La vertenza "Gazzetta del Mezzogiorno" non si è ancora risolta: il messaggio della redazione ai lettori

ROMA – Con un comunicato del CdR pubblicato ieri il quotidiano siculo-barese si è rivolta ieri ai propri lettori: “Cari Lettori, dopo un lungo silenzio torniamo a parlarvi in prima persona della “Gazzetta” per dirvi che nei prossimi giorni, forse nelle prossime ore, si decide la sopravvivenza del vostro e nostro giornale. Negli ultimi mesi abbiamo scelto di dedicare ogni energia per garantire un’informazione sempre più completa e allo stesso tempo condurre in silenzio e con spirito di sacrificio una lunga e difficile trattativa per contribuire a costruire il futuro della testata. Ma neanche questo senso di responsabilità è bastato“.

Il comunicato così continua: “La «Gazzetta» è affidata a una gestione commissariale dall’ottobre del 2018, a seguito dell’inchiesta giudiziaria per presunto concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Mario Ciancio Sanfilippo, azionista di maggioranza dell’Edisud spa, società editrice del giornale. Ricordiamo che la testata, in ogni sua articolazione, è totalmente estranea al merito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Catania, che ha chiesto e ottenuto il sequestro-confisca anche del pacchetto azionario della Edisud. In questi lunghi mesi abbiamo accettato il taglio delle nostre retribuzioni per consentire al nuovo consiglio di amministrazione di riequilibrare i conti. Analogo sforzo è stato compiuto dagli altri lavoratori del giornale. In questo modo il nuovo Cda, nominato dal Tribunale di Catania, ha potuto mettere a punto un concordato a garanzia dei creditori della Edisud spa“.

Questo lungo e faticoso percorso rischia di fermarsi all’ultimo miglio: la Edisud potrebbe ritirare la procedura di concordato in assenza delle indispensabili garanzie finanziarie. Sarebbe una brusca frenata che interromperebbe il difficile percorso di risanamento dell’azienda e di rilancio dell’iniziativa editoriale“.

“A pagare il conto di questo stallo, alla fine, perdendo il giornale, saremmo noi lavoratori e le comunità di Puglia e Basilicata alle quali ogni giorno continuiamo a dedicare tutto il nostro impegno. Abbiamo sentito il dovere di informarvi, oggi, anche per evitare una beffa: prolungare il silenzio potrebbe far credere che la crisi del giornale sia risolta. In verità, in questi mesi abbiamo sempre ritenuto che il nostro lavoro fosse dar voce alle difficili storie del Mezzogiorno, non utilizzare queste pagine per parlare di noi”.

Il comunicato-appello sindacale  così conclude:  “Adesso conta una sola cosa: fare presto. Per anni le imprese e la società civile delle nostre regioni hanno potuto contare sulla «Gazzetta», ora è il giornale che ha bisogno di sostegno. E non è più tempo di tavoli politici perché i tempi della politica non sono più conciliabili con i nostri. In queste ore i giornalisti stanno dialogando con i consiglieri di amministrazione nominati dal Tribunale di Catania, con l’azionista di minoranza dell’Edisud, il prof. Valter Mainetti, nonché con tutti gli interlocutori in grado di scongiurare la scomparsa di una delle più autorevoli voci del panorama editoriale italiano e meridionale in modo particolare.Vi diamo appuntamento a breve, cari Lettori. Non lasceremo nulla di intentato e siamo pronti a difendere con ogni mezzo a nostra disposizione il valore accumulato dalla «Gazzetta» in quasi 133 anni di storia.

E’ inutile dirvi che il nostro giornale fa il tifo per la permanenza in edicola dalla Gazzetta del Mezzogiorno, così come si augura che vengano persi meno posti di lavoro possibili, anche se per mandare avanti un’azienda editoriale, sopratutto inutilmente mastodontica come quella del quotidiano barese, saranno necessari dei tagli drastici.

Noi tifiamo per la Gazzetta della Mezzogiorno, nonostante le diffamazioni subite , nonostante le rettifiche da noi richieste non pubblicate, nonostante le “porcate” pseudo giudiziaire attuate da un loro giornalista impegnato nell’attività sindacale in Puglia, il quale ha chiesto per oltre 20 volte nelle proprie denunce alla magistratura di sequestrare il nostro giornale  (!!!) manifestando i propri noti limiti di competenza giuridica e giudiziaria e quindi di ignoranza specifica, in quanto le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno sancito con una propria sentenza del 2015  che non si può sequestrare una testata affermando che “non può essere sottoposta a sequestro preventivo una testata giornalistica telematica” !

Mimmo Mazza

Parliamo dello stesso giornalista , cioè Mimmo Mazza, che con i suoi articoli diffamava la collega Caterina Bagnardi del quotidiano Taranto Buona Sera sostenendo che si fosse impossessata di fondi pubblici per l’editoria truffando lo Stato. Circostanza questa falsa e tendenziosa, che è stata smentita dal Tribunale competente. Chiaramente Mazza non ha mai chiesto scusa alla Bagnardi e tantomeno mai rettificato il suo articolo. Alla faccia del Codice Deontologico…..

Lo stesso Mazza che nonostante sia vincolato da un contratto di esclusiva con la Gazzetta del Mezzogiorno, si è aperto nei mesi scorsi una società (priva di uffici e personale regolarmente contrattualizzato) di cui detiene il 50% delle quote, con cui fa l’editore ed il concessionario della pubblicità di Radio Cittadella a Taranto, di proprietà della Fondazione Cittadella della Carità, che oppone ogni tentativo di accesso agli atti amministrativi per nascondere i propri rapporti con Mazza ed i suoi “compagni di merende”. E guarda caso la Gazzetta del Mezzogiorno è diventata a Taranto molto più morbida ed “amica” degli inserzionisti di Radio Cittadella. A partire dal Comune di Taranto che ha subito stanziato 10mila euro di pubblicità (per la prima volta nella sua storia) . Coincidenze ?

Per non parlare poi dei molteplici collaboratori della Gazzetta che lavorano per enti, sindacati, società private ecc. in aperto conflitto di interesse ? E cosa fa il direttore del giornale barese per controllare questo vergognoso scempio deontologico dinnanzi al quale l’ Ordine dei Giornalisti e l’ Assostampa di Puglia tacciono in maniera “omertosa”  ?

Con l’occasione lo chiediamo apertamente e pubblicamente al CdR della Gazzetta: è così che volete salvare il vostro giornale ? Come pensate di recuperare le decine di migliaia di lettori che avete perso in questi anni e che continuate a perdere giorno dopo giorno ancora oggi ?

E’ incredibile leggere i dati pubblici di diffusione e verificare che la Gazzetta del Mezzogiorno a dicembre 2019 ha venduto appena 14.244  copie perdendo 3mila copie rispetto allo stesso mese del 2018, in un bacino di lettori (Puglia e Basilicata) di oltre 5 milioni di persone. E solo chi fa questo lavoro sa quanto sia importante anche pubblicitariamente il mese di dicembre per i giornali !

Comunque sia il nostro augurio è che presto tutto ciò possa finire trovando un editore serio, un nuovo direttore responsabile autorevole e capace di fare una bella “pulizia” interna di giornalisti e poligrafici inutili ed improduttivi. E’ solo così che si può salvare la Gazzetta del Mezzogiorno.  Non con i sit-in inutili e  patetici, i pellegrinaggi verso il “Palazzo” a Roma  ginuflettendosi ai politici. Un giornale indipendente deve restare libero, lontano ed indipendente dal potere politico.

Quello che vince è il mercato, con le sue regole e norme. Chi decide l’importanza e la qualità di un giornale è il lettore quando va in edicola o si collega online. Cercate di mettervelo in testa una volta per tutte, cari colleghi della Gazzetta del Mezzogiorno . In bocca al lupo.




La barzelletta di Arcelor Mittal: "c’è un problema di contabilità non allineate" con l'indotto

ROMA – Tavolo questa mattina in Prefettura a Taranto con i sindacati e Confindustria per affrontare la questione dei pagamenti ritardati di ArcelorMittal alle aziende dell’indotto.

L’ad di ArcelorMittal, Lucia Morselli, ha giustificato i ritardi dei pagamenti adducendo una teoria onestamente poco credibile: “Credo che al di là dei numeri c’è un problema di disallineamento tra la parte contabile-amministrativa delle aziende e la nostra. Noi stiamo pagando, ma è difficile pagare correttamente se le due contabilità non sono allineate“.

Secondo fonti sindacali, è questa la posizione della Morselli. “Questo  è il vero punto da definire, ma siamo assolutamente disponibili a proseguire in un tavolo che proponga soluzioni” ha detto la Morselli, che ha partecipato all’incontro accompagnata dal direttore delle risorse umane Arturo Ferrucci, la quale ha ricordato che la scorsa settimana l’azienda ha attivato “un numero di telefono disponibile per i fornitori e una casella di posta elettronica per raccogliere tutta l’eventuale documentazione“.

Una soluzione annunciata e ripetuta da mesi da Arcelor Mittal  sostenendo di aver già bonificato alle imprese dell’indotto 20 milioni  ed altri 6 milioni sono in pagamento, mentre secondo Confindustria lo scaduto attuale ammonterebbe a circa 40 milioni di euro.

In merito alle difficoltà nei rapporti con le banche segnalate dalle imprese dell’appalto , l’Ad Lucia Morselli, stando a quanto riferito dai sindacati, ha detto che in caso di necessità vi è “assoluta disponibilità da parte nostra ad incontrare il sistema creditizio locale per dare risposte”.

Ma non sarebbe più facile e semplice pagare puntualmente le fatture dei fornitori ? “Parlare di contabilità discordanti nell’era della fatturazione elettronica è semplicemente ridicolo oltre che offensivo per l’intelligenza altrui ” commenta sui social Francesca Franzoso consigliere regionale di Forza Italia . Come non darle ragione ?




Confindustria Taranto e i sindacati Cgil Cisl e Uil chiedono al Prefetto di Taranto un tavolo di confronto con Arcelor Mittal

Antonio Marinaro

ROMA –  Antonio Marinaro Presidente di Confindustria Taranto ed i segretari provinciali di Cgil Cisl e Uil Paolo Peluso, Antonio Castellucci e Giancarlo Turi, nel corso di un incontro tenuto stamattina in Prefettura (presenti anche i referenti sindacali Cgil, Cisl e Uil di altre categorie)  hanno richiesto al Prefetto di Taranto, Demetrio Martino, un “tavolo” per fare il punto sulla situazione di estrema gravità che riguarda sia i pagamenti delle aziende dell’indotto, i cui ritardi creano una situazione sempre più critica.

La condizione di estrema incertezza in generale che grava sui destini della fabbrica – e quindi dei lavoratori – alla luce di una trattativa – quella fra Governo ed Arcelor Mittal Italia – dalla quale il tessuto cittadino è stato di fatto escluso, che continua ad essere di esclusiva pertinenza dei tavoli governativi, senza tener in alcun conto le molteplici istanze che arrivano dal territorio.

Mentre a Roma si cerca di far quadrare il cerchio dell’accordo, ci sono imprese a a Taranto che rischiano la deriva e tenute occupazionali sempre più precarie, sindacati che proclamano stati di agitazione nel centro siderurgico ed aziende che incrociano le braccia a causa di pagamenti non ricevuti per commesse scadute. Una situazione di estrema confusione che, pur viaggiando su binari paralleli alla trattativa nazionale, risulta di fatto avulsa dagli accordi in corso fra Governo e Arcelor Mittal Italia .

Da qui la richiesta al Prefetto di Taranto di attivare un tavolo di crisi, convocando tutte le parti e quindi anche Arcelor Mittal Italia , in cui cercare di fare chiarezza su alcuni aspetti dirimenti della complessa questione, di cui peraltro si dovrebbero proprio in queste ore definire, almeno in parte, le sorti presenti e future.




Arcelor Mittal continua a non pagare i fornitori di Taranto

ROMA – Le imprese dell’indotto Arcelor Mittal, si sono autoconvocate “in considerazione della persistente situazione di impasse riguardante i pagamenti da parte di Arcelor Mittal Italia, si autoconvocheranno domani, giovedì 30 gennaio, alle ore 10, nella Palazzina Direzionale dello Stabilimento ex Ilva di Taranto”

Lo la comunicato Confindustria Taranto con un comunicato, segnalando il protrarsi di nuovi ritardi nel pagamento dei crediti maturati alle imprese fornitrici.  Un gruppo di autotrasportatori dell’indotto che lavora con ArcelorMittal aveva manifestato nei giorni scorsi per le stesse ragioni davanti alla portineria dell’accesso riservato alle  imprese.

La protesta venne interrotta a seguito di un incontro avuto la dirigenza di Arcelor Mittal Italia che aveva lo garantito il pagamento dell’80% delle fatture scadute. In quella circostanza  Il vertice di Confindustria Taranto avevo prese le distanze da quella forma di protesta  avendo ricevuto rassicurazioni dall’azienda, in seguito disattese, con il protrarsi dei ritardi nei pagamenti .

Michele Emiliano, Lucia Morselli e Rinaldo Melucci

Quanto sta accadendo conferma che la costituzione nel novembre scorso di un coordinamento con la partecipazione anche di Regione, Comune e Confindustria per vigilare su modalità e tempi di pagamento delle fatture, è stata l’ennesima pagliacciata a scopo “passerella elettorale” dei soliti ben noti politici-fantocci pugliesi.

 




Arcelor Mittal, tre esplosioni in Acciaieria 2 a Taranto. La protesta dei sindacati

ROMA – La scorsa notte  si sono verificate tre esplosioni all’interno dell’impianto Idf a servizio del Convertitore 1 di Acciaieria 2 nello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto, che hanno causato numerosi squarci alle tubazioni della condotta di aspirazione del recupero gas. Per fortuna non vi sono stati  feriti.

Il fatto è stato reso noto da fonti sindacali, che evidenziano come l’incidente sia avvenuto alla vigilia della fermata dell’Acciaieria 1 e del conseguente aumento della produzione per l’Acciaieria 2, che necessita di manutenzione.
L’azienda ha già annunciato una riduzione di personale da 477 a 227 unità a seguito della fermata dell’Acciaieria 1 , che determinerà la collocazione di 250 lavoratori in Cassa integrazione ordinaria (Cigo). La previsione di fermata dell’Acciaieria 1 è di circa 2 mesi, fino al 31 marzo 2020.

La multinazionale franco-indiana Arcelor Mittal ha riferito nei giorni scorsi  alle organizzazioni sindacali che i nuovi assetti produttivi sono conseguenti ad “uno scarso approvvigionamento di materie prime e all’attuale capacità produttiva legata alle commesse“.

Per il segretario generale aggiunto della Fim Cisl Taranto-Brindisi, Biagio Prisciano i fatti confermano le sue tesi: “Non sono trascorse nemmeno 48 ore dall’incontro con i vertici di ArcelorMittal, sulla decisione di fermare Acciaieria 1 e marciare a pieno regime con l’Acciaieria 2, ed ecco emergere le prime criticità“.

I coordinatori di fabbrica Fiom e Uilm con una nota precisano che “le deflagrazioni si sono verificate nei pressi del pulpito stiring, laddove c’è transito di personale per le normali attività di affinazione. L’Acciaieria 2, a conferma di quanto sostenuto da Fiom e Uilm nei giorni scorsi e verificato nel corso del sopralluogo effettuato ieri, non può sostenere l’aumento produttivo a 3 convertitori e gli ultimi episodi lo testimoniano“.

Fiom e Uilm chiedono ad ArcelorMittal di “tornare sui suoi passi e sospendere immediatamente la scelta unilaterale di fermare l’Acciaieria 1 in quanto, i continui rinvii e ritardi su manutenzione ordinaria e straordinaria determinano, in caso di aumento produttivo, situazioni di pericolosità sia dal punto di vista della sicurezza che dell’ambiente”.




Le "furbate" di Arcelor Mittal non finiscono mai. Ora ferma l'acciaieria 1 sino a marzo.

ROMA –  ArcelorMittal ha convocato oggi i sindacati annunciando il fermo immediato dell’Acciaieria 1 di Taranto e una riduzione di personale da 477 a 227 unità, determinando la collocazione di 250 lavoratori in cassa integrazione. Lo rendono noto i sindacati Fim, Fiom e Uilm.  La previsione di fermata è di circa 2 mesi, fino al 31 marzo 2020. I sindacati spiegano che – secondo ArcelorMittal – i nuovi assetti produttivi sono dovuti a “uno scarso approvvigionamento di materie prime e all’attuale capacità produttiva legata alle commesse”.

ArcelorMittal lo scorso anno a causa della crisi di mercato,  ha prodotto circa 4,5 milioni di tonnellate di acciaio e non i 6 milioni per cui ha l’autorizzazione a produrre. A causa della crisi, infine, dallo scorso luglio poco più di 1200 lavoratori, su 8200 in forza allo stabilimento di Taranto, sono in cassa integrazione ordinaria, cassa integrazione che a fine dicembre è stata rinnovata per altre 13 settimane anche in assenza di accordo sindacale.

ArcelorMittal infine aveva annunciato nei giorni scorsi, a ripartenza del reparto Produzione lamiere dal 10 febbraio per quattro settimane, riportando al lavoro 360 dipendenti in cassa integrazione, per eseguire un ordine di 30mila tonnellate.

I nuovi assetti produttivi partiranno da giovedì 23 gennaio con l’Acciaieria 2 a pieno regime. Parte della produzione della stessa Acciaieria 1 verrebbe spostata all’Acciaieria 2, che, quindi, passerebbe dall’attuale regime di due convertitori a tre in marciaUna parte del personale di esercizio dell’Acciaieria 1, formato e informato – spiegano i sindacati – verrà impiegato in Acciaieria 2 a saturazione organico.

I vertici sindacali di  Fim, Fiom e Uilm hanno ribadito la propria contrarietà a tale decisione aziendale in quanto ritengono che il momentaneo trasferimento della produzione sull’Acciaieria 2, rispetto all’attuale assetto di marcia, può creare possibili ripercussioni dal punto di vista della sicurezza e dell’ambiente”, ritenendo “inaccettabile tale scelta da parte di ArcelorMittal in quanto, ad oggi, non vi è un piano industriale condiviso con il Governo e le organizzazioni sindacali  e quindi chiedono l’immediata sospensione dell’iniziativa unilaterale della multinazionale.

Questa mattina è stata depositata la memoria della Procura di Milano, intervenuta nella causa intercorrente fra ILVA in Amministrazione Straordinaria ed Arcelor Mittal Italia, con la quale i magistrati milanesi rispondono a quanto sostenuto dal gruppo franco indiano che aveva chiesto di estrometterla dal procedimento. Con la propria memoria il Procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ed i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, titolari dell’inchiesta penale, hanno contestato la richiesta  della loro estromissione dalla causa civile, affermando che “il ricorso della Procura della Repubblica è pienamente ammissibile e coerente con i doveri dell’Ufficio” in quanto nel procedimento ci sono “interessi pubblici coinvolti sotto il profilo della tutela dell’ambiente, dell’occupazione, degli impianti strategici per l’economia nazionale”.

I magistrati della Procura di Milano oltre ad evidenziare che la memoria depositata lo scorso 16 dicembre al giudice civile Claudio Marangoni del Tribunale di Milano, dai legali di Arcelor Mittal  “è totalmente centrata sul provvedimento” sull’Altoforno 2 emesso dal giudice monocratico Maccagnano del Tribunale di Taranto  successivamente annullato lo scorso 7 gennaio dal Tribunale del Riesame , i pm hanno sottolineato come la giurisprudenza riconosce nel contenzioso civile “l’utilizzabilità degli elementi di prova assunti nel corso del procedimento penale come prova atipica, con pieno ingresso nel novero degli elementi valutabili dal giudicante” .

 

 




Accordo raggiunto tra Arcelor Mittal ed i commissari dell'ILVA in Amministrazione straordinaria

MILANO – Oggi era fissato il secondo appuntamento davanti al giudice per discutere del ricorso cautelare urgente che ILVA in Amministrazione Straordinaria ha presentato a novembre (articolo 700 del Codice di procedura civile) per ribattere all’atto di citazione presentato da ArcelorMittal nei confronti dei commissari e per contrastare la decisione  del gruppo franco-indiano di recedere dal contratto firmato a settembre 2018.

Come auspicato ed anticipato dal nostro giornale è stata raggiunta in extremis un’intesa “last minute”, nel giorno dell’udienza programmata al Tribunale di Milano, tra i commissari straordinari dell’ex ILVA ed Arcelor Mittal,  che hanno raggiunto un accordo sulle cui basi negoziare la revisione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio dello stabilimento siderurgico di Taranto. Quindi si tratta di un’intesa raggiunta a tornare intorno al tavolo e a rinegoziare i termini dell’impegno della multinazionale nello stabilimento, nel tentativo di scongiurare che la questione sfoci invece in una disputa giudiziaria.

L’accordo è stato siglato dai tre commissari dell’ex ILVA Francesco Ardito, Alessandro Danovi ed Antonio Lupo, che hanno ricevuto il semaforo “verde” dal ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli. Soddisfatta anche l’  amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia .  “E’ stato firmato un accordo nell’interesse del Paese”, ha commentato il commissario Danovi. “Siamo soddisfatti“, ha aggiunto Claudio Sforza  direttore generale dell’ex ILVA  .

Lucia Morselli, amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia

“Nell’udienza a porte chiuse Arcelor Mittal  – avrebbe detto nell’udienza a porte chiuse Lucia Morselli amministratore delegato in Italia del gruppo franco indiano – farà il possibile per continuare nella produzione, anche se non potrà mantenere gli impegni sulla capacità produttiva, presi nella scorsa udienza, perché nel frattempo, lo scorso 10 dicembre, è arrivato il provvedimento del giudice di Taranto sullo stop all’altoforno 2. “

Uno dei legali di Arcelor Mittal ha spiegato  che le parti hanno posto le basi per un negoziato che si svolgerà fino al 31 gennaio al fine di raggiungere un accordo vincolante. Nelle quattro pagine (scritte in inglese) dell’accordo tra i commissari straordinari dell’ex ILVA ed Arcelor Mittal, le parti hanno sottoscritto “un impegno per elaborare un nuovo piano industriale“, riferisce uno degli avvocati della trattativa,  dopo che i rappresentanti delle società sono usciti dall’aula del primo piano del Palazzo di Giustizia di Milano. L’udienza, su richiesta anche dei legali dell’azienda, è stata rinviata così al 7 febbraio 2020 .

Arcelor Mittal   ha poi spiegato con una nota che  “AM InvestCo ha firmato un accordo non vincolante con i commissari Ilva nominati dal governo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal governo. Il nuovo piano industriale prevede investimenti in tecnologia verde da realizzarsi anche attraverso una nuova società finanziata da investitori pubblici e privati. I negoziati proseguiranno fino a gennaio 2020. Nel frattempo, nel corso dell’audizione che si è tenuta oggi, i Commissari Ilva e AM InvestCo hanno chiesto un ulteriore rinvio fino alla fine di gennaio 2020 della richiesta delle misure provvisorie avanzate dai commissari Ilva”.

I punti su cui le parti hanno trovato un pre-accordo riguardano, quindi, il cosiddetto acciaio «verde», ovvero il parziale abbandono dell’attuale ciclo integrale basato sulla trasformazione dei minerali e utilizzo sia del preridotto di ferro negli altiforni, sia di due forni elettrici; e gli investimenti da effettuare, con lo Stato pronto ad arrivare, anche attraverso le controllate, a un miliardo.

Nel protocollo d’intesa firmato tra le parti si legge che “Le parti riconoscono che l’attuazione del nuovo piano industriale», chiamato nuovo green deal «renderà necessari alcuni impianti di produzione di tecnologia verde e potrebbe richiedere che il Piano ambientale sia di conseguenza modificato, nel qual caso le parti coopereranno in buona fede al fine di raggiungere tale modifiche il più presto possibile”.

 




Lo Stato vuole partecipare con il 18% nel nuovo "progetto Ilva"

ROMA – Il Governo è sempre più determinato a convincere Arcelor Mittal ad azzerare i 4.700 esuberi previsti nello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Secondo il Mise al massimo si può arrivare a 1.000 unità. Nel “piano di emergenza” preparato dai consulenti del Governo, con in testa Francesco Caio vi è una doppia strategia che potrebbe rivelarsi determinante per convincere Mittal a fare marcia indietro. Innanzitutto  il ripristino dello scudo penale per gli amministratori strettamente connesso al piano ambientale, e l’ingresso dello Stato con il 18,2%  del capitale sociale di Am InvestCo, attraverso società come Invitalia o Cdp nonostante l’ostilità delle fondazioni, con un investimento da 400 milioni e la sottoscrizione di un prevedibile aumento di capitale.

Una proposta alla quale si affiancherebbe anche una partecipazione per metà degli investimenti previsti per l’installazione dei forni elettrici , stimati fra i 200/ 250 milioni di euro. Senza contare la “presenza” dello Stato, tra incentivi all’uscita, cassa integrazione,  ed un “piano sociale pubblico” che possa consentire anche il riassorbimento di una parte degli esuberi a carico di altre società controllate dal Ministero dell’ Economia. Importante anche la soluzione proposta per i costi delle bonifiche: Invitalia potrebbe essere della partita con un piano di sviluppo da 70 milioni previsto in un quinquennio.

Nelle 8 pagine della proposta di accordo preparata dal Governo che verrà messa sul tavolo della trattativa tra il Mise e i vertici di ArcelorMittal , che il CORRIERE DEL GIORNO ha potuto consultare, vi sono tutti i presupposti di un accordo che, almeno sulla carta, possa garantire un futuro all’ILVA, attraverso una produzione di acciaio di 6 milioni di tonnellate all’anno, e che posa ridurre al massimo gli esuberi grazie ad una spinta verso l’utilizzo di tecnologie sostenibili, ma sopratutto grazie ad un sostanzioso intervento economico dello Stato.

Una bozza di accordo già esiste, risultato di una videoconferenza avvenuta qualche giorno fa, fra il noto manager Francesco Caio  super consulente (a titolo gratuito)  del Mise, con  gli studi legali Bonelli Erede Lombardi e Freshfield per ILVA in Amministrazione Straordinaria, e lo studio legale Cleary Gottlieb per Arcelor Mittal. La bozza predisposta dovrà essere rivista dopo le osservazioni dei Mittal, ma a dettare i tempi ristretti sugli impegni da assumere è la scadenza del 20 dicembre, quando il Tribunale di Milano sarà chiamato a decidere sul ricorso cautelare e d’urgenza presentato dai commissari straordinari dell’ ILVA in A.S., contro il recesso dalla gestione del siderurgico che era stato richiesto dal gruppo ArcelorMittal, e successivamente sospeso in attesa dell’esito della trattativa.

Francesco Caio è salito agli onori delle cronache quando nei mesi precedenti il governo di Enrico Letta l’ha nominato commissario con il compito di premere l’acceleratore sul raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione, che l’Europa impone al nostro e agli altri paesi dell’Unione. Napoletano, classe 1957, dalla laurea in Ingegneria elettronica al Politecnico di Milano (corredata da due Master), di strada ne ha percorsa prima del diventare un esperto di digitale: ritenuto un McKinsey boy per aver trascorso sei anni a fine anni ’80 nella società leader di consulenza mondiale, inizia alla Olivetti e Carlo De Benedetti nel 1994 lo incarica di guidare Omnitel.

Il 4 luglio 1996 torna come amministratore delegato di Olivetti , dopo è la volta di una società esterna alle telecomunicazioni, la Merloni dove venne chiamato come amministratore delegato: per la prima volta un manager esterno. Poi è alla guida di Netscalibur, nuova società Internet costituita da Morgan Stanley. Il 4 aprile 2003 lo chiama Cable & Wireless, il secondo gruppo di telecomunicazioni britannico, che riporta in utile dopo un triennio. Nel suo curriculum figura anche l’incarico di consulente del governo inglese sempre per la rete telefonica. Dal 2011 È a.d. di Avio, leader mondiale nella propulsione aerospaziale e aeronautica . quello che si può definire un vero top manager a 360°.

Adesso la trattativa potrebbe concordare anche un altro rinvio del quale già si è parlato fra le parti. L’ accordo prevede oltre all’impegno tra il Governo, Am InvestCo e l’ILVA in amministrazione straordinaria  a modificare gli accordi raggiunti nel giugno 2017, con la contestuale chiusura del contenzioso dinnanzi al Tribunale di Milano, subordinato però a quattro punti di un accordo definitivo: la conversione in legge del nuovo dl Salva-Ilva che sarebbe a carico chiaramente del Governo; una modifica del Dpcm del 2017 in modo da recepire il nuovo piano industriale e ambientale;  il ripristino dello scudo penale e la conferma da parte del Tribunale di Taranto, della sospensione dello spegnimento dell’Altoforno 2 fino al 30 giugno 2021. Tutto ciò a condizione che sia il semaforo verde  dei sindacati confederali  di categoria.

La strategia industriale del nuovo piano prevede una riduzione della produzione a carbone con la progressiva avanzata delle tecnologie verdi. L’obiettivo è quello di garantire una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, affiancata l’installazione del forno elettrico entro 3 anni,  che contribuirebbe alla produzione per 1,2 tonnellate,  Il forno elettrico viene considerato il “cuore” del piano ambientale e prevede un investimento diviso tra Am InvestCo e lo Stato, che potrebbe attingere a dei fondi disponibili del’ Unione Europea. Chiaramente a condizione che arrivino misure strettamente connesse che possano permettere  la qualificazione dei rottami come sottoprodotti o l’utilizzo degli stessi pur se qualificati come “rifiuti”.

Sugli esuberi al momento i numeri sono ancora da definire, anche se sembra garantito un percorso frazionato di riduzione dei costi del personale a carico di Am InvestCo, attraverso i ricorso a vari strumenti di intervento statale, e conseguentemente verrebbe poi annullato l’impegno contrattuale precedente che Am InvestCo controllata da ArcelorMittal,  si faccia carico nel 2023 dei dipendenti dell’ILVA in amministrazione straordinaria . Viene valutata anche l’ ipotesi di attuazione di un “meccanismo da definire” per tutelare la multinazionale franco-indiana da iniziative dei sindacati per il mancato rispetto degli accordi.

Concludendo, cambierebbe anche l’attuale canone di locazione degli stabilimenti. Il nuovo accordo non prevederebbe alcun pagamento, sostituito dall’emissione di nuove azioni del capitale sociale riscattabili a favore dell’ILVA in amministrazione straordinaria.

Insomma la partita è ancora tutta aperta e come sempre si gioca sulla pelle dei dipendenti, e delle società dell’ indotto, che si vedono sempre più schiacciate dalla pretese, spesso arroganti,  del gruppo Arcelor Mittal. Sarebbe il caso di ricordare a tutti che se lo stabilimento è ancora in piedi e funzionante è proprio grazie alle aziende locali dell’indotto ed i dipendenti che hanno continuato a lavorare in una precarietà che non ha uguali al mondo.




Ilva, se chiude addio al porto.

ROMA – Con un’interessante intervista pubblicata oggi dal quotidiano romano IL TEMPO diretto dall’ottimo amico e collega Franco Bechis, il presidente di Assoporti Daniele Rossi manifesta la sua preoccupazione sul Porto di Taranto, il cui futuro è strettamente collegato all’ILVA di Taranto: “L’80% del traffico legato all’acciaieria“. Così scrive il collega Massimiliano Lenzi nell’intervista:

“Un popolo di poeti, santi e navigatori. Ma se chiuderanno le nostre fabbriche, come l’Ilva di Taranto ad esempio, dove navigheremo? E i nostri porti, che fine faranno? Su questo e sul tema del futuro dei porti italiani e della nostra industria abbiamo intervistato, buttando un’occhiata anche alla politica, Daniele Rossi, il presidente di Assoporti (l’Associazione dei porti italiani)”.

Cominciamo dalle note dolenti: se l’Ilva chiudesse quanto perderebbe il porto di Taranto?
La movimentazione di merci nel porto di Taranto, che complessivamente è di circa sedici milioni di tonnellate, è fortemente condizionata dallo stabilimento Ilva che rappresenta oggi circa il 70-80% del traffico complessivo. Ovviamente in caso di chiusura o forte ridimensionamento dello stabilimento il porto dovrebbe avviare una razionalizzazione degli spazi per favorire l’ingresso di altre attività logistiche. Operazione non semplice perché le aree e le relative infrastrutture sono concepiti per i traffici attuali, quindi sarebbe necessario un importante lavoro di adeguamento ai nuovi utilizzi. Nuovi utilizzi che comunque devono essere individuati. Da tempo il presidente del porto di Taranto, Sergio Prete, è impegnato nella ricerca di opportunità di diversificazione delle attività portuali e l’investimento della azienda turca Ylport sul Molo polisettoriale è un primo importante risultato“.

In effetti pochi si rendono conto del fallimento della “gestione Prete” in un Porto quello di Taranto che ha usufruito di oltre 400milioni di euro di finanziamenti pubblici, con il risultato di aver perso molto traffico merci e container (che sono finiti a Livorno) lasciando a casa disoccupati oltre 500 lavoratori che ora vivono da due anni sostenuti dai soldi pubblici ! E Prete ha anche il coraggio di firmare inutili ridicoli procolli d’intesa con il Comune di Taranto, la Provincia di Taranto e la Camera di Commercio. Della serie tutte “chiacchiere & distintivo” !

il presidente della provincia Gugliotti, il sindaco Melucci, il presidente della CCIAA Sportelli ed il presidente del Porto Sergio Prete sottoscrivono l’ennesimo inutile protocollo

Quello che però i colleghi del quotidiano IL TEMPO non raccontano sono i trascorsi del Presidente dell’ ASSOPORTI, Rossi, che è anche un collega di Prete, grazie alla sua nomina a presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centro settentrionale che ha sede a Ravenna. Daniele Rossi, presidente dell’Autorità di sistema portuale, è stato iscritto lo scorso luglio nel registro degli indagati dal pubblico ministero Angela Scorza che coordina le indagini assieme al procuratore capo  Alessandro Mancini. della Procura di Ravenna in merito alla vicenda del relitto della “Berkan B”.

Daniele Rossi. interdetto dal Tribunale di Ravenna, quale Presidente dell’ Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centro settentrionale 

Si tratta di una motonave che dal 2010 è stata lasciata in una una sorta di laguna, che si chiama canale Piomboni, adiacente al porto romagnolo e che dal 5 marzo scorso sta affondando con conseguenti problemi ambientali per l’area. Infatti c’è stato lo sversamento in acqua di una certa quantità di sostanze inquinanti. Una vicenda complessa, quella della Berkan B, nave turca che dal 2010 è posta sotto sequestro dal Tribunale civile di Ravenna.

Nel novembre del 2016, una società italiana se l’è aggiudicata all’asta giudiziaria e poi è iniziata una serie di passaggi di proprietà senza che nessuno si accollasse poi l’onere di intervenire per demolire l’imbarcazione. Una situazione poco trasparente su cui vuole fare ora chiarezza la procura che h a messo nel registro degli indagati tre persone tra cui il presidente dell’Autorità portuale Daniele Rossi che, sulla vicenda nel giugno scorso, ad alcuni giornali emiliani dichiarava: “Se avessi i pieni poteri e non dovessi rispettare tutte le leggi e le procedure necessarie in quanto amministratore pubblico, avrei già risolto il problema della Berkan B. Ma quelle leggi e quelle procedure vanno rispettate. Sono tante e sono complesse. A chiacchiere si fa presto, nei fatti quando si deve operare nel rispetto delle norme diventa tutto più complicato“.

Il vertice di Autorità Portuale è stato azzerato . Sintesi drastica ma efficace per descrivere gli effetti della misura interdittiva notificata lo scorso 10 settembre al presidente Daniele Rossi, al segretario generale Paolo Ferrandino e al dirigente tecnico Fabio Maletti.

In particolare si tratta di un anno di sospensione dalla carica: una misura cautelare emessa dal Gip Janos Barlotti su richiesta della Procura di Ravenna nell’ambito dell’indagine che vede i tre sotto accusa in concorso per inquinamento ambientale, abuso e omissione di atti d’ufficio in relazione agli effetti legati al parziale affondamento del relitto della motonave Berkan B con fuoriuscita di idrocarburi.




Bankitalia: il calo produttivo dell' Ex Ilva influenzerà la crescita dell'economia pugliese




ArcelorMittal, scontro sullo scudo penale. Anche la Procura di Taranto apre un fascicolo ?

ROMA – Nell’incontro di ieri pomeriggio al ministero dello Sviluppo alla presenza del ministro Stefano Patuanelli, l’Ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli è stata come nel suo consueto  stile, lapidaria, gelando i sindacalisti nel primo confronto formale, sottolineando la “coerenza” del percorso prima annunciato e così portato avanti per rescindere il contratto e “restituire” l’ex Ilva dal prossimo 4 dicembre ai commissari dell’ Amministrazione Straordinaria nominati l’anno scorso da Di Maio. E lo ha fatto puntando tutto su un argomento netto: dopo lo stop allo scudo penale,  portare avanti il il piano di risanamento ambientale per l’acciaieria di Taranto “ora è un crimine”.

Rocco Palombella

“Oggi abbiamo saputo dall’azienda – dichiara Rocco Palombella leader Uilm  il sindacato con più iscritti all’interno dell’ ILVA –  che il principale motivo che li ha portati a recedere dal contratto è stata la soppressione dell’immunità legale. Ora il Governo deve convocare di nuovo i Mittal, in presenza anche delle organizzazioni sindacali confederali Cgil Cisl Uil, per fare chiarezza definitivamente sulle loro intenzioni e se ci sono ancora margini di trattativa. Per noi – continua Palombella  – esiste solo l’accordo del 6 settembre 2018, vogliamo e ne esigiamo il rispetto perché è stato il migliore possibile vista la situazione da cui si partiva e perché garantisce il risanamento ambientale, salvaguardia occupazionale e la continuità industriale”.

I sindacati arrivano a non escludereun’insubordinazione dei lavoratori per non spegnere gli altiforni, come ha dichiarato Palombella dopo l’incontro al Mise,  aggiungendo “I lavoratori dell’ex Ilva non spegneranno gli impianti perché non saranno loro che sanciranno la morte dello stabilimento e del loro futuro occupazionale. Da ora in tutti gli stabilimenti del gruppo inizieranno agitazioni e mobilitazioni da parte di tutti i lavoratori per chiedere rispetto accordo di un anno fa e contro un atto inaccettabile di una multinazionale che pensa di fare e disfare a suo piacimento”.

E ancora scontro fra ArcelorMittal ed il Governo. Il premier Giuseppe Conte non indietreggia ed attacca: pagheranno i danni. La Procura di Milano, in contemporanea, ha acceso i propri riflettori un faro aprendo un fascicolo esplorativo affidato ai pm Civardi e Clerici coordinati dal dr. Romanelli,  scendendo in campo a difesa degli interessi pubblici anche nel giudizio civile (che dovrà decidere sul ricorso di ArcelorMittal per il recesso e sul controricorso presentato oggi dagli amministratori straordinari dell’ex Ilva). Adesso le Fiamme Gialle potranno presentarsi negli uffici italiani di ArcelorMittal e controllare una ad una tutte le carte, dal contratto di affitto a ordinativi, fatture, e via dicendo.

“Ben venga anche l’iniziativa della Procura”, ha commentato Conte, che alza i toni con l’azienda: “Il Governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni”; “Arcelor Mittal si sta assumendo una grandissima responsabilità“, lasciare l’ex Ilva “prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria“, anche in termini di “risarcimento danni“, dice il premier.

Ma ArcelorMittal la pensa diversamente sostenendo che levando l’immunitànon sono stati rispettati i termini del contratto” – dice Morselli – come è anche per le prescrizioni della magistratura sull’altoforno Afo2: “Non era stato fatto niente” di quanto detto al momento dell’accordo. La sintesi è che se al momento del contratto erano state create le condizioni per una missione impossibile, da “bacchetta magica”, oggi per l’azienda quelle condizioni non ci sono più. Lasciando il tavolo Stefano Patuanelli sottolinea come Lucia Morselli abbia puntato tutto sul nodo dell’immunità penale, politicamente il meno gestibile tra le diverse anime del Governo, lasciando invece in secondo piano il tema del rallentamento del mercato (e quindi di frenare la produzione e gestire esuberi) su cui “fin da settembre c’era una disponibilità del Governo” ad accompagnare un percorso. I toni del dibattito politico restano accesi. “Non c’entra nulla lo scudo, c’entra il fatto che qui qualcuno vuole fare il furbo“, dice il leader del M5s, Luigi Di Maio, che però non chiarisce ancora una volta i suoi pregressi rapporti con la Morselli, allorquando era Ministro dello Sviluppo Economico.

Per Matteo Renzi l’ex Ilva va tenuta apertaa ogni costo” garantendo il sostegno politico di Italia Viva alle iniziative del Governo per non far spegnere gli altiforni: “Sarebbe un disastro per Taranto, una follia“. Dal Pd diventato taciturno sulla vicenda parla solo il ministro Francesco Boccia dicendo che “la proprietà non deve assolutamente permettersi di spegnere la fabbrica. Non ne ha il diritto”. Ci vorrebbero 6 mesi per ripartire. E Anna Maria Bernini da Forza Italia replica al premier: “E’ un cortocircuito politico-giudiziario. Questo governo si sta dimostrando drammaticamente incapace”. E’ intervenuto anche  il ministro al Sud, Peppe Provenzano (Pd ): Non permetteremo lo stop degli impianti“, ha detto . “Lo Stato non permetterà che l’azienda fermi tutto col rischio di compromettere gli impianti. Mittal torni al tavolo, per salvare produzione, lavoro e ambiente“.

I sindacati mantengono la linea. Sostengono che ArcelorMittal non può esercitare un diritto di recesso, che il contratto va rispettato, ma che anche il Governo deve rispettare i patti alla base di quell’accordo: “Per nulla soddisfatti” di un confronto “non andato bene”  i leader della Cgil Maurizio Landini, della Cisl Annamaria Furlan, e della Uil Carmelo Barbagallo, hanno lasciato il ministero chiedendo “l’avvio di un tavolo con la proprietà per trovare soluzioni” ma anche al Governo di uscire dall’impasse: deve “ripristinare lo scudo penale per togliere l’alibi ad ArcelorMittal”. E avvertono: “La mobilitazione prosegue, i lavoratori non si renderanno complici dello spegnimento dell’acciaieria“. 

Secondo voci provenienti da Taranto, anche la procura jonica potrebbe aprire un fascicolo d’indagine. Nell’ incontro svoltosi  in Prefettura, a Taranto, l’ 8 novembre scorso fra il procuratore capo Carlo Maria Capristo , affiancato dall’ aggiunto Carbone ed il premier Giuseppe Conte  era emerso subito che la questione dello “scudo penale”  in realtà è molto diversa da come viene raccontata. Sopratutto perché esiste già, e non solo sulla base dell’ articolo 51 del codice penale (“L’ esercizio di un diritto o l’ adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità“), ma sopratutto perché ne vige uno apposito per Taranto, previsto dal decreto Salva-Ilva del 2015.

La formulazione di quello scudo, come è stato spiegato dal procuratore Capristo al presidente del Consiglio, è chiara esplicita. “Le condotte poste in essere in attuazione del Piano di cui al periodo precedente – recita  il decreto – non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del Commissario Straordinario, dell’ affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati, in quanto costituiscono adempimento delle migliori regole preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’ incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro“.




La protesta delle imprese dell'indotto ILVA di Taranto al MISE. Se si chiude l' ex ILVA muore Taranto

di Antonello de Gennaro

ROMA – Ieri pomeriggio le aziende dell’indotto Arcelor Mittal Italia aderenti a Confindustria Taranto, assieme ad una delegazione formata da rappresentanti dai sindaci della provincia jonica, fra i quali spiccavano però le assenze del Presidente della Provincia di Taranto, e del Sindaco del Comune di Taranto, hanno organizzato e partecipato ad un presidio effettuato sotto il Ministero dello Sviluppo Economico.

Una delegazione, guidata dal Presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, ha incontrato il Ministro Stefano Patuanelli (M5S)  al quale hanno consegnato un documento sulla vicenda  Arcelor Mittal, che è stato portato all’attenzione, nella stessa giornata, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte.

Al Ministro la delegazione ha illustrato  la grave situazione di emergenza in cui le aziende tarantine si ritrovano dopo che Arcelor Mittal Italia ha deciso di lasciare lo stabilimento, senza però aver corrisposto alle stesse aziende fornitrici l’ammontare dei crediti maturati, pari a circa 50 milioni di euro: una situazione gravissima che sta già dando luogo al ricorso alla cassa integrazione per i dipendenti delle stesse imprese. In alcuni casi si parla di licenziamenti.

Il numero dei dipendenti delle aziende presenti ed operanti nell’ indotto ex ILVA di Taranto ammonta a circa 6mila unità, molte delle quali hanno già sacrificato e perso fra il 2014 e il 2015 la somma di 150 milioni di euro nel passaggio fra ILVA spa (falllita) ed ILVA in Amministrazione Straordinaria  (crediti confluiti nello stato passivo).

Una situazione che in presenza di mancanza di soluzioni da parte di Arcelor Mittal e del Governo, di fatto metterebbe in ginocchio il settore dell’impresa tarantina che non sarà in grado di poter pagare più gli stipendi, e si vedranno costretti a portare i propri libri sociali in Tribunale a Taranto, eco perchè gli imprenditori di Taranto e provincia di Confindustria pretendono delle risposte non più procrastinabili.

Una delle prove che ArcelorMittal ha già deciso di mollare con Taranto? Il numero telefonico destinato alle imprese dell’indotto-appalto. Da martedì scorso quel numero è staccato, impossibile avere una risposta, impossibile sapere se e quando ci pagheranno. Nulla di nulla” racconta Francesca Franzoso, con-titolare della società Iris, con stabilimento a Torricella, 150 dipendenti, si occupa di manutenzioni ed effettua anche lavorazioni meccaniche sui pezzi degli impianti che ArcelorMittal manda al ripristino. La Franzoso insieme a sua sorella Maria Grazia,  è una delle imprenditrici che vive sulla propria pelle la crisi dell’indotto siderurgico di Taranto, società alla quale ArcelorMittal non ha ancora saldato le fatture scadute così come tutte le altre imprese di Taranto e Provincia.

Il racconto fatto dalla Franzoso al Sole24Ore spiega molto bene la situazione.Quando ho chiamato l’ultima volta, appena ho sentito che ArcelorMittal voleva rescindere il contratto di gestione, hanno detto che mi sarebbe stata bonificata la somma di 406mila euro. Attualmente la mia azienda ha fatturato 1 milione e 700mila euro di lavori verso ArcelorMittal  di cui 828mila si riferiscono allo scaduto. Ho acquisito quindi l’informazione sui 406mila euro, ma la mail che di solito viene inviata, non mi è mai stata spedita e nemmeno il bonifico ho ricevuto ovviamente“.

La società IRIS come tante altre è una quelle che nel passaggio di ILVA, a gennaio 2015, dalla gestione commissariale (Bondi nominato dal Governo Letta) all’amministrazione straordinaria (commissari Carruba-Gnudi-Laghi nominati dal Governo Renzi) ha perso non pochi soldi. “Si, purtroppo. Li siamo esposti per 4,2 milioni di euro. – aggiunge la Franzoso Come linea generale, le imprese che sono in questa situazione continuano a tenere i crediti nella parte attiva dei propri bilanci svalutandoli anno dopo anno, sia pure di poco. Altrimenti, le aziende andrebbero a gambe all’aria. Fallirebbero. Le aziende si comportano così nell’attesa che il Tribunale di Milano, dove è stata rimessa la partita, decida se, quando e in che misura rientreremo nei vecchi crediti”.

“L’attività con ArcelorMittal si era rimessa in movimento. – continua la FranzosoDiciamo che eravamo al 60% rispetto al volume che avevamo con i Riva. Con i commissari straordinari Ilva, invece, eravamo quasi fermi. Non c’era lavoro, ci chiamavano solo per gestire le emergenze“.

Ora la IRISI si vede costretta a ricorrere per tutti i 150 dipendenti alla cassa integrazione. Ho già avviato la procedura. La nostra azienda ha contratti di manutenzione annuali con proroga biennale ma i capi reparto di ArcelorMittal hanno già detto di non mandare più personale per la manutenzione degli impianti. E la cassa integrazione è una scelta obbligata, non una decisione personale per non pagare i dipendenti, ma bensì per salvaguardarli in questo scenario inquietante” spiega Francesca Franzoso contattata dal CORRIERE DEL GIORNO.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato per le 15:30 di oggi pomeriggio Arcelor Mittal e sindacati (come da procedura ex 47) nel tentativo di aprire un canale di confronto istituzionale con un’azienda che finora sembra evitare il Governo in campo aperto. Per tutta risposta ArcelorMittal ha annunciato ieri il “funerale” dell’ ILVA di Taranto comunicando ai sindacati le date di spegnimento degli altiforni.

La società del gruppo ArcelorMittal  è tecnicamente tenuta a partecipare all’incontro al Mise dove ci saranno anche i leader di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, mentre  per ArcelorMittal dovrebbe esserci l’amministratrice delegata Lucia Morselli. L’annuncio dello spegnimento degli altiforni non e’ una novità: la decisione era già stato comunicato il 5 novembre nella lettera ai sindacati che ha aperto la procedura di recessione all’Amministrazione Straordinaria (cioè allo Stato) di asset e lavoratori dell’ex Ilva.

Mentre in questi 10 giorni tutta l’attenzione era (e lo è ancora) rivolta allo scudo penale che in molti – a partire dai sindacati – chiedono di ripristinare. Di contro il Governo continua a ripetere che ArcelorMittal non ha il diritto di spegnere gli Altiforni e minaccia risarcimenti miliardari. Lo dicono i sindacati per voce di Rocco Palombella: “ArcelorMittal non può fermare gli impianti perché sono di proprietà dello Stato” (in realtà fanno ancora capo all’Amministrazione Straordinaria cioè ai creditori dell’ex Ilva). Spegnere gli altoforni equivale distruggerli e questo gli costerà risarcimenti di dimensioni devastanti”.

Ecco il piano di Arcelor Mittal per spegnere gli impianti dello stabilimento di Taranto.

Arcelor Mittal piano_compressed (1)

 

 




Ex-ILVA: le proposte del premier Conte per riaprire la trattativa con il gruppo Arcelor Mittal

ROMA – Partendo dalla consapevolezza molto chiara che la controparte e cioè il gruppo Arcelor Mittal, è lontana dal tavolo, per aprire una trattativa basata sul dialogo è necessario farla ritornare seduta, e le proposte vanno rivelate sul tavolo perché in una trattativa è fondamentale sondare gli umori e le decisioni della controparte in tempo reale.

Conte commentando la sua presenza a Taranto ha detto: “Dobbiamo lavorare con tutto il sistema Italia, io non sono un venditore di fumo, non sono un superuomo, se avevo una soluzione in tasca l’avrei già portata. Qui c’è una tragedia ambientale e sociale e questa comunità, e da qui dobbiamo ripartire, dobbiamo offrire un’occasione di riscatto e dobbiamo risolvere la situazione con una cabina di regia 24 ore su 24 per garantire tutti i diritti che sono in gioco, con tutto il sistema Italia, non solo con il governo. “.

Solo queste le dinamiche e valutazioni  che spingono il lavoro del governo in queste ore  sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. Fra i propositi di Palazzo Chigi , che sollecitato dal Quirinale, ha preso in mano la situazione esautorando di fatto il Ministero dello Sviluppo Economico dove aleggiano ancora le scorie e lo staff di Di Maio, quello di stendere una bozza di proposta di accordo da sottoporre ad ArcelorMittal nell’arduo tentativo di riaprire la trattativa che per i franco-indiani sembra essersi già conclusa.

Queste sarebbero le proposte del Governo da presentare ai Mittal: la riduzione degli esuberi, un maxi-sconto sul prezzo dell’affitto dell’azienda e sull’acquisto finale dello stabilimento, ed una nuova forma di scudo penale, sulla quale in Parlamento potrebbe essere posta addirittura la fiducia. La proposta di Palazzo Chigi si baserebbe su due punti: il primo, che la trattativa con chi è già andato via è la strada obbligata, ed il secondo che riguarda uno dei temi più caldi, e cioè gli esuberi richiesti, non può essere ininfluente.  Viene valutata anche la possibilità di un intervento finanziario dello Stato “a tempo”  attraverso la Cassa Depositi e Prestiti dello Stato o in altre modalità , con una quota di minoranza.

Ma questa è solo una bozza della proposta allo studio, in quanto le visioni discordanti interne al Governo non permettono di arrivare ancora a una proposta compiuta.  Basti pensare che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il commercialista Mario Turco, eletto senatore del M5S a Taranto, ha sempre sostenuto la chiusura dell’ ILVA. a chiari fini elettorali. E tutto ciò peraltro in pieno conflitto d’interesse, ricoprendo contestualmente al suo incarico politico delle cariche sociali in aziende tarantine che lavorano in appalto per Arcelor Mittal, oltre che a prestare consulenze per la Procura della repubblica di Taranto !

Ma ancor prima di provare ad avviare la trattativa con Arcelor Mittal, il Governo deve innanzitutto riuscire a trovare una quadra nella trattativa interna, con l’ex steward dello Stadio San Paolo di Napoli,  ora leader del M5S Luigi Di Maio, giorno dopo giorno  cerca in tutti i modi di contrastare e delegittimare l’importanza del ripristino dell’immunità per i manager dell’azienda, usando sempre toni durissimi, probabilmente nel tentativo di far dimenticare all’opinione pubblica di essere stato proprio lui  ad accendere la miccia della “bomba” sociale che aleggia dietro la “questione” Ilva-Arcelor Mittal.

“ArcelorMittal ci ha detto che licenzia cinquemila dipendenti anche con lo scudo penale” dice Di Maioquindi questo tema è un distrattore di masse. Ora non esiste che un’impresa che sbaglia i conti fa pagare le cambiali, che ha firmato, allo Stato. Se le paga lei e deve rispettare i patti” dimenticando di essere stato proprio lui il primo a violare il contratto controfirmato con Arcelor Mittal. Il Pd, a sua volta, invece vuole un accelerazione in senso contrario a quella del M5S. Il problema dello scudo penale è fondamentale nel ventaglio di proposte da offrire alla multinazionale franco-indiana, leader mondiale nella produzione dell’acciaio.

La soluzione si baserebbe su una misura valida per tutte le aziende, basandosi sul fondamento per il quale chi è impegnato in un piano di risanamento ambientale non è perseguibile penalmente. Una sorta di scudo penale “leggero”, che però ha già registrato e continua a registrare la contrarietà delle fronde grilline composte dagli scontenti ed esuli della compagine governativa del Governo Conte 1 come ad esempio la senatrice salentina Barbara Lezzi (quella che faceva i bonifici sui rimborsi e poi li annullava…) . E questo è uno dei principali problemi che al momento rende impraticabile la presentazione di una proposta di accordo consolidata e sicura.

La conferma che la proposta di Palazzo Chigi è ancora in una fase di preparazione molto complicata la fornisce la mancata agenda. La famiglia Mittal infatti al momento in cui scriviamo (sabato sera) non ha ricevuto alcuna convocazione per un nuovo incontro. Fonti vicine alla vicenda raccontano che un nuovo vertice a Palazzo Chigi è “molto probabile” nei primi giorni della prossima settimana. Un lasso di tempo necessario al premier Conte,  per potersi presentare al tavolo della trattativa con una proposta certa e sopratutto politicamente solida.

Lo scudo penale però non è il solo problema che necessita di una condivisione comune dentro il governo. C’è anche lo scottante tema degli esuberi. Mittal ne avrebbe chiesti 5.000, mentre il Governo intende chiederne la metà. I numeri sono al momento “ballerini” in quanto secondo il M5S meno indolore sarà la decisione finale ed altrettanto inferiore sarà il contraccolpo in termini di consenso elettorale (in Puglia si vota per le regionali a giugno 2020) .

Al momento internamente al Governo si sarebbe arrivati un accordo di massima, da proporre ai Mittal, e cioè arrivare al massimo a 2.500 esuberi che si vorrebbero peraltro addolcire attraverso la cassa integrazione che garantirebbe la tutela dei posti di lavoro, auspicando che nel giro di uno, massimo due anni, una volta risanata lo stabilimento siderurgico ed aumentata la capacità produttiva, e sopratutto che il mercato dell’acciaio registri un trend di aumento della produzione a tal punto da poter riassorbire a pieno titolo i lavoratori interessati dalla cassa integrazione.

Una proposta che ha lo scopo di ottenere da Arcelor Mittal il ritiro dell’azione civile presentata dinnanzi al Tribunale di Milano e di tutte le procedure relative al disimpegno , già avviate per la restituzione degli stabilimenti di Taranto e Nervi all’ ILVA in amministrazione straordinaria.

Chiaramente ogni proposta in una trattativa, contiene una parte funzionale ad accontentare la controparte – e di questo il premier Conte è ben consapevole –  sopratutto dopo che  mercoledì scorso  il Ceo e il Cfo di Arcelor Mittal hanno lasciato l’ incontro di Palazzo Chigi, dicendo che la loro decisione sarebbe rimasta tale a meno di significativi cambiamenti, e quindi  convincere una controparte che   già sta iniziando ad abbandonare Taranto, a seguito di una propria decisione supportata anche dal consenso ottenuto dai mercati finanziari mondiali, comporta qualche concessione “pesante” ed importante.

Come dicevamo, sulla base di fonti attendibili bene informate, il Governo Conte starebbe valutando di proporre anche un maxi-sconto sul prezzo di affitto che Arcelor Mittal deve pagare per l’affitto dell’azienda ex-Ilva,  per passare poi all’acquisizione definitiva prevista a fine 2020. Arcelor Mittal si era aggiudicata una gara pubblica internazionale a cui aveva partecipato, che vedeva un solo concorrente, e cioè “Acciai Italia“,  la cordata guidata dagli indiani Jindal che avevano avanzato una proposta  da 1,8 miliardi molto più bassa di quella di Mittal . Il maxi-sconto del Governo potrebbe essere di ridurre per circa la metà, per un totale di 180 milioni di euro la quota l’affitto, così come si è disponibili trattare anche sul prezzo finale di vendita, e questo sarebbe la proposta di Conte per trattenere il gruppo franco-indiano in Italia.

Ma Conte sa molto bene che sul tavolo di una trattativa ciò che conta realmente sono solo le proposte che hanno una consistenza, e quindi per presentarle deve prima riuscire a chiudere la trattativa interna, quella più difficile, interna al M5S dove le competenze tecniche ed il senso dello Stato notoriamente latitano.




ArcelorMittal: altro che perdite, nel 2018 risultato record

ROMA – Mentre giornalisti e politicanti italiani continuano a parlare nelle televisioni e sui giornali di “perdite dell’ ILVA” e di quant’altro, pochi o meglio quasi nessuno ha avuto la voglia e l’attenzione di andarsi a guardare i numeri ufficiale della holding più importante nel mondo dell’ acciaio, che ha un nome molto chiaro e noto in tutto il mondo: Arcelor Mittal.

L’ interesse economico ed industriale di ArcelorMittal verso il mercato italiano era sicuramente affaristico e non certamente per fare opere di beneficenza. L’operazione di acquisizione dell’Ilva è stato l’ultimo grande investimento dei franco- indiani per un consolidamento nel mercato europeo, così come  è altrettanto vero che sarebbe stato pericoloso ignorare un asset del genere disponibile sul mercato della concorrenza, anche se il leader del settore in tutto il mondo , e cioè Arcelor Mittal voleva assicurarsi di poterlo acquisire ad un prezzo ragionevole. Una eventuale svendita dell’ Ilva avrebbe di fatto aperto le porte del mercato a un potenziale concorrente.

Gli analisti di Deutsche Bank, ritengono cheIlva contribuisca sui conti del 2019 con un’Ebitda negativo di 500-700 milioni di dollari. Considerando investimenti per 400-500 milioni di dollari e una rata d’affitto di 200 milioni, tutto questo porta a un assorbimento di cassa pari a 1,1-1,4 miliardi di dollari e a una resistenza molto elevata del 7-9% rispetto all’attuale capitalizzazione di mercato. Quindi, crediamo che questo sia un positivo a breve termine per l’azienda e per il titolo”. E in effetti all’annuncio della decisione di Arcelor Mittal di lasciare l’ Italia, i mercati finanziari hanno reagito positivamente.

Va però considerato anche qualcos’altro che la Deutsche Bank stranamente non considera.E cioè che  nonostante il calo della produzione mondiale e delle spedizioni, i ricavi delle vendite e soprattutto la redditività di ArcelorMittal in realtà registrano un significativo balzo in avanti.

Come riporta Siderweb, la produzione di acciaio del gruppo euro-indiano alla fine dell’ultimo esercizio 2018, nel proprio bilancio consolidato di gruppo, presentato ai mercati finanziari ed agli investitori mondiali,  è calata dello 0,6%, passando da 93,1 milioni di tonnellate nel 2017 a 92,5 milioni di tonnellate nel 2018. Le spedizioni totali si sono attestate a  83,9 milioni di tonnellate, con una diminuzione dell’1,6% rispetto all’anno precedente, causata principalmente dalla riduzione dei flussi verso la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), compensata in parte dagli aumenti realizzati in Brasile (+5,8%, includendo l’impatto dell’acquisizione della Votorantim), nel Nord America (+1%) e in Europa (+0,2%, includendo l’impatto dell’acquisizione dell’Ilva che ha compensato la riduzione delle consegne degli impianti spagnoli nelle Asturie, a causa di un’inondazione,  e dell’acciaieria di Fos-sur-Mer in Francia, a causa di un’interruzione di corrente, e di una lenta ripresa della produzione di un altoforno in Polonia). Al netto di Ilva e Votorantim, acquisite nel corso del 2018, le spedizioni sono state pari a 82,5 milioni di tonnellate, con un calo del 3%, dovuto alla diminuzione dei flussi vero la CSI (-10,3%) e l’Europa (-1,2%), in parte controbilanciati dagli aumenti registrati in Brasile (+0,5%) e Nord America (+1%).

ricavi delle vendite sono invece aumentati del 10,6%, passando a 76 miliardi di dollari rispetto ai 68,7 dell’anno precedente. L’incremento è dovuto all’aumento dei prezzi medi di vendita che ha più che compensato la diminuzione dei volumi di vendita.

Il risultato della gestione industriale (Ebitda) è passato da 8,4 a 10,3 miliardi di dollari, con un incremento del 22,1%. L’incidenza sui ricavi delle vendite è salita al 13,5% dal 12,2% dell’esercizio precedente. Il risultato netto della gestione caratteristica (Ebit) si è attestato a 6,5 miliardi di dollari rispetto ai 5,4 del 2017, con un incremento del 20,3%, dovuto principalmente al miglioramento delle condizioni operative (effetto positivo costi/prezzi nel segmento dell’acciaio) in parte compensato dall’impatto negativo del calo dei prezzi di mercato del minerale di ferro.

L’utile netto ha raggiunto i 5,1 miliardi di dollari rispetto ai 4,6 del 2017, con un incremento del 12,7%. La differenza rispetto alla variazione positiva del risultato della gestione industriale è dovuta alle perdite su cambi e ad altre perdite finanziarie.La redditività del capitale investito (ROA) è salita dal 6,4% del 2017 al 7,2% nel 2018; la redditività delle vendite (ROS) è balzata dal 7,9% all’8,6%; la redditività dei mezzi propri (ROE) è passata dall’11,2% all’11,7%. I debiti sul fatturato sono scesi dal 18,8% al 16,4%, mentre gli oneri finanziari sull’Ebitda sono diminuiti dal 9,8% al 6%. L’indice di indebitamento finanziario è sceso da 0,32 a 0,28, mentre l’indice di indebitamento complessivo è rimasto stabile intorno a 1,6. Da segnalare infine nelle stime di capex per il prossimo anno i 400 milioni di dollari già stanziati per il revamping degli impianti ex Ilva.

“In Europa stiamo tagliando la produzione perché non facciamo soldi”. Con questa affermazione Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal, ha risposto, nel corso della conference call sui dati trimestrali, a un analista che gli chiedeva aggiornamenti sulla strategia nel Vecchio Continente.  Le valutazioni di ArcelorMittal lasciano pochi dubbi: in Europa, la domanda dovrebbe contrarsi fino al 3% (rispetto al range -1,0%/-2,0% della guidance precedente) per la debolezza della domanda automobilistica e il rallentamento del settore delle costruzioni aggravato dalla riduzione della catena di approvvigionamento.

Arcelor Mittal stima che le spedizioni di acciaio saranno stabili nel 2019 rispetto al 2018, una previsione al ribasso rispetto alle precediti linee guide che prevedevano un incremento annuale. “Come previsto, nel terzo trimestre abbiamo continuato ad affrontare condizioni di mercato difficili, caratterizzate dai bassi prezzi dell’acciaio e dai costi elevati delle materie prime“, ha commentato Lakshmi N. Mittal aggiungendo “In questi mercati, rimaniamo concentrati sulle nostre iniziative per migliorare le prestazioni e la nostra priorità e’ ridurre i costi, adattare la produzione e concentrarci per garantire che il flusso di cassa rimanga positivo. Continuiamo ad aspettarci una sostanziale liberazione di capitale circolante nel quarto trimestre, che dovrebbe permetterci di ridurre ulteriormente l’indebitamento netto anno dopo anno“.

A settembre 2019 la produzione siderurgica italiana ha fatto un passo indietro. Nel nono mese dell’anno l’output è stato di 2,208 milioni di tonnellate, con una riduzione dell’1,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (2,185 milioni tonnellate). Sui primi nove mesi dell’anno il calo è stato pari al 3,9% con un output di 17,620 milioni (contro 18,328 milioni tn). Questi i dati diffusi dalla World Steel Association, che analizza l’andamento della produzione in 64 Paesi del mondo.

Nell’Unione europea a 28 Paesi la produzione è scesa del 2% con un output di 13,386 milioni tonnellate (contro 13,656 milioni tn). Sui primi nove mesi del 2019 la flessione del mercato è del 2,8% a 122,494 milioni tonnellate , contro 125,977 milioni dello stesso periodo del 2018. Secondo gli ultimi dati di Federacciai in Italia a luglio l’attività dei settori utilizzatori di acciaio si è confermata in sofferenza, con automotive (-7,5%) e meccanica (-6,9%) in marcato declino.

Alla luce di tutto questo l’obiettivo di Arcelor Mittal sembra quello di ridurre i costi e le perdite di Ilva entro la fine dell’ anno. Secondo gli analisti della banca tedesca “ArcelorMittal mira a recuperare alcuni dei fondi iniettati. E potrebbe arrivare a chiedere oltre due miliardi di dollari. Anche se potrebbe essere un’operazione difficile e lunga”.  Su un punto tutti gli esperti ed analisti internazionali sono d’accordo e convinti, e cioè che senza l’ Ilva sul groppone e con la cessione degli asset più in sofferenza di inizio anno, le attività di ArcelorMittal in Europa ne trarrebbero vantaggio. Per gli analisti una chiusura definitiva delle acciaierie in Italia aiuterebbe a bilanciare il mercato riducendo la pressione sui prezzi, anche non viene escluso alla fine un accordo in extremis tra il Governo italiano ed i vertici di Arcelor Mittal.




Il terremoto Mittal-Ilva, il gran finale di una storia che fingiamo di non capire

di Tonio Attino

Siamo arrivati fin qui saltando da un’illusione all’altra e ora molti di noi pensano a un futuro sempre uguale al passato. La grande fabbrica seguiterà a garantirci il futuro, a darci lavoro, soldi, stipendi, sicurezza e perciò bisogna impegnarsi a salvarla, considerarla la prospettiva della nostra economia, teorizzare una compatibilità non raggiunta in mezzo secolo e altrove considerata irraggiungibile. Cominciassimo a guardare un po’ oltre le nostre scarpe capiremmo quanto tutto questo sia improbabile. Possiamo immaginare, dopo cinquantadue anni, di viverne così altri cinquantadue?

Ecco cosa rimane dell’ Italsider di Bagnoli

La vita è un ciclo, tutto finisce, anche le fabbriche. Dovremmo prepararci al Big One, alla terribile scossa, immaginare che arriverà per un motivo o l’altro. Quando, non sappiamo; perché, neppure. Ma tenerci pronti. A Bagnoli, la scossa è arrivata vent’anni fa e tutto è cambiato. Adagiato come lo scheletro di un dinosauro sullo stupendo litorale di Coroglio, il centro siderurgico è ormai un monumento alla storia industriale e da vent’anni sta lì silenzioso, immobile.

A Bagnoli le ciminiere incrociavano i palazzi in un rapporto carnale, il metallo infuocato illuminava il cielo, poi un giorno arrivò il Big One, e finì tutto. Da vent’anni l’Italsider, la fabbrica che ha sfamato generazioni di napoletani, non c’è più. Dal 1992 Bagnoli non produce acciaio.

Costruito nel 1905, lo stabilimento siderurgico, esteso pressappoco su 180 ettari – era grande più o meno un decimo di quello di Taranto – cominciò a marciare nel 1910 raggiungendo una produzione massima di due milioni di tonnellate, un quinto della produzione tarantina. L’Italsider ebbe il picco di personale con 8026 addetti nel 1976, ma il numero di operai precipitò a poco più di quota 3000 finché la congiuntura internazionale e le decisioni della Ceca, la commissione europea per il carbone e l’acciaio, portarono al declino irreversibile. I tagli salvarono l’Italsider di Taranto, ma condannarono Bagnoli.

La decisione della fine fu sostanzialmente anticipata il 3 novembre del 1981 dal ministro delle partecipazioni statali, il socialista Gianni De Michelis. Arrivato a Bagnoli per incontrare gli operai e annunciare che gli altiforni chiudevano, De Michelis volle rassicurare sul fatto che l’Italsider continuava a vivere con le lavorazioni a freddo. Fu garantita la costruzione di un impianto di laminazione, sicché l’Italia finanziò l’installazione di un nuovo treno nastri. Gli operai celebrarono le parole di De Michelis inondandole di fischi.

Per due anni e mezzo l’Italsider venne riammodernato con una spesa di 1200 miliardi di lire. Nell’89 si fermò l’area a caldo, rimase in funzione un laminatoio. Lo Stato italiano chiuse definitivamente lo stabilimento nel 1992, gli impianti vennero ceduti a gruppi industriali cinesi e indiani, fu smantellato e venduto per 23 miliardi di lire anche il treno nastri promesso da De Michelis, costruito nel 1985 e costato 800 miliardi. Se può servire a farsi un’idea su come vanno le cose del mondo, dieci anni dopo, nel 1995, l’industriale Emilio Riva avrebbe acquistato per 1.649 miliardi di lire, l’intero centro siderurgico di Taranto: cinque altiforni, due tubifici, due accaierie e anche due treni nastri.

Quella storia è finita, archiviata, conclusa; e il ciclo vitale s’è chiuso pure a Sesto San Giovanni, la città-fabbrica lombarda incollata a Milano. Sesto ha 81mila abitanti e ne aveva diecimila in più grazie all’espansione industriale sviluppatasi intorno a un nucleo di industrie solide: Breda, Magneti Marelli, Ercole Marelli, Pirelli e soprattutto la società siderurgica Falck. «Negli anni ‘30 Sesto San Giovanni contava più operai che abitanti” ricorda Antonio Pizzinato, friulano, ex operaio e parlamentare, sottosegretario al lavoro dal 1996 al 1998 nel primo governo Prodi.

Negli anni d’oro dell’industria Sesto San Giovanni crebbe fino a 92mila abitanti, concentrando nei quasi 12 chilometri quadrati di territorio una densità tecnologica che – dall’aeronautica alle locomotive, dalla meccanica all’acciaio – ne fece uno dei motori industriali della Lombardia. La prima colata delle “Acciaierie e ferriere lombarde Falck” data 1906, l’ultima è del 1996. Battesimo e morte in novanta anni esatti, otto in più di Bagnoli; e come per Bagnoli, gli stabilimenti Falck furono dismessi per la negativa congiuntura internazionale e gli accordi con la Ceca.

… Bagnoli e Sesto hanno chiuso le loro industrie e aperto la riqualificazione urbanistica, Genova non ha più l’area a caldo, incompatibile con l’abitato del quartiere di Cornigliano dove studi scientifici rilevarono l’aumento della mortalità del 23 per cento tra gli uomini e del 53 per cento tra le donne. Taranto resta il centro siderurgico a ciclo integrale più grande del continente. L’acciaieria d’Italia ha importato le produzioni espulse da Cornigliano, dove nel 2001 la magistratura mise sotto sequestro l’area a caldo (la cokeria fu chiusa l’anno dopo, l’altoforno nel 2005) e dove già agli inizi degli anni Novanta si discuteva dell’impossibilità di tenerla accanto alle case. Ugo Signorini, un ex assessore democristiano candidato nel 1993 a sindaco di Genova, si domandava come potesse reggere la siderurgia, ospitata su 160 ettari, dentro il quartiere di Cornigliano e “con una media di 20 occupati per ettaro, un vero spreco, visto che il rapporto posti/spazio nell’industria è di 200 persone per ettaro”.

Gli impianti di Genova Cornigliano, di proprietà della famiglia Riva, sono stati riconvertiti e lavorano adesso i prodotti provenienti da Taranto, la città in cui resta concentrata la maggiore produzione italiana di acciaio e dove il rapporto tra ettari e lavoratori non è neppure pari a nove. Nove lavoratori per ciascun ettaro di fabbrica.

Pittsburgh, la vecchia, fumosa, inquinatissima Steel City è diventata intanto, secondo l’Economist, la città più vivibile d’America e Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc (University of Pittsburgh Medical Center), nel 2009 ha spiegato così perché e come è avvenuta la grande mutazione: “Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai”.

LA PROFEZIA DI NAKAMURA SUL CENTRO SIDERURGICO DI TARANTO: “UN IMPIANTO A CICLO INTEGRALE PUÒ RIMANERE IN ESERCIZIO ANCHE PER CINQUANT’ANNI…

 

Quando arriverà il Big One non capiremo perché. Non siamo preparati, non immaginiamo che una fabbrica possa chiudere o il suo proprietario possa decidere di cambiare le sue strategie o il mercato suggerirne di nuove. Lo Stato chiuse Bagnoli e un privato non potrebbe chiudere Taranto? Anche i teorici del libero mercato e della libertà di impresa non vengono sfiorati dal dubbio, o forse la potenza del sistema Ilva con la sua batteria di comunicatori e la sua rete di addetti alle relazioni esterne hanno soggiogato il pensiero di chiunque, e fatto dimenticare, se qualcuno le avesse ascoltate, le parole di un esperto, il manager giapponese Nakamura: “Un impianto a ciclo integrale, con buona manutenzione, può rimanere in esercizio anche per cinquant’anni di seguito. Quello di Taranto è il più recente di tutto il continente e potrà funzionare ancora per venti o trent’anni“. Lo stabilimento siderurgico di Taranto ha cinquantadue anni. Nakamura scrisse quelle parole nel 1993, diciannove anni fa.

Noi non prendiamo in esame l’eventualità del dopo, non vediamo il crepuscolo di una storia, l’Ilva è infinita, immortale. Perciò davanti al Big One saremo disarmati.

Tonio Attino, Generazione Ilva (Besa), 2012




Sindacati: se accordo su Arcelor Mittal diventa carta straccia, al via mobilitazione

ROMA – Ieri come già pubblicato dal nostro giornale, le commissioni Industria e Lavoro del Senato hanno votato la soppressione dell’articolo del dl relativo alle tutele penali per i manager dell’ex Ilva.  Con una una nota congiunta il Segretario generale Fim Marco Bentivogli, la Segretaria generale Fiom Francesca Re David, ed il Segretario generale Uilm Rocco Palombella, prendono posizione sulla vicenda Arcelor Mittal, e dichiarano che “l’approvazione dell’art. 14 del disegno di legge di conversione del decreto-legge 3 settembre 2019, n. 101 in Senato di oggi è un fatto grave che aggiunge ulteriore incertezza al futuro dell’ArcelorMittal nel nostro Paese. La norma abrogata non garantiva alcuna immunità penale ma era limitata alla realizzazione del piano ambientale, pertanto con perimetro e portata limitata. Tale norma non ha impedito, anche nei mesi precedenti, di indagare su reati al di fuori di quel perimetro, come la sicurezza dei lavoratori“.

Il problema dell’immunità era stato definito con la versione del decreto approvata dal Governo e pubblicata in Gazzetta Ufficiale a inizio settembre, quasi un mese dopo il via libera salvo intese del consiglio dei ministri. La norma, adesso stralciata dal senato, limitava l’esimente penale, cioè la non responsabilità, alle condotte realizzate in attuazione del piano ambientale. Il nuovo ministro dello sviluppo economico Patuanelli è atteso in audizione nel pomeriggio anche sul “caso Ilva“.  E prima di intervenire a Palazzo Madama ha dichiarato: “A breve incontrerò l’azienda” ed ha inoltre sottolineato che incontrerà anche i sindacati.

“Questa decisione, insieme al repentino cambio al vertice di ArcelorMittal Italia non fa presagire nulla di buono. – continua la nota dei sindacati – Nella migliore delle ipotesi si profila il rischio di una drastica riduzione dell’occupazione, nella peggiore è solo il prologo ad un disimpegno e a lasciare il nostro paese. Abbiamo con grande fatica sottoscritto un accordo il 6 settembre 2018 che da un lato l’azienda dall’altro il Governo potrebbero far diventare carta straccia“.

Nello specifico l’addendum al contratto siglato il 14 settembre 2018 si legge che “l’affittuario potrà altresì recedere dal contratto qualora un provvedimento legislativo o amministrativo, non derivante da obblighi comunitari, comporti modifiche al Piano Ambientale come approvato con il ‘decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 settembre 2017 che rendano non più realizzabile, sotto il profilo tecnico e/o economico, il Piano Industriale“.

Secondo i sindacati confederati Fim-Fiom e Uilm non ha nessuna credibilità un’azione politica e aziendale che ad un anno di distanza cambia le carte in tavola e agevola negativamente la congiuntura non favorevole dell’industria italiana.Abbiamo da giorni chiesto un incontro con la nuova Amministratrice Delegata e con il Governo che siamo a risollecitare. Se non otterremo una conferma di tutti gli impegni presi avvieremo al più presto un percorso di mobilitazione”.

Il leader della Lega Matteo Salvini ha commentato: “Inaccettabile che il governo metta a rischio 15.000 Posti di lavoro legati ad Ilva, diritto alla salute e diritto al lavoro possono e devono marciare insieme” aggiungendo  “Faremo le barricate per evitare anche un solo licenziamento”.

La posizione dei sindacati in merito all’approvazione dell’emendamento sulla soppressione dello scudo penale per i vertici dell’Arcelor Mittal dell’ex Ilva,  è condivisa anche dall’ assessore regionale allo Sviluppo economico della Regione Liguria Andrea Benveduti : “Dov’è la sinistra che difendeva i lavoratori? Pur di sopravvivere, il Pd e i suoi compari demoliscono la storia e il patrimonio industriale del Paese, dimostrandosi sempre più subalterni ai 5 Stelle. Con il voto di stanotte in Senato, che sopprime l’immunità per Arcelor Mittal, l’Italia viola un patto industriale e rischia di far fuggire l’unico investitore in grado di sanare e rilanciare Ilva“.

“Ci siamo sempre opposti al tentativo di togliere l’immunità alla dirigenza ex Ilva per non bloccare il risanamento ambientale, su cui Arcelor Mittal ha intrapreso un percorso in accordo con l’allora ministro Di Maio. La chiusura dell’altoforno di Taranto – aggiunge Benveduti -, con lo stop dell’ambientalizzazione dell’area, avrebbe ripercussioni anche sugli stabilimenti di Novi Ligure e Genova, su cui ricordiamo resta ancora in piedi l’accordo di programma del 2005. Impensabile non rispettare tale accordo. Irresponsabilità, incapacità o altro? Sicuramente in altre nazioni si brinda a questa decisione, che completerà il percorso di de-industrializzazione avviato da lorsignori già da molti anni. Che tutta la parte sana del Paese, lavoratori, imprese e sindacati, prenda ora fermamente posizione contro questo scempio“.

 




Salta nuovamente lo "scudo" penale per l'ex-Ilva: azienda e sindacati allarmati

ROMA – Ancora una volta il M5S mette a rischio l’occupazione dello stabilimento siderurgico ex-Ilva di Taranto, il cui indotto di fatto regge in piedi l’economia di tutta la provincia jonica e genera un punto di PIL nazionale.  17 senatori grillini hanno presentato l’emendamento al decreto salva-imprese per sopprimere la norma sull’immunità penale all’ex Ilva, che sarà eliminata dal testo. Adesso il problema questione verrà riportato sul tavolo del Governo con un ordine del giorno che lo impegna a cercare una soluzione.

La poltrona del ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli  è sempre più bollente, dopo il “fallimento” della trattativa sullo stabilimento campano di Whirlpool , diventa sempre più difficile convincere i franco indiani di ArcelorMittal a continuare la loro attività senza “scudo” penale, e non abbandonare la gestione dello stabilimento siderurgico . La settimana prossima il ministro Patuanelli incontrerà i vertici italiani, con il nuovo Presidente ed Amministratore Delegato Lucia Morselli. Non è un caso se dal dal quartier generale a Londra del gruppo ArcelorMittal, così come anche a Taranto , nessuno parla e tutti tacciono.

La credibilità della leadership del premier Conte vacilla sempre di più all’estero, a seguito della circostanza che in Italia si rimettano in gioco continuamente gli accordi già siglati, che fa perdere ogni autorevolezza e fiducia in questo governo traballante. Il  gruppo ArcelorMittal manifestò senza mezzi termini tutto il proprio dissenso quando venne varato il “decreto Crescita”  che aboliva lo scudo penale a far data dal 6 settembre,  arrivando a minacciando di restituire lo stabilimento ILVA di Taranto (che al momento gestiscono in affitto)  al Governo. Fu questo il vero motivo che indusse l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, di affidare all’ ufficio legislativo  il compito di rielaborare la tutela nella versione inserita nel salva-imprese che era strettamente legata, come tempi e modalità, all’attuazione del piano ambientale . E che adesso salta per la seconda volta a causa di parlamentari irresponsabili del M5S.

Tutto torna quindi indietro con una nuova problematica in più: la sovraproduzione del acciaio in Europa strettamente connessa alla crisi dell’automotive, ha già portato ArcelorMittal a ridurre propria la produzione in Italia come anche negli altri suoi stabilimenti europei, mettendo in cassa integrazione 1.400 dipendenti. I sindacati sono molto preoccupati, come evidenzia il segretario nazionale della Fiom Cgil, Gianni Venturi : “Mettere in discussione la soluzione trovata nel dl imprese rischia di aprire ad una fase di ulteriore incertezza. Non si tratta di dare immunità né tanto meno di impunità, ma di tutele legali che accompagnano un processo di riconversione ambientale degli impianti“. Altrettanto dura la posizione di Marco Bentivogli, leader Fim-Cisl: “La scelta di modificare nuovamente lo scudo penale per Arcelor Mittal dimostra un atteggiamento schizofrenico del governo, che in modo maldestro cerca di recuperare voti su Taranto ma in realtà fornisce un buon alibi all’azienda per andar via“. Allineato anche Rocco Palombella della Uilm, che ricorda che l’azienda perda “due milioni di euro al giorno” aggiungendo che “di questo passo si continua a giocare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto su un tema delicato che invece viene gestito per consenso elettorale“.

 




A "Presa Diretta" su RAI3 l' Ad di Arcelor Mittal Matthieu Jehl e Michele Emiliano

ROMA – Due reportage per l’ultima puntata di questo ciclo di “PresaDiretta” a cura di Riccardo Iacona e Cristina De Ritis in onda lunedì 14 ottobre alle 21.45 su Rai 3. Con “VERTENZA ITALIA” il programma “PresaDiretta” attraversa la stagione delle vertenze industriali che agitano il mondo del lavoro. E lo fa con un reportage sull’ex Ilva di Taranto, oggi ArcelorMittal. A che punto è la bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa, tra la necessità di tutelare la salute e quella di salvare i posti di lavoro?

Parla per la prima volta in televisione il Vice Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl con un’intervista in esclusiva in cui spiega quali sono i piani dell’azienda per il futuro dell’impianto di Taranto, dice a chiare lettere  : “sulle emissioni siamo a posto. Il piano ambientale di Taranto è il più ambizioso al mondo. Senza tutela legale se andiamo via noi nessuno verrebbe qui. Questo piano ambientale è il più ambizioso che avevo mai fatto come ArcelorMittal nel mondo intero. Quando arriveremo alla fine l’impatto ambientale di Taranto sarà il migliore di tutta Europa, questo lo dobbiamo dire chiaramente a tutti”.

Matthieu Jehl

“É molto importante che tutte le persone capiscano – sottolinea Jehlche lavoriamo su tutti gli aspetti dell’ambiente: polveri diffuse, i camini per trovare soluzioni alle emissioni che arrivano anche sul suolo, sull’acqua. Lavoriamo su tutti i tipi di impatti che possono arrivare dalla nostra produzione”.

Nel futuro dell’ex Ilva per il vice presidente di ArcelorMittalIl principio è di abbassare al minimo le diossine, le polveri. La prima cosa che tutti devono capire è che questo di Taranto è il sito più monitorato di tutta l’Europa. E questo è importante anche per noi perché tutte le autorità possano verificare ogni giorno che dal punto di vista delle emissioni siamo a posto. In trasparenza lavoriamo con l’Ispra, con l’Arpa, con l’Asl.

Nella stessa puntata del programma in onda domani il Governatore Michele Emiliano esprime la sua idea (ben nota a tutti) sull’ex-ILVA : “ArcelorMittal è interessata alla fabbrica soprattutto per i clienti e per evitare che cada in mani di un concorrente. Il vecchio Governo avrebbe dovuto inserire nel bando la decarbonizzazione. Il piano ambientale dell’ex Ilva prevede la ricostruzione della fabbrica secondo le tecnologie dell’ 800, cioè a carbone. La stanno ricostruendo a carbone”. Il presidente della Regione Puglia rispondendo alle domande di Riccardo Iacona sull’acquisizione dell’ex Ilva da parte di ArcelorMittal sottolinea come “il piano ambientale a Taranto sia troppo poco“.

“Evitano il PM10 ma le emissioni delle IPA e delle diossine rimangono quelle”, specifica. E anche se nei limiti di legge, Emiliano aggiunge che si tratta di “limiti che sono quelli delle emissioni che consentono alle fabbriche europee di funzionare a carbone. Se le facessimo funzionare con le tecnologie oggi disponibili – aggiunge – che sono quelle a idrogeno o a gas, i limiti potrebbero essere molto più bassi”. E sulla possibilità che ArcelorMittal se ne vada senza tutela legale, Emiliano ribadisce come da sempre abbia ritenuto “ArcelorMittal il peggiore degli acquirenti”. “È il principale produttore di acciaio europeo e uno dei più grossi del mondo. La fabbrica gli interessa soprattutto per i clienti e per evitare che cada in mani di un concorrente. Se noi quella fabbrica l’ avessimo venduta a chi si impegnava sin dal momento dell’ acquisto a decarbonizzarla e a farla funzionare con tecnologie diverse da quelle previste da quel piano oggi avremmo avuto un soggetto motivato perché sarebbe stata la sua unica base europea”.

 

Il riferimento è alla Jindal South West, società indiana che in cordata con la Cassa depositi e prestiti, la Holding Delfin di Leonardo Del Vecchio ed il Gruppo  Arvedi di Cremona era interessata all’acquisto del siderurgico di Taranto. Emiliano aggiunge: “Il governo dell’epoca nel momento in cui l’ altro concorrente era disponibile al rilancio sul prezzo avrebbe dovuto consentirlo e avrebbe dovuto inserire nel bando la decarbonizzazione come un elemento se non obbligatorio almeno di miglioria dell’ offerta”. E sul futuro di Taranto senza l’ acciaieria, il governatore dice che “Se l’Ilva non fosse mai esistita Taranto sarebbe stata una città felice”.

Matthieu Jehl risponde anche a Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, sulla necessità di avere un impianto più avveniristico decarbonizzato. “Come ArcelorMittal – ha detto  Matthieu Jehl sono convinto al 100 per cento che la soluzione sulla decarbonizzazione la troviamo entro il 2050. Ci impegniamo a zero emissioni a livello europeo. E Jehl spiega anche il perché di una data così lontana: “La nostra industria è a ciclo lungo. Quando tu fai un investimento su una acciaieria, non lo fai per due anni. Lo fai per 25 anni”.

 

E sulla cruciale questione dell’immunità penale Matthieu Jehl è categorico: l’immunità penale è un concetto che non esiste. Dobbiamo essere chiari su questo. Non abbiamo mai parlato di immunità penale ma noi siamo qui per risolvere problemi che arrivano dal passato. La tutela legale era prevista dal momento del contratto. Noi non possiamo essere responsabili dei problemi del passato. Fa parte delle ipotesi di base del contratto di affitto”.

La continuità della tutela legale del contratto è fondamentaleconclude. Se andiamo via noi non verrebbe nessun altro. Nessuno può gestire tutto questo senza tutela. Questo è il principio”.




È morto Giorgio Squinzi

ROMA – Si è spento, dopo una lunga malattia, Giorgio Squinzi, il patron della Mapei e proprietario del Sassuolo Calcio. Nato a Cisano Bergamasco nel 1943, Squinzi è stato presidente di Confindustria dal 2012 al 2016 . Un incarico che ha sempre ricoperto  con lo stile che lo contraddistingueva. “Io sono nato imprenditore, in una famiglia di imprenditori – ha detto nel suo ultimo messaggio come capo degli industriali – ed ho cercato anche in questi anni di comportarmi come imprenditore per il bene di tutto il nostro sistema associativo”.

Squinzi è deceduto nel tardo pomeriggio all’ospedale San Raffaele dove era ricoverato da un paio di settimane a causa del peggioramento del male che lo aveva colpito da tempo. Lascia la moglie Adriana Spazzoli e i figli Marco e Veronica, da tempo già impegnati nella Mapei, società con un fatturato nel 2018 pari a 2,5 miliardi di euro e con 10.500 dipendenti.

Squinzi era malato da tempo ma non ha mai permesso alla sua malattia di fermarlo. Appassionato di musica, era entrato nel 2016 nel consiglio di amministrazione proprio della Scala, dove si presentava puntualmente alle riunioni, nonostante le difficoltà di deambulazione. Almeno fino a quella di due giorni fa dove non ha potuto essere presente.

Il Comune di Sassuolo proclamerà una giornata di lutto cittadino in concomitanza con il funerale di Giorgio Squinzi. Lo ha annunciato lo stesso Comune. “Sassuolo – ha scritto in un breve messaggio sulle sue pagine – perde un amico, un sostenitore, un grande uomo prima ancora che un grande imprenditore“.

Giorgio Squinzi era diventato noto anche agli appassionati di calcio per la cavalcata del suo Sassuolo, acquistato nei bassifondi della serie C2 e portato a far stabilmente parte della serie A, dove sta disputando il settimo campionato di fila. Squinzi era un competente appassionato sia di calcio, sia di ciclismo. Dopo essersi progressivamente disimpegnato dal mondo delle due ruote, dove la sua Mapei è stata, per un decennio, una squadra dominante a livello mondiale, Giorgio Squinzi, tifosissimo del Milan, ha acquistato la squadra che giocava nella città dove ha sede il cuore produttivo della sua azienda, Sassuolo appunto, e in pochi anni ha cominciato una cavalcata che lo ha portato a sedersi nel salotto buono del calcio italiano.

La proprietà di Squinzi non si è distinta soltanto per una dimensione di investimenti importante per una squadra provinciale, ma anche per una gestione sportiva e imprenditoriale molto oculata. Dalle maglie neroverdi sono passati, in questi anni, tecnici e giocatori che si sono poi affermati in contesti maggiori, ma il Sassuolo è anche una delle poche squadre del campionato ad avere uno stadio di proprietà, quello di Reggio Emilia, sul modello delle squadre inglesi, già attuato dalla Juventus.

Con Giorgio Squinzi ci lascia una persona per bene,  un imprenditore, un uomo della scena pubblica, un italiano di cui essere orgogliosi.

 

 




Ex Ilva Genova al Ministero del Lavoro firmato rinnovo lavori di pubblica utilità

ROMA – Tenuto conto dell’esigenza di assicurare ai lavoratori di ILVA in Amministrazione Straordinaria, attualmente collocati in cassa integrazione, il coinvolgimento in lavori di Pubblica Utilità (LPU), i rappresentanti di Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico hanno confermato, oggi a Roma presso il Ministero del Lavoro alla presenza di esponenti di Regione Liguria, Comune di Genova e sindacati, l’impegno del Governo per la prosecuzione di interventi di pubblica utilità, in continuità con quanto realizzato negli anni precedenti e in relazione al periodo di CIGS attualmente autorizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e coerentemente con quanto stabilito nell’Accordo di Programma del 29 novembre 1999.

L’ accordo  firmato oggi pomeriggio al Ministero del Lavoro era stato  sollecitato a gran voce dagli stessi lavoratori la settimana scorsa con l’occupazione del Consiglio Regionale della Liguria. Impegno quindi  da parte del Governo anche a rifinanziare SpC-Società per Cornigliano, nata per la riqualificazione del quartiere dopo la chiusura delle lavorazioni a caldo e da cui al momento erano state sottratte le risorse per finanziare i lavori di pubblica utilità. “E’ andata bene ma, come sempre, per arrivarci abbiamo dovuto alzare la voce” conclude Manganaro  .

“Da oggi, l’accordo sui lavori di pubblica utilità è legato strettamente alla prosecuzione della cassa integrazione – ha commentato all’agenzia giornalistica Dire, Bruno Manganaro il segretario della Fiom-Cgil Genova o comunque, degli ammortizzatori sociali, come previsti dagli accordi per Ilva in Amministrazione Straordinaria, sulla base dell’accordo di programma del 2005 . La cassa integrazione dovrebbe scadere il 2 gennaio, ma il Ministero oggi ci ha spiegato che per loro si rinnova automaticamente. E, da oggi, – aggiunge il sindacalista-  di conseguenza anche i lavori di pubblica utilità“.

Con l’accordo di oggi, inoltre, la Regione Liguria e il Comune di Genova si impegnano ad attivare, attraverso la SpC progetti di pubblica utilità per i lavoratori ancora collocati in Ilva in as, che in un anno sono scesi da 470 a 280. a decorrere da domani, 1° ottobre 2019.

A tal fine potranno essere utilizzate le risorse finanziarie già disponibili, con l’impegno del Governo ad individuare le risorse integrative. Per 280 metalmeccanici, viene garantito quindi un 10% aggiuntivo di stipendio, rispetto al 70% assicurato dagli ammortizzatori sociali, in cambio di alcune opere individuate da comune e regione. Altra notizia positiva è che, d’ora in poi, i rinnovi degli accordi saranno automatici e legati alla prosecuzione degli ammortizzatori sociali.

“Il rinnovo automatico dei lavori di pubblica utilità e degli ammortizzatori sociali per i dipendenti ex Ilva  è una buona notizia, benché adottata in extremis dal Governo nell’ultimo giorno utile, visto che oggi scade l’accordo siglato lo scorso anno. Certamente questa soluzione è frutto anche dell’impegno di Regione Liguria, che nelle scorse settimane ha più volte sollecitato il governo, sia con lettere formali sia con ripetuti e assidui contatti telefonici”. Così il presidente della Regione  Giovanni Toti, ha commentato  l’accordo raggiunto per la prosecuzione dei lavori di pubblica utilità per 280 lavoratori dell’ex Ilva di Genova.

A rappresentare Regione Liguria all’incontro a Roma è stato Andrea Benveduti assessore allo Sviluppo Economico  che ha dichiarato: “Siamo soddisfatti. Tuttavia, urge finanziare una misura che non impatti sui progetti di riqualificazione del quartiere. Dobbiamo scongiurare che, in carenza di fondi, si creino contrapposizioni tra lavoratori e cittadini, portatori entrambi legittime istanze e aspettative“. Soddisfatto anche l’assessore alle Politiche del Lavoro Gianni Berrino: “Bene la scelta del rinnovo automatico, ma il governo avrebbe dovuto garantire una risposta efficace in modo più tempestivo, senza costringere i lavoratori a manifestare a tutela dei loro diritti”.