IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE DI FRANCESCA MORVILLO E DELLA LORO SCORTA

IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE DI FRANCESCA MORVILLO E DELLA LORO SCORTA

LA DIRETTA DELLE CELEBRAZIONI DA PALERMO
Quel 23 maggio e 19 luglio sono le pagine più buie e dolorose della storia di Palermo, che però allo stesso tempo hanno generato finalmente la reazione ed il risveglio della società civile che davanti a tanta barbarie inizia ad alzare la testa. Il 23 maggio è ormai da anni diventata la data simbolo della lotta alla mafia, del “NO” al malaffare. Il sacrificio di Falcone e Borsellino e delle loro scorte con il passare diventa sempre più solido ed indimenticato nelle anime e memorie degli italiani onesti, ed il loro ricordo sarà indelebile. Perchè loro vivono ancora e sempre dentro di noi.

di ANTONELLO de GENNARO

Oggi è il 29mo anniversario della strage di Capaci del 23 maggio 1992, nella quale morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Fu l’inizio della stagione stragista di “Cosa nostra”. Falcone assieme al collega ed amico fraterno Paolo Borsellino, aveva individuato e fatto condannare con lo storico “maxiprocesso” i vertici della mafia siciliana.

Quello che sembrava un normalissimo pomeriggio palermitano di quasi estate, ha cambiato la storia di Palermo, della Sicilia, dell’ Italia intera. La potente carica di esplosivo sventrava l’autostrada Palermo-Mazara all’altezza di Capaci: con un inferno di fiamme e fumo, lamiere e asfalto la mafia aveva compiuto la propria vendetta contro il giudice Giovanni Falcone. Appena due mesi dopo, il 19 luglio di quello stesso anno arrivò una nuova sentenza di morte da “Cosa Nostra” , questa volta per Paolo Borsellino. In via D’Amelio, assieme a lui c’erano i suoi angeli custodi della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi la prima donna a far parte di una scorta e purtroppo anche la prima donna della Polizia a cadere in servizio, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Quel 23 maggio e 19 luglio sono le pagine più buie e dolorose della storia di Palermo, che però allo stesso tempo hanno generato finalmente la reazione ed il risveglio della società civile che davanti a tanta barbarie inizia ad alzare la testa. Il 23 maggio è ormai da anni diventata la data simbolo della lotta alla mafia, del “NO” al malaffare. E ogni anno, grazie anche all’impegno della Fondazione Falcone creata da Maria la sorella del giudice, il Paese intero si mobilita con l’iniziativa “Palermo chiama Italia” per ricordare e rinnovare l’impegno per la legalità. 

“Di cosa siamo Capaci” è una frase semplice, immediata che punta a valorizzare storie positive, esempi di coraggio e altruismo in momenti bui del Paese, testimonianze di resilienza non necessariamente collegate alle mafie – sottolinea Maria Falcone – Vogliamo insomma narrare di cosa siamo Capaci come cittadini, come singoli individui, come comunità. Abbiamo pensato a modi diversi per coinvolgere i ragazzi e i cittadini – spiega la sorella di Giovanni FalconeÈ nato così ‘Spazi Capaci’, un progetto di memoria 4.0 che ci consente di riappropriarci attraverso l’arte dei luoghi che la pandemia ci ha sottratto e che potrebbero essere di nuovo ‘occupati’ dalla criminalità organizzata. Abbiamo chiesto ad alcuni tra i maggiori artisti italiani di contribuire alla realizzazione di un programma speciale di interventi urbani, nei luoghi simbolo del riscatto civile contro le cosche. La bellezza e la cultura sono armi importanti contro la paura e l’omertà”.

Giovanni Falcone era un magistrato preparatissimo, che aveva ben capito la complessità e la vastità di “cosa nostra”. Ed aveva intuito come per contrastarla fosse necessario un lavoro di squadra svolto in modo molto accurato e minuzioso. Dove ogni piccolo dettaglio era un piccola tessera di quel puzzle maledetto che è la mafia. Lo conferma un episodio inedito, relativo all’omicidio del giudice Rosario Livatino il 21 settembre 1990, giovane magistrato che conosceva bene Falcone e Borsellino, con i quali avevano più volte collaborato, scambiandosi documenti e analisi.

Così quel 21 settembre di 31 anni fa, entrambi corsero ad Agrigento e Falcone addirittura collaborò, con indicazioni e consigli preziosissimi , all’interrogatorio di Pietro Nava, il coraggioso e fondamentale testimone dell’agguato a Livatino. Lo ricorda Sebastiano Mignemi, a quel tempo appena trentenne pubblico ministero della Procura di Caltanissetta che insieme al collega Ottavio Sferlazza fu titolare della prima inchiesta sull’omicidio di Livatino. Oggi Mignemi è presidente del Tribunale del riesame di Catania, ed ha raccontato per la prima volta quell’importante episodio riportato nel libro “Rosario Livatino. Il giudice giusto” (Edizioni San Paolo) scritto da Antonio Maria Mira, appena uscito in libreria.

“Un’altra cosa che mi colpì moltissimo fu la discrezione con la quale intervennero da Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In particolare ricordo bene come Falcone, che nel 1990 era già molto noto, si approcciò a me giovanissimo magistrato per capire“. Mignemi racconta anche i preziosi consigli ricevuti da Falcone. “Aveva un grande fiuto investigativo e capì che quella testimonianza sarebbe stata il perno di tutti i processi che sarebbero svolti. E mi disse una cosa fondamentale. Di stare attento a ogni minimo particolare del racconto. Quando il testimone diceva la parola “pistola” non mi doveva bastare, ma dovevo chiedere come fosse, argentata o nera, un revolver. E vedendomi perplesso mi spiegò: “Può darsi che domani un giornale scriva pistola, ma se lui ha detto pistola nera, o era un fucile a canne mozzate, non potranno averlo letto da nessuna parte. Hai capito? Più si è meticolosi in alcuni aspetti nell’immediatezza e si ricevono informazioni e più avremo risultati processuali”.

Giovanni Falcone

Quel giovane magistrato di Caltanissetta capì che i consigli di Falcone eranouna lezione a livello investigativo fondamentale. Entrava molto nel dettaglio. Capiva benissimo che un’indicazione generica che poi può essere ripresa dopo qualche giorno da qualche articolo, se viene poi raccontata in dibattimento da una fonte probatoria, ha la valenza 131 che ha, se invece quell’indicazione è talmente specifica che non può essere stata letta da nessuna parte, avrà molta più forza. Questa lezione mi rimase impressa moltissimo”.

Ma perché Falcone era interessato all’omicidio ? Perché evidentemente nell’immediatezza si poteva anche pensare che era un gesto di mafia più legato a vicende palermitane, un segno di potenza militare in tutto il territorio della Sicilia occidentale. Inoltre lo conosceva bene, avevano collaborato. Giovanni Falcone capiva che se si era potuto commettere un omicidio di un magistrato in quel modo, in quel territorio, evidentemente ci doveva essere stato perlomeno il benestare del gotha mafioso della zona che lui già allora sapeva essere molto vicino ai vertici di “Cosa Nostra”.

Manfredi Borsellino e Sergio Mattarella

Ancora prima che inizino le manifestazioni ufficiali per ricordare le vittime della strage di Capaci, è Manfredi Borsellino, il figlio del giudice Paolo, a esprimere tutto il dolore per una ferita che resta aperta. “Le istituzioni non fecero tutto quello che c’era da fare per salvare uno dei suoi figli migliori”, ha detto in diretta tv a Uno Mattina. E’ la prima volta che Manfredi Borsellino parla in Tv di suo padre e di quei giorni. Indossa la divisa di commissario di Polizia, e dice: “Mi onoro di portare questa divisa, sono grato a tutti gli agenti che in quelle settimane drammatiche accettarono, volontari, di scortare mio padre. Sapevano a cosa andava incontro dopo l’attentato di Capaci”. Manfredi Borsellino fa una pausa e prosegue, pesando le parole, che tornano ad essere pietre: “Questa uniforme che indosso non l’hanno invece onorata alcuni vertici della polizia in quegli anni, prima e dopo la morte di mio padre”.

Oggi in tutt’ Italia si svolgono le commemorazioni organizzate dalla Polizia di Stato a partire da Palermo alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del capo della Polizia, il prefetto Lamberto Giannini, con la deposizione di una corona d’alloro nell’Ufficio scorte della caserma Lungaro, presso la lapide che ricorda i Caduti degli attentati di Capaci e via D’Amelio. Subito dopo avrà luogo la cerimonia di disvelamento della teca contenente i resti della Fiat Croma, ormai conosciuta come “Quarto Savona 15”, dal nome della sigla radio attribuita agli uomini della scorta di Giovanni Falcone.

Ma il sacrificio di Falcone e Borsellino e delle loro scorte con il passare diventa sempre più solido ed indimenticato nelle anime e memorie degli italiani onesti, ed il loro ricordo sarà indelebile. Perchè Giovanni e Paolo vivono ancora, e sono sempre dentro i nostri pensieri. Non li dimenticheremo mai.

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