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16 Giugno 2024 07:58
16 Giugno 2024 07:58

La premier Meloni firma insieme al ministro guardasigilli Nordio il testo della riforma sulla giustizia

La premier Meloni con grande impegno è riuscita a garantire prima del voto europeo l’ arrivo in consiglio dei ministri della riforma. La Meloni ha voluto lanciare al mondo delle toghe un segnale con una tregua che non è "ufficiale" ma è nei fatti e nelle pieghe della riforma pronta ad essere attuata.

Ci sarà anche il nome della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla alla riforma della separazione delle carriere, accanto a quella del Guardasigilli Carlo Nordio. Una rivoluzione a doppia firma quella che promette di mettere finalmente in atto la distinzione delle carriere fra magistrati inquirenti (i pubblici ministeri) ed i giudicanti. La leader della destra italiana ci mette la faccia su una riforma che molto farà discutere nei prossimi mesi e già fa accendere le polemiche delle correnti della magistratura associata, in trincea contro il testo in cantiere a Palazzo Chigi, dimenticando le toghe che non devono legiferare ma applicare le leggi del parlamento. La Meloni cercando di restare in equilibrio ha seguito step by step passo la preparazione del Ddl ormai pronto al via libera.

Il pressing di Forza Italia guidato da Antonio Tajani, alla ricerca di una “vittoria” da usare in campagna elettorale per le Europee, intestandosi una storica battaglia di Silvio Berlusconi che non era mai arrivata in porto. Ma anche il tentativo di tenere aperto un canale nei rapporti fra governo e toghe a dir poco burrascosi . Il capo dello Stato Sergio Mattarella che presiede anche il Csm e ha seguito da molto vicino il lavorio preparatorio del ddl costituzionale sulla Giustizia, facendo trapelare dagli uffici tecnici dubbi e remore sui passaggi più spinosi, portatori di critiche e proteste della categoria che si ritiene intoccabile e pretende di decidere al di fuori del Parlamento.

La premier Meloni con grande impegno è riuscita a garantire prima del voto europeo l’ arrivo in consiglio dei ministri della riforma . Ma lo ha fatto a delle condizioni molto chiare quanto precise. Non ha mai voluto regalare a Forza Italia una “bandierina” elettorale, permettere al partito che fu del Cavaliere di mettere il cappello sulla rivoluzione delle toghe. Un messaggio che si sarebbe rivelato pericoloso da far passare alla vigilia di una sfida elettorale proporzionale, le Europee appunto, che si gioca tutta su una sfrenata caccia alle preferenze, a costo di contenderle ai propri alleati.

Apporre la propria firma su quel testo è un segnale di garanzia, e serve a sottrarlo alla logica dei simboli da sbandierare di fronte agli elettori del centrodestra, cercando di rosicchiare consenso e voti di preferenze agli altri partiti della coalizione. La Meloni ha voluto lanciare al mondo delle toghe un segnale con una tregua che non è “ufficiale” ma è nei fatti e nelle pieghe della riforma pronta ad essere attuata.

È stata la premier a prevenire spegnere un possibile focolaio di polemiche che avrebbe incendiato la magistratura italiana, bloccando qualsiasi proposta di modifica dell’obbligatorietà dell’azione penale. Un altro “vecchio” intento di Silvio Berlusconi: scrivere nero su bianco nella Carta che l’azione penale dei pm non è obbligatoria, ma discrezionale. vero e proprio materiale esplosivo, necessario ad innescare la sommossa dei togati italiani.

Il governo di centrodestra anche per questo motivo nei mesi scorsi ha frenato in Parlamento una proposta di legge di Forza Italia con l’ obiettivo, di determinare i criteri di priorità dell’azione penale. Innanzitutto i reati contro l’incolumità fisica e contro il patrimonio e successivamente in seconda fila, i reati dei “colletti bianchi”, cioè quelli contro la Pubblica amministrazione.

Non se ne è fatto niente e lo stop è arrivato proprio da Fratelli d’Italia. come adesso lo stesso sull’azione penale: tutto rinviato a data da destinarsi, su precisa indicazione della Meloni. Un percorso lastricato di queste accortezze, che ha portato alla scrittura della separazione delle carriere, lasciando sempre tenendo aperto un canale di mediazione e confronto, grazie ai buoni rapporti intercorrenti fra il sottosegretario Alfredo Mantovano (ex magistrato), ed il Quirinale.

Una scelta studiata, quella di avocare al governo le trattative per dare forma alla rivoluzione dell’organizzazione delle magistratura. Il Parlamento erano da tempo pronte diverse proposte di legge del centrodestra, molto simili fra di loro e confezionate dopo un lungo lavoro istruttorio, che a metà marzo erano state portate nel ministero di via Arenula, ma è stato proprio a questo punto che è arrivato lo stop da Palazzo Chigi: se ne occuperà il governo.

Una decisione per sottrarre la separazione delle carriere ai continui “blitz” della maggioranza in aula e insieme alla foresta del Parlamento dove spesso si perdono provvedimenti di enorme peso politico. Come ad esempio quanto accaduto al Ddl Nordio, contenente la sua proposta di riforma della giustizia che conteneva la cancellazione del reato d’abuso di ufficio: proposta di riforma varata nel giugno del 2023, ma non ancora liquidata dalle Camere, con buona pace delle puntuali proteste di Forza Italia. Invece la riforma delle carriere è adesso pronta a camminare sulle proprie gambe. Dove arriverà, forse è presto prevederlo: dovrà superare lo scoglio di un referendum che non sembra scontato. Nel frattempo la premier Meloni ci ha messo sopra la propria firma in calce.

| © CDG1947MEDIAGROUP – RIPRODUZIONE RISERVATA |

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