Cosa sceglierà il Pd: il recinto, la stampella o la sfida ?

Cosa sceglierà il Pd: il recinto, la stampella o la sfida ?

Si può tentare di verificare senza alibi se una squadra e un programma che si promettono compatti e coerenti, oltre che estremamente ambiziosi, sono davvero in grado di ridare slancio e fiducia al Paese.Senza confusione di ruoli e senza fare sconti sul risultato, affinché gli elettori possano poi giudicarlo.

di Stefano Semplici*

Da due mezzi vincitori ed uno sconfitto che li segue a grande distanza non esce automaticamente una maggioranza e il Pd sembra così trovarsi di fronte a un’alternativa secca. È possibile immaginare una terza opzione? O chiudersi nel recinto di un’opposizione tanto rispettosa delle istituzioni quanto intransigente e inespugnabile, lasciando agli altri la scelta fra una “grande coalizione” e un rapido ritorno alle urne, o accettare il ruolo – ovviamente sforzandosi di declinarlo nel modo più “esterno” possibile – di “socio di minoranza” (che molti definirebbero, semplicemente, “stampella“) di una coalizione.

 

il cortile di Palazzo Chigi

La probabilità che entrambe le strade conducano alla fine o comunque a un’ulteriore marginalizzazione del Pd è elevata. Appare davvero arduo immaginare un accordo fra coalizione di centrodestra (o anche solo Lega) e M5S.

 
Sarebbe Di Maio o Salvini a fare un passo indietro? Si sceglierebbe il reddito di cittadinanza o la flat tax, che sottendono prospettive e priorità lontanissime fra loro? Non può certo sorprendere che il Pd indichi e auspichi questa soluzione, che gli consentirebbe di curare le profonde ferite interne attendendo dall’opposizione che l’alleanza dei “populismi”, mettendoli alla prova insieme, smascheri una volta per tutte la loro inconsistenza. Non si può ovviamente sostenere che sia questa l’indicazione fornita dagli elettori. Ed è molto più facile che al posto di questa grande coalizione nasca infine un “governo del Presidente “(della Repubblica), con lo  scopo  di qualche ritocco alla legge elettorale per rafforzarne la componente maggioritaria e nuove elezioni.

In quelle che si sono appena svolte l’appello al voto “utile” non ha premiato il Pd. E ci vorrebbe un sistema il più vicino possibile a quello francese, in un paese le cui fratture e disuguaglianze hanno ormai l’evidenza di una linea tracciata sulla carta geografica, per essere sicuri di non ripetere lo stesso risultato… L’ipotesi di uscire dal recinto, tornando a chiamare negoziato e compromesso ciò che tutti hanno definito fino a ieri “inciucio” per consentire a uno dei due mezzi vincitori di formare un governo, non appare meno rischiosa. È comprensibile, inoltre, la posizione di quanti sostengono che questo è davvero “pretendere troppo”.

Anche la sola apertura di una trattativa con avversari che si sono proposti e sono stati trattati come radicalmente alternativi sarebbe contestata come l’ennesima prova che davvero si è pronti a tutto per la “poltrona”, perfino dopo essere stati il bersaglio di un uso sistematico del linguaggio dell’offesa e del disprezzo. Si regalerebbe al socio di maggioranza di questo accordo la più comoda delle giustificazioni per la mancata realizzazione delle promesse fatte e a chi resterebbe all’opposizione la possibilità di rilanciare le proprie mentre si consumano i fallimenti altrui, dei quali si sarebbe accettato di diventare “complici”.

La vera posta in gioco potrebbe poi diventare rapidamente un’altra. Intorno a questa ipotesi si sta già aprendo l’ennesima lacerazione interna al Pd, con esiti che potrebbero questa volta essere fatali. Hanno parlato finora coloro che vorrebbero aprire ai 5 Stelle. Ma ne basterebbero poco più della metà (magari nella forma di una semplice astensione, senza l’impegno di un esplicito “appoggio” anche solo esterno) per consentire al centrodestra (dal quale già arrivano i primi segnali) di varare un suo governo. Gli altri sarebbero liberi di ricongiungersi a Leu e si realizzerebbe finalmente l’agognato bipolarismo: senza il Pd

È possibile immaginare una terza opzione? Forse sì, a condizione che i tre “poli” presenti in Parlamento offrano tutti al Capo dello Stato la loro disponibilità a sperimentare una versione inusitata e che a molti apparirà certamente temeraria e stravagante della logica della sfida. E può essere proprio il Pd a fare la prima mossa, perché è sul Pd che si stanno esercitando le pressioni più insistenti e perché è il Pd l’unica forza in campo che non può evidentemente chiedere che le venga affidato l’onere del governo. Sia il Quirinale – se tutti confermeranno la loro posizione e non ci sarà una vera maggioranza – a decidere se contano di più i seggi della coalizione o quelli del singolo partito per stabilire chi ha il diritto di provare per primo. Ma perché dovrebbe essere solo lo “sconfitto” a farsi carico di un gesto di responsabilità nei confronti del Paese?

È sfida quella di chi è convinto di poter raggiungere un traguardo difficile, contando con coraggio sulle sue forze. Ed è sfida quella di chi chiede a chi se ne ritiene capace di dimostrare davvero di saper fare qualcosa che si considera impossibile o azzardato, come le mirabolanti promesse della campagna elettorale. Il Pd si dichiari dunque pronto a garantire, attraverso lo strumento dell’astensione, la possibilità di formare un governo e metterlo alla prova, ma solo se il mezzo vincitore rimasto escluso farà altrettanto. Senza nessuna trattativa e ribadendo di essere alternativi per programmi e metodo.

Rifiutando qualsiasi offerta di posti e ministeri. Continuando a spiegare perché si consideravano e si considerano gli impegni assunti con gli elettori non condivisibili o irrealizzabili. Ma anche – e questa potrebbe essere una differenza fondamentale rispetto a un tradizionale governo di minoranza – senza concedere facili varchi alla giustificazione che l’azione di rinnovamento non può dispiegarsi pienamente perché si è costretti ad annacquare e indebolire i provvedimenti per farli passare.

Questa opposizione, in altri termini, potrebbe accettare un onere aggiuntivo, cioè quello di garantire, sempre con la propria astensione, anche l’approvazione di provvedimenti che non dovesse condividere. Ovviamente con limiti precisi. Nel caso del Pd, coerentemente con la sua campagna elettorale e analogamente a quanto potrà fare chi dovesse condividere questa scelta di un’opposizione di sfida, si tratterà della libertà di non votare provvedimenti che mettano seriamente in questione l’ancoraggio e gli impegni europei dell’Italia o per i quali manchino coperture compatibili con questa cornice di riferimento.

La stessa libertà potrà e dovrà essere conservata, a titolo di esempio, sulle questioni che riguardano le grandi scelte di politica estera, i fondamentali diritti civili, gli immigrati. Per il resto, tutti dovrebbero presentare con chiarezza le proprie proposte, rivendicando il merito di ogni cambiamento che dovesse essere accolto ma senza impedire al governo, se decidesse di ignorarle, di realizzare le proprie. Un governo di minoranza non può evidentemente essere il governo dell’ Italicum. Ma si può tentare di verificare senza alibi se una squadra e un programma che si promettono compatti e coerenti, oltre che estremamente ambiziosi, sono davvero in grado di ridare slancio e fiducia al Paese.Senza confusione di ruoli e senza fare sconti sul risultato, affinché gli elettori possano poi giudicarlo.

Può anche darsi che questo aiuti la circolazione di parole e di uno stile diversi. E anche questo farebbe bene a tutti.

*Docente di Etica sociale all’Università di Roma “Tor Vergata”

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