ARVEDI A CREMONA, CASSANO A MARTINA FRANCA . DUE ESEMPI PER L’ IMPRENDITORIA LATITANTE DI TARANTO

ARVEDI A CREMONA, CASSANO A MARTINA FRANCA . DUE ESEMPI PER L’ IMPRENDITORIA LATITANTE  DI TARANTO

Se Taranto giace nei bassifondi di classifica delle varie ricerche e sondaggi del SOLE 24Ore per vivibilità, economia e turismo, non è certamente solo responsabilità del basso livello della politica locale, ma anche e sopratutto per la mancanza di una vera classe imprenditoriale abituata ad essere ILVA-dipendente, che riesca a confrontarsi sui mercati.

di ANTONELLO de GENNARO

Cremona è una città lombarda con appena circa 72mila abitanti che si sviluppa su 70,49/km2 con una densità di 1.015 abitanti/km2, molto più piccola di Taranto che vanta circa 190mila abitanti, sviluppandosi su 249,86/km2 con una densità di 758 abitanti/km2. Ma il capoluogo lombardo è Giovanni Arvedi. Un’affermazione che per chi conosce poco la realtà lombarda potrebbe sembrare un’esagerazione. Ma in realtà non lo è, in quanto la storia della famiglia di imprenditori dell’acciaio, tornata oggi agli onori della cronaca per aver rilevato dai tedeschi della ThyssenKrupp, riportando in Italia la proprietà della storica Acciaieria di Terni , è strettamente connessa a quella della città.

Gli Arvedi lavorano e commerciano metalli da più di due secoli nel cremonese e oggi l’azienda dà lavoro direttamente a 3.500 persone al netto dell’indotto. Ma il Cavaliere del Lavoro Giovanni Arvedi fondatore del gruppo, rappresenta anche tanto altro: presidente della squadra di calcio, filantropo ed editore, con sempre al centro il proprio territorio.

Giovanni Arvedi rappresenta il classico industriale cattolico del Nord che non ha mai nascosto la propria ispirazione nel modello di impresa sociale di Adriano Olivetti, soprattutto nel rapporto con i propri dipendenti. Arvedi si rammaricava un’intervista di qualche tempo fa  del fatto che non poteva avere più un rapporto diretto con gli operai a causa dell’espansione della propria azienda. “Purtroppo non li conosco più tutti di persona. In passato trascorrevo volentieri le mie domenica mattina in azienda per parlare con loro, una dimensione che oggi mi manca un po’”.

l’imprenditore Giovanni Arvedi

Una spersonalizzazione inevitabile considerato che il gruppo è ormai uno dei principali protagonisti dell’acciaio in Italia e in Europa, ma non è mai venuto meno il controllo familiare: il fondatore Giovanni Arvedi dopo 48 anni di leadership indiscussa ha lasciato a 84 anni, la presidenza a suo nipote Mario.

La famiglia del cavalier Giovanni Arvedi è da sempre legata alla città di Cremona non solo dalle ricadute economiche e sociali della loro attività industriale “pur non capendo nulla di calcio”, ricorda l’imprenditore con grande senso di ironia ed umiltà, ha acquistato la squadra di calcio della Cremonese, compagine che negli anni Ottanta aveva giocato diverse diversi campionati di serie A lanciato giocatori del livello di Gianluca Vialli, recentemente rischiava un rapido declino ; ha finanziato il Museo del violino, iniziativa di alto livello culturale, considerato che la città di Cremona è famosa per essere la capitale mondiale della liuteria ed aver dato i natali ad Antonio Stradivari. Ma non solo. Ha anche contribuito con la sua Fondazione filantropica a far sorgere nella città di Cremona un campus universitario gestito dall’ Università Cattolica, che è stato visitato quest’anno anche dal presidente Mattarella; ed ha effettuato un investimento importantenell’editoria locale, diventando proprietario della tv cittadina, Cremona 1, di un quotidiano online Cremona Oggi, e di un giornale di carta, il settimanale Mondo Padano.

Ha origini lontane la passione di Giovanni Arvedi per l ’editoria , essendo stato uno dei protagonisti del salvataggio e della rinascita del Corriere della Sera dopo la triste vicenda della P2 che coinvolse l’ex direttore genera. Allora contribuì a salvare il giornale assieme all’avvocato Gianni Agnelli ma soprattutto assieme a due figure centrali di quell’area politico-culturale-finanziaria che possiamo ricomprendere nella denominazione di “cattolicesimo democratico” ovvero Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti. E qui passione imprenditoriale, orientamento politico-culturale e convinzione religiosa si fondono alla perfezione. Per Arvedi la religione non è qualcosa che resta circoscritta e limitata alla stretta dimensione privata e spirituale dell’individuo. “L’imprenditore cristiano viene sorretto e guidato dalla fede – ha detto in un’intervista -. Dobbiamo operare nell’interesse delle nostre imprese, della comunità in cui viviamo, per il nostro Paese, nel solco dei preziosi insegnamenti del Vangelo, senza danneggiare mai il nostro prossimo, dove vediamo la presenza di Dio”.

Dopo aver letto queste parole ed apprezzato lo spirito e capacità imprenditoriale di Giovanni Arvedi ed il suo forte e stretto legame con il territorio , viene naturale provare a fare un confronto fra Cremona e Taranto, che è quasi tre volte più grande e popolata, ospitando il più grande stabilimento siderurgico d’ Europa, una raffineria dell’ ENI, la base navale della Marina Militare più importante d’ Italia, che gestisce con successo il castello Aragonese, ed il Museo del Marta, e chiedersi: ma a Taranto esiste una classe imprenditoriale ?

La triste risposta è NO. Il capoluogo jonico si è degredato al punto tale che nell’economia e produttività jonica, i comuni limitrofi di Martina Franca, Massafra e Grottaglie dettano legge. Basti vedere la precarietà economica ed il valzer di poltrone all’interno delle associazioni di rappresentanza degli operatori economici (Confindustria e Confcommercio in primis, seguite da Confagricoltura) e constatare la pochezza dei curriculum dei vertici. A Taranto non esiste neanche una piccola o brutta copia di un industriale come Arvedi.

Basti pensare che numeri e bilanci alla mano, le due società dal fatturato (ed utili) più importanti sono le due discariche, quelle dell’ ITALCAVE a Statte e della CISA a Massafra, cioè quelli che a Taranto chiamano i “monnezzari“. Società che vivono e prosperano grazie alle normative regionali senza alcun regime di concorrenza incassando esclusivamente denaro pubblico, grazie anche alla complice indifferenza delle amministrazioni locali che non utilizzano e tantomeno impiantano dei termovalorizzatori, che consentirebbero dei notevoli risparmi alle tasche dei poveri contribuenti. Più che di “imprenditori“, più corretto parlare in tal caso di “prenditori” o “predoni” di denaro pubblico.

Unico vero imprenditore in provincia di Taranto, degno di essere chiamato tale, è Giovanni Cassano, a capo del gruppo Happy Casa, nato nel 2008 a Martina Franca, in provincia di Taranto, che si espande in tutta Italia con oltre 120 punti vendita diretti ed una rete di punti vendita in spazi espositivi che vanno dai mille a più di tremila metri quadri, con un’area vendita nazionale pari a più di 200.000 mq e una squadra che opera sul territorio nazionale composta da oltre 1.600 collaboratori. Il fatturato complessivo delle società (General Trade spa ed Happy Casa) che fanno capo a Cassano, nel 2021 si apprestano a sfiorare il mezzo miliardo di euro. E da quando Cassano sponsorizza la società del Basket Brindisi (diventata Happy Casa Brindisi) in serie A, presieduta dall’imprenditore brindisino Fernando Marino, è diventata una forza del campionato, piazzandosi ai più alti posti della classifica

Quindi se Taranto per vivibilità, economia e turismo, giace nei bassifondi di classifica delle varie ricerche e sondaggi del SOLE 24Ore, non è quindi colpa solo del basso livello della politica locale, ma anche e sopratutto a causa della mancanza di una vera classe imprenditoriale che riesca a confrontarsi sui mercati , abituata ad essere ILVA-dipendente. Riuscire ad uscire da questo squallore politico-sociale-economico è la vera sfida di una città che vive di apparenza, proclami e promesse. Che si perdono nel tempo, come quelle dei marinai.

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