Non è avvertimento, è giornalismo

Non è avvertimento, è giornalismo

L’Espresso ha fatto un accurato e paziente lavoro di ricostruzione di dati, nomi, cifre, contesti. Che non arriva a conclusioni, ma pone domande. A cui il senatore Matteo Renzi dovrebbe rispondere invece di attaccare la libera stampa

di Marco Damilano*

Un articolo, un servizio, un’inchiesta giornalistica in democrazia non sono un avvertimento, ma l’opposto. Sono un contributo che si porta alla conoscenza dei fatti, per mettere i cittadini e gli elettori di scegliere i loro rappresentanti nelle condizioni migliori.

Ha sbagliato, dunque, il senatore Matteo Renzi a definire così, come ha fatto ieri mattina  dai microfoni di Radio Capital,  la storia di copertina firmata da Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian che i lettori dell’Espresso potranno leggere finalmente domenica primo dicembre nella sua interezza, dopo tante anticipazioni, discussioni, polemiche. Se, dopo aver minacciato querele e dopo essersela presa con il collega Gigi Riva che ha fatto un errore e si è subito scusato, il senatore Renzi avrà la pazienza di leggere la nostra inchiesta, vedrà che non di avvertimenti o di veline o di pizzini si tratta, ma di un accurato e paziente lavoro di ricostruzione di dati, nomi, cifre, contesti. Il miglior giornalismo di inchiesta, di cui Fittipaldi e Tizian sono firme riconosciute. Che non arriva a conclusioni, ma pone domande.

Sull’acquisto della villa, e sull’ormai famoso prestito  che ha consentito alla coppia Renzi di traslocare nell’estate 2018, sono da chiarire almeno due questioni.

La prima: perché l’amico di Renzi, l’imprenditore Riccardo Maestrelli, appartenente a una famiglia che figura con le sue società tra i finanziatori della Fondazione Open , nominato nel consiglio di amministrazione della Cdp Immobiliare il 5 maggio 2015, mentre a Palazzo Chigi governava l’ex sindaco di Firenze, non ha elargito il prestito da 700mila euro destinato all’acquisto della casa, ma tramite la madre, signora Anna Picchioni?

La seconda questione: la coppia Renzi ha trasferito 400mila euro per la caparra dell’acquisto della casa, restano altri 300mila euro, sono stati restituiti tutti, o soltanto in parte?

Queste domande prescindono dall’inchiesta della magistratura, nessuno dei protagonisti risulta sotto indagine, per esempio, ma richiamano un profilo di trasparenza e di distinzione tra sfera privata e sfera pubblica che dovrebbe rappresentare la strada maestra per chi fa politica ad altissimi livelli come l’ex premier in questi anni.

Ricordate Anna Maria Cancellieri, Maurizio Lupi, Federica Guidi? Cosa hanno in comune questi tre ex ministri? Di tutti e tre Renzi chiese le dimissioni, eppure nessuno di loro era indagato. Di due di loro (Lupi e Guidi) le ottenne in pochi giorni, o addirittura in poche ore, perché erano ministri che facevano parte del suo governo e non potevano godere di una difesa politica, non avevano alle spalle né un partito potente né una corrente di appoggio dell’opinione pubblica. “Le dimissioni si danno per una motivazione politica o morale, non per un avviso di garanzia”, disse Renzi in un’intervista a Goffredo De Marchis (Repubblica, 22 marzo 2015). D’accordo: ma chi stabilisce cos’è morale e cosa non lo è, i criteri di inopportunità politica che sono più esigenti perfino di quelli di un’indagine giudiziaria che muove da ipotesi di reato?

Il giornalismo può aiutare a formare un’opinione pubblica, non giustizialista, come si usa dire, ma sensibile, attenta, reattiva. Questo è il giornalismo in cui crediamo noi dell’Espresso. Abbiamo svelato di recente l’esistenza dell’associazione Più voci, appartenente alla galassia leghista , per cui il tesoriere della Lega,  Giulio Centemero è oggi sotto inchiesta, abbiamo raccontato il viaggio di Salvini e di Gianluca Savoini a Mosca dell’ottobre 2018 , su cui ora indaga la procura di Milano con l’ipotesi di corruzione internazionale, ci siamo interessati delle frequentazioni di Davide Casaleggio con le lobby e con le aziende di Stato. Nelle prossime settimane ci occuperemo di altri partiti e di altri finanziamenti, perché pensiamo sia un tema cruciale per la qualità della nostra democrazia.

Sui finanziatori della fondazione Open, su cui è aperta un’inchiesta della procura di Firenzei lettori dell’Espresso potranno trovare domenica in edicola nuove informazioni: nomi e cifre. Tra loro, spicca il caso di Gianfranco Librandi , imprenditore, già deputato e tesoriere di Scelta civica, passato al Pd nel 2017, inserito nella lista bloccata in Lombardia per la Camera, rieletto, oggi traslocato in Italia Viva. Abbiamo scoperto che ha finanziato la Open con 800mila euro. Un’elargizione fuori misura che forse spiega il suo tortuoso percorso politico.

Anche in questo caso, c’è una domanda aperta, di carattere generale. Quando nel 2014 fu abolito il finanziamento pubblico dei partiti mascherato da rimborsi elettorali, dopo i casi Lusi e Belsito, i tesorieri di Margherita e Lega che avevano rubato a se stessi, truccato i bilanci, truffato lo Stato, si parlò giustamente di canali di finanziamento privati trasparenti, tracciabili, pubblici. Oggi siamo molto lontani da questo obiettivo. Nel frattempo, però, le oligarchie si sono fatte ancora più ristrette, la politica da più di venti anni è diventata una cosa per pochi e i rinnovatori non hanno migliorato la situazione, anzi.

Si moltiplicano i partiti personali, di proprietà del leader, non contendibili, come si dice, o i partiti azienda, con le piattaforme affidate a società private che decidono vita e morte dei governi, com’è accaduto questa estate con il voto della piattaforma Rousseau sul via libera da dare al Conte due. Intanto i partiti storici si sono impoveriti: il Pd ha 174 dipendenti in cassa integrazione, ma la fondazione Open ha moltiplicato i finanziamenti, negli stessi anni in cui Renzi era segretario del Pd e punto di riferimento della fondazione.

La commistione tra politica e affari è diventata più stretta. Il mix tra finanziamenti privati opachi, liste bloccate con la scelta delle candidature per il Parlamento nazionale affidate a cerchie ristrettissime, nomi spuntati dal nulla ma forti del potere dei soldi, hanno spezzato il circuito tra consenso, responsabilità e possibilità di scelta dell’elettore che sta alla base della rappresentanza democratica e ha spalancato le porte ai populismi di ogni genere. Oggi un bravo amministratore non ha nessuna possibilità di essere inserito in una lista, rischia di essere scavalcato da un signor nessuno che ha alle spalle ingenti risorse economiche e che si è comprato il seggio.

È questo il vero vulnus democratico, noi vorremmo parlare di questo. Con lo strumento parziale ma tenace di cui disponiamo. Si chiama giornalismo.

*editoriale tratto dal settimanale L’ESPRESSO

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