Quotidiani: l'edicola piange sempre di più....

ROMA – Il mercato totale in edicola nel mese di dicembre 2019 è stato di 1.861.546 vendite quotidiane. Il numero si confronta con le 1.859.910 vendute in novembre e con 2.025.204 di dicembre 2018. Il calo è stato dell’8%. Nel novembre del 2019 il calo rispetto al novembre 2018 fu del 7,5%.

Pubblichiamo le tabelle con le vendite quotidiane dei singoli giornali nel mese di dicembre, comparate con il dicembre dell’anno precedente. Interessante il confronto con novembre. Se il declino del mercato sembra costante, le singole testate si sono comportate in modi assai diversi.

Anche in dicembre, il trend non sembra omogeneo. Ci sono giornali che perdono un quinto delle copie, anno su anno (e così fu a novembre); altri che crescono. Il quadro è comunque sconfortante.

E’ importante informare sulle vendite in edicola, per una serie di ragioni che è opportuno riassumere.

1. I dati di diffusione come quelli di lettura hanno uno scopo ben preciso, quello di informare gli inserzionisti pubblicitari di quanta gente vede la loro pubblicità.

2. Le vendite di copie digitali possono valere o no in termini di conto economico, secondo quanto sono fatte pagare. Alcuni dicono che le fanno pagare come quelle in edicola ma se lo fanno è una cosa ingiusta, perché almeno i costi di carta, stampa e distribuzione, che fanno almeno metà del costo di una copia, li dovreste togliere. Infatti il Corriere della Sera fa pagare, per un anno, un pelo meno di 200 euro, rispetto ai 450 euro della copia in edicola; lo stesso fa Repubblica. Ma se si va ad indagare meglio si trovano offerte per questi stessi giornali anche  per meno di 100 euro/anno.

Il confronto che è stato fatto fra Ads e Audipress da una parte e Auditel dall’altra non sta in piedi. L’ Auditel si riferisce a un prodotto omogeneo: lo spot, il programma. Le copie digitali offrono un prodotto radicalmente diverso ai fini della pubblicità. Fonte Ads

E pensare che ci sono ancora giornalisti di provincia che si sentono più autorevoli, dei giornalisti che lavorano per testate online. Poverini non si accorgono invece che giorno dopo giorno stanno perdendo il posto di lavoro.




Licenziati 5 musicisti della Polizia Penitenziaria: avevano suonato alle nozze "trash" di Tony Colombo a Napoli

di Valentina Rito

Quando Tony Colombo e Tina Rispoli, già vedova di un “boss” di camorra, il 27 marzo scorso uscirono trionfanti sotto l’arco del Maschio Angioino, fedi al dito e bouquet pronto per il lancio, 5 musicisti della Polizia Penitenziaria erano presenti a suonare la tromba per accogliere i neo sposi.

Le  sfarzose nozze sicuramente celebrate con evidente poco gusto, non furono di certo inosservate. La mattina del 27 marzo, il corteo nuziale, con tanto di carrozza trainata da quattro cavalli bianchi, giocolieri, musica, ragazze “pon pon”, comparse con vestiti d’epoca e lancio di coriandoli,  aveva letteralmente paralizzato il traffico lungo corso Secondigliano. Causando un conseguente caos e mobilità paralizzata anche in piazza Municipio, dove  fu celebrato il rito civile qualche ora dopo.

Tina Rispoli è stata in passato sposata con Gaetano Marino,  boss del clan degli “scissionisti” di Scampia detto “moncherino” perché perse le mani nell’esplosione di un ordigno, successivamente ucciso otto anni fa a Terracina . La figlia di Tina Rispoli e Gaetano Marino, prima che il padre venisse ucciso, aveva partecipato alla trasmissione tv della Rai “Canzoni e sfide” dedicando una lettera al padre, presente e  seduto in studio in prima fila accanto alla moglie.

Il DAP,  dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero di Giustizia ha disapprovato la partecipazione dei suoi musicisti  e dopo circa dieci mesi da quelle che stampa e salotti televisivi hanno più volte definito come “nozze trash“, ha disposto il licenziamento di quei cinque ispettori appartenenti alla banda musicale della Polizia Penitenziaria.

La motivazione consiste nel danno di immagine che il Corpo della Polizia Penitenziaria ne avrebbe subito, visto che quella manifestazione è finita al centro di un vespaio di polemiche per la presunta irregolarità di alcuni eventi che l’hanno accompagnata. I cinque ispettori della Penitenziaria, tutti residenti in Campania, facevano parte della Banda Musicale del Corpo, che ha sede a Portici, in provincia di Napoli, la più antica scuola di formazione d’Italia della Penitenziaria.

I musicisti  erano stati chiamati a suonare da un’agenzia che organizza eventi, venendo ripresi in numerosi video, girati dai fan e postati sui socialnetwork, mentre suonavano allo sfarzoso matrimonio, le cui immagini divennero presto virali sul web. Pochi giorni dopo le nozze, vennero sequestrati agli ispettori  gli strumenti e comunicata la sospensione in via cautelativa da parte del   Dap, che poi dispose gli accertamenti.

Siamo certamente dispiaciuti per i destinatari dei provvedimenti e per gli effetti che da essi ne conseguiranno. Nel contempo siamo certi che quanto accaduto possa fare da monito per tutti gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria”, hanno commentato il presidente dell’Uspp Giuseppe Moretti, e il segretario campano Ciro Auricchio, in una nota del sindacato della Polizia Penitenziaria,.

Sotto accusa  però è finito principalmente il concerto “show” andato in scena il giorno prima a piazza del Plebiscito, evento al centro di un’inchiesta della magistratura  che proprio alcuni giorni fa ha visto Tony Colombo,, interrogato  in veste di indagato dai pubblici ministeri Maurizio De Marco e Vincenza Marra della Procura di Napoli che procede nei suoi confronti  per il concerto non autorizzato del 27 marzo nella piazza . La festa sarebbe stata una sorpresa di Tony Colombo, nato a Palermo ma radicatosi musicalmente  a Napoli, per la sua Tina.

Tina Rispoli,  aspettava commossa bendata con un foulard di seta rossa, la dedica dell’uomo che il giorno dopo sarebbe diventato suo marito in un matrimonio che sarà ricordato non solo per la carrozza bianca trainata da cavalli, ma anche per i trombettieri (cinque agenti della polizia penitenziaria) che suonavano canzoni d’amore in un corteo lunghissimo in diretta Facebook che li portò da Secondigliano fino al Maschio Angioino. Una “suonata” che è costata loro il proprio posto di lavoro statale.

Un evento ricordato anche per la hit “Amore ti aspetto all’altare” che con ironia qualcuno in Tribunale  ha ribattezzato in “Amore ti aspetto in tribunale”. Ma anche in Procura Tony Colombo non si è fatto mancare il suo puntuale show personale. presentandosi con i capelli tirati all’indietro, bloccati da codino, giacca e pantalone neri, Da Poggioreale, dove aveva parcheggiato il Suv con il quale era arrivato, a via Grimaldi, sede della Procura di Napoli, decine di persone lo hanno accerchiato,  abbracciato ed esaltato,. Immancabili i selfie anche davanti all’ingresso della degli uffici della Procura dove al settimo piano lo aspettavano i magistrati per interrogarlo.

L’esibizione di Tony Colombo dedicato alla sua futura moglie ,  aveva richiamato in piazza del Plebiscito migliaia di fan del cantante neomelodico, era stata comunicata e registrata nell’apposito ufficio del Comune di Napoli in realtà  come un “flash mob“, ma l’evento realmente svoltosi non aveva le caratteristiche secondo gli investigatori,  dell’ improvvisazione tipica di questo genere di manifestazioni.

La presenza di un palco, di strumentazioni per le videoriprese, di luci e scenografia e la durata dell’evento, di alcune ore, erano diventare di fatto un vero e proprio concerto, svoltosi senza autorizzazione. Allo spettacolo, una vera e propria serenata per la futura sposa, erano presenti anche Gianni Sperti e Tina Cipollaro due volti noti della tv del pomeriggio, presenze fisse nel programma “trash”di Canale5  «Uomini e donne» ideato e condotto da Maria De Filippi . Oltre a Tony Colombo  sono state iscritte nel registro degli indagati altre sette persone, tra le quali Claudio de Magistris fratello del sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

Il fratello del Sindaco de Magistris risponde come Tony Colombo di abuso d’ufficio. De Magistris, da oltre vent’anni professionista del settore dell’organizzazione eventi, accompagnato dall’avvocato Enrico Von Arx, ha chiarito la sua posizione. “Conoscevo Colombo dal 2016 per il suo successo come artista e mi sono limitato a dargli una mail istituzionale per una richiesta di un flash mob quando me l’ha chiesta. Nulla di più“, ha dichiarato ai magistrati.

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ed il cantante neomelodico Tony Colombo

Tony Colombo, accompagnato dall’avvocato Luigi Senese invece si è difeso con fermezza, in quasi due ore di interrogatorio, ribadendo con sfacciataggine incredibile che l’esibizione al Plebiscito non si sia trattata un concerto ma di un “flash mob”  per il quale secondo il suo legale Senese non ci sarebbe neanche bisogno di autorizzazione. Ma è venuto fuori nel corso delle indagini,  smentendo le dichiarazioni di Claudio de Magistris,  che il cantante qualche giorno prima si era messo in contatto con Sarah Terracciano (anche  lei indagata) segretaria particolare del Sindaco,

“Conosco Claudio de Magistris da molto tempo. Chiesi se poteva mettermi in contatto con qualcuno al Comune per essere autorizzato ad un flash mob e così fece. Nulla di più. Mi diede una mail con la quale contattai la dottoressa Terracciano che mi rispose e mi autorizzò» ha dichiarato Colombo ai magistrati,  dichiarando di ricordare di aver stampato la mail e di averla portata con sé: “La feci vedere anche ai militari davanti alla Prefettura e anche loro mi chiesero un selfie quella sera“.




Buon Natale a tutti i lettori del Corriere del Giorno™

ROMA – Cari amici e lettori, anche il Corriere del Giorno si prende una pausa festiva di qualche giorno per consentire ai nostri giornalisti, tecnici e collaboratori di poter passare le feste natalizie con le proprie famiglie, e di ricaricare le batterie mentali e lavorative.

L’occasione ci è gradita anche per porgere a voi tutti, alle vostre famiglie, alle persone a voi care, i nostri più sinceri auguri di un Buon Natale.

Vi aspettiamo online a partire dal prossimo 27 dicembre.




Editoria sempre in difficoltà, cresce solo il digitale. Avevamo visto giusto 5 anni fa...

di Valentina Rito

L’industria dell’informazione continua a non godere di buona salute. Anche nel 2018 il giro d’affari mondiale è risultato in diminuzione, attestandosi a 111 miliardi di euro complessivi,-3,4% rispetto al 2017 e -13,2% sul 2014. La raccolta di pubblicità cartacea, con -28,9% sul 2014, registra la peggior performance, in negativo anche i ricavi da diffusione cartacea (-7,4% sul 2014). Aumentano, invece, i ricavi da pubblicità digitale (+24,8%) e soprattutto quelli da diffusione digitale (+104,5%).

A livello mondiale nel 2018 i ricavi sono diminuiti del 3,4% a 111 miliardi (-13,2%) e l’unica voce in controtendenza è rappresentata dal digitale. Per quanto rappresentino ancora una parte minima (il 3,7%) del giro d’affari dell’editoria, i ricavi da diffusione digitale hanno segnato i maggiori incrementi (+14,2% nel 2018 e +104,5% nel quinquennio) così come quelli da pubblicità digitale (+5,3% e +24,8%) contro i dati per la stampa cartacea: ricavi da diffusione (-2,5% e -7,4%) e da pubblicità (-8% e -28,9%).

A fotografare il settore editoriale è l’annuale report dell’ Area Studi R&S Mediobanca che non manca di focalizzarsi sull’andamento dell’Italia. Nel nostro Paese prosegue il trend decrescente della diffusione cartacea in Italia nel 2018  che , con una diminuzione nell’ultimo anno di circa 240 mila copie al giorno, si è attestata a 2,5 milioni di copie (-8,6% sul 2017 e -32,3% sul 2014). Nel 2018 sono state diffuse giornalmente circa 380 mila copie digitali (13% del totale), in aumento del 13% rispetto al 2017. Oggi la diffusione dei quotidiani italiani rappresenta lo 0,4% di quella mondiale, poco meno di quella dei primi due quotidiani britannici insieme (The Sun e Daily Mail).

La “top10” dei quotidiani d’informazione italiani vede in testa il Corriere della Sera, con 216mila copie giornaliere nel 2018. Sul podio troviamo, inoltre, La Repubblica (166mila copie), seguita da La Stampa (131mila) altro quotidiano del Gruppo GEDI, . Seguono Avvenire (101mila), QN-Il Resto del Carlino (92mila), Il Messaggero (88mila), il Sole24Ore (80mila), QN-La Nazione (67mila), Il Giornale (54mila) e Il Gazzettino (47mila). Quanto ai prezzi, i quotidiani italiani sono mediamente meno cari rispetto a quelli europei e registrano l’incremento di prezzo più contenuto nel 2018-2014. Il tedesco Bild, e gli inglesi The Sun e Daily Mail costano meno della metà e hanno una diffusione di quasi cinque volte superiore a quella degli altri quotidiani d’informazione.

Il trend negativo dei ricavi aggregati dei sette principali gruppi editoriali italiani, che rappresentano il 67% del settore editoriale nazionale, prosegue nel 2018; in controtendenza solo Cairo Communication (+0,5% sul 2017). Nel 2018 i principali sette editori hanno registrato ricavi complessivi per €3,4mld, -4% sul 2017. I primi tre gruppi, Cairo Communication (fatturato di €1.224 mln), Mondadori (€891mln) e GEDI (€649mln), rappresentano da soli l’82,3% del giro d’affari dei maggiori sette operatori editoriali nazionali.

L’ingente calo delle vendite si riflette sull’occupazione. Tra il 2014 e il 2018 la forza lavoro è diminuita di 2.540 unità, di cui 786 a seguito della cessione dell’attività Periodici Francia del Gruppo Mondadori. Nel 2018 l’occupazione si attesta a 11.053 dipendenti (-14,1% sul 2014 e -3,9% sul 2017) e i giornalisti rappresentano il 35,4% del totale (erano il 37,2% nel 2014).I maggiori gruppi editoriali italiani hanno cumulato nel periodo 2014-2018 perdite nette per € 678mln e solo Cairo Editore, consolidata in Cairo Communication, ha sempre chiuso in utile nel quinquennio.

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Buone notizie arrivano invece sul versante redditività industriale che segna mediamente un netto miglioramento: ebit margin 5,7% nel 2018 rispetto allo 0,3% del 2014. Nel 2018 positive le performance di Cairo Communication (10%), Mondadori (6,4%), Monrif (2%) e GEDI (1,7%). In coda Class Editori (-12,5%). La struttura finanziaria è eterogenea: nel 2018 la società più solida è Caltagirone Editore (debiti finanziari pari al 2,5% del capitale netto), seguita da Cairo Communication (34%) e GEDI (34,6%).

Le difficoltà economiche dell’editoria sono evidenti anche nel drastico calo degli investimenti materiali, pari nel 2018 a €16mln, più che dimezzati in cinque anni (-56,7% sul 2014). In Borsa, tra il 2014 e il 2018, i maggiori ribassi sono quelli registrati da Il Sole 24 ORE (-84,5%), Class Editori (-81,2%) e GEDI (-63,9%); positivo, invece, l’andamento del titolo Mondadori (+92,5%). A fine novembre 2019, in rialzo ancora Mondadori (+29,2% rispetto a fine 2018) e in ripresa il Sole 24 ORE (+41,5%).




La Procura di Milano archivia una delle indagini sull’ex giudice Francesco Bellomo

MILANO –  E’ stata archiviata dalla Procura milanese l’inchiesta sull’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo,  direttore, nella sede milanese, della scuola di preparazione alla magistratura “Diritto e scienza” che era stato accusato di stalking e violenza privata nei confronti di quattro studentesse ai sensi dell’art. 81 del codice penale che recita: “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni“.

L’ex consigliere di Stato Bellomo, difeso dall’ avvocato Beniamino Migliucci, era accusato di atti persecutori e violenza privata nei confronti di 4 studentesse della sede milanese della scuola, e rischiava un processo ed una condanna sino a quattro anni , ma il Gip Guido Salvini ha condiviso la richiesta dei pm Cristian  Barilli e Antonia Pavan della Procura di Milano, che avevano richiesto l’archiviazione in quanto secondo loro “non sono stati ravvisati reati“, sciogliendo la propria riserva dopo l’udienza svoltasi lo scorso 16 settembre.

Bellomo è ancora indagato in un’inchiesta della Procura di Bari ed è stato rinviato a giudizio insieme per il suo braccio destro, il pm Davide Nalin della procura di Rovigo (sospeso dal Csm) ,  dai pm Roberto Fontana ed Emilio Pisante della Procura di Piacenza,  era diventato noto alle cronache per aver imposto un “dress code” alle studentesse e borsiste iscritte ai suoi corsi di preparazione . Nel corso delle indagini preliminari sono state raccolte sommarie informazioni da alcune persone che hanno frequentato la scuola “Diritto e Scienza“, fra le quali compaiono delle testimonianze rese dalle dirette interessate che confermerebbe la fama del Bellomo di essere un vero e proprio “dittatore del dress code”.

Francesco Bellomo ed una delle sue corsiste

Una di loro a sommarie informazioni infatti ha dichiarato di aver ricevuto nel dicembre 2013  un’e-mail dall’indirizzo “ufficiale” della scuola contenente l’organigramma della società e l’indicazione dei diritti e doveri dei borsisti, tra cui compariva una clausola riguardante l’immagine. E contestualmente alla mail c’era l’indicazione di Bellomo a vestirsi in maniera più elegante.

Un’altra ha raccontato delle clausole riguardanti non solo il “dress code” ma anche degli imposta obblighi di fedeltà che Bellomo pretendeva fossero osservati, fra i quali il divieto di intrattenere relazioni con soggetti dal quoziente intellettivo inferiore a 80. Una socia e collaboratrice della scuola “Diritto e Scienza” ha aggiunto che in realtà “l’unico criterio di selezione delle potenziali borsiste era l’immagine“.

L’ex giudice barese del Consiglio di Stato Francesco Bellomo

Nel corso di queste audizioni con le varie stagiste e corsiste è stato prodotto anche il regolamento, diffuso dalla scuola  contenente i diritti e i doveri della borsista e le clausole riguardanti il “dress code” da osservare, con addirittura l’indicazione specifica della lunghezza, della consistenza, del colore e della marca dei capi, delle calzature e del trucco da indossare, per arrivare ad un look ben preciso che in generale era vistoso e provocante.

Il comportamento di Francesco Bellomo nella gestione della sua scuola ha avuto come prima immediata conseguenza la sua destituzione da Consigliere di Stato, anche se nell’ordinanza del Gip Salvini si legge : “con questo si esauriscono le conseguenze di un comportamento, pur certamente singolare perché, per quanto concerne almeno il segmento milanese del corso di Scienza e Diritto, non si ravvisano condotte rilevanti sul piano penale“.




Rousseau inviolabile? Ecco come “bucarlo”.

di Daniele Bomistalli

Il voto su Rousseau sarà fondamentale per ratificare la nascita del nuovo governo Conte oppure per decretarne la fine prima dell’inizio. Ma per gli esperti ci sono diversi pericoli in agguato. Il primo è quello informatico. Dal Movimento assicurano che la piattaforma è inviolabile. Ma è davvero così? Ho intervistato Gianni Cuozzo, esperto di “cybersecurity”. A soli 29 anni è consulente per l’intelligence militare di diversi Paesi Nato, e fondatore di ben 4 aziende di successo che si occupano di sistemi di attacco e difesa informatica.

Gianni, ci sono molte polemiche attorno al voto delle prossime ore sulla piattaforma Rousseau. Dal Movimento 5stelle fanno sapere che il sito è sicuro. Ma come stanno davvero le cose? Rousseau è vulnerabile?

Ogni produttore o fornitore di servizi online giurerebbe sulla sicurezza informatica dei propri sistemi ma, sfortunatamente, non è cosi. Da Rousseau proclami del genere ne sono sempre arrivati, anche quando la situazione era chiaramente più critica di quella attuale. Ne è testimonianza l’operazione dell’agosto 2017 di Luigi Gubello aka “Evariste Gal0is”, che dimostrò come il database utenti non fosse sicuro e come le password policies (la politica per l’utilizzo di password, ndr) dei propri amministratori non fossero esattamente all’ultimo grido. Quell’operazione costò alla Fondazione Rousseau una multa di circa 50.000 euro da parte del Garante della Privacy. Davide Casaleggio, tra l’altro, reagì scompostamente con una querela, invece di ringraziare Gubello per aver sottolineato le falle del sistema.

Oggi leggendo il comunicato rilasciato dal Movimento 5 Stelle, rimango colpito da informazioni a dir poco fuorvianti. Al punto 2 del comunicato si bollano come “FAKE NEWS” le preoccupazioni avanzate dagli esperti sulla sicurezza della piattaforma, elencando poi una lista di tecnologie che, a loro dire, dovrebbero rassicurare sugli standard utilizzati. Nel comunicato ad esempio si dice che Keycloak (programma per la gestione del login, ndr) “non è mai stato hackerato”. E’ falso: Keycloak è un software open-source, cioè con codice sorgente libero e aperto alla contribuzione di terzi, e negli anni ha avuto diversi problemi di sicurezza. Basta cercare su Googlekeycloak cve” (Common Vulnerability Exposure) per rendersene conto. Stesso discorso va fatto per le dichiarazioni sull’utilizzo di “moduli e framework per la piattaforma aggiornati”. I sistemi aggiornati sono utili solo contro vulnerabilità o tecniche di exploitation note, questo non significa che il sistema sia sicuro o “immune” bensì che non è facilmente aggredibile (il che è già un bene). Gli amministratori della piattaforma però non devono dormire sugli allori: non sono da escludere attacchi provenienti da altre nazioni volte a gettare benzina sul fuoco in un momento istituzionale delicato come quello che stiamo vivendo. In sintesi, penso si siano fatti buoni passi in avanti per quanto riguarda la sicurezza della piattaforma Rousseau ma rimane comunque vulnerabile ad attacchi più sofisticati e strutturati.

E come si potrebbe riuscire a mettere a segno questi attacchi?

Sul blog dei 5 stelle si fa riferimento ad un sistema di sicurezza con doppio fattore via SMS (2FA). Esistono diverse tecniche che hanno dimostrato come sia possibile bypassare questa autenticazione a doppio fattore: alcune possono intercettare il codice di autenticazione rendendo vana la misura di sicurezza. Ad esempio esistono tecniche di SIM Swapping per replicare il messaggio che viene inviato via sms: il tutto grazie a delle falle nei protocolli di comunicazione delle celle telefoniche (SS7). Un attacco simile è stato subito da “Coinbase”, la più grande piattaforma per lo scambio di Cryptovalute al mondo, che di sicuro aveva requisiti di standard di sicurezza molto più restringenti e budget molto più alti di quelli della Fondazione Rousseau.

Un altro modo per “bucare il sistema”, che potrebbe impedire il voto in toto, risiede nel tracciare l’architettura che genera il codice che viene inviato via SMS e abbattere uno specifico server. Questo impedirebbe agli utenti di ricevere l’SMS per accedere alla piattaforma e quindi far saltare la votazione. Purtroppo la Fondazione non ci dà indicazioni del livello di resilienza dell’intera piattaforma ma, considerando i budget dichiarati, ho ragione di pensare che la sicurezza sia piuttosto limitata e quindi fossi in loro ci andrei piano nel parlare di “immunità della piattaforma Rousseau

Gianni Cuozzo, classe 1990, è esperto di cybersecurity e consulente strategico per diversi paesi Nato

Quindi il voto per il “progetto di governo” del 3 settembre può essere manipolato dall’esterno?

Sì. Molti degli attacchi di cui abbiamo parlato sono mirati, quindi non replicabili su vasta scala, ma possono colpire singoli utenti particolari come quelli con privilegi d’amministrazione all’interno della piattaforma. Inoltre esistono tecniche di “elevazione dei privilegi” con le quali, sfruttando degli errori nel codice, si può trasformare un utente semplice in un utente con privilegi d’amministrazione. Da lì tramite tecniche di “escaping” si può passare dalla piattaforma ad attaccare il server nella sua interezza e quindi andare poi a cercare il database ed alterarne i valori. Ovviamente stiamo parlando di attacchi non semplici da eseguire, ma sono possibili. Un’altra via per manipolare l’esito delle votazione risiede nell’attaccare il database in cui questi voti vengono salvati. Ogni volta che un utente effettua una votazione viene popolata una tabella su un database e, per analizzare la votazione, può venir fatta una richiesta alle varie tabelle degli utenti votanti. Se alterate, queste tabelle nel server, possono esporre dati alterati agli stessi amministratori di Rousseau. E nessuno se ne accorgerebbe. Le statistiche ci dicono che circa il 70% di chi subisce un attacco non sa che è sotto attacco o che è stato sotto attacco.

E dall’interno? E’ possibile che in piattaforme del genere sia prevista la modifica degli esiti di una consultazione senza renderne conto agli utenti?

Assolutamente sì. Dall’interno un amministratore con i giusti livelli di privilegi può, tramite semplici script, sovrascrivere le tabelle dei database a proprio piacimento ed alterare il risultato della votazione. Così quando vengono prodotti i risultati, essendo anonimi, nessuno può rendersi conto della cosa.

Ci sono precedenti che testimoniano come si possa modificare il voto?

Al Def Con, la più grande conferenza hacker al mondo che si tiene tutti gli anni a Las Vegas, da diversi anni è presente una sezione dedicata all’alterazione dei sistemi di votazione online. L’anno scorso, ad esempio, sono state manomesse le cabine digitali utilizzate nelle ultime votazioni negli Stati Uniti. Quindi sì, è assolutissimamente fattibile e ci sono diversi sospetti che ciò sia accaduto durante alcune votazioni nell’est Europa e in Sud America: sia da apparati statali che da organizzazioni criminali che agivano per conto terzi.

Che capacità e che strumenti deve avere un potenziale attaccante della piattaforma? E’ così difficile?

Per quanto riguarda gli strumenti, non si ha bisogno di nulla oltre ciò che si può facilmente reperire in internet: basta un pc qualsiasi ed una connessione. Per quanto riguarda operazioni ad alta intensità computazionale, come ad esempio decodificare HASH (Codici che nascondono le password) o generazione di traffico massiccio, vi sono diversi servizi online sia su internet in chiaro, sia nel deep web, che con qualche migliaio di euro possono fornire tutta la potenza necessaria. Quello che cambia molto però è la preparazione dell’hacker, in gergo lo “skill”. Come detto penso che, anche se non perfetta, negli ultimi anni la sicurezza di Rousseau ha fatto passi in avanti, ma ovviamente ciò non la rende immune, bensì più difficile da violare. Del resto tutte le contromisure di sicurezza informatica non mirano a rendere inviolabile un’organizzazione o una piattaforma, ma a rendere più complesso l’eventuale attacco, per far sì che l’equazione costo:target:rischio sia sconveniente. Per quanto riguarda Rousseau però il target è molto appetibile quindi penso che oltre agli “hacker della domenica” ci possano essere strutture ed organizzazioni ben più complesse che abbiano lo skill necessario per compiere operazioni del genere.

Esistono piattaforme veramente inviolabili?

Assolutamente No. Fino a poco tempo fa si sono sentiti teorici puntare molto sulle votazioni tramite blockchainPersonalmente ritengo anche quell’approccio fallimentare. La blockchain non è necessariamente “anonima” in quanto si basa su registri pubblici che vengono condivisi con tutti gli utenti di una rete e, sebbene questo approccio possa essere anonimizzato, sono culturalmente contrario ad un sistema di votazione basato su registri pubblici. Inoltre, da un punto di vista tecnico, essendo la blockchain basata su registri de-centralizzati su più nodi, l’alterazione di un solo nodo comporterebbe la sincronizzazione dei nodi di tutta la rete, mettendo a repentaglio l’intera catena di sicurezza. E questo è dimostrato anche dai recenti attacchi alla blockchain descritti in un articolo apparso sul MIT Tech Review.

In conclusione, il voto online è da considerarsi una pratica pericolosa?

Non è ancora giunto il tempo per votazioni di questo tipo online. Finchè non avremo tecnologie di anonimizzazione efficaci e sicure, penso che la cara e vecchia matita debba avere vita lunga. Il voto online è ancora più pericoloso quando poi avviene su una piattaforma chiusa, appartenente prima ad una società privata e poi ad una fondazione privata, di cui non si conosce il codice sorgente, non è possibile vedere gli audit di sicurezza e non se ne conosce con esattezza l’architettura. Consiglio alla Fondazione Rousseau di dare certezze tecniche in tal senso, con documenti e codici sorgenti visionabili e non con proclami da televendita anni ‘90.

*intervista tratta dal sito Medium.com




Si è dimesso il direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. Cosa aspettava ?

ROMA – E’ trascorso quasi un anno da quando quello che era il principale quotidiano di Puglia e Basilicata, è stato sottoposto il 24 settembre del 2018,  alla gestione giudiziaria per la sentenza di sequestro e confisca del 70% delle quote azionarie della Edisud spa, che fanno capo all’editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.“Ci sembra giusto informarVi che il Vostro giornale ha avviato una procedura societaria, che prende il nome di ‘concordato preventivo’, che è stata chiesta al Tribunale di Bari, che ha a sua volta ha nominato due Commissari, che ne seguiranno gli sviluppi”. Con una lettera aperta l’ex-editore ha annunciato ai lettori de ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’ la scelta pressoché obbligata che permetterebbe “di riportare in equilibrio i conti del giornale, che negli ultimi anni ha sofferto pesantemente della crisi, che ha colpito l’editoria giornalistica”.

La situazione dei conti fortemente deficitaria maturata ancor prima dell’atto del sequestro, ha portato a chiudere il bilancio del 2018 con una perdita operativa di oltre 7 milioni (che contribuiscono agli oltre 30 milioni di euro complessivi di debiti maturati).  Una situazione che ha reso inevitabile, ai fini della continuità aziendale imposta dalle norme di legge , da parte del Tribunale di Catania – Sezione misure di prevenzione attraverso i Custodi-Amministratori Giudiziari nominati,  di trovare un acquirente.

L’unico a rendersi interessato e disponibile è stato Valter Mainetti amministratore delegato del fondo Sorgente Group Italia proprietario della testata del quotidiano ‘Il Foglio’ e del mensile ‘Tempi’, che era già socio di minoranza di Edisud spa. La proposta, con il supporto della Banca Popolare di Bari, (fortemente esposta con la precedente gestione) , prevede all’omologa del concordato, prevista fra aprile e settembre del 2020, una importante ricapitalizzazione finanziaria con capitali propri e l’ingresso nel capitale di un partner industriale. Nel frattempo l’avvio del concordato facilita una preliminare contrazione dei costi e accelera la dismissione di alcuni cespiti.

Infatti con il parere favorevole del Tribunale di Catania, al quale risponde la gestione commissariale, il cda di Edisud spa  ha chiesto nella seconda metà di luglio al Tribunale di Bari l’ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità , che ha comportato la nomina immediata di due commissari.

In particolare la ristrutturazione, che verrà presentata in un piano che Edisud si è impegnata a presentare entro il prossimo ottobre, prevede, oltre allo sviluppo del digitale e la concentrazione delle risorse nell’informazione locale e regionale, di incorporare le sette edizioni attuali in non più di tre, per offrire ai lettori un giornale più completo, rispetto al territorio d’influenza. Importanti sinergie editoriali interesseranno poi le news nazionali e internazionali, unitamente alla pubblicità e al marketing per promuovere intorno al brand giornalistico, forte e unico per la Puglia e Basilicata, come la Gazzetta del Mezzogiorno, eventi e iniziative speciali per coinvolgere, con rinnovata energia e idee, i giovani e il ricco mondo dell’economia e della cultura delle due regioni.

“Il giornale che da tanti anni e per tante generazioni è stato vicino al territorio – scrive Edisud nella sua lettera pubblica – è un patrimonio nazionale che oggi non solo va conservato, ma deve essere con urgenza rilanciato tenendo conto delle innovazioni che hanno interessato fortemente anche il settore editoriale. E ciò vuol anche dire una struttura produttiva più snella, unita alla ricerca di economie di scala e sinergie con gruppi editoriali, che permettano di concentrare le risorse giornalistiche alla copertura dell’informazione locale, sul piano di servizio e di cultura”.

La procedura avviata chiede il concorso e il sacrificio di tutti, dai creditori alle maestranze, per preludere ad un solido assetto proprietario – conclude la lettera dell’editore – . Durante questo percorso Vi chiediamo di continuare a starci vicino, anzi ancora di più. Il giornale sarà gradualmente innovato nel contenuto, nella grafica e nella tecnologia. E punterà sempre più ad accompagnare lo sviluppo e a difendere l’orgoglio di una Puglia e Basilicata, le loro città ed aree interne, strategiche per l’economia e la cultura del Paese”.

Giuseppe De Tomaso

La Gazzetta del Mezzogiorno ha 130 di storia che hanno visto passare sulle sue pagine grandi firme come Oronzo Valentini, Giuseppe Giacovazzo, dovrà affrontare una sfida difficile. Secondo quanto  prevede il concordato si dovrà infatti riuscire, a riportare rapidamente i suoi conti in equilibrio , peggiorati progressivamente negli ultimi sei anni con la direzione giornalistica di Giuseppe De Tomaso ha visto i propri ricavi da copie vendute scendere del 40%, arrivando a vendere in un bacino di oltre 5 milioni di persone, soltanto 17mila copie. Numeri che hanno conseguentemente comportato il crollo della pubblicità calata del 60%.

Ed oggi finalmente Giuseppe De Tomaso si è “arreso” ed ha capito che il suo ciclo era finito, rassegnando le proprie dimissioni. Una decisione che avrebbe dovuto prendere da molto tempo, ma che ha deciso soltanto ora in vista di un suo pressochè certo previsto licenziamento. Lasciando nello sconforto i suoi devoti “orfanelli ed orfanelle”…

 




Il collega Paolo Tripaldi eletto nel direttivo del Sindacato Cronisti Romani

ROMA – Il nostro collega Paolo Tripaldi, figlio d’arte del nostro amico Peppino Tripaldi, giornalista dello “storico” quotidiano  CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 (cioè quello vero) da Franco de Gennaro, Egidio Stagno, Giovanni Acquaviva e Franco Ferraiolo.

Paolo Tripaldi dopo essere stato un’ottimo cronista di giudiziaria per 16 anni all’agenzia Agi-Agenzia Giornalistica Italia,  successivamente ha lavorato come addetto stampa al Consiglio Superiore della Magistratura, ed adesso presta servizio alla Camera dei Deputati, è stato recentemente eletto segretario del direttivo nazionale del Sindacato Cronisti Romani, con un ottimo risultato personale.

L’Associazione fondata nel 1909, venne sciolta nel periodo fascista come tutte le organizzazioni dei giornalisti, é stata ricostituita nel 1945. Da questa seconda fondazione ha operato ininterrottamente per rafforzare e sviluppare il rapporto tra Amministrazione pubblica, giornalisti e cittadini: con attività di carattere sociale, culturale e promozionale che hanno anche lo scopo di valorizzare l’immagine della Capitale in Italia e all’estero, poiché nelle iniziative sono sempre coinvolti anche i corrispondenti delle testate nazionali e l’Associazione della Stampa estera in Italia.

Al Sindacato Cronisti Romani sono iscritti oltre 150 giornalisti professionisti che lavorano in tutte le aziende di informazione cittadina (carta stampata, emittenti radiotelevisive nazionali e locali). Il Sindacato Cronisti Romani costituisce un’articolazione ufficiale dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani, cui aderiscono più di 1000 giornalisti.

Questi i nomi degli eletti. Consiglieri del Direttivo ;Romano Bartoloni, Franco Bucarelli, Giacomo Carioti, Cristiana Cimmino, Carlo Felice Corsetti, Marco De Risi, Daniele Flavi, Fabio Morabito, Roberto Mostarda Fabrizio Peronaci, Paolo Tripaldi, Fabrizio Venturini. Revisori dei Conti: 
Roberto Ambrogi, Giosetta Ciuffa, Vittoriano Vancini.

A Paolo Tripaldi vanno i più sinceri complimenti della nostra Fondazione, direzione e redazione che ha sempre trovato in lui un interlocutore serio, puntuale e corretto.

 




Mario Sechi nuovo Direttore Responsabile di Agi-Agenzia Giornalistica Italia

ROMAMario Sechi sarà dal 1° luglio il nuovo Direttore Responsabile di Agi Agenzia Giornalistica Italia, aggiungendo il nuovo incarico alle direzioni delle riviste di Eni “WE-World Energy” e “Orizzonti”. Sechi prenderà il testimone da Riccardo Luna, che ha guidato Agi dal 2016 in tandem con il Condirettore Marco Pratellesi. Luna e Pratellesi assumeranno in Eni nuovi incarichi in ambito di innovazione digitale e formazione.

Agi accelera così la propria trasformazione e passa allo step successivo del cammino cominciato tre anni fa per consolidare la posizione ai vertici del mercato delle agenzie giornalistiche del nostro Paese. Sotto la guida di Luna, Agi ha imboccato con decisione la strada dell’innovazione digitale sposata al giornalismo di qualità. Un approccio basato sul rigore dell’informazione e sintetizzato dal claim “La verità conta”. Ma anche una scelta di campo in tema di prodotto giornalistico, puntando su sperimentazioni da tech company e nuove offerte editoriali digitali, che sono cresciute di pari passo con lo sviluppo di Agi Factory, il primo brand journalism lab italiano dedicato alle aziende. L’ingresso in Agi lo scorso maggio del team e delle competenze di D-Share, un’operazione condotta di concerto tra la Direzione giornalistica e l’AD Salvatore Ippolito, ha segnato un primo importante traguardo in questo senso.

Nel triennio della direzione Luna, Agi ha consolidato il ruolo di primo piano nel panorama dell’informazione italiana, testimoniato tra l’altro dagli oltre 29.000 articoli con citazione Agi apparsi sui media nel corso del solo 2018 (2.200 articoli sulla carta stampata, circa 26.500 sul web e oltre 500 su radio/Tv). Significativa anche la crescita del sito agi.it, che nel 2018 ha quasi triplicato i visitatori rispetto all’anno precedente.

Nel mese di maggio 2019, gli utenti unici sono stati oltre 5 milioni (il doppio rispetto allo stesso mese del 2018), con l’80% del traffico in arrivo da dispositivi mobili. Agi è cresciuta più di tutti i diretti concorrenti anche sulle piattaforme social. In questi grafici, un colpo d’occhio complessivo sull’incremento della visibilità e del peso di Agi in questi anni (*i dati 2019 sono stime a dicembre sulla base dell’attuale andamento.

L’impronta da tech company si è concretizzata tra l’altro nel lancio e nella commercializzazione di Agi Mobile, la nuova app per consultare, editare e pubblicare news direttamente da smartphone. Google ha sancito la validità del modello Agi riconoscendo all’agenzia nel 2018 un finanziamento nell’ambito del programma di innovazione giornalistica Digital News Initiative.

Tra le partnership strategiche avviate da Agi in questi anni, di particolare valore quelle con D-Share (sfociata nell’acquisto del pacchetto azionario di controllo), You Trend e Pagella Politica. Le elezioni politiche del 2018 hanno visto queste partnership all’opera nel lancio del progetto “Trova Collegio”, mentre nel corso delle ultime tornate elettorali ha debuttato la piattaforma “Electio”, già scelta e implementata da alcune delle maggiori testate giornalistiche e network Tv italiani.

Riccardo Luna andrà ad assumere la guida di un innovativo progetto di Eni dedicato alle start-up e si occuperà anche di formazione digitale all’interno del gruppo. Marco Pratellesi guiderà un progetto di sviluppo degli strumenti giornalistici applicati alla comunicazione corporate, in un’ottica di evoluzione del modello media company della comunicazione Eni.

Il percorso avviato in questi anni da Agi di innovazione radicata nella qualità del giornalismo, proseguirà ora affidato alla guida esperta di Mario Sechi. Classe 1968, Sechi ha lavorato tra gli altri a “Il Giornale”, “L’Unione Sarda”, “Panorama”, “Libero” e il “Tempo” e ha collaborato con “Rai2”, “Il Foglio”, “Radio 24” e “Prima Comunicazione”, oltre ad essere commentatore televisivo sui network nazionali e internazionali.

Sechi è stato direttore dell’“Unione Sarda” e de “Il Tempo”. Ha fondato “List”, sito multimediale di new journalism, analisi e approfondimento, è direttore di “WE-World Energy” e “Orizzonti”, i due periodici cartacei del gruppo Eni.

“Ringraziamo Riccardo Luna e Marco Pratellesi – ha commentato Massimo Mondazzi, presidente di Agi, a nome dei consiglieri e sindaci di Agi S.p.A. – per aver guidato con passione e competenza in questi anni la complessa trasformazione di Agi, in un contesto di mercato difficile per tutti i protagonisti del settore. La Direzione giornalistica ha rafforzato il posizionamento, la reputazione e il brand dell’Agenzia, con un accurato lavoro sulla qualità dei contenuti e con molteplici iniziative editoriali all’insegna dell’innovazione. Benvenuto e buon lavoro a Mario Sechi, che proseguirà ora il cammino della trasformazione di Agi”.




Si è spento Federico Pirro giornalista galantuomo

di Antonello de Gennaro

Il collega ed amico Antonello Valentini che nel ricordarlo  ha scritto che  Federico Pirroha dedicato ai diritti, ma anche ai doveri dei giornalisti un generoso impegno sindacale, strettamente vincolato all’etica della professione. E con uno sguardo sempre disponibile rivolto ai più giovani, alle loro difficoltà di accedere a un mestiere affascinante ma spesso corporativo, dove il merito rischia ancora oggi di essere un optional. Federico Pirro è rimasto sempre dalla stessa parte e sapevi di trovarlo lì.Un uomo coerente, leale,”compatto”, fedele a certi valori : dritto alla staffa, ragione e sentimenti.” 

Federico me lo ha dimostrato personalmente. Cinque anni quando partì online la rinascita di questo giornale fondato da mio padre e da altri tre colleghi, mi scrisse un messaggio bellissimo via Facebook, che custodisco con orgoglio : “Ciao Antonello, non hai bisogno di ricordare alla gente chi sei e chi era tuo padre. Fai parte a buon diritto della nostra storia, fossi pure figlio di chi avesse svolto altra attività. Vai avanti per la tua strada e sii fiero di quello che stai facendo. Tuo padre ne sarebbe fiero ed orgoglioso. Di qualunque cosa dovessi aver bisogno chiamami, questo è il mio cellulare….!“. Custodisco invece per me gelosamente i suoi consigli e le sue considerazioni sulle vicende che mi hanno convolto per colpa di qualche pennivendolo …

Ha ragione  Antonello Valentini, nello scrivere che ci mancheranno la sua intelligenza, la sua ironia, la sua arguzia, la sua onestà, la sua lezione morale, quella capacità di difendere le proprie idee con tenacia ma senza spocchia e senza puzza al naso, disposto a discuterne e a confrontarsi.

Perdere un collega, un amico, un esempio di buon giornalismo, è una sofferenza, sopratutto pensando che molti altri che faccio fatica a definire “colleghi” non sono stati capaci di imparare da Federico,  come si fa giornalismo seriamente e con la spina dorsale diritta, come si fa attività sindacale per tutelare una categoria come la nostra, che ormai ha perso dignità e non ha più dei rappresentanti sindacali nell’ Assostampa di Puglia come Federico Pirro, o istituzionali come cioè Oronzo Valentini (per me “zio Nino” ) , il papà di Antonello, mitico direttore della “vera” Gazzetta del Mezzogiorno ed a lungo presidente dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia.

Federico Pirro, era da tempo malato, ed  è morto a 76 anni, dopo essere stato a lungo scrittore e  caporedattore della sede regionale pugliese della Rai di cui era stato responsabile fino all’ottobre del 2002, prima di essere rimosso dal suo incarico e dover intraprendere una battaglia sindacale e davanti al giudice del lavoro per il suo reintegro. Una rimozione che imputava al cambio di direzione delle testate regionali dell’epoca dovute al nuovo scenario politico con il governo di centrodestra guidato da Silvo Berlusconi . 

Pirro è stato corrispondente dalla Puglia per quindici anni del quotidiano La Repubblica. Tra i suoi libri si ricordano: Vilipendio di cadavere – Bari negli anni del dopo MoroInformare o dire la verità? Bari 900Bari bruciaLa fame violenta – Il linciaggio delle sorelle PorroIl generale Bellomo – Liberò Bari dai tedeschi, fu fucilato dagli inglesi1861 Uniti per forza (sull’Unità d’Italia); Fra le Ombre di AuschwitzI Monumenti della Grande Guerra; Acciacchi.

Otto mesi fa, Federico sulla sua pagina Facebook, scriveva:

Italia, non sei il mio Paese dove nacqui quando la Resistenza dei miei Padri versava il proprio sangue perchè ne sgorgassero Libertà e Democrazia che cancellassero la tirannide.
Italia, non sei il mio Paese se si assassina Stefano Cucchi e sono necessari 9 anni perchè emerga la verità, quella che la buona opinione pubblica già sentiva nelle proprie sensibilità anche se le istituzioni tutrici di cattivi carabinieri ne tappavano bocca e anima.
Italia, non sei il mio Paese, antica terra di Diritto, ora addormentata dai poteri, e risvegliata da una sorella sola e fragile, ma ostinata e gonfia di coraggio.
Italia, non sei il mio Paese, se trae forza dalla presa di coscienza di un carabiniere che ha vissuto quell’ignominia subendo anni e anni, frazionati in mesi, settimane, giorni, ore minuti, secondi, schiacciato da minacce di colleghi e superiori per trarre da ogni sua cellula la forza perchè riuscisse a far sgorgare la voglia di verità.
Italia, non sei il mio Paese se da una qualunque parte dell’Universo Martin Luther King piange il nero gambiano, schiavizzato nel foggiano, ammanettato ad una ruota d’auto dei militi.
Anch’io ho pianto.
Italia, non sei il mio Paese!

Ovunque tu sia caro Federico, ti ho voluto bene come ti hanno voluto benne tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerti, di frequentarti e di poter godere della tua sincera e disinteressata amicizia. Un giorno ci incontreremo e potrò rivedere quel sorriso sornione, ma sempre gentile ed educato che ti contraddistingueva. E che non dimenticherò mai. Ciao Federico, mi mancherai.




Chiude la redazione romana del quotidiano Il Giornale

ROMA – “Da oggi il Giornale è l’unico grande quotidiano nazionale senza una redazione romana. Da oggi giornalisti che seguono la politica, la politica economica e la cronaca della Capitale lo faranno da Milano, con difficoltà facilmente immaginabili e a scapito della qualità delle informazioni che costituiscono il cuore del notiziario di un quotidiano che da sempre segue la politica con grande attenzione”. Così una nota del Cdr del Giornale .

“È opportuno che i lettori sappiano – prosegue la nota – che il Cdr (la rappresentanza sindacale dei giornalisti) si è opposto con forza a questa decisione, che i giornalisti hanno dato disponibilità a trovare forme di risparmio più efficaci e meno traumatiche per la vita dei colleghi di Roma e delle loro famiglie. L’azienda non ha concesso nulla ed è rimasta ferma su una decisione che farà perdere autorevolezza e valore al quotidiano fondato da Indro Montanelli”.

 

Il Cdr “ringrazia i lettori, il mondo della politica, dell’economia e gli esponenti della cultura che hanno espresso solidarietà alla redazione romana. Ringrazia il sindacato dei giornalisti che si è reso disponibile da subito e ha proposto all’azienda un percorso di riduzione dei costi responsabile ed economicamente sostenibile. Appelli tutti caduti nel vuoto. Ancora una volta quindi si è reso inutile ed improduttivo l’intervento del sindacato dei giornalisti.

Il Cdr invita infine “il management e la direzione a gestire in condizioni di parità di trattamento la fase di trasferimento a Milano dei giornalisti fino a ieri basati a Roma, chiede di riaprire quanto prima una redazione nella Capitale e, in subordine, di predisporre al più presto un “presidio giornalistico” in grado di fornire informazioni di prima mano e di qualità. Esigenza tanto più forte per i lettori e l’opinione pubblica in questo momento di grande instabilità politica. Il Cdr invita il management e la direzione a conciliare per quanto possibile, una volta chiusa la fase del trasferimento, le necessità organizzative con le esigenze dei colleghi che finora hanno pagato più duramente le scelte aziendali”.




"Toghe sporche": "A Palamara 40mila euro per favorire una nomina"

ROMA – Il pm della procura di Roma Luca Palamara, avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Piero AmaraGiuseppe Calafiore ,  allorquando rivestiva il ruolo di componente del Csm,   per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto. E’ quanto si legge nel decreto della perquisizione ordinata dalla Procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio.

Negli atti  giudiziari si legge che Palamaraquale componente del Csm riceveva da Calafiore e Amara la somma pari ad euro 40 mila per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero agevolare e favorire il medesimo Longo nell’ambito della procedura di nomina a procuratore di Gela alla quale aveva preso parte Longo, ciò in violazione dei criteri di nomina e selezione“. Longo venne arrestato nel febbraio del 2018 nell’ambito dell’inchiesta su corruzione in atti giudiziari dalla Procura di Messina .

Secondo quanto scrivono i pm della Procura di Perugia nel decreto di perquisizione a carico del sostituto procuratore Palamara l’imprenditore Fabrizio Centofanti (a lato nella foto) “era una sorta di anello di congiunzione tra Luca Palamara e il duo Calafiore-Amara“. Il lobbista di area PD, Centofanti, indagato per corruzione nel capoluogo umbro, “ha operato come rappresentante di tale centro di potere che ha svolto sistematicamente mediante atti corruttivi di esponenti dell’autorità giudiziaria“.

“Le utilità percepite nel corso degli anni da Palamara – è scritto nel decreto di perquisizione – dai suoi conoscenti e familiari ed erogate da Centofanti appaiono direttamente collegate alla sua funzione di consigliere dell’organo di autogoverno della magistratura. Il numero di donativi e il valore degli stessi non è spiegabile sulla base di un mero rapporto di amicizia. Occorre tener conto che l’autore di tali emolumenti è un soggetto in stretti rapporti illeciti con imputati rei confessi del delitto di corruzione“.

Molto gravi anche le intercettazioni contenute nel decreto di perquisizione.Siccome un angelo custode ce l’ho io…sei spuntato te, m’e’ spuntato Stefano che e’ il mio amico storico“. Cosi’ il pm di Roma Luca Palamara diceva il 16 maggio 2018 al consigliere del Csm Luigi Spina a proposito del collega Stefano Rocco Fava, autore di un esposto al Csm contro l’ex procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Sia Spina che  Fava sono iscritti nel registro degli indagati della procura di Perugia per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto“.

Il pm Fava avrebbe rivelato a Palamara dell’esposto da egli presentato contro Pignatone e Ielo per presunti comportamenti scorretti nella gestione del procedimento sul conto dell’avvocato Piero Amara. Secondo gli inquirenti umbri, “Fava nell’intendimento di Palamara sara’ suo strumento per screditare il procuratore aggiunto che ha disposto, all’epoca, la trasmissione degli atti a Perugia”.

il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e l’ex procuratore capo Pignatone

Sempre attenendosi rigorosamente a quanto emerge dal decreto di perquisizione, Centofanti avrebbe elargito  a Palamara  a partire dal 2011 “utilità e vantaggi economici“.  A beneficiarne non solo Palamara, ma anche sua sorella Emanuela e la sua compagna Adele Attisani. L’imprenditore Fabrizio Centofanti avrebbe pagato, tra l’altro, un gioiello di 2mila euro, in una gioielleria di Misterbianco, destinato all’ Attisani per il suo compleanno. Alla donna sarebbe stato pagato anche un soggiorno nel settembre del 2017 all’Hotel Jebel di Taormina.

uno degli appartamenti dell’ Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni

Poi vengono elencati i soggiorni, dei quali Palamara avrebbe usufruito presso il lussuoso Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni (novembre 2015, febbraio e marzo 2017), secondo gli accertamenti della polizia giudiziaria. Ed anche il soggiorno di Emanuela Palamara sorella del magistrato all’Hotel Campiglio Bellavista nel marzo del 2011 e nel dicembre dello stesso anno.

l’area welness dell’ Hotel Campiglio Bellavista

Le indagini hanno accertato che in quella struttura alberghiera hanno alloggiato dal 26 dicembre 2011 al 2 gennaio 2012  anche lo stesso Luca Palamara con il proprio nucleo familiare, vacanza ripetutasi tra il 2014 e il 2015. Acquisite dalla procura di Perugia anche le carte di imbarco per Attisani e Palamara per un volo Roma-Dubai dal 25 al 29 novembre 2016 e due fatture relative a un viaggio a Favignana.




Il problema dei social network : i "deep fake" ed il video falso postato da Donald Trump

ROMA – Uno spettro ha inseguito Hillary Clinton per tutta la campagna elettorale del 2016: quello di Bengasi. La città libica che agli occhi dei suoi detrattori  è diventata il simbolo di tutto il marcio rappresentato dalla candidata, diffondendosi sotto forma di teoria cospiratoria in grado di farsi meme. In realtà a distanza di anni Bengasi è diventato un esempio di offuscamento politico perfetto: il riferimento era agli attacchi contro soldati americani avvenuti tra l’11 e il 12 settembre 2012, che costarono la vita a quattro statunitensi, e per i quali vennero accusati  Barack Obama all’epoca Presidente degli Stati Uniti d’ America ed Hillary Clinton, suo Segretario di Stato .

Infatti nessuna indagine trovò e portò alla luce qualsiasi tracce di negligenza sul loro operato, ma la storia continuò a diffondersi, sospesa tra il vero ed il falso.

Lo stesso genere di “fake news” su Benghazi è ritornata in una sua applicazione e variabile più attuale, realizzata su misura dei social network ed i loro algoritmi. Questa volta al centro della questione c’è Nancy Pelosi, la speaker della Camera degli Stati Uniti , di origini molisane, un’altra donna avversaria di Trump,  e tra le persone che potrebbero mettere in moto la macchina dell’impeachment contro il presidente Trump. Da qualche mese i media si divertivano a notare quanto fosse facile per la Pelosi fare deragliare Trump, spesso costringendolo a scivoloni pubblici (come quella volta che gli fece affermare che lo shutdown del Governo sarebbe stata un’idea sua e solo sua, come se fosse un vanto).

Le cose sono cambiate la scorsa settimana, quando ha cominciato a circolare tra i circuiti della destra americana, un filmato  che è stato retwittato dal commander-in-chief in persona. E il video, pur essendo palesemente falso, è rimasto ancora lì, online su Facebook e Twitter, destinato a offuscare il nome di Nancy Pelosi nel suo futuro.

La versione originale del filmato mostra la speaker parlare al microfono, mentre  la versione proposta dall’amministrazione Trump, è stata invece rallentata abbastanza al punto tale da da farla sembrare un po’ ubriaca.

Un effetto video-digitale che era già venuto alla luce nell’esilarante spot Apple di Jeff Goldblum, modificato per farlo sembrare sbronzo, ma ecco che, nel 2019, fa tranquillamente capolino in un articolo sulla politica estera, a dimostrazione della squallida evoluzione dei nostri eventi.

Ormai non costituisce più notizia che un filmato contraffatto sia stato messo online, chiaramente non siamo così ingenui, così come non fa neanche notizia, purtroppo, che un presidente come Donald Trump l’abbia subito fatta propria e “legittimata” (a voler essere cinici). La vera novità e notizia è costituita dal comportamento social network, che sull’onda degli svariati scandali che hanno interessato Facebook e non soltanto, negli ultimi anni hanno avviato programmi contro le fake news. A metà maggio proprio Facebook ha presentato un report sulla trasparenza in cui ha confessato (senza vergognarsi dei precedenti omessi controlli) di aver cancellato in sei mesi 1,3 miliardi di account falsi e di bot . “Questo è solo l’inizio”, ha detto Guy Rosen, che si occupa di sicurezza per l’azienda: “Le persone possono segnalare molti più tipi di contenuti”.

Quando  l’ ex sindaco di New York Rudolph Giuliani ora avvocato di Trump, ha scoperto il video-fakenews della Pelosi e lo ha ritwittato, da quel momento il video è passato dal profilo “ufficiale” del Presidente Trump a quello della Casa Bianca (che lo ha persino ritwittato) e quindi migrato anche su Facebook, insieme alle strumentali dichiarazioni di Donald Trump su “Crazy Nancy” e la millantata (non reale)  follia della speaker della Camera degli Stati Uniti.

Se dovessimo dare credibilità  ai responsabili della sicurezza di Facebook, asterebbe segnalarlo e la clip sparirebbe dal social network,  ma  allora ci si chiede:  come mai quel video-fakenews è ancora online, visto che YouTube ha cancellato e rimosso immediatamente il contenuto? Facebook ha fatto quello che fa sempre in questi casi: spendersi in una spiegazione piuttosto contorta. Monika Bickert, che si occupa di counterterrorism per il social network, ha spiegato alla Cnn che l’azienda, cioè Facebooksa che il video è falso” ma che lo ha lasciato online, anche se “abbiamo drasticamente ridotto la circolazione di quel contenuto”. Incredibile se non paradossale il motivo? “Pensiamo sia importante che le persone possano decidere a che cosa credere”.

Difficile capire quante persone siano state danneggiate da quel video, ma Facebook li ha ignorati e calpestati tutti: sia chi trova inquietante quella millantata “riduzione” della diffusione del contenuto, e quelli che invece hanno a cuore… la realtà. E la correttezza dell’informazione.

Da mesi negli USA i repubblicani e la destra radicale americana denunciano un’ipotetica campagna di “silenziamento” politico parte di Facebook e Twitter, accusate di essere di sinistra. Una campagna è arrivata fino al Senato, e che riguarda molto da vicino i “trumpiani“. Se l’azienda agisse per cancellare quella che è palesemente una vecchia bufala propagandistica aggiornata ai tempi nostri, paradossalmente farebbe un assist alla Casa Bianca,  dimostrando in qualche modo le sue paranoie di censura. Ma forse questa è l’ultima cosa di cui Facebook ha bisogno, di questi tempi.

Una cosa è certa. Ormai bisogna credere solo a quello che si vede con i propri occhi. Di persona.




Il Ministero dell' Interno pubblica i voli di Salvini, e smentisce La Repubblica: "Nessun abuso"

ROMA – Sin dal suo insediamento come ministro  al Viminale, Matteo Salvini  è sempre stato chiaro e coerente: “Non voglio fare il ministro chiuso in ufficio“. Adesso però questa legittima scelta politica secondo quanto riporta La Repubblica, avrebbe generato un’indagine della Corte dei Conti del Lazio, che avrebbe aperto un fascicolo sui suoi spostamenti. Salvini secondo il quotidiano romano avrebbe passato da gennaio  ad oggi solo 17 giornate piene al ministero, avendo un’agenda piena di eventi elettorali  e 211 comizi ai quali ha preso parte.

Sempre secondo Repubblica i viaggi, sono operati da aerei della polizia che possono ospitare sino a sette persone e interni di lusso per un costo a volo di circa  2 mila euro (in realtà costano circa la metà) e scrivono:  “Salvini unisce sempre un impegno ufficiale ai suoi comizi, e per questo i voli risultano formalmente leciti. Restano però segreti. Sono più di 20 quelli individuati da Repubblica: 4 solo venerdì scorso“.  A smontare le accuse sollevate da un’indagine di Repubblica è stato proprio il Dipartimento della Pubblica Sicurezza retto dal Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli,  che ha messo in chiaro che il leader leghista, in quanto Ministro dell’Interno, ha “diritto all’utilizzo di aerei di Stato al pari di tutti i soggetti sottoposti al medesimo livello di sicurezza”.

Non è questa la prima volta che la Corte dei Conti del Lazio  avvia indagini del genere. Infatti nel 2015 ne aprì una analoga su Matteo Renzi per un volo di Stato utilizzato per andare a Courmayeur. Accusa rivelatosi insussistente che venne successivamente archiviata.

“Nessun abuso, nessuna irregolarita’, nessun volo di Stato o della Polizia per fare comizi ma sempre per impegni istituzionali. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Negli undici mesi di permanenza al Viminale, ho utilizzato gli aerei della Polizia di Stato per 19 tratte, per la durata media di un’ora, che fanno riferimento a 10 giorni” ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Il ministero ha voluto fare chiarezza rendendo pubblici i voli contestati con la la specifica di tutti i voli del ministro dell’Interno Matteo Salvini, sia quelli di Stato che quelli con velivoli della Polizia di Stato.

 

Nel comunicato diffuso alle agenzie questo pomeriggio è stato poi precisato che “i costi di un’ora di volo sono di 1.415 euro complessivi di cui 315 euro sono i costi per il carburante e 1.100 euro per la manutenzione e che parte di queste ore fanno riferimento a pacchetti esercitativi per i quali l’aereo, al di là dell’utilizzo specifico, comunque deve necessariamente essere movimentato”. Come è evidente, in nessun caso il Ministro Salvini ha utilizzato questi servizi per motivi estranei al suo ruolo istituzionale. Salvini – spiegano fonti del ministero dell’Interno – è abituato a utilizzare voli di linea, rigorosamente in economy, nonostante abbia il livello di tutela personale più elevato.

Nonostante le continue polemiche, Salvini è ben determinato a tirare drittoGrillo e il Pd mi attaccano, dicono che devo stare in ufficio. Ma se io risolvo problemi, se sto in ufficio o su Marte all’italiano cosa importa?”, ha detto nel corso di un comizio a Potenza. “Prima era pieno di ministri che stavano in ufficio ventiquattr’ore al giorno a non fare un cazzo… – da quando sono al Ministero i reati sono scesi del 15%. Il mio lavoro va giudicato dai numeri, non da quante ore sono in ufficio”.

 

 




Truffa milionaria alla Marcegaglia sventata grazie alla cooperazione di polizia.

ROMA – Un’efficace rete di polizia che opera oltre i confini nazionali é l’unica strada possibile per combattere il crimine transnazionale. Lo dimostra ancora una volta l’operazione gestita dal Servizio Cooperazione Internazionale (SCIP) della Criminalpol, attivato dalla Questura di Mantova e che ha reso possibile una tempestiva triangolazione tra Londra e Hong Kong.

Vittima del raggiro una funzionaria della Marcegaglia UK, società inglese con sede a Birmingham, controllata dalla nota holding italiana della famiglia Marcegaglia. La dipendente è stata ingannata ad arte da una mail apparentemente proveniente dal suo capo, ed aveva disposto 2 bonifici per 700.000 euro e 700.000 sterline in favore di una società con un conto corrente ad Hong Kong.

L’Esperto per la sicurezza italiana a Londra, avuto notizia della truffa dalla Questura di Mantova grazie all’intervento dello SCIP, ha attivato e collaborato con il collega italiano in Cina che ha subito chiesto il congelamento dell’ingente somma frodata: operazione resa possibile dagli accordi di polizia Italia-Cina promossi dalla Criminalpol e dal rapporto di fiducia creato dall’esperto per la sicurezza italiana con i soggetti dei circuiti finanziari e bancari di Hong Kong.

Ieri l’intera somma milionaria truffata, a distanza di pochi mesi dal fatto e nonostante le complesse procedure bancarie, è stata riaccreditata nei conti della sede britannica dell’azienda italiana.




L' opinione del Direttore

ROMA – L’ ’opinione  del nostro Direttore Antonello de Gennaro, all’interno del nostro programma Sette e mezzo, trasmesso venerdì 3 maggio 2019 in diretta streaming da Roma sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™.

ogni lunedì, mercoledì e venerdì diretta “live” sulle pagine Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™




Editoria. La vendita dei quotidiani nel 2018 crolla del -8%. Negli ultimi 4 anni dimezzate le copie vendute in edicole

di Giovanna Rei

Ancora risultati negativi nel settore dell’editoria: al mese di dicembre 2018, la vendita di quotidiani (copie cartacee e copie digitali) è risultata di poco superiore ai 2,7 milioni di copie, in flessione del – 8% rispetto al 2017. E’ quanto emerge dai dati dell‘Osservatorio sulle Comunicazioni, diffusi nei giorni scorsi dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Guardando all’intero periodo considerato (dicembre 2014 – dicembre 2018), le copie giornaliere complessivamente vendute (cartacee) dai principali editori si sono ridotte del 31%, scendendo da 2,7 a 1,8 milioni di unità.

La contrazione a dicembre 2018 delle vendite di copie cartacee dei quotidiani dei principali editori (-31% da dicembre 2014, -9% da dicembre 2017). Performance negative si registrano anche per le copie digitali sia in valore assoluto, sia sul totale delle vendite (-56% da giugno 2014 e -3% da dicembre 2017). Il peso delle copie digitali si mantiene in media intorno al 9% del totale delle vendite di quotidiani

Il rapporto 2018 di R&S Mediobanca sull’editoria, segnala come già nel 2017 la diffusione cartacea in Italia era diminuita di ulteriori 400mila copie al giorno, passando a 2,2 milioni, facendo registrare una flessione del 15,4% sul 2016 ed addirittura  del 40,5% sul 2013. A livello mondiale, invece, nel 2017 la diffusione su carta è rimasta stabile (-0,1% sul 2016).

Negli ultimi 5 anni i principali otto grandi editori italiani hanno cumulato perdite nette per 1,2 miliardi e solo Cairo Editore ha chiuso il periodo in positivo (38 mln). Non tutto però è negativo: nel 2017 alcuni gruppi sono per fortuna in miglioramento: in particolare, Rcs ha fatto registrare un utile netto di 71 milioni (4 mln nel 2016), la Mondadori utile di 30,4 mln (22,5 mln nel 2016) ed Il Sole 24 Ore di 7,5 mln (-92,6 mln nel 2016).

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Nel 2017 i grandi gruppi editoriali avevano registrato ricavi complessivamente per 3,5 miliardi, in calo del -6% sul 2016 e del -20,2% sul 2013. In cinque anni si sono persi circa 879 milioni di ricavi, pari al 20% del fatturato 2013. Il regresso più consistente nel periodo 2013-17 è del gruppo Il Sole 24 Ore (-40,3%). Nel 2017 il calo del giro d’affari dei gruppi editoriali in Italia non si è riscontrato in Francia (+7,5% sul 2016), Germania (+2,6%) e Regno Unito (+1%).

Ovviamente, l’ingente calo delle vendite si è riflesso inevitabilmente anche sull’occupazione. Tra il 2013 e il 2017 la forza lavoro è diminuita di 3.301 unità, pari a una riduzione del 21,7% sul 2013 e dell’8,8% sul 2016, attestandosi a 11.886 unita’ a fine 2017. Nel quinquennio il ridimensionamento ha coinvolto in maggior misura gli operai (-35,4%) rispetto ai colletti bianchi (-21,2%) ed ai  giornalisti (-19,8%)  

Marcello Cardani presidente AGCOM

“Le risorse economiche del complesso dei mercati vigilati da Agcom ammontano a oltre 54 miliardi di euro, confermando il trend di lieve crescita (+1,2%) già osservato lo scorso anno. Cresce il peso relativo di Internet, del settore postale e, in misura meno accentuata, del settore telecomunicazioni. Tende invece a ridursi, anche se con un diverso grado di intensità, il peso degli altri comparti vigilati, ossia tv, radio ed editoria”, ha spiega Angelo Marcello Cardani, presidente dell’Agcom.

Gli investimenti pubblicitari globali si spostano dai media tradizionali alle piattaforme online, che complessivamente crescono di oltre il 12% con Google e Facebook a fare la parte dei leoni. La radio perde qualcosa nel suo complesso (-0,7%), ma in un contesto che manifesta segnali di ripresa.

Sul fronte della rete, Internet cresce come mezzo di informazione oltre che come veicolo pubblicitario: “Tuttavia – osserva Cardani l’attendibilità percepita delle fonti informative online, come testimonia la nostra ultima ricerca sui consumi di informazione, rimane mediamente inferiore rispetto a quella delle fonti tradizionali. Altro elemento interessante consiste nella tendenza degli italiani ad accedere all’informazione online prevalentemente attraverso fonti c.d. algoritmiche, in particolare social network e motori di ricerca”.

Facebook ha archiviato un primo trimestre 2019 con ricavi in aumento del 26% a 15,08 miliardi di dollari, sopra stima media degli analisti di 14,98 miliardi di dollari. Ma ha iscritto una perdita in bilancio da 3 miliardi di dollari, come evenienza per una possibile multa da parte della Federal Trade Commission (Ftc), che sta indagando se la compagnia ha violato un accordo del 2011 a garanzia della privacy degli utenti ma che non ha ancora annunciato la sua decisione.

L’incremento dei ricavi è stato aiutato dalla crescita di Instagram e della spesa pubblicitaria delle aziende. Tuttavia, in gran parte a causa dell’accantonamento per la possibile sanzione, il guadagno netto è crollato a 2,43 miliardi di dollari, o 85 centesimi per azione da gennaio a marzo, con un calo del 51% rispetto ai 4,99 miliardi di dollari (o 1,69 dollari per azione) di un anno fa. Se si esclude l’accantonamento, il margine operativo della società è sceso al 42%, al di sotto del 46% ottenuto lo scorso anno, mentre i costi sono saliti da 6,52 mld usd a 8,76 mld usd. Facebook aveva preannunciato un calo dei margini dovuto a un maggiore investimento sul controllo dei contenuti generati dagli utenti. Gli utenti attivi sono aumentati mensilmente dell’8% a 2,38 miliardi, battendo le stime di 2,37 miliardi. Stessa percentuale di crescita per quelli giornalieri.

Ecco perchè il CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947 è stato “rifondato” nel 2014 soltanto online, rinunciando persino ai contributi di Legge sull’ Editoria che avremmo potuto richiedere da tre anni . Piuttosto che essere “minacciati” dal Movimento 5 Stelle o sottomessi ai voleri ed alle “pressioni” della politica,  preferiamo affidarci alle regole del mercato pubblicitario ed è grazie agli importanti numeri conseguito in termine di lettori, che abbiamo raggiunto una totale indipendenza economica conseguente ai ricavi pubblicitari su scala nazionale.

 




Osservatorio Agcom: cresce il peso delle "fake news" in Rete

di Giovanna Rei

In continua crescita purtroppo la disinformazione prodotta e reperibile online nel primo bimestre del 2019. Infatti nel primo bimestre dell’anno +10% su dicembre 2018 e +4% su gennaio 2019. La ha reso noto l’Osservatorio Agcom sulle comunicazioni. Le parole più ricorrenti negli articoli tacciati di disinformazione sono: Italia, Euro, Governo, Meteo, Salvini.

L’Osservatorio dell’ Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni mostra in Italia un andamento crescente di disinformazione presente nei siti web, pagine e sugli account dei socialnetwork. Nei 6 mesi analizzati, da agosto 2018, in particolare, la quantità di contenuti di disinformazione prodotti nel giorno medio raggiunge il valore massimo a febbraio 2019. La disinformazione prodotta giornalmente nel primo bimestre 2019 rappresenta il 7% dei contenuti online e si stima che un sito di disinformazione in media pubblichi   5 nuovi articoli al giorno.

 

La categoria maggiormente oggetto di disinformazione è  la cronaca, con il 40%,  seguono la politica (16%), la scienza e tecnologia (14%), lo spettacolo (12%) poi la cultura (7%), quindi seguono economia (5%), esteri (4%), sport (2%).

La disinformazione sulle prossime Elezioni Europee di maggio 2019 è cresciuta del + 28% nel bimestre. Criminalità, immigrazione e disoccupazione sono i temi di maggiore incidenza ma anche quelli con le più elevate percentuali di disinformazione (rispettivamente 11%, 9% e 7%). Con riferimento al primo bimestre del 2019, si osserva che lo spazio dedicato alle elezioni europee sia dalle fonti di informazione che da quelle di disinformazione si attesta su valori complessivamente superiori rispetto ai bimestri precedenti.  I contenuti di disinformazione, rispetto a quelli informativi (soprattutto di Tv e radio), tendono a concentrarsi maggiormente sulle tematiche con un forte impatto emotivo (incluse quelle di rilevanza europea) piuttosto che sullo specifico argomento delle elezioni europee

Concentrando l’analisi sulle singole fonti di informazione e disinformazione, si riscontra come, nel primo bimestre del 2019  la televisione si confermi il mezzo che attribuisce il maggior spazio alle elezioni europee rispetto al totale della propria offerta informativa, mentre i siti di disinformazione continuino comunque a dedicare alle elezioni europee una quota sul totale dei propri contenuti mediamente maggiore rispetto ai quotidiani (e ai siti di informazione)

Questi i termini salienti della disinformazione online in Italia:

 




Regione Puglia rivede e taglia i costi per le plafoniere d'oro della nuova sede

ROMA – L’intervento della Corte dei Conti e la figuraccia fatta dalla dirigente Barbara Valenzano  capo dipartimento infrastrutture e lavori pubblici  della Regione Puglia, al programma “Non è l’ Arena” di Massimo Gilletti (La7)  per provare invano a rispondere alle domande relative soprattutto alla spesa da oltre un milione di euro fatta dalla Regione per acquistare 1.600 plafoniere dal costo di 632 euro a pezzo, hanno indotto la Regione a rivedere le proprie spese “folli”, dopo l’apertura di un’inchiesta della magistratura contabile sulle cosiddette “plafoniere d’oro” previste in primo momento per l’imponente nuova sede del Consiglio Regionale Pugliese in via Gentile a Bari

 

 

Oltre all’intervento provvidenziale della trasmissione televisiva, sono arrivati anche degli esposti presentati dal Movimento Cinque Stelle, che hanno fatto scaturire una seconda inchiesta avviata dalla Procura di Bari ordinaria. Le indagini sono condotte dal pm Savina Toscani. Recentemente la Guardia di Finanza di Bari ha acquisito altri documenti riguardanti impianti di illuminazione e compensi professionali.

La sezione Lavori pubblici della Regione Puglia ha cercato di salvare evidenti responsabilità, procedendo ad un taglio drastico delle spese iniziali preventivate,  con una versione riveduta e corretta del progetto,  che ha portato a una conseguente archiviazione dell’indagine. Grazie l’annullamento degli atti ed impegni di spesa iniziali, ed a seguito anche all’elaborazione di nuovi documenti della Direzione lavori su espressa richiesta del Responsabile unico del procedimento (Rup), il costo come per incanto è stato praticamente dimezzato: il danno erariale inizialmente individuato dagli inquirenti  in circa 600 mila euro  è stato dimezzato.  Ed il fascicolo della procura regionale della Corte dei Conti potrebbe essere archiviato in tempi brevi.

In ogni caso, gli accertamenti diretti dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Carmela de Gennaro, si sono rivelati decisivi per sventare un consistente spreco di risorse pubbliche. Un fiume di denaro incanalato verso l’acquisto di 1.703 plafoniere al costo di 632 euro ciascuna. A distanza di pochi mesi dall’avvio delle indagini, però, c’è stata l’improvvisa inversione di rotta. Che è documentata in una relazione della guardia di finanza trasmessa alla Procura della Corte dei Conti, pagine che segnano una svolta nell’inchiesta e preludono a una rapida conclusione.

I militari del nucleo anticorruzione della Guardia di Finanza, ai quali sono state affidate le indagini dal procuratore de Gennaro, il 21 marzo  scorso sono ritornati negli uffici della Regione Puglia acquisendo le carte per accertare gli sviluppi della vicenda plafoniere. La sezione Lavori pubblici ha rilevato incongruenze in alcuni atti contabili e il RUP, cioè il responsabile unico del procedimento ha chiesto alla Direzione lavori di procedere all’annullamento e all’elaborazione di nuovi documenti per la successiva approvazione.

Per quanto riguarda le plafoniere, le novità sono tutt’altro che indifferenti: infatti è stato fissato il prezzo di 308,21 euro per ciascuna delle 1.709 lampade al posto del costo esorbitante di 637,11 euro l’una per 1.703 luci. Così facendo l’impegno di spesa per la Regione Puglia si è quasi dimezzato, passando da poco più di un milione (per la precisione 1.084.988,33) a 526.730,89 euro con un risparmio di 558.267,44 euro, soldi pubblici che fino a poco tempo fa erano destinati all’ acquisto di plafoniere di lusso, ritenute evidentemente necessarie per illuminare a dovere la nuova casa delle istituzioni pugliesi.

I sogni di “grandezza” alla barese sono stati accantonati con una immediata retromarcia, che è bene ricordare, è avvenuta solo e soltanto successivamente all’avvio delle indagini. Di fatto l’unico soggetto che potrebbe restare danneggiato economicamente è l’impresa Guastamacchia, che ha eseguito i lavori, in quanto i soldi già versati potrebbero essere infatti recuperati sulle somme ancora dovute, e dall’azienda non sono giunte obiezioni.

 




La carta d’identità elettronica si potrà richiedere con un' App

ROMA – Nel solo 2018 sono state emesse circa 6,5 milioni di nuove carte d’identità elettroniche; in totale ne circolano 8 milioni nel Paese. Dopo non poche difficoltà e lungaggini per il rilascio, il passaggio al nuovo documento elettronico, adesso, sta diventando una realtà.

Adesso il Team per la Trasformazione Digitale guidato da Luca Attias annuncerà un cambiamento radicale che eliminerà le lunghe code all’anagrafe, effettuando una prenotazione tramite web app, ed una breve visita allo sportello e dopo solo sei giorni lavorativi la carta d’identità elettronica arriverà direttamente a casa.

La Carta di identità cartacea italiana era tra i documenti più falsificati in Europa e uno dei pochissimi ancora emessi in formato cartaceo. La nuova CIE, al contrario, fa un balzo in avanti, rappresentando un’avanguardia a livello europeo e mondiale proprio sul tema della sicurezza.

Un maggiore livello di sicurezza garantisce anche la protezione dei dati dei cittadini. Un esempio che genera un certo timore è quello delle impronte digitali, che ognuno deve fornire al momento del rilascio. Le impronte vengono salvate esclusivamente nella memoria interna della carta. Qui sono protette con dei meccanismi di accesso sicuri, che il Ministero dell’Interno rilascia soltanto agli enti autorizzati a verificare l’identità del titolare della carte tramite le impronte, come ad esempio per un controllo di sicurezza in aeroporto.

In un post a firma di Simone Piunno, Chief Technology Officer del Team si legge: “In genere i problemi di attesa legati al rilascio della carta dipendono dalla difficoltà che hanno alcuni uffici comunali nel gestire gli appuntamenti”. Proprio “per far fronte a questa criticità, il Team per la Trasformazione Digitale ha affiancato il Poligrafico dello Stato nella messa a punto di un nuovo sistema di prenotazione online per il cittadino che vuole rinnovare la sua carta d’identità. Un sistema che cerca di rendere più facile la vita sia agli utenti che alle Pubbliche Amministrazioni”.

Una web app che consente di gestire tecnicamente le fasi preliminari della richiesta tramite smartphone: con Agenda CIE , collegandosi al sito web predisposto, sarà possibile verificare se il proprio Comune di residenza utilizza il sistema di appuntamenti online, e in caso di risposta affermativa si visualizzano subito le prime date disponibili, che si possono prenotare.

Si potranno compilare contestualmente tutti i dati direttamente online, caricare la foto, anche scattandola con la fotocamera dello smartphone (il sistema verifica che corrisponda ai requisiti richiesti), leggere online l’informativa per la dichiarazione sull’autorizzazione di donazione di organi e tessuti, che dovrà essere firmata durante l’appuntamento. Nella prossima versione il sistema permetterà anche di pagare in anticipo il costo della pratica con pagoPA .

Va chiarito che può richiedere la carta soltanto chi:

  • non ha mai avuto una carta d’identità;
  • ha una carta d’identità scaduta o prossima alla scadenza (da 6 mesi prima);
  • ha una carta d’identità smarrita o danneggiata;
  • ha modificato i propri dati anagrafici (es. nome o cognome; il cambio di residenza non costituisce motivo per richiedere la sostituzione della Carta d’identità).

Per ottenere una Carta d’identità elettronica il cittadino dovrà presentarsi allo sportello comunale con un documento di identità, come:

  • la precedente carta;
  • una patente;
  • un passaporto.

 

Se non possiede un altro documento in corso di validità dovrà essere accompagnato da due testimoni. Oltre a un documento, dovrà portare con sé allo sportello:

  • una fotografia recente, se non è già stata caricata online (qui è possibile trovare tutte le caratteristiche che deve avere la foto);
  • la tessera sanitaria;
  • l’importo da pagare per il rinnovo di 22,21 euro (per nuove carte di identità o per rinnovare carte scadute, l’importo può variare leggermente da comune a comune per diversi valori dei diritti di segreteria) oppure 27,90 euro (se si chiede la CIE perché la precedente carta è stata smarrita o danneggiata). Anche se molti Comuni ancora non utilizzano il Pos per il pagamento con bancomat o carta di credito, tale importo per legge può essere corrisposto anche con pagamento elettronico;
  • la denuncia, se la precedente carta è stata smarrita.

Una volta allo sportello, sarà necessario:

  • verificare i propri dati con l’operatore del Comune;
  • fornire le impronte digitali (una per mano) attraverso un apposito lettore;
  • firmare la dichiarazione sull’autorizzazione di donazione di organi e tessuti (qui è possibile vedere un fac simile e qui sono disponibili le statistiche sul consenso, regione per regione), scegliendo di dare o meno il consenso (è possibile anche lasciare la dichiarazione in bianco);
  • firmare i moduli di richiesta della CIE.

“Allo sportello sarà necessario verificare i propri dati con l’operatore del Comune, fornire le impronte digitali, firmare la dichiarazione sull’autorizzazione di donazione di organi e tessuti, firmare i moduli di richiesta della CIE”, si legge nel post. Al termine della procedura, l’operatore fornirà una ricevuta con la prima metà di un codice PIN che verrà richiesto quando si vuole utilizzare la carta come strumento di autenticazione per servizi online, e metà del codice PUK, che si potrà usare per recuperare il PIN (come per le schede sim telefoniche). L’altra metà di entrambi i codici arriverà insieme alla carta all’indirizzo di residenza indicato.

La quasi totalità dei Comuni italiani (per la precisione 7.639) è in grado oggi di erogare la Carta d’identità elettronica presso i propri sportelli. Il sistema Agenda CIE è a disposizione di tutti i Comuni, ma non è esclusivo: molti, come Firenze, danno la possibilità ai cittadini di prenotare online, ma anche di presentarsi direttamente agli sportelli dedicati al rilascio a vista (senza appuntamento) e fare immediatamente la carta. Dall’altro lato, sottolinea Piunno, “la produzione centralizzata delle carte permette di adottare macchinari all’avanguardia che implementano le più avanzate tecniche anticontraffazione. Si tratta di strumenti complessi e molto costosi, che richiedono personale specializzato e che non possono essere installati presso ogni Comune”.

Tra i vantaggi della nuova Carta d’identità elettronica c’è la possibilità di utilizzarla come strumento di riconoscimento. “Un semplice dispositivo (anche uno smartphone) può essere in grado di “leggere” la CIE e associarla al codice fiscale del titolare”, si legge nel post.

Questo vuol dire che la carta potrebbe essere semplicemente “strisciata” ai tornelli per entrare allo stadio, rendendo inutile la tessera del tifoso. Oppure potrebbe essere usata come badge per entrare in biblioteca, o come cartellino in ufficio, o al posto dell’abbonamento dell’autobus, o anche per fare in un istante il check-in alla reception di un hotel, senza dover fare fotocopie. Una vera rivoluzione che riduce moduli e burocrazia.

La CIE può diventare anche uno strumento di autenticazione online. Basta accostarla a un apposito lettore collegato a un computer opportunamente configurato, o a un telefono Android con sistema NFC (disponibile per molti degli smartphone Android in commercio), per autenticarsi online, in ambito pubblico o privato, in Italia e in Europa.