Nel labirinto delle stragi

Nel labirinto delle stragi

di Attilio Bolzoni

In quei due mesi è accaduto molto ma non tutto. Dal 23 maggio al 19 luglio 1992, cinquantasette giorni, bombe e autobombe, ucciso Giovanni Falcone, ucciso Paolo Borsellino. Tanti i segreti che sono stati seppelliti in questo quarto di secolo, tante le verità che ancora l’Italia non conosce.

A farci entrare nel labirinto delle stragi per il blog Mafie è Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica che con il suo sapere ci accompagna dall’ Addaura ai grandi misteri che ancora si inseguono dopo venticinque anni.E’ un lungo racconto ma non è solo un racconto. E’ anche un ragionamento intorno a fatti e trame che portano Bellavia a un convincimento: per capire cosa è avvenuto nell’estate del 1992 non bisogna guardare indietro ma bisogna guardare avanti: “Non a quello che le vittime avevano fatto ma a quello che avrebbero potuto fare“. Delitti preventivi.

Una ricostruzione divisa in una ventina di capitoli, vicende tutte legate una all’altra anche se lontane nel tempo. C’è l’intrigo della trattativa Stato-mafia e c’è l’oscura parentesi della dissociazione “morbida” che avrebbero voluto alcuni boss dopo la repressione poliziesca-giudiziaria che ha colpito Cosa Nostra, ci sono i retroscena di quel rapporto sugli appalti dei carabinieri dei reparti speciali con le grandi aziende del Nord in affari con Totò Riina, c’è il ricordo degli ultimi giorni del procuratore Borsellino che riceve le confidenze di Gaspare Mutolo e di Leonardo Messina.

Un’estate del 1992 sospesa nel prima e nel dopo. Con eventi ancora oggi indecifrabili. Le telefonate di rivendicazione della famigerata Falange Armata. E il “suicidio” nel carcere di Rebibbia di Antonino Gioè, uno di quei mafiosi che partecipò alle fasi preparatorie dell’attentato di Capaci e che fu trovato cadavere ventiquattro ore prima delle esplosioni – il 27 luglio del 1993 – in via Palestro a Milano e davanti alle basiliche romane.

Con l’apparizione improvvisa di personaggi che hanno depistato le inchieste sino ad affossarle. Come Vincenzo Scarantino, il “pupo vestito”, il pentito fasullo di via D’Amelio creduto oltre ogni ragionevole limite da qualche poliziotto e da schiere di magistrati. Come Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo che ha spacciato informazioni tarocche per conto proprio o per conto terzi.

Venticinque anni dopo – nonostante le inchieste giudiziarie e gli ergastoli che hanno rinchiuso per sempre nelle segrete del 41 bis i capi della Cupola – siamo ancora dentro il labirinto.

 

Corvi e veleni annunciano la guerra

di Enrico Bellavia

Giovanni Falcone, lo aveva chiaro, sugli scogli dell’Addaura si era combattuta una guerra tra chi nello Stato lo voleva morto e chi, nello Stato gli aveva salvato la vita. Ecco perché parlò di “menti raffinatissime” dietro la strage sventata. Sapeva che non era solo affare di manovalanza criminale. Su quella scogliera non c’era solo Cosa Nostra.

Dal 21 giugno 1989 il giudice non dormirà più nel suo letto. Ma sdraiato sul pavimento, sotto il cuscino una pistola. Al suo amico Francesco La Licata confida: «Non mi posso più permettere di dormire a sonno pieno». Ed ai funerali di Nino Agostino sussurra al vicequestore Saverio Montalbano: “Questo è un segnale contro di me e contro di te“.

I sospetti per l’Addaura si addensano sui boss Madonia, mafioso il padre Francesco e tre dei suoi quattro figli, Giuseppe, Nino e Salvino, sicari col diploma in tasca, fedelissimi di Totò Riina. I luogotenenti dei Madonia sono i Galatolo, solida famiglia della costa. Controllano il cantiere navale. E nel loro quartier generale, tra l’Acquasanta e l’Arenella, sono di casa anche alcuni “sbirri”, tra cui quell’uomo con la “faccia da mostro” che era andato a cercare Nino Agostino a casa pochi giorni prima del suo omicidio.

Lorenzo Narracci, il numero due del Sisde a Palermo, fedelissimo del capo locale dei Servizi, Bruno Contrada, ha la barca ormeggiata proprio di fronte casa Galatolo. Ma sugli scogli dell’Addaura, davanti la villa che Falcone, affittava ogni estate, più che indagare si smobilita. Ci si incarica di ripulire in fretta la scena del crimine da ogni traccia. Viene fatto brillare il congegno dell’innesco. E’ cancellato un elemento chiave per dare concretezza alla tesi che di una strage sventata e non di un avvertimento si era trattato.

E così intorno a Falcone inizia il valzer dei sospetti: la bomba?, una messinscena voluta da lui stesso per acquisire meriti e benemerenze, un viatico di carriera. Il Corvo, l’anonimo estensore della lettera in cui la vulgata si tradusse in scritto, lo sostenne. Il resto fu un turbine che travolse il giudice Alberto Di Pisa come autore dell’anonimo – poi scagionato – fermò nei fatti una gigantesca istruttoria sul ruolo dell’ex sindaco Vito Ciancimino nel mondo degli appalti e confuse nella sabbia della maldicenza tutto e tutti. A occuparsi di indagini sulle indagini ci mise del suo l’apparato dell’Alto commissariato alla lotta alla mafia, un carrozzone di assoluta inutilità con il quale lo Stato si era lavato la coscienza relegando ancora una volta alla Sicilia il compito di sbrogliarsela con il suo male.

Giovanni Falcone per primo era convinto che così com’era non servisse a molto, tanto più che quando era stato in predicato di dirigerlo, a Roma avevano trovato il modo di impedirglielo. Perché l’Alto commissariato, nei fatti una succursale dell’allora Sisde – il servizio segreto civile – era il crocevia di un certo modo di acquisire informazioni che dovevano restare al sicuro.

 

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