidente della Repubblica, e quindi presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il quale  chiese chiarimenti ed informazioni per quello scontro “con gravi implicazioni”. 12 anni dopo da quando tutto è iniziato, e cioè da quando, de Magistris presentò delle denunce con quali sosteneva che le inchieste gli erano state sottratte illecitamente, la Corte di Cassazione ha scritto un altro importante capitolo di una tormentata vicenda giudiziaria. La Suprema Corte infatti ha sentenziato  che i fascicoli che vennero sottratti legittimamente all’allora pm di Catanzaro, che quindi  i reati di abuso d’ufficio non furono commessi e, conseguentemente, ai danni di de Magistris non vi è stato nessun complotto.

Gli ermellini del collegio giudicante della sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Salerno che dichiarava prescritti i reati contestati a Salvatore Murone ex procuratore aggiunto di Catanzaro (difeso dall’ Avv. Mario Murone),  e all’avvocato generale Dolcino Favi, (difeso dall’Avv. Francesco Favi) cioè coloro che avevano avocato i fascicoli all’attuale sindaco di Napoli , così convalidandola sentenza di primo grado del Tribunale di Salerno che aveva assolto i due magistrati catanzaresi. L’assoluzione comprende anche l’ex senatore ed avvocato Giancarlo Pittelli, il procuratore Mariano Lombardi che nel frattempo è deceduto,  e l’imprenditore Antonio Saladino, assolti – si legge in una nota- per insussistenza del fatto, così come avvenuto in primo grado.

La Corte d’appello di Salerno nell’ accogliere il ricorso della “parte civile” de Magistris, aveva modificato a suo tempo la sentenza del Tribunale sostenendo che vi era stato un abuso d’ufficio che nel tempo si era prescritto. Una nota riporta che “decidendo sul ricorso di Pittelli, Favi e Murone – prosegue la nota – la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione di appello confermando l’insussistenza dei fatti denunciati da de Magistris”. “Il tribunale di Salerno, con sentenza resa irrevocabile dalla Corte di Cassazione, ha stabilito la doverosità dei provvedimenti tenuti dai magistrati Murone e Favi in quanto devono ritenersi illegittimi i comportamenti tenuti da de Magistris che hanno portato all’adozione dei provvedimenti di revoca e di avocazione”, ha chiosato l’avvocato Mario Murone, che difendeva Salvatore Murone.

La Cassazione ha finalmente e definitivamente chiuso a mio favore la vicenda Why Not – aggiunge Murone l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro- Tutte le mistificazioni, le bugie, le cattiverie sono finite, l’assoluzione del primo grado è stata ribadita ieri a dimostrazione che le vicende successe al signor de Magistris non sono il frutto di complotti, di poteri forti e livelli superiori, ma solo il suo modo di fare il pubblico ministero già stigmatizzato dai provvedimenti di carriera che lo hanno colpito, portandolo fuori dalla magistratura“. Murone è un fiume in piena: “Abbiamo peccato in un eccesso di fiducia nei confronti dello Stato, abbiamo sottovalutato l’effetto de Magistris. Ci sono voluti dodici anni per fare giustizia, una giustizia in cui ho sempre creduto anche se vedendo certi comportamenti, pure di certi colleghi, ho tentennato”. L’ex aggiunto è stanco ma ci tiene a dire un’ultima cosa: “Quel che è successo dodici anni fa doveva essere da monito per la magistratura, credo che quell’esperienza abbia segnato un punto di non ritorno. Dodici anni dopo noi siamo stati assolti, tante inchieste eclatanti sono finite nel nulla, tanta gente ha sofferto inutilmente e il signor de Magistris non indossa più la toga bensì la fascia tricolore da sindaco di Napoli“.

Parla di “vicenda surreale” Dolcino Favi. Usa poche parole ma, pensando al passato, non nasconde disappunto. ”È talmente tanta l’amarezza e la sofferenza patita che non ho niente da commentare perché i fatti si commentavano da soli già 12 anni fa. De Magistris? E che vi devo dire? Devo commentare la sua carriera politica? Sarà la storia dei grandi uomini a giudicarlo…”.

Con la decisione arrivata oggi la vicenda giudiziaria può dirsi conclusa. Restano le polemiche: “La storia non può essere cambiata, qualunque sia la motivazione della Cassazione”, ha detto Luigi de Magistris, commentando la decisione “Il fatto storico è ricostruito in via definitiva, perché la Cassazione non può entrare nel fatto”, ha affermato il sindaco di Napoli. Poi l’attacco nei confronti di Murone e Favi: “La sentenza della Corte d’Appello di Salerno in cui si parla di condotte, seppur prescritte, di abuso d’ufficio, quindi di sottrazioni illecite delle inchieste Why Not e Poseidone, al fine di danneggiarmi e avvantaggiare gli indagati è un fatto storico acclarato. Leggo dichiarazioni molto affrettate da parte degli imputati senza ancora leggere la motivazione però ci sono alcune cose chiare dalle quali non si può scappare”. “Questa è la storia – ha concluso il sindaco di Napoli – Per il resto dicessero quello che vogliono, da una parte ci sono le persone perbene e dall’altra le persone che hanno commesso fatti molto gravi”.

 

 




Per la procura di Bari in corsa anche Capristo ? "Voglio restare a Taranto, non vado alla ricerca di poltrone" smentisce il procuratore capo

ROMA – Fra i probabili concorrenti per la successione a Giuseppe Volpe, il capo della Procura di Bari che andrà in pensione ad agosto del prossimo anno negli ambienti giudiziari baresi circola anche il nome di Carlo Maria Capristo, l’attuale procuratore di Taranto, a conferma di quanto avevamo pubblicato nei giorni scorsi. Ipotesi sostenuta dalla circostanza che Capristo  avrebbe legittimamente le carte in regola non solo professionalmente, ma anche “tecnicamente” per partecipare all’assegnazione della procura, in quanto a marzo 2020 finiscono i suoi primi quattro anni al vertice della procura tarantina e quindi il magistrato barese  avrebbe il diritto di poter chiedere il trasferimento in una procura più grande e sicuramente più prestigiosa.
Da noi contattato il Procuratore di Taranto ha smentito queste voci. “Non sono alla ricerca di poltrone” ha dichiarato Capristo al CORRIERE DEL GIORNOe voglio mantenere fermi i miei impegni per Taranto che enunciai al mio insediamento, salute permettendo. Non lascio mai gli impegni che assumo a metà
Nonostante qualche articolo “pilotato” dai soliti amici degli amici... alla data odierna non risulta avviato alcun procedimento nei suoi confronti dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, nei confronti di Capristo, così come non è arrivata alcuna richiesta di rinvio a giudizio per il presunto depistaggio di alcune indagini sulle tangenti Eni, per la quale era stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Siracusa, a seguito di alcune lettere anonime. quale atto dovuto.
Capristo è stato ascoltato dal procuratore capo di Siracusa Maurizio De Lucia e dal pm Antonio Carchietti, ai quali ha chiarito persino documentalmente l’assoluta legalità dei suoi atti e comportamenti, che confermavano le indagini fatte a suo tempo dai magistrati di Trani, e la sua lettera di trasmissione alla Procura di Messina dopo la relazione redatta dai magistrati inquirenti.
E’ semplicemente ridicolo quanto scritto dal quotidiano La Repubblica, dalla redazione di Bari,  che partendo dal presupposto che Capristo era il procuratore di Trani, ritiene  “inevitabile” la possibilità che sia stato al corrente degli illeciti accaduti in quegli uffici giudiziari. In realtà al contrario di quanto scrive il giornale romano, che dimostra di essere poco e male informato,  la posizione di Capristo è stata valutata dai magistrati della procura di Lecce salentini, che non hanno trovato alcun suo atto illecito, anomalia, coinvolgimento e non gli hanno contestano alcun addebito.
Oltre al nome di Capristo  si fanno i nomi anche dei due procuratori aggiunti del capoluogo pugliese Roberto Rossi e Francesco Giannella che era l’ aggiunto alla Procura di Trani retta a suo tempo da Capristo, e quindi utilizzando il teorema farneticante di Repubblicanon poteva non sapere” ! Ma alla guida della procura di Bari potrebbero concorrere anche magistrati attualmente in servizio presso altre Procure, come Francesca Romana Pirrelli, procuratore aggiunto a Foggia, ed Elisabetta Pugliese, sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia (Dna), la quale si era già candidata per la procura di Matera, dove si vide preferire  dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura l’ex-procuratore aggiunto di Taranto, Pietro Argentino nonostante i suoi comportamenti poco trasparenti, nomina frutto di un accordo “politico” fra le correnti “deviate” del Csm ed in particolare quella di area che voleva portare sulla poltrona di Argentino (riuscendoci) come procuratore aggiunto a Taranto, l’ex segretario nazionale dell’ ANM, Maurizio Carbone che nonostante la sua intensa attività politico-sindacale, da oltre 20 anni faceva il sostituto procuratore della repubblica di Taranto. 
Secondo l’ edizione barese del quotidiano La Repubblica, la Pirrelli e la Pugliesesarebbero legittimate a partecipare al bando ma non è detto che vogliano farlo, così come Gaetano Paci, procuratore aggiunto a Reggio Calabria; Francesco Prete, attualmente capo della Procura di Velletri; Luca Masini, reggente a Salerno; Giovanni Russo, procuratore aggiunto della Dna. E proprio alla Dna sembra destinato il pm Giuseppe Gatti, mentre il collega Renato Nitti potrebbe diventare procuratore aggiunto al posto di Giorgio Lino Bruno , che a novembre prossimo lascerà il posto di coordinatore del pool reati contro la pubblica amministrazione: quello che a breve dovrebbe chiudere le indagini sul governatore pugliese Michele Emiliano.
Legittimo chiedersi a questo punto, chi fornisce queste informazioni al quotidiano romano, che più volte è stato “beccato” per aver agito illegalmente nelle procure, ed utilizzato informazioni tele-pilotate dai soliti “amici degli amici” nelle procure ? E sopratutto come si fanno a pubblicare certe notizie ancora prima che vengano messe a concorso dal Csm !
Prima o poi qualcuno lo scoprirà. Palamara, Ferri , Palamara & company docet….



"Toghe sporche". Continua il rimpallo di versioni strumentali fra i magistrati di Trani

ROMA – L’ex gip del Tribunale di Trani Michele Nardi , successivamente passato a fare il pm a Roma prima di essere sospeso dal Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura, al contrario di Antonio Savasta, che non solo si è dimesso dalla magistratura ma ha collaborato con la Procura di Lecce nel corso delle indagini ammettendo le sue malefatte, ha aperto bocca una sola volta, in occasione dell’interrogatorio di garanzia relativo al suo arresto avvenuto il 17 gennaio scorso, con le accuse di “associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari ” .

Antonio Savasta e Michele Nardi

Dopodichè l’ex gip di Trani si è trincerato dietro un silenzio assordante, restando detenuto in carcere da sette mesi in quanto la Procura di Lecce non ha mai dato credibilità alle sue dichiarazioni. Nardi ha sostenuto da subito  di non aver ricevuto soldi o regali da Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che ha denunciato di aver consegnato 2 milioni di euro al duo  NardiSavasta. Con sfacciataggine Nardi è arrivato a sostenere persino che era D’Introno a pretendere soldi da lui.

L’imprenditore Flavio D’Introno nei suoi racconti ai Carabinieri, coordinati dalla Procura di Lecce, ha riferito di essersi dovuto recare spesso a Roma per portare le somme di denaro in contanti a Nardi che nel frattempo era stato trasferito a Roma, dove faceva il sostituto procuratore della repubblica . Ma Nardi ha negato dicendo “Perché doveva venire a Roma a portarmi i soldi? Prendere l’aereo, quando il fine settimana io tornavo a Trani, veniva a casa e mi lasciava i soldi se mi doveva lascare i soldi, doveva venire fino a Roma a portarmeli, che senso ha una cosa del genere?” sostenendo che quei viaggi a Roma erano “una copertura”  creata ad hoc da D’Introno, che a suo dire “gestiva due o tre amichette contemporaneamente, allora doveva giustificare perché andava a Roma“.

Secondo l’accusa, Michele Nardi avrebbe preteso da D’Introno un sorta di tangente del 10% di tutto quello che pagava agli altri magistrati coinvolti nell’inchiesta. Ma Nardi per difendersi accusa Savasta: “È una cosa studiata ad arte per un motivo molto semplice: coinvolgermi in tutte le porcate che ha fatto con Savasta“.  e per difendersi dalle accuse di D’Introno di aver preteso 500 euro al giorno che gli sarebbero serviti per il suo “tenore di vita” costellato di viaggi e donne. “Le sembra un tenore di vita da 500 euro al giorno? Ho fatto la doppia cessione del quinto dello stipendio l’anno scorso quando mi sono separato da mia moglie e in banca ho 21 mila euro” si è difeso Nardi.

Nardi ha negato di essere intervenuto per aggiustare processi: “L’aiuto che io ho dato a D’Introno è stato questo, mi sono letto le sue carte, gli ho detto quello che pensavo della sua situazione processuale“. Ed accusato Antonio Savasta, l’ex pm con cui è accusato di aver creato la cricca delle inchieste truccate,  di aver fatto  il “doppiogiochista”, dichiarando  “Sì, purtroppo sì. Io quando ho letto queste intercettazioni sono rimasto scioccato, perché lui faceva l’amicone con me e faceva l’amicone con lui, diceva una casa a me e diceva una cosa a lui, è stato un doppiogiochista“. Nardi nel suo interrogatorio ha ammesso tre incontri a Roma, avvenuti a suo dire tutti in chiesa durante cerimonie mistiche, sostenendo che i rapporti si erano rotti per via della gestione dell’inchiesta Casillo (il re del grano, che venne arrestato e successivamente assolto, il quale ha dichiarato di aver dovuto pagare per poter uscire dal carcere.

L’unica volta che ci siamo incontrati per caso  è stato il giorno prima che ci hanno arrestati alla stazione perché tutt’e due abbiamo preso casualmente il treno” ha detto  Nardi riferendosi a Savasta. L’indomani mattina Nardi doveva recarsi a Firenze. Ma non è mai arrivato a destinazione.

Su Michele Nardi , il CORRIERE DEL GIORNO ha scoperto anche un episodio a dir poco imbarazzante… In un procedimento giudiziario tuttora in corso a Roma,  di cui il pm Michele Nardi era titolare del fascicolo d’indagine, dispose una perquisizione (infruttifera n.d.r.) nei confronti di una donna tarantina, che gestiva un centro estetico a pochi passi da piazzale Clodio, sede della Procura e del Tribunale Penale di Roma. Piccolo particolare, guarda caso,  una “amichetta” del Nardi era stata da poco licenziata da quel centro in cui faceva la segretaria-estetista . Soltanto coincidenze ?

Ma non sono sole le accuse di D’ Introno ad inchiodare Michele Nardi, in quanto gli vengono contestati i 200mila euro ottenuti dall’imprenditore Paolo Tarantini di Corato, per bloccare una falsa indagine fiscale. Secondo le accuse di D’Introno verbalizzate dalla Polizia Giudiziaria, la percentuale spettante al Nardi sarebbe stata consegnata alla sorella in una stazione di servizio. Circostanza questa che viene negata da Nardi: “Vi invito a chiamare questo Tarantini e a fare un riconoscimento, vedere se riconosce mia sorella, mia sorella non guida la macchina e quindi non so come sarebbe potuta arrivare alla Esso“.

L’ ex Gip di Trani Michele Nardi nel suo interrogatorio di garanzia ha raccontato di aver fatto la conoscenza dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno che gli venne presentato l’avvocato Mimmo Tandoi, che ha rapporti di parentela con la famiglia, raccontando a verbale: “Divenni amico di Domenico D’Introno, che è il fratello di questo Flavio, un imprenditore con cui condividevamo questa passione per gli scacchi. Un giorno questo Domenico, forse era nel 2007, mi disse che suo fratello Flavio era stato arrestato, e una volta che ci eravamo visti per giocare a scacchi se ne venne con questo fratello Flavio, il quale era un uomo distrutto da un anno di custodia cautelare in carcere“.

Nardi ha ammesso  al Gip di aver “sfruttato” D’Introno per nascondere una propria relazione extraconiugale “Per sfuggire all’attenzione di mia moglie quand’ero a Trani usavo questo D’Introno, dicevo “Vienimi a prendere”, mia moglie pensava che stessi con lui a farmi una passeggiata, invece poi insomma stavo in casa di questa mia collega“. Sarebbe stato l’imprenditore  D’Introno (secondo Nardi n.d.r.) a chiedere denaro a lui, raccontando di un incontro avvenuto all’interno di un supermercato. “Sembrava in preda alla cocaina, urlava, gridava, diceva: “Sono nei guai perché io ho speso i soldi di mia moglie, mia moglie vuole i soldi indietro perché altrimenti il 20 agosto mia moglie deve essere sentita dai Carabinieri se non gli restituisco i soldi mia moglie chissà cosa…”, e di avergli detto  detto: “Scusa, da me che cosa vuoi?”. Secondo la versione data al Gip di Lecce, D’Introno gli avrebbe detto “No, ti prego: prestami 60 mila euro perché io devo tamponare mia moglie”. sostenendo che la situazione si sarebbe ripetuta il 18 agosto 2018, a Roma. Dice Nardi  “Sotto il portone trovo una macchina parcheggiata, dalla quale scende improvvisamente con la gamba ingessata il D’Introno e la macchina era guidata a un ceffo che stava avanti. (…) Come faceva a giustificare che era venuto il 18 agosto sotto casa mia? Perché era venuto che voleva i soldi da me, ecco perché io poi ho sporto una denuncia per estorsione a Perugia, che è tuttora pendente“.

Il punto centrale dei rapporti intercorsi tra D’Introno e Nardi verte sulla villa dell’ex gip a Trani, che l’imprenditore di Corato (Bari) sostiene di aver dovuto ristrutturare a proprie spese. Una circostanza che Nardi nega, riferendo di un accordo concordato con D’Introno per venderla  a 600mila euro dopo 10 anni di fitto che, però, non risulterebbero essere mai stati pagati, che di fatto  smentisce la versione dei fatti dell’ ex-Gip di Trani. “Stiamo parlando di una villa di pregio, quindi non un rudere – dice Nardi –  Era previsto che entrambi possedessimo questa villa per dieci anni, è una villa grandissima, quindi ci potevano benissimo stare due famiglie. (…) Mi ricordo che una volta mia moglie e mia suocera andarono alla villa e trovarono qualcosa come una cinquantina di persone sdraiate sul prato in bikini a prendere il sole. (…) Fino a quando, nell’agosto del 2012, tornati dalle vacanze io e mia moglie, andiamo alla villa e D’Introno aveva cambiato le serrature».

A quel punto dell’interrogatorio Nardi ha sostenuto di  essersi accordatocon D’Introno per cedergli in locazione la villa a 10.000 euro all’anno, soldi che andavano scalati dal prezzo di vendita convenuto, accordo questo, che come dicevamo,  non ha mai avuto seguito. Adesso su quel contratto sono in corso i dovuti accertamenti da parte della Procura di Lecce.

 




Il collega Paolo Tripaldi eletto nel direttivo del Sindacato Cronisti Romani

ROMA – Il nostro collega Paolo Tripaldi, figlio d’arte del nostro amico Peppino Tripaldi, giornalista dello “storico” quotidiano  CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 (cioè quello vero) da Franco de Gennaro, Egidio Stagno, Giovanni Acquaviva e Franco Ferraiolo.

Paolo Tripaldi dopo essere stato un’ottimo cronista di giudiziaria per 16 anni all’agenzia Agi-Agenzia Giornalistica Italia,  successivamente ha lavorato come addetto stampa al Consiglio Superiore della Magistratura, ed adesso presta servizio alla Camera dei Deputati, è stato recentemente eletto segretario del direttivo nazionale del Sindacato Cronisti Romani, con un ottimo risultato personale.

L’Associazione fondata nel 1909, venne sciolta nel periodo fascista come tutte le organizzazioni dei giornalisti, é stata ricostituita nel 1945. Da questa seconda fondazione ha operato ininterrottamente per rafforzare e sviluppare il rapporto tra Amministrazione pubblica, giornalisti e cittadini: con attività di carattere sociale, culturale e promozionale che hanno anche lo scopo di valorizzare l’immagine della Capitale in Italia e all’estero, poiché nelle iniziative sono sempre coinvolti anche i corrispondenti delle testate nazionali e l’Associazione della Stampa estera in Italia.

Al Sindacato Cronisti Romani sono iscritti oltre 150 giornalisti professionisti che lavorano in tutte le aziende di informazione cittadina (carta stampata, emittenti radiotelevisive nazionali e locali). Il Sindacato Cronisti Romani costituisce un’articolazione ufficiale dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani, cui aderiscono più di 1000 giornalisti.

Questi i nomi degli eletti. Consiglieri del Direttivo ;Romano Bartoloni, Franco Bucarelli, Giacomo Carioti, Cristiana Cimmino, Carlo Felice Corsetti, Marco De Risi, Daniele Flavi, Fabio Morabito, Roberto Mostarda Fabrizio Peronaci, Paolo Tripaldi, Fabrizio Venturini. Revisori dei Conti: 
Roberto Ambrogi, Giosetta Ciuffa, Vittoriano Vancini.

A Paolo Tripaldi vanno i più sinceri complimenti della nostra Fondazione, direzione e redazione che ha sempre trovato in lui un interlocutore serio, puntuale e corretto.

 




Csm: le intercettazioni che hanno inguaiato il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio

Riccardo Fuzio

ROMA Riccardo Fuzio è stato, è ormai il caso di parlare al passato, uno dei più importanti magistrati italiani. Procuratore generale della Cassazione, e conseguentemente membro di diritto del Consiglio superiore della magistratura, è intervenuto duramente nello scandalo che ha travolto gli equilibri interni dell’organismo di autogoverno delle nostre toghe.

Incredibilmente  qualche giorno fa Fuzio, essendo a capo della sezione disciplinare della Corte di Cassazione, ha chiesto la sospensione facoltativa dalle funzioni, e quindi anche dallo stipendio,  di Luca Palamara il magistrato di Roma indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, regista e protagonista dei dopocena “carbonari” con alcuni colleghi del Csm, di cui è stato consigliere nella passata consiliatura,  ed i due esponenti politici del Pd  Luca Lotti e Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa) in passato militante nel centrodestra.

Riunioni e cene notturne organizzate in uno squallido “alberghetto“, ubicato proprio al portone accanto al Csm  per discutere e pilotare sia le nomine dei vertici delle procure italiane, a partire da quella di Roma, e per gestire i “dossieraggi” organizzati contro i magistrati che avevano causato dei guai giudiziari a Palamara. È proprio Fuzio colui che nell’atto di incolpazione nei confronti di cinque membri togati (cioè giudici e magistrati) del Csm, che ha attaccato il renziano Luca Lotti, quest’ultimo a processo per il caso Consip dinnanzi al Tribunale di Roma, sostenendo che “si è determinato l’oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell’ufficio di procura deputato a sostenere l’accusa nei suoi confronti”.

Il ciclone che si è abbattuto sulla (mala)giustizia italiana, è però pieno di paradossi. E così adesso lo stesso magistrato “accusatore” d’ufficio,  è finito anche lui coinvolto nello scandalo . Le cronache giornalistiche avevano già dato notizia due settimane fa di un incontro avvenuto il 27 maggio tra lo stesso Fuzio e Palamara,  e di un’intercettazione tra Luigi Spina, ex membro del Csm, e  Palamara e  in cui il primo riferiva al secondo che il procuratore generale della Cazzazione Riccardo Fuzio, in un sms mandato dall’estero, gli aveva detto di riferire a Palamara “di non fare niente…quando torno lo chiamo“.

Il “furbetto” Fuzio non ha fatto una piega, ed è rimasto comodamente seduto sulla sua poltrona. Ma ecco le trascrizioni integrali di un altro incontro a quattr’occhi tra Riccardo Fuzio e Luca Palamara. in occasione del quale il procuratore generale della Cassazione sembra rivelare (violando la Legge !)  all’amico pm Palamara delle notizie riservate sull’inchiesta di Perugia nei suoi confronti, e parlare dell’esposto “pre-confezionato” di Stefano Fava (un pm della procura di Roma, buon amico di Palamara e adesso anch’egli indagato per favoreggiamento) contro i colleghi Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo, rispettivamente (ex) procuratore capo e procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Roma.

Riccardo Fuzio e Luca Palamara

Ma non solo. Fuzio e Palamara si confrontano anche sul “valzer” delle nomine dei procuratori capo della Capitale e di Perugia. Nelle strategie  di Palamara il procuratore generale della Cassazione conta molto quale membro di diritto del Csm, : il suo voto o astensione , come ipotizza di fare all’amico il magistrato indagato,  può essere decisivo negli equilibri e meccanismi elettorali nel plenum del Csm . I due addirittura scendono nei dettagli delle preferenze che i candidati più forti (Creazzo, Lo Voi e Viola) potrebbero ricevere nel plenum e pianificano le proprie strategie più efficaci per mettere d’accordo le varie correnti del “parlamentino” della giustizia Italia. “Il problema è lavorare sui numeri. Questo è il problema” sintetizza Fuzio a Palamara.

Partiamo dal principio , cioè del 21 maggio scorso. Sono le ore 22 . I militari del Gico della Guardia di Finanza, tramite il trojan introdotto nel cellulare di Palamara, ascoltano e registrano  la conversazione intercorsa  tra Luca Palamara e “Riccardo”, che gli investigatori identificano come Riccardo Fuzio che parla con l’indagato dell’esposto di Fava appena arrivato al Csm a carico di Paolo Ielo e Giuseppe Pignatone, parlando senza alcuna preoccupazione dei guai giudiziari del magistrato Palamara, e dei presunti conflitti d’interesse del fratello di Pignatone con l’avvocato siciliano Piero Amara.

PALAMARA:E cioè mi devi fare capire, ora fammi capire tutto…Perché io…se c’ho da preoccuparmi…ma tu l’hai letto? Le carte che dicono?”
RICCARDO (FUZIO): “Per questa cosa che ho detto…è una cosa che invece era nota a tutti perché non solo…ma era…a patto che la nota è indirizzata a quattro persone della procura e quindi tra questi sta Cascini (Giuseppe, membro togato del Csm ndr) e lui sa bene di questa cosa qua…però se ne tiravano fuori…“no, ma io non sapevo”…
PALAMARA:Ma chi cazzo ohhh
FUZIO: “Però io a lui (probabilmente Cascini, o altro membro del Csm ndr) l’ho rassicurato, gli ho detto guarda…e lui mi ha rassicurato…quando dicono, ma l’informativa…è chiaro che l’informativa è partita, poi bloccata… “non si può”…
PALAMARASu Pignatone gli ho detto pure: “Ma che sta a dì oh…ma che cazzo sta a dì?”…ma lui…ma che il fratello di Pignatone prende i soldi da lui (Amara, ndr) questo non lo sconvolge fammi capì? Si preoccupa solo di me lui…ma che cacchio di ragionamento è?”
FUZIO:  “Ma il fratello di Pignatone pigliava i soldi da Amara?”
PALAMARA:Eh
FUZIO: “Cioè, ma lui gli atti…”
PALAMARA: Eh ho capito ma bisogna spiegargli la situazione se no così che facciamo? Oggi è venuto Bianconi (giornalista del Corriere della Sera n.d.r.) a dirmi che sono arrivate le carte da Perugia…chi glielo ha detto oh? E lui non può fa così…cioè, quando gli servono i voti..

Il procuratore generale Fuzio ascolta attentamente l’amico indagato per corruzione. Sostiene di aver spiegato a qualche collega del Csm che la storia di Palamara è diversa da come la raccontano i pm perugini, “…“perché non conoscete la realtà…” e cita Fuzio”Guarda i passaggi sono questi e quindi tu mi devi dire come un anno non esce nulla…la mossa della tempistica come pensate di gestire? Voi ritenete che questa tempistica sia contro Luca?” Evidentemente non sappiamo come vogliono gestire questa cosa…se vuole essere un condizionamento…poi non potevo dire chiaramente Viola non Viola“.

Luca Palamara e Fabrizio Centofanti

Le preoccupazioni di Palamara

Luca Palamara è molto preoccupato dell’informativa dei pm di Perugia. Come è noto, al centro delle accuse di corruzione a Palamara ci sono i suoi rapporti con il lobbista-faccendiere  Fabrizio Centofanti che gli avrebbe fatto favori di vario tipo, in cambio di viaggi e altre utilità, e così facendo secondo i pm umbri avrebbe venduto all’imprenditore la sua funzione di magistrato.

PALAMARA: Perché almeno l’unico modo per controbattere l’informativa è poter darle l”archiviazione, se no che cazzo faccio giusto? Però rimane l’informativa che mi smerda...nessuno gli dice questa cosa qui, questo è gravissimo…qualcuno glielo deve dire, cioè o gli dici chiaro, sennò veramente io perdo la faccia…mi paga il viaggio, l’informativa non l’ho mai letta, non si sa di che importo si parla…qual è l’importo di cui si parla? Si può sapere?
FUZIO: “mahhh”
PALAMARA:Cioè io non so nemmeno quanto è l’importo di cui parliamo
FUZIO: “Si…ci stanno le cose con Adele (cioè Adele Attisani l’amica del cuore di Palamara alla quale, secondo le accuse, Centofanti compra un anello, ed offre soggiorni in hotels di lusso  ndr)
PALAMARA: Cioè…almeno tu…ma le cose con Adele…
FUZIO: “E il viaggio a Dubai…”»
PALAMARA: “Viaggio a Dubai…Quant’è? Ma quanto cazzo è se io…allora…”
PALAMARA:  E di Adele…cioè in teoria…va bè me lo carico pure io…quanto..quant’è, a quanto ammonta?
FUZIO: “Eh…sarà duemila euro”.

L’anello da 2mila euro per Adele Attisani

Duemila euro è la cifra esatta contestata dai pm umbri per il presunto acquisto da parte di Centofanti di un anello per Adele Attisani. I due magistrati parlano anche delle relazioni pericolose intercorse tra lo stesso Luca Palamara, gli imprenditori Pietro Amara e Giuseppe Calafiore ed il pm corrotto Giancarlo Longo arrestato appena 48h fa a seguito della sua condanna definitiva, il quale a verbale ha affermato che Palamara   avrebbe ricevuto dagli avvocati  Amara e Calafiore la somma 40 mila euro per favorire la sua nomina a procuratore capo di Gela.

PALAMARA: Io che cazzo ne so Riccà…ma io non ho assolutamente…che c’entro io…
FUZIO: “..era Longo o…”
PALAMARA: A sì certo…e ma io…l’abbiamo condannato…cioè, ma io non ho..
FUZIO: “E Longo l’avete condannato?”
PALAMARA: “Certo…non ha mai fatto…certo gli ho detto, che faccio? Le faccio. Non le ho mai fatte perché la mia linea è stata quella di fare il processo a Scavoli, di fare il processo alla Righini, li ho fatti tutti…quindi non mi sono mai accanito…cioè non è che sono andato…cioè tu dici che non dovevo proprio vedè le carte lì…
FUZIO: “No no no”
PALAMARA:Eh..ero consigliere…
FUZIO: “Da quelle carte…che Longo le spulciava…”
PALAMARA:  “Il collegamento Centofanti-Longo, sì, ma io…cioè…era un rapporto…io dovevo giudicare Longo non...(incomprensibile, ndr) se avessi favorito Longo!
FUZIO: “Sì, ti arrestavano”
PALAMARA:  “Allora mi arrestavano“.

Il mercato delle vacche (cioè delle nomine)

Il procuratore generale della Cassazione Fuzio e Luca Palamara poi passano a parlare delle nomine. Dalle trascrizioni, sembra di essere a un suk, un mercato delle vacche. Con Fuzio che dà più di un consiglio, e con la coppia che si mette a fare i conti sulle possibili decisioni del plenum del Csm in merito alle votazioni finali. Ipotizzando scenari diversi e alleanze tra Unicost, la corrente di centro di cui Palamara è leader indiscusso, Magistratura indipendente, la corrente più spostata a destra, ed Area, la corrente di sinistra.

FUZIO: “…Cascini a un certo punto…non vuole…non vuole Lo Voi
PALAMARA: “Ma è chiaro…sa che ci sto io sopra...”
FUZIO: “Perché neanche loro…allora dice…a questo punto sono iniziati di teatri, ma alla catanese…io gli ho spiegato…dico guarda…il problema è questo, che loro mettono subito…calano le braghe su Creazzo…però, se tiene, è chiaro che…si può anche non sfidare…”
PALAMARA:UnicostArea o Uni…cioè tu dici…
FUZIO: “no: Unicost – MI” (MI sta per Magistratura Indipendente – n.d.r.)
PALAMARA:E come fai? Se non…
FUZIO: “Portano…portano Creazzo, dopo vogliono Viola
PALAMARA:E Area?
FUZIO: “A quel punto Area si toglie…può anche votare…ti dirò di più…”
PALAMARA:Lo Voi?
FUZIO: “No…può votare Creazzo, ma a questo punto se loro sono d’accordo con i movimenti (intende verosimilmente la corrente Movimento per la Giustizia, ndr)…questa cosa, cioè il ritardo può anche…questo, che anche se votano Creazzo pure quattro noi, cinque e quattro nove…MI, Area e…e i tre grillini votano Viola, si va in plenum e a quel punto non esce…”
PALAMARA: Appunto”
FUZIO: “Oppure devono entrare…devono rimanere in tre per fare il ballottaggio”
PALAMARA: Ma noi dobbiamo…c’abbiamo il consenso, è l’unica cosa, come al solito a quel punto, per salvare il gruppo, cade su di te…ma pure, puoi tenere su Creazzo? In plenum? Come fai? Ce la potresti fare, diglielo a Crini, ma succede un macello se perde con l’astensione tua e vince Viola, è peggio ancora…perché se io dico, non hai capito..se io dico…noi facciamo Viola a Roma tramite l’astensione di Riccardo…va bene, è il gioco delle parti, loro lo sanno e stiamo a posto e tu, io…potresti fare
FUZIO: “Cinque e quattro nove”
PALAMARA: Vanno 5 di Unicost…quattro i Area…e sono nove, Cerabona dieci…bisogna vedè che cosa fa Ermini…Si astiene giusto?
FUZIO:Ermini si dovrebbe astenere”
PALAMARA: Ermini si dovrebbe astenere, almeno quello…visto che mo’ è scandalizzato da me, dalla cosa e tutto quanto che fa? Allora se tu ti astieni non può mai vincere Creazzo

I due continuano a fare i loro calcoli e proiezioni elettorali. Il procuratore generale della Cassazione Fuzio dice che “Giglioti è quello che mi ha fatto tradire la Grillo, e che “il problema è lavorare sui numeri, questo è il problema“. Palamara è ottimista, e chiude dicendo che “da stasera, cambia tutto“.

In effetti è cambiato tutto, ma per tutti compreso loro due




Indagato il Pg Fuzio: rivelò i dettagli dell'inchiesta di Perugia sul "Caso Palamara"

Riccardo Fuzio

ROMA – Non sono trascorse neanche ventiquattro ore dall’annuncio del pensionamento anticipato a novembre, che il procuratore generale della della Suprema Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, è finito sul registro degli indagati della Procura di Perugia per rivelazione del segreto istruttorio, dopo una pioggia di denunce da parte di pm di diverse città d’Italia. Il fascicolo è stato affidato agli stessi magistrati che conducono l’inchiesta per corruzione a carico del pm romano Luca Palamara.

Il procuratore generale Fuzio, in una conversazione intercettata con Palamara e captata dal trojan installato sul cellulare del magistrato di Roma, gli avrebbe rivelato dettagli dell’indagine umbra nei suoi confronti , contenuti in un’informativa inviata pochi giorni prima al Csm, e quindi sfociata nell’apertura di un procedimento disciplinare. L’incontro intercettato tra Palamara e Fuzio è dello scorso 21 maggio. I due magistrati sono amici da tempo e il pm quella sera aveva aspettato Fuzio addirittura sotto casa sua, per chiedere al pg della Cassazione dettagli sulla comunicazione giunta arrivata al Csm, della quale Fuzio i quale componente di diritto del Consiglio, è titolare dell’azione disciplinare.

LA RIVELAZIONE

Il primo a informare Palamara dei documenti arrivati al Consiglio Superiore della Magistratura, il 16 maggio, fu  Luigi Spina allora consigliere del CSM, che per questa rivelazione è stato indagato – sempre a Perugia – per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento, e si è dimesso dall’incarico dopo l’esplosione dello scandalo. Nonostante i dialoghi intercettati dalla Guardia di Finanza siano disturbati, si riesce a sentire Fuzio confermare all’amico Palamara quanto già sapeva.

Ma si ascoltano anche altri particolari imbarazzanti: i viaggi a Dubai e l’ammontare di un episodio di corruzione contestato a Palamara, cioè circa duemila euro per il pagamento di un anello per la sua “amica” del cuore. . Il riferimento sono alle utilità che, secondo l’accusa, l’imprenditore Fabrizio Centofanti avrebbe messo a disposizione al magistrato in cambio di favori: un anello da duemila euro per Adele Attisani l’ “amica” del cuore  del pm Palamara , cene e viaggi lussuosi. Anche se  Fuzio si fosse limitato a ribadire all’amico Palamara delle circostanze che erano già di sua conoscenza, avrebbe comunque rischiato l’iscrizione sul registro degli indagati: la rivelazione da parte di una seconda fonte, infatti, sarebbe comunque valsa come conferma delle notizie coperte da segreto.

A Perugia, il procedimento è stato aperto dopo che alcuni magistrati di diverse Procure (Bologna, Rimini, Padova, Torino), avevano presentato una formale denuncia contro Fuzio. Il documento è stato depositato a Perugia e non nella Capitale, “essendo pacifico che l’eventuale reato sia stato commesso a Roma nell’esercizio delle funzioni giudiziarie“, come riportato nel documento.

 

LE INTERCETTAZIONI

La notte del 16 maggio Spina rivela a Palamara l’avvio della pratica. Il pubblico ministero si arrabbia, chiede informazioni su quanto stia accadendo al Csm: “Che c… ha fatto Riccardo?“, dice Palamara. Il collega Spina lo informa che “Riccardo è all’estero, mi sono messaggiato“. “E che ha detto?”, replica Palamara . E Spina: “Ha detto: digli di non fare niente e quando torno lo chiamo, questo mi ha scritto”.

la Attisani a cena con Palamara

Il 21 maggio, Palamara attende Fuzio sotto la sua abitazione. Parlano dell’inchiesta. “L’informativa non l’ho mai letta, non si sa di che importo si parla, qual è l’importo di cui si parla?“, chiede il pm indagato. E Fuzio gli risponde: “Sì, ci stanno le cose con Adele (Adele Attisani l’amica di Palamara a cui Centofanti avrebbe comprato e pagato un anello n.d.r. ) ed il viaggio a Dubai“. E Palamara: “Viaggio a Dubai, Quant’è?“. Fuzio: “Sarà duemila euro“. Poi, i due magistrati parlano anche delle nomine ai vertici della Procure. Adesso per Fuzio potrebbe scattare anche il procedimento disciplinare, che dovrebbe essere promosso dal Ministro di Giustizia. Oggi si riunirà il Comitato direttivo centrale dell’Anm, che discuterà sul deferimento del procuratore generale della cassazione ai probiviri.

Era stata proprio l’Associazione Nazionale dei Magistrati, insieme alla corrente Unicost – alla quale aderiscono sia Fuzio che Palamara – a chiedere le dimissioni immediate del procuratore generale . E lo scandalo sulle toghe sporche sembra non finire mai, allargandosi di giorno in giorno. Evidentemente il richiamo del Capo dello Stato Mattarella non è bastato…




Tutto quello che Davigo direbbe se al posto delle toghe ci fossero i politici

di Ermes Antonucci*

Mentre la bufera sulle nomine al Consiglio Superiore della Magistratura si estende, chiamando in causa ora anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio (membro di diritto del Csm e titolare dell’esercizio del potere disciplinare), c’è un dato, piuttosto passato inosservato, che continua a sorprendere: il silenzio tombale sulla vicenda da parte dell’ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, oggi componente del Csm.

Proprio lui che da oltre venticinque anni ci ha abituati a continui interventi pubblici su giornali e tv dal taglio moraleggiante, per denunciare il diffuso malaffare nella classe dirigente ogni qualvolta vi fosse uno scandalo di corruzione e per celebrare la superiorità etica della magistratura, ora tace di fronte a una delle più gravi crisi giudiziarie ed etiche mai vissute dall’organo di autogoverno della magistratura.

Eppure, se si ricordano le bordate lanciate dall’ex pm in passato sulla corruzione della classe dirigente, si capisce che oggi di cose da dire il “vero” Davigo ne avrebbe eccome. E a spiegare il suo silenzio non basta il fatto che in questo momento egli faccia parte della commissione disciplinare del Csm chiamata a valutare il comportamento dei consiglieri coinvolti nello scandalo, visto che nell’esternare le sue opinioni l’ex pm si è sempre giustificato sostenendo di parlare in termini generali e mai di casi specifici.

Piercamillo Davigo

Così, se al posto delle toghe lo scandalo riguardasse esponenti politici, probabilmente Davigo sarebbe in televisione a dirci che “non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” e che quindi dovremmo considerare gli indagati come già colpevoli. Ci farebbe forse notare che “a 25 anni da Mani Pulite è drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale”, e che non occorre necessariamente un rinvio a giudizio o una sentenza per cacciare un funzionario pubblico, perché “molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica, ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti” (Corriere della Sera, 13 febbraio 2017).

E ancora, con toni perentori Davigo ci direbbe che “la classe dirigente di questo paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi” (lectio magistralis all’Università di Pisa, 22 aprile 2016) e che, in definitiva, oggi la situazione in Italia “è peggio di Tangentopoli”, perché “i politici (o in questo caso i funzionari pubblici in senso lato, ndr) non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi, rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto” (Corriere della Sera, 22 aprile 2016).

Se qualcuno gli facesse notare il fatto che nessun magistrato è stato arrestato e che per le stesse accuse probabilmente un politico già sarebbe in carcere, l’ex pm di Mani pulite risponderebbe che oggi “in Italia in galera ci vanno in pochi e ci stanno poco” (La Stampa, 23 febbraio 2019) e che “esiste una subcultura diffusa secondo cui a violare le leggi sono i furbi e a rispettarle i fessi” (La Repubblica, 11 maggio 2018).

Di fronte alle difese degli odierni indagati, poi, Davigo ci farebbe una lezioncina per dirci che “l’unica parte buona del processo è il pubblico ministero, per definizione legislativa, le parti private fanno i propri interessi” (La Stampa, 23 febbraio 2019), oppure che “le parti nel processo non sono uguali, perché il pm è costretto a dire la verità e il difensore dell’imputato il falso” (DiMartedì, 20 febbraio 2019).

E, infine, se anche i magistrati oggi indagati dovessero essere rinviati a giudizio, subire un processo ed essere assolti, Davigo ci spiegherebbe che “in buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca” (La Stampa, 23 febbraio 2019).

Tutte cose che il “vero” Davigo direbbe e che ora, invece, non dice.

*tratto dal quotidiano IL FOGLIO




Continua la "guerra" fra Procure. La Procura di Messina indaga il procuratore capo di Taranto

ROMA – La Procura della Repubblica di Messina ha iscritto il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo nel registro degli indagati, per ipotesi di abuso d’ufficio . I fatti si riferiscono al periodo in cui il magistrato barese era alla guida  della Procura di Trani e riguardano la vicenda di un esposto anonimo su un presunto complotto contro l’Eni e il suo amministratore delegato Claudio Descalzi pervenuto alle Procure di Trani e Siracusa.

L’esposto inviato da una mano anonima sarebbe stato finalizzato in realtà a depistare un’altra inchiesta, nel frattempo aperta a Milano, su tangenti pagate dall’Eni in Nigeria e Algeria.L’anonimo venne mandato alla Procura di Siracusa e a quella di Trani.

La Procura della Repubblica di Siracusa

Nella procura di Siracusa l’allora pm Giancarlo Longo, avrebbe messo in piedi un’indagine priva di qualunque fondamento, su un falso piano di destabilizzazione del gruppo petrolifero statale e del suo amministratore delegato Descalzi . Alcuni giorni prima di chiedere il patteggiamento l’ex Pubblico Ministero Giancarlo Longo aveva chiesto di essere interrogato dai Pubblici Ministeri di Messina in quanto voleva svelare atti corruttivi commessi da alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Longo, che poi ha subito una condanna a cinque anni di reclusione, svelò che i suoi amici-complici in svariati illeciti, gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara, (entrambi successivamente arrestati) avrebbero versato al magistrato Luca Palamara (membro del Csm all’epoca dei fatti)  la somma 40 mila euro per “sponsorizzare”ed assicurarela nomina di Longo al vertice della Procura della Repubblica di Gela.

l’ex-pm Giancarlo Longo alla ricerca di “cimici” nel suo ufficio

Le manovre per portare Longo alla guida della Procura di Gela

L’ex magistrato Longo, non ancora 50enne,  da sostituto procuratore della Procura di Siracusa, avrebbe così avuto la possibilità di far un gran balzo di carriera arrivando a diventare il capo della Procura di Gela. Questa promozione non arrivava casualmente ma era la meta cui ambiva l’avvocato Amara, nell’ambito dei suoi propositi di scalare i rapporti con le gerarchie dell’Eni ed ottenere parcelle di centinaia di migliaia di euro per ogni sua consulenza difensiva in favore dei dirigenti dello stabilimento petrolifero di Gela che finivano sotto inchiesta per inquinamento ambientale o per altri reati.

Se fosse andata in porto l’operazione di far nominare procuratore capo di Gela l’ex pubblico ministero Giancarlo Longo , gli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore avrebbero avuto la strada libera da ostacoli negli uffici della Procura della Repubblica di Gela in quanto, avendo sul libro paga l’ex pubblico ministero Longo e avendo pagato la sua promozione a procuratore capo, gli avrebbero impedito o lo avrebbero costretto ad affossare tutte le inchieste contro i funzionari di Eni in servizio presso l’impianto petrolchimico di Gela.

Gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara

La promozione di Longo a capo della Procura di Gela sfumò e il magistrato napoletano, dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’ “operazione Sistema Siracusa”, su richiesta dei Pubblici Ministeri di Messina, che oltre a lui fecero rinchiudere in carcere anche gli avvocati Amara e Calafiore, nel momento in cui si vide costretto a scegliere tra il giudizio ordinario e il rito abbreviato, optò per il patteggiamento. L’ex pm Giancarlo Longo chiese di patteggiare quattro anni di reclusione, ma si vide sbattere la porta in faccia dai pm Carchietto, Fradà e Rende i quali gli dissero in poche parole: prendere o lasciare, daremo il consenso soltanto per una pena di cinque anni di reclusione, con la cessione del tuo Tfr alle parti offese e la lettera di dimissioni dal corpo della Magistratura. E così avvenne.

Con l’incubo di dover ritornare in carcere, Giancarlo Longo tentò anche la carta della disperazione: chiese di essere interrogato per rivelare fatti illeciti di cui era a conoscenza. Quando venne  sentito dai pubblici ministeri di Messina, l’ex magistrato accusò di corruzione tre magistrati in servizio al Csm e ha svelato che a rivelargli che nel suo ufficio della Procura di Siracusa fossero stati installati videocamere e “cimici” è stato il suo collega pubblico ministero Maurizio Musco. I verbali contenenti le dichiarazioni di Longo, per il coinvolgimento di tre componenti del Csm, sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Perugia e adesso sono di pubblico dominio con l’apertura un fascicolo che vede indagati per corruzione il pm della procura di Roma, Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale Magistrati ed ex componente del Csm.  Per le accuse a Palamara ed ad altri due suoi colleghi verbalizzate dagli avvocati Amara e Calafiore nei mesi scorsi sono stati arrestati giudici in servizio al Consiglio di Stato, al Cga di Palermo, alla Corte dei Conti di Roma.

il magistrato Luca Palamara

Nel decreto di perquisizione domiciliare e dell’ufficio di Palamara , si legge che avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela. Nell’inchiesta è coinvolto l’imprenditore romano Fabrizio Centofanti, sotto processo a Messina nell’ambito dell’operazione denominata “Sistema Siracusa” per avere anticipato le spese della vacanza natalizia a Dubai all’ex pubblico ministero Longo e alla sua famiglia, nonchè quelle che avrebbero dovuto sostenere gli avvocati Amara e Calafiore. Anche i due avvocati di Siracusa, dal mese di aprile dello scorso anno divenuti “collaboratori di giustizia”, e sono indagati dai magistrati del capoluogo umbro per corruzione. Per favoreggiamento e rivelazione di atti coperti dal segreto sono invece indagati anche altri due magistrati di Roma: Luigi Spina e Stefano Rocco Fava.

l’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone

Dagli atti emerge che parti offese sono l’ex procuratore capo di Roma Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, nonchè il magistrato di Catania, Marco Bisogni, che, secondo il diabolico piano degli avvocati Amara e Calafiore, avrebbe dovuto essere sottoposto a dei procedimenti disciplinari aperti contro di lui dal Csm in quanto aveva “osato” mettere sotto inchiesta l’avvocato Amara e sua moglie, Sebastiana Bona, per emissione di fatture false e altri reati fiscali. Lo scontro tra Amara e Bisogni avvenne quando quest’ultimo era pubblico ministero alla Procura della Repubblica di Siracusa. Amara, assistito dall’avvocato Calafiore, cercò di far pagare un alto prezzo al magistrato Bisogni citandolo a giudizio, innanzi al Tribunale Civile di Messina, ove gli chiese di risarcirgli un danno economico ammontante a otto milioni di euro.

La richiesta fu dichiarata ammissibile dal Collegio giudicante ma, per fortuna del pm Marco Bisogni, successivamente, un altro Collegio, difformemente composto rispetto a quello che aveva dichiarato ammissibile la richiesta dell’avvocato Amara, rigettò la richiesta e fece tirare un grosso respiro di sollievo al Pubblico Ministero Bisogni, che oggi lavora alla Procura di Catania. In relazione alle accuse mosse al magistrato Palamara (che si recò a Siracusa e guidava la commissione disciplinare che avrebbe dovuto decidere la sorte del procuratore capo Francesco Paolo Giordano), dal 2011 l’imprenditore Centofanti gli avrebbe elargito “utilità e vantaggi economici”. A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua amica Adele Attisani.

Centofanti avrebbe pagato  ancheun gioiello del valore di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’Attisani per il suo compleanno. All’ “amica” di Palamara sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’hotel Jebel di Taormina. Ci sono poi le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana. L’ex presidente dell’Anm è stato interrogato recentemente per più di 4 ore negli uffici di una caserma della Guardia di Finanza, respingendo con fermezza le accuse. “Sulla mia persona – ha detto ai magistrati di Perugia – si stanno abbattendo i veleni della Procura di Roma, ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per punto tutti i fatti che mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, né regali, né anelli e non ho fatto favori a nessuno”.

Perche Capristo viene indagato

L’ex procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo, ora alla guida della Procura di Taranto, che è bene ricordare nell’ambito del sistema corruttivo scoperchiato negli uffici giudiziari di Trani non è mai stato coinvolto o sfiorato,  è stato sentito le scorse settimane dai pm messinesi, che hanno indagato e processato Longo scoprendo il piano, i quali gli contestano l’anomala trasmissione dell’esposto al collega Longo anziché alla procura di Milano, naturale sede dell’inchiesta sul falso complotto.

Di lui ha parlato in un verbale l’avvocato Piero Amara, il regista del “sistema Siracusa“, che ha raccontato di aver inviato a Trani, quando Capristo era a capo di quella procura, uno degli esposti anonimi che sarebbero dovuti servire ad inscenare il falso complotto ai danni dell’Eni, per sviare le “vere” indagini di Milano sul colosso petrolifero.

Sono stato già interrogato dai colleghi di Messina alcune settimane fa alla presenza del mio difensore e ho rappresentato loro la correttezza del mio operato“, ha dichiarato Capristo in proposito. “Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio. Quando giunsero gli anonimi a Trani – spiega Capristofurono assegnati a due sostituti che si occuparono dei doverosi accertamenti sulla loro fondatezza. Successivamente – prosegue – venne formalizzata una articolata richiesta del fascicolo dal PM di Siracusa. La richiesta fu analizzata dai due sostituti che con apposita relazione mi rappresentarono che gli atti potevano essere trasmessi. Vistai la relazione e disposi la trasmissione del fascicolo al Procuratore di Siracusa. Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio“.

Sentito in tarda serata dal CORRIERE DEL GIORNO il Procuratore Capristo ha smentito di aver avuto qualsiasi contatto o rapporto con gli artefici del “sistema Siracusa” e manifestato la propria serenità “certo di aver sempre rispettato e fatto rispettare il corso della giustizia“, escludendo ogni coinvolgimento e responsabilità personale. “Per me parleranno i fatti ed documenti” ha concluso Capristo.

Le “bufale-congetture” del “Fango Quotidiano”

Ieri mattina il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo inquietante firmato un giornalista tarantino, come sempre disinformato, che racconta la presenza dell’ Avv. Amara agli incontri fra i commissari straordinari dell’ ILVA e la Procura di Taranto, senza sapere di cosa parla e scrive, ignorando che Amara era presente al seguito dei commissari Laghi, Gnudi e Carruba, partecipando soltanto a pochi incontri, con interventi inconsistenti, al punto tale che in una riunione gli venne tolta la parola proprio da chi l’aveva portato con se, ed a parlare come legale per l’ ILVA fu esclusivamente l’ Avv. Loreto. Successivamente Amara non partecipò più ad ad alcun tavolo, scomparendo come una meteora. Fonti della Procura di Taranto confermano che l’avvocato Amara ha partecipato solo a sporadici incontri in Procura e sempre alla presenza di più magistrati accanto al Procuratore capo Capristo.

il procuratore Capo di Milano Francesco Greco

Il Fatto Quotidiano come sempre non la racconta tutta, in quanto il patteggiamento ex 231 fu sollecitato dalla Procura di Milano che procedeva parimenti per patteggiamento contro i Riva per dei reati fallimentari. Il procuratore di Milano Francesco Greco ed altri due sostituti della Procura di Milano si recarono a Taranto il 24 ottobre 2016 per uno scambio di informazioni fra le due Procure.

Durante l’incontro fra le due procure si discusse anche sulla probabile istanza di patteggiamento che l’Ilva in amministrazione straordinaria avrebbe potuto presentare a breve ai giudici. Nell’istanza già presentata al Gup Vilma Gilli,  l’ILVA in AS aveva proposto ai magistrati il pagamento di una sanzione pecuniaria di oltre 3 milioni di euro a fronte della non applicazione dell’interdizione dell’attività e la confisca della somma di circa 10 milioni di euro di profitto. La proposta non fu presa allora in considerazione perché la Procura di Taranto aveva negato il consenso.

Fu soltanto grazie a questa cooperazione fra le procure di Milano e Taranto che si riuscì ad ottenere il “tesoretto” dei Riva depositato ed occultato in una banca dell’ Isola di Jersey, nel canale della Manica inglese. Soldi ancora oggi nella disponibilità dei commissari dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, recentemente sostituiti dal Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.

Quindi la “chiave di lettura diversa” in realtà è frutto solo delle fantasie ideologiche e strumentali, di qualcuno ben noto per le sue posizioni sinistrorse,  che da sempre sostiene la chiusura dell’ ILVA. Trattasi del solito “fango quotidiano“.

 




Il magistrato Pietro Argentino non prende pace neanche a Matera ...

di Antonello de Gennaro

Potrei iniziare questo articolo scrivendo: “io questo lo conosco bene…” ma in realtà personalmente non lo conosco affatto, ma conosco e so molto bene quante ne ha combinate, conosco i suoi “adepti” e protetti, conosco le sue avventure sentimentali, e so quante ne ho dovute subire dinnanzi al suo  breve (per fortuna della giustizia ) periodo a Taranto di procuratore facente funzione, allorquando ha “pilotato” (o meglio sostenuto) spericolate iniziative di alcuni magistrati a lui molto vicini, e del suo giornalista “ventriloquo” di fiducia, con una vera e propria persecuzione accusatoria da me subita che è stata smentita dall’ufficio di ben tre Gip del Tribunale di Taranto, del Tribunale del Riesame di Taranto che ha visto prevalere le mie ragioni e l’insussistenza delle accuse nei miei confronti.

Per non parlare poi della richiesta di arresto formulata nei miei confronti con primo firmatario Pietro Argentino, finita nel tritacarte delle follie giudiziarie, non venendo accolta dal Gip del Tribunale di Taranto dr. Tommasino, in quanto era chiaro e lampante che il vero ed unico obiettivo di alcuni magistrati in servizio a Taranto, era unicamente quello di mettermi a tacere ed impedirmi di fare sino in fondo il mio lavoro di giornalista.

Per non parlare poi del vano tentativo di “comprarmi” proponendomi consulenze a pagamento (puntualmente rifiutate !) facendomi contattare  da un avvocatessa di Martina Franca, tale Beatrice Conserva, la quale per un periodo è stata “pubblicamente” la sua compagna convivente, a seguito di una temporanea separazione di Argentino con sua moglie, le cui liti urlate sono ancora oggetto di gossip nel palazzo in cui vivevano. Tutte miserie umane.

Non contento a suo tempo Argentino e le sue due colleghe tarantine proposero ricorso in Cassazione, ottenendo la pessima figura che meritavano. Infatti il procuratore generale della  Cassazione chiese il rigetto del ricorso per “inammissibilità“, che il collegio della  5a sezione della Suprema Corte condivise, rigettando i teoremi della Procura di Taranto (sotto la gestione pro-tempore) di Argentino ritenendolo “inammissibile” . Una figura peggiore, un magistrato nel corso della carriera, non la può fare. Ma invece toccò ad Argentino, insieme alle colleghe Giovanna Cannarile (successivamente trasferita dal Csm a Lecce) e Rosalba Lopalco che con lui avevano controfirmato il ricorso,  rivelatosi sterile ed insussistente. Per non definirlo ridicolo !

Ha ragione chi ha scritto che Parlare di guerra tra toghe è decisamente troppo, ma assistere alla “guerriglia” giudiziaria che il magistrato Argentino  sta cercando di scatenare in Basilicata è veramente troppo. Pietro Argentino nato a Lizzano il 28 settembre 1952, è procuratore capo della Procura di Matera dal luglio del 2017 , dopo aver fatto il procuratore aggiunto a Taranto dal maggio 2013 sino alla sua attuale nomina che potrebbe essere l ‘ultima  prima del suo pensionamento che dovrebbe decorrere dal 1 ottobre 2022, cioè fra tre anni al compimento dei suoi 70 anni. Una nomina peraltro ottenuta con il minimo dei voti necessari (undici) dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura.

Laura Triassi

Argentino adesso chiede di processare  Laura Triassi, di fatto il “numero due” della Procura di Potenza,  Amerigo Palma Gip dello stesso Tribunale e tre componenti giudicanti del Collegio penale del capoluogo di regione, Aldo Gubitosi, Francesco Rossini e Natalia Catena quest’ultima trasferitasi nel Lazio, con un’azione che rappresenta una situazione incresciosa.

E’ stato proprio Argentino  con un proprio esposto, a chiedere ai giudici calabresi di valutare l’operato dei colleghi potentini in relazione a un procedimento che lo aveva visto prima “testimone e subito dopo indagato per falsa testimonianza nel 2014 quando era Procuratore aggiunto a Taranto  e quindi sottoposto alla giurisdizione del Tribunale di PotenzaTutto ha origine da un procedimento che noi del CORRIERE DEL GIORNO conosciamo molto bene…cioè quello a carico dell’ex-pm  Matteo Paolo Di Giorgio condannato in via definitiva dalla Suprema Corte di Cassazione a 8 anni di carcere con la grave e pesante l’accusa di aver abusato della sua toga per interferire nella vita politica di Castellaneta Marina ed in particolare del Sen. Rocco Loreto. Nel febbraio del 2014 Argentino venne ascoltato dal collegio penale come testimone , ma quando nel successivo aprile il tribunale pronunciò la sentenza di primo grado, venne disposta la trasmissione degli atti alla procura per un’ipotesi di reato di “falsa testimonianza” a carico di Argentino e dell’ex procuratore capo di Taranto .

il Tribunale di Potenza

Incredibilmente fu lo stesso Argentino a sollecitare alla Procura di Potenza l’avvio di un fascicolo che si chiuse con una richiesta di archiviazione formulata dal Pm Laura Triassi, accolta dal Gip dr. Amerigo Palma, ritenendo non veritiere alcune sue dichiarazioni, basandosi sul fatto che Argentino qualora avesse agito diversamente avrebbe dovuto fare una “pacifica ammissione di aver, sia pur nel lontano 2006, ingiustamente accusato” una persona, e venne ritenuto “non è punibile per il delitto di falsa testimonianza, in forza dell’esimente di cui all’art. 384 comma primo del codice penale, il testimone che, come nella specie, abbia reso false dichiarazioni al fine di sottrarsi al pericolo di essere incriminato per un reato commesso in precedenza e in ordine al quale, al momento in cui è stato ascoltato, non vi erano indizi di colpevolezza a suo carico”.

L’ attuale Procuratore di Matera si è sentito leso dalla decisione del Tribunale di Potenza trasmettere gli atti alla Procura senza approfondire alcuni fatti, lamentando un’ipotesi di abuso d’ufficio e calunnia. Non contento…è arrivato addirittura a censurare sia la richiesta di archiviazione in suo favore, che secondo lui, sarebbe stata strumentalmente basata sull’esimente dell’art. 384, ma anche il successivo dispositivo del Gip che avallava integralmente la richiesta del Pm, fatti per i quali Argentino sostiene di aver subito un abuso d’ufficio da parte dei colleghi di Potenza. Non si comprende quale…

Tribunale di Catanzaro

Secondo le motivazioni di archiviazione dei Pm calabresi l’esito delle indagini non avrebbe consentito di riscontrare alcuna sussistenza di eventuali reati, sia sotto il profilo materiale quanto per gli insufficienti riscontri in ordine alla ricorrenza dell’elemento psicologicamente normativamente richiesto. Mancherebbero gli elementi anche solo minimamente sintomatici di una volontà o intento di orientare la decisione in danno di Argentino. La vicenda sarebbe stata molto complessa mentre è necessaria una piena consapevolezza dell’innocenza dell’incolpato per poter integrare e ravvedere il reato di calunnia , che non sarebbe stato ravvisato nella condotta dei giudici potentini, così come nella  condotta della Pm Triassi la quale, pur condividendo la ricostruzione di “non credibilità” di Argentino, aveva ritenuto applicabile nei suoi confronti l’esimente prevista dall’art. 384 comma primo del codice penale, basandosi su un convincimento fattuale e giuridico, seppure ritenuto non condivisibile .

Una decisione per la quale anche  i Pm calabresi non ravvedono elementi tali da far ritenere una volontarietà nel fare un danno ingiusto al collega all’epoca in servizio a  Taranto o un vantaggio patrimoniale a terzi. Ed altresì non ci sarebbe stata nessuna volontà di arrecare danno ad Argentino nella decisione con cui il dr. Palma Gip del Tribunale diPotenza ha disposto l’archiviazione definitiva .

Il procuratore di Matera, originario di Lizzano (Taranto) ed il suo legale, il prof. Luigi Fornari, a seguito della richiesta di archiviazione firmata dai Pm calabresi Vincenzo Capomolla e Vito Valerio, hanno depositato una lunga memoria presentando ricorso al Gip del Tribunale di Catanzaro richiedendo di formulare l’imputazione coattiva o, eventualmente di effettuare altri accertamenti.  ed hanno  con cui chiedono la formulazione dell’imputazione o di imporre ai Pm nuove indagini affinchè il fascicolo non finisca in archivio . Argentino lamenta  per quanto riguarda il collegio giudicante, come non abbia ricevuto il previsto avviso al testimone (cioè se stesso) sulla presunta contraddittorietà delle sue dichiarazioni poi giudicate in sentenza che sono state giudicate dal Tribunale di Potenza in “stridente contrasto” con quelle di un altro testimone. Aggiungendo  una serie di elementi per sostenere la propria verità di quanto affermato, per accusare il Collegio del Tribunale penale potentino di aver dolosamente voluto ignorare,  arrivando a giudicar alcuni passaggi difficilmente comprensibili “se non tenendo presente la malafede dei componenti del Collegio”.

Argentino chiede nello stesso modo la loro imputazione coattiva e, in subordine, delle nuove ulteriori indagini nei confronti della Pm Laura Triassi e del Gip Amerigo Palma, cioè di coloro che l’avevano prosciolto ed archiviato ! A sostegno delle accuse nei loro confronti, oltre alla ricostruzione degli elementi del procedimento “madre” (che peraltro si è concluso definitivamente) , fa riferimento ad una registrazione di un colloqui tra due persone interessate dal procedimento principale. Persone che a aprile del 2015 già sarebbero stati a conoscenza dell’esistenza del decreto di archiviazione nei confronti di Argentino, e che aggiungono di sapere che “doveva essere fatto subito” e che parlano di un ufficiale minacciato dal Pm, che a giugno conoscono il contenuto del decreto di archiviazione e che addirittura ad agosto ne saranno in possesso, sapendo che la richiesta di non archiviare presentata da Argentino è stata rigettata e che così l’allora procuratore aggiunto di Taranto sarebbe stato fregato ed escluso dalla corsa a Procuratore capo di Matera (dopo essersi candidato anche per quella di Lecce !) in quanto sottoposto a procedimento disciplinare dal quale si è salvato grazie a “pressioni” politiche in suo favore, con lo zampino del pm romano Luca Palamara, come evidenziato nei giorni scorsi dai quotidiani La Repubblica ed il Fatto Quotidiano.

Non a caso come racconta il Fatto Quotidiano, era stata proprio la corrente di Luca Palamara a consentire ad Argentino di diventare procuratore capo a Matera, eletto con il minimo necessario dei voti (11 per la precisione). Un risultato sicuramente non eccellente, contrariamente a quanto aveva scritto il suo “biografo” …. sulla Gazzetta del Mezzogiorno in occasione della sua nomina.

 

            tratto dal Fatto Quotidiano del 4 giugno 2019

 

L’azione di Argentino nasconde un altro obiettivo: quello di danneggiare la pm Triassi nella sua corsa a procuratore aggiunto di Potenza. Un incarico assegnato a Raffaello Falcone, oggi coordinatore della sezione «fasce deboli» — contro il quale la Triassi hanno vinto il ricorso al Tar: i giudici amministrativi hanno ritenuto che entrambi avessero i titoli per coprire quell’incarico. Laura Triassi, che all’epoca di “Mani pulite” era uno dei gip più impegnati, ha vinto però anche altri due ricorsi: quelli contro Francesco Curcio, a lungo a Napoli e oggi procuratore di Potenza, e quello contro Anna Maria Lucchetta, ex pm della Dda e oggi procuratore a Nola. Rispetto a Curcio, per esempio, la Triassi può vantare l’esperienza di procuratore facente funzioni: la maturò a Potenza subito dopo la nomina di Giovanni Colangelo a capo dei pm di Napoli.

Il Csm ha impugnato tutte queste sentenze davanti al Consiglio di Stato: la linea è quella di attendere il secondo grado di giudizio e poi, dopo avere letto le motivazioni, decidere se confermare le stesse nomine, magari con motivazioni diverse, o modificarle: in qualche circostanza è già accaduto, ma è molto difficile immaginare quale ruolo andrebbero a ricoprire i magistrati che dovessero lasciare l’incarico attuale. Intanto i tempi si allungano, mentre le esigenze di giustizia, richiederebbero un organico al completo. Tutti questi ricorsi vinti, inoltre, evidenziano lo scollamento tra la linea della giustizia amministrativa e l’operato del Csm, da molti criticato per i criteri troppo autoreferenziali con i quali procede alle nomine. E questo ormai è sotto gli occhi di tutti.

Una vera e propria “guerra” tra magistrati tra le province di Potenza e Matera che ricadono sotto lo stesso distretto di Corte d’Appello e che senza alcun dubbio non rasserena le turbolenze provenienti dagli scandali al Csm con il “caso Palamara”. E infatti proprio il Consiglio Supremo della Magistratura, che ha già un fascicolo disciplinare aperto nei confronti di Argentino per un’altra vicenda legata alla sua permanenza a Taranto, e potrebbe quindi interessarsi anche questo inedito scontro a distanza, perché da un punto di vista “ambientale” tra le toghe dello stesso distretto di Corte d’Appello, la vicenda che affonda le radici nel passato e che si trascina fino ad oggi, appare sempre di più difficilmente componibile. Una vicenda che sembra aver messo la parola “fine” alla carriera di Pietro Argentino.

 

 




"Toghe sporche": il procuratore generale della Cassazione Fuzio chiede la sospensione di Palamara da funzioni e stipendio

ROMA – Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha richiesto al Consiglio Superiore della Magistratura la sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio del pubblico ministero Luca Palamara, l’ex presidente della Associazione Nazionale Magistrati  indagato a Perugia.

Il provvedimento è stato richiesto il 12 giugno scorso alla vigilia del vertice sulla Giustizia tenutosi a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte mentre nel frattempo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha accelerato la riforma delle intercettazioni organizzando per venerdì prossimo una riunione del tavolo “tecnico” allargato a giornalisti e avvocati.  Non sarà facile riuscire a trovare posizioni di compromesso tra queste due categorie, come sul piano politico sarà ancora più difficile una comunione di intenti tra il M5S e la Lega, che sull’argomento hanno posizioni diametralmente opposte. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti si è detto favorevole a “correggere il procedimento elettorale per gli eleggibili” nel Csm.

Il provvedimento richiesto  è di natura cautelare cioè destinato a intervenire prima che si celebri il processo disciplinare. La sezione disciplinare del Csm si pronuncerà a porte chiuse sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Forse più trasparenza sarebbe stata opportuna…

Ecco l’intervento sulla giustizia del Ministro Guardasigilli Bonafede ieri sera a “Porta a Porta” (RAIUNO) , intervistato da Bruno Vespa :

 

La richiesta di avviare un procedimento disciplinare non può considerarsi un atto di semplice routine anche perché oltre alla gravità delle accuse contestate al Pm Palamara si intravede un potenziale coinvolgimento dello stesso procuratore generale Fuzio il quale, in parte indirettamente, avrebbe fatto arrivare un messaggio (divenuto di pubblico dominio due giorni fa) al collega messo sotto intercettazione dalla Procura di Perugia, e come risulta dagli atti inviati da Perugia al consiglio di presidenza del Csm, incontrandolo successivamente il 27 maggio scorso . Il procuratore generale Fuzio peraltro è componente dell’ufficio di presidenza del Csm e, quindi, per lui si prevede quanto meno un obbligo di astensione.

Si tratta di un vero e proprio clima da resa dei conti ,  la cui pericolosità ma sopratutto gravità verrà sicuramente evidenziata venerdì prossimo al plenum straordinario del Csm a cui presenzierà il Presidente, cioè il capo dello Stato,  per l’insediamento dei nuovi togati , in attesa delle elezioni suppletive tra i pm previste in autunno.

il premier Giuseppe Conte

La linea del Governo  che verrà illustrata stasera del premier Giuseppe Conte al vertice convocato con i ministri Giulia Bongiorno ed Alfonso Bonafede (peraltro entrambi avvocati) e con l’annunciata partecipazione dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio,  è quella di coinvolgere il Parlamento e, dunque, quanto più possibile anche l’opposizione. È necessario,  ha detto il premier Conte a Napoli “recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni: serve una coesione sociale e fiducia nelle istituzioni, dunque serve intervenire per dare un segnale di grande attenzione“. sostenendo l’urgenza di procedere ad una revisione del “meccanismo di elezione dei componenti del Csm in modo da recidere la possibilità di contaminazione tra politica e magistratura“.

Il premier ha voluto anche però sottolineare di non averapprezzato lo spirito corporativo con cui con cui hanno reagito alcuni magistrati…“, una posizione questa condivisa anche  dal Guardasigilli Alfonso Bonafede: “I nostri magistrati, tra i migliori al mondo, sono gli eredi di Falcone e di Borsellino e non permetterò a nessuno di macchiare la giustizia in maniera indelebile”. Bonafede ha parlato di “muro invalicabile” tra la politica e la magistratura sostenendo che “Non è possibile che un magistrato che va fare politica possa tornare a fare il magistrato“.

Stavolta una mano decisiva potrebbe arrivare anche dall’Anm (l’ Associazione Nazionale dei Magistrati) il cui neo presidente Luca Poniz, ha parlato in un’intervista rilasciata al Sole 24Ore di “questione morale e carrierismo esasperato che affligge i magistrati“.