Di tutto di più…

Il vice premier Matteo Salvini sbrocca contro l’”alleato” guatemalteco Alessandro Di Battista, che chiede a Salvini di restituire agli italiani tutto il “maltolto leghista” da 49 milioni di euro

Ma Di Battista è in Guatemala… c’è un fuso orario diverso, arrivano notizie diverse. Poi mi domando, se fossi in Guatemala con la mia famiglia, cazzo!, ma mi occupo dei soldi della Lega? Sto in Guatemala tranquillo, me la godo…” (fonte: Porta a Porta, Rai 1)

L’onorevole Daniela Santanchè Fdi intervistata ad “Agorà”

“È una balla! I clandestini non ci aiutano a pagare le pensioni, perché non vengono a lavorare, sono persone che non esistono, non hanno identità e documenti. I clandestini sono quelli che ci riempiono i pronti soccorsi, con gli italiani che non ci possono più andare!”fonte: Rai 3 )

Mario Pittoni senatore leghista a capo della Commissione Istruzione del Senato della Repubblica . Segni particolari: licenza media 

“Solo tanta cattiveria, io sono un grande appassionato e studio di continuo, il mio punto di forza è essere bravo in italiano. Sono un figlio del ’68, della contestazione globale” (fonte: Corriere della Sera)

Simone Pillon, senatore leghista corrente “Family Day”, cattolicissimo, anzi “papista”, noto in egual misura per i suoi papillon e le sue posizioni a destra di Torquemada, 

Facciamo un gioco: Pillon dittatore d’Italia. Che fine fa l’aborto? “Noi sosteniamo la vita e dunque dobbiamo convincere ogni donna a tenere il suo bambino“. E se vuole abortire? “Le offriamo somme ingentissime per non farlo“. 
E se vuole ancora?
 “GLIELO IMPEDIAMO“. Matrimonio gay? “Quale matrimonio gay? NON ESISTE, perché la famiglia è quella naturale. Se intende le unioni civili, le ABOLIREI”. Divorzio? “Vorrei introdurre in Italia il “convenant marriage” americano: una forma di matrimonio INDISSOLUBILE” (fonte: intervista da La Stampa)

Il ministro dell’InternoMatteo Salvini, indagato per sequestro di persona aggravato nell’ambito della vicenda Diciotti, legge lʼavviso appena ricevuto dai carabinieri in diretta Facebook. Tipo C’è posta per te.

Mi è arrivata al Ministero una busta chiusa dal Tribunale di Palermo. Chissà per cosa sarò indagato oggi. Che dite, la apriamo insieme? 😁 Segui il LIVE su Facebook alle 18”. “Indagato o assolto? Scopriamolo insieme! LINK 👉🏻” (fonte: Facebook)

Valentina Pavan. assessore all’Istruzione del comune di San Stino di Livenza, retto dal centrosinistra, risponde così al post di Salvini “scopriamolo insieme”, per poi cancellare il commento

Sei fortunato che la SEDIA ELETTRICA è stata abolita, signor ministro”

Clamorosa gaffe di Luigi Di Maio con Michele Emiliano. O malinteso? Emiliano ci prova ancora. Quanto gli piace il M5S….!

Michele, con Matera che fate?“, chiede il ministro Luigi Di Maio al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano durante la visita alla Fiera del Levante di Bari. E il governatore, sottovoce, portando la mano davanti alla bocca: “Luigi, ma Matera è in Basilicata…“. Dopo l’esplosione di critiche e sfottò, ecco la precisazione di Emiliano: “Voglio chiarire che il ministro Di Maio sa bene che Matera è in Basilicata, ci mancherebbe, anzi, mi ha fatto la domanda perché conosce talmente bene che Matera è in Basilicata che mi ha chiesto: ‘Che state facendo per sostenere lo sforzo di Matera capitale europea della cultura?‘”.

Eros Ramazzotti intervistato  in occasione dell’uscita del suo quindicesimo album

La tessera del Pci la presi anche io, ma solo per sei mesi. Alle ultime elezioni ho votato 5 Stelle e lo rifarei. Ci vuole tempo per cambiare e migliorare l’Italia: parliamo di decenni, non di un anno o due”. “Non avrei firmato un appello contro Salvini. A volte è duro e pesante, ma almeno smaschera l’ipocrisia generale“. Il profilo Twitter ufficiale del Movimento 5 Stelle rilancia l’intervista e apprezza: “Grazie agli artisti che non hanno paura di metterci la faccia 👏”

Il senatoreMatteo Renzi (Pd) è intervenuto alla Festa dell’Unità di Firenze

La politica non è la schifezza mostrata da questi profeti della bugia, da questi cialtroni! Non mollate mai, anche perché io la mia parte intendo farla. D’ora in poi mi vedrete il DOPPIO: andrò nelle scuole, andrò in televisione! Pensano di liberarsi di me, hanno sbagliato persona! Andiamo a salvare tutti insieme questo Paese!”

Il sindaco Pd di Firenze Dario Nardella  lancia la sfida per il secondo mandato, e intervistato da Antonello Caporale dichiara:

Lei odora di Giglio magico, è un bel problema. “Io non ne ho mai fatto parte!“. Pinocchio! “I conti con Matteo li ho tutti regolati”. Che fa, disconosce? “Potrei io disconoscere un’amicizia antica?…” (fonte: il Fatto Quotidiano )

Il segretario Pd Maurizio Martina fa il giro delle cucine, alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia.

Ho fatto il cameriere, per 6 anni. Posso fare la pizza, se vuole. Nato e cresciuto nella bassa bergamasca, in una cascina, il percorso è in una sezione ds. Diploma al tecnico agrario, ministro dell’agricoltura, laureato in scienze politiche. Per alcune settimane ho fatto l’operaio in fabbrica e il sindacalista, lavorato il cartongesso. Con mio padre sono stato operaio nel tessile. Esperienze brevi ma intense. Leggevo Berlinguer, sono finito in America per il primo Obama, seguo il pensiero democratico”  (fonte: Il Giornale)

Leggiamo dal sito del Fatto Quotidiano

Pd, il partito convoca manifestazione a Roma il 29 settembre contro il governo. Ma dimentica il derby e cambia data“. Titolo dell’evento: “Per l’Italia che non ha paura” (fonte: IlFattoQuotidiano.it)

Massimo D’Alema  presidente della fondazione di cultura politica ItalianiEuropei ospite alla festa de “La Sinistra” organizzata a Reggio Calabria

Se il Pd passasse dall’essere il partito di Matteo Renzi all’essere il partito di Nicola Zingaretti, io non sarei indifferente ad un cambiamento di questo tipo

Giuliano Ferrara il giornalista ex direttore e fondatore del Foglio 

È ufficiale: Nicola Zingaretti è un coglione

(fonte: Twitter )

A margine di un evento alla Fondazione Don Gino Rigoldi di Milano, Matteo Salvini intervistato da Enrico Mentana

Io non volevo aprire il profilo Facebook ai tempi, mi convinsero la mia ex compagna e degli amici. ‘Dai, fallo‘ e io: ‘No‘, poi l’ho fatto. E ho ceduto pure a WhatsApp, tre mesi fa, quando sono arrivato al Viminale”

Lo svarione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte  sull’8 settembre 1943. Lo ha confuso con il 25 aprile? Vai a capire….

Ma è proprio sicuro il premier Giuseppe Conte che l’8 settembre del 1943, il giorno in cui Badoglio firmò l’armistizio con le forze angloamericane, la resa da cui scaturirono poi la Repubblica di Salò, l’occupazione dei tedeschi, l’avvio di una guerra civile, sia il giorno in cui finì “il periodo più buio della nostra storia” e quello da cui ebbe inizio un periodo di crescita, chiamato poi “miracolo economico”? Scegliere quella data come il simbolo di una rinascita, dicendo addirittura, come ha fatto Conte sabato alla Fiera del Levante di Bari, che il governo del cambiamento deve ricreare quel clima di fiducia nel futuro che c’era allora, non è stata proprio una trovata felice. “Il premier confonde l’8 settembre col 25 aprile” è il coro sarcastico che si leva sui social, dove fioccano gli attacchi di tutta l’opposizione, dalla base ai dirigenti. Un costernato Arturo Parisi cita un altro passaggio surreale del discorso pronunciato dal presidente del Consiglio: “Oggi come 75 anni fa la vocazione commerciale del Paese ci sta aiutando ad uscire da uno dei momenti più difficili della nostra storia“. La ‘vocazione commerciale’?! Fu resa incondizionata!”, twitta Parisi … !   (fonte: La Repubblica)

Sul profilo Twitter della testata giornalistica TgCom24 diretta da Paolo Liguori compare il seguente commento, poi rimosso

Credo che tra qualche anno ricorderemo Giuseppe Conte come lo Yonghong Li della storia repubblicana”

Le ennesime “imprecisioni”, per usare un eufemismo, di Danilo Toninelli ministro delle Infrastrutture, in un post pubblicato sul Blog delle Stelle dal titolo “Ecco il tesoro dei signori delle autostrade

La famiglia Benetton era ed è azionista di punta dei gruppi che controllano quotidiani come La Repubblica, L’Espresso, Il Messaggero. Ecco il motivo per il quale i media attaccano il Governo del Cambiamento e il Movimento 5 Stelle che, dopo 20 anni di opacità, rende pubbliche queste convenzioni”. La holding Edizione della famiglia di Ponzano Veneto non è mai stata socia del gruppo Espresso, ha ceduto lo scorso anno le quote che deteneva in Sole 24 Ore e Caltagirone editore e già nel 2014 ha venduto la partecipazione in Rcs, scrive il Fatto Quotidiano. Ed il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, in un tweet ci mette il carico: “Il ministro @DaniloToninelli ha perso lucidità, ormai straparla, ma stasera si è superato affermando il falso sul blog delle stelle: i Benetton non sono mai stati azionisti di @repubblica, mi auguro che rinsavisca e cancelli in fretta queste frasi diffamanti

Alessandra Mussolini su Twitter

Il commissario europeo Pierre Moscovici ha espresso preoccupazione per la crescita dei consensi ai movimenti populisti, anche in vista delle elezioni comunitarie del 2019: “C’è un clima che assomiglia molto agli anni ’30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini...”. L’eurodeputata Alessandra Mussolini non l’ha presa bene, e ha twittato: “Suggerisco a @pierremoscovici di RENDERE OMAGGIO alla famiglia Mussolini che ha in me e nei miei figli persone con questo cognome. Il presidente @JunckerEU insegni l’educazione ai suoi commissari

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini posta sui social gli auguri alla compagna Elisa Isoardi per il debutto alla conduzione del programma “Prova del Cuoco”. Nei giorni successivi presenzierà almeno un paio di volte negli studi Rai del Nomentano per assistere dal vivo alla trasmissione condotta dalla fidanzata 

Oggi alle 11.30 su Rai 1 inizia la tua nuova avventura con la #laprovadelcuoco: in bocca al lupo, Elisa! Faccio il tifo per te e anche per la cucina italiana” (fonte: Il Gazzettino)

Il re del porno Rocco Siffredi intervistato nel programma radiofonico “La Zanzara”,

Hai detto che Matteo Salvini sarebbe perfetto per un film porno, perché? “Ha la faccia un po’ da maialone. Salvini lo vedo bene come un giovane Roberto Malone… è il Malone degli anni nuovi. Salvini ha la faccia del tiratore” ( fonte: Radio 24 )

Il “governo del cambiamento”

Tweet di @nomfup: “La ministra Barbara Lezzi oggi a La Stampa su #Tap: ‘Si tratta di un’opera che non è strategica né per la Puglia né per l’Italia‘. Il sottosegretario Siri sempre oggi sul quotidiano  La Verità: ‘Il #Tap si farà. È un’opera strategica per il Paese’…

Giovanni Castellucci l’Ad di Autostrade per l’Italia sulla tragedia del ponte Morandi di Genova 

“Ci sentiamo responsabili, non colpevoli”  (fonte: La Stampa)

Diego Fusaro Il filosofo “sovranista” 

Vaccinazioni coatte. Ecco il nuovo programma biopolitico voluto dall’aristocrazia finanziaria turbocapitalistica. La quale tratta i popoli precarizzati alla stregua di armenti senza dignità, con patrizio disprezzo e metodi sempre più totalitari” (fonte: Twitter)

Il premier Giuseppe Conte intervistato da Angelo Maria Perrino nell’ambito dell’evento “La Piazza”, in provincia di Brindisi

Accidenti, il gioco della torre è sempre imbarazzante. Tra Trump e Putin? Beh qui è imbarazzante… butto giù Putin perché non l’ho ancora conosciuto. Sarò a Mosca il 24 ottobre, ma con Trump siamo già diventati amici. Tra Macron e la Merkel? Beh, qui non ho dubbi. Solo perché sono un gentiluomo butto giù Macron. Renzi o Gentiloni? Renzi si è già buttato giù da solo. I ministri Tria o Savona? No guardi, li amo entrambi, restano tutti e due su, a costo che me li carico sulle spalle se non c’è spazio, sono fondamentali. Salvini o Di Maio? Nessuno, altrimenti mi cade il governo! Boschi o Carfagna? Come sapete la Boschi l’ho già conosciuta, allora butto giù lei così conosco la Carfagna...”

Durante la rassegna stampa di Tg3 Linea Notte, l’agghiacciante scambio di consonante. Il giornalista Niccolò Bellagamba si scuserà il giorno dopo.

“Corriere della SEGA: M5s-Lega, sale la tensione




E’ deceduto Francesco Forleo ex questore e parlamentare

ROMA – Oggi pomeriggio in una clinica di Genova si è spento Francesco Forleo, ex parlamentare del Pci prima e del Pds poi, nativo di Brindisi, aveva 76 anni. Frequentò l’Accademia di Pubblica sicurezza negli anni ’60, divenendo ufficiale di P.S. Fu in servizio a Roma e Genova. Nel 1972 da capitano ottenne  la medaglia d’oro al valor civile per aveva recuperato la salma di uno speleologo.

Venne eletto deputato alla Camera nel 1987 nella circoscrizione Liguria con il PCI e fu componente della Commissione Affari Costituzionali ed Interno. Rieletto nel 1992 con il PDS e restò a Montecitorio fino al 1994, quando rientrò in servizio come funzionario nella Polizia di Stato e venne nominato Questore di Brindisi. Nel 1996 venne trasferito e promosso a  Questore di Firenze e due anni dopo divenne Questore di Milano.

Forleo fondò il sindacato di polizia Siulp negli anni ’80 e venne arrestato mentre era a Brindisi perché accusato di avere preso parte a una sparatoria con dei contrabbandieri che avvenne la notte tra il 14 e il 15 giugno 1995. Durante un pattugliamento, l’elicottero con a bordo Forleo incrociò uno scafo: durante il conflitto a fuoco morì il contrabbandiere Vito Ferrarese, che non era armato.

Tre anni piu tardi dalla decisione della Procura di Brindisi di indagarlo per omicidio colposo assieme a diversi colleghi perché  secondo il pm,  dopo l’omicidio venne organizzata una messinscena e sullo scafo fu posta una mitraglietta.

Condannato in appello nel 2007, la sentenza fu annullata con rinvio quattro anni più tardi dalla Cassazione. La sua posizione nel secondo appello, dove i magistrati avevano chiesto per lui 14 anni e 4 mesi, è stata stralciata perché una perizia riscontrò un “declino cognitivo grave e irreversibile”.

La vicenda giudiziaria che coinvolse Forleo si è chiusa nel 2015, con la condanna di Piero Antonacci,  vice-questore ed ex capo della Mobile brindisina,  condannato per omicidio volontario con dolo eventuale a 15 anni e sei mesi, recentemente ridotti di 5 anni e 10 mesi da una grazia parziale concessa lo scorso febbraio dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Secondo i giudici della Suprema Corte di Cassazione, era stato lui ad impugnare la mitraglietta M12 prelevata abusivamente dalla questura di Brindisi, e non Forleo.

L’ultimo incarico Francesco Forleo lo aveva avuto come prefetto commissario dell’emergenza rifiuti di Napoli all’epoca della giunta regionale campana guidata dal governatore Bassolino.

Si è spento in una struttura di assistenza sanitaria di Genova dove ha trascorso gli ultimi anni, città in cui vivono la moglie e la figlia.




L’emergenza istituzionale

di Michele Ainis

Il senso sta tutto nel consenso. Degli italiani, prima che dei partiti. C’è infatti un metodo in queste consultazioni doppie e triple, rituali e quantomai irrituali, giacché davvero non hanno precedenti. E il metodo punta a rendere visibile ciò che altrimenti rimarrebbe solo un’ipotesi. Tende a mostrare i segreti affanni del potere, per condividerli con chi non ha potere. Dopo di che, nel momento esatto in cui il popolo vociante s’accorgerà che il re della legislatura è nudo, sarà possibile cucirgli addosso un vestito su misura. L’unico adatto al suo corpaccione ribelle ai sarti di partito: un abito presidenziale.

Tutto comincia infatti con le delegazioni dei gruppi parlamentari ricevute il 4 e 5 aprile al Quirinale; nulla di fatto, e allora Mattarella (12 aprile) convoca un altro giro. Repetita iuvant, dicevano i latini; ma in questo caso i ripetenti si ripetono, s’annullano a vicenda. Pretese, intransigenze, veti contrapposti, che però risuonano all’orecchio del presidente, come in un confessionale, mentre all’esterno ne giunge un’eco pallida e confusa. Da qui l’iniziativa del capo dello Stato: un doppio mandato esplorativo ai presidenti delle Camere. Prima a Casellati (18 aprile), con l’obiettivo di sondare le convergenze fra 5 Stelle e centrodestra. Poi a Fico (23 aprile), questa volta orientato verso un’alleanza fra 5 Stelle e Pd.

Ma perché circoscrivere l’azione dei due esploratori entro i binari d’una specifica formula politica? E perché, in entrambi i casi, Mattarella ha concesso soltanto un paio di giorni per venirne a capo? Semplice: per un’esigenza di sintesi, e al contempo di chiarezza. Per trasmettere all’opinione pubblica gli interna corporis delle consultazioni consumate al Quirinale, dove per l’appunto si erano profilati quei due scenari di governo. Per costringere i partiti a rendere conto delle proprie intenzioni, giacché la democrazia, dopotutto, è questo: il potere del pubblico in pubblico, come diceva Bobbio. Infine per mostrare agli italiani un’emergenza, una condizione eccezionale e straordinaria.

È l’emergenza, infatti, è il pericolo incombente sulla salute collettiva che può serrare i ranghi, congiungere i divisi. Però questo pericolo dev’essere avvertito dal popolo, non solo dal Palazzo. Non basta evocare gli impegni con l’Europa o le scadenze della legge di bilancio, per battezzare un governo condiviso. Gli italiani non capirebbero, a torto o a ragione. Sicché i partiti rifiuterebbero di sottoscrivere l’accordo, per il timore di perdere consensi. Ne è prova, del resto, la storia dell’età repubblicana. Dove i governi d’unità nazionale si contano sulle dita d’una mano, formano insomma esperienze eccezionali, come i drammi di cui furono figli. Il governo Parri (1945), sostenuto da tutti i partiti antifascisti: una risposta unitaria all’emergenza della ricostruzione, nel nostro tormentato dopoguerra.

Al pari dei primi tre governi De Gasperi (1945-1947), con dentro democristiani e comunisti, repubblicani e socialisti. Il terzo governo Andreotti (1976-1978), che si reggeva sull’appoggio esterno del Pci, del Psi, oltre che dei piccoli partiti di centro: un altro soprassalto d’unità, stavolta dinanzi a un’emergenza interna, il terrorismo. Infine il governo Monti (2011-2013), votato dalla sinistra e dalla destra per fronteggiare un’emergenza esterna: l’impennata dello spread, la crisi dei mercati.

E adesso? Si profila un nuovo tipo d’emergenza: l’emergenza istituzionale. Perché lo stallo sulla formazione dell’esecutivo, se dovesse protrarsi ulteriormente, avrebbe una sola via d’uscita: le elezioni. Perché a votare daccapo con il “Rosatellum” si replicherebbe tuttavia lo stallo, il verdetto senza vincitori. Perché dunque, a scongiurare il precipizio, serve quantomeno una riforma della legge elettorale, sospinta da un governo di tutti e di nessuno. E perché questo governo d’emergenza si renderà possibile soltanto a condizione che gli italiani, nonché i loro partiti, aprano gli occhi dinanzi all’emergenza. Ecco infatti il compito che s’è assunto Mattarella: un appello alla responsabilità, e insieme un esercizio di pedagogia costituzionale.

 




Uccidete non i socialisti, ma la verità

di Mauro Del Bue

Basta con la violenza sulla storia socialista. Assassini della verità, manipolatori interessati, ignoranti di professione che pullulano nella Tv di stato celebrano i settant’anni della Costituzione come atto congiunto “di cattolici, liberal democratici e comunisti”. Questo il giudizio della tv di stato. Il ribaltamento della storia, iniziato anche grazie alla gamba tesa della magistratura, ha condannato i socialisti e il loro luminoso percorso alla dimenticanza. Reagiamo con atti clamorosi ovunque noi siamo.

Saragat era presidente della Costituente, a Nenni si deve la lotta senza indugio per la repubblica, a Basso interi articoli della Costituzione. Quando il testo fu approvato il Partito Socialista aveva il 20,6 per cento dei voti contro il 18 dei comunisti. Facciamo giustizia, con comunicati, proteste, mobilitazioni.

Bettino Craxi e Rino Formica

Non é la prima volta. Non sarà l’ultima. Tentano di cancellare non solo noi e i nostri leader storici, il loro messaggio politico, ma la verità. Aveva ragione Rino Formica che nel 1993 profetizzò: “Ci condanneranno non solo per i nostri torti, ma per le nostre ragioni”. Sono, costoro, non solo cecchini della storia socialista, ma contraffattori dell’intera storia democratica. Riprendiamole le nostre ragioni. Prima, essenziale. Pietro Nenni e il rinato Psiup, punto d’intesa tra il vecchio Psi, riunificato a Parigi nel 1930, e il Mup (Movimento per l’unità proletaria) di Lelio Basso, fu l’unico partito a porre già nel 1943 la pregiudiziale repubblicana, mentre il Pci, dopo la svolta di Salerno del 1944, su ordine di Stalin, accettò di convivere con la monarchia. Per questo i socialisti non parteciparono al secondo (in realtà terzo dopo quello del 1921) governo Bonomi, al quale presero invece parte i comunisti.

La Dc di De Gasperi in occasione del referendum del 2 giugno, non scelse la soluzione repubblicana, ma lasciò liberi i propri elettori. Senza i socialisti, senza la protervia di Pietro Nenni, come sarebbe andata a finire? Perché fu scelto Giuseppe Saragat come presidente della Costituente? La presidenza del Consiglio dopo la fine della guerra doveva essere assegnata a Pietro Nenni, dopo la parentesi Bonomi che, non dimentichiamolo, era stato uno dei più prestigiosi esponenti del Psi e poi del Psri, assieme a Leonida Bissolati e ad Angiolo Cabrini.

La candidatura Nenni trovò ostilità sia nella Dc, sia nel Pci e si optò per Ferruccio Parri, un azionista senza un partito solido alle spalle. Anche per questo la presidenza della Costituente, dopo che le elezioni del 2 giugno avevano sancito la legittimità della guida democristiana del governo, De Gasperi era subentrato a Parri nel dicembre del 1945, venne assegnata a un socialista, col Psiup secondo partito italiano.

Solo per citarne alcuni riprendo il contributo di Lelio Basso, deputato alla Costituente, membro della Commissione dei 75 e di fatto autore degli articoli 3 e 49 del testo costituzionale. Ma vado oltre. E cito per tutti il voto contrario e convintissimo dei socialisti all’articolo 7 che trasferiva in Costituzione i Patti lateranensi. Quel voto fu espresso alle ore 2 del 25 marzo 1947 in sede di Assemblea Costituente. Purtroppo il contestatissimo ex articolo 5, poi trasformato in 7, passò per il voto favorevole di 350 costituenti contro 149. A favore 201 democristiani di De Gasperi, 95 comunisti di Togliatti e 54 tra qualunquisti di Giannini, liberali e isolati.

Onore a quel voto e alla logica conseguenza che spinse sempre i socialisti a battersi per la laicità dello stato e a favore dei diritti civili. Di questa storia c’è da essere orgogliosi, cari giornalisti di stato prezzolati. Specchiate le vostre menti ingannatrici in quest’acqua limpida. Sulla repubblica e per la Costituzione nessun partito ha agito con la coerenza e la determinazione di quello socialista. I socialisti hanno fatto tanti errori, diceva Riccardo Lombardi, dei quali pentirsi, nessuno dei quali vergognarsi.

La dimenticanza, per calcolo o per ignoranza, della nostra storia é invece un errore del quale vergognarsi. Anche se nessuno, alla fine, nemmeno arrossirà.




Insediato il Consiglio Territoriale di Disciplina dei giornalisti pugliesi. L’ex-magistrato Nicola Colaianni è il nuovo presidente

ROMA – Una buona notizie per l’etica ed il rispetto delle norme deontologiche giornalistiche in Puglia. Nicola Colaianni è il nuovo presidente del Consiglio Territoriale di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti della Puglia. Come giornalista, ha scritto per varie testate ed ha realizzato numerose pubblicazioni scientifiche. La nomina nel consiglio di disciplina è stata adottata dal Presidente del Tribunale di Bari, su una lista presentata dall’ Ordine pugliese, ed è avvenuta nella seduta di insediamento dell’organismo, durante il quale si è stabilito anche che il ruolo di consigliere-segretario è stato attribuito a Carmela Palmiotta, che è la più giovane degli iscritti all’ordine.

Il presidente Colaianni è stato consigliere della Corte Suprema di Cassazione fino al 2003. Insegna Diritto ecclesiastico e Ordinamento giudiziario nel dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari. Come giornalista, ha scritto per varie testate ed ha realizzato numerose pubblicazioni scientifiche.  E’ stato deputato per il PCI nella X legislatura dove è stato membro della Commissione permanente Giustizia, della Commissione bicamerale sulla revisione del codice di procedura penale e della Commissione bicamerale sul terrorismo e le stragi. Nel settembre 2013 il suo nome era  stato indicato dal Partito Democratico come membro laico del CSM, senza però raggiungere i voti necessari.

Dopo il saluto del presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia Piero Ricci, il nuovo organismo ha fissato le linee guida entro cui attuerà le funzioni disciplinari. Massima attenzione sul rispetto dei doveri deontologici degli iscritti, in più una corsia preferenziale per evitare che la prescrizione annulli i procedimenti disciplinari in corso e per tutti gli iscritti che in Puglia non hanno adempiuto all’obbligo formativo imposto dalla legge.

Al presidente Colajanni gli auguri di buon lavoro dal CORRIERE DEL GIORNO, auspicando che la sua presidenza ed il suo operato sia completamente indipendente, e non “influenzata” dai vertici dell’ Ordine dei Giornalisti e del sindacato dei giornalisti pugliesi.




La mia storia con Nichi e Michi. 3a puntata

di Giorgio Assennato

Ieri mattina ero a Barsento, come tutte le domeniche. Ho acceso il cellulare, ho visto il punto rosso prima sull’icona di Fb, e poi sull’icona dei due omini, quella delle richieste d’amicizia. Ci ho cliccato sopra e a momenti ci restavo secco. Non potevo credere ai miei occhi!! Provate a indovinare il nome che ho letto, di una persona che inequivocabilmente chiedeva la mia amicizia!!!

La vita é bella perché é varia e a volte accade quel che proprio non ti aspetti. Sì, ho letto proprio il suo nome, quello del protagonista di questo episodio: Michele Emiliano!!!!Senza pensarci due volte, ho immediatamente accettato la richiesta, gli ho scritto:”grazie per la richiesta di amicizia”, e poi mi son messo a rimuginare. Come mai il Governatore aveva inoltrato una richiesta cosi impegnativa ad un povero pensionato come me? Possibile che avesse violato la regola aurea del “De minimis non curat praetor“? (pardon, procurator, pardon, Gubernator).

Incuriosito dall’imprevista nuova “amicizia”, mi son messo a frugare nel suo profilo Fb. E ho scoperto che non si trattava del suo account principale, ma di un account secondario, molto attivo sino al 2016 e poi sostituito dall’account del politico Emiliano, uno dei profili Fb più seguiti in italia. Sono quindi diventato amico fb non del politico Michele Emiliano, ma di un omonimo signore che sul profilo si qualifica come Magistrato presso il Ministero di giustizia. Il suo orientamento politico dichiarato é:”Liberaldemocratico“.

Mica lo sapevo che il nostro Governatore si considera giolittiano, ma poi, ripensando a certi giudizi di Salvemini sullo statista di Dronero, sono riuscito a darmi una spiegazione. Se proprio avete tempo a disposizione, cercate in rete la istruttiva descrizione della visita del giovane Salvemini a Gioia del Colle, nel feudo elettorale del giolittiano De Bellis, pubblicata su La Stampa di Torino: un’atmosfera non troppo diversa da quella che si respira in certi monolitici circoli del Pd pugliese d’oggidì.

Liberaldemocratico….Ma non era iscritto al PCI? E quando si sarebbe convertito al verbo di Adam Smith e dei suoi seguaci?? Non lo sappiamo.Può anche darsi che in realtà im suo orientamento politico sia più ad ampio spettro, e che in realtà lui volesse scrivere social-liberal-nazional-democratico, una definizione che potrebbe piacere a tutti, dai Centri sociali a Casa Pound

Mi ha incuriosito anche la sua dichiarazione in riferimento all’orientamento religioso: Cristiano. Non Cattolico. Perché? Forse per non scontentare qualche valdese, anglicano, luterano, calvinista o ugonotto, non si sa mai! Curioso il contenuto del suo profilo sentimentale: pur dichiarando di avere il cuore impegnato, alla voce ” mi piacciono”, dove mi aspettavo che avesse indicato le zebre, invece inopinatamente, c’è scritto:”Donne“. Per carità, é una preferenza che condivido, cherchez la femme è una espressione in cui mi ci ritrovo ma sbandierarlo ai quattro venti mi sembra un po’ troppo machista!! Comunque, benvenuto amico mio

Ora mi aspetto la richiesta d’amicizia anche da parte di Nichi.




“Così l’economia dirigeva la politica”

di Bettino Craxi

Tutta l’esperienza che si è accumulata nella vita democratica repubblicana conduce a concludere, con assoluta evidenza, che il complesso del sistema economico, a partire della sue entità maggiori e più significative, partecipava con l’erogazione diretta di mezzi finanziari e attraverso altre forme indirette di appoggio, ed anche nel campo della informazione, della pubblicità e dei servizi, al sostegno ed anche allo sviluppo del sistema politico democratico e delle sue attività politiche, associative, culturali, formative, propagandistiche, elettorali.

Parimenti il sistema economico esercitava sul sistema politico e sulle sue decisioni un’azione di condizionamento che era maggiore o minore in relazione alla capacità ed alla forza di autorità e di autonomia delle differenti formazioni politiche e dei diversi soggetti politici. Questo processo di condizionamento si esercitava sui Partiti, sul loro espressioni parlamentari, governative ed amministrative ed anche naturalmente sui singoli esponenti politici soprattutto quando questi ultimi divenivano personalmente tributari in modo decisivo per le loro attività, per il sostegno della propria organizzazione ed immagine, e per il successo elettorale proprio e dei propri grandi elettori.

In questo modo ricevevano contributi sia i Partiti che le correnti dei Partiti, spesso organizzate come sotto- partiti, che i singoli esponenti politici che necessitavano anch’essi di reti di supporto burocratiche, associative o più semplicemente clientelari.

Agendo in questo modo i gruppi economici finanziatori erano a loro volta mossi da obiettivi molteplici. Perseguivano obiettivi di carattere generale volti a difendere un sistema di valori da cui si sentivano garantiti e a sostenere determinati equilibri politici e le forze che li costituivano e li alimentavano e che quindi ricercavano, mantenevano, o si sforzavano di mantenere, un quadro di stabilità politica nel governo generale della Repubblica, sostenendo posizioni anche tra loro divergenti.

Erano mossi ancora da motivi di carattere generale in funzione di politiche economiche finanziarie, industriali, scientifiche, ed anche di politiche comunitarie ed internazionali che consideravano adeguate e necessarie per il proprio sviluppo e corrispondenti alle esigenze produttive ed economiche generali del Paese.

Ancora erano mossi da interessi più particolari con riferimento a specifiche decisioni legislative, normative, amministrative e di orientamento e definizione della spesa pubblica. Ancora vi erano interessi più delimitati che riguardavano i programmi, la loro attuazione, e le decisioni relative delle Pubbliche Amministrazioni e degli Enti Pubblici nazionali, regionali e locali.

In quest’ambito aveva una valenza l’influenza dei Partiti e dei gruppi politici, ma nell’insieme le maggiori forze economiche avevano anche e soprattutto proprie strutture e capacità di influenza diretta sulla Pubblica Amministrazione e sugli Enti pubblici con un complesso di relazioni spesso dirette e personali e con un grado quindi di penetrazione notevole ed efficace, volto a predisporre ed ad indirizzare nelle direzioni volute le decisioni pubbliche e la stessa condotta del ceto politico. Tuttavia anche in questi casi, quando l’influenza veniva esercitata in una forma lineare, il grado di garanzia e di tutela del pubblico e generale interesse poteva essere salvaguardato. Quando invece questa influenza veniva esercitata in forma spregiudicata e distorta, con l’impiego di mezzi e secondo metodi di corruzione personale, cui spesso non erano estranei gli interessi degli stessi soggetti erogatori, sull’interesse pubblico reale veniva sovente steso un velo interessato e pietoso.

Nel mondo politico gli interlocutori privilegiati erano le istituzioni governative, parlamentari e le formazioni che componevano le maggioranze. Ma non venivano affatto trascurate quelle di opposizione, naturalmente in modo diverso a seconda dei casi, ed in rapporto alla loro influenza nel Parlamento, nelle istituzioni, nei grandi Enti Pubblici, nelle Amministrazioni regionali e locali e in generale nella vita del Paese e negli orientamenti della pubblica opinione.

Nelle Amministrazioni regionali e locali, del resto le maggioranze politiche e di governo si diversificavano a secondo delle Regioni, dei Comuni e delle Province e, in molti casi, formazioni all’opposizione sul piano nazionale, costituivano invece il perno politico centrale o sussidiario del governo regionale e locale.

Quando si trattava di decisioni che potevano avere effetto sull’attività produttiva o riguardavano programmi di Enti sociali, veniva ricercata e spesso ottenuta anche l’influenza e l’accordo di interlocutori del mondo sindacale e sociale anche con contributi finanziari volti ed effettuati in questa direzione.

In taluni casi, rappresentanze sindacali anche di livello nazionale ricevevano perciò, in forma diretta o indiretta, contribuzioni in forma periodica ed anche continuativa.

In particolare, in relazione all’attività di Enti amministrati da rappresentanze sindacali il dialogo e le eventuali contribuzioni finanziarie connesse veniva stabilito direttamente con interlocutori sindacali oppure attraverso la mediazione di fiduciari dei Partiti cui le rappresentanze sindacali in questione erano collegate.

Il finanziamento irregolare ed illegale rivolto ai partiti ed alle attività politiche, ed anche a gruppi e singoli esponenti del mondo politico, oltreché di carat- tere interno era anche di carattere e provenienza internazionale.

Si tratta in questo caso di un capitolo molto complesso. Esso non è mai stato esplorato sino in fondo, anche se, per molte parti, a distanza di decenni, taluni dei suoi aspetti sono venuti alla luce in modo abbastanza evidente e documentato.

Il finanziamento internazionale a forze politiche italiane nel periodo repubblicano ha sempre presentato una natura composita.

Esso comprendeva voci e fonti molto diversificate, era di natura finanziaria diretta e di natura indiretta, si poteva presentare anche in forma di servizi e spesso in connessione con attività commerciali. I Paesi che, nelle varie forme, hanno concorso a questo tipo di finanziamento sono stati molti. Tuttavia, sostanzialmente, si trattava di strutture dipendenti dagli Usa e dall’URSS e di attività e strutture proprie dei Paesi appartenenti alle loro aree di influenza politico- militare.

Le due maggiori potenze, guidando le loro alleanze politico- militari, avevano ingaggiato tra loro un braccio di ferro durato poi decenni. Si trattava di una contrapposizione e di una contesa che si proponeva di difendere, consolidare ad estendere le rispettive aree di influenza e quindi, in particolare, punti geopolitici di importanza strategica.

A questo scopo venivano effettuati interventi soprattutto nei Paesi considerati anelli deboli e, a causa della loro fragilità ed instabilità politica, esposti al rischio ed alla possibilità di una frattura interna e di un rovesciamento delle posizioni, e in aree che, per le loro caratteristiche, potevano essere considerate utili.

In Europa, tra i grandi Paesi, l’Italia era certamente considerato uno di questi. In questo contesto, diversi Partiti italiani e diversi leader politici, in epoche diverse hanno sollecitato, accettato, beneficiato di finanziamenti di questa natura, anche se ci riferiamo soprattutto agli anni del dopoguerra.

Tutti i maggiori leader del dopoguerra italiano hanno fatto i conti con questa realtà ed hanno rafforzato la propria azione anche ricorrendo all’aiuto di finanziamenti internazionali. Dei finanziamenti provenienti dagli USA hanno così beneficiato, per tutto un certo periodo, formazioni politiche dei governi postbellici. Dei finanziamenti provenienti dall’URSS e dal blocco sovietico ha beneficiato soprattutto il Partito Comunista.

Quest’ultimo ne ha del resto sempre beneficiato sin dalla sua origine e via via attraverso le fasi travagliate della sua storia, sino agli anni più recenti e cioè sino alla caduta dell’impero sovietico ed alla fine del potere comunista nell’URSS.

Dalla sua nascita, e prima ancora come corrente del PSI, sino alla sua scomparsa, visse di finanziamenti sovietici il PSIUP e, per aggiunta, ricevettero finanziamenti sovietici singole personalità o frazioni politiche tanto del PSIUP che del PCI.

Anche il partito Socialista aveva ricevuto nel passato finanziamenti dall’estero, sotto varie forme, dirette ed indirette Sino al 1956, e cioè l’anno della rivolta ungherese, della solidarietà espressa dai socialisti italiani ai patrioti insorti a Budapest, con la conseguente aspra polemica con l’invasore sovietico e la rottura che poi ne seguì con i comunisti italiani, il PSI aveva ricevuto aiuti finanziari e materiali dall’URSS e da altri Paesi del Patto di Varsavia.

Nel periodo immediatamente successivo ricevette invece un aiuto finanziario direttamente dagli Usa.

Sotto le direzioni politiche che seguirono il PSI non mi risulta abbia mai ricevuto alcun finanziamento proveniente da Partiti o da Stati stranieri, mentre non si deve escludere che singoli esponenti del PSI ne abbiano potuto beneficiare sulla base di loro relazioni personali e particolari e in quest’ambito anche gli stessi Amministratori del PSI.

CONTINUA | 2.




Da anticraxiano vi dico: gli dobbiamo qualcosa

di Piero Sansonetti

Il 19 gennaio del 2000, e cioè 17 anni fa, moriva Bettino Craxi. Aveva 65 anni, un tumore al rene curato male, un cuore malandato, curato malissimo.

Il cuore a un certo punto si fermò. Non fu fatto molto per salvarlo. Non fu fatto niente, dall’Italia. Craxi era nato a Milano ed è morto ad Hammamet, in Tunisia, esule. Era stato segretario del partito socialista per quasi vent’anni e presidente del Consiglio per più di tre. In Italia aveva subito condanne penali per finanziamento illecito del suo partito e per corruzione. Quasi dieci anni di carcere in tutto. Prima delle condanne si era trasferito in Tunisia. Se fosse rientrato sarebbe morto in cella.

Craxi ha sempre respinto l’accusa di corruzione personale. Non c’erano prove. E non furono mai trovati i proventi. In genere quando uno prende gigantesche tangenti e le mette in tasca, poi da qualche parte questi soldi saltano fuori. In banca, in acquisti, in grandi ville, motoscafi. Non furono mai trovati. I figli non li hanno mai visti. La moglie neppure. Lui non li ha mai utilizzati. Non ha lasciato proprietà, eredità, tesori. Craxi era un malfattore, o è stato invece uno statista importante sconfitto da una gigantesca operazione giudiziaria? La seconda ipotesi francamente è più probabile. La prima è quella più diffusa nell’opinione pubblica, sostenuta con grande impegno da quasi tutta la stampa, difesa e spada sguainata da gran parte della magistratura.

Craxi era stato uno degli uomini più importanti e potenti d’Italia, negli anni Ottanta, aveva goduto di grande prestigio internazionale. Si era scontrato e aveva dialogato con Reagan, col Vaticano, con Israele e i paesi Arabi, con Gorbaciov, con quasi tutti i leader internazionali. Aveva sostenuto furiose battaglie con i comunisti in Italia, con Berlinguer e Occhetto e D’Alema; e anche con la Dc, con De Mita, con Forlani, epici gli scontri con Andreotti; con la Dc aveva collaborato per anni e governato insieme. Bene, male? Poi ne discutiamo. Aveva anche firmato con la Chiesa il nuovo concordato.

Morì solo solo. Solo: abbandonato da tutti. Stefania, sua figlia, racconta di quando la mamma la chiamò al telefono, nell’autunno del ‘ 99, e le disse che Bettino era stato ricoverato a Tunisi, un attacco di cuore. Lei era a Milano, si precipitò e poi cercò di muovere mari e monti per fare curare il padre. Non si mossero i monti e il mare restò immobile. Craxi fu curato all’ospedale militare di Tunisi. Stefania riuscì ad avere gli esami clinici e li spedì a Milano, al San Raffaele, lì aveva degli amici. Le risposero che c’era un tumore al rene e che andava operato subito, se no poteva diffondersi. Invece passarono ancora due mesi, perché a Tunisi nessuno se la sentiva di operarlo. Arrivò un chirurgo da Milano, operò Craxi in una sala operatoria dove due infermieri tenevano in braccio la lampada per fare luce. Portò via il rene, ma era tardi. Il tumore si era propagato, doveva essere operato prima, si poteva salvare, ma non ci fu verso.

In quei giorni drammatici dell’ottobre 1999 Craxi era caduto in profonda depressione. Non c’è da stupirsi, no? Parlava poco, non aveva forse voglia di curarsi. Era un uomo disperato: indignato, disgustato e disperato.

Stefania mi ha raccontato che lei non sapeva a che santo votarsi: non conosceva persone potenti. Il Psi non esisteva più. Chiamò Giuliano Ferrara e gli chiese di intervenire con D’Alema. Il giorno dopo Ferrara gli disse che D’Alema faceva sapere che un salvacondotto per l’Italia era impossibile, la Procura di Milano avrebbe immediatamente chiesto l’arresto e il trasferimento in carcere. Stefania chiese a Ferrara se D’Alema potesse intervenire sui francesi, i francesi sono sempre stati generosi con la concessione dell’asilo politico. Era più che naturale che glielo concedessero. Curarsi a Parigi dava qualche garanzia in più che curarsi all’ospedale militare di Tunisi.

Passarono solo 24 ore e Jospin, che era il presidente francese, rilasciò una dichiarazione alle agenzie: “Bettino Craxi non è benvenuto in Francia”.

Quella, più o meno, fu l’ultima parola della politica su Craxi. Fu la parola decisiva dell’establishment italiano e internazionale. Craxi deve morire.

Il 19 gennaio Craxi – per una volta – obbedì e se andò all’altro mondo. E’ curioso che quasi vent’anni dopo la sua morte, e mentre cade il venticinquesimo anniversario dell’inizio della stagione di Tangentopoli ( Mario Chiesa fu arrestato il 17 febbraio del 1992, e da lì cominciò tutto, da quel giorno iniziò la liquidazione della prima repubblica), qui in Italia nessuno mai abbia voluto aprire una riflessione su cosa successe in quegli anni, sul perché Craxi fu spinto all’esilio e alla morte, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

Vogliamo provarci? Partendo dalla domanda essenziale: Statista o brigante.

Forse sapete che Bettino Craxi negli anni Ottanta scriveva dei corsivi sull’Avanti! , il giornale del suo partito, firmandoli Ghino di Tacco. Ghino era un bandito gentiluomo vissuto verso la metà del 1200 dalle parti di Siena, a Radicofani. Boccaccio parla di lui come una brava persona. A Craxi non dispiaceva la qualifica di brigante. Perché era un irregolare della politica. Uno che rompeva gli schemi, che non amava il political correct. Però non fu un bandito e fu certamente uno statista. Persino Gerardo D’Ambrosio, uno dei più feroci tra i Pm del pool che annientò Craxi, qualche anno fa ha dichiarato: “non gli interessava l’arricchimento, gli interessava il potere politico”. Già: Craxi amava in modo viscerale la politica.

La politica e la sua autonomia. Attenzione a questa parola di origine greca: autonomia. Perché è una delle protagoniste assolute di questa storia. Prima di parlarne però affrontiamo la questione giudiziaria. Era colpevole o innocente? Sicuramente era colpevole di finanziamento illecito del suo partito. Lo ha sempre ammesso. E prima di lasciare l’Italia lo proclamò in un famosissimo discorso parlamentare, pronunciato in un aula di Montecitorio strapiena e silente. Raccontò di come tutti i partiti si finanziavano illegalmente: tutti. Anche quelli dell’opposizione, anche il Pci. Disse: “se qualcuno vuole smentirmi si alzi in piedi e presto la storia lo condannerà come spergiuro“.

Beh, non si alzò nessuno. Il sistema politico in quegli anni – come adesso – era molto costoso. E i partiti si finanziavano o facendo venire i soldi dall’estero o prendendo tangenti. Pessima abitudine? Certo, pessima abitudine, ma è una cosa molto, molto diversa dalla corruzione personale. E in genere il reato, che è sempre personale e non collettivo, non era commesso direttamente dai capi dei partiti, ma dagli amministratori: per Craxi invece valse la formula, del tutto antigiuridica, “non poteva non sapere”.

Craxi era colpevole. Nello stesso modo nel quale erano stati colpevoli De Gasperi, Togliatti, Nenni, la Malfa, Moro, Fanfani, Berlinguer, De Mita, Forlani… Sapete di qualcuno di loro condannato a 10 anni in cella e morto solo e vituperato in esilio?

Ecco, qui sta l’ingiustizia. Poi c’è il giudizio politico. Che è sempre molto discutibile. Craxi si occupò di due cose. La prima era guidare la modernizzazione dell’Italia che usciva dagli anni di ferro e di fuoco delle grandi conquiste operaie e popolari, e anche della grande violenza, del terrorismo, e infine della crisi economica e dell’inflazione. Craxi pensò a riforme politiche e sociali che permettessero di stabilizzare il paese e di interrompere l’inflazione.

La seconda cosa della quale si preoccupò, strettamente legata alla prima, era la necessità di salvare e di dare un ruolo alla sinistra in anni nei quali, dopo la vittoria di Reagan e della Thatcher, il liberismo stava dilagando. Craxi cercò di trovare uno spazio per la sinistra, senza opporsi al liberismo. Provò a immaginare una sinistra che dall’interno della rivoluzione reaganiana ritrovava una sua missione, attenuava le asprezze di Reagan e conciliava mercatismo e stato sociale. Un po’ fu l’anticipatore di Blair e anche di Clinton ( e anche di Prodi, e D’Alema e Renzi…). Craxi operò negli anni precedenti alla caduta del comunismo, ma si comportò come se la fine del comunismo fosse già avvenuta. Questa forse è stata la sua intuizione più straordinaria. Ma andò sprecata. Personalmente non ho mai condiviso quella sua impresa, e cioè il tentativo di fondare un liberismo di sinistra. Così come, personalmente, continuo a pensare che fu un errore tagliare la scala mobile, e che quell’errore di Craxi costa ancora caro alla sinistra. Ma questa è la mia opinione, e va confrontata con la storia reale, e non credo che sia facile avere certezze.

Quel che certo è che Craxi si misurò con questa impresa mostrando la statura dello “statista”, e non cercando qualche voto, un po’ di consenso, o fortuna personale. Poi possiamo discutere finché volete se fu un buono o un cattivo statista. Così come possiamo farlo per De Gasperi, per Fanfani, per Moro.

E qui arriviamo a quella parolina: l’autonomia della politica. Solo in una società dove esiste l’autonomia della politica è possibile che vivano ed operano gli statisti. Se l’autonomia non esiste, allora i leader politici sono solo funzionari di altri poteri. Dell’economia, della magistratura, della grande finanza, delle multinazionali…

In Italia l’autonomia della politica è morta e sepolta da tempo. L’ha sepolta proprio l’inchiesta di Mani Pulite. C’erano, negli anni Settanta, tre leader, più di tutti gli altri, che avevano chiarissimo il valore dell’autonomia. Uno era Moro, uno era Berlinguer e il terzo, il più giovane, era Craxi. Alla fine degli anni Ottanta Moro e Berlinguer erano morti. Era rimasto solo Craxi. Io credo che fu essenzialmente per questa ragione che Craxi fu scelto come bersaglio, come colosso da abbattere, e fu abbattuto.

Lui era convinto che ci fu un complotto. Sospettava che lo guidassero gli americani, ancora furiosi per lo sgarbo che gli aveva fatto ai tempi di Sigonella, quando ordinò ai Carabinieri di circondare i Marines che volevano impedire la partenza di un un aereo con a bordo un esponente della lotta armata palestinese. I Carabinieri spianarono i mitra. Si sfiorò lo scontro armato. Alla fine, in piena notte, Reagan cedette e l’aereo partì. Sì, certo, non gliela perdonò.

Io non credo però che ci fu un complotto. Non credo che c’entrassero gli americani. Penso che molte realtà diverse ( economia, editoria, magistratura) in modo distinto e indipendente, ma in alleanza tra loro, pensarono che Tangentopoli fosse la grande occasione per liquidare definitivamente l’autonomia della politica e per avviare una gigantesca ripartizione del potere di stato. Per questo presero Craxi a simbolo da demolire. Perché senza di lui l’autonomia della politica non aveva più interpreti.

Dal punto di vista giudiziario “mani pulite” ha avuto un risultato incerto. Migliaia e migliaia di politici imputati, centinaia e centinaia arrestati, circa un terzo di loro, poi, condannati, moltissimi invece assolti ( ma azzoppati e messi al margine della lotta politica), diversi suicidi, anche illustrissimi come quelli dei presidenti dell’Eni e della Montedison. Dal punto di vista politico invece l’operazione fu un successo. La redistribuzione del potere fu realizzata. Alla stampa toccarono le briciole, anche perché nel frattempo era sceso in campo Berlusconi. All’imprenditoria e alla grande finanza andò la parte più grande del bottino, anche perché decise di collaborare attivamente con i magistrati, e dunque fu risparmiata dalle inchieste. Quanto alla magistratura, portò a casa parecchi risultati.

Alcuni molto concreti: la fine dell’immunità parlamentare, che poneva Camera e Senato in una condizione di timore e di subalternità verso i Pm; la fine della possibilità di concedere l’animista; la fine della discussione sulla separazione delle carriere, sulla responsabilità civile, e in sostanza la fine della prospettiva di una riforma della giustizia. Altri risultati furono più di prospettiva: l’enorme aumento della popolarità, fino a permettere al Procuratore di Milano – in violazione di qualunque etica professionale – di incitare il popolo alla rivolta contro la politica (“resistere, resistere, resistere… ”) senza che nessuno osasse contestarlo, anzi, tra gli applausi; il via libera all’abitudine dell’interventismo delle Procure in grandi scelte politiche ( di alcune parlava giorni fa Pierluigi Battista sul Corriere della Sera); l’enorme aumento del potere di controllo sulla stampa e sulla Tv; la totale autonomia.

Ora a me restano due domande. La prima è questa: quanto è stata mutilata la nostra democrazia da questi avvenimenti che hanno segnato tutto l’ultimo quarto di secolo? E questa mutilazione è servita ad aumentare il tasso di moralità nella vita pubblica, oppure non è servita a niente ed è stata, dunque, solo una grandiosa e riuscita operazione di potere?

E la seconda domanda è di tipo storico, ma anche umano: è giusto che un paese, e il suo popolo, riempiano di fango una figura eminente della propria storica democratica, come è stato Craxi, solo per comodità, per codardia, per “patibolismo”, deturpando la verità vera, rinunciando a sapere cosa è stato nella realtà il proprio passato?

Io penso di no. Da vecchio anticraxiano penso che dobbiamo qualcosa a Bettino Craxi.

*direttore del quotidiano IL DUBBIO

 




Caldarola ha torto : Renzi non ha illuso nessuno

di Politik *

Il giornalista Peppino Caldarola, dal passato un pò “movimentato”  con un proprio commento pubblicato oggi sul quotidiano online milanese Lettera43  (di proprietà di una società del finanziere Matteo Arpe, ex Ad della Banca di Roma) attacca il premier Matteo Renzi e chiede le due dimissioni anche da segretario del Pd. Prima di andare a confutare il suo confuso pensiero politico, andiamo prima a vedere chi è Caldarola (fonte: Wikipedia) . Dopo aver militato  nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, entrando nella segreteria nazionale del movimento giovanile del Psiup, in seguito è diventato segretario cittadino del Pci di Bari fino al ’77,  successivamente vice-direttore di Rinascita, e direttore del quotidiano l’Unità dal 1996 al 1998, venendo eletto deputato nelle liste dell’ Ulivo (ex Pci, poi Ds)  dal 2001 al 2008  cioè nella XIV e XV legislatura .

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Scrive Caldarola: “Ma come si fa a fare un discorso eccellente con cui ci si assume tutta la responsabilità per la sconfitta referendaria e si annunciano le proprie dimissioni dalla guida del governo e poi passare le ore successive a traccheggiare, a proporre cose impossibili (come il governo di tutti), a indicare una data del voto (decisione che non è nella sua disponibilità)? Non sappiamo se il Renzi 1, quello europeo, sia quello vero o se il Renzi 2 sia quello più sincero“. Probabilmente il ritorno alla vita giornalistica, con un bel vitalizio da parlamentare deve aver confuso le idee al collega barese, che dimentica che Renzi si è dimesso ed ha dovuto accettare di restare in carica solo per l’approvazione della Legge di Stabilità per approvare il bilancio dello Stato. E glielo ha chiesto il Presidente Mattarella, persona di uno spessore politico e di un senso dello Stato sicuramente più elevato di quello del “compagno-ex proletario” Caldarola.

Caldarola parla di una classe dirigente ed inadeguata e scrive: ” Comprendo che Renzi deve fronteggiare il panico di quella classe dirigente che ha portato a Palazzo Chigi e che equivale, come capacità e merito, a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Capisco che questi pretoriani e pretoriane senza mestiere abbiano paura del futuro. Per loro probabilmente non c’è. Ed è giusto che non ci sia perché la sconfitta di Renzi non dipende solo dal suo cattivo carattere ma anche, e direi soprattutto, da questo gruppo di “personaggetti” che lo ha circondato e non gli ha raccontato il Paese“. Resta a questo punto da chiedersi ma dall’alto di quale “ruolo” (inesistente) Caldarola si permette di criticare aspramente una persona come Renzi eletto democraticamente segretario del Pd con delle altrettanto democratiche elezioni primarie ?

Ci spieghi Caldarola: lui chi è ? E come è diventato deputato  ? Ha forse fatto la trafila e la gavetta come Renzi, diventando sindaco prima, presidente della provincia poi ? Non mi risulta.   Caldarola dimentica di  essere stato retribuito  come direttore dell’ Unità grazie ai contributi pubblici per l’editoria destinati al quotidiano  organo di stampa del PCI, fallito miseramente come fallì anche il Partito Comunista da cui egli proviene. O ha forse vinto un concorso per titoli…?

Due anni fa proprio Beppe Grillo sul suo blog indicava Caldarola come “Giornalista del Giorno” a seguito di un suo aspro commento sul M5S che scatenò una valanga di commenti che potete leggere direttamente attraverso questo link (vedi QUI) e di cui sia ben chiaro siamo estranei e non abbiamo alcuna responsabilità.

Purtroppo per Caldarola il web ha buona memoria…Leggete cosa diceva proprio lui soltanto due anni da su Renzi, Berlusconi, ed il Senato….

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Caldarola continua nel suo commento al veleno. che “ se verrà avanti il Renzi dell’addio dopo le primarie perse e il Renzi di domenica sera, l’Italia dovrà riflettere sul fatto che ha a disposizione un vero leader che prima o poi dovrà richiamare in servizio. Questo Renzi europeo ha poche cose da fare in queste ore. Dimissioni dal governo, dimissioni dalla segreteria, favorire una soluzione che dia un governo al Paese e poi il ritorno a casa o in un altro Stato, magari per perfezionare l’inglese” . Solo che il giornalista “barese” non sa spiegare nè argomentare il perchè mai una persona come Renzi, dalla fedina penale immacolata e che sinora governato senza avere neanche lo “scudo” dell’immunità parlamentare, dopo essere stato eletto democraticamente al vertice dal suo partito  dagli iscritti al Pd, debba dimettersi anche dal suo partito, solo per aver perso un referendum ottenendo da solo il 40% dei consensi contro il 60% conquistato da un’accozzaglia composta dai fascisti di  “Casa Pound“, dai politicanti dell’ UdC guidati dal pluricondannato (tangentista confesso) Lorenzo Cesa, dal leader “forzista” Silvio Berlusconi pregiudicato ed interdetto dalla politica (legge Severino) , alla strana coppia “barese” Emiliano-Boccia, o al “giaguaro smacchiato” Pierluigi Bersani , cioè quello che incassa insieme a Silvio Berlusconi le tangenti-contributi-finanziamenti da EmilioRiva (deceduto ed ormai ex-proprietario dell’ ILVA) unico vero responsabile del disastro ambientale tarantino.

schermata-2016-12-07-alle-19-52-40Secondo Caldarola, Renzi come gli è già stato fatto notare, non può dimettersi da premier e restare segretario visto che ha ritenuto le due cariche integrate. Non ha portato alla sconfitta solo gli elettori, ma anche i militanti del Pd che lo hanno seguito“. E D‘Alema, Emiliano, Speranza, Bersani, Boccia e tutti quelli anti-renziani iscritti al Pd, che hanno lavorato contro il Governo retto dal loro segretario nazionale, e festeggiato brindando alla vittoria del NO referendario (contro il Governo retto dal proprio segretario di partito) cosa dovrebbero fare allora , stracciare la tessera e dare tutti insieme le dimissioni e fondare un ennesimo “partitino” di sinistra ?  Caldarola continua con i suoi consigli…”Renzi provi a fare una cosa buona. Dia l’esempio a cui alludeva nelle sue belle parole di domenica notte: non si è leader per tutte le stagioni. Si vince e si resta in sella. Si perde e si va via” . Ecco cosa scriveva alla vigilia del voto Caldarola su Eacebook….Lui voleva solo divertirsi.

Caldarola, dovrebbe spiegarci una cosa: ma lui a nome di chi parla ? E sopratutto dov’era, come mai taceva,  quando i predecessori di Renzi alla guida del Pd perdevano le elezioni contro Berlusconi, e se ne restavano beatamente al loro posto accampando le scuse più improbabili ed imbarazzanti ? Dia lui il buon esempio….. Visto che l’ Unità che lui dirigeva, pagata dai soldi dei contribuenti è fallita, e che lui in Parlamento non è stato più rieletto, ci consenta la stessa domanda che pone oggi a Renzi :  avendo lui “perso” giornalisticamente e politicamente,  come mai ancora non “va via” ???

 * Politik è un esponente politico del centrosinistra




“Il Falso Quotidiano” di Marco Travaglio sbugiardato su Montanelli

Con un intervento sul quotidiano online Il Dubbio diretto da, a firma di Francesco Damato, ancora una volta Travaglio viene smentito e questa volta da giornalisti che con Indro Montanelli ci hanno lavorato a lungo per anni, come Damato  che è stato suo condirettore ed Enzo Bettiza.

nella foto Marco Travaglio

nella foto Marco Travaglio

Marco Travaglio non si è naturalmente lasciato scappare l’occasione del quindicesimo anniversario della morte di Indro Montanelli per ricostruirne a suo modo storia, umori e abitudini allo scopo soprattutto di deridere o criminalizzare, secondo i casi, uomini politici e giornalisti che gli sono stati e gli sono tuttora antipatici, se hanno la sventura di vivere ancora e di poter leggere ciò che lui scrive di loro” scrive D’ Amato che aggiunge “Gli anni trascorsi con Montanelli non sono stati evidentemente necessari a fargli capire che se c’era una cosa che Indro non faceva era quella di “licenziare” o “mettere alla porta”, come lui dice, i colleghi che dissentivano da lui. Dovevano proprio andarsene loro, di propria volontà, per staccarsene. Lui li avrebbe tenuti all’infinito, facendoli pagare lo stesso, e profumatamente. Tanto, i conti del suo Giornale non li teneva lui. E neppure se ne preoccupava. Lo vendette ad un certo punto a Silvio Berlusconi proprio perché di quei conti se ne facesse carico del tutto, accontentandosi dell’onore di essere il suo editore, ma lasciandogli fare il “padrone”, come è ben scritto in una lettera che Montanelli pubblicò dopo la clamorosa rottura consumatasi nel 1994 col Cavaliere di Arcore. Che aveva deciso di “scendere” in politica nonostante il parere contrario, anzi la diffida a farlo, temendo Indro di non apparire più libero e indipendente come si vantava di essere con i lettori”

“Ebbene, alle sue abitudini di lasciare i dissidenti ai loro posti e stipendi Montanelli – spiega Damato avrebbe fatto eccezione solo per Enzo Bettiza e me, “messi alla porta” nel 1983 perché “troppo filosocialisti” per i suoi gusti. Filosocialisti peraltro come il suo editore, di cui Travaglio è tornato a proporre l’immagine di uno che tremava ad ogni chiamata o doglianza di Bettino Craxi e gli prometteva inutilmente la testa del direttore del Giornale, limitandosi poi a dolersi di queste pressioni con i collaboratori di Indro: solo con loro, magari pregandoli di non parlarne coll’interessato“.

CdG craxi_berlusconi“Ebbene, filosocialisti Bettiza ed io, rispettivamente condirettore e editorialista, o “notista politico”, come Travaglio preferisce chiamarmi, lo eravamo davvero. Qui – continua D’ Amato il direttore del Fatto non dice bugie, non s’inventa nulla. Lo eravamo da quando Bettino Craxi aveva restituito al Psi l’autonomia dal Pci compromessa da Francesco De Martino, suo predecessore alla segreteria del partito. Compromessa a tal punto che a volte ne erano imbarazzati persino alle Botteghe OscureAnche a Montanelli all’inizio piacque Craxi, prima di parlarne e di scriverne, nei ricordi di Travaglio, come di un Mussolini “di cartone”.

“Il guaio di Craxi, nei rapporti con Montanelli, – aggiunge Francesco Damato – era quello di trasferire la sua ossessione dell’autonomia ad ogni livello, non solo a quello di partito. Per cui Bettino inorridiva all’idea di fare inchini a qualcuno, fosse pure Montanelli. Al quale invece gli inchini piacevano, eccome: anche quelli indiretti, di seconda mano, riferitigli ad arte per sedurlo. Fu proprio Montanelli a raccontarmi una volta, per spiegare l’improvvisa decisione di dare un po’ di credito politico a Ciriaco De Mita dopo averne duramente contrastato l’elezione a segretario della Dc, di avere saputo dal comune amico Fabiano Fabiani quanto la signora De Mita fosse lettrice dei suoi libri, tutti conservati ed esposti nella libreria di casa. “E poi –mi aggiunse Montanelli, come per farsi perdonare questa debolezza- non dimentichiamoci, caro Franceschino, che i nostri lettori votano più per la Dc che per il Psi”.

nella foto Francesco Damato

nella foto Francesco Damato

“Craxi non aveva solo il torto di non andare a riverire Montanelli nel suo ufficio o di invitarlo a pranzo o a cena in qualche ristorante, ma osava profittare di qualche occasionale incontro con lui nell’aeroporto di Linate per contestargli qualcosa che non gli era appena piaciuto di leggere sul Giornale. Una volta Montanelli me ne riferì furente, appena arrivato nella redazione romana, sino ad affidarmi un messaggio che mi mise, lo confesso, in imbarazzo perché il mio rapporto con Bettino non era in fondo molto diverso dal suo, anche se noi due avevamo più occasioni professionali di vederci e parlarci. Il messaggio era di “togliersi dalla testa” che per avere la comprensione del Giornale fosse sufficiente “contare” su di me o su Bettiza, che da liberale era diventato nel frattempo europarlamentare socialista, autore con Ugo Intini di un celebre e significativo saggio “Lib-Lab”, o su Berlusconi. Capii allora che la nostra storia, cominciata nel 1974, con la fondazione del Giornale, non sarebbe durata ancora a lungo”

“Fu in questa situazione, diciamo così, umorale – racconta Francesco Damato che scoppiò nel mese di marzo del 1983 un incidente. Nel bel mezzo di una polemica esplosa sulla composizione di una nuova giunta esecutiva dell’Eni Montanelli, che era già intervenuto criticando l’antica pratica della lottizzazione, mi chiese di intervenire anch’io con un editoriale. Nel quale condivisi le critiche alla lottizzazione ma posi anche una domanda, diciamo così, indiscreta. Chiesi cioè se fosse solo casuale il no della Dc di De Mita e dell’opposizione comunista soltanto alla persone indicate da Craxi, e non servisse invece a contrastare ad ogni costo il segretario del Psi per la sua linea politica, insieme anticomunista e competitiva con lo scudo crociato.

Ricevuto l’editoriale, Montanelli mi chiamò da Milano per dirmi di non poterlo pubblicare perché poteva apparire in contrasto col suo precedente intervento. Io ribadii la mia posizione motivandogliela con altri episodi di doppio peso e misura da parte di De Mita su cui lui mi diede ragione. Aggiungendomi però che ormai aveva deciso “con i mei” di non pubblicare l’articolo. Decisione legittima – gli replicai – dalla quale tuttavia doveva attendersi le mie dimissioni, seguite immediatamente con tanto di lettera, perché sorpreso di non essere più considerato dei suoi.

Indro Montanelli con Bettiza, Granzotto e Spinosa

 da sinistra Bettiza con Montanelli , Granzotto e Spinosa 

Consapevole di essere stato quanto meno infelice in quel passaggio, Montanelli mandò a Roma Bettiza per convincermi a recedere. Letto però l’articolo, che nessuno prima gli aveva mostrato pur essendo lui condirettore, Bettiza trasecolò per la posizione assunta da    senza neppure consultarlo. E alle mie dimissioni fece seguire le sue. Ditemi voi se questo significa essere stati licenziati o messi alla porta. Non perché sia disonorevole un licenziamento, ma contesto quello attribuito a carico mio e di Bettiza solo per l’onestà dovuta ai fatti: plurale del Fatto che Travaglio dirige con tanta disinvoltura e sicurezza di essere l’unico depositario della verità”.

La stessa cosa, d’altronde, era accaduto anni prima nel Giornale con Eni, dimessosi pure lui per dissenso politico da Montanelli e rimasto irremovibile nella sua decisione di fronte a tutti i tentativi di farlo recedere. Allora la rottura si era consumata non su Craxi ma su Enrico Berlinguer, col quale Piazzesi condivideva l’opinione di Ugo La Malfa, e di Aldo Moro, che fosse necessario un passaggio di collaborazione quanto meno parlamentare per la paralisi politica prodotta, in un quadro aggravato per la crisi economica e per il terrorismo, dall’interruzione dell’alleanza di governo fra la Dc e il Psi: il famoso, primo centrosinistra”




Io, giornalista grillino, vi racconto cosa succede nel Movimento di Grillo e Casaleggio

Schermata 2016-05-19 alle 10.06.04di Mauro Suttora

Da Serenetta a Serenella. La parabola del Grillo politico è riassumibile fra Serenetta Monti, candidata sindaca a Roma nel 2008, e Serenella Fucksia, espulsa dal Movimento 5 stelle (M5s) all’alba del 2016. Due donne “con le palle“, per usare il bellicoso linguaggio grillino. La prima scappata un anno dopo il debutto romano (3%, quattro consiglieri municipali eletti, tre che cambiano partito dopo pochi mesi, un disastro che nessuno ama ricordare), la seconda fatta fuori con l’agghiacciante ordalia che finora ha epurato online un quarto dei 162 parlamentari eletti nel 2013. Neanche Stalin purgava i compagni a questo ritmo. In mezzo, l’incredibile storia di un partito che raggiunge il 25% al suo primo voto nazionale. Caso unico al mondo: Berlusconi nel 1994 si fermò al 21, ed ereditava gli apparati Dc e Psi.

Ma, soprattutto, un fenomeno sociologico mai capitato: 162 persone digiune di politica catapultate in Parlamento da un giorno all’altro, a formare il secondo partito nazionale. È anche la prima vera forza politica popolare nella storia d’Italia. Il Pci, infatti, nonostante volesse rappresentare la classe operaia, aveva dirigenti borghesi. I grillini invece, come reddito e cultura, sono l’odierno lumpen-proletariato dei disoccupati e precari. Nozioni da Facebook, ignoranza pari all’arroganza, prevalenza del perito informatico (il diploma del loro capo, Gianroberto Casaleggio). Non hanno letto Fruttero & Lucentini, quindi a dirglielo non si offendono.

Faccio vita da grillino da nove anni. Mi sono iscritto nel settembre 2007 dopo il Vaffa-day, un giorno prima di Paola Taverna. Partecipavo ai primi meetup di Roma: riunioni al quartiere africano in una sala affittata dal dentista Dario Tamburrano (oggi eurodeputato), poi al cinodromo, o sull’Ostiense. Serenetta sconfisse Roberta Lombardi alle primarie.

Il 25 aprile 2008 raccogliemmo un’enorme quantità di firme davanti alla basilica di San Paolo per i referendum contro l’Ordine dei Giornalisti. Poi buttate, perché il figlio di Casaleggio sbagliò le date della raccolta. C’era grande entusiasmo, sull’onda del libro La casta di Stella e Rizzo. Ma alle regionali del 2010, disastro: solo quattro eletti in Piemonte ed Emilia. Tutti poi espulsi tranne uno. Trasferito a Milano, frequento anche qui il meetup. Lo stesso clima da caserma-convento-asilo-circo. “Suttora, non seminare zizzagna“, mi intimano sul gruppo Facebook se esprimo una critica. Nel 2013 Paola Bernetti, la più votata alle primarie per il Senato, viene fatta fuori con un trucco. I monzesi con una cordata eleggono tre senatori, Milano neanche uno.

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Stessi grovigli due mesi fa, alle primarie per il sindaco: solo 300 votanti, 74 voti alla vincitrice. I risultati vengono secretati, gli altri sette candidati non sanno le loro preferenze. Dal movimento della trasparenza al partito dell’omertà. Addio streaming, forum pubblici, dibattiti online. Dopo la valanga delle espulsioni regna la paura, si comunica solo su chat Whatsapp segrete. Sette attivisti milanesi osano pubblicare un giornalino a loro spese: cacciati con lettera dell’avvocato di Casaleggio.

Il clima di paranoia avvolge anche i parlamentari. Appena uno azzarda qualche pensiero non conformista, è bollato come dissidente. Intanto, il fervore altruista scema. I parlamentari, che prendono 15mila euro mensili, due anni fa ne restituivano in media 5-6mila. Oggi la cifra si è dimezzata: tremila. Se va bene. Molti si limitano a 1.400-1.800: Morra, Lombardi, Giarrusso, Nuti, Fico, Sibilia. I rendiconti sono una farsa: solo autodichiarazioni, niente ricevute, nessun controllo.

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La cuccagna è all’Europarlamento. Ben 12 eurodeputati M5s su 17 neanche rendicontano. Possono incassare fino a 40mila euro mensili (21mila solo per i portaborse), ma tutti tranne una restituiscono appena mille euro al mese. Il siciliano Ignazio Corrao (ex portaborse in regione Sicilia) aveva assunto 11 portaborse. L’ho pizzicato con un articolo su Oggi, lui mi ha insultato, ora li ha ridotti a sette. Come un’eurodeputata abruzzese: due li tiene a Bruxelles, gli altri cinque stanno nel suo collegio elettorale.

Che differenza c’è con i vecchi politici del passato? Nessuna, tranne che i grillini si vantano di non avere funzionari di partito. Invece ne hanno centinaia, stipendiati dai 1.600 eletti.

Insomma, il movimento ora è Collocamento 5 stelle, scherzano i tanti ex. I nomi dei portaborse parlamentari sono convenientemente segreti, per non scoprire altri parenti e conviventi dopo quelli già scoperti (Lezzi, Moronese). Casaleggio e suo figlio comandano a bacchetta. I parlamentari sono sorvegliati da un simpatico reduce del Grande Fratello, Rocco Casalino: decide lui chi mandare in tv. Fra gli altri addetti stampa spicca un ex camionista di Bologna. Dove sono state abolite le primarie: alle comunali di giugno lista bloccata, tutti nominati dall’alto come nel listino berlusconiano di Nicole Minetti. A Trieste un eurodeputato ha candidato sindaca la moglie: metà dei grillini locali in rivolta.

Schermata 2016-05-19 alle 10.04.52La sceneggiata napoletana di Quarto aumenterà la disciplina interna. Per paura di altri “infiltrati” della camorra, i candidati saranno nominati d’autorità. Così, quello che era nato come un movimento liberatorio si è trasformato nel suo esatto contrario. Hare Krishna, Scientology? Ma no, meglio Testimoni di Genova. Lì Grillo ha una delle sue tre ville. E il suo commercialista personale (nonché segretario del M5s) è stato nominato in una società regionale. Quelle che i grillini volevano abolire.




Craxi, i giorni dell’abbandono quando spediva messaggi nella bottiglia

di Paola Sacchi

Forse solo un indovino avrebbe potuto prevederlo con certezza già nel 1997. Bisognava essere Bettino Craxi per scrivere in appunti, come messaggi spediti in una bottiglia nel mare da Hammamet all’Italia, che Gianfranco Fini avrebbe prima o poi tradito Silvio Berlusconi. Il quale sarebbe stato oggetto di «persecuzione giudiziaria».

Bisognava essere il leader che per un decennio dominò e modernizzò l’Italia con un carisma inversamente proporzionale ai voti del suo partito, che toccò quota massima del 14 per cento, per prevedere già da allora che ci sarebbe venuto a governare un consulente di qualche banca americana, parole dietro le quali già si stagliava l’identikit di Mario Monti. Ma la bottiglia con quei messaggi non arrivava in Italia, si arenava quasi sempre nel Mediterraneo. E se arrivava, quegli appunti finivano regolarmente cestinati nelle redazioni dei giornali.

Craxi era il diavolo, l’appestato, il male assoluto. Avvicinarsi a lui significava toccare i fili della luce della «falsa rivoluzione» di Mani pulite. Ora, quei messaggi affidati a un bottiglia sono approdati davvero in Italia, per volontà di Stefania Craxi, figlia di «Bettino» e presidente della Fondazione dedicata alla memoria del padre. «Io parlo e continuerò a parlare» (Mondadori), curato dallo storico Andrea Spiri, ci restituisce per intero tutti gli appunti, in parte inediti, dell’esilio tunisino. Craxi li scrisse tutti a mano, con «la biro, come Pietro Nenni», come lui stesso disse alla sottoscritta che per tre estati di seguito andò a trovarlo per un’intervista sulla mancata unità tra Psi e Pci.

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(ascolta) IL BOOKTRAILER di “Io parlo e continuerò a parlare

Mi parlò a lungo sulla terrazza della Sheraton ma a patto che non scrivessi, perché solo lui avrebbe stabilito i tempi per farla uscire. L’intervista, autorizzata da sua figlia Stefania, è uscita su Panorama.it l’anno scorso (leggila qui ) in occasione del tredicesimo anniversario della sua morte avvenuta il 19 gennaio 2000. Ma, rispettando il patto di non scrivere, ebbi da Craxi il privilegio di poter avvicinare «il diavolo». Ho assistito in presa diretta a una parte dei giorni in cui sono maturati quegli appunti. Era domenica 24 agosto 1997. Terrazza dello Sheraton (detto Sheratòn, con francesismo tunisino), che non sembrava uno Sheraton (elegante, ma sobrio, e niente rubinetti d’oro, semmai perdevano acqua con fastidioso ticchettio notturno e regolare ma quasi mai risolutivo intervento di gentili idraulici tunisini).

Capii che Craxi era ancora Craxi quando si presentò. Lo charme dello statista, non bello ma affascinante, una sorta di Al Pacino della politica italiana, si confermò tutto nel rispettoso e affettuoso saluto con il quale accolse, con posa istituzionale, «Monsieur le president» la bella e giovane manager francese della catena Sheraton. Craxi ordinava ogni volta «citronelle» (acqua e limone), la offriva alla sottoscritta. E si intignava per pagare, mentre lo Sheraton voleva offrire. L’aveva sempre vinta lui.

Ogni volta salutava tra i primi il pianista libanese che suonava «Mambo number five», di Lou Bega. E baciava la mano ai reietti della storia, come una signora siciliana, di ceto proletario, diventava tale dopo un’operazione a Casablanca, ma schifata sulla spiaggia dai radical o nazional-chic di casa nostra. «Bettino» lo sapeva e lo faceva apposta ogni volta. E dopo essere stata omaggiata da lui, alla povera neo-signora almeno per qualche giorno veniva assicurato il saluto. Questo era Craxi negli anni dell’esilio.

Con lui gli italiani in vacanza in Tunisia erano doppi. Sulla terrazza dello Sheraton lo omaggiavano e chiedevano autografi e chiedevano come andava la sua salute. Poi però qualcuno di loro il giorno dopo riprendeva a uniformarsi alla nomèa del diavolo. Ma una buona parte di quei turisti si interrogava e non capiva davvero perché quell’uomo, che incuteva rispetto, trasmetteva autorevolezza, carisma e charme, anche con le scarpe da ginnastica tagliate ai lati per via dell’amputazione di una parte delle dita dei piedi, a causa del diabete, fosse stato ridotto a passare i suoi giorni così. Ma «Monsieur le President» non amava compiangersi. Andava dritto al punto.

Prima domanda alla cronista: «Come vanno le cose in Italia?». Non faccio in tempo a rispondere che me lo dice lui: «Bravo, eh, Giuliano Ferrara, uno dei pochi che mi telefona sempre, a presentarsi nel Mugello contro Antonio Di Pietro…Bravo e coraggioso. Purtroppo non vincerà. Di Pietro? Ma quello è un ometto. Lui è il killer per conto di altri (la Cia era tra i sospetti maggiori di Craxi ndr). Romano Prodi? Obbedisce a poteri forti internazionali, che porteranno l’Italia in miseria, perché l’Italia deve diventare un paese terziarizzato, che non conta più nulla…».

Quanto al sistema di finanziamento illecito ai partiti, alla fatidica domanda della cronista sui destinatari delle tangenti del Psi, Craxi non negò la risposta dopo alcuni attimi di suspence: «Ho finanziato Yasser Arafat, i dissidenti sovietici…la bella vita l’hanno fatta altri nel Psi, non io, lo vedi con i tuoi occhi la vita che Anna ed io conduciamo qui….».  Indossava sempre la sahariana dell’esiliato, il massimo del lusso era una bella maglia rosa corallo di cotone con la quale si presentò un giorno allo Sheraton. I turisti italiani: «Presidente, come è elegante oggi!». E lui: «Grazie, sto anche bene, sono dimagrito. Ho smesso di fumare, per una volta ho dato retta al medico e la “santè” va molto meglio». Autografi a non finire. Magari sono gli stessi italiani che ogni giorno ancora oggi  omaggiano la tomba del «latitante» che «latitante» non era.

Come scrive Nicolò Amato, ex direttore del Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ex magistrato di grido, avvocato di Craxi,  nel libro «Bettino Craxi, dunque colpevole», lui lasciò l’Italia il 5 maggio del 1994 con regolare passaporto. Ma il 12 maggio la Procura di Milano gli vietò di lasciare l’Italia, mentre anche i bambini sapevano dove fosse: casa sua, Hammamet, Tunisia. Dice Amato (Nicolò): i magistrati devono applicare le leggi, non scriverne di nuove. Ma, in questo modo, sottolinea l’ex direttore del Dap, scrissero di fatto la legge dell’ordine di rimpatrio che nella nostra legislatura non esiste. C’era, invece, una volta Bettino Craxi. Che continua a parlare.

* tratto dal sito www.panorama.it