Continua no-stop la marcia travolgente de “Il diavolo veste Prada 2” il sequel dell’iconica pellicola di moda Il Diavolo veste Prada (2006), arrivato in Italia al botteghino a quota 24.605.766 euro. L’idea vincente è stata quella di cambiare target, pur restando nell’ambito della moda, raccontando la crisi del giornalismo. Al botteghino USA ha già incassato 300 milioni di dollari al botteghino e sembra ancora inarrestabile. Con Andy, licenziata dopo aver ricevuto un premio, che torna a lavorare per Miranda, così da risollevare le sorti di Runway; nella seconda parte, però, resta l’impressione di un’occasione mancata, affossata dai cliché.
Meryl Streep ha vestito ancora una volta i panni di Miranda Priestly, la temuta direttrice della rivista Runway, e accanto a lei sono tornati altri due volti già noti nel presente episodio, Anne Hathaway ed Emily Blunt, le ormai ex assistenti di Miranda a loro volta riapparse nei panni dell’affermata giornalista Andy Sachs e della brand manager di Christian Dior Emily Charlton.
Nel sequel Il Diavolo veste Prada 2, tutto inizia con Andy ormai adulta che viene licenziata mentre, nello stesso momento, vince un premio giornalistico. Finirà per salvare RUNWAY dall’acquisizione da parte di un miliardario della tecnologia. I suoi orologi seguono la traiettoria del personaggio. “Andy inizia con uno Sharp dal cinturino in pelle nera del mio kit: era perfetto per lei, piccolo, discreto, il tipo di orologio di una donna in carriera”, racconta Burton. Parliamo di 30/35 euro su eBay. Ma a un certo punto, quando entra nella cerchia ristretta di Miranda e Nigel, abbandona lo Sharp per un Bvlgari dal quadrante nero. “È stato un upgrade: aveva iniziato a prendere sicurezza, a ritagliarsi un posto nel mondo di RUNWAY, a ottenere risultati. Non era un orologio che urlava glamour, era semplicemente un bellissimo modello da tutti i giorni”. E dato che Anne Hathaway è ambasciatrice Bvlgari nella vita reale, non sorprende vederla indossare anche un Serpenti Tubogas e un altro modello Bvlgari Bvlgari più sfarzoso.

Il vero beniamino del film è Nigel, interpretato da Stanley Tucci, un’istituzione nel mondo di RUNWAY. “Avevamo tantissimi orologi per lui”, ricorda Burton, “e dipendeva tutto dai gusti di Stanley”. Il suo modello quotidiano era un Cartier Santos Dumont con cinturino e quadrante neri, il total black resta sempre l’opzione più chic, ma nel guardaroba figuravano anche un Hamilton American Classic Boulton al quarzo, un Bvlgari Bvlgari con quadrante verde e un Piaget Altiplano Ultimate.

C’era una volta la Milano da spendere
C’è poi il capitolo Milano, non più da bere, ma da spendere: lusso a 5 stelle, città inamidata, tutto da comprare. Certo, non si poteva pensare che il Diavolo finisse nella periferia ma si spera che il film, poiché assicurerà una valangata di turisti, non serva solo ad alimentare la narrativa della bellezza singolare e ruvida della città che vince il Covid e si invola verso le Olimpiadi, lasciando ancora più indietro gli ultimi, i penultimi e tutti i travet, o loro discendenti, che hanno fatto grande la città del “laurà, laurà, laurà” e che non riescono a star dietro al costo della vita. È sempre brutto parlare male di un film che aiuterà le sale e in cui rimane statuaria la prestazione di Meryl Streep nei birignao di personaggi della cultura. Non è che il Diavolo veste Prada possa salvare il mondo e, in particolar modo, quello del giornalismo, ma non faccia, però, nemmeno finta di farlo.
“Non riesco a credere a quanto sia cresciuta, in così poco tempo, la cultura dell’orologeria”, sichiara Molly Rogers, la leggendaria costumista che ha vestito Il Diavolo veste Prada in entrambi i film. “Ho notato quanto sia diventata uno status symbol soprattutto per gli uomini, al pari delle loro auto. Gli orologi sono un accessorio cruciale, e ne esistono diversi livelli: dallo status symbol di base al vero e proprio Graal di ogni maison. È una vera ossessione“.
Per rappresentare fedelmente questa malattia culturale, che nel mondo della moda è indiscutibilmente reale, Molly Rogers ha lavorato fianco a fianco con Diana Burton, responsabile degli oggetti di scena e veterana di produzioni come Leon, Vanilla Sky, Sex and the City 2 e Succession. Nel corso degli anni, Diana Burton ha assemblato quello che definisce un «kit»: una collezione di orologi vintage e modelli speciali di ogni tipo. Forte dei suoi contatti senza pari nel settore, era pronta a tenere una vera masterclass sul posizionamento strategico degli orologi in scena.

Nel primo film, i veri appassionati ricorderanno che Miranda indossava un esclusivo Cartier Scalloped Shell in oro. Molly Rogers racconta che hanno provato a recuperare lo stesso modello anche per il sequel, ma alla fine hanno scelto una strada diversa. Questo perché con la pressione crescente su Miranda, ancora editor di RUNWAY, il suo stile doveva risultare più sobrio, almeno in fatto di orologi. “Miranda stava diventando decisamente meno appariscente e voleva snellire il suo look: costoso, sì, ma meno sfarzoso rispetto al primo film, molto più sobrio”, spiega Diana Burton. “Così abbiamo scelto un Cartier Française: è un classico da tutti i giorni, ma si capisce subito che non è un esemplare alla portata di tutti.” Nel film, Miranda alterna una versione in acciaio e una in oro, a seconda dell’outfit e degli accessori. E al funerale di anche il Diavolo cede alla tentazione sfoggiando uno dei nuovi Audemars Piguet Mini Royal Oak, satinato e scintillante, perché se c’è un luogo in cui vestirsi per colpire, è la veglia funebre del proprio capo
Lo strapotere dei marchi di Moda
Ma qui, mentre il film contesta lo strapotere dei marchi di Moda e dei magnati sul giornalismo in ginocchio, lo riafferma dando contentini a tutti i brand. La diavolessa e i suoi circostanti vestono, infatti, marchi estremamente visibili, a volte associati al viso dei loro patron. Non certo Prada, che, per ironia della sorte, appare molto timidamente. Se lo spettatore, poi, avesse la minima voglia di reagire e correre in edicola a reclamare il giornale in cellulosa e inchiostro, certo non lo farebbe per Andy. Se nella prima versione si era fatta infinocchiare finendo per essere ingranaggio di un complotto per giovinezza e ingenuità, dopo vent’anni non le si può perdonare di cadere in un trappolone omologo, soprattutto dopo aver vinto il simil Pulitzer per il giornalismo.
Lo stesso per i suoi colleghi di razza che lei cerca di aiutare: uno si limita ad aprire varie volte il laptop, mentre l’altra fa da ponte per un editore perché Andy scriva la biografia non autorizzata di Miranda. Ma ciò che smuove quest’ultima non è il disvelamento delle condizioni inique delle nuove generazioni di giornalisti o il protoschiavismo grottesco per cui a «Runway» si proibisce la minzione o per le mansioni inappropriate rispetto al contratto o al titolo di studio.
Diverse fonti confidenziali hanno rivelato alla rivista Variety quanto hanno guadagnato le tre protagoniste per il ritorno dopo 20 anni. Secondo quattro diverse fonti, infatti, i produttori e la casa di distribuzione 20th Century Studios avrebbero rivolto a Streep un’offerta degna della sua pluridecennale carriera e del suo duraturo valore di mercato. Sembra infatti che l’attrice, che in forza del suo straordinario talento e delle sue candidature a ben 21 premi Oscar avrebbe anche potuto chiedere di più, abbia ottenuto 12,5 milioni di dollari. Secondo due fonti, anche Hathaway e Blunt avrebbero ricevuto assegni da 12,5 milioni di dollari per ricomporre interamente il cast dell’episodio originale del film Il Diavolo veste Prada. Inoltre, tutte e tre le attrici avrebbero ricevuto anche alcuni bonus al botteghino, che riscuoteranno ma mano che Il Diavolo veste Prada 2 supererà gli incassi previsti e prestabiliti. Secondo alcune fonti, questi ultimi incentivi avrebbero quindi già iniziato a dare i loro frutti, in considerazione dell’entusiasta risposta del pubblico nei cinema di tutto il mondo. In sostanza, secondo due fonti, se il sequel continuerà con questa impennata di accoglienza frutterà a ciascuna attrice un guadagno di oltre 20 milioni di dollari. In ogni caso, la rivista Variety ha precisato che i rappresentanti delle tre artiste non hanno finora rilasciato commenti sulla questione.
Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice dei film Il Diavolo veste Prada e Il Diavolo veste Prada 2, ha dichiarato che circa due anni fa Meryl Streep si era “aperta a idee” per un sequel dell’iconico film sulla moda uscito nel 2006. All’epoca, la prima pellicola aveva incassato circa 35 milioni di dollari, nonché 326 milioni di dollari in tutto il mondo. Il sequel, invece, ha goduto di un budget di 100 milioni di dollari che, come ha spiegato il regista David Frankel, ha coperto gran parte delle spese del cast. In ogni caso, la rivista Variety ha precisato che il compenso di Streep per il film Il Diavolo veste Prada 2 non sarebbe il più alto della carriera dell’attrice dal momento che, secondo un’altra fonte, questo sarebbe invece riconducibile alla commedia drammatica catastrofica Don’t Look Up (2021) di Adam McKay, dove lei aveva interpretato il presidente. Netflix infatti, remunererebbe gli artisti in modo diverso dagli studi tradizionali, calcolando il potenziale guadagno dei film nei cinema e aggiungendo anche un “compenso a posteriori” per sostituire i bonus al botteghino. In ogni caso, si prevede che nel secondo fine settimana nei cinema, Il Diavolo veste Prada 2 possa incassare fino a 42 milioni di dollari, superando così i 300 milioni di dollari già guadagnati in totale.





