Tangenti, arrestati agenti e imprenditori

BARI – Quattro persone, due ex ispettori della Polizia Provinciale attualmente distaccati in servizio alla Polizia Metropolitana di Bari e due imprenditori, sono stati arrestati dalla Squadra Mobile di Bari per i reati, a vario titolo contestati, di concussione, corruzione e falso. I due agenti, Raffaele Capotorto e Giovanni Francesco Loizzo, sono in carcere, gli imprenditori Espedito Protopapa e Walter Frallonardo, amministratori rispettivamente di Ri.Ma.Plast srl di Bari e di Frallonardo srl di Putignano, sono ai domiciliari. I due poliziotti avrebbero “sistematicamente” chiesto denaro a vari imprenditori “con la minaccia di elevare verbali di contestazione di inesistenti violazioni amministrative“.

L’indagine è stata avviata in seguito alla denuncia di un imprenditore titolare di autodemolizione – spiega la Procura di Bari –  che nel dicembre 2017 aveva ricevuto la richiesta da parte dei due “di somme di denaro, già corrisposte negli anni precedenti per l’importo complessivo di 800 euro, per il “regalo di Natale“. E’ emerso nel corso dell’indagine che i due “nel corso degli anni, avevano tenuto una condotta sistematicamente vessatoria nei confronti di vari imprenditori, strumentalizzando la propria funzione per fini personali ed esercitando una pressione sugli imprenditori/persone offese, costretti al versamento di somme soprattutto in occasione delle festività natalizie e pasquali”.

Il denaro corrisposto ai due ispettori dagli imprenditori oggi arrestati sarebbe servito ad impedire l’attività di una pattuglia della Polizia Provinciale, che lo scorso 30 gennaio 2018,  aveva proceduto al controllo di una betoniera intestata alla società Frallonardo e la falsa attestazione nel marzo 2015 della assenza di infrazioni nei confronti di una azienda intestata ad un’altra persona successivamente denunciata da altri operatori della Polizia Provinciale per contravvenzioni in materia ambientale.

Nei confronti dei due imprenditori “è stato accertato uno stabile accordo corruttivo da essi intrattenuto con gli ispettori, che impegnava permanentemente questi ultimi a compiere e/o omettere comportamenti doverosi connessi alla funzione esercitata con versamento sistematico di somme da parte degli imprenditori in corrispondenza delle festività di Natale e Pasqua“. Sono state accertate varie dazioni di denaro con corresponsione di importi fino a 6.000 euro.

 Agli ispettori arrestati è stato contestato anche il delitto di falsità ideologica e materialeper avere, in vari verbali di accertamento di violazioni al Codice della Strada elevati nel mese di marzo 2018, falsamente dichiarato – spiega la Procura di Bari – l’orario di commissione della violazione e l’impossibilità di contestazione immediata per l’elevata velocità tenuta dal conducente del mezzo, avendo invece omesso di contestare immediatamente al conducente del mezzo l’infrazione e rallentato intenzionalmente l’andatura dell’auto di servizio per indurre gli automobilisti all’infrazione della guida“.

La Procura barese ha disposto il sequestro preventivo di beni e denaro riconducibili ai quattro indagati, dell’importo complessivo per circa 10mila euro.

 




Operazione “Ultimo Avamposto” nel Foggiano, 17 arrestati dalla Polizia di Stato

ROMA – Dieci persone tra i quali anche “boss” ed esponenti di primo piano della criminalità organizzata e mafiosa garganica, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, sono state arrestate  raggiunte da misure cautelari eseguite questa mattina dagli agenti delle Squadre Mobili di Foggia e Bari e dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari. Secondo gli investigatori, gli indagati agivano tra i territori di Foggia, Manfredonia, Vieste, San Giovanni Rotondo, Pescara e Francavilla al mare.

L´indagine è partita nell´estate 2017 a seguito dei gravissimi fatti di sangue avvenuti tra luglio ed agosto dello stesso anno sul Gargano, ovvero l´omicidio di Omar Trotta  avvenuto a Vieste (FG) ed il quadruplice omicidio di Mario Luciano Romito, di suo cognato e di due agricoltori in agro di San Marco in Lamis. Le attività tecniche avviate permettevano di accertare che, un nuovo “capo” aveva preso in mano le redini del gruppo criminale, avviando un copioso traffico di cocaina che interessava le piazze di Foggia, Manfredonia e Pescara. “Di importanza fondamentale – ha evidenziato Eugenio Masino dello S.C.O. di Roma – si sono rivelate le risultanze investigative raccolte con questa attività, che ci hanno permesso di acclarare contatti e collegamenti tra elementi e referenti della criminalità organizzata di Vieste, Manfredonia e Foggia. Una vera e propria “joint venture” tra criminali”.“

 

Come hanno illustrato in conferenza stampa questa mattina presso la Questura di Foggia , il Questore Mario Della Cioppa, affiancato del Dirigente della Squadra Mobile di Foggia Roberto Pititto, del dr. Eugenio Masino dello S.C.O. e del dr. Pasquale Testini Dirigente della Squadra Mobile di Bari, Claudio Iannoli ritenuto il nuovo “capo” di quest’associazione malavitosa-mafiosa sfruttando le sue importanti conoscenze, in particolare, con il pregiudicato foggiano Luciano de Filippo (vicino alla consorteria criminale dei Sinesi-Francavilla) ed il pregiudicato manfredoniano, Gaetano Renegaldo vicino alla consorteria criminale dei “Libergolis”, avviava un fiorente traffico di stupefacenti finalizzato a realizzare profitti illeciti fuori dalla cittadina viestana.  Il manfredoniano Renegaldo, grazie all’intermediazione svolta dallo Iannoli, entrava in affari col sodalizio foggiano, iniziando a rifornirlo di cocaina, come confermato e comprovato nel corso dei numerosi incontri monitorati dalla Polizia di Stato ed avvenuti prevalentemente tra il manfredoniano ed il Mastrorazio, (un fedele “adepto” del De Filippo), prevalentemente destinata al mercato pescarese. L’approfondimento investigativo effettuato nei confronti del Renegaldo ha permesso poi di ricostruire la rete di fiancheggiatori del pregiudicato manfredoniano, il quale poteva contare sul prezioso apporto del cognato Antonio Balsamo.

Lo sviluppo delle indagini ha consentito di accertare che lo stupefacente acquistato dal gruppo veniva destinato, oltre che all´area garganica, nel tentativo di ampliare e massimizzare i profitti illeciti, anche al mercato pescarese. Difatti, i territori maggiormente coinvolti dal fenomeno del traffico di cocaina sono risultati essere i comuni di Foggia, Manfredonia, San Giovanni Rotondo, Troia, Vieste, Pescara, Montesilvano e Francavilla a Mare. L’indagine ha permesso di contestualizzare e meglio qualificare due importanti sequestri di marijuana operati dalla polizia a Vieste e Peschici.

Il primo, avvenuto nel marzo 2017 a Vieste, con l’arresto di due cittadini albanesi, che avevano il compito di fare da guardiani della droga, i quali vennero sorpresi dalla Polizia di Stato in uno stabile in costruzione in località Tomarosso, a Vieste, in possesso di  570 Kg di marijuana, oltre ad una pistola Beretta calibro 9 mm corto, dalla matricola abrasa, ed una pistola Beretta calibro 7,65 anch’essa con matricola abrasa completa di caricatore ed otto cartucce 7,65. Alla vista della polizia (che operò in borghese n.d.r.), i due per evitare rappresaglie con altri eventuali clan si erano qualificati “Siamo amici di Claudio . Cioè di Claudio Iannoli.

Il successivo 15 giugno dello stesso anno era stato individuato a Peschici, uno stabile in costruzione, utilizzato come probabile deposito di droga, . Nel corso della perquisizione mirata vennero recuperati 950 kg di marijuana , ripartita in numerose buste di plastica di diverse dimesioni. Sul posto sopraggiunse subito dopo Raffaele De Noia, proprietario dell’immobile utilizzato come deposito, il quale venne immediatamente   arrestato. Sulla base di alcuni riferimenti fatti dai due cittadini albanesi, nel corso del primo sequestro, “Siamo amici di Claudio”, vennero avviate attività tecniche investigative su Claudio Iannoli, (a lato nella foto) ritenuto un elemento di primo piano della criminalità viestana, il quale faceva parte della consorteria criminale guidata da Girolamo Perna.      

Nel tentativo di aumentare i propri illeciti profitti, il gruppo facente capo al duo Iannoli – De Filippo, che si avvaleva della piena compartecipazione della compagna Wanda Campaniello, aveva installato a Pescara una vera e propria base logistica, potendo contare sull’apporto dei sodali Caldarelli e Scaglione. Le attività investigative effettuate hanno  consentivano infatti di individuare uno dei canali di approvvigionamento dello stupefacente del gruppo criminale, a conferma dell’accordo malavitoso raggiunto tra i foggiani ed il manfredoniano Gaetano Renegaldo per la fornitura della cocaina da mettere in vendita nel  territorio abruzzese, assicurandogli elevati profitti . Nel mese di dicembre 2017, monitorando gli spostamenti dello Iannoli, gli investigatori della Polizia  sono riusciti ad identificare il Renegaldo, pregiudicato particolarmente attivo nello spaccio di droga nella città di Manfredonia, che si avvaleva di una capillare rete di spaccio al dettaglio che raggiungeva anche i comuni limitrofi.

L´ acquisizione di consistenti elementi probatori a carico dei soggetti facenti parte del sodalizio criminoso in questione, trovava riscontro nell’ arresto in flagranza di quattro persone e nel sequestro di un laboratorio per la lavorazione ed il confezionamento della cocaina, nonché di gr. 300 di hashish. Il gruppo criminale, inoltre, si avvaleva della piena collaborazione di una donna, la quale aveva impiantato a Pescara una vera e propria base logistica, potendo contare sull´apporto di altri due soggetti. Emergeva anche un vero e proprio accordo per la fornitura della cocaina da smerciare in territorio abruzzese, tra i foggiani ed il manfredoniano; tra i fiancheggiatori di quest´ultimo si distingueva, per il prezioso contributo, il cognato Antonio Balsamo, incaricato in numerosissime occasioni di fargli da autista.

L´operazione odierna si pone in continuità con quella denominata “Agosto di Fuoco”, in realtà protrattasi per cinque mesi, da giugno a novembre 2018, con cui la Polizia di Stato, in tre distinte operazioni, tutte coordinate dalla DDA di Bari, ha complessivamente arrestato, per traffico di droga aggravato dal metodo mafioso, diciassette malavitosi. Questi i loro nomi:

Antonio Balsamo (classe 1972, nato a Manfredonia), Stefano Caldarelli (classe 1982, nato a Pescara),Wanda Campanello (classe 1986, nata a  Foggia), Luciano De Filippo (classe 1971, nato a Foggia), Claudio Iannoli (classe 1976, nato a Carate Brianza), Alessandro Mastrorazio (classe 1978, nato a Foggia), Gaetano Renegaldo (classe 1978 , nato a Manfredonia),  Andrea Scaglione (classe 1994, nato ad Atri in provincia di Teramo), Christian Serra (classe 1975,  nato a Chieti) e Ivan Ventura (classe 1981 nato a Foggia).

 




Foggia. I Carabinieri arrestano quattro pregiudicati pronti ad un agguato. La Polizia di Stato un pericoloso latitante

ROMA – Erano molto probabilmente pronti a compiere un agguato i quattro pregiudicati arrestati nel tardo pomeriggio di ieri a Torremaggiore, a pochi chilometri da San Severo, dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del mando provinciale di Foggia . I militari li hanno trovati in un garage in possesso di tre armi, auto e scooter rubati.  I quattro arrestati sono stati fermati nell’ambito dei controlli intensificati dopo l’agguato avvenuto il 9 agosto a San marco in Lamis, in cui sono morti il boss Mario Luciano Romito e suo cognato Matteo De Palma e due contadini giustiziati perchè scomodi testimoni.

Gli arresti dei quattro pregiudicati sono avvenuti a Torremaggiore, a pochi chilometri da San Severo, nel corso di un controllo compiuto dai carabinieri del Comando provinciale di Foggia, in collaborazione con il personale recentemente giunto in rinforzo a seguito dell’agguato di San Marco in Lamis e altri recenti episodi di criminalità avvenuti in provincia, al termine di un servizio di osservazione e pedinamento su alcuni pregiudicati locali. L’ intuizione dei militari dell’ Arma,  supportata dall’ esperienza e la masima attenzione prestata nei controlli ha consentito di intervenire in tempo ed arrestarli.

Era da da tempo che i Carabinieri del nucleo investigativo del Comando provinciale di Foggia stavano monitorando alcuni movimenti sospetti attorno al garage in questione, di proprietà di un uomo di Torremaggiore incensurato, che lo aveva affittato ad uno dei quattro indagati. Una operazione importante quella dell’ Arma sul campo della prevenzione dei reati, che solo grazie alla professionalità ma sopratutto la freddezza e la lucidità dei Carabinieri intervenuti non è culminata in un conflitto a fuoco con i quattro pregiudicati.

I quattro pregiudicati arrestati sono Giovanni Putignano, nato nel 1978 a Torremaggiore (FG) , imprenditore e pregiudicato, Angelo Bonsanto, nato nel 1989 a Lesina (FG) , ristoratore e pregiudicato, Nicola Paradiso di Torremaggiore (FG) nato nel 1979 operaio e pregiudicato, ed il nullafacente e pregiudicato Angelo Tommaso Alessandro, nato nel 1985 a Foggia. Uno degli arrestati  viene ritenuto dagli inquirenti organico e  vicino alla “batteria” dei Moretti-Pellegrino-Lanza. I quattro pregiudicati al termine delle formalità di rito sono stati denunciati per detenzione e porto abusivo di armi alterate e ricettazione, e quindi tradotti presso la Casa Circondariale di Foggia.

All’interno del garage dove erano stati visti confluire in modo sospetto i quattro pregiudicati,  i Carabinieri hanno rinvenuto e sequestrato una pistola semiautomatica Beretta calibro 9×21 con matricola abrasa e caricatore dotato di 15 proiettili pronti a fare fuoco, una Smith & Wesson calibro 38 special , e una pistola calibro 38 special, marca Renato Gamba, con 6 colpi nel tamburo, entrambe con matricola abrasa, e con 6 colpi nei rispettivi tamburi. Sulle armi sequestrate, sono già stati disposti i necessari accertamenti tecnici ad opera dei Carabinieri del  Ris di Roma per individuare eventuali tracce di Dna ed accertare, attraverso comparazioni balistiche, se le armi sequestrate siano state precedentemente utilizzate in recenti agguati o fatti di sangue.

Secondo quanto riferito da fonti investigative, i quattro pregiudicati si apprestavano “a fare qualcosa di grosso”, nel contesto della lotta in corso da tempo nel foggiano, tra gruppi criminali e mafiosi  per la spartizione delle attività illecite fra cui il business più redditizio, cioè lo spaccio della droga.

Nel garage i Carabinieri hanno rinvenuto anche Fiat 500L rubata a Gravina lo scorso 8 giugno, un T-Max Yamaha rubato Loreto Aprutino (Pescara) il 36 maggio scorso, delle targhe per auto e motocicletta contraffatte, cappucci e maschere varie per essere irriconoscibili,

nella foto il pregiudicato  Tommaso Pacilli

Questa mattina è stato arrestato dalla Polizia di Stato a Monte Sant’Angelo il 46enne pregiudicato  Tommaso Pacilli,  che deve scontare una pena residua di 8 mesi e 29 giorni di reclusione, per i reati di estorsione aggravata anche dal metodo mafioso a seguito di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello del Tribunale di Bari.L’operazione è stata condotta dalla Polizia di Stato, e in particolare personale della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di Bari e Foggia, con il coordinamento del S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. I fatti vennero commessi nel dicembre 2010 e nel gennaio 2011 ai danni di esercizi commerciali della zona. Elemento di spicco della cosiddetta “Mafia del Gargano“, Pacilli aveva commesso i reati oggetto della condanna insieme a un altro pregiudicato, il 32enne Matteo Pettinicchio nativo di San Giovanni Rotondo (FG), classe 1985 e residente a Monte Sant’Angelo (FG), il quale deve espiare la condanna di anni 5 e mesi 5 e giorni 21 di reclusione per i reati di estorsione e rapina pluriaggravata, anche dall’utilizzo del metodo mafioso, commessi insieme ai fratelli Pacilli.

 L’arrestato dalla Polizia è fratello del noto pregiudicato Giuseppe Pacilli, 45 anni, noto come  “Peppe u’ montanar”  elemento di spicco della mafia del Gargano, appartenente al clan Libergolis che da anni si contrappone al clan Romito, il cui boss è stato ucciso nel recente agguato a San Marco in Lamis in cui sono morte altre tre persone. Pluripregiudicato anche per associazione di stampo mafioso ed omicidio, compariva nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi del Ministero dell’Interno.   



Operazione Hawala.net: Bari e Malta, la Polizia di Stato smantella un´organizzazione di trafficanti di migranti somali

ROMA – Nelle prime ore della mattinata odierna, a Bari, Catania e Salerno la Polizia di Stato ha dato esecuzione ad un´ordinanza di custodia cautelare a carico di cittadini extracomunitari di etnia somala ritenuti responsabili dei reati di associazione per delinquere finalizzata alla permanenza illegale di clandestini nel territorio dello Stato ed al successivo ingresso in paesi esteri, favoreggiamento dell´immigrazione clandestina a scopo di lucro, uso di documentazione falsa, corruzione di incaricato di pubblico servizio e falso ideologico in atto pubblico.

Hawala, da cui ha preso nome l’operazione della Polizia di Stato , significain arabo semplicemente “trasferimento” ed è un sistema che si è sviluppato in Medio Oriente nel corso del medioevo e si è poi diffuso in Asia meridionale e in alcune parti dell’Africa. È un sistema che all’epoca non era molto diverso da quello delle “lettere di cambio” – l’antenato degli assegni – nato in Europa e poi sviluppatosi fino a trasformarsi nel moderno sistema bancario occidentale. L’hawala invece è rimasto un sistema di trasferimento informale, in cui privati si accordano con altri privati. Questo ha permesso agli hawaladar di tenere molto bassi i loro prezzi.

Il sovrapprezzo a una transazione – cioè la cifra che viene trattenuta dagli hawaladar – è in genere del cinque per cento, poco più della metà di quanto chiedono le moderne società che si occupano di trasferimento di soldi.

Da anni, l’hawala è utilizzata da migranti arabi, pakistani e indiani per inviare denaro nei loro paesi di origine, ma è un sistema che nel corso del 2015 è diventato sempre più importante anche per finanziare il viaggio dei migranti stessi.  Del fenomeno si è occupato anche il  Wall Street Journal che si è occupato di questo fenomeno  con  un’inchiesta dei giornalisti Joe Parkinson e Giovanni Legorano.


L’hawala funziona molto bene
come assicurazione nei confronti degli stessi trafficanti di uomini. Il migrante o la persona che paga il viaggio per lui effettua il pagamento a un hawaladar, ma il pagamento viene trattenuto fino al termine del viaggio o fino all’arrivo a una tappa prestabilita. A quel punto il migrante “sblocca” la transazione e l’hawaladar consegna al trafficante il pagamento. I migranti che Parkinson ha incontrato stavano proprio sbloccando i pagamenti per la prima tappa del viaggio, che prevedeva di arrivare sani e salvi sull’isola greca.

La hawala si presta molto bene anche per transazioni che non vengono effettuate dal migrante che compie il viaggio. I due giornalisti raccontano le storie di cittadini siriani residenti in Germania che grazie all’hawala sono in grado di pagare il viaggio per i loro parenti, tramite probabilmente un hawaladar che si trova in Germania e un altro che si trova in Siria. Secondo Parkinson e Legolano, il 90 per cento dei circa 2,5 miliardi di euro che costituiscono il giro d’affari del traffico di migranti in Europa vengono pagati tramite hawala.

 


Dalle indagini, dirette dalla D.D.A. della Procura della Repubblica di Bari e condotte dai poliziotti della Squadra Mobile di Bari, con il coordinamento dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, nonché della Digos di Bari, è emerso come l´associazione era solita utilizzare i canali “money trasfer” illegali, secondo il sistema dell´ “hawala informatica“.

Tale sistema, che si sostanzia in rimesse di denaro e di compensazioni tra varie agenzie in Italia ed all´estero basate sulla fiducia negli intermediari e su schemi informali, veniva utilizzato dai trafficanti per incanalare le somme loro inviate dalle famiglie dei migranti somali quale prezzo per l´organizzazione dei viaggi degli stessi verso il nord Europa.

Nel corso delle investigazioni sono emerse relazioni sul web, attraverso l´uso social network  (Facebook, etc.), di alcuni componenti del organizzazione criminale con alcuni internauti attestati su posizioni filo jihadiste ascrivibili al gruppo terroristico somalo “Al Shabaab“. Le investigazioni, approfondite dai poliziotti della Digos della Questura di Bari, hanno documentato diretti contatti telefonici tra uno dei membri del citato sodalizio con un cittadino somalo, già sottoposto a fermo in Italia nel luglio 2016 per aver favorito l´ingresso sul territorio nazionale, via Malta, di due foreign fighters militanti dell´Isis/Daesh.

Nella mattinata odierna inoltre, in esecuzione di apposito provvedimento emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Bari, sono stati oscurati dal Servizio Centrale della Polizia Postale e delle Comunicazioni i siti informatici non abilitati in Italia su cui gli indagati operavano effettuando i vari servizi di pagamento sia a beneficio dei membri dell´organizzazione che dei migranti.

Tra gli indagati anche un impiegato del Comune di Bari che si era lasciato corrompere per dichiarare falsamene inesistenti residenze di cittadini somali nel capoluogo pugliese. Proseguono ricerche anche in ambito internazionale.

L’agenzia di “money transfer” gestita dal 33enne somalo Ismail Olhaye Hussein, ritenuto il capo dalla organizzazione transnazionale di trafficanti di migranti scoperta dalla Dda di Bari e che ha consentito alla Polizia di Stato di eseguire oggi arresti in Puglia, Campania e Sicilia. aveva persino ottenuto nel 2011 un  finanziamento regionale (Giunta Vendola) di 25mila euro. Un particolare imbarazzante venuto alla luce dalle investigazioni dell’inchiesta coordinata dai pm Antimafia baresi Renato Nitti e Giuseppe Gatti. Le indagini effettuate dalla  Squadra Mobile e Digos della Questura di Bari hanno  appurato infatti che l’agenzia era anche la sede di una associazione culturale che forniva servizi e assistenza ai migranti e, pertanto, aveva ottenuto dalla Regione Puglia il finanziamento. A Catania sono stati eseguiti altri due arresti nei confronti del 33enne Ahmed Siyad Mohamed e del 27 enne Muhumed Okar Mohamed.  Attualmente ricercati anche all’estero, altri otto cittadini somali.

Gli indagati gestivano logisticamente i migranti, prevalentemente africani, grazie a dei contatti attivi all’interno dei centri di accoglienza di Sicilia e Puglia, fornendo loro vitto, alloggio, documenti falsi e biglietti di viaggio per raggiungere i Paesi del nord Europa prevalentemente Gran Bretagna, Svezia e Germania; per ciascun migrante avrebbero incassato 900 dollari. Grazie a questa attività illegale controllavano un importante flusso di denaro attraverso il sistema del ‘money transfer’.

Nel corso delle indagini è stato scoperto un caso in cui una famiglia dall’Africa avrebbe consegnato all’organizzazione migliaia di dollari da consegnare  al figlio minorenne una volta giunto a destinazione, il quale, però avrebbe poi ricevuto soltanto 20 euro. Le indagini hanno controllato ed accertato in 12 diverse operazioni, il traffico di oltre trenta migranti ma secondo gli inquirenti baresi il fenomeno sembrerebbe essere molto più ampio. Dalle intercettazioni è emerso anche che l’organizzazione stava cercando di realizzare a Bari un attentato ai danni di un’ interprete connazionale poichè veniva sospettato di collaborare con la magistratura e, quindi per portare a termine il loro progetto delinquenziale avevano pensato addirittura di ricorrere e pagare mafiosi locali.

Secondo gli inquirenti, il 33enne somalo, che svolgeva anche attività di mediatore culturale, considerato “un punto di riferimento della comunità somala barese anche presso gli enti pubblici“, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe in realtà costituito “una vera e propria agenzia di servizi illegale”  forniva ai migranti irregolari supporto logistico e documenti falsi in cambio di 900 dollari per trasferirli dai centri di accoglienza italiani a destinazioni nel nord Europa. come l’ha etichettata il procuratore di Bari Giuseppe Volpe.

 




Matera:”Operazione F3″ sgominata dalla Polizia banda di ladri di automobili

La Polizia di Stato di Matera ha eseguito alle prime ore dell´alba quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti responsabili in concorso di almeno 39 furti di numerosissime autovetture a Matera e provincia.

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Gli uomini della Squadra Mobile di Matera, con l´ausilio dei colleghi della Squadra Mobile di Bari e del Commissariato P.S. di Gravina in Puglia (BA), oltre agli arresti, hanno eseguito le perquisizioni domiciliari a carico degli arrestati, che hanno permesso di sequestrare anche una centralina elettronica mod. F3 per Fiat Punto 1.3 turbodiesel multijet, nonché una body computer, che funge da interfaccia o dialogo tra la centralina e la chiave di accensione.

L´”Operazione F3″ della Squadra Mobile materana trae origine dall´analisi dei reati compiuti nel Capoluogo e provincia, che registrava un incremento notevole dei furti di autovetture dal mese di ottobre dello scorso anno fino ad aprile 2016, soprattutto di modelli Fiat e in particolare i modelli Panda e Punto.

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Dalle complesse e laboriose indagini, condotte con l´ausilio di intercettazioni telefoniche, sono emersi numerosi gravi indizi di colpevolezza a carico dei quattro malviventi in ordine a 46 episodi di furto di autovetture, tra cui una Porche, sette dei quali sventati.

I veicoli venivano rubati collocando al loro interno delle centraline asportate da altre vetture dello stesso tipo ovvero modificate di volta in volta per renderle compatibili con quelle da rubare, in modo da interfacciarsi elettronicamente con altrettante chiavi d´accensione ad esse abbinate.




Due georgiani arrestati dalla Polizia di Stato

Gli Agenti della Squadra Mobile di Taranto, in collaborazione con i colleghi della Squadra Mobile di Bari, hanno eseguito il fermo di indiziato di delitto, emesso dalla locale Procura della Repubblica, Sost. Proc. Dr.ssa Marina Manno, nei confronti di due cittadini di nazionalità georgiana, ritenuti responsabili, in concorso tra loro di rapina e furto in abitazione; si tratta di Avtandili GABRITCHIDZE, di anni 30, e Jonas VAIKAUSKAS, di anni 33, entrambi con precedenti penali a loro carico.

Avtandili GABRITCHIDZE

Il ladro di abitazioni Avtandili GABRITCHIDZE

La mattina dello scorso 6 novembre  i due, a viso scoperto, avrebbero forzato la porta blindata di un appartamento di uno stabile di Via G.Galilei a Taranto, razziando una volta all’interno oggetti preziosi e contanti per un valore di circa 30mila euro. Durante la fuga gli stessi malviventi incrociavano il malcapitato proprietario dell’abitazione sulla rampa delle scale, con il quale avevano una violenta colluttazione, e quest’ultimo durante l’aggressione riportava la frattura del piede e una ferita lacero contusa alla mano sinistra, giudicate guaribili dai sanitari del SS.Annunziata in trenta giorni.

Il tempestivo lavoro degli investigatori della Squadra Mobile ha reso possibile ricostruire le fasi della vicenda riuscendo a raccogliere importanti elementi indiziari nei confronti dei predetti cittadini stranieri, sia sulla base delle descrizioni fornite dalla vittima, sia per il modus operandi, caratterizzato dal fatto che l’apertura della porta blindata era avvenuta senza forzatura degli infissi, ma solo con l’utilizzo di grimaldelli e chiavi alterate.

Jonas VAIKAUSKAS,

il ladro di abitazioni Jonas VAIKAUSKAS,

In considerazione del fatto che in quel di Bari è ben radicata una folta comunità georgiana, le indagini venivano ampliate e svolte in collaborazione con gli investigatori della Squadra Mobile del capoluogo Pugliese, riuscendo così ad identificare nel GABRITCHODZE e in VAIKAUSKAS i responsabili dell’azione delittuosa.

Le indagini venivano rese oltremodo difficoltose per il fatto che i predetti risultano senza fissa, ma nonostante ciò, i due venivano rintracciati all’interno dei rispettivi appartamenti, ubicati in uno stabile di Casamassima (BA)  i poliziotti hanno fatto irruzione. All’interno delle loro abitazioni gli investigatori rinvenivano e sequestravano strumenti atti allo scasso ed in particolar modo set di grimaldelli, chiavi artigianali per l’apertura di porte blindate, nonché diverse tipologie di serrature.

In particolare, all’interno dell’abitazione del VAIKAUSKAS veniva rinvenuto il giubbotto che questi indossava la mattina del 6 novembre a Taranto. Quanto rinvenuto veniva sottoposto a sequestro, mentre i due georgiani, al termine delle formalità di legge, venivano associati alla Casa Circondariale di Bari.