Continua la "guerra" fra Procure. La Procura di Messina indaga il procuratore capo di Taranto

Continua la "guerra" fra Procure. La Procura di Messina indaga il procuratore capo di Taranto

Capristo procuratore capo di Taranto iscritto nel registro degli indagati di un’inchiesta della procura di Messina sulla base di un esposto anonimo, arrivato in Sicilia quando il magistrato era alla guida della procura di Trani. Di lui ha parlato in un verbale l’avvocato Piero Amara, il regista del “sistema Siracusa”, che ha raccontato di aver inviato a Trani, quando Capristo era a capo di quella procura, uno degli esposti anonimi che sarebbero dovuti servire ad inscenare il falso complotto ai danni dell’Eni, per sviare le “vere” indagini di Milano sul colosso petrolifero.

ROMA – La Procura della Repubblica di Messina ha iscritto il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo nel registro degli indagati, per ipotesi di abuso d’ufficio . I fatti si riferiscono al periodo in cui il magistrato barese era alla guida  della Procura di Trani e riguardano la vicenda di un esposto anonimo su un presunto complotto contro l’Eni e il suo amministratore delegato Claudio Descalzi pervenuto alle Procure di Trani e Siracusa.

L’esposto inviato da una mano anonima sarebbe stato finalizzato in realtà a depistare un’altra inchiesta, nel frattempo aperta a Milano, su tangenti pagate dall’Eni in Nigeria e Algeria.L’anonimo venne mandato alla Procura di Siracusa e a quella di Trani.

La Procura della Repubblica di Siracusa

Nella procura di Siracusa l’allora pm Giancarlo Longo, avrebbe messo in piedi un’indagine priva di qualunque fondamento, su un falso piano di destabilizzazione del gruppo petrolifero statale e del suo amministratore delegato Descalzi . Alcuni giorni prima di chiedere il patteggiamento l’ex Pubblico Ministero Giancarlo Longo aveva chiesto di essere interrogato dai Pubblici Ministeri di Messina in quanto voleva svelare atti corruttivi commessi da alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Longo, che poi ha subito una condanna a cinque anni di reclusione, svelò che i suoi amici-complici in svariati illeciti, gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara, (entrambi successivamente arrestati) avrebbero versato al magistrato Luca Palamara (membro del Csm all’epoca dei fatti)  la somma 40 mila euro per “sponsorizzare”ed assicurarela nomina di Longo al vertice della Procura della Repubblica di Gela.

l’ex-pm Giancarlo Longo alla ricerca di “cimici” nel suo ufficio

Le manovre per portare Longo alla guida della Procura di Gela

L’ex magistrato Longo, non ancora 50enne,  da sostituto procuratore della Procura di Siracusa, avrebbe così avuto la possibilità di far un gran balzo di carriera arrivando a diventare il capo della Procura di Gela. Questa promozione non arrivava casualmente ma era la meta cui ambiva l’avvocato Amara, nell’ambito dei suoi propositi di scalare i rapporti con le gerarchie dell’Eni ed ottenere parcelle di centinaia di migliaia di euro per ogni sua consulenza difensiva in favore dei dirigenti dello stabilimento petrolifero di Gela che finivano sotto inchiesta per inquinamento ambientale o per altri reati.

Se fosse andata in porto l’operazione di far nominare procuratore capo di Gela l’ex pubblico ministero Giancarlo Longo , gli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore avrebbero avuto la strada libera da ostacoli negli uffici della Procura della Repubblica di Gela in quanto, avendo sul libro paga l’ex pubblico ministero Longo e avendo pagato la sua promozione a procuratore capo, gli avrebbero impedito o lo avrebbero costretto ad affossare tutte le inchieste contro i funzionari di Eni in servizio presso l’impianto petrolchimico di Gela.

Gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara

La promozione di Longo a capo della Procura di Gela sfumò e il magistrato napoletano, dopo essere stato arrestato nell’ambito dell’ “operazione Sistema Siracusa”, su richiesta dei Pubblici Ministeri di Messina, che oltre a lui fecero rinchiudere in carcere anche gli avvocati Amara e Calafiore, nel momento in cui si vide costretto a scegliere tra il giudizio ordinario e il rito abbreviato, optò per il patteggiamento. L’ex pm Giancarlo Longo chiese di patteggiare quattro anni di reclusione, ma si vide sbattere la porta in faccia dai pm Carchietto, Fradà e Rende i quali gli dissero in poche parole: prendere o lasciare, daremo il consenso soltanto per una pena di cinque anni di reclusione, con la cessione del tuo Tfr alle parti offese e la lettera di dimissioni dal corpo della Magistratura. E così avvenne.

Con l’incubo di dover ritornare in carcere, Giancarlo Longo tentò anche la carta della disperazione: chiese di essere interrogato per rivelare fatti illeciti di cui era a conoscenza. Quando venne  sentito dai pubblici ministeri di Messina, l’ex magistrato accusò di corruzione tre magistrati in servizio al Csm e ha svelato che a rivelargli che nel suo ufficio della Procura di Siracusa fossero stati installati videocamere e “cimici” è stato il suo collega pubblico ministero Maurizio Musco. I verbali contenenti le dichiarazioni di Longo, per il coinvolgimento di tre componenti del Csm, sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Perugia e adesso sono di pubblico dominio con l’apertura un fascicolo che vede indagati per corruzione il pm della procura di Roma, Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale Magistrati ed ex componente del Csm.  Per le accuse a Palamara ed ad altri due suoi colleghi verbalizzate dagli avvocati Amara e Calafiore nei mesi scorsi sono stati arrestati giudici in servizio al Consiglio di Stato, al Cga di Palermo, alla Corte dei Conti di Roma.

il magistrato Luca Palamara

Nel decreto di perquisizione domiciliare e dell’ufficio di Palamara , si legge che avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela. Nell’inchiesta è coinvolto l’imprenditore romano Fabrizio Centofanti, sotto processo a Messina nell’ambito dell’operazione denominata “Sistema Siracusa” per avere anticipato le spese della vacanza natalizia a Dubai all’ex pubblico ministero Longo e alla sua famiglia, nonchè quelle che avrebbero dovuto sostenere gli avvocati Amara e Calafiore. Anche i due avvocati di Siracusa, dal mese di aprile dello scorso anno divenuti “collaboratori di giustizia”, e sono indagati dai magistrati del capoluogo umbro per corruzione. Per favoreggiamento e rivelazione di atti coperti dal segreto sono invece indagati anche altri due magistrati di Roma: Luigi Spina e Stefano Rocco Fava.

l’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone

Dagli atti emerge che parti offese sono l’ex procuratore capo di Roma Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, nonchè il magistrato di Catania, Marco Bisogni, che, secondo il diabolico piano degli avvocati Amara e Calafiore, avrebbe dovuto essere sottoposto a dei procedimenti disciplinari aperti contro di lui dal Csm in quanto aveva “osato” mettere sotto inchiesta l’avvocato Amara e sua moglie, Sebastiana Bona, per emissione di fatture false e altri reati fiscali. Lo scontro tra Amara e Bisogni avvenne quando quest’ultimo era pubblico ministero alla Procura della Repubblica di Siracusa. Amara, assistito dall’avvocato Calafiore, cercò di far pagare un alto prezzo al magistrato Bisogni citandolo a giudizio, innanzi al Tribunale Civile di Messina, ove gli chiese di risarcirgli un danno economico ammontante a otto milioni di euro.

La richiesta fu dichiarata ammissibile dal Collegio giudicante ma, per fortuna del pm Marco Bisogni, successivamente, un altro Collegio, difformemente composto rispetto a quello che aveva dichiarato ammissibile la richiesta dell’avvocato Amara, rigettò la richiesta e fece tirare un grosso respiro di sollievo al Pubblico Ministero Bisogni, che oggi lavora alla Procura di Catania. In relazione alle accuse mosse al magistrato Palamara (che si recò a Siracusa e guidava la commissione disciplinare che avrebbe dovuto decidere la sorte del procuratore capo Francesco Paolo Giordano), dal 2011 l’imprenditore Centofanti gli avrebbe elargito “utilità e vantaggi economici”. A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua amica Adele Attisani.

Centofanti avrebbe pagato  ancheun gioiello del valore di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’Attisani per il suo compleanno. All’ “amica” di Palamara sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’hotel Jebel di Taormina. Ci sono poi le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana. L’ex presidente dell’Anm è stato interrogato recentemente per più di 4 ore negli uffici di una caserma della Guardia di Finanza, respingendo con fermezza le accuse. “Sulla mia persona – ha detto ai magistrati di Perugia – si stanno abbattendo i veleni della Procura di Roma, ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per punto tutti i fatti che mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, né regali, né anelli e non ho fatto favori a nessuno”.

Perche Capristo viene indagato

L’ex procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo, ora alla guida della Procura di Taranto, che è bene ricordare nell’ambito del sistema corruttivo scoperchiato negli uffici giudiziari di Trani non è mai stato coinvolto o sfiorato,  è stato sentito le scorse settimane dai pm messinesi, che hanno indagato e processato Longo scoprendo il piano, i quali gli contestano l’anomala trasmissione dell’esposto al collega Longo anziché alla procura di Milano, naturale sede dell’inchiesta sul falso complotto.

Di lui ha parlato in un verbale l’avvocato Piero Amara, il regista del “sistema Siracusa“, che ha raccontato di aver inviato a Trani, quando Capristo era a capo di quella procura, uno degli esposti anonimi che sarebbero dovuti servire ad inscenare il falso complotto ai danni dell’Eni, per sviare le “vere” indagini di Milano sul colosso petrolifero.

Sono stato già interrogato dai colleghi di Messina alcune settimane fa alla presenza del mio difensore e ho rappresentato loro la correttezza del mio operato“, ha dichiarato Capristo in proposito. “Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio. Quando giunsero gli anonimi a Trani – spiega Capristofurono assegnati a due sostituti che si occuparono dei doverosi accertamenti sulla loro fondatezza. Successivamente – prosegue – venne formalizzata una articolata richiesta del fascicolo dal PM di Siracusa. La richiesta fu analizzata dai due sostituti che con apposita relazione mi rappresentarono che gli atti potevano essere trasmessi. Vistai la relazione e disposi la trasmissione del fascicolo al Procuratore di Siracusa. Nessuno poteva immaginare all’epoca alcun preordinato depistaggio“.

Sentito in tarda serata dal CORRIERE DEL GIORNO il Procuratore Capristo ha smentito di aver avuto qualsiasi contatto o rapporto con gli artefici del “sistema Siracusa” e manifestato la propria serenità “certo di aver sempre rispettato e fatto rispettare il corso della giustizia“, escludendo ogni coinvolgimento e responsabilità personale. “Per me parleranno i fatti ed documenti” ha concluso Capristo.

Le “bufale-congetture” del “Fango Quotidiano”

Ieri mattina il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo inquietante firmato un giornalista tarantino, come sempre disinformato, che racconta la presenza dell’ Avv. Amara agli incontri fra i commissari straordinari dell’ ILVA e la Procura di Taranto, senza sapere di cosa parla e scrive, ignorando che Amara era presente al seguito dei commissari Laghi, Gnudi e Carruba, partecipando soltanto a pochi incontri, con interventi inconsistenti, al punto tale che in una riunione gli venne tolta la parola proprio da chi l’aveva portato con se, ed a parlare come legale per l’ ILVA fu esclusivamente l’ Avv. Loreto. Successivamente Amara non partecipò più ad ad alcun tavolo, scomparendo come una meteora. Fonti della Procura di Taranto confermano che l’avvocato Amara ha partecipato solo a sporadici incontri in Procura e sempre alla presenza di più magistrati accanto al Procuratore capo Capristo.

il procuratore Capo di Milano Francesco Greco

Il Fatto Quotidiano come sempre non la racconta tutta, in quanto il patteggiamento ex 231 fu sollecitato dalla Procura di Milano che procedeva parimenti per patteggiamento contro i Riva per dei reati fallimentari. Il procuratore di Milano Francesco Greco ed altri due sostituti della Procura di Milano si recarono a Taranto il 24 ottobre 2016 per uno scambio di informazioni fra le due Procure.

Durante l’incontro fra le due procure si discusse anche sulla probabile istanza di patteggiamento che l’Ilva in amministrazione straordinaria avrebbe potuto presentare a breve ai giudici. Nell’istanza già presentata al Gup Vilma Gilli,  l’ILVA in AS aveva proposto ai magistrati il pagamento di una sanzione pecuniaria di oltre 3 milioni di euro a fronte della non applicazione dell’interdizione dell’attività e la confisca della somma di circa 10 milioni di euro di profitto. La proposta non fu presa allora in considerazione perché la Procura di Taranto aveva negato il consenso.

Fu soltanto grazie a questa cooperazione fra le procure di Milano e Taranto che si riuscì ad ottenere il “tesoretto” dei Riva depositato ed occultato in una banca dell’ Isola di Jersey, nel canale della Manica inglese. Soldi ancora oggi nella disponibilità dei commissari dell’ ILVA in Amministrazione Straordinaria, recentemente sostituiti dal Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.

Quindi la “chiave di lettura diversa” in realtà è frutto solo delle fantasie ideologiche e strumentali, di qualcuno ben noto per le sue posizioni sinistrorse,  che da sempre sostiene la chiusura dell’ ILVA. Trattasi del solito “fango quotidiano“.

 

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