Tutte le ‘fedate’ di Emilio, dal bunga bunga all’arresto

Tutte le ‘fedate’ di Emilio, dal bunga bunga all’arresto

Le cene con Berlusconi, Lele Mora e le veline. Le olgettine e il botulino. I guai con il fisco. La parabola del giornalista ammanettato in una pizzeria di Napoli sulla soglia degli 89 anni

di PAOLO BERIZZI*

Una “fedata”. Un azzardo dei suoi, di quelli che un tempo, quando le cose giravano bene, posava sul tavolo verde: Saint Vincent, Monte-Carlo dove era di casa, ossequiato come i clienti vip che spendono e spandono e lasciano mance più che altro per farsi notare. Celodurismo da roulette. E fa niente se dal passato incombeva qualche ombra, i soliti scandali che non se ne sono andati mai via (ma lì fu assolto): roba da polli da spennare.

Erano gli anni belli della fama e della vita spericolata senza troppe conseguenze. Quando ancora era giovane; quando c’era il giornalismo e le cene eleganti non finivano nelle sentenze giudiziarie. Emilio Fede, il Fido” Emilio. Ottantanove anni e l’ultimo arresto come un Arsenio Lupin in modalità age’, in fuga dagli arresti domiciliari per festeggiare il compleanno con la moglie a Napoli. Perché avrà anche perso il pelo, magari pure qualche vizio (forse), di certo un po’ di soldi.

Ma se c’è una cosa che Fede proprio non ha perso è la passione per le cene. Da quelle a casa Berlusconi che gli sono costate una condanna per favoreggiamento della prostituzione alla “pizza” con degli amici napoletani che “mi avevano gentilente invitato”, adesso sono qui chiuso in hotel che non posso nemmeno affacciarmi alla finestra”: l’antica arte del chiagni e fotti, appunto vernacolo napoletano, come napoletana è la moglie di Emilio, Diana De Feo che, dopo anni passati a sostenere e a difendere anche l’impossibile – non più le gaffe e basta, tutto il pacchetto, il veliname e le meteorine, le Ruby, i Lele Mora – si era decisa a declinare a distanza l’amore per il marito caduto in semidisgrazia o comunque abbandonato dagli dei. Nella vita di Fede c’è un prima e c’è un dopo. Difficile trovare, nel giornalismo diciamo patinato, un’altra parabola così: nel bene e nel male.

Il prima è un giornalista Rai figlio di un brigadiere dell’Arma (a volte il destino: in via Partenope a “accompagnarlo” in caserma sono ancora i carabinieri) che entra nell’emittente pubblica nel 1961 e – grazie anche alla cura maniacale dei rapporti coi potenti di turno – sale velocemente la scala della carriera interna: uno dei potenti, il vicepresidente Rai Italo De Feo (suocero), ce lo aveva in casa. Ma Emilio da Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) vuole dimostrare di essere uno che vale anche sul campo, non solo nei salotti dove politica e giornalismo s’accompagnano e promuovono gli astri nascenti: per otto anni è inviato speciale in Africa. La cronaca è sempre stato il suo forte. Lui aggiungerebbe: anche le donne. 

L’inclinazione naturale per la conquista del gentil sesso lo accomuna all’uomo che diventerà il suo Dio: Silvio Berlusconi. Si conoscono nel 1982. Sette anni dopo il Cavaliere (ormai ex) gli affida la creazione di Videonews, l’informazione del Biscione. Il “prima” si compie: dopo aver diretto il Tg1, Fede guida Videonews, Studio Aperto e Tg4. Il “dopo”, la fase 2, per il direttorissimo Mediaset – per anni l’inamovibile per eccellenza – inizia quanto tutto sembra andare a meraviglia. La ruota della fortuna di Fede è abitata da feste, cene, donne, bulli, pupe e macrò. E’ la corte di Silvio. Di Cui Fede è imbattibile cortigiano. Devoto e felice. Del Capo lui è anche amico e compagno di serate. Uno dei pochi uomini ammessi al ”bunga bunga” (l’altro habitué è Lele Mora che però le donne le portava). 

Lele Mora ed Emilio Fede

Su Berluscolandia a un certo punto si abbatte il fato avverso, prima, e la scure della magistratura, poi. “Ruby io l’ho vista solo due volte”, dirà Fede ai magistrati prima di essere condannato. Che rapporti aveva l’ex inviato di guerra con Nicole MinettiRuby Rubacuori e lo stuolo di olgettine finite nei letti di Arcore, palazzo Grazioli e villa Certosa? Stando all’inchiesta,  consuetudinari. Di “Lelito”, come chiamavano Mora, Fede è stato per anni amico. I due, potentissimi nei rispettivi mestieri, partecipavano attivamente all’agenda del divertimento di Berlusconi: con la differenza che se Mora in quel campo – far conoscere belle donne a imprenditori famosi – era maestro, Fede ci si è trovato un po’ così, a mezz’asta: fruendo del clima e però poi facendosi prendere  entrambe le mani e cadendoci dentro. Uno che non ha mai avuto vergogna di nulla, la faccia come il bronzo si direbbe. E più lo accusavano di essere campione di piaggeria verso il datore di lavoro, più ci prendeva gusto e più lo blandiva. Un talento coltivato. Sempre al “servizio”.

Fino a guadagnarsi un posticino nel mausoleo di Arcore (che può attendere, ovvio, e chissà però se sarà ancora disponibile). La batosta più pesante forse non è la condanna per la storia delle “avventuriere”, delle buste da sette o diecimila euro, degli appartamenti dove sono parcheggiate le olgettine, dei book come quello di Noemi Letizia che passano dalle mani di Fido Emilio. Il colpo più duro è la rottura del rapporto con Berlusconi, che lo ha sempre paracadutato. Colpa della tentata “cresta” da 1 milione e 200 mila euro che il Gatto e la Volpe (Mora-Fede) ordiscono bussando a palazzo Grazioli. “Un malinteso”, secondo Fede. Ma Zio Paperone (Berlusconi n.d.r.) li sgama: e per Emilio inizia il declino definitivo. Si lamenterà che a Mediaset, dopo averlo gentilmente accompagnato alla porta, gli hanno tolto l’autista. 

Lui che cantava con Apicella e poi tutto giù in taverna a vedere le ragazze ballare. I giorni cupi sono segnati da altri incidenti di percorso: la valigetta coi soldi in una banca svizzera (“altra balla”) su tutti. Fede non pensa più a rifarsi l’immagine: si rifà solo la faccia. Punturine che lo fanno sembrare la caricatura di se stesso. Basta vedere le ultime foto: sono dei post senza commento. L’ottantanovesimo compleanno, dopo la “fedata”, è andato indigesto. “Il mio arresto? Terrificante”. Se fosse un film si intitolerebbe “una pizza a Napoli”. The end. 

*tratto dalla sezione Rep: del quotidiano La Repubblica

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