La censura e noi

di MATTIA FELTRI

In capo a due giorni bizzarri, nel corso dei quali HuffPost e io ci siamo imbattuti in una quantità di giudici instancabili, spesso sommamente severi, la maggior parte sprovvisti dei titoli e delle conoscenze necessarie – della professione e del caso – per emettere giudizio, penso sia mio dovere tornare, per l’ultima volta, sulla questione dell’onorevole Boldrini. Lo faccio perché mi dispiace che sulla redazione di HuffPost – una redazione meravigliosa, di ragazzi che lavorano seriamente dalla mattina alla sera, che non si lamentano mai, che sono un esempio di dedizione e di correttezza – si sia riversato tanto malanimo ingiustificato (ma anche tanta solidarietà). E lo faccio perché ero convinto che la mia succinta risposta all’onorevole Boldrini dell’altro giorno fosse sufficiente per respingere attacchi e accuse surreali. Evidentemente non era così. 

Non nego, non ho mai negato, che questa volta intervengono questioni personali, del rapporto fra mio padre e me. Mi sono dato una regola: non parlo in pubblico di mio padre, da vent’anni, direi, perché qualsiasi cosa dica – nel bene e nel male – sarebbe usata contro di me. Qualche volta vorrei difenderlo, qualche volta vorrei criticarlo, ma come si vede in queste ore non c’è serenità d’animo per accogliere le mie parole per quelle che sono: il mio pensiero. Non ne parlo e non voglio che se ne parli sul giornale che dirigo. Quando mi è stato segnalato il riferimento dell’onorevole Boldrini nel suo post, ho deciso di chiamarla e di chiederle la cortesia di ometterlo. Era la prima volta che parlavo con lei in vita mia. Pensavo fosse una telefonata con una persona corretta e ragionevole. Ho sbagliato. Sbaglio molto spesso.

Poi torno a quella telefonata, ma prima tocca precisare che, più in generale, su HuffPost non ingaggiamo duelli con altri giornali. Se ci capita, è per ragioni eccezionali, ben meditate e condivise da redazione e direzione. Da che alla direzione ci sono io, non è ancora successo. Di sicuro non deleghiamo la pratica a un blogger, cioè a un ospite: se nel blog di Laura Boldrini il bersaglio fosse stato Luciano Fontana o Maurizio Belpietro, avrei fatto una telefonata molto simile. 

Ma c’è un ulteriore particolare che forse Laura Boldrini ha dimenticato o trascurato, ed è la policy a cui tutti i nostri blogger sono sottoposti. Sulla policy c’è scritto che la redazione e la direzione si riservano di non pubblicare i blog senza dare spiegazione e senza nemmeno avvertire (un paio di settimane fa ho sospeso il blog di Carlo Rienzi del Codacons per una ragione che dettaglierei così: non mi piace). Non ci siamo inventati nulla.

Vale sempre e vale ovunque: in trentadue anni che faccio questo mestiere ho visto quotidianamente e più volte al giorno direttori buttare via articoli per mille motivi, di opportunità, di linea politica, di convenienza, di gusto, talvolta le scelte sono illustrate, altre liquidate alzando un sopracciglio, ed è la normalità eterna della stampa. Se nella policy le regole sono esplicitate, è proprio perché chi non pratica i giornali magari non le conosce, e crede di usare una testata come il suo profilo Facebook. Dentro queste regole, i blog di Huff hanno prosperato e costituiscono una comunità ricca, plurale e libera. Ma non licenziosa. 

Dunque avrei potuto cestinare il blog e lasciare l’onorevole ai suoi fantasmi, nella piena legittimità di direttore. Ma mi sembrava sgarbato. Avrei potuto chiamare l’onorevole Boldrini e restare sul vago, ma mi sembrava disonesto. Invece sono uno stupido, e le ho detto le cose come stavano, nella fiducia di trovarmi a confronto con una persona con cui intrecciare un ragionamento. Lei ha rifiutato e, sul sottofondo delle sue proteste, pensavo che mi ero intrappolato con le mie mani, e all’impossibilità di uscirne: se avessi pubblicato, si sarebbe detto ecco anche il figlio scarica il padre eccetera; se non avessi pubblicato si sarebbe detto censura, e infatti l’hanno detto, senza conoscere il significato di censura; alcuni mi hanno persino spiegato che di mio pugno avrei dovuto aggiungere in coda al suo pezzo due righe di dissenso, ma temo sarebbe stata un’innovazione un po’ brusca e vagamente comica nella plurisecolare storia del giornalismo; in ogni caso lasciar correre sarebbe stato un tradimento verso gli altri blogger.

Mentre riflettevo su queste cose, l’onorevole Boldrini mi ha avvertito che, se non avessi pubblicato il blog, avrebbe reso pubblica la nostra telefonata. Ricordo di essere stato zitto un secondo, di avere valutato la violenza della minaccia, poi ho preso la decisione che continuo a considerare la più dignitosa: allora non pubblico, ho risposto. Ed è finita lì. È cominciata lì. Sulle accuse di sessismo e altre fantasie non mi voglio pronunciare: sono il napalm dei nostri tempi.

Carlo Verna, presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti

Mi rimane qualcosa da dire su Carlo Verna, il presidente dell’Ordine dei giornalisti. Due giorni fa, dopo aver letto la denuncia dell’onorevole Boldrini, ha rilasciato una dichiarazione all’Ansa parlando di censura inspiegabile. Inspiegabile perché non ho potuto spiegarla: non mi ha nemmeno telefonato. Cioè, il presidente del mio Ordine, sulla base di uno scritto su Facebook a firma di un’ex presidente della Camera, condanna pubblicamente un suo iscritto senza curarsi di sentirne le ragioni. Che, ripeto, sono ovvie ed eterne, ma se ne può sempre riparlare. Però io aspetto una sua chiamata da due giorni e non arriva. Possiamo parlare anche della censura.

La censura è la pratica di controllo del potere sulla stampa, per esempio di un’ex presidente della Camera che si arroga il diritto di prevalere su un direttore e decidere che cosa va pubblicato e che cosa no. Mi rendo conto che le parole ormai assumono i significati più arbitrari, in questo caso capovolti, ma vorrei chiedere a Verna come intenda ridefinire il ruolo del direttore, quali sono i confini del suo potere, della sua responsabilità, in che modo le sue scelte, fin qui considerate insindacabili, non diventino censura. E più precisamente se Verna immagini un giornalismo in cui il collaboratore, o pure il blogger, abbiano facoltà di imporre al direttore i loro articoli. 

Comunque, siccome Verna mi ha rivolto un’accusa così violenta, immagino che ora si aprirà un’istruttoria su di me. È un bel problema. Con che serenità posso accettare un giudizio se il presidente ha già pronunciato la condanna? Oppure, molto più probabilmente, non si aprirà nessuna istruttoria, e le parole di Verna resteranno lì, nel nulla che valgono. In ogni caso continuo ad aspettare una sua telefonata, di scuse naturalmente, che sarò lieto di accogliere.

*editoriale tratto dall’ HuffPost




Di Maio deve essere cacciato dall’ Ordine dei Giornalisti. L’unico vero “sciacallo“ è lui !

di Antonello de Gennaro

Leggere le dichiarazioni di un ministro, come il vicepremier Di Maio che coglie l’occasione per sferrare un attacco violento alla stampa: “Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi” non può lasciarci silenti ed indifferenti, sopratutto quando per puro caso…quel politico è iscritto all’ Ordine dei Giornalisti della Campania, come risulta nel suo curriculum  come “giornalista pubblicista”  grazie alla sua collaborazione con un settimanale locale, Paese Futuro, che ha sede a Pomigliano d’Arco, dove il numero due di Palazzo Chigi vive con la sua famiglia.

Secondo quanto pubblicava il 9 febbraio 2017 il quotidiano IL GIORNALE , Luigi Di Maio figurerebbe nell’elenco dei morosi: sarebbero almeno due le annualità che l’ex vicepresidente della Camera dei deputati che a quella data non avrebbe ancora saldato. Sulla presunta inadempienza, Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, non si sbottonava : “Si tratta di dati sensibili”. Gli stessi “dati sensibili” (poco…)  che invece l’ Ordine dei Giornalisti del Lazio ha rivelato sul sottoscritto ai soliti “amichetti” del sindacato, salvandosi in tribunale da una folle provvedimento di un Gip poco amato e stimato a Milano, “spedito” a Roma, dove evidentemente vuole far parlare di se.

Probabilmente nell’ Ordine dei Giornalisti qualcuno ha paura di Di Maio e del M5S se si permette ad un iscritto all’ Ordine di affermare impunemente ” la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi“.

dall’ edizione online del quotidiano LA REPUBBLICA

Il delirio del vicepremier non si è limitato ai soli giornalisti  mettendo sotto accusa l’intero sistema dei media in Italia: “La vera piaga di questo Paese è la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente. Gli stessi che ci stanno facendo la guerra al Governo provando a farlo cadere con un metodo ben preciso: esaltare la Lega e massacrare il Movimento sempre e comunque. Presto faremo una legge sugli editori puri, per ora buon Malox a tutti!“.

dall’ edizione online del quotidiano LASTAMPA

A dare manforte a Gigino da Pomigliano d’ Arco, come lo chiama il Governatore campano De Luca, è arrivato Alessandro Di Battista su Facebook che ha definito la categoria: Giornalisti pennivendoli-puttane“. affermando dopo l’assoluzione della sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà. Ma i colpevoli ci sono e vanno temuti. I colpevoli sono quei pennivendoli che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita. Sono pennivendoli, soltanto pennivendoli, i giornalisti sono altra cosa“.  Ma chi è questo Di Battista per giudicare chi è giornalista e chi no ? Se lo fa spiegare forse da Casalino…?

Le liste di proscrizione dei giornalisti del M5S

Ma i “grillini” non sono nuovi a queste uscite. Infatti tempo fa, quando era ancora in carica il presidente nazionale dell’Ordine Enzo Iacopino il quale sarebbe andato negli uffici della Camera dei deputati, per farsi consegnare dal pubblicista Di Maio l’elenco dei giornalisti che il M5S voleva  mettere al bando. Una visita cui fece seguito il silenzio totale dell’Ordine dei Giornalisti sulla vicenda, fino a quando lo stesso Di Maio non ha diffuso su Facebook i nomi dei giornalisti inseriti nella lista di proscrizione.

dal quotidiano online Huffington Post

“Faccio presente che la lista dei nomi dei giornalisti che secondo noi hanno danneggiato il Movimento Cinque Stelle mi era stata chiesta dal presidente dell’Ordine dei giornalisti attraverso un comunicato apposito” disse  Di Maio. Iacopino  gli aveva replicato: “Confermo, ho chiesto all’onorevole Luigi Di Maio di indicare specifiche responsabilità astenendosi da generalizzazioni che di fatto criminalizzano l’intera categoria giornalistica. Il problema non è la segnalazione all’Ordine di quanti il Movimento ritenga responsabili di un comportamento scorretto. Il problema deriva dalla diffusione dei nomi degli stessi che può, indirettamente, provocare azioni e reazioni che mi piace pensare siano estranee alla cultura del presidente Di Maio ma che i colleghi in troppe occasioni hanno potuto conoscere e hanno sofferto sulla loro pelle“.

Il segretario del Sindacato unitario ( o meglio…unico) dei giornalisti della Campania, Claudio Silvestri, presentò  un esposto al Consiglio di Disciplina dell’Ordine regionale dei giornalisti della  Campania su quanto dichiarato dal  giornalista pubblicista  Luigi Di Maio . Intento dell’esposto era quello di verificare “se con il suo comportamento l’onorevole Di Maio abbia compromesso la dignità, il decoro e la credibilità della professione, considerato che le sue parole sono in chiaro contrasto con il dovere di tutti i giornalisti, sancito dalla legge professionale, di promuovere la fiducia fra la stampa e i lettori“.

Silvestri evidenziava sulla vicenda che “la durezza, la veemenza e i toni con i quali l’onorevole Di Maio si è scagliato contro numerosi colleghi, arrivando a redigere una lista di giornalisti “sgraditi” che ricorda le liste di proscrizione, rappresentano non soltanto un tentativo di esporre alla pubblica gogna i giornalisti che si stanno occupando del “caso” Roma, ma anche un modo per compromettere la credibilità di un’intera categoria agli occhi dell’opinione pubblica“. Con un comunicato il Sindacato dei giornalisti della Campania annunciava che avrebbe verificato se vi fossero gli estremi per ricorrere anche in altre sedi. Come al solito solo tante parole inutili….

L’ Ordine della Campania dopo l’annuncio di una lista di proscrizione, si era attivato e ha convocato in audizione il “giornalista pubblicista” Di Maio per il quale stava valutando l’ipotesi di un deferimento al Consiglio di disciplina. “Le liste di proscrizioni sono inaccettabili“, spiega il presidente campano Lucarelli. che aggiunse “Quelle del nostro iscritto Di Maio sono parole inopportune perché rappresentano una pericolosa invasione del potere politico nella libertà di informazione ma soprattutto perché arrivano da un rappresentante della nostra categoria“. Ma guarda caso non venne preso alcun provvedimento !

Legittimo chiedersi a questo punto cosa aspettano l’ Ordine dei Giornalisti della Campania ed  il Consiglio Nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti ad aprire una volta per tutte  un procedimento contro Di Maio e cacciarlo dall’ Ordine dei Giornalisti  (se esiste ancora…) ? Di cosa hanno paura i nostri colleghi eletti all’ Ordine, per rappresentare e tutelare la nostra professione ?

Leggo delle dichiarazioni rilasciate da Carlo Verna, presidente dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti, all’ Agenzia Italia,  a proposito di quanto detto da Luigi Di Maio dopo la sentenza Raggi, nei confronti di giornalisti (“infimi sciacalli“) e rimango allibito: “Mentre da cittadino mi chiedo se sia questo il modo di esercitare un alto mandato, da presidente dei Giornalisti gli chiedo di valutare seriamente la possibilità di lasciare spontaneamente la nostra comunità, nella quale ha diritto di stare, ma in cui chi si comporta così non è assolutamente gradito” . Che ha aggiunto  “I giudizi del ministro  si commentano da soli come è stato già stigmatizzato dai colleghi della Fnsi. Sono espressi nell’esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Campania cui è iscritto” , aggiunge Verna, per il quale evidentemente un parlamentare è legittimato dal chiamare “sciacallo“, “infame“, “puttana” un giornalista , chiunque esso sia ! Ecco perchè ancora una volta mi vergogno di avere lo stesso tesserino di certi colleghi.

Una volta tanto devo riconoscere di trovarmi assolutamente d’accordo con la FNSI. che ha così commentato “molti di quei cronisti oggi insultati hanno denunciato in anticipo Mafia Capitale e non hanno risparmiato nulla neppure al precedente sindaco, Ignazio Marino. Ieri andavano bene e oggi no?”  “Di Maio e chi, come lui fra i 5 Stelle, sogna un’informazione al guinzaglio – proseguono i vertici della Fnsideve farsene una ragione: non saranno le minacce e neppure gli insulti a impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro. Le sue frasi sono la spia del malessere di chi vede vacillare un consenso elettorale costruito su annunci e promesse irrealizzabili“.

Quanto agli ‘infami’ e agli ‘sciacalli’, concludono  Giulietti e Lorusso  della Federazione Nazionale della Stampa Italiana,  “è sicuro, il vicepremier, di non parlare anche di se stesso, considerato che il suo nome continua a figurare fra quelli degli iscritti all’Ordine dei giornalisti?“.

Assistendo ad un desolante ed imbarazzante comportamento del mio Ordine professionale  ho deciso quindi di presentare una querela nei confronti di Di Maio e Di Battista per “diffamazione” e contemporaneamente ho deciso che questo giornale non pubblicherà mai più una sola parola sul M5S, dando la dovuta attenzione alle inchieste della magistratura su tutti i misfatti di questi “arroganti” incompetenti allo sbaraglio. A partire dall’inchiesta sullo stadio della Roma….

Sono molto curioso di vedere quanti e quali colleghi, “puttane”, “avvoltoi”, “sciacalli” continueranno a dare attenzione a questa parte della politica che definire “feccia” è sin troppo generoso ed elegante.

Poi però per cortesia, cari colleghi (veri) non lamentatevi…




Stampa, informazione, rispetto delle leggi: due pesi e due misure?

di Antonello de Gennaro

Salvo Palazzolo

leggo le proteste dell’ Ordine dei Giornalisti di cui faccio parte, affiancato dal sindacato a cui non sono iscritto non avendone bisogno e mai mi iscriverò, che esprimono solidarietà al collega Salvo Palazzolo della redazione di Palermo del quotidiano LA REPUBBLICA . Secondo il sindacato “le fughe di notizie e le presunte violazioni del segreto istruttorio non possono essere contestate ai cronisti, il cui dovere è quello di pubblicare tutto quello che ha rilevanza per l’opinione pubblica, non certo quello di nascondere le notizie” teoria su cui dissento completamente. E vi spiego il perchè.

Innanzitutto perchè nella Legge professionale che regolamenta la nostra professione, e nella legge sulla Stampa, non esiste alcuna norma che ci consenta e legittimi il supposto “diritto sindacale” di violare il segreto istruttorio. La Legge è (ed aggiungo io: deve essere) uguale per tutti. Quindi se esiste un’inchiesta coperta da segreto istruttorio, noi giornalisti abbiamo il dovere di rispettarlo. Altrimenti poi con che coraggio, con che faccia possiamo pretendere di avvalerci sul segreto professionale ? Con tali chiamate alle armi per difendere la categoria… perdiamo credibilità, diventiamo ridicoli e facilmente attaccabili dall’opinione pubblica.

Chi vi scrive, oltre dieci anni ha subito una perquisizione da parte delle forze dell’ordine. Non per aver violato il segreto istruttorio, ma per scoperchiato cosa accadeva nel mondo dello spettacolo e dell’informazione milanese, con il tacito assenso di Silvio Berlusconi. La notizia della perquisizione venne data addirittura nei titoli di apertura del TG1, TG2 e Tg3.  Sembrava che avessero scoperto la centrale informativa di Bin Laden ! Sono stato io infatti con dei miei colleghi (fra cui la buonanima di Aldo De Luca del quotidiano il Messaggero) all’epoca dei fatti a rivelare giornalisticamente sul sito Svanityfair.com cosa accadeva dietro le quinte. Un’ inchiesta da  cui è venuta fuori poi l’inchiesta “Vallettopoli” condotta dal pm Henry John Woodcock all’epoca dei fatti in servizio presso la procura di Potenza.

Una perquisizione effettuata dagli uomini del G.A.T. (Gruppo Alta Tecnologia) della Guardia di Finanza di Milano, sollecitata, o meglio imposta da un potente ministro della repubblica del Governo Berlusconi ora caduto in disgrazia , su sollecitazione di una giornalista pugliese, di origine brindisina che nonostante fosse sposata con un giornalista del Gruppo Mediaset, era la sua amante. ed infatti di lì poco venne lasciata dal marito. Subito dopo l’ufficiale che comandava il gruppo dei finanzieri a Milano, e gli operanti delle Fiamme Gialle impegnati nella mia perquisizione domiciliare vennero tutti assunti nella”security” informatica di una grande azienda “pubblica” quadruplicando i propri stipendi.

Dopo qualche anno (bisogna aver pazienza e fede…) la giornalista traditrice in questione è stata licenziata da un importante gruppo editoriale milanese per cui lavorava ed accompagnata alla porta dalla televisione su cui conduceva un programma patetico. Il ministro è letteralmente scomparso dalla politica ed il suo ufficiale di collegamento con la Guardia di Finanza (che era stato premiato con l’elezione “blindata” a deputato) che aveva di fatto ordinato la mia perquisizione, venne arrestato ed è sparito anch’egli dalla politica.

Ma nella mia vicenda personale nè l’ Ordine dei Giornalisti nè tantomeno il sindacato dissero una sola parola. Tutti muti ed allineati. Nel caso del collega Palazzolo a cui la procura di Catania contesta di aver ‘rivelato notizie’ nell’articolo con cui a marzo diede atto della chiusura dell’inchiesta sul depistaggio del pentito Vincenzo Scarantino nell’ambito delle indagini sulla strage Borsellino, si schierano Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Associazione Siciliana della Stampa. La mia solidarietà umana va a Palazzolo esclusivamente per il trauma psicologico che si vive a seguito di una perquisizione, con la quale la propria vita viene scandagliata da cima a fondo e data in pasto a sin troppe persone. Ma Palazzolo si è preso un rischio, ben consapevole di prenderlo, violando la Legge.

“È in corso in tutta Italia – commenta il sindacato – un attacco durissimo contro la libertà di informazione e contro i cronisti liberi che con il loro lavoro garantiscono ai cittadini il diritto ad essere informati. La perquisizione e il sequestro del telefono, oltre che l’accesso ai dati contenuti nel computer, rappresentano una grave violazione del diritto alla tutela delle fonti e del segreto professionale. Le fughe di notizie e le presunte violazioni del segreto istruttorio non possono essere contestate ai giornalisti, il cui dovere è quello di pubblicare tutto quello che ha rilevanza per l’opinione pubblica, non certo quello di nascondere le notizie“. Teoremi questi che non mi trovano d’accordo.  Non esiste una legge infatti , lo ribadisco, che consenta ad un giornalista di violare il segreto istruttorio. Almeno sino a prova contraria.

Il presidente nazionale dell’ Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna (con il quale il sottoscritto ha avuto recentemente un duro scontro dialettico in pubblico presso l’auditorium RAI in occasione di una giornata di aggiornamento professionale) ha dichiarato ieri all’ ANSA quanto segue: “Definire inaccettabile l’ennesima perquisizione a danno di un cronista, nel caso specifico Salvo Palazzolo di Repubblica è il minimo che si possa fare, ma non basta, così come non è sufficiente condividere parola per parola il comunicato della Fnsi e dell’Associazione siciliana della stampa” aggiungendo “Per verificare tutte le iniziative possibili  sarò a Palermo per incontrare Palazzolo il prossimo 25 settembre. Sarà anche l’occasione per parlare ai colleghi della non rinviabile riforma dell’Ordine e dei possibili provvedimenti legislativi a tutela del segreto professionale”. Cosa dire quando un incaricato di pubbliche funzioni, quale è Verna, critica l’operato della magistratura ? Preferisco stendere un velo di imbarazzo da giornalista, anche perchè non mi sento rappresentato da chi legittima un reato previsto dal Codice Penale.

Io invece sono e sarò sempre dalla parte della Legge e della giustizia e non potrò mai giustificare chi viola il segreto istruttorio mettendo a rischio il buon esito delle indagini e del conseguente processo. Si può fare dell’ottimo giornalismo con le proprie inchieste come hanno fatto molti giornalisti che poi finiscono sotto scorta, e contribuire alla giustizia facendo del sano ed ottimo giornalismo, come ad esempio ha fatto la collega ed amica Federica Angeli della redazione romana del quotidiano LA REPUBBLICA, lo stesso giornale di Palazzolo, senza bisogno di violare il segreto istruttorio, rispettando la Legge.

Chi vi scrive ha fatto qualcosa di buono, come ben noto a molti, del sano giornalismo investigativo in Puglia, con il risultato che dopo ben tre avvertimenti con ingenti danni alla mia autovettura, me l’hanno bruciata e poi spedito una busta con un proiettile. Ho subito avuto e continuo ad avere  la vicinanza dello Stato attraverso il prefetto di Taranto il dr. Cafagna e la tutela della mia persona attraverso i controlli e la presenza delle Forze dell’ Ordine, ho ricevuto solidarietà da Autorità, dalla politica, dalle istituzioni, ma non ho ricevuto una sola parola dall’ Ordine dei Giornalisti. E tantomeno dal sindacato.

La FNSI e l’ Assostampa di Puglia “proteggono” un mitomane loro iscritto di Taranto che mi sta perseguitando denunciando ripetutamente il falso, ed hanno sempre chiesto (inutilmente !)  la chiusura di questo quotidiano. Ma a processo per diffamazione al momento è finito soltanto Raffaele Lorusso il segretario nazionale della FNSI. Che troverà presto “compagnia”… seguìto a ruota in altro processo dal suo “pupillo” e da sua moglie. Perchè la Legge è e deve essere uguale per tutti.

Ecco perchè cari amici e lettori,  non stimo minimamente chi pensa di essere al di sopra della Legge soltanto per avere in tasca una tessera di giornalista, che probabilmente non meriterebbe neanche di avere. Nessun grande e bravo giornalista in Italia ha mai avuto bisogno di rivolgersi al sindacato, che purtroppo viene usato solo per fini personali e per fare carriera o ottonere lauti compensi ricoprendo cariche nei consigli di amministrazione dell’istituto di previdenza dei giornalisti, o nella cassa sanitaria. Questa è come dice Marco Travagliola stampa munnezza“.




Gratteri: “Abbiamo bisogno di fatti e verità, basta giornalisti innamorati dei pm »

ROMA – “Abbiamo bisogno che voi raccontiate il nostro lavoro. Ma non fate i piacioni, non “innamoratevi” di questo o quel pubblico ministero, perché vedo che spesso operazioni serie vengono più o meno boicottate e altre meno importanti vengono esaltate. I magistrati devono essere giudicati solo sulla base dei risultati che ottengono“. Da un magistrato del valore di Nicola Gratteri simbolo dell’antimafia non ci si poteva sicuramente aspettare un intervento banale né delle “sviolinate” per il giornalismo italiano . Gratteri ha inoltre detto e messo in evidenza che  “oggi è più difficile bloccare le notiziegrazie alle testate online, una volta bastava raggiungere due o tre canali informativi per nascondere fatti scomodi per il potere“.

Doveva essere un primo maggio “storico”, quello voluto dalla Fnsi, che ha scelto di organizzare la sua prima Festa del lavoro a Reggio Calabria, che è stata scombussolata da un intervento di dieci minuti, quelli del Procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri nei quali non ci sono stati “sconti” né riguardi particolari per la categoria dei giornalisti né per gli editori. Un Primo Maggio quello organizzato a Reggio Calabria dalla Federazione nazionale della stampa italiana che è andato sicuramente di traverso ai giornalisti presenti .  Che i giornalisti debbano fare da “cane da guardia del potere”, di tutti i poteri, inclusa la magistratura, era una “missione” che in questi anni molti giornalisti avevano abbandonato.

Gratteri ha fatto chiaramente capire che il giornalismo checopia e incolla le ordinanze dei magistrati e cha passa ore nelle di loro sale d’attesa non va  bene“.Sul rapporto tra il precariato e la “disponibilità” alla corruttela, però, il magistrato non ha convenuto con le analisi ascoltate sul palco di Reggio Calabria. “Non ci si fa corrompere per fame – ha detto –. Accade perché negli ultimi decenni abbiamo abbassato i nostri standard di morale e di etica. Siamo più corruttibili e permeabili anche perché, pur essendo meno ricchi, non abbiamo rinunciato al tenore di vita che avevamo 15 anni fa e, per mantenerlo, siamo disponibili a prendere mazzette. Non ci si fa corrompere per bisogno  ma per ingordigia”.

Il discorso del procuratore di Catanzaro si è allargato alle famiglie: “Siamo stati pessimi genitori; non sappiamo educare i nostri figli perché non gli insegniamo l’etica ma furbizia e scorciatoie. I nostri ragazzi entrano nel mondo del lavoro con la cultura del consumismo, è questo il problema, perché l’onestà e la disonestà non passano dall’avere o non avere soldi“. 
Gratteri parlando della lotta al precariato,  uno dei temi della giornata, non ha risparmiare una stoccata ad alcuni editori: “Spesso è gente ricca che viene intervistata dai media e parla di morale quando sa che nei propri giornali ci sono persone che vengono pagate 10 euro per un articolo. Ma come fanno a passare per educatori ?“. Un appello quello del procuratore Gratteri esteso, anche al sindacato dei giornalisti : “C’è bisogno di qualcuno che esca pubblicamente e ricordi loro queste cose. Cerchiamo di essere tutti più coraggiosi. Altrimenti tutti i “dobbiamo fare” e “dobbiamo protestare” che sentiamo in giornate come questa diventano litanie“.

Carlo Verna

Il Presidente del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti Carlo Verna  ha esortato a festeggiare il Primo Maggio come lavoratori, altro che “casta” ricordando “la perdita di oltre 3 mila posti di lavoro giornalistico negli ultimi cinque anni in Italia, a fronte di una polverizzazione del numero di testate. E’ importante che questo discorso lo si faccia al Sud, che ha due esigenze in comune con il giornalismo: lo sviluppo e la legalità. Nel mondo del giornalismo c’è tantissima illegalità, e spesso gli editori sono, essi stessi, vittime di un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro“.

Il presidente della Casagit, la cassa di assistenza sanitaria dei giornalisti, Daniele Cerrato nel suo intervento ha evidenziato come “tra le tante professioni, quella dei giornalisti sia molto invecchiata e questo perché non ci sono stati nuovi ingressi. Una situazione che è paradossalmente alimentata dalla grande e diffusa aspirazione di molti giovani verso questa professione. Afflusso che alimenta il mercato, ma ci mette in grandissime difficoltà. E noi siamo costretti ad inseguire quel sistema, ancor più gravato dal web che con la polverizzazione delle testate ha ridotto le garanzie dei giornalisti. Serve un cambio radicale della legge sul sistema dell’editoria. Una legge superata dal tempo, che risale al 1963, e che va superata per risolvere i problemi strutturali. Una necessità che chiama in causa tutti gli Enti di categoria“.

Il consigliere nazionale Fnsi con delega alla legalità, Michele Albanese  ha parlato nel suo intervento dei tanti ‘paradossi’ della professione . Da anni sotto scorta, per le minacce ricevute dalle cosche della ‘ndrangheta, Albanese ha definito un “paradosso” lo stesso suo mandato deontologico all’interno della Fnsi in un sistema di sfruttamento e di precarietà nel quale lui stesso è ancora costretto a “subire minacce ed angherie per svolgere una professione che è da uomini liberi. Una condizione in cui onore e passione che ci guidano, rischiano di scomparire. E allora c’è la necessità di fare qualcosa. Anche i ritardi sul rinnovo del contratto collettivo di lavoro sono preoccupanti e c’è la necessità del recupero e del ripristino di logiche di responsabilità collettive“.

Quello del lavoro si badi bene è un  diritto,  non un un privilegio o un’opportunità concessi su base geografica o per conoscenza“. ha ricordato Carlo Parisi segretario generale aggiunto della Fnsi, , “Quella odierna  è un’iniziativa di grande respiro, aperta ai cittadini, alle istituzioni, a tutte le forze politiche e sociali, senza privilegiare alcuna bandiera” ed aggiunto “Perché, se è vero che i giornalisti soffrono a qualunque latitudine, sotto lo scacco delle minacce e dei soprusi a vario titolo, è altrettanto innegabile che è al Sud che la sofferenza si fa più acre. È al Sud che il lavoro richiede, a tutt’oggi, i sacrifici più grandi.  Lo dico soprattutto ai giovani, a quelli che guardano ancora con speranza e ammirazione alla professione giornalistica e non solo: abbiate il coraggio di difendere il vostro diritto al lavoro, la vostra dignità, non chinate la testa davanti al prepotente di turno. E, soprattutto, non lasciate le porte socchiuse, che tanto piacciono alla criminalità“.

Il procuratore Gratteri nel concludere il suo intervento ha criticato anche il sistema dello scioglimento dei comuni. “I Comuni – ha detto  – vengono sciolti per mafia nel 99% dei casi quando la procura, a conclusione delle indagini, invia gli atti alla prefettura e quindi, dopo l’istruttoria, si procede e viene nominato un ufficiale prefettizio. Il problema, in alcuni casi, è che il commissario si reca in Comune poche volte a settimana. Quindi sostanzialmente l’amministrazione viene congelata per due anni. La popolazione mediamente pensa che era meglio quando c’era il sindaco, che riuscita almeno a dare risposte”.  Ed ha concluso : “Occorre modificare la norma, il Commissario prefettizio deve stare al Comune sciolto per mafia sette giorni su sette“.




Le ricostruzioni pseudo-giornalistiche della Lucarelli su Roberto Fico e le Iene

di Antonello de Gennaro

Ieri la blogger Selvaggia Lucarelli, specializzatasi negli ultimi tempi in alzapalette del sabato sera a  “Ballando con le Stelle”  sul Fatto Quotidiano, ha criticato il servizio delle Iene sul neo-presidente della Camera Roberto Fico contestando lo scoop sulla colf in nero. Solo che racconta fatti e circostanze assolutamente basati sul suo super-ego, e lontani anni luce dalla cronaca dei fatti abilmente ricostruita dal programma Le Iene (Italia 1- Mediaset)

Scrive: “Due settimane di appostamenti sotto la casa romana del neo presidente della Camera e alla fine l’inviato Monteleone è riuscito ad inchiodare Roberto Fico alle sue responsabilità. Quelle di rispondere alle sue domande, per ora. Secondo la ricostruzione del programma di Italia 1 il presidente della camera trascorre parte della settimana a Napoli a casa della sua compagna Yvonne e lì avrebbe una colf in nero. Si tratta di tale Imma, una ragazza che vive nell’appartamento vicino a quello di Yvonne. Interrogata sulla questione con le telecamere nascoste, Imma ha dichiarato che fa pulizie, commissioni e babysitting a casa di Yvonne 4 ore e mezzo al giorno dal lunedì a venerdì. Guadagnerebbe 500 euro al mese, con regolare contratto“.

La Lucarelli dimentica o omette ?  Che la colf di casa Fico lavora molte più ore, altro che 4 ore e mezzo, e secondo normative dovrebbe essere retribuito molto di più che solo 500 euro al mese ! e ci spieghi cosa ha da dire quando Fico dichiara che non lavora e che è una semplice amica della sua compagna ? Provate ad immaginare se  una cosa del genere fosse successa alla moglie di  Matteo Renzi o a Francesca Pascale, la giovane compagna napoletana di  Silvio Berlusconi. Una cosa è certa: in tal caso Marco Travaglio ci avrebbe “campato” ed ammorbato con i suoi “adepti” per un anno. Così il Fatto Quotidiano vendeva qualche copia in più…!

Aggiunge: “Roberto Fico ha spiegato all’inviato che questa Imma è una cara amica della compagna, che si conoscono da anni, che sono stati al suo matrimonio e che non ha alcun contratto di lavoro. Ha aggiunto che lei e la compagna si fanno favori reciprocamente, che la figlia di Yvonne va spesso a casa di Imma, che Yvonne le ha insegnato a guidare, a fotografare (la compagna di Roberto Fico è una fotografa affermata) e che comunque quella non è la sua casa. Che vive la maggior parte del suo tempo a Roma e lì la colf ha un regolare contratto“.

Continua: ” Monteleone ( l’inviato delle Iene n.d.a) gli ha poi chiesto se sempre nella casa di Napoli di Yvonne ci fosse stato in passato anche un ucraino- tale Roman- che due volte a settimana andava lì per le pulizie e che avrebbe mandato via perché senza permesso di soggiorno. Fico ha risposto che ha conosciuto questo Roman alla fermata dell’autobus e gli ha fatto della beneficienza perché in difficoltà economica, che se Roman ogni tanto è andato a fargli dei lavoretti a casa è stato solo per sdebitarsi. Fico- sebbene disponibile e sorridente- è parso a tratti in difficoltà. Come se non potesse rispondere a tutto. Di sicuro, l’incongruenza tra questa Imma che dice di avere un contratto e lui che nega potrebbe essere chiarita“.

Fico e la compagna dopo la nomina a Presidente della Camera

Secondo la Lucarelli “Il problema è da chi. Perché nel servizio de Le Iene mancano un paio di passaggi di una certa rilevanza” . Secondo lei  “Roberto Fico vive 4/5 giorni a settimana nella sua casa romana dove, come si è detto, ha una colf con regolare contratto. (inizialmente fu pagata tramite voucher) Possiede anche una sua casa a Napoli in cui ha la residenza, ma da quando ha una relazione con Yvonne, (circa 5 anni) spesso sta a casa di lei. Che poi non è neppure casa di lei, perché è intestata a sua figlia, una minore. I rapporti tra Imma e Yvonne erano precedenti l’arrivo di Fico e sono rapporti molto stretti, tant’è che la stessa Imma nel servizio dice “Vorrei andare via, ma sono affezionata alla bambina, l’ho vista crescere”. La Lucarelli asserisce come un giudice (che non è)  che “ è vero che nei weekend, quando può, Fico va a stare dalla compagna, ma appunto per questo se c’era qualcuno a cui chiedere spiegazioni era proprio Yvonne (o almeno anche a lei). Certo, mediaticamente era meno efficace intervistare la compagna del presidente della Camera che lo stesso presidente della Camera, ne convengo, ma andava fatto”

Normale chiedersi: ma come fa la Lucarelli a spere che fu pagata con i voucher ? E come fa a sapere che la casa è intestata alla figlia della compagna di Fico ? Facile immaginarlo data la “vicinanza” fra il giornale diretto da Marco Travaglio ed il Movimento Cinque Stelle. Intervistare Yvonne (la compagna di Fico n.d.a. ) non sarebbe stato interessante, in quanto sono centinaia di migliaia in Italia le persone e famiglie che pagano in “nero” le collaboratrici domestiche. Ma quando per anni si millanta un impegno contro il lavoro nero (giusto sulla carte dei buoni propositi) e poi si diventa Presidente della Camera, allora qualcosa non quadra !

 

E qui arriva il peggio, scrive qualcosa che viola le norme “deontologiche” a lei ignote . La Lucarelli sul suo profilo Facebook si definisce “Journalist (cioè giornalista n .d.a.) per il Fatto Quotidiano . ma consultando gli albi degli iscritti dell’ Ordine dei Giornalisti del Lazio (è nata a Civitavecchia) e quello della Lombardia (vive a Milano) lei non compare fra gli iscritti, così come non compare nell’ elenco nazionale e quindi millanta un titolo professionale che allo stato non ha ! L’ “alzapalette del sabato sera” sostiene che “Le Iene hanno taciuto più per convenienza che per sensibilità: Yvonne è malata. L’anno scorso ha scoperto una grave malattia di quelle che a Le Iene purtroppo conoscono bene e nell’ultimo periodo ha trascorso molto tempo all’ospedale. C’è una bambina che vive una situazione complicata, una donna che sta facendo cure debilitanti e ha bisogno di evitare qualsiasi fonte di stress” .

 

Qualcuno del Fatto Quotidiano, (dove le leggi e regole valgono solo per gli altri) dovrebbe spiegare a Selvaggia Lucarelli che il Testo Unico dei Doveri del Giornalista (che lei sostiene di essere ma che non risulta…)  all’ articolo 6-Doveri nei confronti dei soggetti deboli prevede che il giornalistarispetta i diritti e la dignità delle persone malate” e “diffonde notizie sanitarie solo se verificate con autorevoli fonti scientifiche“. e quindi non attraverso i portavoce di Roberto Fico !

Selvaggia Lucarelli sostiene che L’inviato lo sapeva bene. Anche Davide Parenti (responsabile del programma Le Iene – n.d.a.) . Erano stati avvisati. Quindi, appostarsi sotto casa sua e farle delle domande in questa fase sarebbe stato scomodo. Per le Iene, soprattutto. Inseguire per strada una donna malata chiedendole “Ma Imma ce l’ha o non ce l’ha questo contratto?”, sarebbe suonato cinico. Un po’ più impopolare. Un po’ meno efficace che chiederlo a Roberto Fico. Vuoi mettere inchiodare alle sue responsabilità di furbetto il presidente della camera anziché la signora Yvonne provata dalla chemio?

A differenza della Lucarelli le cure debilitanti io le conosco bene, avendole vissute sulla pelle di mio padre per anni, ma questo non giustificava di pagare in nero la nostra storica collaboratrice domestica a Taranto, regolarmente contrattualizzata. Ma Selvaggia è ben noto, parla di tutto e di più e si erge su un piedistallo che non le compete a supremo giudice del nulla. Forse noi in Puglia siamo più ligi al dovere dei napoletani o dei residenti di Civitavecchia e persino dei milanesi !

Secondo l’alzapalette-journalist (del Fatto Quotidiano) le Iene avrebbero taciuto “la parte più rilevante della storia, l’inviato ammicca allo spettatore da casa ripetendo “Guardate, ha l’auto blu!” (che poi è la normale auto di scorta) come a dire : “Colf in nero e privilegi a spese nostre!”. Peccato per lei che ignori il fatto noto e risaputo che tutti i Presidenti della Camera viaggiano sull’auto con la scorta, e non “della scorta” ! L’auto di scorta al limite, cara Selvaggia, è la seconda macchina che segue l’ Autorità. Ma questo va perdonato a Selvaggia non avendo lei alcuna esperienza di giornalismo figuriamoci  quello politico-parlamentare !

La Lucarelli continua nella sua difesa d’ufficio: “Quello che alle Iene fa comodo omettere, oltre alla malattia, è che la fidanzata di Fico è una donna indipendente, autonoma, che mantiene la casa in cui vive, che paga le bollette, che ospita lei Fico a casa sua (e Fico non è neppure suo marito) nei fine settimana e neppure sempre. Ed è a lei, a Yvonne, padrona della sua vita, della sua casa, delle sue spese, che andavano chieste spiegazioni. Su di lei si doveva sollevare il polverone. (mi domando, intanto, che senso abbia, dopo questo servizio, tampinare ora anche la nonna di Yvonne, che ha 92 anni e che a Le Iene forse può svelare la ricetta del casatiello, più che qualcosa sulla colf misteriosa). Lasciatela perdere la nonna, lasciate perdere Fico. Bisogna avere le palle di andare a tampinare una donna col cancro, se si vuole andare avanti con questa storia della colf”.

Roberto Fico e la compagna Yvonne alla Festa della Repubblica al Quirinale

Ci spieghi la Lucarelli come sa che la nonna di Yvonne ha 92 anni ? E’ forse andata a fare un certificato di nascita all’ anagrafe del Comune di Napoli ? E come fa a sapere che si paga le sue bollette ? Le hanno mai spiegato che quando due persone convivono, anche per la Legge è come se fossero marito e moglie ? Ma forse per lei, è molto più semplice farsi imbeccare da qualche grillino bene informato. E nei corridoi del Fatto Quotidiano se ne trovano diversi… Altro che “lasciate perdere Fico” !

La Lucarelli conclude: “Nel frattempo, attendo che l’inviato de Le Iene mi dica se la colf che gli dà una mano nella sua villetta romana, è in regola o no. Gliel’ho chiesto con gentilezza, ma anziché rispondermi come fa di solito quando ho un dubbio, mi ha scritto un piccato “Io con te non parlo. Puoi rivolgerti all’ufficio stampa Mediaset”. (ed ha fatto bene secondo me ! n.d.a. ) Insomma, ti inseguono, ti tampinano, ti corrono dietro, infilano il microfono tra portiere di automobili e porte di casa, ti registrano di nascosto, ma quando una domanda la fai tu a loro, si mettono in modalità Enrico Cuccia. Certo, è solo un giornalista, mica il compagno di una carica dello stato, direte voi. Già, solo che “trasparenza e onestà” detto con una malcelata punta di moralismo e con una spruzzata di superiorità morale non è solo lo slogan dei 5 stelle ma pure- e soprattutto- quello de Le Iene”

Purtroppo la Lucarelli in tutta la sua vita di blogger, di giornalismo d’inchiesta sa ben poco. Molto più ferrata in gossip, intercettazioni illegittime essendo stata imputata in un processo a Milano per il furto di informazioni private di Elisabetta Canalis e Federica Fontana.  L’inchiesta era nata nel 2011, dopo la denuncia di Elisabetta Canalis che si era accorta delle foto su internet. In un tweet la showgirl aveva anche scritto: “Speriamo non la facciano franca“. Per la vicenda dei segreti rubati a personaggi del mondo del cinema e della tv attraverso accessi “abusivi” ai loro account di posta elettronica la pm aveva chiesto condanne dai 10 ai 14 mesi. Canalis era parte civile, con lei anche Fontana.

 Tra gli scatti che erano circolati c’erano le foto del suo compleanno nella villa di Como dell’attore George Clooney, all’epoca legato alla Canalis. Secondo l’accusa della Procura,  dopo la sottrazione fraudolenta, si sarebbe tentato di rivendere le immagini al settimanale di gossip della Mondadori Chi, diretto da Alfonso Signorini. L’affare, però, sarebbe andato a monte perchè Signorini, dopo aver correttamente telefonato alla Canalis, scoprì che si trattava di immagini recuperate in maniera illecita.

Agli imputati  con vari ruoli fra cui la Lucarelli nell’inchiesta del pm dr.ssa Grazia Colacicco, venne contestato di aver violato l’account di posta elettronica di Fontana, ospite al compleanno, per impossessarsi di 191 scatti della festa nella villa di Clooney. Secondo il pm, mentre l’imputata-blogger Guia Soncini era coinvolta “dal punto di vista morale, ma senza il dolo specifico”, sia  Selvaggia Lucarelli per la quale il pubblico ministero aveva chiesto la condanna ad un anno, sia il blogger Gianluca Neri avevano partecipato “attivamente” alla tentata vendita delle foto.

Selvaggia Lucarelli è bene ricordarlo e si è salvata solo e soltanto grazie alla benevolenza del giudice dr. Corbetta che generosamente ha riqualificato le contestazioni  della Procura a suo carico (“accesso abusivo a sistema informatico“, “intercettazione illecita di comunicazioni e violazione di corrispondenza”) nel più tenue reato di “rivelazione del contenuto di corrispondenza“. Ed  giudice  ha dichiarato il proscioglimento dell’alzapalette del sabatosera per “non doversi procedereesclusivamente permancanza di querela” in quanto le parti offese, Canalis e Fontana, non avevano querelato per questo reato. La solita follia giudiziaria del “rito ambrosiano”.

Sempre Selvaggia Lucarelli pubblicava su Il Fatto Quotidiano il 18 febbraio scorso , una intervista a Salvatore Caiata  il presidente del Potenza Calcio (neopromossa in serie C), candidato grillino eletto in Parlamento  e nuovo “profeta del goal” a cinque stelle, scrivendo “A Potenza il Movimento 5 Stelle ha candidato un Santo. Può sembrare una battuta, ma nella città lucana c’è un uomo di cui i giornali locali scrivono questo: “I potentini ormai chiedono la grazia a lui anziché a San Gerardo”. Il santo-profano è Salvatore Caiata, 47 anni, presidente del Potenza calcio da questa stagione” .

Ma qualche ora dopo, il “Santo”della “non giornalista” Lucarelli (a proposito ma l’ Ordine dei Giornalisti che dice? come sempre tace ? ) lo definiva nell’intervista, si scopriva essere indagato per riciclaggio in quel di Siena e quindi la “zappa” che doveva vangare volitivamente le aspre terre lucane le cade piuttosto dolorosamente sui piedi.  La Lucarelli con questa intervistina non solo ha mancato il bersaglio dell’effetto traino che pensava potesse avere il presidente di una squadra di calcio noto per la sua esuberanza e premiato da Di Maio come “lucano dell’anno”, ma sceglieva proprio il momento sbagliato per l’esaltazione telecomandata. Chiaramente nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio, ma nell’universo grillino e nella redazione de  Il Fatto questa  regola, come noto, non vale e quindi una persona indagata è proprio una brutta cosa. Ma la Lucarelli fa finta di niente e sopratutto dimentica che tutti gli incandidabili nel M5S li hanno scoperti proprio le Iene e non certamente il Fatto (o Falso ?) Quotidiano !

Adesso la Lucarelli vuole parlarci proprio lei di “trasparenza” ed “onestà” e persino dare “lezioni di giornalismo” a LE IENE ?  Qualcuno gentilmente…inizi a spiegarle che dichiararsi “giornalista” e senza essere iscritta e fare interviste e scrivere articoli da anni, è un doppio reato : “esercizio abusivo della professione” e “millantato credito“.

Previsti entrambi dal Codice Penale. Vero Travaglio ?




Il “bavaglio-vergogna” dell’ ASL Taranto per l’infermiere-giornalista Nazareno Dinoi

ROMA – Il collega Nazareno Di Noi, giornalista pubblicista  è un infermiere del 118, dopo 11 anni passati al Pronto Soccorso. Ha iniziato a scrivere prima nelle riviste del settore sanitario-infermieristico come Emergency Oggi e Scenario Aniarti  e successivamente  un bel giorno si è appassionato di  cronaca nera settore giornalistico in cui a Taranto eccelle per capacità professionali.. Comincia le sue esperienze di cronista nel 1995 lavorando per diversi quotidiani locali, ottenendo nel 2000  l’iscrizione all’Albo dei giornalisti come “pubblicista” con contratti di collaborazione con quotidiani anche nazionali e con settimanali (Di Più, Giallo).

Di Noi ha scritto cinque libri, il primo sulle sue esperienze di infermiere dell’emergenza (“Anime senza nome”), poi uno autobiografico (“Kompagno di sogni”), e ancora “Sarah Scazzi, il pozzo in contrada Mosca” e “Dentro una vita”, la storia vera di un detenuto di mafia del 41bis.   Qualcuno si è chiesto: ma può un infermiere dipendente di una struttura pubblica fare anche il giornalista ? La legge sul pubblico impiego regola e limita le seconde attività. Quella di giornalista, fortunatamente è tutelata,  nel senso che esula dai divieti imposti. La risposta infatti è no, Di Noi può fare anche il giornalista ed i due lavori non sono incompatibili. E lo stabilisce la legge !

Ma la ASL di Taranto, che per anni ha avuto alle proprie dipendenze come addetto stampa una persona, e di cui ci siamo occupati in passato,  tale Vito Giovannetti  che non era iscritto all’ Ordine dei Giornalisti (la sua iscrizione è soltanto del luglio 2015), così violando per anni la Legge 150 (sugli uffici stampa “pubblici”) , non è stata dello stesso avviso…nei confronti di Nazareno Di Noi, arrivando a sospenderlo per un mese senza stipendio nel marzo scorso. I soliti “furbetti” ginuflessi dell’ ASL Taranto hanno punito Di Noi , lasciandolo un mese senza stipendio, non soltanto perché fa il giornalista e scrive, ma perché aveva aperto una partita Iva . Atto questo assolutamente legittimo e legale, e necessario per essere in regola con il fisco dichiarando anche queste entrate extra al suo lavoro principale di infermiere pubblico.

Adesso Di Noi  ha chiuso la sua partita iva, ma ho fatto ricorso al tribunale del lavoro il cui processo non è ancora iniziato. Era un diritto-dovere quello di Di Noi di  dichiarare al Fisco quello che guadagna dal suo lavoro di giornalista e pagare regolarmente le tasse.  Ma la “persecuzione” della Direzione Generale del’ ASL Taranto non si è esaurita, con l’apertura di un nuovo ulteriore procedimento a suo carico contestandogli  di aver scritto sulla Asl. In pratica, secondo la direzione generale Nazareno Di Noi può scrivere di tutto tranne di argomenti che riguardano l’ azienda sanitaria per cui lavora. Evidentemente il direttore generale dell’ ASL Taranto, avv. Rossi (per fortuna in uscita dal suo incarico) non ha letto molto bene cosa prevede l’ Art. 21 della nostra costituzione. Forse era troppo occupato a trasferire a Taranto del personale brindisino a lui molto caro… ed “intimo”.

Stefano Rossi

In particolare l’ Avv. Stefano Rossi  contesta a Nazareno Di Noi due suoi articoli sostenendo che  non avrebbe dovuto farlo perché “Sono stato autorizzato a svolgere solo attività di collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili (che è poi un diritto sancito dal D. Lgs. n. 165/2001 Art. 53, dico io), con esclusione di contenuti dedicati all’ASL di Taranto“.  Non può e non deve sfuggire la genericità del divieto (anticostituzionale) . Di cosa non potrebbe, quindi, scrivere Di Noi , riguardo la Asl di Taranto? Forse di un parto trigemellare avuto da una ottantenne? O di un intervento chirurgico riuscitissimo? O dell’inaugurazione di un nuovo reparto? O forse di tutte le contestazioni del personale, degli utenti e dei politici locali e nazionali sulla sua gestione ?

In realtà  la persecuzione nei confronti di Di Noi è nato dopo che un politico  ( o meglio un “politicante”…) di campagna, a cui evidentemente non piace la seconda professione di giornalista di Nazareno Di Noi , ha presentato un esposto alla ASL Taranto sollevando dubbi per questo mio doppio ruolo. Da allora sono cominciati i suoi guai. Prima un trasferimento ingiustificato, “osservato a vista” dai suoi diretti superiori ed altre pressioni che esulano dalla professione giornalistica, tutte chiaramente “sollecitate” dal politico in questione di cui non facciamo il nome solo per lasciarlo nel suo reale “anonimato” ed inconsistenza politica.

La vergogna del provvedimento emanato dalla Direzione Generale dell’ ASL Taranto è che l’interferenza e il nome di tale “politico” non è un segreto per nessuno in quanto è tutto documentato e scritto nero su bianco nelle motivazioni del precedente provvedimento disciplinare che mi ha sottratto un mese di stipendio e contro cui ho presentato ricorso al giudice del lavoro chiamato ad esprimere la propria decisione.

Questa volta l’ ASL Taranto ha contestato a Nazareno Di Noi di l’aver scritto due articoli. Il primo dal titolo “Omicidio, cordoglio del sindaco di Taranto. La gestione del pronto soccorso nel mirino” nel quale il collega riportavo fedelmente (un classico “copia-incolla“) parti di comunicati stampa del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci , dell’Onorevole Ludovico Vico e del consigliere regionale Mino Borraccino; il secondo articolo oggetto della contestazione disciplinare ,  dal titolo “Omicidio in pronto soccorso, la Asl anticipa la difesa”, dove Di Noi dava conto, altrettanto fedelmente, del contenuto di una delibera del direttore generale (presente e pubblicata sul sito istituzionale della Asl e quindi accessibile a tutti), con la quale veniva incarico all’ufficio legale interno ( in cui opera un legale molto “vicino” al Direttore Stefano Rossi che se l’è portata al seguito da Brindisi (chissà…forse si sentiva forse solo a Taranto ?)  per prepararsi ad una futura costituzione di parte civile della ASL Taranto nel processo che si aprirà per la morte dell’anziana signora.

L’episodio in questione riguarda il fatto di cronaca avvenuto al pronto soccorso del Santissima Annunziata di Taranto dove uno squilibrato che è stato arrestato ha aggredito un’anziana ricoverata uccidendola. Una notizia terribile riportata da tutti i giornali, da tutte le agenzie anche nazionali, da tutti i giornalisti, compreso il collega Nazareno Di Noi

Quello che l’ avv. Rossi dovrebbe spiegarci è come abbia fatto il suo “caro” addetto stampa Giovannetti a diventare pubblicista (quindi scrivendo) nel 2015, e quindi iniziando la sua collaborazione retribuita nel 2013 per qualche testata giornalistica, mentre era già dipendente dell’ ASL Taranto.  O forse certe regole (incostituzionali ) valgono solo dinnanzi ad un esposto di un consigliere regionale  che ha avuto più di qualche interesse e ruolo nella sanità tarantina, riuscendo a fare assumere sua figlia ?

Imbarazzante il silenzio assordante dell’ Ordine dei Giornalisti e dell’ Assostampa di Puglia. Nessuno di loro è intervenuto a tutela del collega Di Noi e ricordare che  una disposizione di servizio di un direttore generale di un’ ASL  non può superare e annullare un diritto riconosciuto dalla Costituzione italiana dove all’Articolo 21 che tutti conosciamo proclama che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”  o forse qualche giornalista sindacalista è pronto a strepitare e chiedere solidarietà solo quando gli arrivano querele o citazioni per danni di centinaia di migliaia di euro dall’ ILVA ?

nella foto il consigliere regionale Luigi Morgante

Sulla vicenda è intervenuto il consigliere regionale Luigi Morgante che sulla sua pagina Facebook, ha così commentato : “Ho letto il post di Nazareno Dinoi che dovrà rispondere alla convocazione della commissione disciplinare il prossimo 3 Ottobre per aver pubblicato articoli di esponenti politici e fatti di cronaca sulla Asl di Taranto. Sono basito ed incredulo perché a questo punto dovrò evitare di far pubblicare miei articoli sulla sanità dove scrive Nazareno Di Noi altrimenti subirà il giudizio di altre commissioni disciplinare. Mi chiedo però che giudizio può esprimere una commissione disciplinare su giudizi espressi da autorevoli rappresentanti Regionali e Nazionali ? Nessuno !!!!”  aggiungendo “Mi auguro che il buon senso riporti questa vicenda kafkiana a chiudere ogni procedura prima della convocazione della commissione disciplinare del 3 Ottobre per non ledere il principio sacrosanto della libertà di stampa. È paradossale che debba proprio io difendere Nazareno Di Noi, dopo, aver avuto vedute di cronaca completamente diverse da lui ma non potevo rimanere silente dinnanzi ad una palese ingiustizia personale e giornalistica“.

Sarebbe molto facile criticare e ridicolizzare (documentalmente) l’operato dell’ Avv. Rossi, direttore generale dell’ ASL TARANTO. Ci limitiamo a fare il conto alla rovescia in attesa che venga finalmente rimosso dal suo incarico. Un attesa che aspetta tutto il mondo della sanità ed i cittadini di Taranto.




La smentita questa sconosciuta

di Paolo Campanelli

L’Italia detiene due primati logicamente incompatibili tra di loro: la più grande percentuale di bufale riconosciute e segnalate come tali, e il maggior numero “lordo” di commenti e condivisioni di notizie faziose o false di tutta Europa (seppur la seconda nazione, la Germania, non sia troppo lontana, secondo statistiche antecedenti all’estate).

Con il continuo perfezionamento dell’arte del vendere idiozie ai creduloni, in un periodo ristretto come i tre mesi estivi, nuove generazioni di bufale sono emerse: vecchie notizie provenienti dall’estero riciclate e ripresentate come attuali (soprattutto se si tratta di aree “problematiche” come Libano, Turchia e nord Africa), elenchi di danni causati in lunghi periodi che a loro dire sono avvenuti in una notte di bagordi di giovani annoiati, e notizie di “persone pubbliche” che dichiarano di voler prendere posizioni legali contro i detrattori, quest’ultime le più insidiose poiché effettivamente attuabili su base legale nella maggior parte dei casi.

Queste notizie “non vere ma quasi” sono molto più rischiose, perché più resistenti all’applicazione della logica che, normalmente, è più che sufficiente a comprendere la falsità, e conseguentemente anche le persone più argute cadono spesso e volentieri nella trappola. Ma dove un credulone vede e si fa abbindolare da una bufala, e una persona con un po’ di intuito fallisce nel convincerlo del contrario, segue una smentita non letta, una rettifica non considerata, una statistica ignorata, o una cieca e quasi fanatica necessità di forzare il proprio punto di vista, incorretto o completamente errato, su altri.

Un grave problema dei “creduloni” è la assolutistica certezza delle proprie posizioni, mentre in innumerevoli casi la loro laurea all’università della vita non fornisce loro nemmeno gli strumenti necessari ad andare oltre il titolo e leggere l’articolo in questione, vero o falso che sia. Un Credulone, una volta “guidato” a prendere una posizione, è quasi impossibile che possa modificarla, e la sua risposta preferita ad una richiesta di prove sarà inevitabilmente “informati!”. Non importa chi tu sia, non importa che tu gli abbia chiesto esplicitamente dove andare ad informarti, oppure di indicarti fonti o nomi: non sarà mai possibile ricevere una risposta più precisa.

Particolare nota è l’estrema, cieca risolutezza nell’utilizzare le loro immisurabili conoscenze in materia di legge per dimostrare il loro punto, negando a pie’ sospinto l’esistenza del’ Art.8 della Legge sulla Stampa, il diritto alla rettifica (e l’obbligo della stessa) allo stesso tempo chiamando in causa “cugini” appartenenti alle varie forze dell’ordine, e insultando ogni senso della decenza in quanto “l’ordine dei giornalisti non è una cosa seria in Italia

Un problema di fondo di questo fenomeno è la velocità con cui una notizia diventa “vecchia”, oggi ai massimi storici; un fatto che non vada particolarmente a genio ad una persona tende a lasciare il segno più di una buona notizia (soprattutto se si tratta di politica, capace di riportare in auge torti vecchi di decenni) ma una volta che la notizia è più o meno letta, fino al momento in cui non diventa necessario ricordarsene, non è più qualcosa di cui curarsi, e ulteriori articoli al riguardo vengono ignorati in quanto…. è qualcosa che è già stato letto. Così le smentite passano sempre in secondo piano. Talvolta con risultati oltre qualsiasi limite di serietà.

La questione “Sorella della Boldrini” è ormai l’emblema, ripetuto fino alla nausea in quella che sembra una storia degna di un film horror: nella seconda settimana di Maggio per la prima volta, sedicenti giornalisti affermano di aver scoperto un racket in cui la familiare della presidente della Camera è il capo assoluto, ma in meno di una settimana, con grande disgusto da tutte le cariche politiche, persino quelle avversarie, la verità che la donna in questione sia morta da ormai un decennio è resa pubblica; lo sdegno è tale che più persone cadute nella trappola provenienti da vari ceti sociali fanno pubblica ammenda, e le sezioni italiane dei più comuni social network, tra cui Facebook e Twitter rendono più visibili e facili da usare strumenti per segnalare bufale e fake news.

Tuttavia, utilizzando i motori di ricerca e confrontando date, le accuse a Luciana Boldrini (nome tra l’altro errato, in quanto la donna si chiamava Lucia) continuano imperterrite ad essere lanciate anche oltre la metà di Agosto in relazione ad articoli giornalistici sulla instabile situazione dell’immigrazione, tanto su testate giornalistiche accreditate quanto su quelle risaputamene poco credibili. Tralasciando inquietanti implicazioni sulla qualità della cultura in Italia, è ormai evidente che è necessario che ogni singolo utente sia costretto a dover lottare per far comprendere la verità, una “radicalizzazione” del Debunking (termine inglese che indica l’analisi e spiegazione sistematica delle bufale), e una necessità del rendere gli utenti Indignati verso la propria mancanza di cultura e capacità di riconoscere le caratteristiche che si ripetono sempre uguali in ogni falsa notizia.




Stop alla devastazione giornalistica nei confronti degli imputati

di Ruben Razzante*

schermata-2016-10-13-alle-02-44-32La giustizia può sbagliare, i giudici sono esseri umani ed è per questo che il sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio affinché possa esserci la dovuta ponderazione prima di una sentenza che rischia di mettere in gioco la libertà personale e la dignità di un imputato. Questo sacrosanto principio in Italia si depotenzia un po’, sia per i numerosi casi di giustizia politicizzata – peraltro ammessi nei giorni scorsi dallo stesso ministro della Giustizia, Andrea Orlando – sia per la piaga dei cosiddetti “processi mediatici”.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una successione di assoluzioni di personaggi politici accusati di vari reati e sottoposti a quella che comunemente viene definita gogna mediatica. Alemanno, Bertolaso, De Luca, Podestà e, da ultimo,Marino e Cota: tutti esponenti di primo piano, ai vertici di città-capoluogo o di province o di regioni, prima costretti a uscire di scena, ora scagionati da ogni addebito. Solo il governatore campano De Luca è ancora in sella, peraltro in un ruolo di maggiore responsabilità istituzionale (all’epoca dei fatti contestatigli 18 anni fa era sindaco di Salerno). Si tratta di vicende giudiziarie assai diverse l’una dall’altra, anche per colore politico, ma accomunate da un elemento tutt’altro che irrilevante: il cortocircuito tra le inchieste e la mediatizzazione dell’attesa di una sentenza, che si è trasformata negli anni in un calvario mediatico.

In un momento in cui il governo Renzi sembra aver accantonato i buoni propositi di mettere mano alla riforma della giustizia perché teme di non avere il consenso necessario per condurla in porto, storie come quelle di Marino, De Luca, Bertolaso o Cota ci confermano quanto siano a rischio le nostre libertà democratiche, tra cui il diritto sacrosanto di non rimanere illimitatamente stritolati nel tritacarne mediatico per poi uscirne puliti ma devastati umanamente e sul piano reputazionale.


schermata-2016-10-13-alle-02-47-03I più importanti quotidiani italiani spesso si trasformano
in plotoni d’esecuzione, gli studi televisivi in ring dove si combattono veri e propri incontri di “pugilato verbale” tra innocentisti e colpevolisti. Sono i cosiddetti “processi mediatici”, vietati da un codice di autoregolamentazione proposto dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e sottoscritto nel maggio 2009 da tutte le emittenti radiotelevisive, dall’Ordine dei giornalisti, dalla Fnsi e da tutti i soggetti coinvolti nella filiera informativa.

Nessuno, però, lo fa rispettare e nessuno si indigna di fronte alla devastazione mediatica della dignità dei soggetti indagati o imputati. L’assoluzione dei tribunali diventa una magra consolazione per quanti hanno visto distrutta, nel frattempo, la propria immagine pubblica a causa di una vera e propria barbarie mediatica.

  • docente diritto d’informazione



L’ Ordine dei Giornalisti: “BASTA AGGRESSIONI: ora li denunciamo “

A lungo, l’ Ordine dei Giornalisti si è limitato a diffondere comunicati di protesta, ancor prima  della infelice idea delle liste di proscrizione che, già allora, ricordavano momenti rivelatisi tragici per la democrazia nel Paese. Il risultato è che non solo militanti, ma anche esponenti del M5S, hanno ritenuto che quelle fossero le parole d’un momento e, in un crescendo, ora si tenta di intimidire, anche con la violenza fisica, chiunque osi fare cronache non gradite al M5S.

L’Ordine non sottovaluta, ed ha apprezzato anzi, la pronta presa di distanze fatta da due deputati regionali, presenti a Palermo, e la successiva dichiarazione congiunta dei gruppi parlamentari del M5S. Ma deve registrare, con rammarico, che anche dopo questi interventi, da parte del leader del Movimento sono venute affermazioni pubbliche che non servono a ristabilire un clima civile, ma rischiano di creare una situazione sulla quale poi, è facile prevederlo, saranno versate lacrime ipocrite.

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Predicare odio, tentando di mascherarlo con l’ironia, non produce mai risultati positivi per alcuno: eccita gli animi, arma le mani dei meno stabili, non offre alcun contributo al ristabilimento di un clima civile nel Paese. Se da parte di giornalisti ci sono comportamenti  ritenuti lesivi dei diritti del Movimento e dei suoi militanti esistono strumenti che consentono di richiamare al rispetto dei doveri deontologici.

L’Ordine ha dimostrato di saperlo e volerlo fare, quando è stato diffuso un video che ipotizzava cose non vere a carico di Virginia Raggi e, ancora, quando si innescò una polemica sulla condizioni igieniche di Roma, diffondendo foto di altri momenti e realtà. L’Ordine non si sottrarrà ad esercitare il suo dovere, davanti a casi specifici che verranno segnalati. Ma non  può accettare, ricordando quali frutti la predicazione dell’odio ha prodotto in passato, che si continui ad alimentare un clima che non giova ad alcuno.

L’avvocato Caleca ha avuto l’incarico di prendere contatto con le Forze dell’Ordine e con la magistratura perché, con l’ausilio dei filmati e delle registrazioni, vengano identificati tutti i responsabili dell’accaduto e i loro istigatori, nei confronti dei quali verranno avviate azioni legali in sede penale e civile.




Io, giornalista grillino, vi racconto cosa succede nel Movimento di Grillo e Casaleggio

Schermata 2016-05-19 alle 10.06.04di Mauro Suttora

Da Serenetta a Serenella. La parabola del Grillo politico è riassumibile fra Serenetta Monti, candidata sindaca a Roma nel 2008, e Serenella Fucksia, espulsa dal Movimento 5 stelle (M5s) all’alba del 2016. Due donne “con le palle“, per usare il bellicoso linguaggio grillino. La prima scappata un anno dopo il debutto romano (3%, quattro consiglieri municipali eletti, tre che cambiano partito dopo pochi mesi, un disastro che nessuno ama ricordare), la seconda fatta fuori con l’agghiacciante ordalia che finora ha epurato online un quarto dei 162 parlamentari eletti nel 2013. Neanche Stalin purgava i compagni a questo ritmo. In mezzo, l’incredibile storia di un partito che raggiunge il 25% al suo primo voto nazionale. Caso unico al mondo: Berlusconi nel 1994 si fermò al 21, ed ereditava gli apparati Dc e Psi.

Ma, soprattutto, un fenomeno sociologico mai capitato: 162 persone digiune di politica catapultate in Parlamento da un giorno all’altro, a formare il secondo partito nazionale. È anche la prima vera forza politica popolare nella storia d’Italia. Il Pci, infatti, nonostante volesse rappresentare la classe operaia, aveva dirigenti borghesi. I grillini invece, come reddito e cultura, sono l’odierno lumpen-proletariato dei disoccupati e precari. Nozioni da Facebook, ignoranza pari all’arroganza, prevalenza del perito informatico (il diploma del loro capo, Gianroberto Casaleggio). Non hanno letto Fruttero & Lucentini, quindi a dirglielo non si offendono.

Faccio vita da grillino da nove anni. Mi sono iscritto nel settembre 2007 dopo il Vaffa-day, un giorno prima di Paola Taverna. Partecipavo ai primi meetup di Roma: riunioni al quartiere africano in una sala affittata dal dentista Dario Tamburrano (oggi eurodeputato), poi al cinodromo, o sull’Ostiense. Serenetta sconfisse Roberta Lombardi alle primarie.

Il 25 aprile 2008 raccogliemmo un’enorme quantità di firme davanti alla basilica di San Paolo per i referendum contro l’Ordine dei Giornalisti. Poi buttate, perché il figlio di Casaleggio sbagliò le date della raccolta. C’era grande entusiasmo, sull’onda del libro La casta di Stella e Rizzo. Ma alle regionali del 2010, disastro: solo quattro eletti in Piemonte ed Emilia. Tutti poi espulsi tranne uno. Trasferito a Milano, frequento anche qui il meetup. Lo stesso clima da caserma-convento-asilo-circo. “Suttora, non seminare zizzagna“, mi intimano sul gruppo Facebook se esprimo una critica. Nel 2013 Paola Bernetti, la più votata alle primarie per il Senato, viene fatta fuori con un trucco. I monzesi con una cordata eleggono tre senatori, Milano neanche uno.

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Stessi grovigli due mesi fa, alle primarie per il sindaco: solo 300 votanti, 74 voti alla vincitrice. I risultati vengono secretati, gli altri sette candidati non sanno le loro preferenze. Dal movimento della trasparenza al partito dell’omertà. Addio streaming, forum pubblici, dibattiti online. Dopo la valanga delle espulsioni regna la paura, si comunica solo su chat Whatsapp segrete. Sette attivisti milanesi osano pubblicare un giornalino a loro spese: cacciati con lettera dell’avvocato di Casaleggio.

Il clima di paranoia avvolge anche i parlamentari. Appena uno azzarda qualche pensiero non conformista, è bollato come dissidente. Intanto, il fervore altruista scema. I parlamentari, che prendono 15mila euro mensili, due anni fa ne restituivano in media 5-6mila. Oggi la cifra si è dimezzata: tremila. Se va bene. Molti si limitano a 1.400-1.800: Morra, Lombardi, Giarrusso, Nuti, Fico, Sibilia. I rendiconti sono una farsa: solo autodichiarazioni, niente ricevute, nessun controllo.

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La cuccagna è all’Europarlamento. Ben 12 eurodeputati M5s su 17 neanche rendicontano. Possono incassare fino a 40mila euro mensili (21mila solo per i portaborse), ma tutti tranne una restituiscono appena mille euro al mese. Il siciliano Ignazio Corrao (ex portaborse in regione Sicilia) aveva assunto 11 portaborse. L’ho pizzicato con un articolo su Oggi, lui mi ha insultato, ora li ha ridotti a sette. Come un’eurodeputata abruzzese: due li tiene a Bruxelles, gli altri cinque stanno nel suo collegio elettorale.

Che differenza c’è con i vecchi politici del passato? Nessuna, tranne che i grillini si vantano di non avere funzionari di partito. Invece ne hanno centinaia, stipendiati dai 1.600 eletti.

Insomma, il movimento ora è Collocamento 5 stelle, scherzano i tanti ex. I nomi dei portaborse parlamentari sono convenientemente segreti, per non scoprire altri parenti e conviventi dopo quelli già scoperti (Lezzi, Moronese). Casaleggio e suo figlio comandano a bacchetta. I parlamentari sono sorvegliati da un simpatico reduce del Grande Fratello, Rocco Casalino: decide lui chi mandare in tv. Fra gli altri addetti stampa spicca un ex camionista di Bologna. Dove sono state abolite le primarie: alle comunali di giugno lista bloccata, tutti nominati dall’alto come nel listino berlusconiano di Nicole Minetti. A Trieste un eurodeputato ha candidato sindaca la moglie: metà dei grillini locali in rivolta.

Schermata 2016-05-19 alle 10.04.52La sceneggiata napoletana di Quarto aumenterà la disciplina interna. Per paura di altri “infiltrati” della camorra, i candidati saranno nominati d’autorità. Così, quello che era nato come un movimento liberatorio si è trasformato nel suo esatto contrario. Hare Krishna, Scientology? Ma no, meglio Testimoni di Genova. Lì Grillo ha una delle sue tre ville. E il suo commercialista personale (nonché segretario del M5s) è stato nominato in una società regionale. Quelle che i grillini volevano abolire.




La macchina del fango “made in Taranto” ha nomi e cognomi. E l’ Ordine dei Giornalisti tace…

di Antonello de Gennaro

Cari lettori è da tempo che la “macchina del fango” tarantina era in attività contro questo giornale ed il sottoscritto, cioè il suo direttore responsabile. Lettere anonime, profili finti e segnalazioni sui socialnetwork, tutto ciò nel vano tentativo di farci oscurare, voci diffamatorie contro chi vi scrive diffuse nella città e su blog clandestini anonimi . Dulcis in fundo….la telecamerina (illegale) del pubblicista Luigi Abbate, quello che si millantava e spacciava come “giornalista professionista” sul suo profilo Twitter senza esserlo mai diventato !

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E’ a dir poco, ridicolo dare credito ad un illustre sconosciuto dell’informazione italiana, come il “pubblicista” Luigi Abbate balzato agli onori della cronaca tarantina, e badate bene non per un’inchiesta, non per aver rivelato qualcosa di rischioso mettendo a repentaglio la propria vita, non per aver mandato in carcere dei ladri. No, cari lettori, nulla di tutto questo. Solo una domanda (inutile, peraltro, come tutte le sue domande) allo scomparso Emilio Riva, ed il noto  “balzo” di Archinà oggetto di un’intercettazione fra Nichi Vendola ed il “factotum” dell’ ILVA “gestione Riva”.

Come  si può definire non “spregevole” una persona come Abbate che arriva ad augurare la “morte”, si, AVETE LETTO BENE, augurare la “morte”,  prima alla famiglia dell’ On.Le Pelillo e dopo al sottoscritto ?

Allora mi sono divertito ed invece di mettere in piedi anche io una “macchina del fango” come quella messa in piedi nelle ultime settimane da Abbate ed i suoi “comparielli”… protettori, che si nascondono dietro il pressochè inutile sindacato dei giornalisti pugliese, abbiamo fatto un pò di ricerche. E ne sono venute fuori delle belle, o meglio delle “balle“: quelle di Abbate & compagnucci di merende !

Schermata 2016-03-12 alle 15.49.32Abbiamo effettuato delle ricerche documentali attraverso le banche dati pubbliche, ed attraverso delle regolari ed approfondite visure online  presso il Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, utilizzando il suo codice fiscale BBTLGU72P0L049H ed abbiamo scoperto che Luigi Abbate, il quale sostiene in lungo e largo di essere editore dei suoi programmi auto-prodotti“, (che in realtà appaiono e scompaiono fra i vari canali del digitale terrestre) in realtà non ha una partita Iva, non ha una ditta individuale, non ha una società con cui svolgere la sua attività editoriale-informativa, o tantomeno non detiene lo straccio di una sola quota di una qualsiasi attività economica, come prevedono le vigenti leggi.

Abbate no impresaTutto il suo lavoro quindi viene svolto in “nero” ed usando un prestanome o  persino l’anonimato come nel caso del suo sito Internet. Ci spieghi di grazia il pubblicista Abbate : come paga i vari pseudo-cameramen che lo seguono con delle telecamerine da qualche centinaia di euro, come quelle usate dai turisti ? Chi li paga ?

E sopratutto: come vive, come guadagna Abbate ? Chi versa i contributi all’ INPGI2 sui suoi eventuali (auto ? ) compensi giornalistici ???

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Abbate con il suo ridicolo e triste borsello a tracolla,  violando le norme deontologiche dell’ Ordine dei Giornalisti, se ne va quotidianamente  in giro fra i ristoranti, bar, associazioni, circoli sportivi di Taranto ad elemosinare 100 euro + al mese  (abbiamo le copie dei suoi contrattini pubblicitari), ed è sempre a lui ad incassare e quietanzare personalmente le “fatturine” emesse dalla ditta individuale  Daily Commerce di Antonio Manzin con sede dichiarata al Registro Imprese della Camera di Commercio, in via Lago d’ Arvo 23/a in Taranto (codice fiscale MNZNTN54L16L049M – partita iva 03053510735 ), una persona del quale i suoi clienti-inserzionisti pubblicitari a cui emette fattura, ignorano persino la sua faccia. Per comodità dei lettori lo indicheremo in seguito come il “compare di Abbate” .

Alcuni titolari di esercizi commerciali hanno “bloccato” il numero telefonico di Abbate per non ricevere le sue continue pressanti telefonate alla ricerca di qualche centinaio di euro di pubblicità. Ed il telefono lascia sempre tracce….anche quando non ti rispondono !

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I “contrattini” pubblicitari in realtà li propone, vende e sottoscrive, Luigi Abbate svolgendo un’ attività vietata dall’ Ordine dei Giornalisti (ma non è il solo a Taranto)  ed è sempre lui che si presenta a fine mese, per incassare e quietanzare le “fatturine” che lo fanno sopravvivere. Qualcuno ha fatto dei controlli per noi presso le emittenti televisive,  anche presso gli istituti di previdenza, ed abbiamo verificato che nessuno ha mai assunto con qualsiasi tipo di contratto previsto dalla Legge il pubblicista Luigi Abbate, e che lo spazio da lui utilizzato in realtà è da lui acquistato a pagamento dai canali televisivi ! Di Manzin, cioè ilcompare di Abbate nessuno ha mai visto la faccia o sentito la sua voce…

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ecco la prova: Abbate incassa i soldi dagli inserzionisti e quietanza le fatture

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un’altra prova: Luigi Abbate incassa e quietanza le fatture. Senza avere una dittà, una società, una partita Iva !

Conoscendo le norme di legge sull’emittenza televisiva ed i regolamenti attuativi emanati dall’ AGCOM (l’ Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che vengano controllati dai Co.re.com presso il quale è stato istituito il R.O.C. cioè il Registro Operatori della Comunicazione,  sappiamo molto bene l’obbligo di legge per gli editori (quelli veri !) e le concessionarie di pubblicità l’obbligo di iscriversi laddove previsto dalla Legge. Ma anche in questo caso, sia di Abbate che del suo “compare” Manzin non esiste nessuna traccia di vita imprenditoriale e regolare attività, calpestando quindi tutte le vigenti norme di Legge.

Schermata 2016-03-12 alle 16.04.26In effetti come avrebbe mai potuto iscriversi fra le società concessionarie pubblicitarie registrate nel R.O.C. la ditta Daily Commerce di Antonio Manzin cioè il “compare” in affari (poco chiari)” di Abbate,   se il signor Antonio Manzin, peraltro  dal 2015 non paga la tassa annuale dovuta per legge alla Camera di Commercio di Taranto ???  Impossibile !!!

Basta curiosare approfonditamente fra i documenti pubblici per scoprire qualcosa di più di questo misterioso”compare“. Nel 1991 costituisce la Videomercato s.as. di Antonio Manzin (attività che è sempre risultata “inattiva“) successivamente “cancellata” nel 2005 ! Ma cosa faceva o fatto questa società ?

Secondo i documenti e gli atti presenti nel registro delle imprese consultabile online attraverso il sistema Telemaco, non risulta nulla ! Infatti questa società risulta: “Inattiva” (codice Ateco 2007:  73.11)

Schermata 2016-03-12 alle 16.10.11Cosa abbia fatto in questi 14 anni questa società cioè la Videomercato, non è possibile saperlo ed accertarlo in quanto le ditte individuali e le società di persone non hanno obbligo di pubblicistica, cioè di depositare i propri bilanci al registro delle imprese della Camera di Commercio.

Ma Manzin dopo aver chiuso la sua prima attività, ci riprova, ma  questa volta con una ditta individuale, la Video Com di Antonio Manzin costituita nel 2003, ma anche questa volta è sfortunato…. ed infatti nel 2009 la cancella della Camera di Commercio ! Ma che attività poteva svolgere ? Ecco cosa risulta agli atti: “agente e rappresentante di commercio di vari prodotti senza prevalenza di alcuno” (codice Ateco 2007:  46.19.01)

Schermata 2016-03-12 alle 16.10.40Quindi questo signor Manzin , qualora l’avesse realmente svolta personalmente,  non avrebbe mai potuto svolgere l’ attività di concessionaria pubblicitaria vendendo spazi pubblicitari come una concessionaria di pubblicità, non essendo la sua attività commerciale in possesso dei requisiti previsti e necessari secondo le norme previste dalla Legge. Infatti la ditta individuale  Daily Commerce  di Antonio Manzin risulta svolgere e dichiarare solo e soltanto: “attività di promozione pubblicitaria” (codice Ateco 2007:  73.11) quindi non può svolgere attività di concessionaria di spazi pubblicitari,  visto che invece negli ultimi tempi emette fatture per “spot pubblicitari nelle trasmissioni televisive “Polifemo-L’ Occhio di Abbate“.

Infatti basta dare un’occhiata nel sito di DELTA TV ( vedi QUI) e verificare con i propri occhi che i “programmini” di Abbate non compaiono neanche nel palinsesto (vedi QUI ) e non sono prodotti dall’emittente televisiva. che ha una sua concessionaria di pubblicità propria, la GPL di Bari, come indicato anche nel proprio sito internet (vedi QUI ). Anche sul precedente canale del digitale terrestre VIVA LA PUGLIA CHANNEL” (vedi QUI)  nell’elenco dei programmi televisivi, da noi acquisito prima che venisse “epurato” il programmino di Abbate, di questo signore non vi era alcuna traccia (vedi QUI) .

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Qualcuno spieghi al signor Abbate, che fare giornalismo “a pagamento” cioè facendosi dare quattro spiccioli (mascherati sotto forma di spot fatturati da un prestanome) dalle varie associazioni, come Confcommercio, Casartigiani, ecc. per intervistare i loro rappresentanti, è quanto di più squallido e volgare possa fare un giornalista nell’esercizio della sua professione o pseudo-tale .

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Nella sua ultima pseudo trasmissione filmata con una telecamerina ad uso “turista”, nei locali della Confcommercio di Taranto, che avrà pressochè sicuramente versato il suo obolo pubblicitario al questuante Abbate tramite il suo “compare” Manzin, fra gli intervistati compaiono persone che sono sotto processo come “imputato” (leggi sopra) come Giovanni Geri, rappresentante di Federmoda, nell’ambito dell’inchiesta ALIAS condotta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Lecce e  come Leonardo Giangrande , socio di minoranza di una società di supermercati (in franchising) attuale presidente della Confcommercio di Taranto, imputato (leggi QUI ) nel processo di appello per il concorso per la nomina del segretario generale della Camera di Commercio di Taranto. Ma tutto questo, quei quattro gatti che seguono Abbate non l’hanno potuto ascoltare.

Infatti, il “pubblicista a gettone” stranamente non ne ha parlato minimamente. Probabilmente … l’argomento legalità non era previsto nella puntata “a pagamento” ! Per Abbate ( e non solo) “pecunia non olet sed scarseggiat semper” cioè i soldi non puzzano sopratutto se scarseggiano. Vero ???!!!

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E vogliamo parlare del nuovo sito online di Abbate,  locchiodiabbate.com ? Tutto anonimo: proprietario, responsabile amministrativo, responsabile tecnico. Mentre il pubblicista “millantatore” (di essere professionista – n.d.a.)  pretende trasparenza da tutti, arrivando persino a chiedere di vedere il bollino 2016 apposto sulla mia tessera di giornalista professionista, che a sua differenza e dei suoi compagni di fango, porto in tasca con dignità e decoro per la professione dal 1985, cioè da quando all’età di 24 anni sono diventato “professionista” ! La mia tessera di giornalista professionista, stiano tranquilli il signor  Abbate ed i suoi “compagnucci“, la vedranno molto presto in Tribunale Penale e Civile a Roma, dove saranno chiamati a rispondere delle loro diffamazioni reiterate nei miei confronti. Ed allora sì, credetemi,  che ci sarà da ridere. Ma non per tutti….

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Schermata 2016-03-12 alle 15.16.57In un’ Ordine regionale dei giornalisti più serio e rigido di quello pugliese, come ad esempio quello di Lombardia ( dove ha fatto scuola la “rigorosa” presidenza di Franco Abruzzo) operazioni del genere non sarebbero mai passate inosservate e consentite. A Milano l’ Ordine dei Giornalisti ha il coraggio di sanzionare giornalisti come Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro, Giorgio Mulè, ecc. e di mettere sotto inchieste gruppi editoriali come RCS, Mondadori, Condè Nast, televisioni come SkyMediaset,  e questo genere di “markette redazionali-pubblicitarie“, molto spesso oltre ad essere sanzionate, sono finite anche sotto i riflettori e le multe dell’ Autorità Antitrust.

Schermata 2016-03-12 alle 15.17.05Invece in Puglia si consente tutto ciò, anzi si assiste persino alla diffusione di comunicati dell’ Ordine dei Giornalisti presieduto dal giornalista (“pensionato”)  Valentino Losito, o dell’ Assostampa dove un comunicato non si nega a nessuno basta che paghi la tessera (!!!) , con cui viene espressa la solidarietà ad un giornalista…(Abbate n.d.a)  che pretendeva di entrare a casa altrui, cioè in una sede di partito, senza esservi stato invitato o accreditato,  e di fare delle domande, come se una persona fosse obbligata a rispondere.

Parliamo dello stesso giornalista… che augura la morte di una persona, cioè dell’ On. Michele Pelillo, “reo” di non averlo raccomandato quando Abbate venne licenziato da BlustarTV, a cui ha fatto vertenza di lavoro, perdendola inesorabilmente. E non contento, oltre a diffamarmi, l’ha augurata anche a me.

In Puglia l’ Ordine dei Giornalisti consente anche al “sodale-scudiero” del sindacalista Mimmo Mazza (di cui ci occuperemo nei prossimi giorni)  cioè Francesco Casula di restare iscritto nel registro dei praticanti per 6 anni (mentre per Legge si può essere iscritto in tale registro per soli 3 anni) e di iscriverlo nell’ elenco dei professionisti nel 2016 pubblicando una retrodatazione indicando la data del 2012 ! Ma di tutto questo esiste un ampio carteggio documentale sia al Consiglio Nazionale dell’ ordine dei Giornalisti che presso l’ Ordine dei Giornalisti di Puglia, e quindi adesso se ne occuperà il Ministero di Giustizia che controlla e vigila sugli ordini professionali.

Guardate con i vostri occhi

Questo è quello che pubblicavamo il 19 luglio 2015 ( vedi QUI)

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Questo è quello che appare oggi dopo le nostre contestazioni “ufficiali” a mezzo PEC inviate al Presidente dell’ Ordine dei Giornalisti di Puglia (e per conoscenza anche a quello del Consiglio Nazionale) . Infatti non a caso…. nella scheda sotto i vostri occhi non compare alcuna anzianità ! Che strano, vero ?

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Ma di tutto questo se ne stanno già occupando la Procura della Repubblica , la Guardia di Finanza e la Direzione Generale Affari Civili el Ministero di Giustizia (che controlla e vigila per Legge sugli ordini professionali nazionali e territoriali) a seguito di alcuni esposti presentati da un associazione nazionale di consumatori specializzata sulle telecomunicazioni e la pubblicità ingannevole. La stessa associazione che a Milano ha fatto sanzionare gruppi come Mondadori…..

Con questa ricostruzione documentale sul “signor” Abbate, ve lo prometto, non torneremo ad occuparcene mai più. Se ne occuperanno i nostri legali, a seguito delle querele penali presentate nei suoi confronti, e l’azione civile risarcitoria per danni che a breve gli sarà notificata a mezzo ufficiale giudiziario. Il ricavato verrà interamente devoluto alla Fondazione Capitano Ultimo onlus di Roma ed alla Fondazione Amici dei Cani onlus di Roma che presiedo da 15 anni e che aiuta cani e canili in tutt’ Italia.




Le prove del “mobbing” della Lumsa diretta da don Panico e “protetta” dalla Diocesi di Taranto

di Antonello de Gennaro

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nella foto don Antonio Panico

Come vi avevamo promesso, siamo andati a fondo sui comportamenti interni alla LUMSA, l’università cattolica diretta a Taranto dal sacerdote don Antonio Panico, ed abbiamo trovato una sentenza di un recente processo per “mobbing” intrapreso a carico dell’ ex-vescovo di Taranto, lo stesso Mons. Papa coinvolto (in veste di indagato) nel processo “Ambiente Svenduto” in corso in questi giorni dinnanzi al  Gup del Tribunale di  Taranto, in cui è stato condannato l’attuale parroco della Chiesa del Carmine , don Marco Gerardo che a suo tempo era il segretario del vescovo Mons. Benigno Papa.

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Quella che pubblichiamo in versione originale ed integrale, scaricabile, e vi offriamo in esclusiva lettura, è una sentenza che va letta attentamente ed è per questo motivo che vi abbiamo evidenziato in giallo i passaggi più salienti che evidenziano dei comportamenti sicuramente poco etici e legali da parte della Chiesa tarantina,  come ha evidenziato anche il Giudice per le Udienze Preliminari dr. Pompeo Carriere, magistrato noto nel Foro di Taranto per il suo rigore morale ed onestà intellettuale. La fede ed il cattolicesimo promossa da Papa Francesco hanno ben poco in comune con la Diocesi di Taranto, più attenta agli affari ed alla politica locale.

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Il processo penale a carico di Mons. Di Comite, don Antonio Panico e la professoressa Marinella Sibilla si è interrotto a seguito di una transazione economica disposta dalla Diocesi di Taranto e pagata dalla  LUMSA di Taranto alla loro dipendente “mobbizzata” Matichecchia , per evitare una pressochè certa condanna dinnanzi al Tribunale Penale di Taranto.  Ma i poco attenti (quando vogliono loro…) cronisti giudiziari di Taranto, si sono ben guardati dal darne notizia. Chissà perchè….???

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Quindi, cari lettori, se i giornalisti (anonimi) del  Nuovo Quotidiano di Puglia, vogliano credere alle ridicole tesi della LUMSA sul rifiuto ad iscrivere Greta Sangermano la giovane ragazza disabile, all’ Università, è semplicemente affar loro. La credibilità, l’autorevolezza,  non si conquistano pubblicando sul proprio giornale i comunicati stampa della Lumsa, ignorando fonti “qualificate” e le parti in causa. Lo prevede anche il codice deontologico dell’ Ordine dei Giornalisti, che a Taranto sembra un documento pressochè sconosciuto…

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Nel giornalismo, così come nella vita bisogna sempre raccontare la verità, anche quando si sbaglia è bene saper chiedere scusa. Ma per farlo bisogna innanzitutto avere una spina dorsale diritta. Abbiamo cercato di capire che attendibilità potessero avere don Antonio Panico e la sua “stretta” collaboratrice la prof. Sibilla. E la precedente vicenda processuale che li vedeva imputati in un processo per mobbing, in cui sono usciti solo pagando utilizzando i soldi della Chiesa, per non venire condannati, confermavano che avevamo visto giusto. E molto meglio dell’anonimo giornalista del Quotidiano !

In questa precedente triste squallida vicenda processuale che vi abbiamo documentato,  Mons. Benigno Papa ne è uscito indenne solo grazie al buon lavoro fatto dai suoi legali. Esattamente come nel “processo Ambiente Svenduto“. E badate bene, non lo diciamo noi. Lo dicono due sentenze del Tribunale di Taranto, dove ci sono giudici e magistrati (non tutti purtroppo) per bene.

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Se voi, cari lettori, volete credete a don Antonio Panico, alla professoressa Sibilla, ed ai comunicati stampa della LUMSA ?  Liberi di farlo, chiaramente. Noi non crediamo a certa gente, che ha offeso, maltrattato ed umiliato Greta, la ragazza disabile, che aveva solo il sogno ed il desiderio di voler studiare.

Questo accade a Taranto nel 2016, città che voleva candidarsi a Capitale della Cultura…

DOCUMENTO ESCLUSIVO  da scaricare

La sentenza di Mons. Papa




Assolto il nostro Direttore dal Tribunale di Roma. Non diffamò il giornalista Renato Farina alias Betulla la “spia” sul libro paga del Sismi

Schermata 2015-09-17 alle 01.03.04Il nostro direttore Antonello de Gennaro, che dirige a Roma anche l’agenzia di stampa ADGNEWS24 specializzata in inchieste e reportage, è stato assolto dal Tribunale di Roma, insieme ai colleghi Malcom Pagani (ora al Fatto Quotidiano) Bruno Manfellottto all’epoca dei fatti direttore del settimanale L’Espresso, ed il giornalista-storico Pasquale Chessa, da sempre molto “vicino” al presidente Francesco Cossiga, a seguito della denuncia presentata nei loro confronti dal giornalista Renato Farina, meglio noto come “Betulla“,  che era sul libro paga di Pollari-Pompa dei servizi segreti del Sismi Farina era stato radiato dall’ Ordine dei Giornalisti e poi riabilitato grazie ad un trucchetto legale) ed agente Betulla , successivamente eletto per una legislatura parlamentare Pdl, e “trombato” alle ultime elezioni politiche aveva pubblicato un volume intitolato “Cossiga mi ha detto“. Ma secondo Pasquale Chessa, Cossiga non gli aveva detto proprio niente, avendo interrotto ogni rapporto con lui due anni prima di morire. E non voleva saperne più nulla

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nella foto Renato Farina “Betulla”

Alla fine dello scorso anno Betulla” aveva annunciato che dal 1 gennaio 2015 sarebbe tornato a collaborare con il quotidiano berlusconiano  Il Giornale. Ma l’assemblea di redazione della testata di via Negri si è opposta alla decisione comunicata dal direttore di includere di nuovo Renato Farina –rinominato “agente Betulla – tra le firme del quotidiano. A spiegarlo è stato un comunicato del comitato di redazione. L’assemblea “a fronte delle vicende che hanno avuto Farina come protagonista – prosegue la nota – considera inaccettabile che si apra la porta a questo nuovo contratto di lavoro”. Il riferimento va proprio alla vicenda del rapimento dell’imam Abu Omar: l’ex vicedirettore di Libero aveva appunto svelato il suo ruolo nel Sismi. Alla vigilia di una possibile radiazione in seguito alla sua collaborazione con i servizi, si era cancellato dall’albo dei giornalisti nel 2007, ma a settembre 2014 il Consiglio della Lombardia ha accettato la sua domanda di ritorno alla professione, dopo averne respinte altre negli anni scorsi. A seguito di questa decisione  il collega ed amico  Carlo Bonini uno dei giornalisti di “punta” del quotidiano La Repubblica , con amarissime parole si è dimesso da consigliere nazionale dell’Ordine. E subito dopo ha divulgato lui stesso il testo della lettera, perchè sia pubblica, a beneficio di chi questo mestiere lo fa, ma soprattutto di chi non lo fa” (leggi QUI) .

Schermata 2015-09-17 alle 01.25.10Il 28 settembre 2006 l’Ordine dei giornalisti della Lombardia gli aveva inflitto una sospensione di 12 mesi. Il Procuratore Generale di Milano aveva impugnato la decisione e ne aveva chiesto la radiazione. A quel punto fu lo stesso Farina a cancellarsi dall’Albo prima che il Consiglio nazionale si pronunciasse. Il 18 dicembre 2012 l’Ordine dei giornalisti della Lombardia aveva respinto una prima domanda di reiscrizione, ”dopo attenta valutazione del comportamento di Farina in questi ultimi anni e dopo la sua audizione”, spiegava una nota dell’Ordine. Fra le motivazioni, ”quella dell’esistenza di una sentenza di patteggiamento per la sua collaborazione con i servizi segreti, attività del tutto incompatibile con l’esclusività della professione giornalistica”. Inoltre, sottolineava l’Ordine dei Giornalisti , “Farina si è cancellato dall’Albo nell’imminenza della decisione disciplinare assunta dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, evidentemente per sottrarsi al giudizio dei colleghi“.

Schermata 2015-09-17 alle 01.01.52E non bastava: “Nonostante la cancellazione, Farina ha continuato a collaborare quotidianamente con più pezzi e per diversi anni a varie testate, di fatto continuando a svolgere la professione giornalistica, con un atteggiamento di svalutazione nei confronti dell’ente di categoria preposto alla vigilanza”. Saranno le motivazioni di quest’ultima decisione di segno contrario a chiarire quale “ostacolo” sia caduto nel frattempo.  Farina ha tentato di spiegare recentemente perché non è più l’agente Betulla, dopo averlo ammesso e perfino rivendicato con un filo di compiacimento. E averci anche scritto un libro, nel 2008, che s’intitola, appunto, Alias Agente Betulla.

In ogni caso de Gennaro assistito dall’ Avv. Giuseppe Campanelli,  ed i colleghi Pagani, Chessa e Manfellotto sono stati assolti. E questo è quello che conta. Per il dispiacere di “Betulla“, ed anche di qualche pennivendolo tarantino, che non aspettava altro che una sentenza di condanna per continuare nella sua attività di “ventriloquo-corvo” del Palazzo di giustizia a Taranto. Ma purtroppo, per questa gente, nel Tribunale di Roma  la Legge si esercita ed applica ancora in nome del popolo italiano…