Da mio padre a Carminati, in 37 anni questo Paese non è cambiato

Da mio padre a Carminati, in 37 anni questo Paese non è cambiato

Il 17 giugno 1983 l’arresto di Enzo Tortora. “Ho sentito in questi anni politici garantire una riforma della giustizia che ancora non si è vista. L’Italia culla del diritto è stata troppe volte soffocata sul nascere. Io non dimentico. La storia non si dimentica”

di GAIA TORTORA*

17 giugno. Apro gli occhi. Oggi ci sono gli esami per tanti ragazzi. Che emozione. Penso ai miei di esami quel 17 giugno 1983. Anche di quella emozione mi hanno privato. Per buttarmi a 13 anni all’inferno.

Biglietto di sola andata.

Quella mattina qualcosa non andava, lo sentivo da qualcosa di strano in casa. Voci basse a sussurrare. Il telefono che squillava interrottamente dalle 6. Andai a scuola. Ero la quarta in ordine di convocazione. Diventai la prima. Strano. Un esame veloce poi fui portata di corsa di nuovo a casa. Nessun festeggiamento.

Fine di un ciclo.

Inizio di un incubo.

Avevo 13 anni oggi ne ho 51, le cicatrici le porto dentro. Trentasette anni sono passati, ma nulla è cambiato. Apro velocemente i giornali e le parole di Massimo Carminati mi colpiscono: “Io trattato come il diavolo”. Mi chiedo… ma allora cosa abbiamo raccontato? Quanto abbiamo sperato che davvero quel “mafioso” fosse la teoria processuale vincente?

Ma noi chi? Beh, noi informazione. Cavolo, Gaia tu ti svegli e passi da tuo padre a Carminati, ma sei scema? Ecco, se lo dico, questo può venir fuori. Ma la riflessione è altra. Arriva un altro flash, quei brevi istanti del momento in cui Carminati lascia il carcere. Pochi passi. Lo sguardo fuori dal cancello dove lo attendevano i cronisti. Pochi attimi di indecisione, quasi a voler trovare un’uscita secondaria.

Ancora un flash, mio padre venne costretto e, lo ripeto con forza, costretto, a sfilare ammanettato davanti a fotografi e Tv.

Appunto, eravamo già all’inferno. Alcuni giornalisti iniziarono a scrivere senza sapere nulla, senza sapere i fatti. Al limite solo quello che gli imbeccava la Procura. In fondo si ammanetta qualcuno nel cuore della notte se ha fatto qualcosa. Sono passati trentasette anni da quel 17 giugno e questo Paese non è cambiato un granché. E mi fa male dirlo perché io combatto, ho combattuto e ci ho creduto. È diventato il Paese dei “derby” (campionato inaugurato proprio con la vicenda di mio padre, di qua gli innocentisti, di là i colpevolisti) delle teorie, di alcuni giornalisti schierati per compiacere il consenso legato al proprio target, Quotidiano magari. 

Ho sentito in questi trenta anni politici garantire una riforma della giustizia che ancora non si è vista. Ma che per una campagna elettorale va bene, fa sempre il suo effetto. L’Italia culla del diritto è stata troppe volte soffocata sul nascere. Mio padre, si sa, è stato ucciso da certa magistratura e da certa stampa. Passano gli anni e alla fine rischi di sentirti solo una rompipalle. Le senti quelle voci bisbigliare alle tue spalle.. “dai basta però con questa storia… Guarda avanti…” 

Qualche anno fa ero in uno studio tv con Ilaria Cucchi. Parlavo con lei che stava per fare un’intervista. A un certo punto un collega le disse “dai, Ilaria, ora però pensa alla tua vita. Fai come lei” indicando me. Io e Ilaria ci guardammo. Già, fai come lei aveva detto… 

Ecco ho messo insieme mio padre, Carminati e Cucchi. Sarà difficile o fin troppo facile oggi posizionarsi nella curva giusta. 

Ma al 17 giugno 2020 io la testa non la abbasso. Parlo. Combatto. Non ho paura delle etichette o di essere estromessa dal “circoletto” di parte della categoria. Io non dimentico. La storia non si dimentica.

Enzo Tortora – Dichiarazioni finali al processo

*Gaia Tortora, giornalista, figlia di Enzo Tortora.

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