Popolare di Bari. Per il Riesame:”Jacobini jr l’ispiratore, i 5 milioni frutto di reati”

Nelle motivazioni i giudici del Tribunale del Riesame di Bari, che lo scorso 29 maggio hanno rigettato la richiesta di dissequestro di quasi 5 milioni di euro all’ ex condirettore generale della banca barese Gianluca Jacobini, “Erogare finanziamenti in cambio dell’acquisto di azioni della Banca Popolare di Bari o del loro non smobilizzo” era la strategia attuata dall’istituto di credito per “evitare contrazioni della base sociale e riduzione del relativo capitale“.

L’istituto di credito barese era stato commissariato da Bankitalia nel dicembre 2019 , alcune settimane prima della decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale barese che aveva disposto misure cautelari per Gianluca Jacobini, e per suo padreMarco, e altri ex dirigenti della BpB nell’ambito dell’inchiesta sul crac della banca barese. 

Nel provvedimento reso noto ieri si legge che sarebbe stato proprio l’ex condirettore generale uno degli “ispiratori” di questa politica, indagato insieme a Nicola Loperfido (ex responsabile della Direzione Business) e a Giuseppe Marella (ex responsabile Internal Audit) nell’inchiesta delle Fiamme Gialle.

Le “operazioni baciate” erano lo strumento finanziario che avrebbero consentito alla Banca Popolare di Bari di poter acquisire investimenti conseguenti all’acquisto di azioni proprie, ottenendo un pieno mandato irrevocabile a vendere, che erano utilizzate e considerate quali garanzia dei finanziamenti concessi dalla banca a grossi gruppi imprenditoriali (fra i quali il Gruppo DeBar Costruzioni, il Gruppo Majora e la Special Media International.

L’ ammontare complessivo ricavato di circa 49 milioni di euro non avrebbe dovuto essere calcolate quale patrimonio della banca, e la cui origine non era stata comunicata agli organi di vigilanza, motivo per il quale il procuratore aggiunto Roberto Rossi, ed i pm Federico Perrone Capano e Savina Toscani hanno ravveduto ipotesi accusatorie per i reati di ostacolo alla vigilanza e false comunicazioni sociali. Il collegio giudicante del Tribunale del Riesame di Bari spiega che “il dato rilevante è quello del collegamento negoziale tra il mandato irrevocabile a vendere le azioni e i finanziamenti erogati al cliente“.

Tra i documenti sequestrati nel corso di questa inchiesta all’ex condirettore Gianluca Jacobini che è sotto processo con suo padre Marco (ex presidente della Popolare di Bari) in un altro filone di inchiesta su presunti falsi in bilancio che hanno portato al commissariamento della banca, oltre ad alcune mail, è stato sequestrato un block notes riportante una nota manoscritta: “Intercettare clienti che vogliono diventare soci, accedendo al pacchetto soci inserendo la possibilità di avere un finanziamento pari a due volte le azioni”.

Banca Popolare di Bari

Un appunto questo che secondo la difesa di Jacobini addirittura risalirebbe al 2013 gli atti in esame risalgono al 2015, invece secondo i giudici è “un manoscritto in cui egli annotava la strategia di offrire finanziamenti finanche doppi rispetto alle azioni che i clienti avrebbero acquistato e rende palese come tale fosse l’interesse perseguito dall’istituto di credito, non essendovi altra ragione onde procedere a siffatte operazioni, chiaramente in perdita e idonee ad intaccare il patrimonio della banca“.




Banca Popolare di Bari. Sequestrati beni per 16 milioni di euro

ROMA – La Guardia di Finanza, tramite le sue articolazioni del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria di Roma e del Nucleo Polizia Economica Finanziaria di Bari guidato dal Colonnello Pierluca Cassano ha dato esecuzione ad un Decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Bari, su richiesta del procuratore aggiunto Roberto Rossi e dai sostituti Savina Toscani e Federico Perrone Capano, della Procura di Bari , nei confronti di tre figure apicali della Banca Popolare di Bari, per un valore di 16.001.254,29 Euro.

Il provvedimento riguarda in particolare Gianluca Jacobini, già Condirettore Generale, Nicola Loperfido, già Responsabile della Direzione Business, e Giuseppe Marella, ex Responsabile Internal Auditing della Popolare, tutti indagati per ostacolo all’esercizio delle funzioni delle
autorità pubbliche di vigilanza. Gianluca Jacobini è stato indagato anche per false comunicazioni sociali.

In particolare, il sequestro è relativo in forma diretta al denaro nella disponibilità degli indagati sino alla concorrenza dell’importo sopraindicato e, in subordine, in caso di incapienza del patrimonio ad essi riconducibile, nella forma “per equivalente”. Il contesto investigativo è riferibile al trattamento dei crediti erogati dalla banca in correlazione ad acquisti di azioni/obbligazioni emesse dalla stessa popolare; si tratta di una serie di cosiddette ‘operazioni baciate’ che hanno generato una sorta di saldatura tra taluni finanziamenti erogati dalla banca e rilevanti acquisti di azioni emesse dalla stessa Banca Popolare di Bari e, dunque, potenzialmente incidenti, in negativo, sui fondi propri dell’istituto, ai sensi della regolamentazione prudenziale di vigilanza.

Nel corso degli approfondimenti investigativi delle Fiamme Gialle, sono state rilevate gravi irregolarità dei citati dirigenti dell’Istituto di credito, finalizzate a rappresentare una situazione economico finanziaria e patrimoniale non veritiera, in occasione dell’ispezione della Banca d’ Italia avviata a giugno 2016 e conclusa nel mese di novembre 2016 – in vista della trasformazione della natura giuridica dell’Istituto da società cooperativa a responsabilità limitata in società per azioni.

Lo scopo dei tre “furbetti” della Popolare di Bari , secondo gli inquirenti, era far figurare un aumento di patrimonio della banca. Le operazioni finite sotto accusa riguardano le società Debar Costruzioni, la De Bartolomeo Srl, (che fanno capo all’imprenditore Domenico De Bartolomeo attuale presidente di Confindustria Puglia), Camassambiente Spa, Giuliani Enrico, Special media international tesoro Giulia, Rovoletto Claudia e Zaccagnini Francesco.

Gli stessi dirigenti avevano infatti posto dolosamente in essere comportamenti ostruzionistici, occultando agli ispettori di Bankitalia alcuni fascicoli di clienti e alterando alcune informazioni, al fine di evitare che emergessero posizioni tali da determinare per la banca l’obbligo di apportare rettifiche ai cosiddetti “fondi propri”




Assolto a Bari l’imprenditore Dante Mazzitelli. “Ho perso due anni di vita”

ROMA – Il Tribunale di Bari ha assolto l’imprenditore barese Dante Mazzitelli, “perché il fatto non costituisce reato”  dall’ imputazione con l’accusa di corruzione nel processo su un presunto giro di tangenti in cambio di appalti dell’Arca Puglia, l’Agenzia regionale che gestisce le case popolari, che si era costituita parte civile nel processo. La sentenza è stata emessa al termine dell’udienza dal collegio della  prima sezione penale del Tribunale di Bari composto dal presidente Rosa Calia di Pinto e da Antonietta Guerra e Pasquale Santoro .

Mazzitelli era stato colpito da una misura cautelare interdittiva nel dicembre 2017  nell’ambito dell’inchiesta che portò all’arresto di altre quattro persone, tra le quali Sabino Lupelli l’ex direttore generale generale dell’Arca Puglia , che nei mesi scorsi ha patteggiato la pena (come tutti gli altri).

Mazzitelli, difeso dall’avvocato Nicola Quaranta, rispondeva dell’ accusa di aver corrotto l’allora direttore generale dell’Arca regalandogli un orologio con l’obiettivo di velocizzare un pagamento relativo a un appalto per la realizzazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica nel quartiere Carbonara a Bari. L’accusa, rappresentata dal pm Savina Toscani, della Procura di Bari aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione.

L’episodio dell’orologio fu immortalato da un video e diffuso come prova della presunta corruzione, stimata dalla Guardia di Finanza per un valore di 20mila euro . Mazzitelli aveva già negato già nel corso dell’udienza preliminare, che quell’orologio (“del valore di 95 euro”, dichiarò) sarebbe servito a ottenere favori da Lupelli, in quanto il pagamento era “legittimamente dovuto e avvenuto con oltre 6 mesi di ritardo”.

“Ho perso due anni di vita ma sono stato sempre sicuro – ha commentato dopo la sentenza Mazzitelli –  come ho detto sin dal primo giorno, che alla fine la verità si sarebbe affermata. Per questo motivo sono stato l’unico degli imputati a scegliere il dibattimento, mentre gli altri hanno optato per il patteggiamento“.




Sequestrati i telefoni a due giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno. La Procura di Bari vuole scoprire chi è il “confidente” di Emiliano

BARI – I Carabinieri sulla base di un provvedimento disposto dalla Procura di Bari, a firma del procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e dal pm Savina Toscani hanno sequestrato e successivamente restituito con un comportamento procedurale esemplare nonché assolutamente rispettoso nei confronti di entrambi i colleghi,  dopo aver estratto copia digitale di una parte del contenuto i telefoni cellulari di Massimiliano Scagliarini e Nicola Pepe, due giornalisti de La Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano attualmente confiscato dal Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, nell’ambito delle indagini sulla fuga di notizie relativa all’inchiesta della Procura di Bari a carico del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Il provvedimento della Procura di Bari come riportato nel decreto, è stato disposto  “ritenuta l’indispensabilità della rivelazione della fonte informativa ai fini della prova del reato di divulgazione di notizie riservate e dell’individuazione dei pubblici ufficiali che hanno messo terze persone al corrente di notizie che dovevano restare segrete“.

Stando all’ipotesi della Procura tale fuga di notizie consentì al Governatore pugliese di venire a conoscenza dell’indagine a suo carico ancor prima della notifica dell’avviso di garanzia per abuso d’ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità e false fatture, e conseguentemente alla denuncia presentata dallo stesso Emiliano.  Nell’inchiesta della Procura barese i due giornalisti sono stati iscritti nel registro degli  per favoreggiamento personale insieme a “pubblici ufficiali da identificare” per aver divulgato notizie riservate coperte dal segreto istruttorio .
La ricostruzione dei fatti che ha portato all’apertura dell’indagine per fuga di notizie e a quelli odierni di sequestro avrebbe origine “da dichiarazioni rese dallo stesso presidente della Regione nei confronti miei e di un altro collega” (cioè lo Scagliarini)  come dichiara in una nota il giornalista Nicola Pepepur apprezzando la compostezza delle operazioni di pg, cui ho prestato massima collaborazione acconsentendo immediatamente alla copia forense nella consapevolezza della correttezza della mia condotta, nutro seri dubbi sulla legittimità dell’atto di sequestro del telefono di un giornalista. Il giornalista non può essere infatti obbligato a rivelare, a prescindere da ogni valutazione da chi procede alle indagini, le fonti delle sue notizie”.
Un teorema questo condivisibile laddove le notizie vengono pubblicate, ma sempre nel rispetto delle norme di Legge, ma diventa difficile condividerlo  allorquando le notizie non solo non vengono pubblicate, ma vengono “servite” su un piatto d’argento all’indagato, e quindi in questo caso al Governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Massimiliano Scagliarini

Massimiliano Scagliarini

L’ altro giornalista Massimiliano Scagliarini  a sua volta ha precisato di non aver “mai preannunciato ad alcuno l’imminenza di atti di indagini, e non ho mai incontrato il presidente Michele Emiliano alla vigilia della perquisizione di aprile, cosa di cui da’ atto la stessa Procura. Il mio mestiere e’ trovare notizie e pubblicarle, cosa che ho fatto anche in questa occasione. Resta l’assurdita’ di un atto, l’acquisizione del telefono cellulare, tesa a individuare le mie fonti in barba alla tutela costituzionale garantita all’attivita’ giornalistica“.

A questo punto però Scagliarini e Pepe dovrebbero spiegare ai lettori ma sopratutto ai magistrati inquirenti una cosa molto semplice, visto che il procedimento per violazione del segreto istruttorio scaturisce proprio dalla denuncia presso dello stesso Governatore: come mai Emiliano ha fatto i loro nomi ?

 




Indagini sui finanziamenti milionari della Regione Puglia alla Ladisa Ristorazione

ROMA – Non è un buon momento per il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sopratutto dal lato giudiziario, dopo aver ricevuto un avviso di proroga delle indagini preliminari nell’ambito dell’ inchiesta sulla nomina di Francesco Spina, ex sindaco di Bisceglie, a consigliere di amministrazione dell’agenzia regionale Innovapuglia. con un compenso da 20mila euro l’anno.
Al centro della prima inchiesta che  ha coinvolto il governatore Michele Emiliano indagato ad aprile per “abuso d’ufficio” e “induzione indebita a dare o promettere utilità“, reato questo contestato anche al capo di gabinetto del presidente della giunta, Claudio Stefanazzi, e agli imprenditori Vito Ladisa (della società Ladisa di Bari) Giacomo Mescia (della società Margherita di Foggia)  e Pietro Dotti, titolare dell’agenzia di comunicazione pubblicitaria Eggers di Torino.
Il punto di partenza da cui sono state avviate le verifiche è quella dei presunti illeciti nel finanziamento della campagna elettorale per le primarie del Pd nel 2017, in cui Michele Emiliano sfidò Matteo Renzi e Andrea Orlando nella corsa per la segreteria nazionale. La creatività della sua campagna di comunicazione del costo 64 mila euro venne affidata alla società Eggers di Torino, di proprietà dell’imprenditore pubblicitario Pietro Dotti, il cui intervento ed operato venne contestato dal governatore pugliese che probabilmente cercava un alibi alla figuraccia fatta alle primarie.
Chiaramente l’agenzia Eggers voleva essere pagata per il suo lavoro , mentre Emiliano non voleva pagare, e per questo motivo Pietro Dotti ottenne dal Tribunale un decreto ingiuntivo nei confronti di Emiliano, come lo stesso imprenditore torinese ha confermato e documentato in un interrogatorio subito dopo le perquisizioni di aprile. Il debito di Emiliano secondo la Procura  venne saldato per 59 mila proprio dalla Ladisa per 24 mila euro dalla Margherita di Mescia.
E’ proprio per quella fattura della società Eggers, che  Ladisa afferma invece di avere pagato per una propria campagna di comunicazione, costituirebbe la chiave di volta per accertare se i rapporti fra il Presidente della Regione Puglia e l’imprenditore barese di fatto siano il corrispettivo di un accordo . Gli investigatori ipotizzano che mentre Ladisa avrebbe estinto il debito personale di Michele Emiliano ,  in cambio la Regione avrebbe garantito sostegno finanziario con fondi “pubblici” , grazie all’acquisizione di commesse pubbliche  che nell’erogazione di contributi e finanziamenti pubblici.

La Ladisa era una delle aziende candidate all’ aggiudicazione del mega-appalto per le mense ospedaliere del valore complessivo di 260 milioni di euro , successivamente bloccato e provvisoriamente sostituito con gare ponte delle singole Asl. Non è un caso che nel decreto di perquisizione eseguito lo scorso 9 aprile, la Procura della Repubblica avesse dato ampio mandato alle Fiamme Gialle di cercare in casa di Vito Ladisa e nella sede aziendale anche documenti relativi “ai procedimenti amministrativi svolti o in corso di svolgimento e all’emissione, da parte della Regione, anche di finanziamenti e contributi“. Pochi mesi dopo la campagna per le primarie del Pd, grazie a una delibera della giunta regionale approvata su proposta del presidente il 5 aprile 2018 arrivarono all’azienda non pochi contributi e finanziamenti.

La  Guardia di Finanza ha acquisito  dal Dipartimento Sviluppo Economico della Regione Puglia il documento  che diede il semaforo verde al finanziamento da 12 milioni di euro con fondi Por Fesr per il “progetto RE-Star” della Ladisa nella zona industriale di Bari , che riguardava la ” ristorazione 4.0″, con un investimento da 27 milioni, 12 dei quali di fondi europei .
L’indagine è condotta dalla Guardia di Finanza di Bari, coordinata dal procuratore aggiunto Giorgio Lino Bruno e dalla pm Savina Toscani con la supervisione del procuratore capo Giuseppe Volpe, che ha avocato a sé il fascicolo sulla fuga di notizie, che grazie ad una soffiata di uno dei tanti giornalisti baresi suoi “sodali”, consentì a Emiliano l’ 8 aprile scorso di conoscere  in anticipo della imminente perquisizione, che era stata programmata per l’11 aprile.



I pm setacciano i messaggi di Emiliano. Avviati controlli sugli appalti alle due società sotto inchiesta

ROMA – Il lavoro investigativo dei militari della Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Bari  si concentra sui messaggi Whatsapp e le mail intercorse tra il governatore B, il suo capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, e gli imprenditori Sebastiano e Vito Ladisa (fratelli contitolari della Ladisa srl) e l’ avvocato foggiano Giacomo Pietro Paolo Mescia (titolare della Margherita srl ) per fare luce sulle presunte irregolarità contestate agli indagati nella gestione della campagna di comunicazione organizzata in occasione delle primarie del 2017 per la conquista della segreteria nazionale del Partito Democratico. Si ipotizza sulla base delle indagini investigative in corso,  che il governatore Emiliano  in concorso con Stefanazzi avrebbe indotto due imprenditori a saldare il proprio conto  alla società di comunicazione che ha curato la campagna elettorale, con la quale era in corso un contenzioso in sede civile.

L’inchiesta è partita da una segnalazione anonima che, però, conteneva in allegato un decreto ingiuntivo di pagamento ottenuto dalla società di comunicazione  Eggers di Torino nei confronti di  Michele Emiliano per il mancato pagamento di 65mila euro per la campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico. Il finanziamento delle campagne elettorali da parte di privati è assolutamente lecito, la magistratura barese, però, vuole capire se, come viene ipotizzato, le aziende abbiano ricevuto utilità e/o favori in cambio.

Una vera e propria labirinto di messaggi e conversazioni che gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno e il pubblico ministero Savina Toscani, dovranno analizzare per fare chiarezza in questa torbida vicenda di scambio elettorale e tangenti politiche. Agli indagati è stata notificata una proroga dell’indagine di sei mesi, disposta dal Gip dr.ssa Antonella Cafagna che consentiranno agli investigatori di analizzare con la massima attenzione ogni dettaglio sul materiale acquisito dagli uffici della Regione Puglia e dalle aziende finite sotto indagine.

Il presidente Emiliano, è accusato di abuso d’ufficio“, “concorso in reati tributari” per l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, “induzione indebita a dare o promettere utilità” ed insieme a lui  sono indagati il suo capo di gabinetto, Claudio Stefanazzi, gli imprenditori Giacomo Pietro Paolo Mescia del gruppo Margherita srl, Vito Ladisa, titolare di un’azienda di preparazione pasti e Pietro Dotti della società torinese Eggers, che ha firmato campagne elettorali di persone note nel panorama della politica nazionale a cui  è contestato il solo reato di false fatture, risalente al periodo giugno-ottobre 2017.

Secondo  i magistrati,  Emiliano e Stefanazziin concorso tra loro e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso abusando delle rispettive qualità” avrebbero indotto in occasione delle primarie del PD nel 2017 le società di Ladisa e Mesciaentrambe in rapporti con la Regione Puglia per finanziamenti, contributi e concessioni di servizio a dare o promettere indebitamente, ciascuno per la propria parte, il denaro/l’utilità consistita nel pagamento del credito , pari a complessivi 65 mila euro vantato nei confronti di Emiliano da Eggers per l’attività di Consulenza di comunicazione e marketing” .

Negli atti della procura di Bari è riportato cheIn particolare a fronte di tali operazioni Dotti emetteva la fattura per l’importo complessivo di 24.400,00 nei confronti di Margherita srl e la fattura per l’importo di 59.028, 64 nei confronti di Ladisa, entrambe per operazioni inesistenti“. La fattura pagata da Ladisa, secondo la tesi difensiva dell’azienda barese, potrebbe però riguardare la campagna “Yes You Green” che l’azienda ha commissionato nel 2018 alla società torinese Eggersper sostenere l’immagine eco sostenibile delle mense.

Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza, comprendono anche eventuali procedimenti amministrativi svolti (o in fase di svolgimento) e l’eventuale emissione da parte di uffici della Regione Puglia di provvedimenti , delibere, appalti concessi alla Ladisa srl. I finanziari hanno perquisito il quartier generale dell’azienda  nella zona industriale  di Bari  per acquisire documenti e dati informativi. L’oggetto principale del controllo era la ricerca di “finanziamenti, contributi regionali, contratti di appalto, delibere e determine” e di documenti che attestano la fattura dell’ottobre 2017 (importo di circa 59 mila euro emessa dall’agenzia di comunicazione torinese Eggers.

L’ ipotesi investigativa degli investigatori  è che ci sia un collegamento tra il pagamento della fattura alla Eggers che vantava un credito nei confronti di Emiliano avendogli ideato e gestito la comunicazione per le primarie del PD  nel 2017, ed eventuali rapporti di lavoro delle aziende pugliesi che avrebbero poi pagato quel debito e la Regione. Le Fiamme Gialle infatti, stanno ricostruendo anche i rapporti intercorsi tra l’imprenditore barese con il presidente Emiliano nonché con alcuni dei suoi collaboratori e con  Pietro Dotti il titolare della società di comunicazione torinese Eggers .

Gli inquirenti cercano riscontri alle loro ipotesi investigative accusatorie,  spulciando fra gli appunti, le agende, le conversazioni telefoniche e le mail acquisite,  potendo contare ancora su sei mesi grazie alla proroga notificata agli indagati, concessa su richiesta della procura  dal Gip dr.ssa Cafagna del Tribunale di Bari,  per accertare se i rapporti con le aziende che pagarono le fatture sospette in realtà siano una sorta di ricompensa delle società pugliesi ad Emiliano per  “finanziamenti, contributi regionali, contratti di appalto” . In parole più semplici basandosi sull’ipotesi accusatoria della Procura di Bari, il il governatore Emiliano avrebbe indotto le due società pugliesi a pagare il debito con la società torinese.

A questa inchiesta si intreccia anche l’indagine per fuga di notizie generata dalla denuncia (strumentale, secondo noi n.d.r.)  depositata dal governatore Emiliano  che potrebbe riguardare e coinvolgere un giornalista che in maniera ignobile, anziché pubblicare la notizia, avrebbe informato Michele Emiliano riferendogli particolari dell’indagine in corso nei suoi confronti  ancor  prima che la Guardia di Finanza si presentasse negli uffici della  Presidenza della Regione Puglia.

L’Ordine dei giornalisti di Puglia si è svegliato dal suo consueto e noto  “torpore” ed ha innanzitutto chiesto conferma al procuratore di Bari, Giuseppe Volpe se la persona che ha rivelato il segreto istruttorio su un’indagine a carico del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, è un giornalista.  “È un fatto gravissimo  se l’autore è un giornalista va deferito al Consiglio di disciplina” scrive l’ Ordine dei Giornalisti in una nota. Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia ha quindi richiesto nel rispetto delle leggi e della riservatezza necessaria delle indagini, di conoscerne l’identità e l’acquisizione di quegli atti necessari per avviare un eventuale procedimento disciplinare per accertare la violazione delle regole deontologiche anche in assenza di ipotesi di reato. Quello che sfugge all’ Ordine di Pugia, è che essendoci un procedimento penale in corso, ogni e qualsiasi attività disciplinare si interrompe.

 

 




Indagati Emiliano e il suo capo di Gabinetto per le primarie Pd 2017

Stefanazzi ed Emiliano

ROMAMichele Emiliano, magistrato in aspettativa ed attuale presidente della Regione Puglia, ed il suo capo di gabinetto Claudio Stefanazzi e altre tre persone sono indagati per una vicenda che riguarda la campagna per le primarie nazionali del Pd del 2017. I reati ipotizzati dalla Procura della Repubblica di Bari sono di “abuso d’ufficio“, “induzione indebita a dare o promettere utilità” e “false fatture”. La vicenda è venuta alla luce a seguito della perquisizione subita ieri mattina dal governatore e dal suo capo di gabinetto ad opera della Guardia di Finanza. Le Fiamme Gialle hanno acquisito il contenuto di alcune chat e di alcune email.

L’indagine della Guardia di Finanza di Bari, affidata alla pm Savina Toscani e coordinata dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno, coinvolge tre imprenditori, i due fratelli baresi Sebastiano e Vito Ladisa titolari una azienda barese di ristorazione che avrebbe finanziato con 65mila euro parte della campagna elettorale per le primarie del Pd del 2017 e un altro, titolare della agenzia di comunicazione torinese Eggers che fa capo a Pietro Dotti, creditrice della somma, che curò quella campagna. Nell’ambito dell’indagine, i finanzieri baresi oggi hanno acquisito documentazione nella sede della presidenza della Regione Puglia. Ai pubblici amministratori la magistratura barese contesta i reati di induzione indebita in concorso con gli imprenditori e abuso d’ufficio, ai soli imprenditori le false fatture fatte per giustificare quel pagamento.

Nel pomeriggio di ieri è stato lo stesso Emiliano a darne notizia con un comunicato a rendere noto che si era rivolto , a sua volta, agli uffici della Procura di Bari per denunciare la violazione del segreto istruttorio in quanto  lunedì mattina, 8 aprile, un giornalista aveva anticipato a Emiliano la visita della Guardia di Finanza per il giovedì successivo (quindi oggi) , ma  i militari hanno anticipato l’operazione. “Lunedì 8 aprile sono infatti venuto a conoscenza che giovedì 11 sarei stato oggetto di una attività di acquisizione di documenti e dati da parte della GdF in relazione ai finanziamenti percepiti in occasione della mia campagna per le primarie del Pd del 2017” scrive Emiliano.

 

La fuga di notizie in piena violazione del segreto istruttorioprecisava ulteriori fatti e circostanze. Abbiamo fornito piena collaborazione – ha aggiunto il governatore  pugliese – al fine di consentire l’acquisizione di tutti gli elementi utili, nella convinzione di avere operato con assoluta correttezza e rispetto delle leggi. Questa mattina alle ore 9, come anticipato dalla fonte indicata al Procuratore della Repubblica il giorno prima  la Guardia di Finanza di Bari mi chiedeva di potere verificare alcune chat del mio telefono e mail relative agli scambi di messaggi con alcuni soggetti di interesse dell’ufficio. Contemporaneamente identica acquisizione è stata effettuata al mio Capo di Gabinetto“.

Emiliano ha spiegato chela questione attiene a verifiche sulla natura dei pagamenti di una società di comunicazione che ha curato parte della mia campagna elettorale e con la quale era insorto un contenzioso giudiziario“. La contestazione rivolta agli indagati è che i fratelli  Sebastiano e Vito Ladisa , titolari di una grande azienda di preparazione di pasti, su pressione del Presidente della Regione Puglia  e del suo capo di gabinetto Stefanazzi, sarebbero stati indotti a pagare la campagna elettale di Michele Emiliano all’agenzia di comunicazione Dotti di Torino. Secondo la tesi difensiva sostenuta dai collaboratori di Michele Emiliano che seguono da vicino la vicenda, il governatore si sarebbe rivolto all’azienda torinese e questa avrebbe preparato una campagna di comunicazione. A pagare il conto si sarebbe offerto l’avvocato foggiano Giacomo Pietro Paolo Mescia, da sempre puntuale “sponsor” di Emiliano ed il governatore pugliese avrebbe accettato il contributo del legale.

Il legale foggiano tramite una sua società la Margherita srl, proseguono i collaboratori di Emiliano avrebbe anticipato, con 20 mila euro, parte del pattuito,  ma successivamente, lo staff di Emiliano avrebbe scoperto che la campagna di comunicazione preparata era la stessa predisposta alcuni mesi prima per Debora Serracchiani l’ex vice segretaria del Pd ed ex presidente del Friuli Venezia Giulia e da qui sarebbe nato il contenzioso : la richiesta della società torinese di incassare quanto pattuito; la contestazione di Emiliano secondo il quale i 20mila euro pagati da Mescia bastavano ed avanzavano. Da questo contenzioso era scaturita l’emissione di un decreto ingiuntivo richiesto al Tribunale dalla società piemontese. A causa di tutto ciò  sostengono i collaboratori di Emiliano, con la lettura del decreto ingiuntivo tutto era noto, anche i pagamenti dell’avvocato foggiano. Una teoria poco credibile in quanto il decreto ingiuntivo lo conoscono solo gli attori: cioè chi chiede il pagamento e la controparte.

La società Margherita srl secondo l’ipotesi di accusa della Procura di Bari  aveva ottenuto il 22 settembre 2016 l’autorizzazione unica per installare un parco eolico da 30 MW nel territorio di San Severo, impianto in attesa di autorizzazione fin dal 2009: l’accusa ritiene che l’autorizzazione e il contributo elettorale possano in qualche modo essere collegati.

L’ avvocato Mescia al momento non risulterebbe coinvolto nell’indagine, che viene coordinata dal procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno. L’ ipotesi di reato accusatoria, invece, si basa sulla circostanza che i fratelli Ladisa avrebbero pagato la somma reclamata dall’imprenditore torinese Pietro Dotti , “sollecitati” dal governatore e dal suo capo di gabinetto. Agli imprenditori baresi coinvolti vengono contestate le false fatture, emanate per giustificare il pagamento.

Avere appreso preventivamente di atti giudiziari che poi effettivamente si sono svolti così come mi era stato anticipato – dichiara Emiliano nel comunicato di ieri pomeriggio – mi ha molto colpito. Mi auguro che tale circostanza consenta alla procura della Repubblica di Bari di accertare sino in fondo la verità a tutela mia personale, della funzione da me esercitata e soprattutto della comunità che rappresento“.

Emiliano però si guarda bene dal raccontare perchè chieda a due imprenditori che forniscono i propri servizi a molteplici enti pubblici, di pagare la sua campagna elettorale. E forse sarebbe il caso di scavare anche nel passato.  La legge è e deve essere uguale per tutti. Sopratutto per Michele Emiliano. Il fatto che sia venuto a conoscenza in anteprima tramite un giornalista barese delle mosse della polizia giudiziaria a suo carico è un fatto ancora più inquietante di quanto gli viene contestato.

Ci auguriamo  quindi di sapere anche chi è il giornalista che ha “spifferato” l’inchiesta al governatore pugliese. Anche se il Consiglio di disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti di Bari, spesso e volentieri dorme… sulle questioni deontologiche, al punto tale che sarebbe opportuno un intervento del Ministero di Giustizia. E’ il tempo di mettere fine a certi abbracci fra giornalisti, politici e magistrati “deviati”.




Regione Puglia rivede e taglia i costi per le plafoniere d’oro della nuova sede

ROMA – L’intervento della Corte dei Conti e la figuraccia fatta dalla dirigente Barbara Valenzano  capo dipartimento infrastrutture e lavori pubblici  della Regione Puglia, al programma “Non è l’ Arena” di Massimo Gilletti (La7)  per provare invano a rispondere alle domande relative soprattutto alla spesa da oltre un milione di euro fatta dalla Regione per acquistare 1.600 plafoniere dal costo di 632 euro a pezzo, hanno indotto la Regione a rivedere le proprie spese “folli”, dopo l’apertura di un’inchiesta della magistratura contabile sulle cosiddette “plafoniere d’oro” previste in primo momento per l’imponente nuova sede del Consiglio Regionale Pugliese in via Gentile a Bari

 

 

Oltre all’intervento provvidenziale della trasmissione televisiva, sono arrivati anche degli esposti presentati dal Movimento Cinque Stelle, che hanno fatto scaturire una seconda inchiesta avviata dalla Procura di Bari ordinaria. Le indagini sono condotte dal pm Savina Toscani. Recentemente la Guardia di Finanza di Bari ha acquisito altri documenti riguardanti impianti di illuminazione e compensi professionali.

La sezione Lavori pubblici della Regione Puglia ha cercato di salvare evidenti responsabilità, procedendo ad un taglio drastico delle spese iniziali preventivate,  con una versione riveduta e corretta del progetto,  che ha portato a una conseguente archiviazione dell’indagine. Grazie l’annullamento degli atti ed impegni di spesa iniziali, ed a seguito anche all’elaborazione di nuovi documenti della Direzione lavori su espressa richiesta del Responsabile unico del procedimento (Rup), il costo come per incanto è stato praticamente dimezzato: il danno erariale inizialmente individuato dagli inquirenti  in circa 600 mila euro  è stato dimezzato.  Ed il fascicolo della procura regionale della Corte dei Conti potrebbe essere archiviato in tempi brevi.

In ogni caso, gli accertamenti diretti dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Carmela de Gennaro, si sono rivelati decisivi per sventare un consistente spreco di risorse pubbliche. Un fiume di denaro incanalato verso l’acquisto di 1.703 plafoniere al costo di 632 euro ciascuna. A distanza di pochi mesi dall’avvio delle indagini, però, c’è stata l’improvvisa inversione di rotta. Che è documentata in una relazione della guardia di finanza trasmessa alla Procura della Corte dei Conti, pagine che segnano una svolta nell’inchiesta e preludono a una rapida conclusione.

I militari del nucleo anticorruzione della Guardia di Finanza, ai quali sono state affidate le indagini dal procuratore de Gennaro, il 21 marzo  scorso sono ritornati negli uffici della Regione Puglia acquisendo le carte per accertare gli sviluppi della vicenda plafoniere. La sezione Lavori pubblici ha rilevato incongruenze in alcuni atti contabili e il RUP, cioè il responsabile unico del procedimento ha chiesto alla Direzione lavori di procedere all’annullamento e all’elaborazione di nuovi documenti per la successiva approvazione.

Per quanto riguarda le plafoniere, le novità sono tutt’altro che indifferenti: infatti è stato fissato il prezzo di 308,21 euro per ciascuna delle 1.709 lampade al posto del costo esorbitante di 637,11 euro l’una per 1.703 luci. Così facendo l’impegno di spesa per la Regione Puglia si è quasi dimezzato, passando da poco più di un milione (per la precisione 1.084.988,33) a 526.730,89 euro con un risparmio di 558.267,44 euro, soldi pubblici che fino a poco tempo fa erano destinati all’ acquisto di plafoniere di lusso, ritenute evidentemente necessarie per illuminare a dovere la nuova casa delle istituzioni pugliesi.

I sogni di “grandezza” alla barese sono stati accantonati con una immediata retromarcia, che è bene ricordare, è avvenuta solo e soltanto successivamente all’avvio delle indagini. Di fatto l’unico soggetto che potrebbe restare danneggiato economicamente è l’impresa Guastamacchia, che ha eseguito i lavori, in quanto i soldi già versati potrebbero essere infatti recuperati sulle somme ancora dovute, e dall’azienda non sono giunte obiezioni.

 




Si indaga per frode per le spese pazze per la nuova sede del Consiglio Regionale della Puglia

BARI – Il reato ipotizzato dalla pm Savina Toscani della Procura di Bari che indaga su alcuni costi relativi alla realizzazione, ormai ultimata, della nuova sede del Consiglio Regionale della Puglia, in via Gentile a Bari, è di “frode in pubbliche forniture” come anticipato dall’edizione barese del  quotidiano La Repubblica. L’esistenza dell’indagine era nota da mesi, da quanto il Codacons ha presentato una denuncia,  ed il gruppo dei consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle hanno integrato un proprio esposto già depositato in estate, mettendo a disposizione  degli inquirenti un elenco dettagliato delle presunte spese ritenute folli ed inutili.

L’inchiesta coordinata dal pm Toscani è tuttora nei confronti  di ignoti, è stata delegata alla Guardia di Finanza che è al lavoro sulla documentazione acquisita negli uffici regionali. Gli investigatori delle Fiamma Gialle stanno ricostruendo l’iter amministrativo relativo alla realizzazione della struttura, per verificare i costi previsti dal capitolato d’appalto e la presenza di eventuali aumenti illegittimi degli stessi. Sulla medesima vicenda sono in corso gli accertamenti anche della Corte dei Conti, che ipotizza un conseguente eventuale danno erariale.

Secondo quanto denunciato  alcuni costi della sede del Consiglio Regionale sarebbero stati sovrastimati,  realizzazione ha comportato un investimento complessivo di 87 milioni di euro, un costo quasi triplicato  rispetto ai 39 milioni e mezzo, a partire delle famose 1.600 plafoniere che sono costate al contribuente 637 euro l’una, che ha fatto crescere la spesa complessiva da 199 mila euro a 1 milione 42mila euro.  Un aumento di 56 euro al metro quadro è stato calcolato invece per il miglioramento acustico dei pannelli del controsoffitto, mentre 112mila euro è l’aggravio per la scelta delle pareti divisorie. Le parcelle dei progettisti, la cui entità è lievitata nel corso degli anni da 3 a 12 milioni di euro (in quanto legata all’importo dei lavori), e alle spese per il canone di locazione della sede di via Capruzzi prolungato di ulteriori 4 anni per un ammontare di 6 milioni 350mila euro.

Il presidente della Regione Michele Emiliano dopo l’avvio dell’inchiesta penale, e dopo la pessima figura fatta in televisione a Non è L’ Arena (La7) condotta da Massimo Giletti, dalla sua “stretta” collaboratrice Barbara Valenzano, ha istituito un collegio di vigilanza per verificare la congruità dei prezzi i cui esiti saranno trasmessi all’autorità giudiziaria. Inutilmente, in quanto l’operato della Guardia di Finanza è sicuramente più affidabile e competente.

Come giustificherà la Regione Puglia i 1000 giorni di sospensione dei lavori senza alcuna giustificazione per un’opera ritenuta strategica e continue varianti avvenute sia in fase di progettazione (dal 2003 al 2010) che in corso d’opera (dal 2012 ad oggi) per un totale di circa 54 milioni di euro. L’ultima, da 19 milioni e 579mila euro è stata approvata dalla Giunta Emiliano nel 2015 e tra le spese esaminate, sono state evidenziate “scelte che non rispettano – principi di economicità, efficacia ed efficienza a cui deve conformarsi l’attività della pubblica amministrazione”.

 




Il sindaco di Brindisi arrestato per corruzione

nella foto Cosimo Consales

nella foto il Sindaco di Brindisi Cosimo Consales

Il sindaco di Brindisi Cosimo (per tutti Mimmo)  Consales  , l’ imprenditore Luca Screti 46 anni, ed il commercialista Massimo Vergara, sono stati arrestati dalla polizia nell’ambito di un’indagine relativa alla gestione dei rifiuti. Nei confronti del primo cittadino e del commercialista sono stati disposti gli arresti domiciliari mentre per l’imprenditore il Gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. I tre sono accusati, in concorso, di abuso d’ufficio, corruzione, concussione e truffa.

I primi due sono ai domiciliari mentre il terzo è  finito in in carcere. Le accuse nei confronti di tutti e tre, sono di abuso d’ufficio, corruzione, concussione e truffa in concorso.  Consales, 57 anni, giornalista, volto assai noto in Puglia per essere stato direttore di Telenorba, tra le principali emittenti regionali, è stato eletto a maggio del 2012 con il centrosinistra ma dal novembre del 2013 si era autosospeso dal Pd dopo il suop coinvolgimento in un’altra inchiesta sull’affidamento del servizio di comunicazione istituzionale e della rassegna stampa che lo vede attualmente a processo per “truffa”.

Consales – giornalista professionista dal 1990, a lungo corrispondente dell’Ansa da Brindisi,  eletto sindaco alla guida di una coalizione di centrosinistra – proprio venerdì scorso era comparso in un’aula del tribunale di Brindisi per partecipare a un’udienza del processo in cui è imputato insieme ad altre tre persone per abuso d’ufficio truffa e concussione per l’affidamento del servizio di rassegna stampa e call center da parte del Comune di Brindisi alla News Sas, società di cui aveva detenuto il controllo attraverso le quote di maggioranza fino a pochi mesi prima dell’elezione. In questo processo il Sindaco di Brindisi era sotto processo per “concussione” in concorso con l’ex direttore  dell’ufficio di Equitalia di Brindisi per aver costretto – secondo l’ipotesi della Procura – i dipendenti dell’ente di riscossione a mettere a disposizione i propri conti correnti bancari per trasformare i contanti in busta chiusa (in un caso 4.550 euro, è stato detto in aula) in assegni circolari da versare per saldare le rate della porzione di 20 mila euro su 315 mila di debito da pagare. Il processo è stato rinviato al 20 maggio prossimo. Le inchieste che riguardano il sindaco di Brindisi, Consales, sono dei pm Giuseppe De Nozza e Savina Toscani.

La nuova indagine e l’appalto revocato  

La nuova indagine infatti nasce proprio dal seguito di quella precedente. Proprio il fatto che quel debito fosse stato saldato in maniera anomala, e tramite provviste di denaro non tracciate, ha indotto gli uomini della Digos della Questura di Brindisi  a scavare ulteriormente nei conti di Consales. I problemi legati allo smaltimento e alla raccolta differenziata erano stati oggetto di molteplici esposti, sia di cittadini che di esponenti politici, ed anche della ditta che in precedenza era affidataria del servizio e successivamente era stata estromessa per far lavorare la Nubile srl del Creti . Le attività della società Nubile che gestisce i rifiuti a Brindisi sono finite contestualmente al centro di un’altra inchiesta, condotta dai Carabinieri del Noe e sfociata nel maggio scorso nel sequestro della discarica di Autigno (BR) , ritenuta a rischio anche sulla base di una relazione dell’Arpa.

In seguito al sequestro, su sollecitazione della Regione Puglia, l’appalto alla società Nubile era stato revocato e la gestione del servizio raccolta rifiuti era passata provvisoriamente all’ Amiu Puglia in attesa di una nuova gara di appalto. Questa è la seconda volta in cui un sindaco di Brindisi  in carica viene arrestato.Infatti prima di Consales, nell’ottobre del 2003 a finire in manette era stato Giovanni Antonino anch’egli accusato di corruzione.

Fra le carte dell’inchiesta sui rifiuti compaiono le attività della “Nubile srl”  azienda del  Creti,  che gestiva per il Comune di Brindisi il trattamento, biostabilizzazione e produzione di Cdr e Css dai rifiuti urbani. Gli uomini della Digos stanno eseguendo in queste ore una serie di perquisizioni finalizzate all’acquisizione di documentazione utile all’indagine e ha sequestrato l’impianto per la produzione di Cdr e Css nella zona industriale di Brindisi. Sequestrato l’impianto di stabilizzazione del Cdr nella zona industriale della città, nonché perquisizioni finalizzate all’acquisizione di documentazione anche informatica che vede partecipe alle indagini la Polizia Postale e delle Comunicazioni.