Sigfrido Ranucci continua a tenere in sospeso il capitolo della possibile discesa in politica, tra smentite nette e battute che inevitabilmente finiscono per alimentare le voci. Prima chiude. Dopo apre uno spiraglio. Dopodichè richiude, ma tutto questo non si sa fino a quando. L’ ormai ex conduttore di Report a latere della presentazione a Roma al Villetta Social Lab della Garbatella del suo libro “Il ritorno della casta”, aveva risposto così ai giornalisti: “Io candidarmi? Non ci penso. Poi se mi cacciano proprio dalla Rai…”. Una frase accompagnata da una risata, ma che basta a ipotizzare la possibile candidatura auspicata da Valter Lavitola.
Ranucci però, qualche ora dopo, adotta toni differenti. “Ma quale candidatura, ma quale politica: io voglio continuare a fare inchieste. Hanno fatto tutto questo casino per cacciarmi e togliermi da Report perché, forse, la politica mi teme più come giornalista d’inchiesta. Ho fatto inchieste per 35 anni. Mi hanno spostato e ancora non ho capito perché. Non scendo in politica: la politica è una cosa seria e non mi sento all’altezza, è un mestiere troppo serio per me”, ha aggiunto sorridendo alla Garbatella , “dove sono nato, non come altri che sono emigrati in questo quartiere. Ogni riferimento è puramente casuale”.
L’ipotesi candidatura al momento viene respinta. Ma nello stesso tempo ritorna. Anche perché nelle ultime settimane si è parlato soprattutto di una possibile candidatura con Alleanza Verdi e Sinistra. Le indiscrezioni erano state alimentate anche dall’invito rivolto al giornalista per partecipare alla festa nazionale di Avs a Roma. Angelo Bonelli aveva però liquidato i retroscena come “totalmente inventati”, assicurando che nel partito non si stava discutendo di alcuna candidatura.

Lo stesso Ranucci, mentre dichiara di non voler fare politica, torna proprio sui numeri che misurano il suo eventuale peso elettorale. “politici che parlano del format di Report anziché fare il loro lavoro. Nonostante la campagna di discredito secondo il sondaggio Swg pubblicato da La7 ho il 7% di gradimento. Ma c’è anche un altro dato, il 63% degli italiani mi considera credibile per guidare il Paese. Ma Mentana questo non lo dice”.
Ranucci stranamente non parla mai di Lavitola, non commenta la circostanza che il suo “caro amico” sia stato il mandante dell’esplosione sotto casa sua. Un comportamento tanto strano quanto anomalo e quindi poco credibile. Nella versione di Valter Lavitola ai magistrati sono presenti ancora troppi elementi che non quadrano. Troppe contraddizioni e zone oscure che hanno spinto la Procura di Roma a non credere al movente indicato fin dal primo interrogatorio dal faccendiere: quello secondo il quale l’attentato sarebbe stato ideato e realizzato esclusivamente per ottenere un rafforzamento della scorta dell’amico Sigfrido Ranucci.
Un elemento però, che non trova riscontro nelle carte finora in possesso dei giornalisti. Questo perché, come si evince chiaramente dall’ordinanza di custodia cautelare, Ranucci aveva visionato il sondaggio, nel quale comparivano riferimenti a una figura proveniente dal mondo della televisione, e soprattutto era intervenuto direttamente sul documento, correggendone alcuni passaggi. Legittimo chiedersi come mai non abbia fermato subito l’amico? E non spiega il suo contributo anche se parziale, a fornirgli le proprie impressioni, modificando persino domande e punti del sondaggio.
Ed è in questo panorama che vengono richiamati anche i due mesi di telefonate che Lavitola ha effettuato tra ottobre e dicembre dopo l’attentato,, per sollecitare un rafforzamento della protezione nei confronti del giornalista. Ma, secondo i suo difensori avvocati Cola “quelle chiamate non hanno nulla a che vedere con un presunto progetto politico. L’eventuale aumento di notorietà di Ranucci era già avvenuto e da quel momento l’unico scopo era garantirne la sicurezza“.
Un vero e proprio evidente controsenso: se Lavitola era consapevole di essere stato il mandante di un’azione dinamitarda, come poteva, a bomba già esplosa, temere per un attentato che lui stesso aveva inscenato? Diversi, inoltre, i tentativi di avvisarlo: “È certo che Ranucci avesse saputo di questo pericolo comunicatogli da Lavitola già a marzo del 2026. Quindi, pur non volendo credere a ciò che ha riferito Lavitola durante il suo interrogatorio di garanzia, il dottor Autieri (collaboratore di Report ndr), sentito dalla Procura di Roma, ha riferito che lui e Ranucci erano stati avvisati di questo ipotetico attentato di matrice israeliana. “E siamo in un’epoca non sospetta” dichiara l’ avv, Arturo Cola, riferendosi a un momento delle indagini in cui né gli esecutori materiali erano stati individuati, né c’era alcun nome che potesse rimandare al faccendiere. Il nodo, però, sollevato anche dall’ avv. Cola resta il perché gli inquirenti non siano mai stati messi al corrente di questi particolari non irrilevanti anche alla luce del rinnovato sospetto, espresso da Lavitola, che l’amico potesse aver capito.
E’ arrivata la notizia dell’iscrizione di Ranucci nel registro degli indagati per diffamazione contro il deputato di Fratelli d’Italia, Gerolamo (Gimmi) Cangiano il quale era stato uno dei nomi indicati dal conduttore come potenzialmente collegato all’attentato. A questo punto il fascicolo potrebbe essere acquisito dalla Procura di Roma.





