Csm, l’inchiesta che sconvolge la magistratura

Csm, l’inchiesta che sconvolge la magistratura

Il mercato delle nomine e le tangenti: fino a che punto è arrivata la corruzione in Italia? Mai nella storia patria era stata contestata la vendita delle designazioni dei procuratori. Uno scenario allucinante, che segna una vera emergenza democratica e impone una risposta altrettanto forte per restaurare la credibilità della magistratura

di Gianluca Di Feo

C’è un senso di vertigine nel leggere le accuse dell’inchiesta di Perugia, come se fosse saltato l’ultimo diaframma di un tunnel aprendo lo sguardo sul baratro. Fino a che punto è arrivata la corruzione in Italia? Mai nella storia patria era stata contestata la vendita delle nomine dei procuratori, macchiando con il sospetto quell’organo di autogoverno che arbitra l’indipendenza delle toghe.

Stiamo parlando del Consiglio Superiore della Magistratura, uno dei pilastri del nostro sistema democratico, presieduto dal capo dello Stato. E al centro di questa vicenda, la cui rilevanza penale verrà accertata nei processi, c’è il pm Luca Palamara che ha guidato per anni l’Anm, rappresentanza unica delle toghe. Certo, il Csm in passato è stato luogo di scontri feroci, in nome del corporativismo correntizio o di visioni diverse dell’ordinamento giudiziario, con l’influenza più  o meno incisiva della politica.

Adesso invece le porte del Csm appaiono spalancate alle scorribande dei faccendieri, che irrompono come mercanti nel tempio della Giustizia per insediare i loro uomini nelle poltrone utili ad azzerare il rischio di indagini o, peggio, ad armarle contro i loro avversari. Il livello forse ultimo della degenerazione delle istituzioni, corrotte nel senso etimologico del termine che indica una rottura dall’interno, come una crepa che finisce per frantumarle.

Bisogna però guardare oltre l’intreccio di tangenti e ricatti emerso finora dall’inchiesta. Allargare il quadro oltre la lista di mazzette, regali e dossier per decifrare la grande manovra che vede interessi enormi scendere in campo in un momento critico per la vita del Paese. Una scacchiera in cui oggi si muovono con altrettanta disinvoltura esponenti di partiti di sinistra, come il Pd, o antichi maestri delle trame di destra. E dove ci sono forze vecchie e nuove accomunate da un unico obiettivo: smantellare l’autonomia degli uffici inquirenti più importanti. Il bersaglio principale è il modello creato da Giuseppe Pignatone nella procura di Roma, che ha trasformato il “porto delle nebbie” in una struttura capace di colpire il tradizionale malaffare dei colletti bianchi e la nuova colonizzazione mafiosa della Capitale, realtà spesso alleate nei loro progetti criminali, arrivando a ipotizzare reti di corruzione altissime.

Pignatone ormai è in pensione ma un blocco di potere profondamente radicato nei palazzi romani si è coalizzato per azzerarne l’eredità. Conta sul consenso di parte della magistratura sempre più dominata, negli organi di rappresentanza ma soprattutto nell’attività quotidiana, da una voglia di normalità scandita secondo canoni conservatori che disprezzano i protagonismi e l’eccesso di zelo. È una cesura netta rispetto alla stagione cominciata negli anni Settanta dai “pretori d’assalto“, tanto cari a Sandro Pertini, proseguita poi con le indagini di Mani Pulite e quelle Antimafia.

Tra i giudici, questa visione del proprio ruolo è sempre stata presente e ha radici nobili. Talvolta però si è tradotta in una maggiore attenzione alle prerogative di corporazione che non all’efficienza dell’azione giudiziaria. E in alcuni casi, l’ambizione personale ha spinto all’intesa con quei potentati in grado di favorire le promozioni. Mai però era arrivata alle bustarelle e ai dossieraggi, alle riunioni notturne di congiurati in toga animati dal rancore e dalla brama di carriera.

Uno scenario allucinante, che segna una vera emergenza democratica e impone una risposta altrettanto forte per restaurare la credibilità della magistratura. Perché l’inchiesta esplode mentre sempre di più nel Paese si mette in discussione la cultura delle regole, invocando la supremazia del fare: un’operazione avviata negli anni berlusconiani che adesso ha trovato in Matteo Salvini l’uomo forte capace di completare il disegno. E il leader leghista sa che anche una parte delle toghe non è insensibile al suo richiamo.

Lo ha dimostrato lo stesso Csm negando per due volte la solidarietà all’allora procuratore Armando Spataro, attaccato dal ministro dell’Interno. Il pessimo segnale di un’inversione di tendenza, che rischia di condizionare il futuro del Paese.

*editoriale tratto dal quotidiano La Repubblica

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