L’identità smarrita dei magistrati italiani

L’identità smarrita dei magistrati italiani

il danno terribile occorso alla magistratura italiana: la perdita dell’immagine dell’imparzialità. Una magistratura, per giunta, apparsa finora, tranne rarissime eccezioni, totalmente ignara del problema, accecata dal suo enorme potere, trincerata in un Consiglio superiore impegnato perennemente nella bassa cucina delle nomine o nella difesa della corporazione, incapace sempre di dire un’alta parola di verità e di autocritica. Non è dunque per caso se nella democrazia italiana anche l’ideologia strutturante della magistratura è diventata ben presto la politica.

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Una trasformazione che non è partita dal suo interno ma che ha rispecchiato un cambiamento più generale del Paese. Le donne e gli uomini dell’apparato giudiziario, infatti, sono stati forse le maggiori vittime di quella duplice assenza di etica e di spirito di corpo comune a tutta la struttura socio-statale italiana nel periodo della Repubblica. Un breve salto nel passato farà capire meglio cosa voglio dire.

Ricordo bene quando molti e molti anni fa i magistrati italiani erano dei conservatori. Lo erano innanzi tutto da un punto di vista culturale, in un modo che spesso appariva perfino patetico. E naturalmente lo erano in senso politico. Ma lo erano, dirò così «naturalmente». Cioè non già perché coltivassero personali legami con la politica o con qualche partito di centro o di destra, o perché se ne attendessero qualche vantaggio o magari si sentissero impegnati in una qualche battaglia ideale a sfondo socio-politico. Erano politicamente conservatori soprattutto perché provenivano pressoché totalmente dalla borghesia, la quale allora era conservatrice, spesso e volentieri anche reazionaria. Sicché era normale, ad esempio, che nei processi a sfondo politico — penso a quelli allora frequentissimi riguardanti l’ordine pubblico — sugli imputati di sinistra grandinassero per un nonnulla anni di galera.

Poi le cose cambiarono. Grazie alla mobilità favorita dalla crescente scolarizzazione, la provenienza sociale dei magistrati così come quella di ogni altro gruppo professionale fu in buona parte liberata dagli stretti vincoli classisti precedenti. Da un carattere dominante cetuale di tipo liberal-borghese con forti tratti reazionari la società italiana passò almeno tendenzialmente a una struttura democratico-interclassista. Sebbene con il vincolo in Italia sempre fortissimo della trasmissione ereditaria delle professioni, tutti poterono diventare giudici, medici o notai.

Un fatto indubbiamente positivo ma con una conseguenza inevitabile: il venir meno all’interno delle varie corporazioni professionali di quell’omogeneità/ solidarietà di fondo che in precedenza erano assicurate dalla comune origine socio-culturale. In altri Paesi questo venir meno di valori di tipo classista nei ceti professionali e degli alti uffici pubblici, verificatosi in tutte le democrazie, è stato compensato da un insieme di altri caratteri risalenti: da una diffusa cultura civica, da un’orgogliosa deontologia delle identità professionali, da antiche tradizioni di servizio allo Stato e di spirito di corpo.

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Tutte cose che per ragioni storiche da noi erano invece introvabili o solo debolmente esistenti. Sulle quali quindi la Repubblica non ha potuto contare e alle quali tantomeno essa è riuscita a dare vita. Nata dai partiti, infatti, e rimasta sempre dei partiti (anche per effetto di uno sciagurato sistema di governo), la Repubblica ha potuto trovare solo nella politica, nella politica di partito, la sua vera ragion d’essere, in un certo senso la sua ideologia fondativa. Per ragioni storiche ormai consolidate ma abbastanza uniche nel panorama europeo, nel nostro Paese la stessa Costituzione non sfugge al destino di essere oggetto da sempre di continue dispute di segno politico.

Non è dunque per caso se nella democrazia italiana anche l’ideologia strutturante della magistratura è diventata ben presto la politica. Non è per caso se una volta andata in soffitto l’antica unità classista, il ruolo e la funzione dei magistrati, ai loro stessi occhi, nei loro stessi discorsi, si sono andati caricando immediatamente di significato e contenuto politico. Se ben presto per l’identità della grande maggioranza di essi la dimensione della politica e delle relative ideologie è diventata la sola dimensione realmente significativa. Anche perché nel frattempo la politica dei partiti non lesinava certo seduzioni, minacce e allettamenti di ogni tipo avendo scoperto quale ruolo importante potesse avere (o non avere) un procuratore della Repubblica al posto giusto nel momento giusto.

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Sia chiaro: è evidente che anche per ciò che riguarda la giustizia vale il principio che «tutto è politica». Ma un conto è che tale principio informi di sé la discussione sulle grandi linee generali, sulle opzioni di sistema, un conto ben diverso è che immediatamente, cioè senza alcuna mediazione, la politica diventi di fatto l’unico elemento di autoidentificazione dei singoli, del loro profilo, dei loro atti, del modo di esercitare le proprie funzioni. Secondo una deriva che rende impossibile — non bisogna stancarsi di ripeterlo — qualunque immagine d’imparzialità e che di conseguenza dissolve virtualmente ogni idea di giustizia.

Perché questo è il danno terribile occorso alla magistratura italiana: la perdita dell’immagine dell’imparzialità. Una magistratura, per giunta, apparsa finora, tranne rarissime eccezioni, totalmente ignara del problema, accecata dal suo enorme potere, trincerata in un Consiglio superiore impegnato perennemente nella bassa cucina delle nomine o nella difesa della corporazione, incapace sempre di dire un’alta parola di verità e di autocritica.

*opinione tratta dal CORRIERE DELLA SERA

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